Il successo elettorale dei Democratici svedesi è stato attribuito solo all’aumento della xenofobia. Ma dietro ci sono gli effetti della crisi e le riforme liberiste.

Possiamo non condividere in tutto le proposte di Åsa Linderborg, per la sua impronta di sinistra, ma l’analisi è impeccabile e presenta analogie con quanto avvenuto in Italia con le elezioni del 4 marzo scorso. Anologie che esprimono il profondo senso del fatto che ricondurre la “rivolta” del popolo contro l’establishment semplicisticamente alla questione delle fallimentari politiche migratorie dei governi di centrosinitra e/o alle richieste “assistenzialiste” provenienti dal mezzogiorno. Analisi approfondita che la sinistra, in particolare il Partito democratico, non ha ancora avuto il coraggio di fare alla luce del sole.

Alle elezioni del 9 settembre i Democratici svedesi hanno ottenuto un risultato inferiore al previsto, ma non hanno certo fallito. Quasi uno svedese su cinque ha votato per il partito di estrema destra, in un periodo in cui l’economia va a gonie vele. È il momento di individuare le responsabilità: com’è potuto succedere? Ci vuole una buona dose di autocritica se non vogliamo dire che dipende tutto dall’immigrazione, come fanno i Democratici svedesi. Ci sono molti altri fattori da valutare. In Svezia diciamo che la crisi finanziaria del 2008 non ha mai colpito veramente il paese, ma il suo impatto è stato pesante. Nell’industria sono scomparsi centomila posti di lavoro. La scuola, la sanità e la polizia hanno subìto tagli pesanti. Dieci anni dopo le conseguenze sono evidenti. Il tessuto sociale è lacerato.

Dopo la crisi, in una parte sempre più grande della popolazione si è difusa l’opinione che l’immigrazione è un problema. Diverse ricerche mostrano una tendenza simile in tutta Europa e negli Stati Uniti. È diicile creare consenso su una politica migratoria “generosa” se non si finanzia in modo altrettanto generoso lo stato sociale.

L’aumento vertiginoso delle disuguaglianze in Svezia non è avvenuto per caso, ma è il risultato di anni di decisioni politiche. Negli anni novanta le riforme neoliberiste del sistema pensionistico hanno portato centinaia di migliaia di persone alla disperazione economica. Mentre i lavoratori con redditi alti ottenevano generose detrazioni fiscali, i disoccupati hanno dovuto accettare qualunque oferta di lavoro per non perdere i sussidi. È stato proprio questo gruppo ad avvicinarsi di più ai Democratici svedesi. Le ricchezze dei miliardari svedesi sono quasi pari alla somma del patrimonio netto dello stato e di tutti i fondi pensione. Perché non ci chiediamo mai da dove vengono quei soldi?

In campagna elettorale i candidati non hanno dovuto rispondere a domande fondamentali su potere e ricchezza. È stato davvero giusto abolire le imposte patrimoniali? È giusto che le aziende private del settore assistenziale realizzino profitti così elevati? Quanta evasione fiscale può tollerare la Svezia? Se i mezzi d’informazione non parlano di queste cose, per i Democratici svedesi è un gioco da ragazzi additare i richiedenti asilo come “sanguisughe”.

La Svezia è un paese ricco, ma a che serve la ricchezza se non viene più ridistribuita? L’unico ad averlo capito è il Partito della sinistra, il vero vincitore di queste elezioni, che si è presentato agli elettori con una proposta precisa: colmare le fratture sociali.

Sono sempre di più le persone che mettono in discussione la sindrome di Maria Antonietta: un’apartheid sociale in cui chi ha un reddito alto non prova né empatia né si sente responsabile verso chi è meno fortunato. Se continuiamo a credere che in Svezia tutti abbiano più o meno gli stessi standard economici, resta una sola spiegazione al populismo di destra: una popolazione viziata non vuole spartire le sue ricchezze con i richiedenti asilo. Ma questo argomento può essere facilmente ribaltato: i viziati sono i difensori delle disuguaglianze, quelli che non vogliono pagare tasse più alte ma sbandierano idee progressiste secondo cui tutti gli esseri umani hanno lo stesso valore.

Enormi fratture attraversano le città e separano i quartieri ricchi di Stoccolma dal resto della Svezia. La lotta contro la chiusura del reparto maternità nel paese di Solleffteå è riuscita a ottenere l’attenzione dei mezzi d’informazione, ma di solito queste cose passano inosservate. Nelle periferie i servizi sociali continuano a peggiorare, ma la cronaca parla solo delle bande criminali. La capitale ha accentrato le risorse, mentre gli abitanti delle aree rurali sono etichettati come retrogradi ignoranti. Per spiegare l’attuale tendenza politica questo fattore è più importante della xenofobia. Il populismo di destra può crescere anche nei paesi dove non c’è immigrazione.

Per comprendere l’avanzata del populismo di destra bisogna fare qualche passo indietro, tornare alla caduta del muro di Berlino e al trionfo del neoliberismo. La proprietà pubblica è diminuita e si prendono meno decisioni condivise. In trent’anni i liberisti hanno soffocato la democrazia, consegnando il potere politico alle banche e alle grandi aziende. Non sorprende che la gente non creda più nella democrazia nel senso in cui la intendono i liberisti.

La gente non vuole meno democrazia, ne vuole di più. Secondo un recente studio otto svedesi su dieci pensano di non avere nessun controllo sulla politica. I cittadini sentono di essere liberi di scegliere, ma di non avere alternative, sanno che possono esercitare il diritto di voto, ma che non hanno voce in capitolo. Otto svedesi su dieci – la classe operaia e la classe media messe insieme – hanno ragione: abbiamo un’influenza marginale sulla politica. Ogni quattro anni andiamo a votare, ma durante la legislatura solo gli interessi di pochi saranno tutelati. L’Unione europea, gli accordi di libero scambio, gli esperti “indipendenti” e l’espansione della proprietà privata significano che non importa quale governo sia in carica: il liberismo è parte integrante del sistema. Per la democrazia questo è un problema più serio delle poche centinaia di nazisti che riempiono le cronache.

Non si può gridare che la democrazia è in pericolo e poi evitare il dibattito. I cambiamenti sociali provocano curiosità e inquietudine. Anche chi difende il diritto a portare il velo può chiedersi perché una bambina di otto anni debba vestirsi come la madre. Anche chi si oppone al divieto di accattonaggio può essere a disagio se ogni volta che esce da un negozio si trova di fronte una persona che chiede l’elemosina.

Il moralismo manicheo ha respinto domande complesse come fossero semplici pregiudizi, alimentando un clima angosciato, aggressivo e polarizzato. I mezzi d’informazione danno un’immagine unilaterale del mondo: un punto di vista ovviamente liberista, di classe media e centrato su Stoccolma. Si pensa che la gente sia insoddisfatta perché è “male informata”, ma il problema è che non viene neanche presa in considerazione.

 

Tempi duri

Non bisogna dare una pacca sulla spalla a chi ha votato i Democratici svedesi, come se non capissero cosa hanno fatto. Lo sanno bene. Hanno scelto consapevolmente una concezione del mondo di estrema destra. Questa situazione richiede umiltà. La Svezia è un paese fantastico, ma molti – anche chi non voterebbe mai i Democratici svedesi – hanno fondati motivi per essere insoddisfatti. C’è una sana rabbia che i Socialdemocratici avrebbero dovuto trasformare in energia, ma hanno preferito perdere le elezioni che portare avanti una classica politica socialdemocratica. Sono andati oltre le aspettative e sono ancora uno dei partiti socialdemocratici più forti in Europa, ma il loro risultato rispecchia la crisi del movimento in tutto il continente.

I Socialdemocratici sono corresponsabili per aver consentito che il liberismo demolisse quello che un tempo era il paese più ugualitario del mondo. Hanno portato avanti liberalizzazioni e privatizzazioni e non hanno afrontato i problemi emersi dopo la crisi. Non propongono soluzioni contro gli effetti della globalizzazione, il capitalismo predatorio, l’urbanizzazione estrema e le conseguenze della ripartizione dei grandi flussi migratori. Non hanno idea di cosa fare, e gli elettori se ne sono accorti.

Qualunque governo uscirà da queste elezioni, ci aspettano tempi duri. Né una coalizione di centrodestra sostenuta dai Democratici svedesi né una grande coalizione potrebbero risolvere i problemi sociali che hanno determinato questo risultato. Per fermare il populismo di destra non serve uno spostamento a destra, ma un’offensiva di sinistra. Una grande coalizione significherebbe il crollo totale dei Socialdemocratici alle prossime elezioni. All’opposizione Moderati, Democratici svedesi e Cristiani democratici formerebbero un blocco reazionario che metterebbe ai primi posti la lotta al multiculturalismo e un nazionalismo retrogrado. Il mondo imprenditoriale spinge già perché i Democratici svedesi vadano al governo nel 2022.

La sinistra ha dunque otto anni di tempo per rilettere e organizzarsi. Ovunque la generazione nata negli anni novanta, che ha conosciuto solo l’austerità, si sta mobilitando per rivendicare una società equa. Il compito della sinistra è creare un movimento critico, ampio, intelligente, vivace e abbastanza integro da afrontare le proprie debolezze. Giovani e anziani, operai e laureati, uomini e donne che si mobilitano per resistere all’egemonia neoliberista.

Fonte: Articolo di Åsa Linderborg (una scrittrice e storica svedese. Dirige la sezione cultura del quotidiano di sinistra Aftonbladet, Svezia) sul numero 1273 di Internazionele.

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