Fa parte delle modalità con cui la Commissione europea comunica i suoi rilievi sulle bozze di piani di bilancio che tutti gli Stati inviano inviano prima del passaggio nei rispettivi Parlamenti. La più indigesta, per l’Italia, fu quella recapitata il 5 agosto del 2011

Annunciata o meno, ricevere una lettera è sempre una piccola o grande emozione. In Europa devono esserne ben consapevoli, visto che da anni tra Bruxelles, Francoforte e capitali dei paesi euro è in atto uno scambio di missive vorticoso e di lettere è punteggiata la storia dell’unione monetaria. Le parole uscite dalla busta indirizzata al ministro Giovanni Tria, perentorie e insolitamente dure nei toni, hanno il sapore di uno schiaffo verbale anche se, ma da un punto di vista procedurale, l’uso di una lettera è la norma. Fa parte delle modalità con cui Bruxelles comunica i suoi rilievi sulle bozze di piani di bilancio che tutti gli Stati inviano alla Commissioneprima del passaggio nei rispettivi Parlamenti. È quindi anche un modo usato dalla Commissione per esercitare una sorta di “moral suasion” sulle varie assemblee legislative. Sempre via lettera, i Governi possono naturalmente replicare. Se non si raggiunge un’ intesa e lo Stato “inadempiente” insiste sulla sua linea, la Commissione può avviare l’iter sanzionatorio previsto dal patto si stabilità e crescita. Nulla di terribile. Nella peggiore delle ipotesi multe e richieste di depositi vincolanti per un valore pari a circa lo 0,5% del Pil oltre al blocco dei finanziamenti della Banca europea per i finanziamenti.

Nella determinazione con cui Bruxelles porta avanti questa opzione rimane comunque sempre una buona dose di discrezionalità politica come insegnano alcuni precedenti. Nel 2003 sia la Francia che la Germania sforarono i limiti di deficit per il terzo anno consecutivo. L’allora commissario all’Economia Pedro Solbes minacciò sanzioni e inviò raccomandate a Parigi e Berlino. Ma poi tutto si fermò quando l’Eurogruppo (consesso dei ministri economico finanziari dell’area euro) decise di graziare i due pesi massimi del Vecchio Continente con il voto favorevole anche dell’Italia. Un precedente disastroso per il messaggio che portava con se: le istituzioni centrali europee non avevano il coraggio politico di imporsi ai membri più importanti.

I carteggi tra Commissione e cancellerie sono insomma all’ordine del giorno. Per l’Italia, e qualche altro paese, in particolare. Limitandosi agli anni più recenti, rilievi sui piani di bilancio sono stati messi neri su bianco nella lettera inviata al ministro Pier Carlo Padoan nel 2017. Nel 2016 le buste di Bruxelles presero il volo per Roma, Parigi, Madrid, Helsinki oltre che per il Belgio, la Croazia e la Romania. Anche nel 2014 i commissari europeo presero carta e penna per scrivere a Roma, a Parigi e ad altre due capitali. Busta e francobollo sono il primo atto di procedure che possono portare a provvedimenti di varia natura e per motivi diversi. Un fitto carteggio con Budapest ha ad esempio preceduto l’inizio delle procedure sanzionatorie contro l’Ungheria per le sue politiche migratorie.

I toni particolarmente duri della lettera arrivata al ministero dell’Economia giovedì costituiscono un segnale preoccupante soprattutto in chiave politica. Se la Commissione usa certe formule “deviazione senza precedenti, mai nessuno così lontano dagli obiettivi è anche perché sa di avere le spalle coperte. L’Italia risulta sempre più isolata in Europa e in questi giorni le varie cancellerie, a cominciate da quelle che alcune parti del Governo ritengono più “amiche”, hanno fatto a gara a chiedere un trattamento severo nei confronti di Roma. Non è certo la prima volta che in Italia arrivano missive difficili da digerire. La più indigesta fu quella recapitata il 5 agosto del 2011, inizialmente segreta, in cui il presidente della Banca centrale europea Jean Claude Trichet e il successore designato Mario Draghiintimavano all’Italia di avviare politiche di rigore come condizione per ottenere il sostegno di Francoforte contro l’attacco dei mercati che infuriava. Le indicazioni abbastanza puntuali della lettera come riforme di pensioni e pubblica amministrazione e liberalizzazione del mercato del lavoro, furono (e)seguite solo in parte. I diktat di Francoforte contribuirono a scavare una distanza tra il presidente del Consiglio e il ministro dell’Economia di allora, Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti che fu una delle cause della fine anticipata dell’Escutivo da lì a pochi mesi. Negli stessi giorni una lettera quasi identica nei contenuti, ma a firma di Trichet e del governatore della banca centrale spagnola Miguel Ángel Fernández Ordóñez , fu inviata anche al governo di Mariano Rajoy che ne accolse abbastanza pedissequamente le indicazioni.

Di lettere spedite è ricca anche la recente crisi greca. Per anni molte delle richieste della “Troika” (Commissione Ue, Bce ed Fmi) sono arrivate per posta. Nel marzo 2015 il premier Alexis Tsipras scrisse alla cancelliera tedesca Angela Merkel per chiedere condizioni meno punitive per gli aiuti al paese, nel 2015 ai creditori del paese. Alla fine del luglio 2015, sempre via lettera, la sostanziale capitolazione di Atene con l’ok indirizzato a Mario Draghi, Jean Claude Juncker e Chistine Lagrde alle misure di austerity richieste al Paese.

Fonte: ilfattoquotidiano.it (qui) Articolo di A. Del Corno

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