Forza Italia, Politica

Toti: “La corsa al centro di Forza Italia fallirà. Classe dirigente attenta a mantenere le poltrone.”

Dopo il prof. Urbani, fondatore storico di Forza Italia, che, senza mezzi termini, ha dichiarato il partito del Cavaliere finito aggiungendo che non si devono illudere gli elettori. Arriva sul Corriere della Sera l’intervista ad un altro esponente di spicco di Forza Italia, il Governatore della Liguria Giovanni Toti, il quale torna a far sentire il dissenso  interno verso la linea centrista intrapresa da Forza Italia. E la dichiara fallimentare.

Il governatore azzurro della Liguria: «Questo è il mio partito, ma la corsa al centro fallirà. I forzisti sulla Sea Watch con politici di sinistra e Berlusconi favorevole allo sbarco dimostrano che avremo bisogno di una psicanalisi di gruppo».

«Una giornata come oggi, con rappresentanti di Forza Italia che salgono sulla Sea Watch insieme con politici di sinistra; e con Silvio Berlusconi che, sia pure per motivi umanitari, si dice favorevole a fare sbarcare i 47 migranti a bordo di quella nave, dimostra che se non ci diamo una mossa avremo più bisogno di psicanalisi di gruppo che non di riunioni di partito». Giovanni Toti, presidente della Regione Liguria, torna a criticare il suo partito, Forza Italia, e soprattutto la sua classe dirigente, «che andrebbe selezionata sulla base delle idee e non per cooptazione». «Adesso andiamo in ordine sparso anche sull’immigrazione, creando un duplice risultato nefasto: si confondono gli elettori e si spinge sempre di più la Lega verso i 5S. Così si perdono consensi, anziché recuperarli: nel 2009 il Pdl aveva quasi il 40%, oggi, stando ai sondaggi, Forza Italia più FdI arriverebbero forse al 15».

Qual è la ricetta per riconquistare elettori?

«Il partito non ne ha. La sua classe dirigente è attenta a mantenere le poltrone; poi c’è chi mugugna sotto coperta, ma non fa nulla per cambiare rotta».

Tempo fa aveva proposto un partito unico con la Lega, che ha risposto picche. Però lei chiede ancora «qualcosa di nuovo». Che cos’è? 

«Serve un contenitore aperto a tutte le anime di quello che fu il centrodestra, ma con programma, regole interne e classe dirigente nuovi; un partito con ampie autonomie regionali anche, perché il centralismo non funziona più. Inoltre bisogna ricostruire un ponte con i leghisti, invece che continuare a tirare sassi contro di loro e finire con il convincerli che Forza Italia sta andando verso altri lidi. A volte non ci distinguiamo dal manifesto di Carlo Calenda».

C’è una corsa al centro.

«Che fallirà se si rinnegano i nostri capisaldi: sicurezza, riforma dell’Europa e del Ppe… E se non ci si sforza di costruire una piattaforma comune con la Lega. Salvini non abiurerà, quindi si lavori a creare le condizioni per un’alternativa al governo attuale».

Matteo Salvini intanto ripete sempre che governerà con i grillini per 5 anni. 

«I sondaggi lo appagano e sa che al momento non ci sono i numeri per qualcosa di diverso. Però sa anche che con i 5S ci sono linee diverse su troppi temi, dalla Tav al Venezuela».

Alle Europee mancano 4 mesi: è un tempo sufficiente per fare qualcosa di nuovo?

«Io non ho fretta. Come ho già detto, mi ricandiderò per un secondo mandato in Liguria. Però non mi rassegno a stare in silenzio per far lavorare un manovratore che vedo sempre meno; e seguiterò a operare per tentare di ricreare un centrodestra alternativo, se pure alleato, alla Lega».

Dialoga con Nello Musumeci, presidente della regione Sicilia. Raffaele Fitto e FdI, che pensano di entrare nel gruppo dei Conservatori e riformisti europei (Ecr), la sollecitano a stare con loro. 

«Non ho nulla contro l’Ecr, un gruppo moderato di centrodestra. Semmai, mi sembra velleitaria l’idea di FdI di scavalcare Salvini a destra. Per me, dovremmo posizionarci alla sua sinistra».

Aveva auspicato che Berlusconi non si candidasse alle Europee, invece lo ha fatto.

«Una scelta legittima e coraggiosa».

Farà campagna elettorale per Forza Italia? 

«Non ho incarichi di partito e in Liguria governo per Forza Italia, Lega, FdI, Lista civica Toti e Liguria popolare. Da cittadino, voterò per il mio partito. Sperando che nel frattempo non mi tolga motivazioni».

Fonte: corriere.it (qui) Intervista di D. Gorodisky

Economia, Sovranità monetaria

FT: «Ha ragione la MMT»

E’ dal 2010 che sostengo la teoria MMT. Ho conosciuto Mosler nel giugno 2013 ad un convegno organizzato a Cantù (qui), ma ancor prima il tenace Paolo Barnard che per altro invitammo a Montichiari nel novembre 2013 proprio per un incontro sull’euroschiavitù. In questi giorni è arrivata la conferma di quanto già sosteniamo da quasi dieci anni.

Buona lettura.

Un articolo uscito ieri [17 gennaio 2019] sul blog Alphaville del Financial Times sdogana definitivamente e senza mezzi termini la teoria monetaria moderna (#MMT). Anche su questo, insomma, avevamo ragione noi:

«Non c’è nulla di intrinsecamente socialista per ciò che riguarda il debito pubblico. Un governo può emettere debito per pagare qualunque cosa gli piaccia: per combattere una guerra, per abbassare le tasse, per attutire gli effetti di una recessione. Gli Stati Uniti, per esempio, hanno sempre emesso debito per pagare per queste cose. I politici dicono che il debito pubblico spiazza gli investimenti privati, che è insostenibile e trasformerà il paese che ne fa uso nell’Argentina, nella Grecia o nel Venezuela. Ma indipendentemente da ciò che dicono, i politici americani finiscono sempre per fare ricorso al debito.

I sostenitori della moderna teoria monetaria sostengono che, per un paese sovrano che dispone della propria valuta, non esiste un livello intrinsecamente insostenibile di debito pubblico, sarebbe a dire che non esiste un livello oltre il quale il paese inizia crollare, che sia il 90 per cento o il 200 per cento del PIL. In qualunque momento il governo può appropriarsi delle risorse che ritiene necessarie per finanziare le sue politiche domestiche, indipendentemente dalle entrate.

Un tradizionalista considererebbe tale politica intrinsecamente inflazionistica, sostenendo che, come per qualunque altra merce, aumentare l’offerta di denaro ne riduce il valore. I sostenitori della teoria monetaria moderna sostengono invece che l’inflazione si verifica solo quando l’economia reale – gli impianti, le macchine, i lavoratori – non sono più in grado di assorbire la spesa del governo. Di conseguenza, la spesa va disaccoppiata dalla tassazione. Un governo può spendere finché non sono impiegate tutte le risorse reali di una economia e ricorrere alle tasse solo per raffreddare l’inflazione, una volta che l’economia raggiunge il suo massimo potenziale.

Noi di FT Alphavile riteniamo che [la teoria monetaria moderna] non sia né marxista, né bislacca. È semplicemente un modo diverso di guardare alla politica fiscale, un modo per descrivere i vincoli reali alla spesa pubblica. A ben vedere, il modo in cui la MMT guarda alla spesa pubblica è molto vicino a come i politici di Washington guardano alla spesa pubblica. Attenzione: non stiamo parlando di ciò che dicono, ma di quello che fanno.

Il Congresso degli Stati Uniti spende regolarmente in deficit per le cose che ritiene importanti. Negli ultimi quarant’anni, ha coperto la propria spesa con le tasse solo per un breve periodo, alla fine degli anni Novanta. … Esattamente come sostiene la teoria monetaria moderna, il Congresso spende finché le risorse reali non scarseggiano [cioè finché non viene raggiunto il limite oltre il quale si genererebbe inflazione]. Quel limite non è mai stato raggiunto negli ultimi due decenni.

Quando Washington vuole qualcosa – combattere una guerra, tagliare le tasse – autorizza la spesa necessaria e basta, senza preoccuparsi delle entrate. Dunque le discussioni sulla necessità di pareggiare il bilancio non riguardano i vincoli finanziari ma le priorità. I programmi ritenuti importanti vengono finanziati, sempre e comunque. I programmi che non sono ritenuti importanti devono essere finanziati con le tasse. Quando qualcuno a Washington dice: «Non possiamo permettercelo» in realtà intende «Non penso che sia importante».

In altre parole, [i politici americani] già seguono le prescrizioni della teoria monetaria moderna, anche se non lo ammettono».

Definitivo direi.

Fonte: lantidiplomatico.it (qui) Articolo di Thomas Fazi

Fonte: FT.com (qui)

Elites vs Popoli, Europa vs Stati

DRAGHI & PORCI (ovvero, “giustizia” europea) di M. Blondet

La UE lotta per la segretezza degli archivi della BCE –  La Commissione Europea  ha citato in giudizio la Slovenia dinanzi alla Corte di Giustizia Europea perché la polizia del paese aveva confiscato i fascicoli della BCE.  E’ probabile che il caso stabilisca un significativo precedente. (link)

Così un titolo del DWN il 25 gennaio. Si tratta di uno scandalo che ha coinvolto nel 2013 il banchiere centrale sloveno Boštjan Jazbec,  che per la sua posizione è anche membro del consiglio della BCE, il quale impose alla Slovenia il salvataggio  di sue tre banche  a carico dei contribuenti, con esborso di oltre 3 miliardi, fu detto “per scongiurare una fine di tipo greco”,  con la bancarotta dello Stato.  L’operazione avvenne con tali (diciamo) forzature e danni per i contribuenti e gli investitori, che su richiesta dell’associazione di investitori slovena (VZMD) il procuratore sloveno Zvonko Fiser – evidentemente  non ancora  al corrente dei metodi UE per sopprimere gli stati – ha ordinato un ‘inchiesta, che è giunta  fino ad  imputar Jazbec per abuso di atti dì’ufficio fino all’irruzione della polizia nella sede della banca  centrale slovena. Con sequestro di documenti e  computer.

Le intercettazioni documentarono anche le prime telefonate di Jazbec alla BCE: “Se  cado giù io, trascino anche voi con me”  – che la dice molto lunga sullo “stile”  omertoso e ricattatorio che ispira i rapporti interni alla banca centrale europea, nonché sulla certezza che ci fosse molto da  nascondere nel “salvataggio” bancario.

Ostruzione alla giustizia

Il governatore della banca centrale slovena inquisito   –  e salvato.

Anche il seguito è nello “stile” abituale di Bruxelles. Prima, Mario Draghi  chiede al capo della Commissione, Juncker, di intervenire presso la Slovenia per fermare le indagini  (la famosa “indipendenza” a senso unico).  Juncker ci prova  “con metodi informali” . Ossia, tradotto da  Delo, il primo quotidiano sloveno, “pressioni continue e sempre maggiori a ritirarsi dalle indagini di questi atti, nonostante motivi ragionevoli per sospettare che in autunno del 2013 l’allora capo della Banca di Slovenia ha commesso un numero di reati in il processo di espropriazione degli investitori della NLB”:  L’associazione degli investitori invece di tacere (credono ancora di essere sotto il diritto absburgico?)  denuncia pubblicamente : “Dobbiamo assumere una posizione intransigente nell’opporsi ad ulteriori e sempre più violente pressioni per fermare le indagini sulle irregolarità e gli atti criminali che erano impegnato durante l’espropriazione di investitori e l’eccessiva capitalizzazione delle banche slovene. A tal fine, le autorità e le istituzioni slovene, che sono loro soggette, devono protestare pubblicamente contro di loro e informare il pubblico sloveno e internazionale sui contenuti e gli sviluppi relativi a tali proteste “.  Poiché la giustizia slovena non cede, a quel punto – riporto il titolo di

Deutsche Wirtschafts Nachrichten: Mario Draghi infuriato: la giustizia indaga contro i banchieri della BCE  – Per la prima volta, la giustizia di un paese della UE contro un membro del Consiglio della BCE. A seguito di  un’ingerenza in situazioni  di soccorso bancario dubbie,   le autorità slovene prendono di mira anche il rappresentante sloveno della BCE. Draghi è sconvolto: la BCE è in realtà completamente immune dalla loro azioni giudiziarie e protetta dalle forze dell’ordine. (link)

Ve lo immaginate Mario Draghi addirittura “sconvolto”? Come mai? Perché è stata violata la sacra e totale immunità di cui gode ogni funzionario della Banca Centrale Europea; esso è esentato da qualunque azione penale per atti compiuti durante la sua funzione.

Impunibili, ingiudicabili, infallibili. Per “legge primaria”

Infatti è proprio così che scrive Draghi al procuratore generale Zvonko Fiser: “Le  attrezzature sequestrate contengono informazioni della BCE e tali informazioni sono protette dal diritto primario dell’UE direttamente applicabile“.

Capito? C’è un “diritto primario UE” che protegge lorsignori ed è “direttamente applicabile”, sopra le leggi nazionali.

Ma l’inquirente “ha  respinto la richiesta di Draghi, sostenendo che i dipendenti della banca centrale non godono di privilegi che li esenterebbero dalle indagini nelle procedure pre-penali”. Decisamente gli sloveni,  fedeli sudditi dell’impero d’Austria per mille anni,  entrando nella UE, credono di essere entrati in  uno stato di diritto. Tant’è vero che Delo, ancora non  istruito di come devono comportarsi i media verso la divina  autorità della  BCE, osa scrivere che “Mister Jazbec, anche dalla sua attuale posizione di membro del   Single Resolution Board,continua a fare lobby presso la Commissione Europea perché attui la procedura contro la Slovenia”. Già perché nel frattempo il sospetto è stato  tolto dal governo dalla banca centrale slovena (dove era anche membro della BCE e quindi capace di “trascinare giù anche voi”)  e   nominato, dalla Commissione, a capo di  questo “Single Resolution Board”,  che è un organo non della BCE, ma della Unione Europea per la liquidazione  ordinata delle banche fallite. Insomma salvato in una delle tante porte girevoli per cui funzionari europeisti passano e ripassano.  Forse il termine Commissione Europea non è adatto; meglio sarebbe Commistione  Europea,  il luogo dove i banchieri  centrali si mischiano ai governanti.

Adesso, dunque la Commissione, a nome della BCE, ha citato in giudizio la Slovenia – presso la Corte di Giustizia Europea  – per far valere una volta per tutte “il diritto primario UE” che sancisce l’inviolabilità assoluta dei segreti della banca centrale, l’insindacabilità totale dei suoi atti, e la impunibilità completa dei  suoi membri anche malversatori.  Insomma la superiorità  della BCE   rispetto a tutte le leggi, umane e divine.

Non dubitiamo che la Corte  confermerà il principio di inviolabilità  di Mario Draghi e tutti gli altri banchieri centrali. E’ scritto dal qualche parte nel “diritto primario UE”, quindi è quel diritto che va applicato.   Facciamo solo sommessamente notare che  Draghi, benché “infuriato” e “sconvolto”,  ha cercato di non far valere  questi “diritto” pubblicamente,   chiedendo invece a Druncker di agire coi “metodi informali”, ossia pressioni   continue e sempre più forti sul  governo sloveno perché – violando l’indipendenza della magistratura –  facesse cessare le indagini dei giudici sloveni.

Avrebbe preferito non farlo sapere al grande pubblico, Draghi, che i banchieri centrali hanno  quel “diritto primario”  all’inviolabilità, che li mette al disopra del genere umano fallibile e peccatore.  Come mai, se è un “diritto”? Magari  perché ci si potrebbe cominciare a chiedere   da chi, e come l’hanno avuto? O se lo sono accaparrato? E   magari giungere alla conclusione che quando la UE assume che un gruppo di funzionari manipolatori monetari è “infallibile e non peccatore”,  esige un po’ troppo dalla fede di noi, pur veri credenti in “Più Europa”.

Magari qualcuno potrebbe temere che dietro questa inviolabilità preventiva e supra legem, costoro  mascherino: 1) la loro incompetenza (di cui hanno dato numerosissimi indizi certi)  che ha portato danni enormi a varie nazioni; 2) la loro disonestà e  corruzione; 3) i loro giganteschi conflitti d’interesse e  rapporti indebiti e illegittimi con i poteri finanziari internazionali, l’usura e gli interessi  criminali, penalmente rilevanti, della ideologia globalista.

Prendiamo il caso recente. Quello di madame Danièle Nouy, responsabile della vigilanza della Banca Centrale Europea, la quale  ha affidato gli “stress test” delle banche private non già ad un organo interno della BCE, bensì a un privato esterno, e quale!

Alla  Blackrock, ovvero il più grande asset manager del mondo e il più importante investitore internazionale nel settore bancario. Ma anche nel 2014, alla società di consulenza Oliver  Wyman (che sta a New York, presso Wall Street) per la cifra di 26 milioni di dollari, ossia il triplo di quanto pagato prima, e per buona giunta alla McKinsey, a cui la BCE ha versato, per i suoi servizi, 1,5 milioni. Un  modo di agire  che ha persino indotto Schauble  a chiedere spiegazioni alla Nouy: perché non ha indetto un concorso pubblico per assegnare incarichi così delicati?   Madame ha risposto: “Non c’era tempo, era urgente fare gli stress test”. E si fida così tanto dell’eica della Blackrock – agenzia speculatrice per conto di privati internazionali – da averle affidato anche gli stress test del 2018.

https://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2018-12-19/bce-grande-affare-stress-test-schauble-apre-caso-bce–071039.shtml?uuid=AEy2Uz1G (link cancellato).

La assumerà BlackRock?

Un comportamento da  codice penale, che porterebbe in  galera  un comune mortale,  un ministro,  un sindaco o un direttore di ospedale.  Non  una membra della BCE,  inviolabile e infallibile per diritto primario,  e soprattutto  intoccabile e non giudicabile. Quindi sempre a piede libero a far nuovi danni.
Come sapete, la signora Nouy è in scadenza dalla carica che ha coperto nella BCE ed ha esercitato con speciale accanimento contro le banche italiane. Volete commettere che non resterà disoccupata? Che appena lasciata la poltrona, la assumerà la BlackRock, o la Oliver Wyman o se proprio le  va  male, la McKinsey.

Come Mario Draghi andato e venuto da Goldman Sachs. Come Barroso,  che  appena lasciata la poltrona oggi occupata da Juncker,  anche lui è stato accolto e stipendiato da Goldman, impresa nota per questi servizi caritativi e disinteressati.

Ma la fila rischia di essere lunghissima. La danese Coonie Hedegaard,  commissaria europea al Clima, che appena  dimessa la carica viene assunta da Volkswagen, condannata per le frodi sulle emissioni.  L’olandese Neelie Kroes, vogliamo parlare? Commissaria europea per l’agende digitale (sotto Barroso), s’è occupata della regolamentazione di Uber; uscita dalla carica pubblica, viene assunta –  lo credereste? –  da Uber, che ha creato per lei un apposito “comitato del consiglio di politica pubblica”,  dove in pratica farà lobby per la ditta nei meandri delle regolamentazioni europee. E  vediamo lo sloveno Janez Potocnik: Commissario  UE  alla  Scienza e alla Ricerca  (2004-2010) e poi all’Ambiente (2010-2014) in tutte queste cariche s’è distinto per impedire, con oculati ritardi procedurali,  il  divieto dell’uso di pesticidi colpevoli della strage delle api.  Ebbene: appena perso lo  stipendio europeo, lo trova come  presidente del Forum per il Futuro dell’Agricoltura – una meritevole fondazione morale e scientifica, che è finanziata da Syngenta, il colosso  chimico produttore del pesticida sterminatore.

Conflitti d’interesse, losche disonestà, “errori di governo”  voluti o dovuti a mera incompetenza e ideologismo, sono  l’essenza del funzionamento della Unione Europea :  sono l’effetto della “complessità e opacità voluta delle sue procedure interne,  volute per applicare il “metodo Monnet”, ossia i micro-colpi di stato tecnocratici di cui il pubblico non coglie la portata, ed hanno il solo scopo di sottrarre le decisioni prese a Bruxelles alla sovranità popolare” (Oliver Delorme),  hanno ormai  configurato la UE come un regime patologico di oligarchie   che  fingono  di essere competenti e si fanno gli affari loro, protetti dalla “legge” che loro hanno elaborato, dalla loro “autorità” falsa  costruita dai media e dalle complicità dei commissari, del parlamento, della corte di Giustizia,  nelle cui grinfie ora cade la povera Slovenia – la Corte che s’è arrogata poco a poco il diritto (che nessuno le ha dato, nemmeno i trattati europei)  di giudicare  e interpretare  i trattati, al punto da essere ormai “un  legislatore a sé, che crea il diritto al di fuori di un qualunque controllo democratico, e impone le sue decisioni agli stati  sotto pena di sanzione”.

Anche qui cito Olivier Delorme, un  docente di storia contemporanea che sulla UE  come mostro giuridico ha scritto dei volumi.  I magistrati sloveni faranno bene a leggerlo, per essere avvertiti sotto quale “stato-di- diritto” sono finiti. (link)

Vi lascio alla lettura, perché ho fretta di avvertire: Mario Draghi è prossimo a scadere da governatore inviolabile imperseguibile della BCE. Speriamo lo riprenda Goldman.  Ma invece  “il Colle” lo vuole a capo di un  governo italiano, già pensato e pronto, che sostituirà quello attuale che avete votato , un governo di pasticcioni incompetenti, ed è verissimo. Ma quanto sia incompetente Draghi, lo ha raccontato in un recentissimo articolo Ashoka Mody. Ad  esso rimando  chi legge l’inglese.  Agli altri, se volete, la prossima volta.

 (qui)

Shoah

Sapersi ribellare, dire no. La lezione di Gino Bartali, il campione Giusto

Non dimenticare. Mai. Sapersi ribellare. Dire no. Anche di questi tempi: ogni volta che viene a mancare la pietà, l’umanità, la tolleranza. Il 27 gennaio è il Giorno della Memoria, l’immane tragedia della Shoah. In quell’epoca regnava l’orrore, le leggi razziali rappresentarono una vergogna per l’Italia, gli ebrei non avevano più passato, presente e futuro. I campi di concentramento nazisti funzionavano giorno dopo giorno, donna dopo donna, uomo dopo uomo, bambino dopo bambino. Ma qualcuno non si è voltato dall’altra parte, c’è chi si è battuto, con coraggio e determinazione, per salvare più persone possibili, nel pieno della Paura e della Tragedia: come Gino Bartali.

Un fuoriclasse del ciclismo, il rivale di Fausto Coppi, il “Ginetaccio” che conquistò per tre volte il Giro d’Italia e per due volte il Tour de France. E la sua vittoria in Francia, nel 1948, dopo il tentato omicidio di Palmiro Togliatti, leader del PCI, colpito del neofascista Antonio Pallante con tre proiettili, impedì al nostro Paese di ricadere nel baratro di una nuova guerra civile.

Ma Bartali fu anche l’eroe che salvò da morte sicura più di ottocento ebrei. Con la scusa degli allenamenti, portava ai rifugiati (grazie alle Reti Clandestine), in convento o in case private, documenti, soprattutto passaporti falsi, per poter sfuggire all’arresto durante i continui rastrellamenti. Sapeva di rischiare la vita, ma non si tirò mai indietro. Venne anche arrestato, dai fascisti di Salò guidati dall’ufficiale Mario Carità, rinchiuso a Villa Triste, minacciato di venir fucilato: non parlò, non abbasso la testa, così come non salutò mai il Duce, con il braccio alzato, dopo le sue vittorie. Riuscì a salvarsi, anche grazie alle sue imprese in bici. Era pur sempre un eroe nazionale, alla faccia del fascismo. Un cattolico fervente che aveva abbracciato “ama il prossimo tuo come te stesso”.

Questa storia potete trovarla in un libro bellissimo, di Alberto Toscano, giornalista, saggista e politologo, pubblicato in Francia lo scorso anno con il titolo “Un vélo contro la barbarie nazi” e, ora, finalmente anche in Italia, edito da Baldini+Castoldi: “Gino Bartali, una bici contro il fascismo”, prefazione (splendida) di Gianni Mura, postfazione di Marek Halter, traduzione di Giovanni Zucca.

Bartali non parlò mai, o quasi mai, in vita dei suoi atti di coraggio. Al figlio Andrea disse, semplicemente: “Io voglio essere ricordato per le mie imprese sportive e non come un eroe di guerra. Gli eroi sono altri. Quelli che hanno patito nelle membra, nelle menti, negli affetti. Io mi sono limitato a fare ciò che sapevo meglio fare. Andare in bicicletta. Il bene va fatto, ma non bisogna dirlo. Se viene detto non ha più valore perché è segno che uno vuol trarre della pubblicità dalle sofferenze altrui. Queste sono medaglie che si appuntano sull’anima e varranno nel Regno dei Cieli, non su questa terra”. Ora il nome del nostro campione è sul Muro dei Giusti al Memoriale di Yad Vashem a Gerusalemme. E noi vogliamo ricordare le sue imprese, nello sport e nella vita, in questi giorni, in questo tempo, per una Memoria che va sempre difesa e mai smarrita.

ASSOCIATED PRESSItalian Andrea Bartali son of champion cyclist Gino Bartali, points at the name of his father at the Hall of Names at the Yad Vashem Holocaust memorial in Jerusalem, Thursday, Oct. 10, 2013, after a ceremony to induct Bartali into the prestigious Garden of the Righteous Among the Nations for his help rescuing Jews during World War II. During the German occupation of Italy, the champion cyclist aided the Jewish-Christian rescue network in his hometown of Florence and the surrounding area by shuffling forged documents and papers hidden in the tubes and seat of his bike. (AP Photo/Sebastian Scheiner)

Fonte: huffintonpost.it (qui)

 

Africa, Colonialismo, Popolo vs Elite

Essere arrestati per aver bruciato una banconota CFA simbolo del colonialismo francese. Ecco chi è Kemi Saba.

Il 19 agosto 2017 per protesta l’attivista Kemi Saba, francese di origini beninesi, bruciò in pubblico una banconata da 5.000 Fca (circa 8 euro) per mette sotto i riflettori le ingerenze di Parigi nelle ex colonie.  Fu arrestato in Senegal. A far scattare le autorità di polizia fu una denuncia della Bceao (Banca Centrale degli Stati dell’Africa Occidentale).

Saba fu poi assolto grazie a un cavillo (la legge senegalese punisce chi brucia in pubblico più di una banconota) ma fu espulso dal Paese. Saba, figura discussa, è fondatore di un partito “kemita” che vuole far risalire all’antico Egitto le origini del panafricanismo. Eppure ci fu chi ha paragonato la sua azione a quella di Nelson Mandela quando bruciò il suo vecchio passaporto dei tempi dell’apartheid.

Le accuse di neocolonialismo non risultano peraltro così esagerate se si guarda alla governance delle due banche centrali che regolano l’emissione e la circolazione del franco Cfa, ovvero la già citata Banca Centrale degli Stati dell’Africa Occidentale (Bceao) e la Banca degli Stati dell’Africa Centrale (Beac). In entrambi gli istituti, spiega un articolo pubblicato sul sito della London School of Economics, la Francia gode di fatto di un potere di veto sui consigli di amministrazione. Nel caso della Bceao, il comitato di politica monetaria include addirittura dal 2010 un membro francese con diritto di voto.

Il resoconto di un recente tour italiano del politico Kemi Saba sul sito l’Intellettuale dissidente con un articolo di Sebastiano Caputo del 19 luglio 2018 (qui)

 

Colonialismo, Elites vs Popoli

Chi tocca il CFA muore. Il franco africano strumento del colonialismo francese. Da Olympio a Keita fino a Gheddafi. Gli omicidi politici targati Parigi.

Un grande giornale che ha sempre trascurato il problema dell’Fcfa (cioè il franco francese per l’Africa che è denominato in euro per iniziativa unilaterale della Francia) ha detto che Di Maio, sollevando questo problema nello scorso fine settimana «si schiera di nuovo con i gilet gialli che chiedono la fine del sistema monetario francese» che, dicono, «sfrutta le risorse di 14 paesi africani in un disegno neocoloniale».

Il problema, sempre nascosto accuratamente dai media italiani (e, francamente, non si capisce perché) era stato invece ripetutamente denunciato e analizzato, in tutti i suoi dettagli e in tutte le sue implicazioni da ItaliaOggi per iniziativa di Tino Oldani, con due articoli documentati e coraggiosi.

Il primo, col titolo «Con il franco coloniale la Francia di Macron controlla, deruba e impoverisce 14 stati africani. Anche da qui le migrazioni in Europa», è stato pubblicato da ItaliaOggi il 21 agosto dell’anno scorso.

Il secondo invece, e sempre di Tino Oldani, è uscito il giorno dopo, con un titolo altrettanto espressivo della gravità dei fatti. Diceva infatti: «Sarkozy: ”Le ex colonie francesi non avranno mai la loro moneta”. Infatti chi ci ha provato o è stato eliminato da dei killer o da dei colpi di stato».

Sullo stesso tema, sempre su ItaliaOggi era successivamente intervenuto, altrettanto ampiamente, anche Luigi Chiarello con un articolo dell’11 dicembre scorso da titolo inequivocabile: «La Francia è ancora coloniale».

Di Maio e Di Battista quindi non avevano bisogno di ispirarsi ai programma dei gilet gialli (elaborato, tra l’altro, per semplici punti, senza alcun approfondimento in queste settimane) ma a loro bastava avere letto ciò che ItaliaOggi aveva pubblicato, con ben maggiore documentazione ed evidenza, cinque mesi fa. I due leader del M5s hanno avuto il coraggio di parlare di un tabù monetario vergognoso e che nessuno (ripeto, non si sa perché) in Italia ha mai avuto il coraggio di sollevare, descrivere e dibattere.

Il grande media italiano che ha cercato di disinnescare questo tema, dopo aver citato queste dichiarazioni apparentemente tranquillizzanti (in pratica, sul piano monetario, ha detto Macron, voi paesi africani potete fare quel che volete) si è dimenticato di ricordare che, in passato, i capi di stato africani che hanno tentato di sganciarsi della tutela monetaria di Parigi hanno fatto una brutta fine. Ad esempio nel 1963 Sylvanus Olympio, primo presidente eletto della repubblica del Togo, ex colonia francese, si rifiutò di sottoscrivere il patto monetario con la Francia, avendo compreso molto bene che, se l’avesse accettato, il Togo sarebbe rimasto una colonia da sfruttare, qual era stato fino ad allora. Così il 10 gennaio 1993 ordinò di iniziare a stampare una moneta nazionale. Ma tre giorni dopo, uno squadrone di soldati, appoggiati dalla Francia, lo assassinò. L’ex legionario francese che lo uccise non fu mai punito, ma, anzi, ricevette un compenso di 612 dollari dalla locale ambasciata francese. E il Togo dovette tenersi il franco Cfa come moneta.

La stessa sorte è toccata a Modioba Keita, primo presidente della repubblica del Mali, convinto pure lui che il franco Cfa sarebbe stato una trappola economica per il suo paese. Appena annunciò l’uscita dal franco coloniale, nel 1968, Keita fu vittima di un colpo di stato, guidato anche qui da un ex legionario francese, il luogotenente Moussa Taorè. La storia ovviamente potrebbe continuare sulla base dello stesso copione per dimostrare che, contrariamente a ciò che dice Macron, il franco coloniale è tutt’altro che una porta girevole. E che la denuncia del M5s è importante e tutt’altro che estemporanea. È infatti dallo stato di sottosviluppo di molti paesi africani e dalla sudditanza che essi subiscono dalla Francia che dipendono, oltre che le ricchezza di queste aree, anche il controllo dei flussi migratori.

Non è un caso infatti che la repubblica francese si sia opposta al dislocamento di truppe italiane nell’area subsahariana oggi controllata solo dai militari francesi. E ciò è avvenuto nonostante il dislocamento delle truppe italiane in questa zona fosse stato deciso a livello europeo per consentire il controllo comunitario dei flussi migratori.

Con la loro denuncia Di Maio e Di Battista hanno quindi svolto un’attività politica. Quella che non è stata fatta da tutti i politici italiani in questo ultimo mezzo secolo. E se vai a vedere, molti di questi (l’elenco è pubblico) sono stati insigniti della Legione d’onore che è un altissima onorificenza francese che viene conferita solo a coloro che hanno reso «eccelsi servigi alla Francia». Noi preferiremmo che i politici italiani li rendessero all’Italia come stanno facendo, su questo punto, Di Maio e Di Battista.

Fonte: italiaoggi.it (qui)

Il Commento, Politica

Lo certifica Urbani. “Forza Italia è finita” “E’ necessario dirlo per non prendere più in giro nessuno”. Dunque fatevene tutti una ragione.

Interessante intervista del Prof. Urbani, tra i fondatori di Forza Italia nel 1994. Urbani parla senza peli sulla lingua e anticipa la fase finale del movimento della rivoluzione liberarale mancata. Certifica la fine di Forza Italia e bolla come velleitaria la decisione di Berlusconi di candidarsi alle prossime elezioni europee del 26 maggio. Nonostante siano chiari gli elementi che inevitabilmente porteranno alla scomparsa di Forza Italia dopo le elezioni europee, ancora in troppi non si rendono conto di questo epilogo imminente e pensano di costruire future amministrazioni locali con basi politiche che avranno la solidità per la sola durata della campagna elettorale. Quello di Urbani pare un appello rivolto anche alla modesta dirigenza interna del partito di Berlusconi che pensa di sopravvivere al partito personale e aziendale del Cavaliere. Mi verrebbe da dire: “Fatevene tutti una ragione” cominciate a pensare di trovervi un lavoro onesto.

«Forza Italia è finita». E la ridiscesa in campo di Berlusconi? «Puramente velleitaria, lui non ha più le caratteristiche potenziali per vincere. Solo per dirne una, la sua ricchezza, che è un pesante, direi deleterio, handicap». Giuliano Urbani, politologo, tra i fondatori nel 1994 di Forza Italia, di cui elaborò il programma istituzionale, due volte ministro nei governi Berlusconi, Funzione pubblica e Beni culturali, ha deciso di rompere il silenzio che si è imposto per anni sulle avventure politiche del Cavaliere e del suo partito. «Ci scherzavo molto con Massimo D’Alema, che mi invitava a dire pubblicamente quello che pensavo. Ma gli ho sempre risposto picche, perché loro, quelli di sinistra, non se lo meritavano, neppure loro avevano le carte in regola per governare. .. A questo punto però mi sembra necessario dirlo, dobbiamo dirlo e dircelo che Forza Italia è finita. Nessuno più va illuso».

Domanda. Il presidente Berlusconi si ricandida alle Europe e lei lo massacra.

Risposta. Io gli faccio tanti auguri, l’amicizia per me viene prima di tutto, ma il suo desiderio di non farsi dimenticare, di restare in gioco non può far velo alla sua razionalità. Oggi lui manca di tutte le caratteristiche potenziali per dar vita al movimento politico che ha in testa. Forza Italia è finita, lui non può rivitalizzarla. Magari alle Europee gli riesce anche di portarla al 12%, ma il miracolo di farla diventare partito a vocazione maggioritaria, quello no. Impossibile.

D. Perché Forza Italia è finita?

R. Tutto è in crisi, in transizione. L’Italia di oggi non ha nulla a che vedere con quella del ’94. Per usare un’immagine popolare, il Paese non è più quello di Peppone e Don Camillo. Quando facemmo Forza Italia lui combatteva i discendenti di Peppone e sperava nell’aiuto degli eredi di Don Camillo. Ora sono spariti tutti dalla scena. Contare su di loro e sulla loro contrapposizione significa contare sul nulla. E poi Berlusconi ha anche il peso degli anni di governo.

D. In che senso?

R. Molti dei problemi che animano la vita politica del Paese sono addebitabili, a torto o ragione, anche a lui. Faccio l’esempio del deficit e del debito italiani: nel ’94 poteva dire che lui non c’entrava niente, che li avrebbe raddrizzati. Oggi non può più dirlo. Per non parlare poi delle diseguaglianze pazzesche che ci sono nella società.

D. Anche quelle colpa di Berlusconi?

R. Ma no, solo che ne momento in cui 23 persone fisiche detengono oltre la metà delle ricchezze del pianeta per lui essere un signore ricco è un handicap grave, direi deleterio. E come fa ad occultare la sua ricchezza? In un paese come l’Italia, pieno di disperati, delusi, disoccupati…

D. Nel ’94 la sua ricchezza fu un’arma vincente, Berlusconi incarnò anche il sogno di tanti italiani di potercela fare, rappresentò la speranza che un imprenditore diventato così ricco potesse fare la fortuna del Paese.

R. Vero, ma era il ’94. Ora nessuno più ci crede.

D. Eppure Forza Italia è data intorno al 10%.

R. E con Berlusconi alle Europee potrebbe anche arrivare al 12%. È un risultato tutt’altro che disprezzabile, ma per fare quello che il Presidente ha in testa ci vuole il 51%. Siamo distanti mille miglia, non c’è speranza di recuperare.

D. Anche nel ’94 fu una scommessa.

R. Quando nascemmo avevamo la speranza di poter contare nel Paese e avevamo contezza degli umori della popolazione. La nostra era una scommessa ma dotata di senso e retta da un programma. Poi per fare il governo abbiamo dovuto mettere dentro cani e porci. E l’abbiamo pagata a caro prezzo. I cani e i porci hanno cominciato a litigare e la rivoluzione liberale se ne è andata a quel paese.

D. Ma lei quando si è reso conto che non andava come doveva?

R. Me ne sono accorto subito. Da politologo e liberale ho visto quello che succedeva. Ho fatto quello che potevo sul fronte della politica culturale, su quello istituzionale invece non sono riuscito: per due volte siamo arrivati ad avere il 45% ma non il 51% che serviva. Sarebbe cambiato tutto, avremmo avuto la classe politica e dirigente capace di cambiare il Paese.

D. Cosa è mancato?

R. Mi viene in mente adesso il mio amico Pinuccio Tatarella, con il quale all’università ci eravamo scambiati sonori ceffoni perché lui era del Fronte della gioventù, io ero liberale. Poi è diventato liberale pure lui. Ma è stata l’eccezione… questo per dire che non c’è stata la maggioranza che serviva per non dover pagare i pedaggi che poi invece abbiamo dovuto pagare ai vari Fini, Bossi, Casini, ai vari gruppi minoritari dei gruppi parlamentari. Siamo riusciti a tenere insieme gruppi e gruppettari ma non nel miracolo di dargli una bandiera e una cultura uniche. Abbiamo formato dei governi ma non siamo andati oltre. È stata la nostra sconfitta.

D. Per tanti anni è stato in silenzio sulle vicende di FI.

R. Ci scherzavo con Massimo D’Alema, che sapendo come la pensavo mi spronava a dire la mia ma gli ho sempre risposto picche, perché loro, quelli di sinistra, non se lo meritavano, neppure loro avevano le carte in regola per governare. Ora invece mi sembra necessario dirlo, dirlo e dircelo, per non prendere più in giro nessuno. Noi sappiamo che quella storia è finita, FI è finita. L’Italia è a pezzi, pure l’Europa lo è. È cambiato tutto.

D. Intorno all’Europa si potrebbe costruire l’alternativa politica per le prossime elezioni. Da FI e Pd pare il tema dominante.

R. Sarebbe uno slogan fallimentare, sono partiti allo sbando, ma come pensano di produrre una politica da contrapporre al governo giallo-verde? L’Europa prima cambia e meglio è. È nata male, sotto la guida dei tedeschi che non volevano più Europa ma solo più paesi da annettere sotto la loro guida. Ed è cresciuta peggio, non riesce nemmeno a condurre in porto una nave di disperati allo sbando nel Mediterraneo, altro che il sogno di Spinelli. È la testimonianza di un fallimento. Fa ridere i polli che su queste basi possa nascere un partito europeista…

D. Si aspettava che dalla fu Lega Nord di Umberto Bossi potesse nascere una Lega nazionale, che sfonda al Sud e che potrebbe inglobare Forza Italia?

R. Non me lo aspettavo minimamente, ma devo ammettere che Matteo Salvini, davanti all’evanescenza dei vecchi partiti, ha saputo sfruttare la forza protestataria del suo partito per rappresentare l’elettorato deluso, che non ce la fa più. Ha grandi capacità.

D. Per quanto tempo avrà il vento in poppa?

R. Per adesso, e fino a tutte le elezioni europee comprese, non vedo problemi per Salvini. Anche se di errori ne ha commessi, ma l’assenza di alternative fa tanto.

D. L’errore più grosso?

R. La mancanza di una politica positiva nei confronti degli immigrati, dell’Europa stessa. È molto bravo nel rappresentare chi protesta, i delusi, coloro che vogliono ritornare a essere padroni a casa propria, che non vogliono lo strapotere della Merkel o di Macron. Nessuno come lui rappresenta questi umori della popolazione. Ma questo a lungo andare non basta, serve qualcosa di positivo e propositivo.

D. I sondaggi registrano una cerca disillusione nell’elettorato del Nord verso Salvini.

R. Perché servono anche risposte di altro tipo, positive, e ci sono aspettative anche sul fronte economico. Ma non dimentichiamo che noi votiamo con il sistema elettorale maggioritario, per cui al Sud la Lega è fortissima perché sta conquistando elettori e al Nord sta conquistando seggi. Salvini è al limite di una maggioranza relativa.

D. A chi ruba voti Salvini?

R. Li prende dal vecchio Pd e dall’elettorato che faceva riferimento alla Dc.

D. E FI che partita può giocare?

R. Nessuna. Quella di Berlusconi, lo ripeto, è un’operazione velleitaria.

D. Ma delfini all’orizzonte capaci di ridare slancio al partito?

R. Guardi è proprio sbagliato parlare di eredi per uno come Berlusconi. Io ho perso ogni speranza anni fa, Berlusconi non sopporta delfini o potenziali numeri uno. FI l’ha sempre considerata una creatura a sua immagine e somiglianza. E poi, anche se ci avesse pensato, non ci ha mai lavorato, non ha mai coltivato un erede.

D. Matteo Renzi per caratteristiche poteva essere l’erede del Cav?

R. Renzi poteva essere tante cose, lui è quello del 40% dei voti alle Europee divenuto il 20% nel giro di pochi mesi.

D. Come spiega questo prosciugamento repentino di consensi?

R. Per molto tempo non sono riuscito a spiegarmelo, sembrava avesse le caratteristiche del leader del futuro. Poi ho visto il documentario che ha fatto su Firenze. Lì mi si è aperto un mondo.

D. Cosa le ha svelato il docufilm su Firenze?

R. Firenze è una delle città più importanti al mondo nella storia. Lui ne è stato sindaco e ne ha fatto una rappresentazione di una banalità e piattezza spiazzanti. Allora ho capito. L’uomo era stato miracolato all’epoca del 40%, poi il miracolo è finito, la bolla è scoppiata ed è tornato al suo peso reale.

D. Professore, lei ha votato a favore del referendum per la riforma istituzionale di Renzi, giusto?

R. Sì, era bruttina, ma anche altre lo erano state. Meglio però votare sì, per il Paese comunque sarebbe stato un passo avanti. Ma Renzi non fece nulla per vincere quel referendum.

D. Torneremo dopo le Europee a parlare di centrosinistra e centrodestra?

R. Se lei immagina un ritorno al bipolarismo, lo escluderei per i prossimi dieci anni almeno. Ci aspetta una fase storica di fibrillazione continua, non vedo aree dell’elettorato consolidate e solide. Ad eccezione della Lega, che ha una sua egemonia dovuta anche alle debolezze altrui, io intravedo un ulteriore sbriciolamento degli attuali partiti. Del resto è così anche in altri paesi europei. Se pensiamo che in Francia c’è un leader come Emmanuel Macron che fa il gradasso e che è lì con il 24% dei consensi…

Fonte: Italiaoggi.it (qui)