Dalla Lega emendamenti al decreto fiscale per cancellare l’obbligo di adesione a un gruppo unico. Vertice a Palazzo Chigi: “Tutelare la territorialità”.

La rottamazione della riforma delle Bcc voluta da Matteo Renzi nel 2016 è ufficialmente iniziata. Con una doppia mossa – un vertice politico a palazzo Chigi e un pacchetto di emendamenti della Lega al decreto fiscale – il governo gialloverde parte dall’abbattimento del pilastro fondamentale, cioè l’obbligo per le banche di credito cooperativo di aderire ai gruppi unici. Cancellato. La direzione di marcia è opposta a quella del Pd: non si incentiva l’aggregazione degli istituti sotto il cappello di una capogruppo forte, ma si opta per un modello parcellizzato. A ogni territorio la sua banca.

Quella delle Bcc è una battaglia che sta molto a cuore al Carroccio per ragioni endemiche dato che gran parte delle società cooperative senza finalità di lucro sono ubicate al Nord, lo zoccolo duro dell’elettorato di Matteo Salvini. Non a caso il comunicato stampa diramato al termine della riunione a cui hanno partecipato lo stesso Salvini, il vicepremier pentastellato Luigi Di Maio e il premier Giuseppe Conte, ha puntato su due concetti: territorialità e mutualità. Territorialità perché cristallizza l’azione su un territorio ben definito. Mutualità perché si vuole rafforzare l’erogazione del credito principalmente ai soci. È un modello – quello che sta disegnando l’esecutivo – che guarda sì alle piccole e medie imprese, ma che in sé, fisiologicamente, espone questi istituti a rischi finanziari più elevati e a logiche clientelari che negli anni passati non hanno fatto fatica a farsi spazio.

La logica politica, però, è quella dell’erogazione di soldi, a imprese e cittadini, in modalità estremamente diretta e qui si innesta il ribaltamento profondo rispetto all’idea politica che ha guidato la riforma di Renzi. Notte tra il 9 e il 10 febbraio 2016, Consiglio dei ministri: via libera alla riforma. Tra i punti principali l’obbligo per le Bcc di aderire a un gruppo bancario cooperativo: la capogruppo deve essere una società per azioni con un patrimonio di almeno 1 miliardo di euro. Una persuasione così forte che per le Bcc che non vogliono aderire al gruppo unico i compiti da fare a casa sono importanti: riserve per almeno 200 milioni e il versamento di un’imposta del 20% sulle stesse riserve. E soprattutto obbligo di cambiare vestito: da banca di credito cooperativo a Spa o scatta la liquidazione.

Una riforma che dava 90 giorni di tempo alle singole Bcc per adeguarsi alla nuova normativa. Ora, però, viene rimesso tutto in discussione. Un antipasto c’era già stato a luglio con il decreto Milleproroghe, dove è stato previsto l’allungamento a 180 giorni (quindi tre mesi in più) dei termini per l’adesione delle Bcc al contratto di coesione. Gli emendamenti depositati oggi cambiano però radicalmente lo scenario. Cosa dicono gli emendamenti? Innanzitutto superano l’obbligo prevedendo “la facoltà di adottare, in alternativa alla costituzione del gruppo bancario cooperativo, sistemi di tutela istituzionale”. Inoltre le proposte di modifica prevedono l’obbligo di adesione alla holding solo per le banche con un “patrimonio netto inferiore a cento milioni di euro, Common Equity Tier 1 ratio inferiore a otto punti percentuali o a diverso limite indicato da Banca d’Italia, un Net Stable Funding Ratio inferiore a cento punti percentuali, un Liquidity Coverage Ratio inferiore a cento punti percentuali e un Non-Performing Loans ratio superiore a quindici punti percentuali”. Soglie sotto le quali non ricade attualmente nessuna delle banche di credito cooperativo.

Fonte: huffingtonpost.it (qui)

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