Meteo

Previsioni meteo, weekend con neve in pianura e clima rigido

Clima rigido e domenica arriva la neve in pianura. Il fine settimana che stiamo per vivere sarà contraddistinto da un clima rigido, quanto meno al Nord, e dall’arrivo della neve in pianura. Il team del sito www.ilmeteo.it avvisa che nella giornata di Sabato condizioni di maltempo interesseranno le regioni adriatiche e il Sud con neve a quote via via più basse, mentre sul resto delle regioni il sole sarà prevalente anche se farà freddo. Domenica, mentre il tempo migliorerà anche al Sud, ecco che una perturbazione atlantica comincerà ad interessare il Nordovest con prime precipitazioni nevose fino in pianura a partire da metà giornata. La neve entro sera conquisterà tutta la pianura di Piemonte, Lombardia e dell’Emilia, in nottata anche del Veneto. A fine evento accumuli importanti sono attesi sulle province di Alessandria, Pavia, Parma, Piacenza, Modena, Reggio Emilia e Bologna con un manto nevoso superiore ai  5-7 cm. Nevicherà debolmente invece a Torino e Milano.

Fonte: affariitaliani.it (qui)

Politica, Storia

Pensate ancora sempre che la globalizzazione porterà la pace? Lo pensavano anche nel 1914. Tre ragioni di attualità per temere una nuova “Grande Guerra”

Il mese scorso sono andato a Vienna, che fu la sede dell’impero austro-ungarico ed è il luogo ideale per riflettere sul centesimo anniversario della fine della prima guerra mondiale.

Questo conflitto è iniziato con la dichiarazione di guerra dell’impero austro-ungarico alla Serbia nel luglio 1914, in seguito all’assassinio dell’arciduca austro-ungarico Francesco Ferdinando. Questo ha poi portato a più di 15 milioni di morti, alla distruzione di quattro imperi, alla nascita del Comunismo e del Fascismo in alcuni dei principali stati europei, all’emergere e all’ulteriore ritirarsi dell’America come potenza mondiale e ad altri sviluppi che hanno profondamente modificato il corso del ventesimo secolo.

La Prima Guerra Mondiale è stata “il diluvio… una convulsione della natura “, ha dichiarato il ministro britannico degli armamenti David Lloyd George, “un terremoto che rovescia le fondamenta della vita europea “. Questo conflitto si è concluso un secolo fa, ma ci propone tre lezioni cruciali, pertinenti a questo nostro mondo odierno sempre più caotico.

In primis, la pace è sempre più fragile di quanto non sembri. Nel 1914 l’Europa non aveva conosciuto un conflitto continentale globale dalla fine delle guerre napoleoniche un secolo prima.

Certi osservatori pensavano che il ritorno ad un eccidio del genere fosse diventato quasi impossibile. L’autore britannico Norman Angell si immortalava suggerendo, solo pochi anni prima della prima guerra mondiale, che ciò che noi ora chiameremmo “globalizzazione” aveva reso obsoleti i conflitti tra le grandi potenze. La guerra, affermava, era diventata inutile, dato che la pace e i crescenti legami economici e finanziari tra i principali stati europei producevano un grande benessere.
Angell era in buona compagnia con la moltitudine dei pensatori che credevano che il miglioramento delle comunicazioni legasse l’umanità ancora più strettamente, che l’arbitraggio internazionale rendesse la guerra inutile, e che il nazionalismo fosse eliminato dalle nuove ideologie più illuminate e da migliori forme di cooperazione internazionale.

Lo scoppio della Prima Guerra Mondiale ha mostrato che queste tendenze non erano affatto una garanzia di pace, poiché furono molto facilmente travolte dalle forze più tenebrose del conflitto e della rivalità. Le variazioni destabilizzanti nell’equilibrio delle forze, le rigidità geopolitiche create da progetti militari minacciosi, la crescita di idee sociali darwiniste e militariste che esaltavano il ruolo della guerra nello sviluppo umano e nazionale e le tensioni che circondavano il crescente tentativo del pangermanismo di proporre il suo primato europeo ed il suo potere mondiale, avevano accumulato una grande quantità di materiali combustibili che sono stati incendiati dalla scintilla apparentemente minima venuta dall’assassinio di un arciduca.

Se oggi diamo per scontato che la guerra tra le grandi potenze non possa avere luogo, che l’interdipendenza economica si farà carico della crescita delle tensioni tra gli Stati Uniti e la Cina, che i progressi dell’umanità nello spirito dei lumi relegheranno il nazionalismo e l’aggressione nei libri di storia, allora rischiamo di scoprire che la nostra attuale pace è molto più precaria di quello che pensiamo.

Come secondo punto, la Prima Guerra Mondiale ci ricorda che, quando la pace si eclissa per fare posto alla distruzione dell’ordine internazionale, le conseguenze possono essere ben peggiori di quello che si può immaginare. Anche dopo lo scoppio della prima guerra mondiale, numerosi osservatori stimavano che sarebbe stata di breve durata e con conseguenze limitate. Nel settembre 1914, “The Economist” rassicurava i suoi lettori circa “l’impossibilità economica e finanziaria di sostenere per ancora molti mesi delle ostilità al ritmo attuale”. Invece questa predizione, come tante altre, era del tutto sbagliata, dato che proprio le risorse del Progresso, che avevano indotto tanto ottimismo negli anni precedenti la guerra, hanno poi reso il suo impatto altrettanto catastrofico.

Lo sviluppo di stati più moderni e più efficienti nel corso dei decenni che hanno preceduto la prima guerra mondiale dava ormai ai dirigenti europei la possibilità di tassare e di reclutare più efficacemente le loro popolazioni e di sostenere un conflitto terribile ben più a lungo di quanto previsto. Le conquiste industriali e tecnologiche dell’epoca permettevano allora di uccidere su scala industriale. Come ha osservato il rettore di una chiesa britannica, “tutte le risorse della Scienza erano state utilizzate per perfezionare le armi di distruzione dell’umanità “.

Mentre il conflitto si espandeva, le remore morali venivano erose e alcune innovazioni terribili come i bombardamenti aerei, i gas tossici e la guerra sottomarina senza limiti erano messi in opera. La guerra ha accelerato il genocidio degli Armeni e innumerevoli altri crimini contro civili inermi. Anche le sue conseguenze a lungo termine sono state egualmente traumatiche, poiché la prima guerra mondiale ha rimodellato la carta politica dei continenti, scatenato delle rivoluzioni dal cuore dell’Europa fino all’Estremo Oriente e messo in incubazione alcune ideologie politiche tra le più venefiche nella storia dell’umanità.

La Prima Guerra Mondiale non era così diversa sotto questo profilo, dalle numerose guerre tra grandi potenze che hanno periodicamente lacerato il sistema internazionale. Una volta che l’ordine esistente sia collassato, non si sa più fino a dove arriveranno la distruzione , le trasgressioni morali accettate e lo sconvolgimento geopolitico. Ora che gli Americani si chiedono con quanta forza difendere l’ordine internazionale che il loro paese ha creato, contro le pressioni crescenti esercitate da potenze revisioniste autoritarie come la Cina e la Russia – o anche (si chiedono) se farlo- vale la pena di tenere presente questa lezione.
Da qui la terza lezione: quando gli Stati Uniti si isolano dal mondo, è molto facile che più tardi debbano poi impegnarsi di nuovo, con un costo molto più elevato L’America ha giocato un ruolo chiave nel rilancio economico dell’Europa post-bellica durante gli anni ‘90. Ma allora aveva rifiutato il tipo di impegno strategico e militare a lungo termine che ha finalmente adottato dopo la Seconda Guerra Mondiale

Gli americani si comportarono così per delle ragioni che all’epoca sembravano totalmente comprensibili. C’era una generale riluttanza ad abolire la tradizione di non intervento in Europa, ed anche la paura che l’adesione alla Società delle Nazioni potesse attentare alla sovranità americana ed usurpare le prerogative costituzionali del Congresso in materia di dichiarazioni di guerra. Soprattutto, c’era un compiacimento strategico provocato dalla disfatta della Germania e dei suoi alleati, che sembrava aver allontanato dall’orizzonte grossi rischi geopolitici.

La storia degli anni 1930-1940 tuttavia ha presto mostrato che nuovi ed ancora più gravi pericoli potevano sopravvenire nell’assenza, in tempo opportuno, di sforzi risoluti delle democrazie per impedirlo. Anche se gli Stati Uniti e i loro alleati durante la Seconda Guerra Mondiale hanno ottenuto il risultato di sconfiggere le potenze dell’Asse, ci sono arrivati soltanto con un costo in vite umane, ricchezza, e devastazione generale che ha eclissato il pedaggio pagato alla prima guerra mondiale.

È questa la ragione per cui gli Stati Uniti hanno scelto di restare così profondamente impegnati negli affari dell’Europa, dell’Asia del Pacifico e di altre regioni chiave dopo il 1945: le autorità americane avevano imparato che, in geopolitica come in medicina, la prevenzione è spesso molto meno costosa della cura per guarire. In questo momento, in cui l’impegno futuro degli Stati Uniti per la leadership internazionale viene di nuovo messa in discussione, può darsi che questa sia l’informazione più importante da trasmettere. E ci sono dei mezzi ben peggiori di ricordare questa nozione che quello di attraversare Vienna, città ricca di monumenti che appartenevano a un impero e ad un ordinamento internazionale che la prima guerra mondiale ha distrutto.

Hal Brands è un cronista di Bloomberg Opinion, Henry Kissinger Distinguished Professor alla Scuola di Studi Internazionali Avanzati dell’Università John Hopkins, membro ordinario del Centro per le valutazioni strategiche e di bilancio. Recentemente è stato autore del libro “Le lezioni della tragedia: Arte di governo e ordine mondiale “.

Fonte: http://www.bloomberg.com, di Hal Brand

Link: https://www.bloomberg.com/opinion/articles/2018-11-11/100-years-after-world-war-i-there-s-reason-to-fear

Tradotto dal francese per  http://www.comedonchisciotte.org a cura di GIAKKI49

Nota del Saker Francophone:

Questo testo è un esempio caricaturale della cecità e del disorientamento delle élite davanti al disordine del mondo. È un appello disperato contro la tendenza attuale degli Stati Uniti all’isolazionismo.
L’autore ha capito bene che la globalizzazione è stata la causa delle atrocità della prima guerra mondiale e che oggi siamo nella stessa situazione del 1914. Ma questo non gli impedisce di parlare in favore di un interventismo più radicale degli Stati Uniti nel momento in cui questo paese è senza risorse su tutti i fronti.

Centrodestra, Montichiari, Politica locale

Montichiari, sottoscrivere un patto anti spartizione. Accordo Lega-Forza Italia? Non scontato.

Di seguito il testo integrale del Comunicato stampa diffuso il 12 dicembre:

“Accordo Lega-Forza Italia? Non scontato. Manca il candidato Sindaco e un programma comune”. “Prima delle alleanze preconfezionate vengono i cittadini”.

“Sottoscriviamo un patto anti spartizione affinché le nomine come le scelte negli appalti pubblici siano più trasparenti”

In relazione alle recenti notizie diffuse dalla stampa locale nella quale si evidenzia come un’alleanza Lega-Forza Italia appare scontata intervengono in merito Massimo Gelmini, ex assessore al bilancio monteclarense, ed Elena Fontana, ex consigliere comunale.

Non ci risulta che tra Lega e Forza Italia sia stato raggiunto un accordo – dichiarano Gelmini e Fontana – la coalizione, che dovrà competere con l’amministrazione uscente, non ha ancora un candidato Sindaco e sta avviando un confronto sul programma”.

“Sarebbe alquanto sciocco che due forze politiche stringano accordi tra segreterie di partito sulla base di formule partitocratiche e non sulla base dei contenuti che ancora non sono stati elaborati da tutti coloro che partecipano alla costruzione del progetto politico-amministrativo, senza attendere, per altro, il candidato Sindaco che dovrà avere l’onere e l’onore di concretizzare un progetto politico per Montichiari in grado di vincere le prossime elezioni amministrative”.

“Rivendichiamo la necessità che la comunità sia preminente rispetto ai partiti e ribadiamo l’urgenza di proporre ai cittadini una proposta politica di cambiamento capace di interpretare un nuovo modo di intendere l’amministrazione locale partendo dal ruolo del Sindaco, della Giunta e dei cittadini che attraverso la vera partecipazione siano protagonisti della prossima stagione amministrativa. Dove le “logiche partitocratiche” finalmente possano essere escluse dalla gestione della cosa pubblica.”

“L’esperienza dell’Amministrazione Fraccaro ha evidenziato come i partiti sono sempre propensi ad imporre scelte dall’alto ed in particolare laddove c’è discrezionalità di scelta, anche nell’ambito della selezione di incarichi di consulenza ed appalti sotto determinate soglie (ad es. di importo inferiore a 40.000 euro). Il rischio è che una parte della politica possa incide pesantemente preferendo logiche clientelari invece dell’applicazione di buone pratiche. A tal proposito invitiamo la Lega affinché nel programma amministrativo si introduca l’obbligo di un’auto-regolamentazione comunale che impedisca comportamenti di natura spartitoria in tutte le scelte discrezionali dell’Amministrazione comunale, tenuto conto che la prossima compagine amministrativa che dovrà guidare sarà probabilmente composita”.

“Ma ad oggi non possiamo che prendere atto – hanno dichiarato Gelmini e Fontana – che l’esigenza è  un’amministrazione riformista, determinata, competente, umile, dove il miglioramento continuo di ogni aspetto della gestione della cosa pubblica per il bene pubblico sia il modello di riferimento, in grado di superare le solite clientele, la partitocrazia, gli amici degli amici. Crediamo che questo debba provenire dal candidato Sindaco, ancora in una fase di elaborazione tutta interna alla Lega, e che tutti i potenziali alleati dovranno innanzitutto concordare su questo per noi fondamentale principio.

Un modello di amministrazione – ricordano Gelmini e Fontana, che consentirebbe di superare il rischio delle solite logiche clientelari e la partitocrazia, ma che ha bisogno un terreno fertile, quel auspicato laboratorio politico che sappia anteporre il bene comune agli interessi più corporativi. Anteporre il bene comune al metodo “Cencelli” spesso utilizzato è un obiettivo primario”.

Nel ribadire la vocazione sovranista che da sempre caratterizza le liste civiche che rappresentiamo – hanno dichiarato Massimo Gelmini ed Elena Fontana – invitiamo chiunque ha interesse al bene comune ad ESSERCI per sostenere il progetto di un nuovo governo locale del cambiamento come obiettivo possibile per Montichiari.

Aeroporto D'Annunzio, Montichiari, Politica, Territorio bresciano

Aeroporto D’Annunzio, Bergamo getta la spugna: «È impossibile»

Non sarà Bergamo a salvare dal limbo l’aeroporto di Montichiari. Sacbo, la società che gestisce lo scalo di Orio al Serio, ha gettato la spugna: «impossibile» far passare la concessione del D’Annunzio a una nuova società, una newco che si sperava potesse nascere sull’asse Venezia-Verona-Brescia-Bergamo. «Si era aperto qualche spiraglio – ammette il presidente di Sacbo Roberto Bruni – ma la situazione si è bloccata. Non ci sono possibilità che la concessione oggi in mano alla Catullo venga girata a soggetti diversi. Se così stanno le cose, per noi la questione è chiusa».

Anche nel 2018 Orio farà segnare un nuovo record. Ieri i vertici della società hanno fatto il punto sull’anno ormai agli sgoccioli. I passeggeri sfioreranno i 13 milioni, con un incremento superiore al 5%. Quest’anno sull’aeroporto «Caravaggio» sono stati investiti 32 milioni di euro. Altrettanti nel 2019: già a gennaio partirà il cantiere per l’area extra Schengen. Nel 2020 sarà poi pronto il progetto definitivo per il collegamento ferroviario con l’aeroporto che, forse, coinvolgerà anche Brescia: a Bergamo si sta pensando a una biforcazione a «Y» in modo che vi possano essere treni che dalla Leonessa portino direttamente a Orio. Una soluzione che certificherebbe come sia ormai il Caravaggio lo scalo dei bresciani.

Restano i problemi noti: la crescita esponenziale ha innescato le proteste dei residenti per rumori e rotte. Le principali compagnie, Ryanair e Wizz Air, si doteranno di aeromobili di ultima generazione, che abbattono rumore e consumi. Ma certo scaricare qualche volo, in particolare i cargo, sul D’Annunzio, è sempre stato visto di buon occhio da Sacbo. Per questo un anno fa si era riattivato il dialogo con Verona (Catullo) e Venezia (Save), le realtà che gestiscono lo scalo di Brescia. «Oggi quegli spiragli sono completamente chiusi» spiega Bruni. Non per mancanza di volontà, ma per «ostacoli tecnici insormontabili».

Le condizioni di Sacbo sono infatti chiare: «O la concessione passa alla newco, o per noi non se ne fa nulla. Ci risulta che non ci siano possibilità che la concessione venga girata alla newco. Se resta alla Catullo, ogni discorso è chiuso». L’alternativa, l’affitto del ramo d’azienda, è una soluzione «troppo debole»: «Non investiamo se non abbiamo voce in capitolo». Insomma, l’alleanza dei cieli, pare già tramontata.

Fonte: giornalediBrescia.it (qui)

Terrorismo islamico

L’attentatore di Strasburgo doveva essere arrestato stamattina. Chi è Cherif, lo sparatore del mercato di Natale

Cherif C., 29 anni e un passaporto francese: questo l’identikit del presunto attentatore di Strasburgo, già stato in carcere per reati comuni e successivamente segnalato dalle autorità francesi come elemento ‘radicalizzato’ islamico a rischio attentati.

Stando a Le Parisien, l’autore della sparatoria che ha seminato il terrore nella zona del mercatino di Natale più antico e popolare di Francia, causando almeno 4 morti e 11 feriti, sarebbe nato nel capoluogo alsaziano il 4 febbraio 1989.

Giunto a Strasburgo da Parigi, il ministro dell’Interno, Christophe Castaner, ha confermato che era schedato con la lettera ‘S’ dei fondamentalisti tenuti sotto controllo dagli 007 transalpini.

Secondo quanto riferisce Bfm-Tv, era sfuggito all’arresto stamane durante una perquisizione nella sua abitazione nel quartiere di Neudorf, presidiato questa notte dalle teste di cuoio. L’operazione era stata organizzata nell’ambito di un’inchiesta per omicidio. Cherif C. era noto agli agenti anche per vicende legate a furti, violenze e traffico di droga. Nella sua abitazione, gli inquirenti hanno rinvenuto delle granate ma al momento del blitz, questa mattina, lui non c’era già più. E in molti Oltralpe sono concordi nel dire che quel mancato arresto di questa mattina lo abbia indotto a passare all’attacco, questa sera, nella strage prenatalizia che sconvolge la Francia e l’Europa.

Chi lo ha visto durante la sua folle spedizione di morte per le strade del centro, descrive un fisico prestante, circa 1 metro e 80 di altezza, con i capelli neri. Cherif C. era coperto da un mantello scuro. Pare che stasera abbia anche aperto il fuoco contro dei militari di Sentinelle, rimanendo ferito nello scontro a fuoco. Colpito a sua volta, secondo l’Obs, anche un militare coinvolto nella sparatoria.

Secondo informazioni raccolte da Bfm-Tv, frequentava gli ambienti radicali di Strasburgo. Nouvelles d’Alsace precisa che nel 2011 venne condannato a due anni di carcere, di cui sei mesi senza condizionale, per aggressione armata. L’inchiesta si baserà anche sulle tante immagini catturate dai sistemi di videosorveglianza durante il massacro. 

Secondo Le Figaro il terrorista ha già subito 20 condanne. Proprio in galera nel 2016 era stato segnalato dall’antiterrorismo francese e indicato come ‘fiche’ S’ per violenze e proselitismo religioso.

Fonte: huffingtonpost.it (qui)

Europa, Politica

Deficit, l’Europa grazia Macron. Sfora il 3% ma niente procedura

Ue, sfuma l’assist delle misure francesi pro-Gilet gialli per l’Italia. Il rapporto deficit/Pil di Parigi salirà al 3,4%, ma Bruxelles…

Chi sperava nelle fila del governo giallo-verde nell’involontario assist delle nuove misure fiscali espansive strappate a Macron dai Gilet gialli da far valere nelle trattative di Giuseppe Conte con l’Europa rimarrà deluso.

Già, perché dopo il messaggio di ieri sera del numero uno dell’Eliseo alla nazione in cui il leader di En Marche ha promesso l’aumento del salario minimo intercategoriale di 100 euro al mese dal 2019, la detassazione delle ore di straordinario e lo stop all’aumento della contribuzione per i pensionati che guadagnano meno di 2.000 euro al mese, il portavoce della Commissione europea Margaritis Schinas ha fatto sapere che Bruxelles valuterà l’impatto del pacchetto pro-classi deboli sul bilancio pubblico della Francia solo a primavera. Quando, cioè, l’Ue si sarà già pronunciata sull’eventuale procedura d’infrazione da aprire nei confronti dell’Italia.

“Abbiamo un meccanismo ben stabilito per valutare le politiche di bilancio” dei Paesi della zona euro e “la nostra posizione sulla Francia è nota: il parere sul piano di bilancio francese è stato pubblicato poco tempo fa. L’impatto di cosa verrà fuori dal processo parlamentare emergerà in primavera quando pubblicheremo le nostre previsioni economiche”, ha spiegato infatti la portavoce dell’esecutivo comunitario su un eventuale sforamento del deficit da parte di Parigi e sulle eventuali conseguenze sulle trattative in corso tra Roma e Bruxelles sulla manovra.

Sta anche in questo fatto la diversità del caso francese rispetto al caso dell’Italia. L’Italia oggi è sotto tiro per il mancato rispetto della regola del debito nel 2017, dato che le regole Ue impongono che anche nel 2018 l’Italia assicuri un adeguato aggiustamento in termini strutturali. Le procedure relative al deficit, invece, possono scattare solo sulla base dei dati ex post(per la Francia, dunque, eventualmente solo a Pasqua).

Nel documento programmatico di bilancio inviato ad ottobre dalla Francia all’Ue, il premier Édouard Philippe ha fissato un livello di deficit/Pil per il 2019 del 2,8% un livello a cui ora dovranno aggiungersi i circa 6 miliardi in più del costo dei provvedimenti shock messi in campo dall’Eliseo per calmare la protesta che sta infiammando la Francia da circa quattro settimane (più i 4 per l’abolizione dalla tassa sui carburanti). Un costo che, secondo quanto appena annunciato dal ministro per i Conti pubblici transalpini, Ge’rald Darmanin, porterà il rapporto deficit/Pil a sforare (al 3,4%) il parametro del 3% fissato dai parametri di Maastricht.

Bruxelles aveva già acceso il disco verde sulla manovra di Parigi ad ottobre, anche perché il rapporto deficit/Pil previsto da Philippe per il 2019 sarebbe dovuto salire al 2,8% solo per motivi puramente tecnici, escludendo i quali il disavanzo sarebbe in realtà pari all’1,9%, dopo il 2,6% previsto per quest’anno e il 2,7% del 2017.

Parigi, che può contare su un rapporto debito pubblico/Pil di circa il 97% del Pil (contro il 130% circa dell’Italia), dunque, per il momento non finirà sotto osservazione dell’Ue come, al contrario, è finita Roma. Riflettori che, se accesi, avrebbero potuto rappresentare delle favorevoli sponde per il duo Conte-Tria che si sta battendo sui decimali per portare a casa le due misure simbolo del governo giallo-verde ovvero reddito di cittadinanza e quota 100 sulle pensioni.

Se Macron, per il momento, scamperà i rilievi di Bruxelles, di certo non ha sminato il pericolo della protesta di Gillet gialli: dopo gli annunci di ieri sera, i manifestanti transalpini hanno promesso infatti che la rivolta andrà avanti.

A Roma, intanto, il vicepremier Luigi Di Maio è pronto a puntare i piedi in caso di una terza bocciatura da parte di Bruxelles alla manovra. Se il Governo francese rispetterà tutti gli annunci fatti negli ultimi giorni sulla politica di bilancio, ha ricordato, “non dovrebbe rispettare i parametri e, facendo questo, si dovra’ aprire un caso Francia, se le regole valgono per tutti, ma non è quello che ci auguriamo”.

Il ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico ha messo le mani avanti in vista del confronto risolutivo di domani e giovedì. “Le prossime 24-48 ore sono cruciali”, ha detto il capo dei Cinque Stelle ribadendo che l’obiettivo è “mantenere le promesse ed evitare la procedura di infrazione”. Di Maio ha tenuto comunque il punto sul reddito di cittadinanza, che, assicura, entrerà in vigore “al massimo a fine marzo, mentre quota 100 entrera’ in vigore entro fine febbraio”. “Tra giovedì e venerdì sarà convocato il primo tavolo tecnico sulla manovra” con le imprese, ha annunciato il ministro. “Nelle prossime settimane – ha aggiunto – ci sara’ un tavolo permanente sulle semplificazioni, uno sul fisco, uno sull’innovazione, uno sulle infrastrutture e uno sull’export e un tavolo sul welfare”.

Fonte: affaritaliani.it (qui)

Europa, Politica

Moscovici perdona Macron (per salvare se stesso)

Rumors su una possibile candidatura del commissario agli Affari Economici con un movimento Lib-dem, vicino anche a Renzi.

“Non risponderò a nulla su questo argomento”. Forse per la prima volta in questi mesi di trattative con l’Italia, Pierre Moscovici si sottrae alle domande dei giornalisti. Il quesito riguarda il suo paese, la Francia, messa a ferro e fuoco dai ‘gilet gialli’ al punto da spingere Emmanuel Macron ad annunciare misure che potrebbero portare il deficit francese al 3,5 per cento del pil, dunque ben oltre il tetto del 3 per cento previsto dalle regole europee. E’ un quadro che potrà spingere la Commissione a fare sconti anche all’Italia? Moscovici, qui a Strasburgo per la riunione con i colleghi commissari come avviene ad ogni plenaria dell’Europarlamento nella cittadina francese, non risponde. In questa storia, che alla vigilia di un altro incontro tra Giuseppe Conte e Jean Claude Juncker domani a Bruxelles si sta assestando sulla linea ‘due pesi e due misure’ tra Parigi e Roma, ci sono fattori oggettivi, ma anche molto politici.

L’Ue non può sanzionare Macron, già messo alle strette dalle proteste. Il presidente francese è ancora la promessa dell’establishment europeo, visto che Angela Merkel è ormai alla fine del suo ciclo politico. Un establishment determinato invece a punire il governo populista dell’Italia, a torto o a ragione, comunque a prescindere. Basti questo per spiegare i guanti di velluto con cui l’Europa sta affrontando la crisi di Macron, compreso anche il fatto che nessuno tra i leader europei si è azzardato a contestargli nulla, nemmeno il comportamento della polizia con gli studenti, inginocchiati con le mani sulla testa: la foto ha menato scandalo sul web, non nei palazzi europei. Ma c’è dell’altro.

Ci sono proprio i destini politici dei personaggi in campo. Si prenda Moscovici, che l’anno scorso salutò la vittoria di Macron alle presidenziali francesi come “una buona notizia per la Francia e per l’Europa”. Non fu l’unico, la sfidante al ballottaggio era Marine Le Pen, tutti i leader moderati dell’Ue tirarono un respiro di sollievo. Ma, venendo al presente, Moscovici già aveva difficoltà a sostenere la linea del rigore con Roma, alla luce del suo passato da ministro dell’Economia francese alfiere della flessibilità. Adesso c’è anche il fatto che, pur da socialista, il commissario agli Affari Economici si è molto avvicinato a Macron, lui che ha lasciato il Partito socialista francese per fondare ‘En marche’.

Nei palazzi dell’Ue gira addirittura voce che Moscovici possa candidarsi con il movimento di Macron alle prossime europee: con ‘En marche’ o comunque nell’alveo di un movimento ‘libdem’ che poi all’Europarlamento fonderebbe un nuovo gruppo insieme ad altre formazioni simili in Europa, gli spagnoli di Ciudadanos o anche la nuova creatura politica che potrebbe lanciare in Italia Matteo Renzi.

E’ naturale che tutto questo annulli ogni ipotesi europea di sanzionare Macron per le maggiori spese in deficit, proprio ora che la Francia era uscita dalla procedura europea per deficit eccessivo dopo 9 anni di sanzioni. Non può farlo Moscovici e non ama parlarne. Non può farlo Juncker, del quale ancora si ricorda una frase celebre di qualche tempo fa. “La Francia è la Francia”, disse il presidente della Commissione ad un incontro con i sindaci francesi. E ‘la Francia è la Francia’ sembra essere il motto che ancora oggi guida la Commissione Europea.

Del resto, sottolineano dalla Commissione qui a Strasburgo, “bisogna tenere a mente che nel caso dell’Italia abbiamo un documento programmatico di bilancio”, bocciato dall’Ue e ripresentato da Roma senza cambiamenti di rilievo. “Mentre in quello della Francia abbiamo un discorso”, quello pronunciato ieri sera da Macron. “E che cosa possiamo fare davanti ad un discorso?”.

Con questa spiegazione quindi la Commissione punta ad andare avanti con la procedura di infrazione contro l’Italia per deficit eccessivo legato al debito, a meno che domani Conte non si presenti all’incontro con Juncker con una nuova proposta di bilancio rispettosa dei vincoli europei, con un deficit magari sotto il 2 per cento in modo da non aumentare né quello strutturale, né il debito italiano, che staziona al 131 per cento del pil.

Allo stesso tempo, la Commissione si prepara quanto meno a concedere tempo alla Francia. “C’è una procedura ben stabilita per valutare le politiche bilancio degli stati membri, la nostra posizione sulla Francia è nota e il parere sul progetto di bilancio della Francia è stato pubblicato poco tempo fa. L’impatto verrà valutato in primavera, quando pubblicheremo le nostre previsioni economiche”, dice il portavoce della Commissione Ue, Margaritis Schinas.

Nel volgere di poche ore, qui tra Strasburgo e Bruxelles, sembrano sfumare le speranze italiane di ottenere concessioni per effetto della protesta francese. I ‘gilet gialli’ non stanno modificando il braccio di ferro tra Roma e Bruxelles a favore della prima. E non sembra si apra uno spazio per quell’asse tra “Roma e Berlino” auspicato ieri da Matteo Salvini.

Certo, ci sono anche dei fattori oggettivi. Cioè il fatto che il debito francese è al 97 per cento del pil, dunque inferiore a quello italiano. E che lo spread della Francia, pur avendo guadagnato quasi 6 punti percentuali a un mese dall’inizio delle proteste di piazza, resta sulla soglia accettabile del 47,5 per cento, ben al di sotto di quello italiano oggi a 288 punti percentuali.

Ma, se non altro, il caos scoppiato in Francia mette a nudo anche le convenienze politiche delle elite europee: unite nel punire il primo governo populista tra i paesi fondatori dell’Ue, unite anche nel ‘graziare’ uno dei loro, Macron.

Fonte: huffingtonpost.it (qui)