Negli ultimi anni la tradizionale politica di apertura del paese si è scontrata con i problemi dell’integrazione. Alle elezioni del 9 settembre un partito di estrema destra potrebbe approittarne per andare al governo.

I quattro anni a Hässleholm sono stati terribili. Siede nel suo ufficio nel municipio di questa cittadina nel sud del paese e cerca affannosamente una spiegazione: al fatto che la gente abbia perso iducia in lei e che l’atmosfera politica attuale le ricordi quella degli Stati Uniti di Donald Trump. Al fatto che dopo le elezioni del 9 settembre la pri- ma forza politica potrebbero essere i Democratici svedesi (Sd), un partito che vuole negare il diritto d’asilo e uscire dall’Unione europea. Un partito “razzista”, lo deinisce Wallentheim.

Ma è proprio questo il motivo per cui gli svedesi non hanno più fiducia in lei. E neanche nei suoi rivali in comune, gli esponenti del partito conservatore dei Moderati. Hässleholm è il comune in cui per la prima volta i Moderati hanno offerto ai Democratici svedesi di partecipare all’amministrazione della città in cambio del loro sostegno all’approvazione del bilancio. È stato in quell’occasione, nel febbraio del 2017, che Wallentheim, allora presidente del consiglio comunale, ha presentato le sue dimissioni. In città molti sono stati contenti di essersi finalmente liberati di lei e della sua coalizione rosso-verde.

Una transizione simile si annuncia in tutto il paese. Alcuni sondaggi hanno dato i Democratici svedesi al 23 per cento, testa a testa con i Socialdemocratici del premier Stefan Lövfen, che guida un governo di minoranza in coalizione con i Verdi.

Negli anni ottanta i Democratici svedesi erano ancora una formazione neonazista. Il loro leader attuale, Jimmie Åkesson, ha trasformato il partito ed espulso i razzisti. Alle elezioni del 2014 l’Sd ha ottenuto il 13 per cento, diventando il terzo partito del paese. Ciò non toglie che i Democratici svedesi siano rimasti dei radicali che vedono il mondo in bianco e nero e dividono la società in amici e nemici della nazione svedese: secondo loro tutti i politici di centro e i mezzi d’informazione sono dei “bugiardi” che vogliono “distruggere” la Svezia.

Per capire come abbia fatto un paese che fino a poco tempo fa era simbolo di concordia politica ad arrivare a questo punto bisogna prima di tutto confrontare alcune cifre. Nel 2015 le richieste d’asilo presentate in Svezia sono state 163mila su una popolazione di dieci milioni di abitanti. In proporzione il numero di richiedenti asilo accolti in Svezia è 2,5 volte più grande di quello della Germania. Oggi a Hässleholm gli immigrati sono il 20 per cento della popolazione.

Il sindaco Lars Johnsson, esponente dei Moderati, ritiene che i partiti di centro non abbiano dato voce ai problemi della gente “solo perché nessuno voleva essere accostato ai Democratici svedesi”. Dalla fine del 2015, quando è risultata evidente la diicoltà di gestire l’immigrazione, il governo rosso-verde di Stoccolma ha cominciato ad attuare misure che aveva liquidato definendole assurde e razziste quando erano state proposte dall’Sd: controlli alle frontiere, respingimenti sul ponte dell’Öresund, che collega la Svezia alla Danimarca, e regole più severe sul ricongiungimento familiare.

Così i Democratici svedesi possono sostenere di aver rivelato che le presunte certezze della politica migratoria liberale erano solo pie illusioni. E ora intensiicano i loro attacchi. Gli esponenti del partito individuano nell’immigrazione la causa di tutti i mali del paese e chiedono il conto a quelli che ritengono responsabili della sua presunta decadenza, dai giornalisti di sinistra ai nemici dello stato nazionale che si na- scondono a Bruxelles.

Quando sente che la collega socialdemocratica non riconosce più il suo paese, Patrik Jönsson risponde con una risata. “Certo, la gente non riconosce più gli svedesi”, dice il vicegovernatore della contea di Skåne, eletto con l’Sd, e fa un gesto verso la finestra. Fuori, seduti nella piazza del municipio, ci sono alcune persone dalla pelle nera. “Wallentheim ha sempre sogna- to una Svezia così”, dice. Jönsson comprende chi vuole venire a vivere in Svezia, ma sua figlia, studente, non trova casa a Stoccolma. Per colpa degli immigrati. I malati di cancro muoiono perché devono aspettare troppo per un intervento chirurgico. Per colpa degli immigrati. E c’è stato un drastico aumento della criminalità. Jönsson ha appena letto sul cellulare che in diverse città hanno dato fuoco a un centinaio di auto. Non c’è dubbio che qualcosa è stato “distrutto” in Svezia, afferma: il contratto non scritto tra stato e cittadini, l’ideologia della Folkhemmet, il termine svedese che indica la politica sociale e si può riassumere in una frase: “Rispetta le leggi e paga le tasse, in cambio avrai la protezione dello stato”.

Risposte ingenue

Ma in Svezia gli appartamenti scarseggiavano già prima della grande immigrazione del 2015 e negli ospedali non mancano tan- to i letti, quanto il personale. La maggioranza degli svedesi riconosce le sempliicazioni dell’Sd, sostiene Andreas Johansson Heinö, politologo dell’Università di Stoccolma. Ma questo non sembra un problema. Secondo lui molti hanno votato per l’Sd non perché condividano le idee del partito, ma per pro- vocare una scossa. Qualcosa di simile a quello che è successo con Trump. La fiducia nei partiti tradizionali è svanita soprattutto per come è stato afrontato il tema dell’immigrazione negli ultimi anni. Per colpa di un populismo delle belle parole, si potrebbe dire. Ora i Democratici svedesi sostituiscono l’ingenuo buonismo dei rivali con un’aggressività altrettanto ingenua.

Non c’è dubbio che la criminalità sia un problema da queste parti, dice Ahmed Ab-Rinkeby-Tensta, un sobborgo di Stoccolma, un motociclista con il volto coperto sfreccia tra i pedoni. I giornali deiniscono il quartiere una nogo zone. Abdirahman, 32 anni, racconta che quando nel 1998 è arrivato con la famiglia dalla Somalia, le palazzine e i parchi giochi del quartiere per lui erano un paradiso. “Oggi non vorrei che i miei bam-bini crescessero qui”.

A Rinkeby-Tensta nove abitanti su dieci sono di origine straniera, l’80 per cento vive di sussidi sociali o di lavori malpagati. Nel 2016 ci sono stati sedici omicidi: storie di spaccio e di lotte tra clan. Abdirahman ha avuto la fortuna di avere una madre che lo ha sostenuto. Ha studiato negli Stati Uniti, ha lavorato a Ginevra e in Somalia, e oggi alla camera di commercio di Stoccolma si occupa delle sessantuno “zone fragili” della Svezia, aree in cui circa 500mila immigrati vivono per lo più isolati dal resto della popolazione.

Secondo Abdirahman si è innescato un circolo vizioso fatto di ghettizzazione, alienazione e ostilità – da entrambe le parti. “La maggior parte degli svedesi vede le periferie solo sui giornali, quando succede qual- che incidente. Non vede le madri e i padri che lavorano duro per permettere ai loro figli di studiare”. Per troppo tempo i politici non hanno capito che non basta dare agli immigrati soldi e un tetto sopra la testa: “Bisogna anche dare un senso alla loro vita”.

Il risultato dell’ingenuo buonismo della sinistra e dell’aggressiva sempliicazione della destra salta agli occhi proprio a Rinkeby-Tensta: nonostante i complessi resi- denziali curati e i parchi giochi nuovi di zecca, le ragazze che indossano il velo sono sempre di più. Molte famiglie vietano ai igli di andare in centro, “dagli svedesi”. “Qui la gente interiorizza sempre di più la diversità”, spiega Abdirahman. I giovani musulmani sono contrari ai diritti dei gay e agli altri princìpi del liberalismo in quanto “idee occidentali, dei bianchi”.

Le opinioni di Abdirahman, che continua a vivere a Rinkeby, sono abbastanza condivise nel paese, ma nell’attuale pano- rama politico il suo lucido realismo risulta tanto esotico quanto il suo abito elegante in questo quartiere. Abdirahman però continua a sperare che la Svezia riesca a superare la segregazione. Serve un’apertura da entrambe le parti, la società e gli immigrati. “Se è un problema che abbiamo creato insieme, possiamo anche risolverlo insieme”, dice. Mentre parla un elicottero della polizia sorvola la zona: domani il quartiere sarà di nuovo sui giornali.

Fonte: Internazionale del 31 agosto 2018. Articolo di Karin Bojs, Dagens Nyheter, Svezia.

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