Come un fiume carsico, o come un rimorso forse un rimpianto, di quando in quando riemerge alla nostra attenzione Silvio Berlusconi. Spara un po’ di banalità improbabili alla presentazione del Monza calcio, suo neoacquisto assieme al fido Adriano Galliani nel frattempo fatto Senatore, come se fosse ancora alla guida del Milan degli Invincibili che stava stabilmente sul tetto del Campionato e delle Coppe internazionali. Traccia ambiziosi programmi politici come se ancora guidasse la Forza Italia del trenta per cento e più. Strepita (con juicio) contro i neoleghisti Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti come gli alleati fossero sempre i rassegnati cagnolini di una volta, scodinzolanti ad attendere quanto generosamente concesso dalla sua Regal Mensa purché stessero buoni e non abbaiassero troppo. Torna da miracolosi soggiorni in quel di Merano, o al San Raffaele di Milano, magari dagli Stati Uniti come se davvero avesse scoperto almeno per sé quanto indebitamente promesso (e più volte) per tutti, una vita da quarantenni sino ai centoventi anni, poi si vedrà. Il nostro Silvio Dorian Berlusconi è forse convinto davvero di essere eterno, ed eternamente detenere quanto ha avuto al culmine della sua parabola di imprenditore e politico. Anche se in questo caso più che pittori ad intervenire sono adulatori interessati, chirurghi plastici e medici vari, truccatori, cameramen e maestri del photoshop. In un immutabile e quasi eterno ritorno, nell’illusione che ad invecchiare siano solo gli altri.

Due ipotesi antitetiche però drammaticamente ci si prospettano. La prima. Silvio Berlusconi è pazzo, oppure si mostra in pubblico un pazzo che si crede Silvio Berlusconi. La seconda è ancor più dolorosa ma niente affatto irrealistica, tanto più considerando i competitors. Visti i trascorsi del soggetto, le tante volte che lo si è dato politicamente (e imprenditorialmente, e fisicamente) per morto e poi è trionfalmente tornato, magari i pazzi siamo noi, lui ha ragione e ce lo ritroviamo bello pimpante ed imperante per l’ennesima volta mentre ad avvizzire ‘pugnalato’ è il suo ritratto (o il suo chirurgo). Difficile, ma non escluso. Dio mio.

The Picture of Dorian Gray, Il Ritratto di Dorian Gray’ è il romanzo (l’unico) di Oscar Wilde, del 1890. Vi si narra di Dorian Gray, appunto, che dopo avere dichiarato di essere disposto a cedere la propria anima, al diavolo o a chi per esso, pur di non invecchiare, conduce una vita dissoluta e amorale. Il passare del tempo ed i segni delle azioni scorrette e immorali non mutano più lui, ma il suo magnifico ritratto dipinto da Basil Hallward, amico pittore. Poi avanti, sino al tragico e catartico finale. A tutti noto (o quasi, visto l’analfabetismo di ritorno e le semioceaniche frequentazioni dei salotti televisivi della domenica pomeriggio, e non solo), però molti probabilmente dimenticano l’aforisma, tipicamente wildeiano, buttato lì poco dopo l’inizio: «(…) is only one thing in the world worse than being talked about, and that is not being talked about», «(…) c’è solo una cosa al mondo peggiore del far parlare di sé, ed è il non far parlare di sé». Che, ad occhio, deve essere il vero horror vacui che colpisce oggi il protagonista meneghino di questo nostro umile riferimento all’opera del Maestro dublinese. Tanto più se andiamo anche alle parole di un altro protagonista, Lord Henry Wotton: «Now, wherever you go, you charm the world. Will it always be so?», «Ora, ovunque voi andiate, incantate il mondo. Sarà sempre così?».

Fonte: lintro.it (qui)

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