Economia, Politica

Tria, tetto per tre anni alla spesa pubblica. A rischio stipendi pubblici e pensioni. La Sanità costerà di più ai cittadini.

Dopo aver ‘congelato’ flat tax e reddito di cittadinanza, il ministro dell’Economia svela come recuperare risorse dalla spesa

9 luglio 2018 – Congelamento della spesa corrente primaria nominale, che significa blocco per i prossimi 3 anni delle uscite della Pa a quota 727,7 miliardi di euro. E’ il progetto del ministro dell’economia Giovanni Tria reso noto dal quotidiano Il Messaggero, definito draconiano dallo stesso giornale.

Ma anche nella logica della riforma Ue proposta dalla coppia Macron/Merkel che prevede il superamento del limite del 3% su PIL con un tetto alla spesa.

Gli uffici della Ragioneria – si legge su La Repubblica – avrebbero avuto parecchi dubbi sulle coperture finanziarie di alcune misure, giudicate insufficienti e inadeguate. A cominciare dall’abolizione dell’obbligo dello split payment , un meccanismo tributario mirato a contrastare l’evasione del pagamento dell’Iva quando si ha a che fare con la pubblica amministrazione. Un problema dunque politico, considerato che il decreto è stato rinviato con l’eccezione della parte sul rinvio a gennaio della fatturazione elettronica da parte dei benzinai, che riguarda sia il merito delle misure sia il loro impatto politico.

Il nodo sarebbe l’intenzione da parte di Di Maio, in qualità di ministro del Lavoro, di ridurre il grado di flessibilità e di precarietà del mercato del lavoro. Che evidentemente piace meno alla lega ed al suo bacino elettorale. E del resto anche Confindustria, Confesercenti e Confcommercio hanno protestato contro questa misura. Una protesta, pare, che avrebbe trovato ascolto sia al ministero dell’ Economia che al quartiere generale della Lega.

Il tema del lavoro

Al tema lavoro, infatti, la bozza del decreto dignità dedica parecchio spazio. Per scoraggiare i contratti a termine, sarebbero previste diverse novità rispetto alle attuali regole. Per prima cosa il ritorno del causalone, per cui l’impresa deve motivare la scelta del contratto a tempo determinato in luogo di quello indeterminato. Se confermato, sarà possibile stipulare un primo contratto a termine fino a un anno senza causale, in seguito al quale scatterebbe l’obbligo (a partire dal primo rinnovo, quindi). Si ridurrebbe il numero delle possibili proroghe, da cinque a quattro.

Dovrebbe poi essere abolito lo staff leasing, aumentare il costo della somministrazione a tempo determinato (+ 0,5 punti per ogni rinnovo, a partire dal secondo) ed eliminare quello a tempo indeterminato. Infine, questi contratti di lavoro sarebbero conteggiati per stabilire il limite del 20% di stipule a termine previsto per singola impresa.

Per scoraggiare la produzione fuori Italia, entrerebbero in gioco nuove norme anti-delocalizzazione, vietando incentivi pubblici alle imprese che delocalizzano, anche all’interno della UE: le imprese che utilizzano agevolazioni dovrebbero rispettare una clausola decennale in questo senso.

Per chi non si adegua, scatterebbe la restituzione del contributo incassato, rivalutato con gli interessi maggiorati fino a 5 punti, oltre ad una sanzione. Ma si prevede anche un’altra norma per le imprese, che revoca le agevolazioni alle imprese che riducono l’occupazione nei successivi dieci anni.

Cosa non c’è

Per i lavoratori della gig economy, invece, il Governo ha aperto un tavolo di trattative a parte, senza che vengano inserite misure in un testo di legge (come, ad esempio, il salario minimo orario). Marcia indietro anche sullo split payment IVA (rinunciarci sarebbe un colpo troppo duro per le casse dello Stato). Fuori dal decreto anche redditometro e spesometro (materia di un successivo provvedimento).

Cosa non si vede all’orizzonte

Un primo provvedimento, come si diceva, che ha il compito di adottare le prime iniziative senza troppi impatti sul bilancio dello Stato. Mentre per il futuro non dobbiamo attenderci maggiori risorse dal settore pubblico a quello privato, soprattutto se si adotta la vecchia logica della compressione della spesa pubblica. Un tetto alla spesa che potrebbe essere indistinto, cioè lineare. Non è ancora chiaro se si adotteranno almeno provvedimenti sulla spesa finalizzati a consentire una  rotazione prevedendo  la riduzione della spesa improduttiva a beneficio di maggiore spesa produttiva. Un passaggio di novità, pur all’interno di una politica di bilancio conservativa, almeno per consentire il superamento della vecchia distinzione semplicistica tra la spesa corrente e quella per investimenti. Certamente il ministro Tria, con la sua impostazione conservativa e di rispetto dei vincoli di bilancio europei, non consentirà programmi di piena occupazione o azioni positive per l’occupazione e per il tessuto produttivo che regge il sistema Italia ovvero le micro/piccole e medie aziende.

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