Diventerà obbligatorio per piattaforme come Facebook, Google, YouTube e simili, pena pesanti multe, rimuovere contenuti di propaganda terrorista o di violenza estremista. La rivelazione del Financial Times mostra una volta di più la volontà di Bruxelles di vigilare sui titani del web. E soprattutto contrastare l’idea che si tratti solo di piattaforme tecnologiche esenti da qualsiasi responsabilità di ciò che viene veicolato per loro tramite. Sinora si era preferito lasciare all’autoregolamentazione dei vari siti la rimozione di contenuti che spingevano alla violenza estremista o alla radicalizzazione. Una autoregolamentazione che secondo Google e Facebook avrebbe funzionato.

Ora Bruxelles, intende intervenire attraverso meccanismi diretti per la rimozione dei contenuti di propaganda terroristica o di violenza estremista. Meccanismi di rimozione che dovrebbero in realtà essere di competenza dei singoli Stati membri anche al fine di evitare un uso politico del potere di censura. E la fretta con cui Bruxelles cerca di arrivare a queste soluzioni prima delle elezioni europee del maggio 2019. Tanto è che l’autoregolamentazione dei social media dimostra come gli interventi per eliminare i contenuti illegali risulti efficacie.

Ma le cifre rivelate dal quotidiano inglese dimostrerebbero al contrario la forte diffusione e l’uso fatto dai terroristi delle piattaforme. Facebook avrebbe rimosso la gran parte degli 1,9 milioni di contenuti in stile Isis e Al Qaeda. Mentre Google ha rivelato che il 90 % dei contenuti violenti rimossi dalla sua controllata YouTube è stata etichettata automaticamente ricevendo meno di 10 visualizzazioni ciascuno. È dalla scorsa primavera che l’Europa sta riflettendo sia sul versante dei contenuti terroristici sia su quello dei contenuti che spingono all’odio. Per il momento nessuna legge è prevista su questo ultimo versante, ma come dichiarò ad aprile scorso la commissaria europea Vera Jourovà in occasione dell’audizione dei vertici di Facebook, molto si basa sulla fiducia. Una fiducia che dopo la pesante azione di lobby dei big del tech sul regolamento del copyright che ha portato al suo rinvio, evidentemente il comportamento dei signori della Silicon Valley sta intaccando.

Da Corriere.it Articolo di D. Manca (qui)

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