Il ministro a tratti sembra quasi un intruso al governo: “Se Bruxelles boccia il mio progetto di riforma, dà fiato ai sovranisti”.

Di sé dice di avere “la pelle dura, da buon sardo abituato agli ovili”. La verità è che sempre più Paolo Savona si afferma come il volto presentabile del sovranismo italiano che arriva finanche a contestare il sovranismo pur di presentarsi. E’ l’ambasciatore scelto per trattare con l’Europa alle condizioni del governo gialloverde. Dopo un tour a Strasburgo la scorsa settimana, il ministro degli Affari Europei viene a presentare il suo progetto di riforma dell’Ue (‘Una politeia per un’Europa diversa, più forte e più equa’) alla sede della stampa estera a Roma. “Se l’Ue risponde al mio progetto, allora recuperiamo i sovranisti”, dice. E qui già strabuzzi gli occhi. Ma lui continua: “Non accogliere il mio progetto vorrebbe dire dar fiato ai sovranisti”.

Ma come? I sovranisti non sono i suoi alleati di governo? Sì. Proprio questa mattina Matteo Salvini ha rilanciato la sua internazionale sovranista al fianco di Marine Le Pen in un incontro a Roma. Appunto. E allora per chi gioca Savona, l’uomo sul quale si stava impiccando l’alleanza gialloverde ai suoi albori, a maggio, di fronte al no secco di Sergio Mattarella che non lo voleva ministro dell’Economia?

“Non si può capire il def senza conoscere i contenuti del mio documento sull’Europa”, dice il ministro agli Affari Europei, mettendo in chiaro che la sua partita è la stessa del governo. Piuttosto: il suo attivismo intorno all’Europa rivela che anche i sovranisti italiani dei toni alti hanno bisogno di un volto diplomatico per tentare di portare i partner europei sulle loro posizioni. “E’ giusto quanto diceva Roth: bisogna parlare con l’altro, non contro”, dice Savona, lo stesso che governa con Di Maio e Salvini, che hanno costruito un credo intorno a toni duri e agli insulti. Possibile? Kafkiano, ma questo è. Più parti nella stessa commedia con l’Ue: riuscirà?

Lo stesso Savona non ne è sicuro. Basti ascoltare cosa dice a proposito della fine del Quantitative easing (a fine anno), a proposito della Bce e di Mario Draghi. “Non ho perso la fiducia: nessuno ha interesse a mandare un paese in crisi. Siccome Draghi sta lì per quasi tutto il 2019, penso che a un certo punto lui ci penserà per evitare una grande crisi in Europa”. Insomma, ‘Draghi aiutaci tu’, proprio lui: l’uomo nero per cinquestelle e Lega, il banchiere che la settimana scorsa è salito al Quirinale a esprimere le sue forti preoccupazioni sulla manovra economica italiana.

Ma Savona non è sicuro di vincere la sfida anche perché di alleati in Europa ancora non ne ha. “Dissensi per ora non ne ho avuti”, dice. “Quanto agli scetticismi li ho sempre superati”, aggiunge, citando il Machiavelli con cui – tra l’altro – apre il suo documento per l’Ue, 17 pagine di proposte sulla politica monetaria, quella fiscale, crescita e investimenti.

Ma certo le europee di maggio, ragiona il ministro, sono più un intralcio che un’opportunità: “Con le elezioni alle porte, non riesci a parlare serenamente con nessuno…”, ammette. Pazzesco, visto che i suoi partner di governo, sia Salvini che Di Maio, non fanno altro che invocare il voto dell’anno prossimo come ‘D-day’ per cambiare il volto dell’Europa.

Ecco, invece per Savona bisognerebbe farlo prima. Prima che vincano i sovranisti con la loro idea di rifondare un’Europa in cui ogni Stato si sceglie la sua economia e si controlla i suoi confini, come hanno esposto chiaramente stamattina Salvini e Le Pen. Prima che sia troppo tardi, insomma. Laddove il ‘tardi’ è evidentemente la conquista della maggioranza in Parlamento europeo da parte di Salvini e del suo fronte nazionalista. Si fa fatica a non pensare che Savona remi contro, ma evidentemente a lui tocca la parte più diplomatica per raggranellare di più.

E infatti spiega che di fronte alla manovra economica contestata a Bruxelles, “i mercati hanno reagito in maniera moderata: noi stesso pensavamo peggio. Il problema è lo scontro politico tra forze conservatrici e chi vuole il cambiamento. Noi la scelta l’abbiamo fatta: vogliamo una Ue cambiata. Credo e ho sempre creduto nel mercato, lo ritengo più sano dello scontro politico”.

Di nuovo si fa fatica a seguire il filo che lo lega comunque al governo. Savona dice semplicemente l’esatto contrario di quanto vanno predicando i due vicepremier. Ancora: “Cerco di restare sordo a tutto ciò che accade intorno a me in termini di chiacchiere ma nel governo nessuno vuole lasciare l’Ue”, aggiunge il ministro agli Affari Europei come se fosse un chiarimento. Non lo è. E per giunta annuncia che non farà campagna elettorale per le europee: “Per tutta la vita mi sono tenuto fuori dalla lotta politica e quindi non partecipo ad alcuna campagna elettorale, per età e per formazione personale. Per chi voto? Per chi farà proprio il mio programma di crescita e investimenti”.

Un po’ vago ma è questa la scommessa per vincere la sfida con Bruxelles sul deficit al 2,4 per cento del pil per il 2019. “Strillano per lo 0,4 perché in fondo fino al 2 per cento era eredità del governo precedente e io dovevo correggere gli errori degli altri?”, aggiunge. E per una volta sembra in linea. Non dura molto: “Padoan è stato un grande ministro”. Bene, addio.

Cosa ne sarà? Nel lungo incontro alla stampa estera, Savona rivela pure di aver messo sul piatto le sue dimissioni per fare abbassare lo spread. Ora al governo aspettano la fine del mese per il responso delle agenzie di rating. “Ma loro si basano sulle previsioni europee – dice Savona – E quando una previsione viene cambiata ogni tre mesi, non c’è più previsione e le agenzie di rating lo capiranno… Se ci bocciano dovranno spiegare perché…”. Già, perché?

Fonte: huffingtonpost.it (qui)

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