Sono passati due anni dalle 3.36 del 24 agosto 2016, da quel terremoto che le devastanti repliche di due giorni dopo e del 30 ottobre – quando fu raggiunta la magnitudine di 6.5 – costrinsero a definire non col nome di una zona o di una regione ma come “del Centro Italia”, a significare la vastità dell’area coinvolta. Quella notte le scosse colpirono con violenza micidiale, provocando circa 300 vittime e danni e distruzioni ingentissime.

Nessuno di chi si è trovato nell’area che successivamente sarebbe stata chiamata “cratere”, pur fortunato per non aver patito crolli, dimenticherà come ha vissuto le ore seguenti alla scossa, in attesa dell’alba: fuori casa o come noi incollato alla tv e navigando sui social alla ricerca affannosa di dare una dimensione a quanto successo, chiedendosi dove il disastro si fosse consumato in maniera più catastrofica. Col divano allontanato dalla parete per essere al sicuro almeno dai libri.

Il giorno successivo ci ha consegnato le immagini di morte e distruzione di Amatrice, Accumoli, Arquata del Tronto. Ora quei paesi e i centri soprattutto maceratesi quasi annientati dalla scossa del 30 ottobre, sono costellati dai villaggi delle Sae, l’acronimo di “Soluzioni abitative in emergenza” diventato familiare a tutti gli italiani. Le macerie sono state rimosse, ma tante ferite sono ancora lì, nonostante le numerose scuole realizzate a tempo di record. Chi passa per Camerino, Muccia, Pieve Torina, Visso… incontra una sequela di case sventrate, di chiese ed edifici pubblici lesionati e puntellati, di servizi essenziali basati in container, di “zone rosse” devastate e transennate.

Nel frattempo altre macerie si sono aggiunte, a Ischia, in Molise e ultime quelle particolarmente crudeli, perché causate dall’uomo, di Bologna e Genova. Macerie da Nord a Sud, che costellano un Paese affaticato e che – come noi protagonisti di questo secondo anniversario, senza alcun desiderio di festeggiare – stenta ancora a risollevare lo sguardo e a recuperare il sorriso.

Alle fine della seconda estate successiva alle scosse nessuno è senza un tetto, ma ben pochi sfollati sono potuti rientrare nelle proprie case. La scelta compiuta dopo le scosse dell’agosto 2016 di accentrare la gestione burocratica della ricostruzione ha rappresentato un “peccato originale” che continua a pesare. Eppure c’era il precedente virtuoso del sisma del 1997 in cui la responsabilizzazione delle Regioni Umbria e Marche aveva prodotto una ricostruzione rapida e senza ombre. Stavolta invece in questi due anni è stato un susseguirsi di leggi e ordinanze che hanno progressivamente allargato le maglie soffocanti delle prime disposizioni. Fino al Decreto 155 (quello denominato “Dignità”) del 7 agosto scorso e all’ultima ordinanza del commissario di Governo De Micheli, che porta la stessa data e si intitola emblematicamente “Semplificazione dell’attività istruttoria per l’accesso ai contributi per gli interventi di ricostruzione privata”.

Finalmente sembra spianarsi la strada per l’avvio della ricostruzione privata, finora di fatto bloccata per le “difformità” che riguardano la quasi totalità delle abitazioni danneggiate – tante le case di campagna, gli edifici antichi in pietra… –, cioè la non perfetta corrispondenza dell’edificato rispetto ai documenti catastali pur nell’evidente assenza di intenzioni fraudolente. Rimane a pesare il numero insufficiente di persone all’opera negli Uffici Ricostruzione regionali e i criteri non sempre omogenei con cui sono valutate le pratiche.

Se la ricostruzione privata appare finalmente in condizione di muovere i primi passi, è di fatto ancora al palo quella pubblica, una situazione che coinvolge pesantemente anche le chiese, per la prima volta comprese entro questa classificazione: le procedure imposte sono tali da mettere in difficoltà molti Comuni, figuriamoci Diocesi povere e pesantemente colpite. Solo i piccoli interventi, che riguardano però un numero esiguo di edifici sacri, potranno giungere a compimento entro l’anno prossimo, mentre i lavori di maggiore entità non potranno essere avviati prima del 2020.

Nel frattempo tantissimi paesi hanno cercato di ridare normalità alla propria estate, tornando a vivere, magari in forma ridotta, le sagre estive che ogni comunità era da decenni solita proporre. Le code che in tanti casi è stato necessario affrontare per ottenere la grigliata di agnello, gli arrosticini o il “polentone” sono il buon auspicio che questa fine estate consegna a chi deve agire perché finalmente la ricostruzione faccia sentire un rumore diverso da quello delle carte protocollate.

Fonte: avvenire.it Articolo di P. Chinellato (qui). Video da YouTube (qui)

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