Nel Cile di Salvador Allende ci fu un esperimento per migliorare il governo attraverso la tecnologia. In anticipo sulla rivoluzione digitale dei nostri giorni.

Nell’epoca della digitalizzazione si direbbe che spesso il futuro si lanci all’attacco del presente. Chi abita il mondo contemporaneo si sente circondato dalla fantascienza, da visioni che lo teletrasportano in un domani che nemmeno sapeva di sognare così ardentemente. Di recente l’innovatore per eccellenza della Silicon valley, Elon Musk, ha realizzato qualcosa che simboleggia bene questa sorprendente eccentricità. Prefigurando in modo straordinario futuri viaggi su marte, ha sparato in orbita un razzo SpaceX con a bordo un’auto tesla Roadster. Da allora un “astronauta” ruota intorno al globo terrestre in diretta streaming: un misto tra Ritorno al futuro e Guida galattica per autostoppisti. Si aprono prospettive magnifiche: luttuare nello spazio privo di gravità “all watched over by machines of loving grace”, come nella poesia di Richard Brautigan.

Anche al di là di questi fanciulleschi as- salti al cielo siamo costantemente messi di fronte alle potenzialità del futuro. Inquie- tanti alleanze tra le grandi aziende tecnologiche e i governi – un misto di multinazionali, centri studi e istituzioni statali – generano continuamente utopie “inaudite”, con tanto di promesse digitali che ci rimandano a una società smart in modalità “benessere automatico”.

Ma osservandoli da vicino, questi orizzonti fantastici hanno già l’aspetto di seplici cicli che si ripetono. Il luccichio di tante pretese d’innovazione serve solo a occultare un passato pieno di costellazioni di idee che fanno apparire le città e gli stati completamente digitalizzati di oggi come fantasmi tornati vivi e agghindati. Da molto tempo ormai i pionieri della tecnologia non fanno che sognare uno stato reso perfetto dagli strumenti tecnologici. Quindi è più facile valutare gli scenari futuristici di oggi dando uno sguardo alla storia. Per esempio al Cile socialista di Salvador Allende, tra il 1970 e il 1973, un periodo in cui non solo i conini tra fantascienza e scienza erano labili, ma gli ideali erano davvero nuovi.

Tra i protagonisti c’era uno dei perso- naggi più notevoli della storia della cibernetica e allo stesso tempo il suo enfant terrible: lo studioso e consulente aziendale britannico Staford Beer. I suoi scritti non solo misero le ali all’immaginazione scientiica degli anni cinquanta e sessanta del novecento e ispirarono musicisti come David Bowie e Brian eno. Stanno anche tornando alla ribalta. Recentemente, per esempio, Geof mulgan, l’esperto d’innovazione sociale e del centro studi Nesta, ha sottolineato quanto siano ancora attuali la igura di Beer, la sua “teoria grandiosa” e i suoi “brillanti lampi di genio”. Secondo mulgan, ancora oggi Beer riesce a spingere i governi a “creare nuovi collegamenti tra le componenti del sistema e a fare poi il salto verso un nuovo modo di fare le cose”.

Lo stesso Staford Beer oscillava tra due estremi: da un lato era uno spirito inquieto, barba lunga e tendenze socialiste, che dipingeva a olio, praticava yoga e scriveva poesie memorabili, anche sul calcolo costi- beneici. Dall’altro era noto per essere un appassionato di Rolls Royce e sigari, e per chiedere diarie da 500 sterline che, al cambio di allora, corrispondevano a circa 4.300 euro. Fece carriera fino a diventare uno dei consulenti aziendali più richiesti del suo tempo a livello internazionale. Non a caso si arrivò a parlare di lui come dell’uomo che avrebbe potuto governare il mondo.

Questo ambiguo gaudente, però, non deve la sua popolarità all’aura carismatica, se non secondariamente, ma al suo spiccato interesse per le organizzazioni e i sistemi complessi. L’ingegnere con il pallino dei computer seppe applicare eicacemente all’ambito aziendale quello che aveva ap- preso dal matematico Norbert Wiener sulla cibernetica, la scienza del controllo e della trasmissione delle informazioni negli esseri viventi e nelle macchine. Negli anni cinquanta Beer fondò l’istituto di ricerca operativa più grande del mondo, sviluppò sistemi informatici tecnologici per fabbriche fondati sulla logica del feedback. Più avanti scritti come Cybernetics and management e Brain of the irm ne fecero l’inventore della cibernetica per l’amministrazione.

I successi di Beer in campo economico suscitarono l’interesse dei governi per la sua innovativa teoria dell’organizzazione, incoraggiandone le ambizioni. All’inizio degli anni settanta, su incarico del presi- dente cileno Salvador Allende, Beer diventò il padre spirituale del progetto Cybersyn, una macchina per la democrazia diretta. Un progetto in cui non solo si manifestò lo spirito che segretamente avrebbe animato le successive fantasie di controllo dello stato digitale, ma che, senza averne intenzione, riuscì anche a sfiorare il grado zero della politica.

Cybersyn era un’utopia nata dalla necessità: un’“internet socialista” per dare nuovo ordine alla precaria situazione economica cilena che, in seguito alla svolta socialista, aveva afrontato riforme agrarie, nazionalizzazioni di banche e un embargo commerciale da parte degli Stati Uniti. Come ha scritto il teorico dell’informazione Claus Pias, c’era bisogno di una “rivoluzione per mettere ine alla rivoluzione”. ma come poteva funzionare? Da un lato Allende, che si barcamenava tra destra e sinistra, conservazione e progresso; dall’altro Beer, stretto tra eicienza e inefficienza, ordine e disordine. Da un lato Allende, che considerava la libertà un princi- pio regolatore; dall’altro Beer, che la considerava solo “una funzione programmabile dell’eicienza”. eppure, proprio a causa di questi contrasti, il futuro ministro dell’economia cileno Fernando Flores ritenne che Beer fosse la scelta ideale per rendere la complessa teoria dei sistemi una “scienza al servizio dell’uomo”.

L’algoritmo perfetto

Sulla carta politici cibernetici come Karl Deutsch già negli anni sessanta fantasticavano sul governo come sistema autonomo. A partire dalla fine del 1971 in Cile una squadra di designer, ingegneri e programmatori si dedicò a mettere in pratica questa teoria. In quanto condizione della “paciica via cilena al socialismo”, l’impresa avrebbe dovuto rendere possibile addirittura il coordinamento cibernetico della produzione, la mano visibile del mercato. Usando le classi- che formule sintetiche di oggi forse diremmo che si cercava un algoritmo perfetto capace di dare sostegno allo stato.

Per svolgere l’incarico, Beer si lasciò guidare da due idee cardine: quella di un sistema decisionale basato su informazioni trasmesse in tempo reale (la liberty machine) e quella di una struttura di sistemi parzialmente autonomi capaci di adattarsi in modo lessibile a situazioni contingenti (il viable system model). Partendo da questi elementi fu progettato il cosiddetto Cybernet, una rete informatica di telescriventi che connetteva le fabbriche del paese e che – come una sorta di sistema satellitare – trasmetteva via radio i dati della produzione al grande calcolatore centrale a Santiago.

Il pezzo forte di Cybersyn era la sua visione, in anticipo sui tempi, di una centrale operativa futuristica in cui raccogliere, aggregare ed elaborare i dati economici del paese: la leggendaria Opsroom. A guardarla sembra la fusione di una cupola geodetica in stile hippy, dell’astronave Discovery One di Kubrick e della passerella della nave stellare enterprise; mancavano gli extraterrestri, ma in compenso bastavano le sedie tulip rosse a trasmettere ben più di un sentore di futuri felici.

La loro disposizione circolare non era gerarchica ma ugualitaria e i loro accessori – un posacenere per i sigari e un portabic- chiere da cocktail – si adattavano perfetta- mente allo stile di vita lussuoso dell’inventore. Il designer tedesco Gui Bonsiepe, coinvolto nel progetto, parlava con entusiasmo della leggera “atmosfera da salotto” in “bui colori”: nella centrale di comando da cui gestire l’economia di un intero stato non vedeva solo un future panel, ma anche un “bar per il pisco sour e cose simili”.

La massima di questo circolo era: “la forma segue la funzione”. Numero e design delle sette sedie girevoli avrebbero dovuto stimolare la nascita di una “squadra massimamente creativa” (Beer), ofrendo lo spazio necessario all’attività degli spiriti liberi ma soprattutto aprendo una prospettiva a tutto tondo. Ovunque ci si girasse, gli schermi incastonati nelle pareti fornivano

in tempo reale dati sui livelli della produzione, sulla circolazione delle informazioni e sulle interruzioni nella distribuzione. In questo nuovo regime del sapere luido, il burocrate lento e poco trasparente era una sorta di nemico di classe: la carta, scriveva Beer con convinzione, d’ora in poi è “bandita”. La risposta era il lusso di dati.

Con i lussi di dati si voleva ricondurre il caos all’ordine, velocizzare l’amministrazione e condurre il governo in acque più calme e navigabili, nel dolce ronzio dei calcolatori. tutto questo seguendo princìpi progressisti: ogni lavoratore, non solo un’élite appositamente formata, doveva poter dirigere la “macchina delle decisioni” (Beer) usando i dieci bottoni colorati posti nel bracciolo di ciascuna sedia. La trasparenza e chiarezza erano importanti quanto la validità dei dati, e perciò lo stesso design della rete andava incontro all’utente (non molto diverso dallo slogan della Apple let’s make it simple, facciamola semplice), aiutandolo a risolvere i problemi in maniera veloce, pragmatica e quasi intuitiva. Insomma, “decisione e controllo” non era solo il titolo di un libro di Beer, ma anche una buona pratica.

Anche il programma Cyberfolk, vero e proprio predecessore degli attuali feedback in tempo reale come quelli di Facebook, faceva parte di quella dotazione a misura di cittadino che caratterizzava il progetto. Si trattava di uno strumento per misurare gli umori politici che rendeva possibile il “governo psicocibernetico della società” (Pias), consentendo a cittadine e cittadini, per esempio durante un comizio trasmesso in diretta, di comunicare le loro reazioni emotive positive e negative attraverso un tasto sul televisore. mentre le votazioni dell’“assemblea popolare elettrica” venivano mostrate al popolo cileno, i “desideri delle persone” (Beer) sarebbero apparsi in forma matematicamente valutabile anche sullo schermo felice/infelice nella Opsroom. In questo modo lo stato cibernetico, legittimato attraverso la democrazia diretta, si sarebbe potuto dirigere da una metaprospettiva sistemica – cioè comodamente seduti sulle confortevoli poltroncine – e senza neanche dover lasciare il pianeta terra.

La visione a 360 gradi che Beer progettò per la stazione di controllo non doveva mostrare solo gli umori momentanei e i dati sulla produzione. Come indicava già il previsore antiaereo di Norbert Wie- ner, doveva rendere calcolabile anche quello che non c’era ancora, rendere gestibili gli imprevisti. Insomma la cibernetica, che è anche alla base delle attuali stazioni di controllo digitali, è un’arte di governo basata su anticipazioni e interventi quasi impercettibili; è un modo di procedere che mira al dominio dei lussi d’informazione e, se serve, aggiusta i lussi di dati. Di conse- guenza ai controllori nell’Opsroom non si richiedeva l’imposizione autoritaria di quello che era stato pianiicato, ma l’adattamento alle circostanze, la lessibilità in caso di anomalie: rivedere, riprogrammare, migliorare. Lo scopo primario era sempre la tenuta del sistema.

La prova

Nell’autunno del 1972 arrivò il banco di pro- va per la tenuta del sistema di Allende. Cybernet fu usato con successo per la prima volta, ma sarebbe stata anche l’ultima. Decine di migliaia di trasportatori scioperaro- no per settimane mettendo a rischio l’approvvigionamento della popolazione. ma la rete delle telescriventi consentì di coordinare la produzione evitando così il caos no-ziale emancipatorio della tecnica sono rimaste ino a oggi insuperate.

Nella storia di questo “sogno speciale di un socialismo cibernetico” (eden medina), l’ironia sta nel fatto che i semi di Beer porta- no nuovi e discutibili frutti solo nel nostro presente integralmente votato al capitalismo della sorveglianza, in cui davvero tutto è connesso e collegato. È vero che anche oggi ioriscono teorie postcapitaliste sulla “necessità” di una post-work society, una società del postlavoro (Paul mason o Nick Srnicek) o addirittura di un “comunismo di lusso totalmente automatizzato”. ma non sono certo solo le concezioni socialromantiche a sostenere che la raccolta di grandi quantità di dati e gli algoritmi siano una so- luzione catartica, principalmente al “problema” della politica.

Proprio negli ambienti della scienza politica più pragmatica si sostiene spesso che il mondo sia ormai troppo complesso per forme di rappresentanza democratica tradizionale. I dibattiti classici sarebbero trop- po lenti e pressoché incapaci di produrre decisioni. Insomma, non ci sorprende che versioni sempre più ambiziose di uno stato tecnologicamente soisticato si afaccino sul mercato delle idee.

Governo snello

La “tecnocrazia diretta” del consulente po- litico Parag Khanna e lo “stato intelligente” proposto da Beth Noveck, direttrice del centro di ricerche GovLab ed ex consigliera di Barack Obama, seguono gli approcci più rivoluzionari del governo snello: sono concezioni che applicano alla politica le con- quiste del mondo della comunicazione digitale, sposando in toto la tendenza neoliberale per cui i compiti dello stato sono affidati a servizi privati. È vero che la continua intromissione delle multinazionali tecnologiche sul terreno della sovranità degli stati – si pensi a Google, che sta ristrutturando il sistema della scuola pubblica statunitense e ricostruendo secondo le sue necessità un intero quartiere di toronto – continua a provocare una strisciante inquietudine nell’opinione pubblica più critica. D’altra parte chi teorizza uno stato caratterizzato dalla partnership pubblico-privato, ritiene ancora che una piattaforma come Facebook, che ha più di due miliardi di utenti, sia una vivace fonte d’ispirazione per aggiornare Cybersyn in modo intelligente. e ritiene che lo scandalo di Cambridge Analytica sia solo una fastidiosa sbavatura.

Nei suoi modelli Noveck concepisce lo stato stesso come un social network, le cui istituzioni e i cui servizi non solo sono automatizzati, ma possono anche essere valutati direttamente dal cittadino attraverso lo smartphone come “esperienza di governo incentrata sull’utente”.

Come in un negozio online, seguendo la logica delle recensioni si potrebbero aggiungere facilmente stelline, pollici alzati e commenti critici in un esteso sistema di interconnessioni passando per la “macchina decisionale” individuale. Insomma, anche Beth Noveck vorrebbe che, con l’aiuto di social network come Linkedin o twitter, l’individuo avesse finalmente la possibilità di “partecipare al governo”. Le procedure amministrative in questo modo sembrerebbero più trasparenti e aperte e avrebbero maggiore legittimazione. Come imma- gina Khanna per il suo stato ideale, le procedure potrebbero seguire complessivamente i Key performance indicator, gli indicatori di prestazione che si usano nelle aziende.

Dialettica e contrattazione

Se una volta tutti sapevano che la politica implicava dei grandi grattacapi, l’interconnessione globale ha aperto l’epoca della liquidità smart, in cui sembra possibile una postideologica “democrazia senza politica”. Questa condizione permette di governare in modo efficiente e senza attriti, e infatti Khanna non è solo un grande ammiratore della Cina e di Singapore, ma anche della Svizzera, perché lì, dice, gli scioperi creano pochi disagi. È vero che nella “democrazia come dati” di Khanna le elezioni sono ancora previste, ma secondo lui sono “retrograde” e non sono lo “strumento migliore per cogliere l’umore prevalente”. Sarebbero più utili analisi immediate in tempo reale basate sui social network o dati di controllo tratti dall’economia e dalla società, “tendenzialmente più signiicativi” di qualsiasi plebiscito. In ultima istanza, gli “algoritmi intelligenti” sembrano “preferibili ai politici stupidi”, e perciò Khanna, di fronte a fenomeni d’irrazionalità politica come l’elezione di Donald trump, onnipresente su twitter, consiglia la partecipazione diretta al governo da parte di Watson, il supercomputer, una versione ben più potente del predecessore cileno.

Una delle utopie più radicali è stata formulata recentemente dalla star degli inve- stimenti tim O’Reilly, che ha proposto di ridisegnare le “vecchie” istituzioni, del resto nient’altro che “distributori di bevande”, secondo la concezione del “governo come piattaforma”. Negli ultimi tempi idee simili hanno trovato un certo seguito perfino nell’ambito di serissimi congressi specialistici tedeschi: anche qui sono stati illustrati lo “stato come piattaforma per gli ecosistemi” o, ricordando Noveck, “lo svolgimento online delle pratiche burocratiche come esperienza personalizzata”. ma il modello di stato proposto da O’Reilly prevede un sistema operativo più ampio: un meccanismo di algoritmi sul modello di Airbnb, che organizzi e soprattutto gestisca la società intera seguendo le valutazioni e il costante flusso di punteggi che producono. Lo scopo sembra essere una sorta di “magazzino di credito sociale” che, unendo spirito capitalista e controllo cibernetico, sostituisca la democrazia rappresentativa parlamentare e infine la superi.

Se Beer ancora metteva in guardia con insistenza dall’inclusione delle imprese private nel processo politico (dato che non hanno come scopo il bene comune), se i signori seduti nelle sedie tulip dell’Opsroom erano ancora rappresentanti eletti dal popolo, nel nostro presente interamente pervaso dalla merciicazione la sua progettualità cibernetica finisce per tradursi in un nuovo tipo di tecnocrazia: una cabina di regia neocibernetica, dove ad avere voce in capitolo non sono più gli “esperti”, ma la tecnica stessa.

Di fronte a questi deliri efficientisti non bisogna subito pensare agli abissi audacemente distopici della serie tv Black mirror. Eppure il traguardo ultimo dell’interconnessione totale è un decisivo cambio di paradigma che conduce a un ordinamento numerico in cui non c’è spazio per la politica, ma al limite per la logistica: qui le decisioni si prendono usando cicli continui di valutazioni automatizzati. Usando le parole di Khanna, in questa res publica ex machina il motto è “la connettività è destino”.

Questo è lo sfondo che fa del progetto Cybersyn, a discapito di tutte le sue aspirazioni emancipatorie, il primo vero momento di svolta a partire dal quale una convinzione si è inscritta sempre più a fondo nell’immaginario collettivo: l’idea che la tecnica possa fornire le migliori soluzioni ai problemi politici; che, come dice lo slogan “prima il digitale, poi le perplessità”, quel legno storto di cui è fatto l’uomo si

possa raddrizzare solo attraverso un sur- plus di interconnessione, di automatizzazione e di loop di valutazioni.

Da Noveck a O’Reilly, le più recenti narrazioni paradigmatiche sembrano riflettere in maniera stranamente distorta gli ideali di Beer. Sono utopie nel vero senso della parola: non-luoghi che spacciano un’architettura del controllo per democrazia totale, per elettronica elastica della vita quotidiana, a cui, in fondo, può partecipare solo chi si connette condividendo. La politica appare dunque non più pensata a partire dall’individuo, ma a partire dai suoi apparati. e così dipendiamo interamente “dalle creature che abbiamo messo al mondo” (Goethe).

In tutto ciò passa inosservato – e queste linee di frattura si rilettono già nella “fantascienza governativa” cilena (Burkhardt Wolf ) – il fatto che la democrazia non è appunto semplice tecnica organizzativa, non si può concepire come una tirannia delle quantità o come un lusso continuo di like e di clic. La democrazia si oppone a un pensiero che assolutizza l’eicienza, perché rimane fragile e sfugge a qualsiasi calcolo; perché continua a suscitare dibattiti e non si può deinire una volta per tutte. Al centro di quest’ordine politico, che pur essendo deicitario è migliore di ogni altro, dovrebbero rimanere la dialettica degli antagonismi, i processi di comprensione, la contrattazione delle posizioni politiche e la distribuzione del potere, non un mondo 2.0 che deve solo essere amministrato.

In questa prospettiva l’utopia cilena sembra l’ombra di un futuro ormai passato che, per un momento, ha promesso più di quanto non po- tesse mantenere. È una lezione di storia: parafrasando marx si è data la prima volta come tragedia per ripetersi ora come farsa. È una lezione che ci mostra come un ritorno a utopie tecnologiche realmente gravide di futuro sia ben più dificile del ritorno a casa dell’astronauta di Elon Musk. ma forse, alla fin fine, lo scopo di questo spensierato pilota automatico è proprio questo: preferisce fluttuare lontano, godersi la vista della nera assenza di gravità e girare eternamente intorno al sole sulle note di Space oddity, seguendo una traiettoria stabilita sempre in anticipo.

 

Da Republik articolo di Anna-Verena Nosthof e Felix Maschewski

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