Le richieste di autonomia, dopo un’anno e tre mesi dai referendum per l’autonomia di Veneto e Lombardia, a cui si è aggiunta l’Emilia Romagna, cadono in un momento difficile per l’economia. La recessione tecnica e le prospettive non tanto rosee per l’economia globale sono il contesto in cui l’agognata autonomia deve fare i conti. Quasi un revival. Prima il federalismo fiscale, mai nato e seppellito con la crisi del 2011.

Ancora una volta la crisi economica, i vincoli imposti da Bruxelles e l’incapacità di riformare la pubblica amministrazione sono gli ingredienti che fanno solo che prevedere un’avvio dell’autonomia per le regioni, che hanno attivato la procedura prevista dall’art.  116, comma 3 della Cost., da minimo sindacale. Quanto basta per avviare un meccanismo legato ai costi standard, ma anche al ciclo economico, perchè diversamente l’autonomia legislativa consentita attraverso l’autonomia fiscale, potrebbe diventare la pietra tombale delle istanze autonomiste. Istanza che non potrebbero che accentuare le rivendicazioni andando oltre la mera autonomia costituzionalmente prevista.

Di seguito la cronaca sul percorso delle intese per l’autonomia de il Sole 24 ore del 12 febbraio 2019:

Il ministero delle Infrastrutture non ha nessuna intenzione di regionalizzare le concessioni di strade, autostrade e ferrovie. Quello dell’Ambiente ha risposto «non possumus» alla richiesta di affidare alle Regioni le regole sulle bonifiche e soprattutto sulle valutazioni decisive (Via e Vas) quando si tratta di autorizzare un impianto industriale o qualsiasi altro progetto edilizio importante. Il ministero della Salute si tiene stretta la disciplina su ticket e tariffe, come fa quello del Lavoro sugli ammortizzatori sociali perché Di Maio non può perdere il controllo diretto sul reddito di cittadinanza. I Beni culturali non cedono invece le Sovrintendenze, chieste a gran voce da Lombardia e Veneto. Le offerte alternative su musei, patrimonio culturale e biblioteche sono piovute, ma non hanno commosso i governatori. Sulla scuola l’idea dei ruoli regionali per i nuovi insegnanti in Lombardia e Veneto (anticipata sul Quotidiano degli enti locali e della Pa del 29 gennaio) ha trovato un punto d’incontro fra governo e regioni. Ma i sindacati tuonano.

E con tanti punti interrogativi non può arrivare l’ultima parola, o meglio l’ultima cifra, del più importante dei ministeri: quello dell’Economia. Per capire quanto vale la spesa delle funzioni da trasferire bisogna mettere a posto tutte le tessere del mosaico. Definite nel dettaglio le materie da assegnare alle regioni si possono indicare i numeri, che nei primi anni saranno basati sulla spesa storica, cioè sulle uscite che oggi lo Stato in ogni territorio dedica alle attività in via di trasloco alle regioni. Poi bisognerebbe definire i parametri standard per garantire il finanziamento dei «livelli essenziali delle prestazioni», che potrebbero cambiare davvero la geografia della spesa pubblica. Ma sarebbe solo l’ultima tappa di un percorso che ancora prima di cominciare sta incendiando il dibattito fra un Nord che chiede di trattenere più risorse e un Sud che teme la fine della solidarietà finanziaria nazionale. Timori accresciuti dalla richiesta regionale, soprattutto di Lombardia e Veneto, di ancorare gli standard alla «capacità fiscale» dei territori. Ma è difficile che questo criterio possa farsi largo davvero nel testo finale.

I troppi punti aperti che accompagnano il viaggio dell’autonomia differenziata per Lombardia, Veneto ed Emilia Romagnaverso il consiglio dei ministri di venerdì rendono impossibile chiudere il dossier il 15, come da calendario lanciato da Matteo Salvini sotto Natale. Perché molti nodi andranno sciolti direttamente a Palazzo Chigi, dove sarà il premier Conte a dover tracciare la linea su un terreno scivolosissimo per la maggioranza. A complicare il tutto c’è il fatto che accanto alla battaglia politica se n’è giocata una tecnica, per certi versi ancora più dura, che ha opposto i “regionali” ai dirigenti di prima linea dei ministeri, in modo anche trasversale al colore politico di chi li guida. Alla fine con i ministeri targati Lega l’accordo si è trovato. Ma con quelli M5S no. La ministra degli Affari regionali, Erika Stefani, non potrà far altro che portare in consiglio dei ministri tutte le questioni aperte . Per ogni regione, sul tavolo finiranno due testi affiancati, che mettono a confronto le parti concordate con i ministeri e quelle su cui le posizioni restano distanti. Su ogni punto si dovrà decidere in consiglio. E una volta sistemato, il testo potrebbe essere indirizzato alle commissioni Affari costituzionali delle due Camere e alla bicamerale sul federalismo prima delle intese, per far pesare un Parlamento che altrimenti rischia di fare il passacarte degli accordi negoziati fra governo e regioni. Sempre che un accordo alla fine si trovi, perché troppe correzioni potrebbero finire per rivelarsi indigeste per i governatori.

Fonte: Il Sole 24 Ore.

Ecco i documenti:

La bozza d’intesa della Lombardia (qui)

La bozza d’intesa del Veneto (qui)

La bozza d’intesa dell’Emilia Romagna (qui)

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