Africa, Europa, Immigrazione, Politica

Kagame: “La crisi migratoria è una creazione dell’Europa”.

Dal quotidiano ruandese The New Times riportiamo la traduzione di un’intervista al presidente Paul Kagame, che affronta temi cruciali per l’Africa visti da un’ottica – per una volta – non europeocentrica. Non sorprende che sottolinei il ruolo dell’Europa nell’attirare gli immigrati clandestini, lo scarso effetto dei miliardi di fondi affluiti in Africa (di cui molti avevano “un biglietto di ritorno”), l’atteggiamento ipocrita e presuntuoso tenuto da un’Europa peraltro in crisi. 

Il presidente Paul Kagame afferma che l’Europa ha investito miliardi in modo sbagliato e ha invitato i migranti. Considera il modello europeo di democrazia inefficiente e le élite africane problematiche.

In un’intervista esclusiva con il quotidiano austriaco Die Presse, il presidente Kagame, che si trovava nel paese europeo per il vertice di alto livello Europa-Africa che si è tenuto nella capitale Vienna, parla a lungo dei legami africani ed europei, del commercio, dell’impegno della Cina in Africa e degli aiuti.

Di seguito è riportata la versione tradotta dell’articolo originariamente pubblicato in tedesco.

Perché l’Europa ha riscoperto il suo interesse per l’Africa? A causa della crisi migratoria?

L’Europa ha trascurato l’Africa. L’Africa avrebbe dovuto essere un partner da scegliere anche solo i base alla nostra storia comune. Ma gli europei hanno semplicemente avuto un atteggiamento sbagliato. Sono stati presuntuosi.

L’Europa ha creduto di rappresentare tutto ciò che il mondo ha da offrire; che tutti gli altri potessero solo imparare dall’Europa e chiedere aiuto. Questo è il modo in cui gli europei hanno gestito l’Africa per secoli.

E questo sta cambiando ora?

Sta iniziando a cambiare. A causa di alcuni fatti.

Quali fatti?

L’Europa ha capito che le cose non sono così rosee nel suo stesso continente. La migrazione è solo una parte del problema, solo una parte di ciò per cui i cittadini europei sono scontenti. Basta guardare a tutte le proteste e al cambiamento del panorama politico. La rabbia è diretta contro gli errori commessi dalla leadership politica.

La popolazione africana raddoppierà entro il 2050. Solo per questa ragione, molte persone potrebbero prendere il cammino dell’Europa nei prossimi anni.

Non è solo una questione di dimensioni della popolazione. Quello che conta è il contesto in cui cresce la popolazione. La Cina ha 1,3 miliardi di abitanti. Tuttavia, non si sono viste legioni di cinesi migrare illegalmente in altri paesi.

Anche se la popolazione dell’Africa non crescesse, in molti posti la povertà sarebbe ancora così grande che le persone cercherebbero alternative. L’Europa ha investito miliardi su miliardi di dollari in Africa. Qualcosa deve essere andato storto.

Che cosa è andato storto?

In parte, è che questi miliardi avevano un biglietto di ritorno. Sono fluiti in Africa e poi tornati di nuovo in Europa. Questo denaro non ha lasciato nulla sul terreno in Africa.

Alcuni di questi soldi potrebbero essere scomparsi nelle tasche dei leader africani.

Supponiamo per un momento che sia così. L’Europa sarebbe davvero così pazza da riempire di denaro le tasche di ladri? Potrebbe anche esserci un’altra ragione per cui il denaro non ha prodotto risultati: perché è stato investito nel posto sbagliato.

Quindi dove dovrebbero andare i fondi per lo sviluppo?

Nell’industria, nelle infrastrutture e nelle istituzioni educative per la gioventù africana, il cui numero sta crescendo rapidamente. Questo è l’unico modo per avere un dividendo demografico.

La Cina sta investendo molto nelle infrastrutture. Le aziende cinesi stanno costruendo strade in Ruanda. I cinesi lavorano in modo più intelligente degli europei?

La Cina è attiva in Ruanda, ma non in modo inappropriato. Le nuove strade in Ruanda sono in gran parte costruite con denaro europeo. A volte ci sono subappaltatori cinesi.

Ritiene che l’impegno della Cina in Africa sia una buona cosa?

È buono, ma può ancora essere migliorato. Gli africani devono soprattutto lavorare su se stessi. In Ruanda, conosciamo la nostra capacità e quali proposte cinesi dobbiamo accettare, in modo da non sovraccaricarci di debiti. Ma ci sono anche paesi che non hanno fatto buoni accordi e ora si stanno strangolando.

Questi paesi sono incappati nella trappola del debito.

Non tutti, ma può succedere. Dipende da noi africani. Perché non sappiamo come negoziare con la Cina? Certamente i cinesi non sono qui solo come filantropi per aiutarci.

Quindi lei vede anche un problema relativo alle élite in Africa.

Decisamente. L’Africa è rimasta un continente da cui le persone semplicemente si servono.

Quale paese è servito da modello di sviluppo per lei? Singapore?

Abbiamo imparato alcune cose da Singapore. Collaboriamo ancora con Singapore oggi. Ma non abbiamo cercato di copiare nessun altro paese.

Quali sono i fattori chiave per lo sviluppo?

La prima cosa e la più importante è investire nella propria gente, nella salute e nell’educazione. In secondo luogo, devi investire denaro in infrastrutture e, in terzo luogo, in tecnologia.

Stiamo cercando di creare sistemi di valore che ci consentano di essere più efficienti: turismo, informatica, energia. Ma soprattutto vogliamo fornire una migliore educazione ai nostri cittadini per favorire l’innovazione e l’imprenditorialità.

Ha una visione su dove dovrebbe essere il suo paese tra 20 anni?

Abbiamo iniziato nel 2000 con un piano per il 2020. Ora abbiamo elaborato un nuovo piano dal 2020 al 2050, diviso in due fasi di 15 anni. La nostra visione è quella di costruire un paese stabile, sicuro, prospero e sostenibile, in cui i nostri cittadini possano vivere una vita buona in un ambiente incontaminato.

Lei è stato generale, ministro della Difesa e dal 2000 presidente…

Mi manca la mia vita come comandante militare e ministro della Difesa. (Ride). La preferivo alle sciocchezze che spesso devo affrontare.

L’ex presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, la ha fortemente criticata nel 2015 per aver cambiato la costituzione per rimanere in carica più a lungo. Si considera indispensabile per il benessere del suo paese?

Una cosa dovrebbe essere buona o cattiva solo perché Obama la vede in quel modo? In Germania, Angela Merkel ha corso per quattro elezioni. Nessuno si è inquietato. Non ho proposto io di cambiare la costituzione. Non sono stato coinvolto nella decisione, ma l’ho accettata. I ruandesi apprezzano il lavoro che ho svolto.

Chiaramente rimprovera all’Occidente di imporre i suoi standard democratici agli altri.

L’ipocrisia degli europei è sorprendente. Predicano ciò che non praticano loro stessi. Perché c’è questo fallimento in Europa? A causa della democrazia? Se democrazia significa fallimento, allora la democrazia europea non è qualcosa che dovrei praticare.

Come valuta la gestione europea della crisi dei rifugiati del 2015 ?

L’Europa ha un problema di migrazione perché non è riuscita ad affrontare il problema in anticipo. Invece di aiutare l’Africa, ha ulteriormente impoverito il continente. Non mi fraintenda: non sto dando all’Europa tutta la colpa del problema della migrazione.

È un problema condiviso. Gli africani devono chiedersi perché c’è questo caos con la gente che continua a fuggire dalle proprie terre. Di questo non può essere ritenuta responsabile l’Europa.

Ma gli europei vogliono modellare gli altri a loro immagine. Lamentano costantemente che l’Africa è piena di dittatori. Che è un modo per dire: “Noi sì che siamo liberi, l’Europa è il paradiso, vieni!”. Così l’Europa ha invitato gli africani. Fino ad oggi.

Alcuni leader dell’opposizione sono stati recentemente rilasciati dal carcere in Ruanda. Espandere lo spazio democratico è una parte della sua strategia di sviluppo?

Non sono sicuro che le persone abbiano la stessa cosa in mente quando parlano di democrazia. E cosa intende per “leader dell’opposizione”? Uno di loro ha infranto ogni tipo di regola quando si è proposta come candidata alla presidenza.

Questa storia è stata poi presentata come se volessi impedirle di partecipare alle elezioni. Questa donna avrebbe avuto zero possibilità di vincere anche alle elezioni come sindaco.

Se lei è così popolare, la repressione non dovrebbe essere necessaria.

Che cos’è la democrazia? Permettere ai malfattori di ottenere il sopravvento? L’altra donna che è stata rilasciata era stata condannata per avere collaborato con gli autori di genocidio. In altri paesi sarebbe stata giustiziata.

Allora, perché è stata rilasciata?

Abbiamo concesso la clemenza a molti. La nostra stessa gente ci richiama all’ordine, quando vedono assassini per le strade. Non ci fa piacere farlo, ma vogliamo avere un futuro comune nel nostro paese.

Quanto è fragile l’equilibrio in Ruanda? Solo 24 anni fa furono massacrate 800.000 persone.

Stiamo cercando di guarire la società. Molti parenti delle vittime lo trovano difficile da capire. Parliamo con loro. La politica non è un gioco. Riguarda la vita delle persone.

Die Presse

Christian Ultsch, 24 dicembre 2018

Africa, Colonialismo, Popolo vs Elite

Essere arrestati per aver bruciato una banconota CFA simbolo del colonialismo francese. Ecco chi è Kemi Saba.

Il 19 agosto 2017 per protesta l’attivista Kemi Saba, francese di origini beninesi, bruciò in pubblico una banconata da 5.000 Fca (circa 8 euro) per mette sotto i riflettori le ingerenze di Parigi nelle ex colonie.  Fu arrestato in Senegal. A far scattare le autorità di polizia fu una denuncia della Bceao (Banca Centrale degli Stati dell’Africa Occidentale).

Saba fu poi assolto grazie a un cavillo (la legge senegalese punisce chi brucia in pubblico più di una banconota) ma fu espulso dal Paese. Saba, figura discussa, è fondatore di un partito “kemita” che vuole far risalire all’antico Egitto le origini del panafricanismo. Eppure ci fu chi ha paragonato la sua azione a quella di Nelson Mandela quando bruciò il suo vecchio passaporto dei tempi dell’apartheid.

Le accuse di neocolonialismo non risultano peraltro così esagerate se si guarda alla governance delle due banche centrali che regolano l’emissione e la circolazione del franco Cfa, ovvero la già citata Banca Centrale degli Stati dell’Africa Occidentale (Bceao) e la Banca degli Stati dell’Africa Centrale (Beac). In entrambi gli istituti, spiega un articolo pubblicato sul sito della London School of Economics, la Francia gode di fatto di un potere di veto sui consigli di amministrazione. Nel caso della Bceao, il comitato di politica monetaria include addirittura dal 2010 un membro francese con diritto di voto.

Il resoconto di un recente tour italiano del politico Kemi Saba sul sito l’Intellettuale dissidente con un articolo di Sebastiano Caputo del 19 luglio 2018 (qui)

 

Africa, Colonialismo

L’inchiesta choc sulla Francia: “Tiene metà dei soldi donati all’Africa”

I fondi convertiti in Cfa dalle banche francesi: “Metà vengono trattenuti a titolo di garanzia”. 10 miliardi usati per finanziare il debito di Parigi.

Vi siete mai chiesti dove finiscono i soldi che, con generose donazioni, gli italiani (e non solo) inviano verso l’Africa subsahariana? “In Francia“. È questo il contenuto dell’inchiesta choc condotta da Night Tabloid, il programma della Rai con Annalisa Bruchi affiancata da Aldo Cazzullo, Alessandro Giuli e Claudio Sabelli Fioretti.

In sostanza a Parigi rimarrebbe “la metà” dei fondi versati destinati all’Africa. In che modo? “I soldi arrivano qui – spiega il servizio – per essere convertiti in monete africane, ma la metà di quel denaro viene trattenuto a titolo di garanzia”.

Non proprio il massimo. Ogni euro che spediamo verso l’Africa, spiega Mohamed Konare del Movimento Panafricanista, “passa dalla Banca di Francia per forza”. Qui viene convertita in Cfa (la moneta africana) e viene poi spedito in Africa. Dove sta l’inghippo? “Quell’euro rimane nella banca francese”, spiega Konare.

“Sia le banconote che le monete africane sono stampate in Francia“, aggiunge Kako Nubukpo, ex dirigente della Banca centrale africana. Anche gli aiuti umanitari in dollari, sterline e euro. Tutti verrebbero poi trasformati in Cfa. E questo – spiega il programma Rai – “succede per 14 paesi africani, tutte ex colonie francesi e tutte con un sistema monetario messo in piedi e controllato dalla Francia, il Franco Cfa: cambio fisso e valuta forte”.

Il fatto è che la Francia “lascia la metà delle divise estere ai Paesi africani, mentre l’altra metà la tiene in un conto a garanzia”. A confermalo è Massimo Amato, dell’Università Bocconi. “Su questo conto in questo momento ci sono l’equivalente di 10 miliardi di euro“. Non solo. “Sono piazzati in titoli del debito francese e quindi contribuiscono in parte a finanziare il debito francese”. Che verrebbe così pagato coi soldi africani.

Ma non è tutto. Il denaro africano, essendo parte del sistema monetario controllato da Parigi, è una valuta forte. Dunque renderebbe “difficili le esportazioni”. Inoltre, spiega Night Tabloid, ” la difesa del cambio fisso scoraggia gli istituti di credito dal prestare denaro, quindi le imprese non investono, producono poco e pagano meno gli operai. Si fa prima a importare tutto”. E spesso per pagare la merce gli africani utilizzano i soldi delle rimesse degli immigrati che arrivano in Europa. E sul caso è intervenuto anche Francesco Lollobrigida, capogruppo di Fratelli d’Italia: “Già a ottobre una delegazione di Fratelli d’Italia andò al confine con la Francia per protestare contro lo sfruttamento delle Nazioni Africane da parte dei francesi. Adesso, dopo quest’ultima clamorosa rivelazione, il governo italiano alzi la voce e pretenda immediate spiegazioni dal presidente Macron, sempre solerte nel bacchettare l’Italia sull’immigrazione. Gli europei dovrebbero cacciare a pedate chi lucra con le donazioni, sfruttando l’Africa e gli africani che poi affamati invadono le nostre Nazioni”.

Fonte: ilgiornale.it (qui)

Africa, Cina

Global Times: Le linee guida di Xi sulla cooperazione Cina-Africa sono le chiavi del nuovo paradigma globale

Le linee guida del presidente Xi lasceranno sicuramente un segno profondo sulla storia delle relazioni tra il continente africano, la Cina e il mondo intero.

Il presidente cinese Xi Jinping ha annunciato al Forum sulla Cooperazione Cina-Africa (FOCAC) a Pechino, svoltosi il 3-4 settembre, che la Cina segue l’approccio “cinque no” nelle sue relazioni con l’Africa. L’approccio “cinque no” include: nessuna interferenza nei paesi africani per il perseguimento di percorsi di sviluppo che si adattino alle loro condizioni nazionali; nessuna interferenza negli affari interni dei paesi africani; nessuna imposizione della volontà cinese sui paesi africani; nessuna imposizione di condizionamenti politici all’assistenza all’Africa; e nessuna ricerca di guadagni politici egoistici negli investimenti e nel finanziamento della cooperazione con l’Africa.

Il presidente Xi ha anche condiviso l’approccio “quattro non è possibile” che include: Nessuno può minare la grande unità tra il popolo cinese e il popolo africano. Nessuno può trattenere il popolo cinese o il popolo africano mentre marciano verso il rinnovamento. Nessuno può negare i notevoli risultati ottenuti nella cooperazione Cina-Africa. E nessuno può mettere i bastoni tra le ruote per ostacolare gli sforzi internazionali per sostenere lo sviluppo dell’Africa.

Il discorso del presidente Xi ha affrontato le principali questioni che riguardano l’attuale contesto economico e di sviluppo dell’Africa illustrando i principi alla base della posizione della Cina. La Cina ha avuto un impatto significativo sulla creazione di un ambiente globale favorevole che ha agevolato lo sviluppo in tutto il continente africano eliminando gli ostacoli tra gli sforzi cooperativi di entrambe le parti.

Idee sbagliate sugli affari africani si sono protratte per un bel po’ di tempo. Il sottosviluppo in tutto il continente è stato erroneamente ritenuto causato da una mancanza di “democrazia politica”.

Le nazioni occidentali volevano che i paesi aiutati replicassero il loro sistema politico. L’aiuto occidentale all’Africa è tipicamente accompagnato da dure condizioni. Fornire supporto finanziario è diventato un processo che implica la deformazione dell’ecologia politica di una nazione.

Dal momento che molte nazioni africane hanno annunciato la propria indipendenza, ogni sovranità è stata costantemente disturbata dai paesi occidentali, causando un’erosione estesa piuttosto che lo sviluppo. Queste stesse forze non intendono prendere in consegna i paesi africani che aiutano, ma in realtà proprio l’opposto mentre si lasciano andare rapidamente una volta che una certa quantità di “consigli forzati” sono imposti all’apparato politico di una nazione. Queste sono le principali cause di distruzioni, disordini e turbolenze che hanno sempre afflitto il continente africano. Gli scenari sopra menzionati sono cresciuti fino a dominare particolari regioni durante vari periodi.

Gli strascichi del colonialismo occidentale e una mentalità straniera distorta hanno impedito all’Africa di svilupparsi seguendo la propria strada e hanno fatto sì che molte di quelle nazioni restassero indietro rispetto agli altri continenti.

Lo sviluppo monolitico della Cina continua a superarsi con risultati sorprendenti.

Ha preso la strada che meglio si adatta alla nazione e, di conseguenza, il mondo è stato in grado di assistere a una profonda trasformazione iniziata 40 anni fa con la riforma e l’apertura. Il Paese non è gravato da una mentalità non realistica sull’Africa, né esiste un egoismo strategico per “dominare” o “guidare” nessuna delle nazioni del continente. Sviluppare un maggiore livello di cooperazione è solo una componente organica dell’apertura della Cina al mondo. Pertanto, la cooperazione Cina-Africa è sempre rimasta su un percorso realistico e fresco.

La Cina è la versione moderna dell’industrializzazione. Quattro decenni di riforma e apertura sono stati il ??periodo di accelerazione per l’industrializzazione di oggi. Questo è ciò di cui ha bisogno il continente africano, affinché possa raggiungere lo stesso livello di modernizzazione. La Cina ha fornito alle nazioni di tutta l’Africa le loro maggiori necessità per l’industrializzazione e i progressi tecnologici, insieme a una moltitudine di risorse essenziali. La partnership si è sempre concentrata sulla creazione di una base per la modernizzazione, piuttosto che costringere un altro paese a realizzare qualsivoglia battuta d’arresto politica. Le relazioni sino-africane hanno dipinto un nuovo orizzonte per gli altri paesi da contemplare nell’arena della cooperazione globale.

La cooperazione Cina-Africa ha successo, chiaramente evidente dagli atteggiamenti di accoglienza nei confronti degli investimenti cinesi e dal modo in cui le nazioni africane storcono il naso agli attacchi dell’opinione pubblica occidentale sulla relazione complessiva. Sebbene i media occidentali abbiano lanciato accuse infondate sulla relazione, la valutazione dell’Africa è stata decisiva. Quando l’Africa accoglie favorevolmente gli investimenti cinesi, l’alto volume delle critiche sfuma nel rumore.

Gli approcci “cinque-no” e “quattro non è possibile” enfatizzati da Xi sono i risultati combinati di esperienze di successo tra la Cina e il continente africano. Sono anche suggerimenti per altri paesi affinché possano scegliere il giusto approccio quando si tratta di affari africani, per il bene e gli interessi della popolazione africana.

La Cina spera che tutte le parti possano esaminare da presso i successi di tale cooperazione storica e farlo con un atteggiamento positivo. È tempo di liberarsi dalla narrativa dell’egoismo strategico, e insieme promuovere scenari che daranno luogo a molteplici risultati vantaggiosi per gli affari africani.

La “non interferenza nei paesi africani alla ricerca di percorsi di sviluppo che soddisfino le loro condizioni nazionali” e “nessuna ricerca di guadagni egoistici di investimento e finanziamento della cooperazione con l’Africa” dall’approccio “cinque no” sono particolarmente nuovi. La Cina crede che porteranno i loro frutti.

I “cinque-no” e “quattro non è possibile” sono davvero stimolanti. Correggono i concetti di diritto e fanno giustizia. Le linee guida del presidente Xi lasceranno sicuramente un segno profondo sulla storia delle relazioni tra il continente africano, la Cina e il mondo intero.

Fonte: lantidiplomatico.it (qui)

Africa, Imperialismo

La silenziosa espansione di Pechino in Africa: in arrivo 60 miliardi di nuovi finanziamenti.

L’annuncio del presidente Xi Jinping al Forum di cooperazione Africa-Cina. Nel nuovo pacchetto, che fa il bis dopo quello annunciato tre anni fa, prestiti a tassi zero, nuove linee di credito, un fondo per lo sviluppo  e fondi legati a import e progetti di imprese private. L’avanzamento nel continente prosegue mentre Usa ed Europa restano a guardare.

PECHINO – Nella Grande sala del Popolo di Pechino c’erano tutti, oltre 50 tra capi di Stato e di governo dei Paesi africani. E dal palco il padrone di casa Xi Jinping ha riservato loro un’accoglienza che più calorosa non si può. Il presidente cinese, nel discorso inaugurale del Forum di cooperazione Africa-Cina trasmesso oggi in diretta tv, ha promesso finanziamenti al continente per 60 miliardi di dollari, tra prestiti e investimenti per infrastrutture. Di fatto una replica al centesimo della cifra che Xi aveva impegnato tre anni fa, all’ultimo incontro bilaterale, e che nel frattempo ha reso Pechino, con crescenti preoccupazioni dell’Occidente, il principale partner commerciale e uno dei principali alleati finanziari e militari del continente.

Una diplomazia che parte dalla finanza, ma va ben oltre. Se c’è un luogo nel mondo dove questa strategia di Xi sta funzionando è proprio l’Africa, lo dimostra la presenza in massa dei leader africani a Pechino (manca solo eSwatini, l’ex Swaziland che ancora mantiene legami diplomatici con Taiwan). Dei 60 miliardi promessi per i prossimi tre anni, 15 saranno di aiuti e prestiti a interessi zero, 20 in linee di credito, 10 per un fondo speciale per lo sviluppo, 5 per le importazioni dall’Africa e altri 10 per progetti privati delle imprese cinesi. Il focus è ovviamente sulle infrastrutture: un binario e un molo dopo l’altro Pechino sta integrando il continente nel grande progetto della Nuova Via della Seta, la rotta commerciale, sia marina che terrestre, che dalla Cina viaggia verso Occidente. Piantando bandierine rosse e aprendo cantieri in tutta l’Africa, dal porto di Djibouti alla ferrovia tra Mombasa e Nairobi.

L’offensiva cinese ha preso in contropiede l’Occidente, con gli Stati Uniti di Trump che hanno di fatto dimenticato l’Africa e l’Europa che la vede soprattutto come una fonte di problemi (migratori). Alcuni commentatori denunciano la strategia di Pechino come “neocolonialismo”, il tentativo di attirare i partner in una trappola del debito rendendoli così dipendenti e ricattabili. Senza dubbio dietro al progetto “africano” di Xi ci sono soprattutto motivazioni interne: dare lavoro alle sue imprese (a cui sono affidati gran parte delle opere) e assicurare il flusso di materie prime di cui l’Africa è ricca. Ma per i partner africani alla ricerca di sviluppo i suoi miliardi sono benvenuti, per scelta o per necessità. Senza contare che la Cina non si immischia mai in questioni di politica interna.

Negli ultimi giorni i giornali di partito cinesi hanno rispedito al mittente le critiche occidentali. Nel suo discorso di oggi però Xi ha comunque sottolineato che la cooperazione tra Cina e Africa “deve dare ai due popoli benefici e successi tangibili”, evitando cattedrali nel deserto. Il presidente ha anche annunciato che parte del debito dei Paesi più poveri verrà cancellato. L’Africa, unita, ringrazia.

Fonte: laRepubblica.it (qui)

Africa, Globalizzazione, Immigrazione

Migranti. Con il microcredito delle Ong gli africani fuggono in Europa. Ecco il business dei predoni globalisti che condanna l’Africa. E Attali…

Esiste un nesso fra crescita demografica, povertà ed emigrazione? La popolazione africana sta subendo una vera e propria esplosione demografica: mentre, infatti, nel 1960 si attestava intorno ai 300 milioni di abitanti, oggi è di circa 1,2 miliardi e raggiungerà i 2 miliardi e mezzo entro il 2050. L’Africa si trova intrappolata in una spirale nefasta, nota come “trappola malthusiana”, che rende impossibile adeguare l’aumento della produzione e delle risorse alimentari in modo da compensare il forte incremento della domanda legato a una crescita esponenziale della popolazione. L’emigrazione viene percepita dagli africani come unica opportunità per migliorare le proprie condizioni di vita e uscire dallo stato di miseria. Essa in realtà non fa che peggiorare i problemi economici del Continente, che viene privato così della sua forza lavoro più giovane e intraprendente. Il vaso di Pandora delle Ong è molto difficile da scoperchiare, a causa della fitta trama di interessi economici, politici e finanziari. In particolare esiste una grossa Ong, la più grande al mondo ma poco conosciuta dai media, di nome Brac, che svolge attività di “microcredito per l’emigrazione”. Essa è nata ed è particolarmente attiva in Bangladesh, dove ha finanziato l’imponente emigrazione dei cittadini verso altri paesi ma, come dichiara esplicitamente nel suo sito, fornisce prestiti per l’emigrazione (migration loans) anche in altri paesi, in particolare quelli dell’Africa.

Esiste poi la Ong francese Positive Planete (prima Planet Finance), fondata dal francese Jacques Attali – colui che ha scoperto Macron – e dal bengalese Yunus, padre del microcredito, che si prefigge di “combattere la povertà in Africa attraverso lo sviluppo della microfinanza”. Un sodalizio, quello tra finanza, Ong ed emigrazione, molto redditizio e ben occultato. Tutti i paesi che si sono sviluppati l’hanno fatto avviando un piano di sviluppo economico basato sulla protezione dell’industria locale nascente e su politiche pubbliche di tipo keynesiano. Nell’Africa postcoloniale questo non è stato possibile, poiché le forze economiche internazionali hanno imposto il loro modello neoliberista, fatto di massima apertura al commercio estero, liberalizzazioni, privatizzazioni dei servizi pubblici e tagli alla spesa dello Stato. Ciò ha impedito qualsiasi possibilità di sviluppo dell’economia africana. Ogni tentativo in tale direzione è stato represso nel sangue, come nel caso di Lumumba in Congo e di Sankara in Burkina Faso. Questo è esattamente il modus operandi dell’attuale modello unico economico su scala globale: “keynesismo per i ricchi e neoliberismo per i poveri”, utilizzato come strumento di depredazione dei paesi.

Mentre sappiamo molto della storia coloniale, quello che è accaduto in Africa con la decolonizzazione è poco conosciuto ai più e distorto da una narrazione mistificatrice che imputa ai vecchi imperi coloniali la causa dell’attuale e persistente stato di sottosviluppo del Continente Nero. Con la nascita degli Stati indipendenti in Africa, come in gran parte del Terzo Mondo, si stava avviando un percorso di crescita economica e di sviluppo locale. I paesi africani avevano adottato la cosiddetta politica di “industrializzazione per sostituzione”, secondo la quale le merci importate venivano sostituite con la produzione interna per tutelare le economie e le industrie nascenti dalla concorrenza internazionale. Questa politica, in aggiunta al riconoscimento da parte del Gatt del “diritto alla protezione asimmetrica” per i paesi in via di sviluppo (1964), generò in molti paesi dell’Africa subsahariana un periodo di crescita e relativo benessere. Ma le ingerenze esterne non tardarono a farsi sentire da parte dei grandi interessi economici internazionali.

Con lo scoppiare della crisi del debito del Terzo Mondo nel 1982, la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale imposero definitivamente le loro politiche macroeconomiche, che non favorivano lo sviluppo locale, non prevedevano alcun investimento nell’economia nazionale, ma incentivavano gli Stati a importare ingenti quantità di beni di consumo e a destinare la propria produzione all’esportazione per il pagamento del debito. Attraverso la previsione di “condizionalità” legate ai prestiti concessi, si venne a realizzare una nuova forma di imperialismo globale, il colonialismo del debito, da cui banche e prestatori di denaro hanno tratto enormi profitti, congiuntamente alle grandi multinazionali, che hanno depredato il Continente del suo ricco patrimonio di risorse naturali, inibendo ogni possibilità di sviluppo economico locale.

La chiusura che incontro è più ideologica che scientifica. Purtroppo non si può parlare di neoliberismo e del fenomeno migratorio senza incorrere in divisioni ideologiche e pregiudizi. Dimostrare che il modello economico imposto dalle grandi istituzioni internazionali in Africa, che è lo stesso a distanza di decenni attuato ora in Italia, sia la causa del suo sottosviluppo lascia sconcertati. Sostenere poi che l’emigrazione non è una soluzione, ma anzi aggrava i problemi del continente africano, arricchendo solo chi specula sulla mercificazione degli esseri umani, suscita contrarietà da parte dei fautori acritici dell’accoglienza illimitata. Rompere dei tabù e dei luoghi comuni non è mai semplice, ma sto riscontrando anche molto interesse e consenso da parte di chi conosce e vive in prima persona la realtà africana. Da parte dei media sapevo, quando ho intrapreso questo percorso, iniziato col mio primo libro sottotitolato “Storia di una bocconiana redenta”, che non sarebbe stato per nulla facile rompere il muro nel mainstream. Tuttavia, l’interesse mostrato nei miei confronti da alcuni programmi televisivi e radiofonici è andato oltre le mie aspettative.

Credo che, seppur con grande difficoltà, ci sia un piccolo spiraglio per chi affronta temi scomodi in modo serio e supportato da evidenze scientifiche. Il Decreto Dignità proposto da Di Maio? L’attuale modello economico è basato sulla precarizzazione del lavoro e, di conseguenza, della vita umana. Il Decreto Dignità ha il grosso merito di riportare al centro il lavoratore e i suoi diritti. Mettere un limite alla durata e al numero di rinnovi dei contratti a termine, aumentare la tutela e l’indennità del lavoratore nei casi di licenziamento, sanzionare le imprese che delocalizzano dopo aver usufruito di aiuti di Stato, nonché avviare una dura lotta alla ludopatia sono tutte misure che operano in questa direzione. Lo Stato in questo modo torna a occuparsi del cittadino e del lavoratore, ripudiando il ruolo di servitore dei mercati e degli interessi transnazionali, come vorrebbe il modello neoliberista universale, perfettamente rappresentato dall’attuale Unione Europea.

(Ilaria Bifarini, dichiarazioni rilasciate a Marina Simeone per l’intervista “I coloni dell’austerity” pubblicata da “Il Pensiero Forte” il 25 luglio 2018. Economista attiva anche sul proprio seguitissimo blog, laureata alla Bocconi, scrittrice di libri coraggiosi e di successo sul neoliberismo, dopo la risonanza ottenuta dal primo lavoro “Neoliberismo e manipolazione di massa (storia di una Bocconiana redenta)”, Ilaria Bifarini ha presentato “I coloni dell’Austerity. Africa, neoliberismo e migrazioni di massa”).