La storia infinita dell’Aeroporto D’Annunzio di Montichiari registra l’ennesima puntata che vede le istituzioni lombarde impotenti nel cambiare i destini dello scalo bresciano ed i veronesi (ora guidati dai veneziani) con la società Catullo che insistono nel mantenerlo in una condizione di inutilizzo nonostante vi sia una concessione quarantennale che dovrebbe essere onorata. A proposito, una concessione quarantennale “segretata”, una concessione di un servizio che i cittadini/fruitori dello scalo non possono visionare.

Se uno scalo lombardo non riesce a raggiungere i target minimi non comprendiamo per quale motivo la Regione Lombardia non chiede in modo formale a Save S.p.A conto dell’adempimento riguardo la concessione quarantennale assegnatagli. Ci eravamo appellati al Ministro dei Trasporti Toninelli, e la risposta ci è sembrata chiara: “Stiamo guardando i dossier e prima di fare un intervento sul singolo aeroporto, ho l’obbligo, nei confronti degli italiani, per meglio gestire i soldi pubblici, di fare un piano nazionale degli aeroporti. Perchè se io vado ad incentivare o ingrandire un determinato aeroporto devo avere una strategia. E qual è la strategia che oggi stiamo portando avanti innanzitutto? Prima un piano nazionale degli aeroporti che va integrato e coordinato: non si può agire per singola città e singola regione”.

Bruni (Sacbo): Orio può entrare ma non in minoranza. L’aeroporto «D’Annunzio» di Montichiari il 15 marzo compirà vent’anni. Mai nome fu meno azzeccato per un’infrastruttura dalle grandi potenzialità, collocata nel cuore produttivo d’Italia. Ma a dispetto dell’audacia (poetica e non solo) del Vate, lo scalo gestito dai veronesi di Catullo — che detengono una concessione 40ennale — vive una lunga e silenziosa agonia. Senza più nemmeno un volo di linea, con circa 8 mila passeggeri privati l’anno (quelli che Orio fa in meno di tre ore) lo scorso anno ha visto anche il tracollo del trasporto cargo, indicato come il «futuro» strategico dello scalo. Un crollo del 62,6% nel primo semestre. Ma le cose non sono andate certo meglio da luglio a dicembre, come conferma il presidente di Abem, Giuliano Campana: «Il vettore Silk Way per l’Asia non garantisce più la sua continuità. Fa qualche volo ogni tanto. E per il 2019 non ci sono notizie di nuovi voli». Insomma, i numeri altisonanti contenuti nell’ultimo piano industriale di Save (390 mila passeggeri e 231mila tonnellate di merci nel 2020, cioè dopodomani) sembrano più che mai irrealistici. Come irrealistica per ora sembra la possibilità che ci sia un coinvolgimento dei bergamaschi di Sacbo (società che guida lo scalo di Orio al Serio) nella futura società di gestione. Gestione che per la verità non ha mai nemmeno coinvolto fino in fondo i bresciani: da due anni si parla della nascita di una newco formata al 20% dagli imprenditori bresciani di Abem, che dovrebbero gestire lo scalo insieme ai veneti (ai quali rimarrebbe però l’80 per cento delle quote).

Le ipotesi. In passato si era appunto auspicata una sinergia con Bergamo (caldeggiata dagli stessi sindaci Del Bono e Gori), aeroporto che scoppia di salute e ha bisogno di spazio per ampliarsi. Ma a fine 2018 è arrivata la chiusura del presidente di Sacbo, Roberto Bruni, «per ragioni di carattere oggettivo — dice al Corriere —: finché la concessione resta radicata nelle sole mani di Catullo non se fa nulla. E finché non si risolve questo tema è difficile affrontare i nodi successivi. È una precondizione essenziale. Noi non entriamo nell’eventuale futuro ente gestore in minoranza. E non buttiamo soldi in casa d’altri». La porta è chiusa, quindi, ma non a chiave. «Siamo disponibili a riaprirla qualora ci fossero le condizioni» commenta il noto avvocato ed ex sindaco di Bergamo. E le condizioni le possono creare i veneti certo (poco propensi a quanto pare ad avere uno scalo che faccia concorrenza reale a quello di Verona) ma anche gli enti preposti, che possono decidere di rivedere le concessioni. Innanzitutto Enac, l’ente nazionale per l’aviazione civile, che è in attesa di una nuova guida: si è in attesa della nomina del nuovo presidente, che sostituirà Vito Riggio; il ministro Toninelli ha indicato Nicola Zaccheo. «Capisco benissimo l’atteggiamento di Bruni — commenta Campana, presidente Abem —. Il problema è che ad oggi noi non sappiamo da chi andare ad inginocchiarci per uscire da questa indeterminatezza. Non si sa che fine farà Enac, e se verrà incorporata nel ministero dei Trasporti. E siamo in attesa della nomina del suo nuovo presidente; così come dell’annunciata revisione del piano nazionale aeroporti, di cui ha parlato il ministro». Dirimente sarà capire se il governo «del cambiamento» deciderà di mettere a gara la gestione dello scalo, così come aveva indicato lo stesso Tar nel 2014 su ricorso di Abem e Sacbo (poi venne siglata la pace dei cieli in nome dell’alleanza tra lombardi e veneti, i cui frutti però ancora non si vedono). Una decisione delicata, però, che potrebbe rivedere una serie di altre concessioni affidate senza gara.

Le incognite. Ad oggi non si sa nulla nemmeno dell’allungamento della pista a 3450 metri, per poter ospitare voli intercontinentali a pieno carico. Operazione che costerebbe 24 milioni. «Nell’ultimo incontro prima di Natale con i veneti di Save e Catullo — spiega Campana — non si è parlato dell’allungamento della pista. Prima è necessario discutere di come far partire davvero l’aeroporto. C’è tempo fino a giugno per far nascere la newco tra Abem e Catullo. E noi abbiamo pronti i 6 milioni da investire ma per ora navighiamo a vista. A questo punto non sarebbe così peregrina nemmeno l’idea di una gara per la concessione. L’importante è che l’aereoporto decolli, nell’interesse del nostro territorio».

Fonte: corriere.it (qui)

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