Interessante intervista del Prof. Urbani, tra i fondatori di Forza Italia nel 1994. Urbani parla senza peli sulla lingua e anticipa la fase finale del movimento della rivoluzione liberarale mancata. Certifica la fine di Forza Italia e bolla come velleitaria la decisione di Berlusconi di candidarsi alle prossime elezioni europee del 26 maggio. Nonostante siano chiari gli elementi che inevitabilmente porteranno alla scomparsa di Forza Italia dopo le elezioni europee, ancora in troppi non si rendono conto di questo epilogo imminente e pensano di costruire future amministrazioni locali con basi politiche che avranno la solidità per la sola durata della campagna elettorale. Quello di Urbani pare un appello rivolto anche alla modesta dirigenza interna del partito di Berlusconi che pensa di sopravvivere al partito personale e aziendale del Cavaliere. Mi verrebbe da dire: “Fatevene tutti una ragione” cominciate a pensare di trovervi un lavoro onesto.

«Forza Italia è finita». E la ridiscesa in campo di Berlusconi? «Puramente velleitaria, lui non ha più le caratteristiche potenziali per vincere. Solo per dirne una, la sua ricchezza, che è un pesante, direi deleterio, handicap». Giuliano Urbani, politologo, tra i fondatori nel 1994 di Forza Italia, di cui elaborò il programma istituzionale, due volte ministro nei governi Berlusconi, Funzione pubblica e Beni culturali, ha deciso di rompere il silenzio che si è imposto per anni sulle avventure politiche del Cavaliere e del suo partito. «Ci scherzavo molto con Massimo D’Alema, che mi invitava a dire pubblicamente quello che pensavo. Ma gli ho sempre risposto picche, perché loro, quelli di sinistra, non se lo meritavano, neppure loro avevano le carte in regola per governare. .. A questo punto però mi sembra necessario dirlo, dobbiamo dirlo e dircelo che Forza Italia è finita. Nessuno più va illuso».

Domanda. Il presidente Berlusconi si ricandida alle Europe e lei lo massacra.

Risposta. Io gli faccio tanti auguri, l’amicizia per me viene prima di tutto, ma il suo desiderio di non farsi dimenticare, di restare in gioco non può far velo alla sua razionalità. Oggi lui manca di tutte le caratteristiche potenziali per dar vita al movimento politico che ha in testa. Forza Italia è finita, lui non può rivitalizzarla. Magari alle Europee gli riesce anche di portarla al 12%, ma il miracolo di farla diventare partito a vocazione maggioritaria, quello no. Impossibile.

D. Perché Forza Italia è finita?

R. Tutto è in crisi, in transizione. L’Italia di oggi non ha nulla a che vedere con quella del ’94. Per usare un’immagine popolare, il Paese non è più quello di Peppone e Don Camillo. Quando facemmo Forza Italia lui combatteva i discendenti di Peppone e sperava nell’aiuto degli eredi di Don Camillo. Ora sono spariti tutti dalla scena. Contare su di loro e sulla loro contrapposizione significa contare sul nulla. E poi Berlusconi ha anche il peso degli anni di governo.

D. In che senso?

R. Molti dei problemi che animano la vita politica del Paese sono addebitabili, a torto o ragione, anche a lui. Faccio l’esempio del deficit e del debito italiani: nel ’94 poteva dire che lui non c’entrava niente, che li avrebbe raddrizzati. Oggi non può più dirlo. Per non parlare poi delle diseguaglianze pazzesche che ci sono nella società.

D. Anche quelle colpa di Berlusconi?

R. Ma no, solo che ne momento in cui 23 persone fisiche detengono oltre la metà delle ricchezze del pianeta per lui essere un signore ricco è un handicap grave, direi deleterio. E come fa ad occultare la sua ricchezza? In un paese come l’Italia, pieno di disperati, delusi, disoccupati…

D. Nel ’94 la sua ricchezza fu un’arma vincente, Berlusconi incarnò anche il sogno di tanti italiani di potercela fare, rappresentò la speranza che un imprenditore diventato così ricco potesse fare la fortuna del Paese.

R. Vero, ma era il ’94. Ora nessuno più ci crede.

D. Eppure Forza Italia è data intorno al 10%.

R. E con Berlusconi alle Europee potrebbe anche arrivare al 12%. È un risultato tutt’altro che disprezzabile, ma per fare quello che il Presidente ha in testa ci vuole il 51%. Siamo distanti mille miglia, non c’è speranza di recuperare.

D. Anche nel ’94 fu una scommessa.

R. Quando nascemmo avevamo la speranza di poter contare nel Paese e avevamo contezza degli umori della popolazione. La nostra era una scommessa ma dotata di senso e retta da un programma. Poi per fare il governo abbiamo dovuto mettere dentro cani e porci. E l’abbiamo pagata a caro prezzo. I cani e i porci hanno cominciato a litigare e la rivoluzione liberale se ne è andata a quel paese.

D. Ma lei quando si è reso conto che non andava come doveva?

R. Me ne sono accorto subito. Da politologo e liberale ho visto quello che succedeva. Ho fatto quello che potevo sul fronte della politica culturale, su quello istituzionale invece non sono riuscito: per due volte siamo arrivati ad avere il 45% ma non il 51% che serviva. Sarebbe cambiato tutto, avremmo avuto la classe politica e dirigente capace di cambiare il Paese.

D. Cosa è mancato?

R. Mi viene in mente adesso il mio amico Pinuccio Tatarella, con il quale all’università ci eravamo scambiati sonori ceffoni perché lui era del Fronte della gioventù, io ero liberale. Poi è diventato liberale pure lui. Ma è stata l’eccezione… questo per dire che non c’è stata la maggioranza che serviva per non dover pagare i pedaggi che poi invece abbiamo dovuto pagare ai vari Fini, Bossi, Casini, ai vari gruppi minoritari dei gruppi parlamentari. Siamo riusciti a tenere insieme gruppi e gruppettari ma non nel miracolo di dargli una bandiera e una cultura uniche. Abbiamo formato dei governi ma non siamo andati oltre. È stata la nostra sconfitta.

D. Per tanti anni è stato in silenzio sulle vicende di FI.

R. Ci scherzavo con Massimo D’Alema, che sapendo come la pensavo mi spronava a dire la mia ma gli ho sempre risposto picche, perché loro, quelli di sinistra, non se lo meritavano, neppure loro avevano le carte in regola per governare. Ora invece mi sembra necessario dirlo, dirlo e dircelo, per non prendere più in giro nessuno. Noi sappiamo che quella storia è finita, FI è finita. L’Italia è a pezzi, pure l’Europa lo è. È cambiato tutto.

D. Intorno all’Europa si potrebbe costruire l’alternativa politica per le prossime elezioni. Da FI e Pd pare il tema dominante.

R. Sarebbe uno slogan fallimentare, sono partiti allo sbando, ma come pensano di produrre una politica da contrapporre al governo giallo-verde? L’Europa prima cambia e meglio è. È nata male, sotto la guida dei tedeschi che non volevano più Europa ma solo più paesi da annettere sotto la loro guida. Ed è cresciuta peggio, non riesce nemmeno a condurre in porto una nave di disperati allo sbando nel Mediterraneo, altro che il sogno di Spinelli. È la testimonianza di un fallimento. Fa ridere i polli che su queste basi possa nascere un partito europeista…

D. Si aspettava che dalla fu Lega Nord di Umberto Bossi potesse nascere una Lega nazionale, che sfonda al Sud e che potrebbe inglobare Forza Italia?

R. Non me lo aspettavo minimamente, ma devo ammettere che Matteo Salvini, davanti all’evanescenza dei vecchi partiti, ha saputo sfruttare la forza protestataria del suo partito per rappresentare l’elettorato deluso, che non ce la fa più. Ha grandi capacità.

D. Per quanto tempo avrà il vento in poppa?

R. Per adesso, e fino a tutte le elezioni europee comprese, non vedo problemi per Salvini. Anche se di errori ne ha commessi, ma l’assenza di alternative fa tanto.

D. L’errore più grosso?

R. La mancanza di una politica positiva nei confronti degli immigrati, dell’Europa stessa. È molto bravo nel rappresentare chi protesta, i delusi, coloro che vogliono ritornare a essere padroni a casa propria, che non vogliono lo strapotere della Merkel o di Macron. Nessuno come lui rappresenta questi umori della popolazione. Ma questo a lungo andare non basta, serve qualcosa di positivo e propositivo.

D. I sondaggi registrano una cerca disillusione nell’elettorato del Nord verso Salvini.

R. Perché servono anche risposte di altro tipo, positive, e ci sono aspettative anche sul fronte economico. Ma non dimentichiamo che noi votiamo con il sistema elettorale maggioritario, per cui al Sud la Lega è fortissima perché sta conquistando elettori e al Nord sta conquistando seggi. Salvini è al limite di una maggioranza relativa.

D. A chi ruba voti Salvini?

R. Li prende dal vecchio Pd e dall’elettorato che faceva riferimento alla Dc.

D. E FI che partita può giocare?

R. Nessuna. Quella di Berlusconi, lo ripeto, è un’operazione velleitaria.

D. Ma delfini all’orizzonte capaci di ridare slancio al partito?

R. Guardi è proprio sbagliato parlare di eredi per uno come Berlusconi. Io ho perso ogni speranza anni fa, Berlusconi non sopporta delfini o potenziali numeri uno. FI l’ha sempre considerata una creatura a sua immagine e somiglianza. E poi, anche se ci avesse pensato, non ci ha mai lavorato, non ha mai coltivato un erede.

D. Matteo Renzi per caratteristiche poteva essere l’erede del Cav?

R. Renzi poteva essere tante cose, lui è quello del 40% dei voti alle Europee divenuto il 20% nel giro di pochi mesi.

D. Come spiega questo prosciugamento repentino di consensi?

R. Per molto tempo non sono riuscito a spiegarmelo, sembrava avesse le caratteristiche del leader del futuro. Poi ho visto il documentario che ha fatto su Firenze. Lì mi si è aperto un mondo.

D. Cosa le ha svelato il docufilm su Firenze?

R. Firenze è una delle città più importanti al mondo nella storia. Lui ne è stato sindaco e ne ha fatto una rappresentazione di una banalità e piattezza spiazzanti. Allora ho capito. L’uomo era stato miracolato all’epoca del 40%, poi il miracolo è finito, la bolla è scoppiata ed è tornato al suo peso reale.

D. Professore, lei ha votato a favore del referendum per la riforma istituzionale di Renzi, giusto?

R. Sì, era bruttina, ma anche altre lo erano state. Meglio però votare sì, per il Paese comunque sarebbe stato un passo avanti. Ma Renzi non fece nulla per vincere quel referendum.

D. Torneremo dopo le Europee a parlare di centrosinistra e centrodestra?

R. Se lei immagina un ritorno al bipolarismo, lo escluderei per i prossimi dieci anni almeno. Ci aspetta una fase storica di fibrillazione continua, non vedo aree dell’elettorato consolidate e solide. Ad eccezione della Lega, che ha una sua egemonia dovuta anche alle debolezze altrui, io intravedo un ulteriore sbriciolamento degli attuali partiti. Del resto è così anche in altri paesi europei. Se pensiamo che in Francia c’è un leader come Emmanuel Macron che fa il gradasso e che è lì con il 24% dei consensi…

Fonte: Italiaoggi.it (qui)

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