La titolare dell’Istruzione e del Lavoro ha lasciato gli azzurri ma non la squadra di governo di Luca Zaia, che quindi non ha dovuto operare nessun rimpasto. È il punto più basso della storia forzista nella regione.

Dove trovate un partito che ha vinto le elezioni regionali, ma a distanza di tre anni non ha neppure un assessore? In Veneto. O un partito il cui capogruppoda due anni non ha rinnovato la tessera? Accade anche questo in Veneto dove, con la complicità dello strapotere della Lega e del governatore Luca Zaia, ciò che rimane di Forza Italia rasenta il nulla. Almeno come rappresentatività politica. L’assessore all’Istruzione e al Lavoro Elena Donazzan ha, infatti, lasciato il partito, ma è rimasta in giunta. Non ci sarà nessun valzer di poltrone per dare agli azzurri almeno un posto nella giunta diventata ormai un monocolore leghista. Donazzan resta, anche se da ex. E Zaia si può permettere di dire: “Sarebbe imbarazzante vedere Zaia che fa dibattiti tu dentro, tu fuori perché questi litigano tra di loro”. E ancora: “Ho massimo rispetto per gli alleati, ma sono uomini e donne loro. Io sono partito nel 2010 con uno slogan che loro hanno condiviso: prima il Veneto. E i veneti. Punto, io devo governare”.

È accaduto ai margini di un consiglioregionale in cui il governatore si è presentato (una novità quasi assoluta durante la legislatura) per ribadire che si attende presto da Roma l’autonomia del Veneto. Nel frattempo, si è trovato sul tavolo la richiesta del neo coordinatore veneto di Forza Italia, Davide Bendinelli, di surrogare l’assessore che ha girato le spalle al partito, trasformando l’associazione culturale “Amo il Veneto” nella bozza di un nuovo soggettopolitico. Il riferimento al Veneto non è casuale, Donazzan guarda verso Salvini e completa così una parabola che nel 2000 l’aveva vista eletta consigliere con Alleanza Nazionale. Nel 2005 era assessore sempre con An, nel 2010 assessore con il Pdl, nel 2010 con ForzaItalia. Ma non è l’unica a dimostrarsi in rotta con la casacca azzurra. Il capogruppo Massimo Giorgetti, infatti, ha ufficialmente comunicato ai colleghi del consiglio che egli è pur sempre il capogruppo di Forza Italia, anche se si è definito un “capogruppo indipendentee non iscritto da alcuni anni, quindi separato in casa”. Ad un passo dal divorzio, quindi. Ma siccome nessuno ha, per ora, messo in discussione la sua leadership, egli resta al suo posto.

Elena Donazzan un sassolino se l’è tolto qualche giorno fa quando ha spiegato che l’addio a Forza Italia è dovuto al fatto che i partiti del centrodestra “troppe volte non hanno dato ascolto alle istanze della base e del territorio, provocando un sentimento di delusione diffusa”. Il suo riferimento sono i valori più tradizionali della famiglia, delle radici cristiane, del lavoro, dell’impresa e anche dell’autonomia. La scelta di usare il tricolore nel logo di “Amo il Veneto” è allo stesso tempo un tributo alle radici della destra politica e alla svolta leghista, trasformata in Lega per Salvini premier. Forza Italia nel 2015 aveva solo tre consiglieri eletti, ma il terzo, Massimialiano Barison, è passato a Fratelli d’Italia. Forza Italia è arrivata a una soglia prossima allo zero dopo un percorso iniziato nel 1995 quando Giancarlo Galan fu eletto presidente della Regione Veneto per la prima volta con il 38,8 per cento (FI al 23 per cento). Nel 2000 l’apoteosi: Galan al 54,9 per cento, Forza Italia al 30,3 per cento e Lega Nord all’11,9 per cento. Nel 2010 il terzo governo Galan fu conquistato con il 50,5 per cento di coalizione, Fi al 22,7 e Lega Nord al 14,65 per cento. L’inizio della fine, con la complicità degli scandali che poi hanno travolto Galan, si ha nel 2010 quando Zaia arriva a uno stratosferico 60,1 per cento, la Lega è al 35,1, il Pdl al 24,7. Nel 2015 il tracollo: Zaia vince ancora con il 50 per cento tondo, Lega e lista Zaia arrivano al 40,1, mentre Forza Italia precipita al 5,97 per cento. Un piccolo bottino di voti che valeva un assessore. Ma che adesso si è volatilizzato.

Fonte: ilfattoquotidiano.it (qui)

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