L’epidemia di polmonite da legionella in Lombardia è in ogni caso un evento di enorme rilievo e apparentemente inusuale, la più grande registrata in Italia. A dichiararlo è Giovanni Rezza, direttore del Dipartimento Malattie Infettive dell’Istituto superiore di sanità (Iss).  «Inusuale intanto perché è stato difficile fare la diagnosi – spiega l’esperto -perché un certo numero di malati non risultava positivo all’antigene urinario che in genere risulta positivo per la legionella. Questo non si sa se dipende dalla sensibilità dei test utilizzati o dalla presenza di sierogruppi di legionella che non danno riscontro positivo all’antigene. Tanto è vero che poi dagli esami molecolari delle secrezioni respiratorie broncoaspirate il riscontro sulla legionella c’è stato». Ma anche le modalità di diffusione dell’epidemia sono insolite. «Normalmente siamo abituati a focolai delimitati, come quello di Bresso, maturati in contesti urbani, in singoli quartieri – continua Rezza – magari nelle vicinanze di torri di raffreddamento. Invece qui l’area è semi-rurale, delimitata certo, ma è come se ci fosse stato un evento anomalo che ha determinato un numero alto di casi in un periodo di tempo breve e in un’area comunque  piuttosto ampia. Perché da un centro all’altro ci sono anche 30 chilometri e sono tutti lungo un fiume. Ed è difficile che le persone colpite, perlopiù anziane, abbiano frequentato gli stessi posti. Quindi si sarebbe portati a pensare a un evento importante, ambientale e anomalo. Ma andrà tutto verificato. Non basta la contaminazione dell’acqua, perché questa deve essere inalata e quindi essere sotto forma di aerosol. Quindi capire cosa è successo in un’area relativamente vasta non sarà facile. Non c’è trasmissione da persona a persona. La tendenza alla diminuzione dei casi è confortante ma sarà molto difficile individuare le cause. In ogni caso ben venga la decisione della Regione Lombardia – molto avanzata da un punto di vista sanitario, con più abitanti di molti paesi europei e con una vasta rete di infrastrutture industriali – di rendere cogenti le misure di prevenzione».

E proprio sulle misure di prevenzione spiega Maria Luisa Ricci, ricercatrice del Laboratorio di riferimentonazionale per la legionella del Dipartimento di Malattie Infettive dell’Istituto Superiore di Sanità, «Se le linee guida fossero sempre applicate rappresenterebbero un ottimo strumento di prevenzione. Ma non è così. E i focolai si ripresentano periodicamente. Già in passato abbiamo avuto in Italia eventi epidemici: a Parma nel 2016 ci sono stati 42 casi, legati alle torri di raffreddamento dell’ufficio postale, a ridosso dell’epicentro dell’epidemia. E dal 2005 al 2008 tantissimi casi a Cesano Maderno, in provincia di Monza, la cui origine è rimasta sconosciuta. Abbiamo sospettato che fossero più fonti e l’epidemia è cessata probabilmente con la crisi economica e la cessazione di alcune aziende. E poi abbiamo avuto un’altra importante epidemia a Roma nel 2003 con 15 casi e in questo caso la causa è stata la torre di raffreddamento di un grande edificio commerciale».

La prevenzione
Quali sono le principali misure di prevenzione? «Ad esempio nel corso dei lavori di manutenzione degli acquedotti – continua Ricci – è possibile che l’acqua si sporchi e la normale disinfezione non basta a tamponare la massiva contaminazione. Quindi la situazione va riportata alla normalità con dosi massicce di cloro. Per quanto riguarda gli impianti idrici degli edifici, i gestori devono prevalentemente tenere la temperatura dell’acqua al di sopra dei 50 gradi, evitare la stagnazione dell’acqua, per esempio nelle stanze degli alberghi che non sono abitate da tempo, flussare l’acqua e poi applicare le procedure di disinfezione, come previsto nelle linee guida».

 

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