WASHINGTON – Tra due settimane, martedì 6 novembre, gli Stati Uniti torneranno a votare, in occasione delle elezioni di metà mandato. In gioco, ci sono i 435 seggi della Camera (dove il mandato ha durata biennale) e 33 dei 100 seggi del Senato (dove invece si resta in carica sei anni; per questo, ogni due anni si rinnova solo un terzo dell’Aula). Oltre ai seggi a Washington, sono in gioco 6.665 cariche statali e migliaia di incarichi a livello locale. Ma sopratutto,  36 Stati voteranno per eleggere il proprio governatore.

La posta politica è enorme: dal voto in sostanza dipende la governabilità del Paese nei prossimi due anni. E dopo mesi in cui i democratici sembravano nettamente proiettati verso una maggioranza alla Camera, gli ultimi segnali dai sondaggi ora fanno ben sperare ai repubblicani di mantenere lo status quo, ovvero il controllo con la maggioranza assoluta sia della Camera che del Senato.

Per ottenere il controllo della Camera, i democratici dovrebbero guadagnare 23 seggi. Molti collegi sono considerati in bilico e, per questo, i democratici stanno cercando di convincere le minoranze (che votano soprattutto per loro) ad andare alle urne, ma l’impresa appare ogni giorno che passa più difficile.

Secondo il New York Times, ci sono per la Camera 75 collegi in bilico, dove vivono oltre 50 milioni di persone. Gli Stati da tenere d’occhio sono 30, dalla California a New York, dall’Iowa al Texas, da Washington alla Florida. Proprio il New York Times, oggi, scrive che l’ultimo sondaggio di una corsa in bilico in Illinois è un segnale che spiega come mai i repubblicani pensino ora di avere buone possibilità di mantenere il controllo della Camera.

Ed è presto detto: il deputato in carica, Mike Bost, ha nove punti di vantaggio sullo sfidante democratico, Brendan Kelly, ma due settimane fa, secondo i sondaggi di New York Times/Siena College, i due erano praticamente alla pari. Che cos’è cambiato? Il tasso di approvazione per Donald Trump: gli elettori di quel collegio, il dodicesimo dell’Illinois, erano divisi sul presidente all’inizio di settembre mentre ora il 50% approva l’operato di Trump e solo il 43% lo boccia.

E repubblicani non hanno paura di perdere anche nei due seggi ‘aperti’, ovvero senza un deputato uscente a ricandidarsi: il quinto collegio della Virginia, dove la lotta tra la democratica Leslie Cockburn, giornalista pluripremiata, e il repubblicano Denver Riggleman è impari, dato che si tratta di un collegio rurale dove il presidente Trump ha vinto di 11 punti contro Hillary Clinton, due anni fa.

Simile la situazione nel quindicesimo collegio della Florida, dove Trump vinse di 10 punti: la democratica Kristen Carlson non può battere il repubblicano Ross Spano. Se ne potrebbe in realtà aggiungere un terzo, il 39° della California, dove, dopo 26 anni, Ed Royce non si ricandiderà; al suo posto, i repubblicani hanno candidato Young Kim, di origini sudcoreane, che sarà sfidata dal democratico Gil Cisneros (repubblicano fino al 2008), veterano della Marina diventato famoso per aver vinto 266 milioni di dollari alla lotteria nel 2010 ed essere diventato un filantropo. A decidere l’esito, naturalmente, saranno i tanti elettori ancora indecisi, ma anche qui il vento a favore di Trump nei consensi per il suo operato aiuterà il candidato repubblicano.

Trump sarà senza dubbio decisivo, in un modo o nell’altro: potrebbe permettere al partito repubblicano di confermarsi maggioranza e negli ultimi giorni, il presidente ha messo l’immigrazione irregolare al centro del dibattito politico, nella speranza di indebolire i democratici, accusati di essere responsabili delle carovane di migranti che arrivano dai Paesi dell’America centrale.

Ieri, per cercare di difendere la ristretta maggioranza repubblicana in Senato (51-49), Trump ha fatto un comizio in Texas per Ted Cruz, il senatore una volta nemico e ora diventato meraviglioso, “Beautiful Ted”. La sua rielezione, infatti, non è scontata contro il deputato democratico Beto O’Rourke, xhe però è in svantaggio di 7 punti nei sondaggi.

Sulla carta, anche in Senato i democratici potrebbero prendere una legnata, hanno soprattutto da perdere dal voto di novembre: solo 9 dei 33 seggi in palio sono difesi dai repubblicani, mentre gli altri sono al momento occupati dai democratici (due, in realtà, sono occupati da indipendenti, che però in Aula votano con i democratici). Dieci seggi democratici da difendere, poi, sono in Stati dove il presidente Donald Trump ha vinto nel 2016. Dei 9 seggi in mano repubblicana, solo pochissimi sono quelli dove esiste una concreta possibilità di vittoria dei democratici.

Tra i candidati repubblicani, sono sempre di più quelli simili a Trump, sostenuti da Trump: alle primarie, solo in 3 occasioni su 34 ha vinto un politico che non aveva ricevuto l’endorsement del presidente che mai come ora ha un vastissimo consenso derivato dal grande boom economico in corso grazie alla sua politica di difesa dei prodotti americani: la disoccupazione è a zero e la crescita del Pil veleggia verso il 4% annuo, con una solidissima posizione delle grandi banche d’affari e un dollaro forte e stabile.

Insomma, il tanto vituperato Trump – dalla stampa italiana – invece ha molte probabilità di vincere le elezioni di metà mandato, ipotecando con questo anche la riconferma alla Casa Bianca tra due anni.

Un vero incubo, per le sinistre di ognidove…

Fonte: ilnazionalista.it

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