Economia, Esteri, Politica

Il resto del mondo politiche espansive in deficit. Dagli USA alla Cina, fino al Giappone. E l’Europa? Ancora austerity.

Gli Stati Uniti fanno politiche fiscali espansive (più deficit) con la disoccupazione già al 4%. La Cina, di fronte al rallentamento del PIL, ha annunciato un ulteriore taglio delle tasse la scorsa notte pari all’1 per cento del PIL (ah, appena dopo l’annuncio del governo cinese la borsa ha registrato un +4%).

Il Giappone se ne frega di avere limiti al disavanzo o al debito pubblico. Tant’è che il suo debito è sopra il 230% del PIL. Poi c’è l’Europa, che preferisce auto-distruggersi e mettere alla gogna un paese che dopo 20 anni di avanzi primari chiede di fare un disavanzo maggiore per lo 0.8% del PIL (dall’1,6 al 2,4%) di fronte a un rallentamento dell’economia, rimanendo peraltro sotto il 3%. E gli altri paesi appoggiano questa linea folle invece di seguire. Se posso dare un consiglio a Conte, Salvini e Di Maio, suggerirei di chiedere più deficit per tutti i paesi euro. Un punto percentuale per tutti.

Fonte: Post di Davide Della Bona Facebook

DISCLAIMER: Non sto sottostimando, sminuendo o ignorando i problemi che derivano dall’avere uno spread e rendimenti sui titoli di stato più elevati dentro il sistema monetario chiamato Euro area. Dove, ricordo:  1) La BCE non garantisce in maniera esplicita il debito pubblico degli Stati aderenti. 2) Un downgrade deciso da agenzie di rating private dei titoli di stato di un paese aderente implica un haircut maggiore applicato ai suddetti titoli nelle operazioni di rifinanziamento della BCE. 3) La garanzia eventuale da parte della BCE è condizionale al rispetto delle regole del Patto di Stabilità, che prescrivono il raggiungimento di un saldo strutturale in pareggio (saldo strutturale = saldo nominale corretto per la componente ciclica, che a sua volta è determinata dall’output gap calcolato dalla Commissione europea secondo un modello basato su tutta una serie di assunti teorici dove si va a stimare il Pil potenziale dei vari paesi aderenti – vedi qui: http://ec.europa.eu/…/publications/e…/2010/pdf/ecp420_en.pdf. A titolo informativo aggiungo che ogni banca d’investimento e ogni istituzione economica che produce una stima del Pil potenziale fornisce un dato diverso l’uno dall’altro, che può variare anche anche di vari punti percentuali di Pil; quindi nel caso dell’Italia anche di 20/30 miliardi di deficit nominale in più consentito oppure no, stando sempre alle regole del Patto di Stabilità. Fra le predette istituzioni e banche d’investimento, la stima della Commissione risulta essere in genere quella meno favorevole a consentire un deficit nominale più ampio)

Politica

Giorgetti: “Il centro destra del passato non esiste più”. Il cambiamento è populista.

Lega sempre più coesa intorno al suo Capitano, Forza Italia sempre più divisa, tra latitanza del ‘grande capo’, rendite di posizione e rese dei conti interne. Il centrodestra a trazione Lega è ormai una realtà, e quanto prima si diceva a mezza voce per non urtare l’alleato di coalizione adesso viene esplicitato senza mezzi termini. “Quello che è riuscito a fare Salvini è stato sdoganare la destra, ha di fatto dato una leadership a questo mondo, parla diretto alla gente e la gente lo segue e vorrebbe votarlo anche di più. Attorno a Salvini bisogna disegnare la proposta per il futuro” ha detto Giancarlo Giorgetti a Milano al convegno organizzato da Fratelli d’Italia.

E Giorgetti è ancora più chiaro: “Quando c’era Berlusconi era lui che era capace di parlare al mondo tra virgolette di destra, intercettare i consensi; è quello che è successo oggi con Salvini, dobbiamo prendere atto che sul campo ora c’è solo lui”.

Nessun tono irruente o propagandistico per infiammare le folle, ma quello tanto pacato quanto assertivo del sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Perchè così è: “nemmeno noi avevamo idea di diventare così grandi, Matteo è bravo e io mi inchino alla sua bravura”.

Parole pronunciate a un evento non casuale, una tavola rotonda organizzata da Fratelli d’Italia a Milano, dicevamo, sul destino del centrodestra con Ignazio La Russa e alla presenza niente affatto casuale di Giovanni Toti.

“Non si può pensare di rappresentare l’alleanza di centrodestra tale e quale nel futuro prossimo – è il ragionamento del numero due della Lega -, stiamo vivendo una frattura storica, le nuove categorie di destra e sinistra non saranno più quelle classiche del passato, il soggetto in grado di interpretare questo cambiamento sarà populista e sovranista”.

Presenti tutti d’accordo sul fatto che il vecchio assetto di centrodestra vada riformato, ma se per Fratelli d’Italia il sovransmo è un invito a nozze, tra gli azzurri la posizione, anche per la collocazione nel Ppe, scatena i distinguo. “Forza Italia ha bisogno di ridefinire un’identità chiara che però non può essere quella di Salvini, non può essere il fuori dall’Europa o il fuori dall’euro, non può essere il sovranismo e nemmeno il populismo del reddito di cittadinanza di Di Maio. In mezzo c’è un grande spazio che dobbiamo occupare”, rimarca la capogruppo alla Camera Mariastella Gelmini. Ma in tutto ciò, rimbomba l’assordante silenzio di Silvio Berlusconi, che tace.

Il destinatario del messaggio della Gelmini è chi da tempo caldeggia il partito unico con la Lega e formule simili, vedi il governatore ligure, che è “ovunque tranne dov’è Forza Italia”. Toti nega di voler “chiudere” Fi o passare alla Lega, ma non risparmia la stoccata contro i dirigenti che “forse non si sono accorti che nel 2008 il partito aveva il 38% dei voti, oggi i sondaggi lo danno all’8”. Il problema non è Berlusconi, assicura Toti, ma chi si è “adagiato” dietro a lui, allora bisogna mettere “in discussione tutti, dai massimi vertici all’ultimo militante, e, potendolo fare, contandosi”. Parole considerate un “atto di sabotaggio” anche dalla deputata azzurra Renata Polverini.

Mentre Forza Italia si spacca, è Matteo Salvini che indossa i panni inusuali del moderato: “Viva l’alleanza di centrodestra e lunga vita”, sorride dal palco di Borgo Valsugana, in Trentino, a chi dalla platea gli fa il nome di Berlusconi. Ma è un sorriso seguito da un significativo sospiro.

E con una sincronicità per nulla studiata, negli stessi momenti Giorgetti ha detto: “Quello che e’ riuscito a fare Salvini e’ stato sdoganare la destra: oggi la gente non si dice piu’ di centrodestra ma di destra. Salvini ha di fatto dato una leadership a questo tipo di mondo. La gente lo segue, lo apprezza lo ha votato e vorrebbe votarlo di più, dunque intorno a lui bisogna costruire la proposta per il futuro. Quando c’era Berlusconi era lui a sapere interpretare il mondo di ‘destra’ a intercettare il consenso ed e’ quello che oggi sta avvenendo con Salvini. Credo che dovremo prendere atto che sul campo c’e’ solo lui. Nemmeno noi avevamo idea – ha ridetto Giorgetti in conclusione del suo intervento – di diventare cosi’ grandi, la realta’ e’ che Matteo e’ bravo e io mi inchino alla sua bravura”.

Fonte: ilnazionalista.it (qui)

Autonomia, Politica

Fontana: “Siamo a un passo dall’autonomia”. Il Ministro Stefani riceve il Piano lombardo.

“Ecco il piano lombardo per l’autonomia. Roma faccia in fretta”. Lo ha dichiarato in un’intervista al Corriere della Sera in edicola oggi, il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana. “Siamo alla conclusione – spiega -. Oggi Stefano Bruno Galli, che tanto si e’ prodigato per questo documento, consegnera’ al ministro delle Autonomie, Erika Stefani, il testo di quello che potrebbe essere l’accordo. E’ il risultato dei tavoli di confronto di questa estate. Adesso puo’ essere portato in Consiglio dei ministri, sottoscritto dalle parti e consegnato al Parlamento per la trasformazione in legge”.

“Di solito e’ Zaia a dire che e’ il piu’ ottimista di tutti – sottolinea -. In questo caso lo dico io. Lo sono perche’ tutti i partiti in Consiglio regionale si sono detti favorevoli all’autonomia, lo stesso i governatori. I Cinque Stelle hanno approvato i documenti passati in Regione. Se ci fossero delle sorprese sarebbero inspiegabili, ingiustificabili e inaccettabili. Vorrebbe dire aver preso in giro la gente. Credo che nessuno fara’ un passo indietro”.

“Se vogliamo rispettare la Costituzione – aggiunge Fontana – il discorso e’ chiaro. Il bello di questa parte della nostra Carta e’ che, nell’ambito di un ‘recinto’, ciascuna regione puo’ chiedere la quantita’ e la qualita’ di autonomia che ritiene”.

“Parlare di scelte comuni – prosegue Fontana – vuol dire tradire la Costituzione. Noi abbiamo chiesto autonomia su 15 materie, il Veneto su 23, l’Emilia Romagna su 15. Altrimenti sarebbe il solito discorso al ribasso che non ci possiamo piu’ permettere. Bisogna avere il coraggio di buttare il cuore oltre l’ostacolo”.

“Il documento puo’ essere portato in Consiglio dei ministri gia’ questa settimana e subito dopo sottoscrivere l’accordo – dichiara il Governatore -. A quel punto la palla passa al Parlamento. Puo’ essere messo all’ordine del giorno dopo la legge di Stabilita’ ed essere votato nelle prime sedute del 2019”.

“Una volta a regime le competenze – aggiunge -, il risparmio che riusciremo a realizzare, migliorando l’efficienza dei servizi, si aggira tra i 3 e i 4 miliardi di euro. Ma al di la’ del risultato economico e’ fondamentale la possibilita’ di impostare autonomamente le scelte. Prenda il caso della sanita’, una nostra eccellenza, con sempre maggior richiesta di servizi soprattutto da chi viene fuori dalla Lombardia. In base a una vecchia finanziaria non possiamo assumere medici e infermieri di cui abbiamo grande bisogno. Anzi, dobbiamo tornare al numero di lavoratori del 2004 decurtati dell’1,4%. Vi sembra normale?”.

“All’assemblea di Assolombarda l’unica nota comune, dal presidente Boccia a me, e’ stata quella di chiedere maggiore autonomia. Il mondo economico sa che se non efficientiamo la regione rischiamo di rimanere indietro. Stesso discorso per le infrastrutture. L’autonomia e’ nell’interesse di tutto il Paese”, conclude il Governatore Fontana.

Fonte: ilnazionalista.it (qui)

Economia

Scandalo Subprime. Moody’s, maxi-multa negli Usa, avevano gonfiato i rating sui mutui subprime.

Agenzie di rating. Continuano a giudicare, ma la loro indipendenza è funzionale alle grandi banche d’affari. Anche oggi. Nulla è cambianto rispetto al passato.

Patteggiamento da 864 milioni di dollari con il Dipartimento della Giustizia. È il secondo dopo quello da 1,37 miliardi a carico di S&P. Moody’s ha ammesso di aver violato per incassare più commissioni i propri standard di rating sui titoli tossici legati ai mutui che portarono alla grande crisi del 2008-2009.

L’agenzia internazionale Moody’s ha patteggiato il pagamento di circa 864 milioni di dollari alle autorità federali e statali Usa per porre fine all’inchiesta nata dall’accusa di aver gonfiato il rating di mutui ipotecari «tossici» negli anni che hanno portato alla crisi finanziaria del 2008-2009. L’accordo è stato raggiunto col Dipartimento di giustizia, al quale andranno 437,5 milioni di dollari, e con le autorità giudiziarie di 21 stati Usa più il District of Columbia dove si trova la capitale Washington, ai quali andranno i restanti 426,3 milioni di dollari.

Moody’s, insieme alle altre due grandi agenzie di rating internazionali Standard & Poor’s e Fitch, è dagli anni della crisi sotto i riflettori e al centro delle critiche con l’accusa di aver favorito il terremoto finanziario partito dai mutui subprime avendo assegnato una bassa eventualità di default a titoli invece molto rischiosi: il motivo erano le grandi commissioni che le riconoscevano le banche d’affari, che quei titoli tossici emettevano. Moody’s ha riconosciuto di non aver seguito i suoi standard di giudizio, anche se il patteggiamento non implica ammissioni di responsabilità o di violazioni della legge. Nell’ambito del patteggiamento Moody’s ha anche preso l’impegno ad adottare misure che assicurino l’integrità dei rating futuri, compresa quella di non far partecipare gli analisti ai colloqui commerciali con i clienti, il cui rispetto dovrà essere certificato dal ceo del gruppo per almeno 5 anni.Nel 2015 era stata S&P a dover pagare una maxi-sanzione da 1,375 miliardi di dollari per chiudere l’inchiesta penale federale, che aveva avanzato una richiesta di sanzione per 5 miliardi di dollari. Nel caso di Moody’s non si è mai arrivati all’inchiesta federale. A muovere per primo la causa contro Moody’s era stato lo stato del Connecticut nel 2010 accusando Moody’s di avere alterato i rating, gonfiando volontariamente il giudizio sull’affidabilità dei titoli tossici collegati ai mutui. Moody’s l’avrebbe fatto perché il desiderio di incassare commissioni da parte delle banche di investimento che emettevano quei titoli, a costo di sacrificare l’indipendenza e la obiettività di giudizio.

Fonte: corriere.it (qui) Articolo di F. Massaro del 14 gennaio 2017.

Politica

La Leopolda è il partito di Renzi che mangerà il Pd?

 

Accantoniamo il risultato della Leopolda. La notevole partecipazione di pubblico e le ricche proposte uscite dai vari tavoli. Ci interessa, invece, capire l’uso che ne verrà fatto di questo appuntamento fiorentino, all’interno del Pd.

Le proposte di Renzi (e Padoan) di dimezzare lo spread e tagliare le tasse saranno l’ossatura del programma del prossimo Pd? Martina si è affrettato a dire che a Firenze sono uscite indicazioni complementari con il programma del partito. La coppia inedita, Renzi&Padoan, sul palco, ha sempre usato il noi, inteso loro due, nessun accenno al partito democratico.

L’ex sindaco di Firenze ha pubblicizzato la Leopolda sulla sua enews specificando a tono che nulla aveva da spartire con il congresso del Pd, con le primarie, con le lotte di corrente, a marcare le distanze nette, quasi voler dire che all’occorrenza dalla Leopolda poteva nascere altro. La Boschi, seconda gamba della Leopolda, ha affermato al termine della seconda giornata di lavori, che “non è una espressione del Pd in quanto tale”. Pigiare sul tasto dei comitati civici è un primo passo? Per dire che ci vuole altro rispetto al Pd (un partito di Renzi è dato dall’8 al 15%)?

È vero che la Leopolda è sempre stato un laboratorio a sé. Ma con un solo deus ex machina: Matteo Renzi. La Leopolda è stata sempre funzionale ai propositi e agli obiettivi di Renzi (e del suo gruppo) e viceversa. Che di volta in volta ricopriva incarichi politici e istituzionali. Prima la scalata al Pd. Poi a Palazzo Chigi (di fatto il programma della Leopolda era stato assunto, fatto proprio dal partito democratico).

Quindi da segretario del Pd per la seconda volta, dopo le primarie. Fino a oggi. Dove non si capisce, in fondo, quello che vuole fare Renzi. In un bagnomaria senza fine, in attesa di qualcosa che somiglia tanto al ritorno in sella. D’altronde la strategia renziana è rimasta quella dalle ultime elezioni in poi: gli italiani hanno votato quelli sbagliati, i gialloverdi al governo faranno un flop gigantesco, il Paese sarà in pericolo default e saremo richiamati per salvare l’Italia.

E questa strategia personale, la sola, rivendicando le cose fatte nei mille giorni, coincideva, coincide, naturalmente con la rinascita del Pd (o di qualcos’altro) a opera dello stesso Renzi. D’altronde l’opposto postulato che lega Salvini e Di Maio al governo si poggia su questo enunciato: ma voi (Renzi e il Pd) che avete avuto responsabilità di governo e di gestione della cosa pubblica, cosa facevate se avete tutte le soluzioni oggi? Salvini e Di Maio quando ce l’hanno con qualcuno ce l’hanno con Renzi e il Pd di Renzi non con i dirigenti attuali Martina&C.

Non è un caso che il controllo dei gruppi parlamentari sia nelle disponibilità di Renzi. Lo stesso svolgimento, però con diversi terremoti e assestamenti in corso d’opera, succede all’interno del partito che l’ex premier non ha mai guardato con smisurato affetto e attenzione, ritenendolo ormai una scatola vuota nemmeno utile per le feste dell’Unità.

Dopo la Leopolda il king maker Matteo Renzi deve però scegliere, dire, parlare, esporre la sua vera road map e sottolineiamo vera, non quella liturgica e ipocrita, a uso e consumo di giornali e tv. Lo deve fare perché la misura è colma anche nei suoi confronti, proprio per il continuo tergiversare e orchestrare dietro le quinte.

Renzi ha sbagliato molto (l’abbiamo scritto in diversi post). In particolare a dimettersi di continuo. Troppe volte, senza un senso, o appellandosi a una prassi anglosassone balorda: perdo le elezioni mi dimetto. Perché Renzi si è dimesso se continua fare l’arbitro del Pd? Sarebbe stato meglio restare al proprio posto, anche da sconfitto. Nel frattempo nel Pd dopo il 4 marzo è stata avviata una veloce corsa a derenzizzare il Partito.

O almeno tentare questa strada. Con risultati, poi, quelli di oggi, incerti, sconnessi e senza prospettiva. Pure i candidati, potenziali, detti e non detti, alle primarie, cozzano di fronte all’eredità, culturale e programmatica renziana, della quale non possono farne a meno. Il Pd non può farne a meno. Non ci sono alternative valide che conquistano e che possano andare molto in là senza Renzi protagonista.

Il nodo irrisolto sta qui. Renzi non troverà mai un candidato a sua immagine e somiglianza che possa conquistare la maggioranza del partito. E infatti il panorama odierno è fatto di molti candidati possibili che comunque non raggiungerebbero mai il 50% più uno per essere eletti. Una situazione ideale per essere richiamato a gran voce alla guida del partito?

Le proposte politiche iniziando da Zingaretti sono destrutturate, abbozzate, ondivaghe (l’1% del Pil alle famiglie), parlare e poi non parlare con i 5 Stelle (tema che sta ridiventando d’attualità nel caso di una crisi del governo gialloverde), slogan retro, aprirsi, includere, citazioni di Martin Luther King e Pasolini di corredo. Su Renzi prima dice che è poco credibile e poi si ritrae.

Martina ha fatto quello che ha potuto, ondivago pure lui su diversi temi, caldeggiando posizioni addirittura della sinistra che fu, pensando a Corbyn. I candidati renziani o pseudo tali? Minniti e Richetti. Il primo pare avere più chance ma anche lui come il secondo servono per sparigliare le carte. Dividere più possibile la torta. Senza un vero capo del partito possibile. Minniti rimane un uomo delle istituzioni capace agli Interni e dintorni. Richetti (che contemporaneamente al comizio di chiusura di Renzi, teneva una iniziativa a Milano) è una bella faccia, ma comunque una copia bravo ragazzo di Renzi.

Ecco perché la palla è sempre nelle mani dell’ex premier. Che appunto deve decidere il da farsi. E lo dovrebbe pronunciare nella prossima conferenza del Pd di fine ottobre. Il forum programmatico. Chiarendosi un po’ le idee, prima di tutto. Per esempio, pensando a una remuntada scrivendo appelli con Juncker non è proprio il massimo per gli elettori che potenzialmente potrebbero votare Pd. Lo stesso, grandi ammucchiate con il cinico Macron. Cautela. Non confondere i piani delle relazioni politiche con le strategie elettorali.

Il Pd su tutto deve decidere da che parte stare (Ricolfi su Il Messaggero ha scritto che la sinistra rimane un quadro senza cornice). A partire dall’immigrazione che sarà uno dei punti, insieme all’economia, che determinerà le prossime elezioni europee (a proposito perché più nessuno a sinistra propone lo ius soli?). La legge e il rispetto della legge dovrebbe essere il faro di ogni posizione, dal sindaco di Riace all’evasione fiscale. Dire che “avremo bisogno di più Europa” è uno slogan che fa ridere se non elenchi pochi punti per cambiare davvero.

E Renzi dove sta? Che fa? Non dimentichiamo che il Pd ha un grande problema strutturale e di classe dirigente sul territorio. La spinta renziana non è mai partita malgrado il Pd è la fotocopia del renzismo. Nelle sezioni, in tante sezioni, siamo ad un salto indietro. Lo vedremo nelle prossime elezioni amministrative con grandi ammucchiate a sinistra comprendenti leu, sindacato, anpi, arci, cioè quel mondo che Renzi aveva messo dalla parte durante il referendum costituzionale del 4 dicembre 2016.

Ci saranno candidati sindaci, non rilevatosi dei fenomeni nella gestione amministrativa, ma che comunque catalizzano su di loro la supplenza del Pd, partito e segretari di sezione, a livello locale. Diversi, tanti ostacoli sui quali si è messo fino ad ora della pezze, per nulla convincenti.

Matteo Renzi inaugurando la Leopolda di quest’anno ha detto: con me c’è un popolo che non s’arrende. Vorremmo sapere se lui e il suo popolo coincide con quello del Pd.

Fonte: huffingtonpost.it (qui)

 

“Siamo al punto di non ritorno, ognuno per la sua strada”. Si sarebbe espresso in questi termini, con alcuni collaboratori, Matteo Renzi. Al “punto di non ritorno” è il Pd, nell’indiscrezione riportata su Il Giornale da Augusto Minzolini. Che svela come l’ex premier ed ex segretario stia già lavorando a un nuovo soggetto politico, la cui gestazione sarebbe già in fase avanzata, con tanto di modelli e scadenze.

La svolta sarebbe la Leopolda del prossimo autunno, mentre la nascita della nuova creatura è prevista per l’inizio del 2019, pronta per competere alle elezioni europee che si terranno, appunto, il prossimo anno. Ci saranno dunque, in Parlamento, due partiti e due gruppi distinti, e un accordo sarebbe in via di definizione consensuale anche riguardo alle Fondazioni, ovvero le risorse. I modelli? En Marche di Macron e lo spagnolo Ciudadanos, ovvero un modello di partito più aperto alla società civile e all’associazionismo rispetto a quanto è fin qui stato il Pd.

Fonte: liberoquotidiano.it (qui) Articolo del 23 marzo 2018.

Giustizia, Immigrazione, Politica

Diciotti, smontata la tesi dei pm: “Salvini non ha commesso reati”

Il pm di Palermo indagò Salvini per sequestro aggravato. Il tribunale dei ministri: “Il ministro ha tutelato l’interesse nazionale”.

Il caso della nave Diciotti e quello che ha portato (in termini giudiziari) al ministro dell’Interno Matteo Salvini è fatto saputo e risaputo.

L’inchiesta era partita con il pm di Agrigento, Luigi Patronaggio. Il leader della Lega era stato indagato per sequestro aggravato di persona, sequestro di persona, abuso d’ufficio e arresto illegale per non aver fatto scendere subito i migranti a bordo della nave Diciotti. Poi gli ultimi tre reati erano decaduti e restava solo il sequestro aggravato di persona. Gli atti erano così stati mandati a Palermo e poi sarebbe dovuto arrivare il giudizio definitivo del tribunale dei ministri. Ma all’improvviso è arrivato un colpo di scena: il pm Patronaggio e la procura di Agrigento non sono competenti per giudicareil caso perché la Diciotti è stata fermata quando l’imbarcazione era ancora in acque di competenza catanese. Così la palla (giudiziaria) è passata da Palermo a Catania.

Ma ora arriva il vero colpo di scena. Da chi? Dal tribunale dei ministri di Palermo. I giudici scagionano Matteo Salvini. “Nei primi giorni di intervento della nave Diciotti al largo di Lampedusa, per il salvataggio dei 190 migranti che si trovavano a bordo di un barcone proveniente dalla Libia, non sono emersi reati. Fu anzi difeso meritoriamente dalla Guardia costiera l’interesse nazionale”, questo è il risultato dell’analisi che il tribunale dei ministri di Palermo ha consegnato nei giorni scorsi alla Procura dello stesso capoluogo siciliano perché trasmettesse gli atti alla corrispondente Procura di Catania. Nessun reato, quindi. Solo difesa dell’Italia.

Un vero e proprio cambia di rotta per quella inchiesta che tanto aveva e stava facendo discutere e indignare. Nell’analisi, quindi, il collegio palermitano, presieduto da Fabio Pilato, Filippo Serio e Giuseppe Sidoti, divide in due il periodo in cui la Diciotti aveva a bordo i migranti. Vediamoli per capire come hanno scagionato il ministro dell’Interno. Il primo, dal 15 al 20 agosto, dove secondo le toghe c’è stato “solo una attività di pressione diplomatica nei confronti di Malta, perché adempisse i doveri previsti dalle convenzioni internazionali che regolano il salvataggio e l’accoglienza dei flussi migratori. Poi la nave fece uno scalo nei pressi di Lampedusa, dove, con alcune motovedette, furono sbarcati 13 migranti ammalati. Gli altri 177, sempre in quella prima fase, non furono oggetto di alcun reato, men che meno il sequestro di persona, perché nei primi giorni si stava cercando una soluzione diplomatica per l’accoglienza, che poi non fu trovata”. Quindi nessun sequestro di persona, ma solo una soluzione diplomatica.

Arriva poi il secondo periodo, quello fra il 20 al 25 agosto. I magistrati palermitani rimettono qualsiasi riferimento a possibili reati che non individuano, passando la possibilità di valutazione ai colleghi catanesi. In ogni caso sottolineano che “la Guardia Costiera, cercando una soluzione per lo sbarco a Malta, fece l’interesse del Paese al rispetto delle convenzioni da parte dei partner europei”.

Matteo Salvini, quindi, ha fatto soltanto il suo lavoro di ministro: ha tutelato l’Italia e i suoi cittadini.

Il commento di Matteo Salvini

“Quando la nave Diciotti è arrivata nei pressi di Lampedusa, lo scorso agosto, non sono stati commessi reati ma anzi sono stati meritoriamente difesi i confini. Non lo dico io, che per questa vicenda sono incredibilmente accusato di sequestro di persona, ma il tribunale dei ministri di Palermo: la partita giudiziaria non è ancora chiusa, però è un primo passo significativo – afferma il ministro -. In ogni caso, giudici o non giudici, non arretro di un millimetro!”.

Fonte: ilgiornale.it (qui) Articolo di S. Pizzi.

Elezioni, Politica

Elezioni Trentino, i risultati in diretta: la Lega doppia il Pd, il candidato Fugatti sopra la soglia del 40%

Il voto nelle due Province autonome fa cadere in mano al Carroccio anche l’ultima roccaforte del Centrosinistra nel Nord-Est. Al Pd rimane solo il Piemonte: Salvini riesce a completare il progetto di egemonia e contemporaneamente a vincere la prima prova elettorale da quando è al governo.

L’onda verde invade anche l’ultimo pezzo di Nord-Est. Dopo il tradizionale dominio del Veneto e il trionfo più recente in Friuli Venezia Giulia, la Lega ora conquista – con grandi numeri – anche il Trentino Alto Adige. A Trento, dove lo scrutinio è ancora in corso, si avvicina a quota 30 per cento, spingendo il suo candidato (il sottosegretario alla Sanità Maurizio Fugatti) verso la presidenza della Provincia. A Bolzano i risultati definitivi fotografano il calo dell’Svp e soprattutto la rottura dell’alleanza col Pd (crollato al 3,8): l’asse ora si sposterà verso un patto col Carroccio.

Caduta la Regione delle due Province autonome, ultima roccaforte del Centrosinistra, l’unica chiazza rossa nell’Italia settentrionale resta il Piemonte amministrato da Sergio Chiamparino, dove però si andrà alle urne il prossimo anno. La Lega, praticamente assente cinque anni fa, ora piazza quattro consiglieri a Bolzano e va verso la conquista della maggioranza assoluta con la coalizione di centrodestra a Trento. Significa avere il controllo del consiglio regionale, formato dalla somma dei due provinciali, e strappare al Partito democratico la relazione privilegiata con la Südtiroler Volkspartei – che il 4 marzo mandò Maria Elena Boschi in Parlamento – e con le due ricche Province autonome.

Lo stesso Matteo Salvini aveva puntato forte sul progetto di conquista del Nord-Est, con una lunga campagna elettoralefatta di vari tour in Trentino come in Alto Adige, dove ha partecipato anche a feste popolari in lingua tedesca. Il risultato delle urne restituisce, in una Regione dalle molte specificità, la conferma della Lega come  primo partito al Nord. Il Carroccio trionfa inoltre in quella che è di fatto la prima vera prova elettorale da quando è al governo, mentre il M5s deve ancora masticare amaro in un’area dove non riesce a fare breccia nell’elettorato. Il grande sconfitto però rimane il Partito democratico che, assente con i suoi big a Bolzano e diviso in Trentino, non ha neanche provato a resistere nella sua unica roccaforte tra le Alpi.

Elezioni Trentino in corso – Lo spoglio, ancora in corso, delle schede nei seggi della provincia di Trento, già certifica il boom di Salvini. Quando siamo a metà delle sezioni scrutinate, la coalizione di centrodestra guidata dal leghista Fugatti consolida il superamento della soglia del 40% (è sopra il 45 per cento) necessaria per avere il premio di maggioranza e governare in Trentino. Merito soprattutto dei voti al Carroccio, che rimane intorno al 25% e doppia i voti del Pd (13%). Come prevedibile, il centrosinistra autonomista diviso si spartisce l’elettorato: il governatore uscente Ugo Rossi viene confermato solo dal 12% dei trentini, il renziano Giorgio Tonini è invece consolidato intorno al 25%, soprattutto grazie all’exploit della lista Futura 2018 – che riunisce Verdi e la sinistra della società civile – e arriva quasi al 7 cento. Il M5s non sfonda neanche a Trento: il candidato Filippo Degasperi è dato adesso al 7 per cento.

Fonte: ilfattoquotidiano.it (qui)

Elezioni, Politica

Elezioni Alto Adige, rottamata l’alleanza Svp-Pd: la Lega sfonda ed è prima a Bolzano. Boom dell’ex M5s tra i tedeschi

La Südtiroler Volkspartei dovrà allearsi o con Paul Köllensperger o (più probabile) con il Carroccio, rinnegando la storica intesa con i democratici. Salvini spazza via gli altri partiti nazionali: Pd perde metà dei consensi, Forza Italia annichilita e i Cinquestelle fermi al 2,3 per cento.

L’onda lunga nazionale raggiunge anche l’estremo lembo settentrionale dell’Italia: la prima parte del progetto di egemonia nel Nord-Est da parte della Lega è compiuto. Le elezioni provinciali a Bolzano (in attesa dello scrutinio in Trentino) costituiscono una vera rivoluzione, che registra un calo della Südtiroler Volkspartei, il successo senza precedenti del Team Köllensperger (fuoriuscito di M5S), un balzo formidabile della Lega che cannibalizza gli altri partiti nazionali: il Pd perde metà dei consensi, M5s rimane fermo al 2,4% e Forza Italia viene annichilita. Se i Cinquestelle non crescono, sono in calo netto sia le destre tedesche che i Verdi. Il risultato clamoroso è che Svp per formare un governo provinciale dovrà allearsi o con Paul Köllensperger o (più probabile) con la Lega, rinnegando gli antichi accordi con il Pd.

È l’attribuzione dei seggi a mostrare infatti il vero volto del terremoto. Su un totale di 35, Svp ne prende 15, ben lontana dalla maggioranza assoluta per governare da sola. Dove troverà i voti mancanti per rieleggere il governatore Arno Kompatscher (a Bolzano non c’è l’elezione diretta) e formare una giunta? Matteo Salvini è pronto a farsi avanti, con una dote di 4 suoi rappresentanti in consiglio provinciale (primo degli eletti Massimo Bessone). Sono esattamente i seggi che servono alla Svp che dovrà affrontare un impegnativo dibattito interno per decidere chi far salire sul proprio carro. La rivelazione Köllensperger occuperà infatti 6 seggi, i Verdi ne avranno 3, mentre 2 ciascuno saranno i rappresentanti di Freiheitlichen e Sud-Tiroler Freiheit. Un seggio solo per L’Alto Adige nel cuore-Fratelli d’Italia uniti, Partito Democratico (finirà a Sandro Repetto, ex Forza Italia e poi renziano) e Cinquestelle (Diego Nicolini).

I risultati definitivi – La Svp, che da sempre è il partito maggioritario, si è assestata al 41,9 % e 119 mila voti, mentre era al 45,7% cinque anni fa (12mila voti in più). Il vero boom è del movimento di Köllensperger, che dopo aver lasciato i Cinquestelle ha intercettato una buona fetta dell’elettorato, soprattutto tedesco: addirittura il 15,2%. Il beneficio del vento del Nord premia la Lega che aveva scelto di correre da sola, senza alleanze con il centrodestra (assieme, nel 2013, arrivarono al 2,5 %), candidandosi ad entrare nel governo provinciale. E’ stata premiata con l’11,1 %, che la pone al terzo posto e che così cannibalizza i voti del centrodestra, visto che Forza Italia è al terzultimo posto con l’1 %, battuta perfino dai Fratelli d’Italia che segnano l’1,7 %. A Bolzano città la Lega è il primo partito con il 27,8 % dei consensi. E nella notte il vicepremier Salvini ha commentato: “I voti veri, i cittadini veri, gli Italiani, non ascoltano professoroni, giornaloni, criticoni e burocrati europei, ma chiedono alla Lega di andare avanti con ancora più forza”.

Per il Pd una autentica dèbacle, visto che dal 6,7 % di cinque anni fa è sceso al 3,8 % e a Bolzano città precipita dal 22,2 % al 12,2 %. E siccome l’elezione del secondo consigliere provinciale non è avvenuta con i resti, la presenza di un solo eletto impedisce di pensare ad alleanze di governo. La destra tedesca è crollata. I Freiheitlichen hanno ottenuto il 6,2 %, praticamente un terzo rispetto al 17,9% fatto registrare cinque anni fa, quando ottennero sei seggi. In discesa anche i Sud-Tiroler Freiheit, passati dal 7,2% al 6,0%. I voti tedeschi persi riflettono il calo di affluenza delle valli, ma anche un travaso verso il Team Köllensperger e la Lega di Salvini. Flessione negativa per i Verdi che perdono quasi il 2 %, passando dall’8,7% del 2013 al 6,8 % odierno. Il Movimento 5 Stelle è stabile al 2,4 % (aveva il 2,5 %), risultato modesto vista l’esperienza in corso di governo nazionale, ma spiegato dal boom di Köllensperger.

Il governatore uscente Kompatscher ha 68mila preferenze, ma quasi 11 mila in meno del 2013. In evidenza, al secondo posto, l’Obmann Svp, Philipp Achammer, che con 33 mila voti, ne ottiene quasi 20mila in più rispetto a cinque anni fa. A Bolzano, dove le urne si sono chiuse domenica alle 21, l’affluenza è stata in calo di 4 punti e si è assestata sul 73,9 %, contro il 77,7 per cento di cinque anni fa. Ma siccome a disertare è stata soprattutto la gente delle vallate, se ne deduce che il gruppo italiano ha votato di più, mentre la disaffezione è soprattutto di tedeschi e ladini.

Fonte: ilfattoquotidiano.it (qui)

Montichiari

Addio a Rino, uscì indenne dalla battaglia di Nikolajewka

Oggi oltre mille alpini della Sezione Ana di Brescia sfileranno a Mariano Comense per l’Adunata del Secondo raggruppamento. Ma saranno un po’ più soli: ieri, infatti, a 96 anni, è «andato avanti» Rino Dal Dosso, uno dei pochi Reduci della Campagna di Russia ancora presenti nel Bresciano.

A vent’anni Rino partì per la Russia inquadrato nelle file del Battaglione Alpini Verona, uno dei reparti più falcidiati nel corso di quelle sfortunate e tragiche operazioni. Dal Dosso era molto conosciuto anche perché, accompagnato dagli Alpini del Gruppo di Montichiari, da cui era letteralmente coccolato, si recava spesso nelle scuole per raccontare ai ragazzi la sua esperienza di guerra.

Lunedì la famiglia delle penne nere, assieme alla «sua» città, gli renderà l’ultimo saluto durante i funerali, alle 10.30, nel Duomo di Montichiari.

Fonte: giornaledibrescia.it (qui)

Politica

Leopolda 9, club Bilderberg in piccolo. E il Pd sceglie ancora la turbofinanza.

Lampi del pensiero di Diego Fusaro

Il PD è il partito che in Italia la classe dominante finanziaria usa per realizzare senza scrupoli i propri desiderata.

Riparte la Leopolda, club Bilderberg in piccolo. Ospiti d’eccellenza, come sempre, non i lavoratori, quelli difesi da Gramsci, quelli accanto ai quali stava Berlinguer. No. Alla Leopolda i protagonisti sono, una volta di più, i globocrati senza cuore, gli apolidi della  finanza, i turbosorosiani arrembanti, i cinici cartolizzatori del futuro dei popoli, gli ammiragli della finanza sans frontières e i delocalizzatori competitivisti. Il PD è il partito che in Italia la classe dominante liquido-finanziaria usa per realizzare senza scrupoli i propri desiderata. È, in sostanza, il partito dell’élite finanziaria.

Fonte: affaritaliani.it (qui).

Fisco, Politica

La pace fiscale in 5 punti

 

 

Cambia la pace fiscale. Dopo l’intesa raggiunta ieri durante il Cdm – con l’eliminazione della non punibilità penale e lo scudo per i capitali all’estero dal decreto fiscale – il condono viene riscritto. Confermata la rottamazione-ter, la cancellazione dei debiti sotto i mille euro, la dichiarazione integrativa per i redditi non dichiarati, la chiusura delle vertenze fiscali e il ‘saldo e stralcio’ che non è presente ancora nel dl ma arriverà con un emendamento in Parlamento.

ROTTAMAZIONE TER– Con la rottamazione-ter sarà possibile ridefinire il proprio debito con il fisco accumulato tra il 2000 e il 2017 dilazionando i pagamenti in cinque anni e 20 rate trimestrali, senza pagare interessi e sanzioni. Il modulo per aderire sarà pubblicato sul sito dell’Agenzia delle Entrare.

SALDO E STRALCIO – Nel decreto fiscale ancora non c’è. Ma il saldo e stralcio delle cartelle arriverà in sede di conversione di decreto per chi si trova “in oggettive e certificate difficoltà economiche”. In sostanza, sarà consentito un ‘ravvedimento operoso’ per i piccoli contribuenti in difficoltà economica. A seconda della situazione in cui si trovano, i contribuenti potranno pagare da un minimo del 6% a un massimo del 25% del dovuto con un’aliquota intermedia del 10%.

DICHIARAZIONE INTEGRATIVA – Si tratta di una sorta di piccolo condono dei debiti aperti con il fisco concesso fino a un massimo di 100 mila euro. Il provvedimento licenziato dal governo stabilisce un’aliquota al 20% per sanare la parte non dichiarata e riservata a coloro che hanno presentato la dichiarazione dei redditi. Con la dichiarazione integrativa sarà possibile far emergere fino a un massimo del 30% in più rispetto alle somme già denunciate e comunque con un tetto di 100mila euro annuali.

MINI DEBITI CANCELLATI – Resta invariata la rottamazione delle minicartelle che prevede il saldo e lo stralcio per le cartelle di importo inferiore a mille euro ricevute dal 2000 al 2010, come bolli auto e multe. La misura interesserà dieci milioni di contribuenti e coinvolgerà il 25% del magazzino dell’Agenzia delle Entrate-Riscossione.

LITI FISCALI – Resta invariata anche la chiusura delle vertenze fiscali. In caso di un contenzioso legale con il fisco i contribuenti potranno sanare la loro posizione pagando il 50% del non dichiarato in caso di vittoria in primo grado e il 20% in 5 anni al secondo grado, senza sanzioni e interessi.

Fonte: Adnkronos.com (qui), Facebook

 

Economia, Legge di Bilancio, Politica

Manovra, “piace al 59% degli italiani. Pace fiscale ok per elettori M5s. Misura più gradita? Taglio alle pensioni d’oro”

Il sondaggio a firma Nando Pagnoncelli realizzato da Ipsos per il Corriere della Sera: quasi sei intervistati su dieci esprimono giudizio positivo sulla legge di Bilancio. Tra le misure principali, solo reddito di cittadinanza e pace fiscale convincono meno della metà delle persone e ottengono consenso solo nella maggioranza.

La legge di Bilancio 2019 presentata dal governo gialloverde piace alla maggioranza degli italiani. Il 59%, secondo il sondaggio a firma Nando Pagnoncelli realizzato da Ipsos per il Corriere della Sera. Al di là della risposta dell’Unione europea, delle tensioni tra maggioranza e opposizioni e della reazione dei mercati, le opinioni degli italiani sulla manovra sono sostanzialmente positive. Tra le misure bandiera del testo presentate dal governo Conte, le uniche che convincono meno della metà degli intervistati sono il reddito di cittadinanza e la pace fiscale, protagonista degli attriti interni alla maggioranza fino al Consiglio dei ministri conciliatore di sabato pomeriggio. Il 73% degli elettori M5s però gioisce per l’introduzione del reddito minimo garantito e il 64% accetta anche le norme sul fisco. Il provvedimento più apprezzato invece è il taglio alle pensioni d’oro: piace al 68% degli intervistati, più della riforma della Fornero (58%).

Il giudizio sulla manovra – Rispetto al sondaggio di tre settimane fa, evidenzia Pagnoncelli sul Corriere, aumenta dal 41% al 45% la quota di chi ritiene che la manovra non metterà a repentaglio la tenuta dei conti pubblici. In generale a ritenere la legge di Bilancio almeno sufficiente sono appunto quasi sei intervistati su dieci. L’insieme delle misure ottiene un plebiscito(81%) sia tra gli elettori pentastellati che tra quelli della Lega. Pure il 56% di chi vota Forza Italia e Fratelli d’Italia apprezza la manovra che invece viene bocciata dal 75% degli elettori del Partito democratico. D’altro canto, significa che un elettore su quattro del centrosinistra ha espresso invece un giudizio positivo.

Reddito di cittadinanza – Prevalgono invece le valutazioni negative per quel che riguarda il provvedimento fortemente voluto dai Cinquestelle. Oltre agli stessi grillini, solo gli elettori del Carroccio per la maggioranza (53%) promuovono il reddito di cittadinanza, “odiato” soprattutto dai democratici che per l’85%esprimono un voto negativo. In generale, la misura riceve il sì del 42% degli intervistati: principalmente sono disoccupati, lavoratori esecutivi, residenti nelle regioni centromeridionali ma anche i dipendenti del settore pubblico e casalinghe. Mentre, si legge sul Corriere, viene osteggiata da dirigenti e impiegati del settore privato, dai lavoratori autonomi, dalle persone più istruite e dai residenti delle regioni settentrionali.

Pace fiscale – L’altra misura più divisiva è la pace fiscale che, seppur promossa da pentastellati e leghisti (entrambi gli elettorati per il 64% esprimono un giudizio positivo), in generale piace solo al 49% degli italiani. Anche in questo caso pesa il parere negativo di otto elettori del centrosinistra su dieci. Ma è anche chi vota “altre liste” per il 69% boccia la pace fiscale. La misura ottiene consenso, stando al rilevamento di Ipsos, tra gli astensionisti (42%), come pure tra i ceti meno istruiti, le casalinghe, gli operai, i residenti nel Nord-est e al Sud.

Flat tax e pensioni – L’estensione della tassazione forfettariaal 15% a tutte le partite Iva con ricavi fino a 65mila euro ottiene il 55% di voti favorevoli. Più della flat tax però, sono graditi i provvedimenti sulle pensioni. La revisione della legge Fornero e il passaggio al sistema della “quota 100” riceve il giudizio positivo del 58% degli intervistati. Ancora più apprezzato il taglio alle “pensioni d’oro” – sopra i 4.500 euro netti mensili – che piace al 68% degli italiani.

Fonte: ilfattoquotidiano.it (qui)

Europa, Legge di Bilancio

Manovra, non solo Italia: le lettere negative della Ue sulle leggi di bilancio. I casi di Parigi, Madrid, Atene e Helsinki

Fa parte delle modalità con cui la Commissione europea comunica i suoi rilievi sulle bozze di piani di bilancio che tutti gli Stati inviano inviano prima del passaggio nei rispettivi Parlamenti. La più indigesta, per l’Italia, fu quella recapitata il 5 agosto del 2011

Annunciata o meno, ricevere una lettera è sempre una piccola o grande emozione. In Europa devono esserne ben consapevoli, visto che da anni tra Bruxelles, Francoforte e capitali dei paesi euro è in atto uno scambio di missive vorticoso e di lettere è punteggiata la storia dell’unione monetaria. Le parole uscite dalla busta indirizzata al ministro Giovanni Tria, perentorie e insolitamente dure nei toni, hanno il sapore di uno schiaffo verbale anche se, ma da un punto di vista procedurale, l’uso di una lettera è la norma. Fa parte delle modalità con cui Bruxelles comunica i suoi rilievi sulle bozze di piani di bilancio che tutti gli Stati inviano alla Commissioneprima del passaggio nei rispettivi Parlamenti. È quindi anche un modo usato dalla Commissione per esercitare una sorta di “moral suasion” sulle varie assemblee legislative. Sempre via lettera, i Governi possono naturalmente replicare. Se non si raggiunge un’ intesa e lo Stato “inadempiente” insiste sulla sua linea, la Commissione può avviare l’iter sanzionatorio previsto dal patto si stabilità e crescita. Nulla di terribile. Nella peggiore delle ipotesi multe e richieste di depositi vincolanti per un valore pari a circa lo 0,5% del Pil oltre al blocco dei finanziamenti della Banca europea per i finanziamenti.

Nella determinazione con cui Bruxelles porta avanti questa opzione rimane comunque sempre una buona dose di discrezionalità politica come insegnano alcuni precedenti. Nel 2003 sia la Francia che la Germania sforarono i limiti di deficit per il terzo anno consecutivo. L’allora commissario all’Economia Pedro Solbes minacciò sanzioni e inviò raccomandate a Parigi e Berlino. Ma poi tutto si fermò quando l’Eurogruppo (consesso dei ministri economico finanziari dell’area euro) decise di graziare i due pesi massimi del Vecchio Continente con il voto favorevole anche dell’Italia. Un precedente disastroso per il messaggio che portava con se: le istituzioni centrali europee non avevano il coraggio politico di imporsi ai membri più importanti.

I carteggi tra Commissione e cancellerie sono insomma all’ordine del giorno. Per l’Italia, e qualche altro paese, in particolare. Limitandosi agli anni più recenti, rilievi sui piani di bilancio sono stati messi neri su bianco nella lettera inviata al ministro Pier Carlo Padoan nel 2017. Nel 2016 le buste di Bruxelles presero il volo per Roma, Parigi, Madrid, Helsinki oltre che per il Belgio, la Croazia e la Romania. Anche nel 2014 i commissari europeo presero carta e penna per scrivere a Roma, a Parigi e ad altre due capitali. Busta e francobollo sono il primo atto di procedure che possono portare a provvedimenti di varia natura e per motivi diversi. Un fitto carteggio con Budapest ha ad esempio preceduto l’inizio delle procedure sanzionatorie contro l’Ungheria per le sue politiche migratorie.

I toni particolarmente duri della lettera arrivata al ministero dell’Economia giovedì costituiscono un segnale preoccupante soprattutto in chiave politica. Se la Commissione usa certe formule “deviazione senza precedenti, mai nessuno così lontano dagli obiettivi è anche perché sa di avere le spalle coperte. L’Italia risulta sempre più isolata in Europa e in questi giorni le varie cancellerie, a cominciate da quelle che alcune parti del Governo ritengono più “amiche”, hanno fatto a gara a chiedere un trattamento severo nei confronti di Roma. Non è certo la prima volta che in Italia arrivano missive difficili da digerire. La più indigesta fu quella recapitata il 5 agosto del 2011, inizialmente segreta, in cui il presidente della Banca centrale europea Jean Claude Trichet e il successore designato Mario Draghiintimavano all’Italia di avviare politiche di rigore come condizione per ottenere il sostegno di Francoforte contro l’attacco dei mercati che infuriava. Le indicazioni abbastanza puntuali della lettera come riforme di pensioni e pubblica amministrazione e liberalizzazione del mercato del lavoro, furono (e)seguite solo in parte. I diktat di Francoforte contribuirono a scavare una distanza tra il presidente del Consiglio e il ministro dell’Economia di allora, Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti che fu una delle cause della fine anticipata dell’Escutivo da lì a pochi mesi. Negli stessi giorni una lettera quasi identica nei contenuti, ma a firma di Trichet e del governatore della banca centrale spagnola Miguel Ángel Fernández Ordóñez , fu inviata anche al governo di Mariano Rajoy che ne accolse abbastanza pedissequamente le indicazioni.

Di lettere spedite è ricca anche la recente crisi greca. Per anni molte delle richieste della “Troika” (Commissione Ue, Bce ed Fmi) sono arrivate per posta. Nel marzo 2015 il premier Alexis Tsipras scrisse alla cancelliera tedesca Angela Merkel per chiedere condizioni meno punitive per gli aiuti al paese, nel 2015 ai creditori del paese. Alla fine del luglio 2015, sempre via lettera, la sostanziale capitolazione di Atene con l’ok indirizzato a Mario Draghi, Jean Claude Juncker e Chistine Lagrde alle misure di austerity richieste al Paese.

Fonte: ilfattoquotidiano.it (qui) Articolo di A. Del Corno

Debito pubblico, Economia, Politica

Della Luna: finanziare a deficit 20 anni di futuro, o è la fine

Dove porta la legge finanziaria sovranista? Per i prossimi 25 anni la produttività (efficienza produttiva) italiana è prevista in costante declino; il che implica il passaggio dell’Italia al Terzo Mondo (molto prima di 25 anni), perché l’Italia continuerà a perdere competitività, quindi a dover ridurre i salari e le prestazioni sociali per compensare tale perdita, non potendo lasciar svalutare la sua moneta dato che l’euro blocca l’aggiustamento fisiologico dei cambi. Continueranno il calo della domanda interna, la crescita delle insolvenze, il calo e/o lo scadimento dell’occupazione, la fuga di aziende, capitali e cervelli, il take-over da parte dei capitali stranieri. Per uscire da questa linea di declino, l’Italia dovrebbe fare investimenti infrastrutturali di lungo termine, cioè almeno ventennali, e idonei a far risalire la produttività: ricerca, tecnologie, ammodernamento, formazione del personale, infrastrutture, sistemazione idrogeologica. Ma per fare tali investimenti si dovrebbe vincere la resistenza e i vincoli europei, che sono stati formulati proprio per mantenere l’Italia (e gli altri paesi poco efficienti) in uno stato di crisi e involuzione controllate permanenti, onde poterne rastrellare fino al fondo le risorse finanziarie, aziendali, professionali per trasferirle in Germania e Francia (questo è il piano della cosiddetta integrazione europea).

E bisognerebbe vincerli non solo per il prossimo anno né per un anno alla volta né per tre alla volta, bensì per un programma di almeno vent’anni, concordato e accettato con Bruxelles. Con un programma ventennale di investimenti, gli imprenditori Genovaprivati, potendo contare su lunghi e grossi appalti pubblici, investiranno i loro soldi in attrezzature e assunzioni, facendo partire un grande circolo virtuoso ed espansivo anche di domanda interna. Il permesso per finanziare un tale piano è alquanto difficile da conseguire, perché gli interessi e il piano europeisti sono nel senso che l’Italia debba continuare il suo declino e la cessione di aziende, capitali, professionisti ai paesi egemoni; e i garanti interni di questo piano europeista – Quirinale, magistrati interventisti (anche nella Corte Costituzionale), apparati ministeriali, mass media – sono già stati mobilitati, e dovranno organizzare qualcosa per fermare l’attuale governo tra qui e le elezioni europee, cioè prima che i partiti sovranisti possano vincere. Per fermare un governo sostenuto dal 62% degli italiani, e con moltissimi osservatori già contro-mobilitati per denunciare ogni tentativo di nuovo golpe ordito sia dall’interno che dall’estero. Una bella partita.

Ma quand’anche si riesca a varare un programma ventennale di investimenti, vuoi attraverso una vittoria sovranista alle imminenti elezioni europee, vuoi attraverso una modificazione negoziata dei trattati, vuoi attraverso l’uscita dall’euro e il recupero della sovranità monetaria che consenta una spesa pubblica mediante un’emissione di debito protetto dalla garanzia di acquisto da parte della banca centrale italiana, resterà da vedere se il sistema-paese Italia sia o non sia capace di fare tali investimenti in modo efficace, ossia tale da aumentare adeguatamente la produttività, anziché ancora una volta all’italiana, peggiorando le cose. L’esperienza ormai settantennale con investimenti di analogo scopo nel Mezzogiorno è in senso  negativo, così come l’esperienza della ricostruzione dopo i recenti terremoti, nonostante tutte le promesse e garanzie di strettaL'esultanza dei gialloverdi per il Def con il deficit al 24%sorveglianza: gli investimenti sono stati inefficaci perché mal progettati, eseguiti disorganicamente, diretti principalmente da scopi clientelari e con metodi criminali.

Anche coloro che promettevano che “l’Europa” e l’euro, con le loro regole, avrebbero risanato il sistema-paese Italia, liberandolo dai suoi vizi storici e rendendolo efficiente attraverso vincoli e pressioni dall’esterno, sono stati smentiti: dapprima, l’introduzione dell’euro, con la possibilità per il settore pubblico di finanziarsi a tassi bassi, ha aumentato la spesa clientelare e parassitaria, quindi l’indebitamento pubblico; con la crisi del 2007-2008, essendo venuti meno gli spazi e i fondi per progetti di crescita e prospettandosi invece un lungo, indefinito declino, politici e amministratori si sono ancor più dedicati alla lotta per spartirsi le decrescenti risorse e alla collaborazione con le operazioni di rastrellamento suddette, senza interesse per l’efficacia della spesa stessa. E’ da questa condizione che deve cercare di ripartire l’attuale governo. Se il sistema-paese Italia ancora una volta risulterà incapace di investire produttivamente le risorse di cui dispone, sarà giustificato il piano Funk, ossia il suddetto piano “europeista” di trasferimento forzato delle Marco Della Lunamedesime risorse da essa ai paesi che le sanno mettere a frutto, come unico piano atto a costruire un’Europa unitaria e ben funzionante, sia pur col sacrificio dei popoli inferiori  in quanto ad efficienza.

Questo ovviamente vale su scala macro, mentre su scala individuale, con soluzione al problema-Italia, si confermerebbe l’indicazione dell’emigrazione di chiunque abbia capacità e risorse valorizzabili all’estero. Qualora si arrivi alla rottura con la Bce, raccomando al governo di considerare quanto segue per il nuovo assetto monetario da dare al paese. Dato che la sua inefficienza è dovuta a ragioni storiche inveterate e consolidate di clientelismo, nepotismo, parassitismo, inseriti nei meccanismi di consenso politico, e che tali cause sono eliminabili solo nelle fantasie degli imbonitori, dei velleitari e degli utopisti, l’Italia avrebbe bisogno, per vivere al meglio secondo le sue reali possibilità e con i suoi difetti: di uscire dall’euro ritornando alla sovranità monetaria; di ritornare al libero aggiustamento dei cambi (ossia alla svalutazione competitiva); di dotarsi di una banca centrale com’era prima del 1981, che assicuri l’acquisto del debito pubblico e bassi tassi di interesse, così che lo Stato possa immettere soldi (con gli investimenti a deficit) nell’economia reale anziché toglierli (con gli avanzi primari): infatti l’Italia, come ogni motore vecchio, per funzionare e non grippare ha bisogno di abbondante olio perché ne brucia molto.

Fonte: libreidee.org (qui) (Articolo di Marco Della Luna, “Deficit di bilancio e deficit di efficienza”, dal blog di Della Luna del 30 settembre 2018).

Inquinamento, Salute

Avviso ai cittadini: Lo smog accorcia la vita, “annebbia” la mente e rende più stupidi.

Un team di ricerca sino-americano ha dimostrato che l’inquinamento atmosferico ha un impatto negativo e diretto sulle nostre facoltà cognitive, riducendole proporzionalmente in base all’età e ai livelli di esposizione. Gli studiosi hanno condotto un’indagine con 20mila partecipanti sottoposti a test matematici e linguistici.

Lo smog riduce le nostre capacità cognitive e ci rende meno intelligenti. L’effetto dell’inquinamento atmosferico è particolarmente marcato sugli uomini meno istruiti, inoltre cresce proporzionalmente con l’età: più invecchiamo e più diventiamo stupidi a causa dell’aria contaminata che respiriamo. A determinarlo un team di ricerca internazionale composto da studiosi cinesi e americani della Scuola di Statistica dell’Università Pechino e della Scuola di Salute Pubblica dell’Università di Yale. Gli scienziati, coordinati dal professor Xi Chen, docente presso il Dipartimento di Gestione e Politiche della Salute dell’ateneo statunitense, sono giunti a questa conclusione dopo aver analizzato i dati di oltre 20mila cittadini cinesi. Si è trattato del più ampio e approfondito studio di questo genere.

Ma come hanno dimostrato il legame tra smog e impatto sul livello cognitivo? Chen e colleghi hanno innanzitutto calcolato i livelli di inquinamento respirati da tutti i partecipanti sulla base degli indirizzi di residenza. Tra le sostanze prese in esame vi erano il particolato sottile inferiore al PM10 (quello con particelle di 10 micrometri), l’anidride solforosa (biossido di zolfo) e il biossido di azoto; altre come l’ozono e il pericolosissimo monossido di carbonio non sono state invece integrate nei calcoli statistici. Dopo aver determinato effettivamente i livelli di smog respirati da ciascun partecipante, di entrambi i sessi e tutti con un’età uguale o superiore ai 10 anni, hanno sottoposto loro dei test matematici e linguistici (rispettivamente con 24 e 34 domande) per misurarne le capacità cognitive. Dall’analisi dei dati è emerso chiaramente che maggiori erano i livelli di smog e peggiori erano i punteggi nei test cognitivi, con i risultati più scarsi ottenuti dagli uomini più anziani e meno istruiti. Secondo gli scienziati ciò è dovuto al fatto che questa categoria di uomini spesso è impegnata in lavori manuali all’aperto, dunque è più soggetta all’influenza dell’inquinamento atmosferico.

Poiché si è trattato di uno studio di osservazione, Chen e colleghi non hanno trovato un rapporto di causa-effetto tra l’inquinamento e impatto negativo sull’intelligenza, tuttavia i risultati collimano con quelli ottenuti da altre indagini simili. Un team di ricerca dell’Università di Barcellona, ad esempio, aveva dimostrato che lo smog può ‘rallentare’ il cervello dei bambini, riducendo la loro capacità di attenzione e la memoria, mentre un altro studio spagnolo ha evidenziato che i bambini che vanno a scuola a piedi e sono più esposti al particolato sottile PM2.5 manifestano una riduzione nella memoria di lavoro.

L’inquinamento atmosferico, dunque, oltre a essere pericolosissimo per la salute fisica – uccide più di 6 milioni di persone ogni anno, 500mila solo in Europa – deteriora anche quella mentale, anche se non sono ben chiari i meccanismi. La teoria più accredita risiede comunque nel trasporto di tossine nel cervello attraverso il particolato sottile. I dettagli dello studio sino-americano sono stati pubblicati sull’autorevole rivista scientifica PNAS.

Fonte: scienze.fanpage.it (qui)

Inoltre, respirare aria inquinata accorcia la vita di più di un anno, scrive Environmental Science & Technology Letters. Un nuovo studio ha stimato l’impatto delle polveri sottili Pm 2,5 sulle aspettative di vita in 185 paesi, usando i dati del rapporto Global burden of disease. È stata calcolata una riduzione media dell’aspettativa di vita di 1,2 anni a livello globale. I paesi più penalizzati sono Bangladesh, Egitto e Niger, con due anni di vita persi, mentre i migliori sono Svezia, Australia e Nuova Zelanda, con uno o due mesi persi. Inalare polveri sottili aumenta il rischio di tumori, ictus, malattie cardiache e respiratorie.

Fonte: Internazionale 31 agosto 2018.

Ci siamo mai chiesti perché la lotta all’inquinamento è poco convinta? Gli effetti interessano alle élite che mantengono il potere sulle masse “annebbiate”, alle corporation farmaceutiche per tutto l’indotto delle malattie causate dall’inquinamento, alle grandi case automobilistiche che vogliono sfruttare fino in fondo le tecnologie basate sui carburanti tradizionali.

Ricordiamoci queste élite sono contro i popoli.

Economia, Europa, Politica

Bilancio italiano: il braccio di ferro in atto con l’Unione Europea di Jacques Sapir | Scenarieconomici.it

La presentazione del DEF italiano sta sollevando un problema di compatibilità con le istituzioni europee (sull’ampiezza del deficit) così come una polemica vivace in Italia. È ormai chiaro che si va’ verso una grande crisi tra l’Unione Europea e l’italia.

Il Ministro dell’Interno italiano e Vice-primo ministro Matteo Salvini aveva dichiarato alla fine del mese di settembre che avrebbe sostenuto una proposta di “limitazione del deficit” intorno al 2%. Questa dichiarazione era importante, perché pronunciata da un dirigente che aveva fatto propaganda su una rottura sincera con le regole dell’Unione Europea. In più, i sondaggi realizzati in Italia mostravano (e continuano a mostrare) che Salvini gode di un’incontestabile popolarità (tra il 60% e 75% di opinioni favorevoli) e che il suo partito, la Lega, sembra avere il vento in poppa. Ha ottenuto il 17% dei suffragi alle ultime elezioni, ma attualmente è accreditato a più del 32% nei sondaggi.

Questa dichiarazione aveva suscitato naturalmente numerosi commenti. Infatti, certuni si sono rallegrati e altri si sono preoccupati che Matteo Salvini abbia fatto ciò che appare come dichiarazioni rassicuranti su un eventuale deficit per il 2019 prima dell’incontro previsto da lunga data tra Giovanni Tria ed i membri dell’ECOFIN e dell’EUROGRUPPO. Ciò poteva sembrare accomodante per gli altri dirigenti europei ed i dirigenti dell’UE.

In realtà non era così. Innanzitutto, conviene notare che queste dichiarazioni erano solamente l’inizio di un negoziato sulle cifre che l’Italia doveva mettere nel documento di pianificazione di bilancio. Inoltre, questa dichiarazione è stata determinata da un gioco delicato condotto dalle parti in seno all’élite politica italiana. Le cifre ora sono state pubblicate e indicano che il governo italiano si orienta molto verso una prova di forza con l’Unione Europea.

L’ampiezza e le cause del deficit

Di fatto, il governo italiano ha finito per optare per una soglia di deficit del 3,0% del PIL, fermandosi solamente al 2,4% per il 2019. Questo obiettivo è in completa contraddizione con il quadro di bilancio delle finanze pubbliche fissate dall’Unione europea per l’Italia, che fissa il deficit massimale intorno al 0,7%. Ancora più importante è che nelle dichiarazioni del governo italiano non si fa menzione alcuna di raggiungere un equilibrio di bilancio per i tre anni successivi. Nei fatti ciò significa che ca. 24 miliardi di euro dovrebbero essere finanziati se ci si atteneva alle regole di bilancio dell’UE e non lo sono nella realtà. Di questa somma, 12,4 Mld saranno utilizzati per ridurre molto l’IVA, ciò che corrisponde ad una promessa della campagna elettorale; 1,5 Mld dovrebbero essere destinati alla ristrutturazione bancaria al fine di compensare le perdite dei risparmiatori; per finanziare l’abolizione della legge sulle pensioni e i pensionamenti anticipati per ca.400 000 lavoratori sono previsti 8 Mld. Peraltro, 10 Mld saranno destinati al reddito (di cittadinanza) di 6,5 milioni di persone su 10 anni; infine bisogna tenere conto della riduzione delle tasse ciò che equivarrà ad una diminuzione del gettito fiscale da 3,5 a 4,5 Mld.

La decisione del governo è importante. Questa decisione è stata convalidata interamente dal Ministro dell’economia Giovanni Tria, il quale veniva presentato come un sostenitore delle regole dell’UE. O ci si è sbagliati sulle idee di Tria oppure lui sembra aver ceduto alla volontà di Di Maio e Salvini. Questa previsione di spesa è chiaramente un bilancio di rilancio che combina un sostegno alla domanda con una riduzione delle tasse. Il fatto che l’essenziale di queste diminuzioni porta sull’IVA mostra bene la dinamica sociale di questo budget. Su 24 Mld di deficit supplementare previsto nel progetto di bilancio, quasi 20 miliardi dovrebbero andare verso le famiglie più povere così come verso le classi medie.

Un’agenda molto densa

La presentazione degli obiettivi di bilancio è tuttavia solamente il primo passo in un processo più complesso. L’ufficio parlamentare del bilancio, l’UPB che è un’agenzia indipendente del governo, deve esprimere il suo parere. Sarà probabilmente negativo. Ma il governo può non tenerne conto. Ben più importante sarà la reazione dell’Unione Europea. In quest’ottica conviene avere bene in vista le scadenze delle relazioni tra il governo italiano e l’UE. Il 15 ottobre il governo dovrà mandare il progetto di legge di bilancio a Bruxelles. Il 20 ottobre, il bilancio sarà reso pubblico nella sua interezza e non solo negli obiettivi di deficit. Il 22 ottobre, la Commissione manderà una prima lettera al governo italiano in cui si dichiarerà probabilmente preoccupata per l’evoluzione della situazione e proporrà una settimana di proroga per procedere agli aggiustamenti necessari e sottomettere di nuovo il progetto. Se il governo modificherà il DEF (come è accaduto nel 2014) la situazione ridiverrebbe normale e conforme. Se tuttavia il governo mantiene il suo progetto di bilancio, e le ultime dichiarazioni vanno in questo direzione, il conflitto sarà inevitabile. Se dunque il governo italiano non dà seguito alle riserve della commissione europea e mantiene gli obiettivi e il bilancio iniziale, il 29 ottobre ci sarà un rigetto ufficiale da parte della Commissione. Durante le tre settimane successive il governo avrà tuttavia sempre la possibilità di modificare il bilancio ma sembra ferma la volontà del governo di mettere in esecuzione i suoi piani qualunque sia il parere della Commissione europea. Conseguentemente il 21 novembre saranno presentati i pareri ufficiali sui progetti di bilancio dei paesi membri al Comitato economico e finanziario, il comitato junior dell’Ecofin. Il Comitato potrebbe formulare allora una raccomandazione formale come è richiamato dall’articolo 126, paragrafo 3 che costituisce la prima tappa per mettere l’Italia in procedura di deficit eccessivo. Altri passi ufficiali dovrebbero seguire. In caso di dibattito politico, e ci sarà certamente un dibattito importante dato che l’Italia ha degli alleati in seno al Comitato economico e finanziario, il tempo dovrebbe essere sufficiente tale da permettere ai ministri di prendere le loro decisioni all’inizio di dicembre e poi al Consiglio europeo alla fine dell’anno. Ma la decisione dovrebbe essere la stessa all’inizio del 2019: una dichiarazione di mancanza di conformità e il probabile avvio della procedura di deficit eccessivo. Allo stesso tempo, il parlamento italiano approverà probabilmente il bilancio, visto che il governo beneficia di una maggioranza sufficiente. Il presidente Mattarella che ha lanciato già un avvertimento dovrebbe allora dire che il bilancio non è compatibile con il quadro di bilancio nazionale (che in realtà non è che una fotocopia del bilancio europeo) e dovrebbe rigettarlo. La procedura prevede tuttavia che il governo può chiedere un nuovo voto al Parlamento. Quest’ultimo dovrebbe allora riaffermare il suo sostegno al DEF. A questo punto il presidente non avrebbe altra scelta che firmarlo. È solamente in un momento successivo che la Corte costituzionale potrebbe rigettare il DEF dichiarandolo incostituzionale. Tuttavia, ciò richiederebbe parecchi mesi per ragioni pratiche ma soprattutto provocherebbe una grave crisi politica in Italia che potrebbe portare probabilmente a nuove elezioni. Queste ultime potrebbero, se si crede ai sondaggi fatti di recente, vedere una vittoria massiccia del M5S e della Lega (accreditati rispettivamente al 27% e al 33% delle intenzioni di voto). Questo potrebbe tradursi in una maggioranza dei due-terzi alla Camera e al Senato, cosa che permetterebbe al governo di procedere a modifiche della Costituzione.

Il futuro in forse

Occorre, beninteso, aggiungere a ciò il comportamento delle agenzie di rating e i probabili aumenti dei tassi di interessi sul debito italiano che rappresenta il 133% del PIL. Questo aumento del debito potrebbe condurre del resto ad un aggravamento della crisi tra l’Unione Europea e l’Italia. Il governo di quest’ultimo potrebbe decidere di utilizzare dei buoni del Tesoro di piccolo taglio (Minibot) come moneta parallela, avviando così il processo di uscita dall’Euro.

L’Italia sarà sottoposta dunque ad una forte pressione, tanto dalle autorità dell’UE che al suo interno (la stampa attualmete è scatenata contro il governo) e pressione proveniente dai mercati finanziari. Ma il governo italiano sembra essere preparato a resistere. Può contare sui presidenti delle due commissioni economiche della Camera e del Senato (Claudio Borghi e Alberto Bagnai) le cui convinzioni euroscettiche sono ben note, su membri del governo (da Salvini a Savona) ma anche su sostegni esterni e, più importante ancora, sulla maggioranza degli italiani.

Il fatto che la riunione annuale del Centro di ricerca dell’Università di Pescara (che Alberto Bagnai ha diretto fino alla sua entrata in politica) che avrà luogo il 10 e 11 novembre si annuncia molto seguita (più di 600 partecipanti paganti si sono iscritti in appena 5 giorni) è anche una buona indicazione del sostegno che incontra il governo italiano nel suo braccio di ferro con l’Unione Europea. Il fatto che Stefano Fassina, un dirigente storico del sinistra italiana che si era dimesso dal governo (Letta) e rotto col PD di Matteo Renzi e che eletto all’assemblea di Liberi ed Uguali, abbia annunciato la sua partecipazione a questa riunione è anche un segno che questo sostegno potrebbe ben trascendere dalle divergenze politiche.

Traduzione di Viola Ferrante

https://www.les-crises.fr/russeurope-en-exil-budget-italien-le-bras-de-fer-avec-lunion-europeenne-est-engage-par-jacques-sapir/

Fonte: scenarieconomici.it (qui)

Emergenza, Montichiari, Salute, Territorio bresciano

Polmonite, nuova morte sospetta a Desenzano: la vittima è un 49enne.

Un 49enne residente nella Bassa bresciana è deceduto martedì al pronto soccorso dell’ospedale gardesano: si sospetta polmonite.

Torna l’incubo : martedì un uomo di soli 49 anni, residente nella Bassa Bresciana, è giunto al Ponto Soccorso dell’ in arresto cardiaco. A nulla sono valsi i soccorsi dei medici del nosocomio che ne hanno dichiarato il decesso.

L’uomo, lo scorso mese, era stato ricoverato nella struttura sanitaria di Desenzano per una . Il sostituto procuratore Maria Cristina Bonomo, titolare dell’inchiesta contro ignoti per colposa, ha quindi disposto l’autopsia sul corpo del 49enne.

L’epidemia da polmonite, unico caso al mondo per entità, ha già colpito oltre 500 persone. Le principali sospettate sono le torri di raffreddamento di alcune aziende della Bassa orientale. La entro fine anno approverà una delibera per imporre la sanificazione delle torri di raffreddamento delle aziende, degli impianti di condizionamento dei luoghi pubblici e degli acquedotti.

Fonte: bsnews.it (qui)

Politica

Toti sta stretto in Forza Italia: “Non può essere il partito dello spread”. E pensa a un nuovo soggetto alleato di Salvini.

Secondo il Corriere, il governatore si è lamentato del partito con la cerchia più intima: “Sono sempre gli stessi dirigenti che si alternano sul palco e si applaudono tra di loro”. E ai cronisti risponde: “Resto in Forza Italia, se c’è ancora”. La Gelmini: “Battuta sgradevole”. Mara Carfagna: “Si lamenta da tre anni, dia il suo contributo”

A Giovanni Toti il partito sta sempre più stretto. Con la cerchia più intima – riporta il Corriere – il governatore ligure si è sfogato di tutto ciò che non gli piace in Forza Italia. A partire dai sondaggi, che ormai danno gli azzurri ampiamente sotto il 10 per cento. Il motivo, per Toti, è chiaro: “Organizzano delle convention in cui i dirigenti si alternano sul palco, applaudendosi tra di loro, e sono sempre di meno e sempre gli stessi“. Il partito di Berlusconi, nella sua visione, è un malato terminale. Soprattutto, a Toti non va giù che il proprio partito si sia schierato accanto al Pd in difesa della stabilità finanziaria contro la manovra giallo-verde: preoccuparsi dello spread – è il ragionamento – è un controsenso per il partito che aveva evocato il complotto dei mercati quando Berlusconi fu costretto ad abbandonare palazzo Chigi nel 2011.

Secondo il quotidiano di via Solferino, l’ex direttore di Studio Aperto e Tg4 è stuzzicato dall’idea di dar vita a una nuova forzanel centrodestra, “borghese e liberale“, ma schierata senza indugi accanto alla Lega di Salvini, magari insieme a Giorgia Meloni e al suo Fratelli d’Italia. Anche se lui, parlando con la stampa estera, nega: “Io non voglio fondare un nuovo partito, men che meno per scissione, perché a forza di scindere arriviamo alla scissione dell’atomo. Continuo a ripetere cose che dico da tempo: credo che il centrodestra si debba rigenerare e ristrutturare. Dal ’94 sono cambiati i partiti e sono cambiate le esigenze della società. Prendersela con me è come prendersela con il bimbo che dice che il re è nudo”. “Io non sono un sovranista – aggiunge – sono unconservatore moderato, che vorrebbe usare il 2,4% di deficit per un piano keynesiano non per il reddito di cittadinanza, cosa che mi distingue dall’amico Salvini, che sta al governo”.

E i mal di pancia dell’ex consigliere politico di B. non passano inosservati al resto del partito. Mercoledì mattina, all’uscita delle indiscrezioni di stampa, i cronisti hanno chiesto a Toti se davvero avesse intenzione di levare le tende. E lui: “Ma no, non pensate nulla di drammatico. Resto in Forza Italia, se c’è ancora, se me la trovate“. Ironia che non è andata giù a Mariastella Gelmini: “Battuta sgradevole – ha detto la capogruppo azzurra alla Camera – Forza Italia esiste, è l’unica alternativa al nulla dei Cinque stelle e alle chiacchiere di Renzi”.

Nel pomeriggio si è fatta sentire anche Mara Carfagna, che ha usato pochi giri di parole. “Forza Italia è nelle strade e nelle piazze, sempre a contatto con le persone. Giovanni Toti si lamenta da tre anni ormai, ed è un peccato perché rappresenta una risorsaimportante per Fi. Se anziché lamentarsi avesse dato un contributo nei momenti più difficili, probabilmente avremmo avuto due braccia e due gambe in più per scalare la montagna”, ha detto la vicepresidente della Camera a Radio 24. Dichiarazioni che non aiutano a raffreddare il clima. Eppure Toti ha un potere contrattuale notevole: è uno dei pochi volti vincenti del partito, tiene insieme senza problemi il centrodestra unito in Liguria e, secondo un sondaggio Tecnè pubblicato a settembre sul Secolo XIX, i genovesi si fidano molto più di lui che del governo nella fase dell’emergenza post-Morandi. Se davvero lasciasse, potrebbe essere il colpo di grazia ad un partito già morente.
Fonte: ilfattoquotidiano.it (qui)

Economia, Investimenti, Montichiari, Territorio bresciano

D’Annunzio Aeroporto fantasma, Balotta (Onlit) “La strada maestra è quella di una gara pubblica”.

Onlit contro l’operazione della società che controlla lo scalo di Venezia, e che presto potrebbe controllare in toto anche Verona e Brescia.

“Tante promesse di investimenti per il Catullo rimaste al palo, con lo scalo di Brescia sempre più fantasma e i voli che si concentrano nell’ipercongestionato scalo di Bergamo e in quello di Venezia lasciando sempre più sguarnito il territorio del Garda”. Critiche pesante al sistema aeroportuale del Nord Italia da parte di Dario Balotta, presidente dell’Osservatorio Nazionale Liberalizzazione Infrastrutture e Trasporti.

“Save è ora costretta a pagare i 22 milioni di euro per servizi ENAV su Montichiari, e decide così di prendersi tutto con un aumento di capitale surrettizio, legato ad un investimento di soli 60 milioni per un intervento di maquillage e non strutturale, privo di una strategia di sviluppo per Verona.  L’investimento è minimale spalmato in 4 anni, lunghi se paragonato ai 435 milioni per investimenti stanziati dalla SACBO di Bergamo che delocalizzando l’area cargo a nord della pista fa capire che non trasferirà in futuro un solo kg di merce a Montichiari”.

Secondo Balotta, “con il mini-investimento sul Catullo, SAVE vuole controllare e neutralizzare il concorrente più pericoloso per continuare indisturbato lo sviluppo dello scalo di Venezia, con un piano investimenti considerevoli con più di 575 milioni entro il 2021. Numeri ben diversi da quelli previsti su Verona. Questo dimostra come non essere andati in gara per la scelta del partner industriale con sottoscrizione di un piano investimenti, stia costando caro ai soci Veronesi della Catullo SpA”.

Il Ministro dei Trasporti normalizzi questa situazione. “L’ipotesi di fare un aumento di capitale con la sola SAVE a farlo ed i soci pubblici a diluire la propria partecipazione, lasciandola in maggioranza solleva pesanti perplessità. La strada maestra per uscitre dal “cul de sac” dove sono il Catullo e Montichiari è quella di una gara pubblica l’aumento di capitale e  per l’affidamento della connessione, sia ANAC che Antitrust si sono chiaramente espressi, cogliendo l’esposto presentato da ONLIT”.

Fonte: quibrescia.it (qui)

Debito pubblico, Economia

Jp Morgan resta fedele ai BTp: “La sostenibilità del debito non è in dubbio. Lo spread non andrà oltre 400”

La decisione del governo di fissare il rapporto deficit/Pil al 2,4% ha colto di sorpresa quei fondi esteri che a settembre avevano comprato BTp sulla scommessa che l’esecutivo avrebbe adottato una linea prudente in tema di conti pubblici. Ma se in questi giorni molti investitori esprimono timori riguardo la possibile deriva della crisi italiana non manca, nel panorama dei grandi fondi, chi vede nel recente crollo delle valutazioni dei BTp un’opportunità. Tra questi c’è Jp Morgan AM, il braccio di asset management della banca americana. Un peso massimo nell’industria del risparmio gestito, con asset per 1.700 miliardi di dollari e un portafoglio obbligazionario da 484 miliardi. «I fondamentali dell’Italia restano buoni, nonostante l’incertezza politica. Per questo, per noi, l’impennata dello spread italiano rappresenta un’opportunità di investimento», dichiara Nick Gartside, capo della divisione reddito fisso e commodities, che Il Sole 24 Ore ha incontrato in occasione del meeting annuale organizzato nel quartier generale europeo della società, nei pressi del Blackfriars bridge di Londra.

Gli investitori esteri hanno ridotto significativamente la loro esposizione in titoli di Stato italiani per l’incertezza legata alle scelte di politica economica del nuovo governo. Voi come gestite il rischio Italia?

Le nostre strategie di investimento sono da sempre orientate dai fondamentali e dalla valutazione sul rapporto rischio/rendimento. Ad oggi crediamo che l’incertezza politica sia adeguatamente remunerata: per questo alcuni dei nostri fondi stanno aumentando l’esposizione in BTp. I problemi dell’Italia sono ben noti ma non si possono trascurare i punti di forza come il surplus della bilancia commerciale e l’avanzo primario.

Non vi preoccupa la decisione del governo di portare il deficit al 2,4%?

Non eccessivamente. Tanti governi, a partire da quello americano, stanno facendo deficit spending. Non vedo nulla di strano nel fatto che anche l’Italia faccia altrettanto. È una tendenza che andrà ad aumentare nei prossimi anni. Per compensare la riduzione dello stimolo monetario si utilizzerà sempre di più la leva fiscale.

Ma l’Italia se lo può permettere? Non vede rischi sulla sostenibilità del debito se la crescita non dovesse adeguarsi alle previsioni ottimistiche del governo?

Il problema numero uno per l’Italia è il debito ma, allo stato attuale, la sua sostenibilità non è in discussione. La variabile chiave sarà la crescita economica e crediamo che le misure messe in atto dal governo possano essere di stimolo per l’economia.

Vi preoccupa la prospettiva di un declassamento del rating? 

Una bocciatura da parte di Moody’s è già scontata dai mercati ma ritengo assai improbabile che il rating dell’Italia scenda a quota “junk”. C’è da aspettarsi molta volatilità, questa sì, in vista delle decisioni delle agenzie.

Diversi investitori non comprano BTp perché li ritengono eccessivamente volatili. Qual è la vostra posizione in merito?

La volatilità è tornata e bisognerà farci l’abitudine. È un fenomeno strettamente correlato alla riduzione degli stimoli monetari da parte delle banche centrali e all’incertezza politica. Oggi c’è volatilità sui BTp ma lo stesso è successo con i Gilt britannici in occasione della Brexit o con gli Oat prima delle presidenziali francesi. Noi crediamo che, se adeguatamente gestita, possa essere un’opportunità. Altrimenti non compreremmo BTp.

Ma l’instabilità finanziaria può avere conseguenze anche molto importanti. L’eccessivo deprezzamento dei titoli di Stato italiani, ad esempio, può comportare l’erosione del capitale degli istituti di credito. Non vede il rischio di una nuova crisi bancaria?

C’è uno stretto legame tra banche e titoli di Stato, che va monitorato con molta attenzione. Ritengo tuttavia improbabile, allo stato attuale, una crisi bancaria perché credo che lo spread Bund-BTp non si attesterà oltre la soglia di allarme dei 400 punti.

Come giudica l’idea dei Cir, i conti individuali di risparmio, che il governo vuole varare per incentivare l’investimento in titoli di Stato da parte dei risparmiatori privati?

È una strategia che anche altri governi, ad esempio il Regno Unito, hanno adottato e che mi pare sensata. Tutto ciò che può servire a stabilizzare le fonti di rifinanziamento del debito è positivo per un governo come quello italiano, molto indebitato. Il modello di riferimento è il Giappone dove il debito (oltre il 250% del Pil, ndr) è in stragrande maggioranza detenuto da investitori domestici.

Fonte: ilsole24ore.it (qui) Articolo di A. Franceschi dell’11 ottobre 2018