America

Trump vincerebbe ancora le elezioni. I Dem senza leader, mentre il Gop più compatto e trumpiano.

I Democratici hanno conquistato la Camera. Trump ha conquistato il Senato. In termini assoluti, se si fosse trattato delle presidenziali, Donald avrebbe vinto di nuovo, ma come tappa intermedia di valutazione dei rapporti di forza, le Midterm danno un verdetto di equilibrio, una quasi cartesiana divisione di spazi. Nelle cui pieghe si nasconde una serie di effetti il cui impatto appare oggi lieve, ma la cui capacità di innescare cambiamenti è molto alta. Primo fra tutti: il ruolo del voto delle donne, che si conferma il pivot intorno a cui ruota il sistema elettorale; e la sconfitta di ogni previsione apocalittica sul futuro della democrazia.

La democrazia funziona. I Democratici sono ritornati a contare, nonostante Trump sia sempre più forte. Hanno rimesso un piede nel potere, senza essere aiutati da nessun evento deflagrante, nessuna rivelazione sui rapporti con Putin, o una richiesta di impeachment. Sono rientrati in gioco semplicemente organizzando una buona campagna elettorale e scegliendo candidati migliori. Il che smentisce ogni catastrofismo, provando che la democrazia è ancora ottimamente funzionante, in Usa (e forse altrove?), a patto che venga nutrita da giuste decisioni politiche. Forse è la più importante prova uscita dalle urne.

Le donne decisive. Le candidature femminili e il loro successo hanno segnato stavolta un numero record. Diventando il motore della vittoria dei democratici. È l’effetto di due anni di mobilitazione iniziata fin dalla inaugurazione di Trump con marce in tutte le città. Ma è anche l’onda lunga della sconfitta di Hillary e dei modi con cui è avvenuta – la rappresentazione della umiliazione delle donne messa in atto dai modi con cui l’attuale Presidente ha condotto la battaglia contro di lei. Inoltre, Hillary, la cui condotta e i cui valori politici sono sempre stati avvertiti in molti settori del mondo femminile come estranei (troppo elitismo, troppo denaro, troppi compromessi di potere) pure è diventata un simbolo per tutte le donne della classe media, con alto livello di istruzione, e ancora spesso umiliate o limitate nella vita professionale e nei ruoli privati.

Archiviata Hillary non è stata archiviata la politica. Le numerose candidature di donne hanno portato a vari successi: in Pennsylvania dove non c’era nessuna donna nella delegazione al Congresso, ne sono entrate stavolta quattro. E molte donne sono state elette in Stati che pure hanno dato la vittoria ai Repubblicani. La prima donna di colore al Congresso eletta in Massachusetts, la prima donna musulmana in Michigan e la prima donna nativa Americana in New Mexico.

Non di successo è invece stata la presenza femminile nella corsa a Governatore nei vari Stati. Provando forse che per ruoli di gestione diretta la fiducia nelle donne non è ancora alta?

Un partito Repubblicano più Trumpiano. Un partito Dem più articolato. Dalle urne esce, come si vede già solo da questi primi dati un rivelante aggiustamento del profilo dei due partiti.

Trump ha fatto fuori, aiutato anche dall’età dei senatori, quasi tutto il gruppo originario dei repubblicani che lo avevano combattuto. E i suoi nuovi candidati sono riusciti a consolidare nel Senato la vittoria che il Presidente aveva ottenuto nel 2016. Un grande ruolo ha giocato in questo rafforzamento la battaglia sui valori – il più simbolico dei quali è quello antiaborto. Molti dei nuovi senatori sono antiabortisti, come ad esempio i repubblicani che hanno strappato la elezione in Stati democratici, quali Indiana, North Dakota, Missouri. E così è successo nella corsa al ruolo di Governatore in Iowa, Florida, Georgia e Ohio. Il partito repubblicano è oggi dunque non solo più conservatore, ma anche più coerente, e dunque più compatto intorno al Presidente.

I democratici anche sono cambiati. Decisamente spezzato il filo del legame con i Clinton, e in parte resosi molto labile anche quello con Obama, che non è riuscito a far eleggere nemmeno la governatrice nera che era andato a visitare ad alcune ore dal voto.

L’identità dei dem attuali non è necessariamente più di sinistra (anche se Sanders ha avuto un solido successo), è nella varietà e novità delle candidature. Un mix razziale e di gender molto forte – uomini bianchi, donne tantissime come si diceva, multirazzialità accentuata – unito alla mobilitazione al voto di una classe media ricca e cittadina. Che ha fatto convergere il suo voto accanto a quello delle minoranze. La affermazione dem dentro le classi sociali medio alte nei luoghi del Paese a maggiore concentrazione di sviluppo economico proietta nel futuro una crescita del voto, perché queste sono aree molto dinamiche.

Non si tratta ancora di una rinascita per i dem. La loro debolezza in rapporto ai Repubblicani è ancora evidente. I Democratici si sono rafforzati alla Camera ma hanno perso Stati in cui erano forti, e mancato la conquista di Stati decisive, come Florida e Ohio. Male è andata la scalata all’incarico di Governatori. Il risultato finale per i Dem è dunque di segno misto: al successo alla Camera corrisponde, ad esempio, il fatto che, non a caso, da questo voto non esce nessuna nuova star, non emerge nessuna potenziale nuova leadership. Ma il movimento e l’articolazione trovata nelle candidature sono una sorta di ripartenza. Un processo di rinnovamento solo iniziato, aiutato dal fatto che le candidature in Usa vengono scelte con le primarie e non decise dai boss dei voti nelle stanze chiuse del comitato elettorale.

Un rischio paralisi, e perché non ci sarà. Una tale simmetrica divisione di potere fra Dem e Repubblicani, può produrre la paralisi di Washington. Non che la Capitale Usa non abbia già sperimentato alla grande questa condizione – la distonia fra Casa Bianca e Congresso è stata una costante nella vita di molti Presidenti, non ultimo Barack Obama. In questo caso, però, è possibile che l’equilibrio di forze porti piuttosto alla possibilità di una Guerra di posizioni, utile a entrambi i lati.

Alla Camera cui tocca il primo passaggio dell’attività legislativa, i Democratici potranno bloccare le proposte di Trump. È facile così immaginare che il Presidente non porterà a termine una serie di progetti che gli sono cari e che sono il simbolo della sua Presidenza – il definitivo smantellamento della riforma sanitaria, la legalizzazione del Muro, ulteriori tax break. Così come è facile immaginare che ci sarà un fiorire di inchieste, commissioni ad hoc, proposte di azioni legali contro Trump. Non da poco come potere democratico.

D’altra parte a Donald, entrato ora nel suo terzo anno, serve relativamente poco la compiutezza dei suoi progetti sul piano legislativo perché nei primi due anni ha già “spremuto” tutti gli effetti che voleva dai suoi interventi.

Il controllo del Senato basta e avanza per agire sul terreno che più ha impatto sul futuro del suo lavoro: la nomina dei giudici. Quelli costituzionali, di cui oggi può nominare un terzo, e a cascata i giudici su tutto il territorio. Un investimento di lungo periodo che mette al sicuro, questo sì, la parte “valoriale” dei suoi elettori conservatori. Temi cari, in posizione inversa, anche ai democratici che però potranno fare poco.

Più che una paralisi si profila una Guerra irregolare combattute da due fortezze, in cui ogni parte ha il potere solo di bloccare l’avversario; ma in cui ognuna delle parti ha un territorio proprio in cui ha mani libere. Per essere lo scenario che prepara le elezioni fra due anni non è male. Per nessuno dei lati.

Fonte: huffingtonpost.it (qui)

America, Elezioni

Midterm,Trump meglio di Obama. Mantenuto il controllo del Senato. Nel 2014 Obama perse Camera e Senato.

Il clima per Trump potrebbe essere più ostile, ma le cosiddette stelle dem messe in campo per abbatterlo non hanno affatto sfondato.

Il voto di midterm consegna agli Usa un Congresso profondamente diviso. Trump ha affrontato la campagna di midterm con un referendum sul suo operato ed è riuscito a mantenere il forte sostegno della base conservatrice negli stati «rossi», rafforzando la presa del suo partito sul Senato ed estendendo il dominio su stati storicamente incerti, cruciali per la sua rielezione nel 2020, come Florida, Iowa e Ohio, dove il Gop ha mantenuto i governatori. I democratici, sull’onda della rabbia verso di lui, riconquistano la Camera dopo otto anni e ottengono poltrone chiave da governatore, con liberali e moderati uniti contro il presidente, ma i repubblicani rafforzano la loro maggioranza al Senato, conquistando una serie di seggi in Stati di orientamento conservatore.

Dem alla Camera e Gop al Senato
Entrambi i partiti possono vantare grandi successi a livello statale. Governatori repubblicani sono stati eletti in Ohio e Florida, due importanti campi di battaglia per le presidenziali del 2020. Ma i democratici hanno battuto il governatore Scott Walker, repubblicano del Wisconsin e bersaglio di prima grandezza, e conquistato la poltrona di governatore in Michigan, due stati vinti da Trump nella presidenziali del 2016. Spinti da un’affluenza insolitamente elevata per il voto di midterm, che testimonia l’intensità del movimento anti-Trump, i democratici hanno strappato ai rivali almeno 26 seggi della Camera grazie al forte sostegno di cui godono nelle aree suburbane e cittadine, un tempo roccaforti del potere repubblicano. Dai sobborghi di Richmond e Chicago e addirittura da Oklahoma City, un gran numero di candidati all’insegna della diversità, moltissime donne, molti alle prime armi, ha vinto contro i repubblicani.

Chi vince e chi perde
Ma le divisioni politiche e culturali interne agli Usa sono sottolineate dal risultato del Senato, dove molti dei seggi in palio erano in stati rurali. Qui i repubblicani hanno rafforzato la loro maggioranza vincendo in Indiana, North Dakota e Missouri e respingendo la sfida di alto profilo di Beto O’Rourke al senatore Ted Cruz in Texas. In due sfide chiave nel Sud, i candidati progressisti afroamericani a governatori, che hanno fatto sognare i liberali in tutto il Paese, hanno perso ad opera di fedelissimi di Trump, un segnale che il cambiamento demografico è ancora troppo lento per portare i democratici alla vittoria. Il segretario di Stato Brian Kemp in Georgia è davanti a Stacey Abrams, che puntava a diventare le prima donna nera governatrice, e l’ex deputato Ron DeSantis ha battuto di un soffio Andrew Gillum, sindaco di Tallahassee, nel campo di battaglia presidenziale della Florida.

Russiagate e il resto per fermare Trump
Festeggiando a Washington, Nancy Pelosi, capogruppo democratica che potrebbe presto tornare a presiedere al Camera, ha sottolineato quanto è importante per il successo del partito tenere a freno Trump e sotto sorveglianza il governo. «Quando vincono i democratici, e stasera vinceremo, abbiamo un Congresso aperto, trasparente e responsabile per il popolo americano». Ma in un incontro con finanziatori democratici ha detto che un tentativo di impeachment di Trump non è in agenda, scrive il New York Times. Una Camera democratica però è un segno chiaro che la maggioranza degli americani vuole porre limiti a Trump nei prossimi due anni di mandato. L’opposizione ha ora il potere di convocare i testimoni nelle indagini parlamentari e il procuratore speciale Robert Mueller si prepara a chiudere alcuni filoni della sua inchiesta sul cosiddetto Russiagate in un contesto politico nettamente più ostile al presidente, il quale si prepara a farsi rieleggere nel 2020. Trump subito ha taciuto, ma poi in nottata ha twittato vantando il «tremendo successo» repubblicano.

La piccola base che ha finanziato i dem
Per i repubblicani la perdita della Camera rivela che anche Trump non può sfidare per sempre la gravità politica. Ma non solo: segnala che molti moderati, i quali hanno votato Trump nel 2016 come alternativa possibile a Hillary Clinton, si sono allontanati dalla retorica e dal nazionalismo di estrema destra del presidente. Senza volerlo il presidente potrebbe aver galvanizzato un nuovo attivismo democratico, ispirando centinaia di migliaia di persone infuriate e disorientate dalla sua vittoria elettorale a sorpresa a scendere nell’agone politico per la prima volta nelle loro vite. Ma non solo, ha fatto sì che gli eletti democratici rispecchino più da vicino la composizione della base dei partito. La stessa base che ha inondato di dollari in piccole donazioni le casse dei candidati democratici, oscurando i finanziamenti tradizionali dei grandi donatori.

Donne, afro e minoranze, ma…
La cosiddetta resistenza liberale sostenuta da donne, afroamericani e minoranze è ben rappresentata nella nuova Camera. Secondo le proiezioni saranno cento le donne a sedere sui suoi scranni, un record che straccia quello precedente di 84. Ma ora toccherà al partito riunire correnti molto diverse accomunate dall’opposizione a Trump per farne una base elettorale per un possibile candidato presidenziale nel 2020. E le nuove star progressiste del partito non sono riuscite a far cadere le roccaforti repubblicane, come testimoniano le sconfitte di Beto O’Rourke al Senato in Texas e di Andrew Gillum al voto per governatore della Florida. Mentre il crollo democratico nelle aree rurali, iniziato con Obama, non si è fermato.

Fonte: diariodelweb.it (qui)

America, Economia

Economia Usa, fiducia consumatori: indice Conference Board (in crescita) a 137,9. Effetto Trump.

 A ottobre, gli statunitensi si sono dimostrati più ottimisti sull’economia, sorprendendo gli analisti, anche se va detto che molti di costoro ”gravitano” nell’area politica del Partito Democratico, avendo molti gruppi finanziari di Wall Street finanziato la campagna elettorale della sconfitta Hillary Clinton, e quindi propensi a valutare negativamente, a ridosso delle elezioni di midterm, i dati economici per non valorizzare l’operato del presidente Trump e del Partito Repubblicano. L’indice sulla fiducia redatto mensilmente dal Conference Board, gruppo di ricerca privato, è salito dai 135,3 punti di settembre a 137,9 punti, mantenendosi a livelli visti l’ultima volta nel 2000, al colmo del boom economico Usa. I suddetti analisti attendevano un dato a 136,5 punti. La componente che misura le aspettative per il futuro è salita da 112,5 a 114,6 punti; quella sulla situazione attuale è salita da 169,4 a 172,8 punti. Risultato, il record da 18 anni a questa parte.

Fonte: SoldiOnline.it (qui)

America, Immigrazione

Usa, Ius soli: ecco perché la cittadinanza americana per nascita sarà automatica solo per figli nati da genitori americani.

Ogni anno, sono circa 400.000 i bambini nati negli Stati Uniti da immigrati clandestini. Questo costituisce all’incirca il 10% del totale delle nascite. Il governo considera questi bambini come cittadini americani, con gli stessi identici diritti dei figli di cittadini americani. Lo stesso vale per i bambini nati da turisti e altri stranieri che sono presenti negli Stati Uniti in uno status immigratorio legale ma temporaneo.

Poiché il turismo su larga scala e l’immigrazione clandestina di massa sono fenomeni relativamente recenti, non è chiaro per quanto tempo il governo americano abbia seguito questo principio dello ius soli, ovvero di “diritto alla cittadinanza per nascita”, senza tener conto della durata o legalità della presenza della madre o il padre.

Ius Sanguinis e Ius Soli

I paesi generalmente adottano uno dei due sistemi per concedere la cittadinanza ai bambini: ius sanguinis o ius soli. La maggior parte dei paesi pratica lo ius sanguinis, noto anche come cittadinanza per discendenza, o cittadinanza per “diritto di sangue”. Secondo questo sistema, un bambino acquisisce la cittadinanza dei genitori alla nascita. Alcuni paesi determinano la cittadinanza del bambino in base alla cittadinanza del padre, mentre altri secondo quella della madre.

I paesi che adottano lo ius sanguinis non concedono automaticamente la cittadinanza a un bambino nato all’interno dei loro confini se quel bambino è nato da genitori stranieri. Questo vale sia per gli immigrati legali sia quelli clandestini. Il bambino mantiene la cittadinanza straniera del genitore.

Un limitato numero di paesi adotta lo ius soli, o cittadinanza per “diritto di suolo”. Secondo questo sistema, un bambino acquisisce automaticamente la cittadinanza del paese in cui ha luogo la nascita. Questa cittadinanza è generalmente concessa senza condizioni, e la cittadinanza e lo status d’immigrazione dei genitori sono irrilevanti.

Alcuni eminenti giuristi e professori universitari, tra cui il giudice della Corte d’appello federale Richard Posner, si sono chiesti se il quattordicesimo emendamento della costituzione americana debba essere interpretato a favore di una politica di cittadinanza così permissiva.

I sostenitori del mantenimento dello ius soli sostengono che il significato letterale della clausola di cittadinanza del quattordicesimo emendamento preveda il diritto automatico alla cittadinanza per nascita sul suolo americano per tutti i bambini, inclusi sia quelli nati da stranieri illegali e temporanei. Tuttavia, diversi giuristi che hanno approfondito la storia del quattordicesimo emendamento, hanno concluso che la frase “soggetto alla giurisdizione” non ha un chiaro significato, e che l’attuale applicazione dello ius soli è ingiustificato.

Solo 30 dei 194 paesi del mondo garantiscono la cittadinanza automatica ai bambini nati da stranieri clandestini. Delle economie avanzate, il Canada e gli Stati Uniti sono gli unici paesi che concedono la cittadinanza automatica ai bambini nati da immigrati clandestini. Nessun paese europeo garantisce la cittadinanza automatica ai bambini di stranieri clandestini. La tendenza globale è quella della dissociazione dal concetto dello dello ius soli, e non la sua adozione, come vorrebbero farci credere alcuni politici italiani.

Negli ultimi anni, la tendenza internazionale è stata quella di abolire lo is soli. Tra i paesi che lo hanno abolito ci sono il, Regno Unito (1983), Australia (1986), India (1987), Malta (1989), Irlanda (2004), la Nuova Zelanda (2006), e la Repubblica Dominicana (2010).

I motivi per cui questi paesi hanno abolito lo ius soli erano essenzialmente l’aumento dell’immigrazione clandestina. Il turismo di cittadinanza è stato uno dei motivi per cui l’Irlanda ha abolito lo ius soli nel 2004. Se gli Stati Uniti non dovessero più concedere la cittadinanza americana ai figli d’immigrati clandestini, non farebbero altro che seguire la tendenza internazionale.

ius soli
Mappa dei paesi che adottano lo ius soli

 

La verità è che il quattordicesimo emendamento della costituzione americana non era stato promulgato al fine di favorire l’immigrazione clandestina, o per conferire diritti a bambini nati da immigrati clandestini.

I due benefici di cittadinanza che hanno attirato la maggiore attenzione nel dibattito su una possibile abolizione dello ius soli negli Stati Uniti sono:

  • L’assistenza governativa e altri benefici a cui una famiglia di immigrati clandestini non avrebbe altrimenti accesso;
  • Il diritto del bambino, al raggiungimento della maggiore età, di fare ottenere il permesso di soggiorno ai suoi genitori, i fratelli nati all’estero, e un eventuale coniuge nato all’estero. Questi potranno, a loro volta, sponsorizzare i propri genitori e fratelli nati all’estero, che a loro volta potranno sponsorizzare i propri coniugi stranieri (e così via), generando una catena migratoria virtualmente inesauribile.

Questi benefici hanno contribuito alla crescita di un’industria del “turismo delle nascite”.

Il giudice della Corte federale d’appello Richard Posner ha dichiarato in una recente sentenza che la politica di concessione della cittadinanza per nascita ai figli d’immigrati illegali e temporanei dovrebbe essere cambiata, e che gli Stati Uniti non dovrebbero incoraggiare gli stranieri a venire negli Stati Uniti solo per consentire ai loro figli di acquisire la cittadinanza americana.

Il Dipartimento di Stato americano non è autorizzato a negare il visto da turista a una donna solo perché incinta. Di conseguenza, lo ius soli consente di trasformare un’apparente visita di piacere in un aumento dell’immigrazione e concessione di cittadinanza che non erano necessariamente contemplate o accolte dai cittadini americani. Un recente sondaggio ha rilevato che solo il 33% degli americani appoggia la pratica di concedere la cittadinanza automatica ai bambini nati da immigrati clandestini.

Quale legge giustifica la concessione automatica della cittadinanza americana per nascita? Deve essere concessa ai figli d’immigrati clandestini secondo la costituzione? La risposta sembrerebbe essere “no”. Nessun articolo o emendamento della Costituzione americana affronta specificamente come devono essere trattati i figli degli immigrati in merito alla cittadinanza.

Il quattordicesimo emendamento conferisce la cittadinanza attraverso “naturalizzazione” o per nascita, a persone “soggette alla giurisdizione” degli Stati Uniti, mentre non c’è alcuna indicazione su quando uno straniero debba essere considerato soggetto alla giurisdizione degli Stati Uniti.

La clausola di cittadinanza del quattordicesimo emendamento

Secondo il primo paragrafo del quattordicesimo emendamento della Costituzione americana, noto anche come Clausola di cittadinanza:

“Tutte le persone nate o naturalizzate negli Stati Uniti e soggette alla loro giurisdizione, sono cittadini degli Stati Uniti e dello Stato in cui risiedono”.

Questa clausola contiene due requisiti per ottenere la cittadinanza americana per nascita:

  1. La nascita deve essere avvenuta negli Stati Uniti; e
  2. La persona nata deve essere soggetta alla giurisdizione degli Stati Uniti.

I sostenitori della concessione della cittadinanza automatica ai bambini di immigrati clandestini si concentrano sul primo requisito, sostenendo che la nascita sul suolo statunitense, da sola, garantisce la cittadinanza americana. Secondo questa teoria, “soggetto alla giurisdizione” significa semplicemente essere suscettibili all’autorità di polizia (cioè essere obbligati a seguire le leggi e pagare multe per eventuali violazioni).

Tuttavia, una tale interpretazione crea una ridondanza nel quattordicesimo emendamento, poiché tutte le persone nate negli Stati Uniti sono soggette alle leggi americane. Accettando la premessa che “soggetto alla giurisdizione” significa, semplicemente, essere “soggetto al potere di polizia” trasforma una parte cruciale e attentamente scritta della Clausola di cittadinanza in una mera ridondanza.

L’indagine, quindi, si concentra sull’intento di chi ha scritto la clausola, e se un bambino nato negli Stati Uniti da un immigrato clandestino è una persona che è “soggetta alla giurisdizione” degli Stati Uniti, e di conseguenza un cittadino del paese.

Nessuno dubita che lo scopo principale del quattordicesimo emendamento fosse di garantire che gli schiavi liberati fossero riconosciuti come cittadini americani. Quindi, molti sostengono che i bambini di immigrati clandestini dovrebbero avere stesso privilegio.

Ma quando fu emanato il quattordicesimo emendamento, il processo d’immigrazione era estremamente semplice, e solo in pochissimi non avevano modo di ottenere il permesso di soggiorno. Inoltre, dati i costi e i rischi di un viaggio intercontinentale, i turisti e gli altri visitatori temporanei erano veramente pochi.

In sostanza, non c’è alcuna prova diretta che il Congresso americano abbia mai voluto conferire la cittadinanza ai figli di visitatori temporanei o illegali. Il trend internazionale è quello di abolire lo ius soli, e non di introdurlo.

Fonte: simonebertollini.com (qui)

America, Immigrazione

Donald Trump contro lo ius soli: “È ridicolo, pronto a firmare un ordine esecutivo per bloccarlo”

The Donald contro il 14° emendamento che assegna la cittadinanza ai bimbi nati sul suolo americano. Ma secondo molti costituzionalisti non basta un atto del presidente.

“Siamo l’unico Paese al mondo dove una persona viene, ha un figlio e questo bambino diventa cittadino degli Stati Uniti per 85 anni con tutti i benefici”. Donald Trump attacca lo ius soli, garantito dal 14° emendamento alla Costituzione americana, che sancisce che è cittadino americano chiunque nasca nel Paese, e che è stato l’architrave della costruzione nazionale degli Stati Uniti come terra di immigrati.

“È ridicolo e deve finire, è stato avviato il processo e lo faremo con un ordine esecutivo”, ha detto Trump intervistato da Axios per un documentario in quattro puntate che andrà in onda, a partire da domenica prossima su Hbo. “Mi è sempre stato detto che c’è bisogno di un emendamento costituzionale, ma sapete cosa? Non c’è bisogno”, ha aggiunto Trump, sfidando le critiche e le obiezioni che arriveranno dai costituzionalisti. “Si può definitivamente fare con un atto del Congresso, ma ora mi dicono che si può fare anche con un decreto esecutivo”.

Donald Trump cavalca il tema immigrazione in vista delle elezioni di midterm del 6 novembre. Il presidente non precisa quando intende procedere ma sottolineando che il piano “è in corso di svolgimento e accadrà”. Trump aveva duramente criticato questo diritto anche in campagna elettorale. Diversi altri Paesi, incluso il Canada, hanno una politica di cittadinanza legata alla nascita.

Fonte: huffingtonpost.it (qui)

America, Economia, Lavoro, Occupazione, Politica

Usa, Trump: Occupazione record e la disoccupazione scende al 3,7%

Usa, ciclo in salute: fisiologica pausa nella crescita degli ordini, ma attività sostenuta con benessere e lavoro record.
A settembre creati 134 mila posti di lavoro dopo il boom di agosto da 270 mila.
Le aziende americane continuano ad assumere, e pure se lo fanno con un passo meno veloce del previsto, il tasso di disoccupazione sorprende tutti e scende ai minimi dal 1969. È il consuntivo dei dati di settembre sul lavoro negli Usa: 134 mila nuovi posti di lavoro (gli analisti avevano previsto un aumento di 180 mila unità dopo le 270mila create ad agosto). Il rialzo segna il 96esimo mese di fila in progresso, numero che vale un nuovo record. Il tasso di disoccupazione è sceso al 3,7%, un decimo più di quanto atteso.
Negli Usa l’attività è rimasta sostenuta, eccetto l’edilizia, con Pmi in ripresa e Ism in consolidamento per la Manifattura. Pmi in consolidamento e Ism al record dall’8/97 per i Servizi. Sono cresciute anche le vendite di auto. Gli ordini, sia di fabbrica che di beni durevoli, sono cresciuti, ma prevalentemente grazie alle componenti volatili, mentre la dinamica degli ordini strumentali al business ha visto un fisiologico consolidamento dopo sette mesi forti, a fronte anche delle crescenti preoccupazioni indotte dalla guerra dei dazi. Con la disoccupazione ai minimi dal 12/69, il mercato del lavoro si è confermato forte nonostante il maltempo, portando il benessere dei consumatori al record dal 12/00. Questo supporta la continuazione della normalizzazione della Fed, senza bisogno di accelerazioni che andrebbero a vantaggio dell’ usd, e il proseguimento della crescita economica che supporta le quotazioni azionarie.
Fonte: fondiesicav.it e lastampa.it
America, Economia, Esteri

Sapir: “E quindi Donald Trump fa meglio dei socialdemocratici…”

In questo articolo di fine agosto 2018 l’economista francese Jacques Sapir commenta l’accordo firmato dal Presidente USA Trump col Messico come un accordo rivoluzionario, in quanto per la prima volta osa introdurre il principio della protezione sociale negli accordi commerciali internazionali. Cose spesso proclamate dalla sinistra intellettuale, che tuttavia non ha mai neanche pensato di metterle in pratica in tanti anni di governo.  In questo contesto, colpisce la “demonizzazione a prescindere” di Trump da parte della grande stampa che, gravemente malata di partigianeria e incapace di valutare e distinguere, riconferma di aver del tutto abbandonato la sua originaria funzione di informazione al servizio della democrazia.

Un nuovo accordo commerciale in sostituzione del NAFTA è stato appena firmato tra gli Stati Uniti e il Messico [1]. Era noto sin dalla sua investitura che il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, voleva che questo accordo venisse rivisto. E dunque lo ha fatto, intanto con il Messico. Con il Canada, i negoziati sembrano più complicati. Nel nuovo accordo, vi è una clausola che attira l’attenzione: quella che stabilisce una forma di salario minimo per una parte dei lavoratori dell’automobile [2]. A quanto mi risulta, si tratta di una clausola rivoluzionaria negli accordi commerciali bilaterali o multilaterali. Risponde in parte alla proposta da me avanzata nel mio libro La Démondialisation [3] e segna l’ingresso del sociale e della lotta contro le delocalizzazioni negli accordi commerciali.

Le innovazioni contenute nell’accordo

Prima di tutto, dobbiamo osservare attentamente questa clausola.Di che si tratta? È scritto che dal 40% al 45% delle componenti delle automobili che circoleranno sotto questo accordo dovranno essere state fabbricate da lavoratori pagati con un salario minimo di almeno 16 dollari l’ora. Questo è un punto molto importante, ma non è l’unico.

L’accordo

In effetti, questo punto elimina in parte il vantaggio che le aziende possono avere a trasferire la loro produzione in Messico, per poi reimportarla negli Stati Uniti senza pagare i diritti dognali. In effetti, nel 2017 i salari medi in questo settore erano di $ 2.25 per ora. [4] Un contratto collettivo stipulato dalla filiale Volkswagen in Messico fissava dei salari che andavano da $ 1 a $ 4 all’ora. Nei fatti, nonostante i ripetuti scioperi, i produttori stabiliti in Messico, sia europei (VW, Audi) che americani o giapponesi, hanno resistito ferocemente alle richieste di aumenti salariali dei loro lavoratori. L’industria automobilistica era riuscita a creare in Messico ciò che il sito Business Insider ha giustamente definito un “Nirvana dei bassi salari”. [5] Infatti, anche relativamente alla produttività (che naturalmente negli Stati Uniti è più elevata), il salario in Messico rimane molto basso.

Livello dei salari in dollari USA in Messico su un periodo di 10 anni

Ma questo accordo non si limita a fissare un minimo salariale. Comprende anche, come leggiamo, delle clausole di tutela in materia di contrattazione collettiva. Tali clausole serviranno principalmente a proteggere i lavoratori messicani, esposti a una repressione brutale e spesso omicida. Ovviamente sarebbe meglio determinare il salario minimo in base al costo del lavoro reale, cioè non tenendo conto solo dello stipendio, ma anche dei contributi sociali, e mettendo in relazione questa somma con la produttività di ciascun paese. Analogamente, occorrerebbe aumentare la percentuale dei prodotti in questione, ad esempio dal 40-45% al 70-75%. Dunque questo accordo non è “perfetto”, ma è un enorme passo avanti nella giusta direzione. Ed è anche un passo che conferma come sia possibile – a condizione, naturalmente, di averne la volontà – introdurre delle clausole di protezione sociale negli accordi commerciali. È una lezione, e una lezione che merita di essere tenuta in considerazione.

Un freno alle delocalizzazioni?

Questo accordo limiterà le delocalizzazioni e servirà come base per un aumento dei salari in Messico. Corrisponde ai meccanismi immaginati nel contesto del “protezionismo di solidarietà” difeso da France Insoumise [6], o a quello che avevo immaginato alla fine del mio libro dedicato alla de-globalizzazione. Ricordiamo, qui, che il termine fu inventato molti anni fa da Bernard Cassen, ex presidente di ATTAC e responsabile di Le Monde Diplomatique. Ed era stato ripreso da Jaques Généreux, in un’intervista a L’Economie Politique [7].

Il libero scambio ha dimostrato di essere una straordinaria macchina di sfruttamento dei lavoratori dipendenti e di distruzione di gran parte della legislazione sociale affermatasi dalla Seconda Guerra Mondiale. Oggi è fortemente contestato all’interno dello stesso mondo accademico, sia per quel che riguarda il “paradosso di Leontief [8]” che per i suoi assunti irrealistici. Con l’emergere della nuova teoria del commercio internazionale (Krugman), possiamo considerare che il protezionismo ha recuperato la sua dignità [9] e Krugman stesso ha riconosciuto che potrebbe essere formulato un vero e proprio atto d’accusa contro la globalizzazione. [10] Fenomeni come il massiccio ricorso all’internazionalizzazione non erano stati previsti, e hanno considerevolmente modificato l’approccio alla globalizzazione [11].

In termini concreti, l’azione futura dovrebbe svilupparsi in tre direzioni. Innanzitutto, dovrebbero essere adottate misure protettive per compensare gli effetti del vero e proprio “dumping sociale ed ecologico” in cui alcuni paesi sono coinvolti.

Si potrebbero quindi immaginare delle imposte importanti alle frontiere che riportino in equilibrio il costo reale del lavoro, ma penalizzino anche le produzioni realizzate secondo standard ambientali che oggi non sono più accettabili. All’interno dell’UE, queste tasse potrebbero essere sostituite da degli importi compensativi di tipo sociale ed ecologico. Queste tasse, aumentando il costo delle importazioni, ripristinerebbero la competitività dei produttori nazionali. Le entrate che dovrebbero essere in grado di generare potrebbero quindi essere utilizzate per raccogliere fondi nei paesi interessati da tali imposte e consentire loro di progredire nel campo sociale ed ecologico[12].

Il paradosso di Trump

Infine, c’è il paradosso di vedere Donald Trump mettere in atto una misura richiesta per anni proprio dalla sinistra. Non nascondo il fatto che nutro profonde divergenze, a dir poco, con altri aspetti della sua politica, che si tratti di politica internazionale o di politica interna. Ma c’è qualcosa di indecente nel “massacro di Trump” in cui è impegnata gran parte della stampa francese. Dopotutto, delle misure di questo tipo avrebbero potuto essere incluse negli accordi dell’UE o nei trattati firmati tra l’UE e altri paesi, eppure, mai, i nostri “socialisti”, gli Hollande, Hamon, Moscovici ed altri, ed i loro alleati ecologisti (EELV), ci hanno neanche provato. Eppure, queste persone sono state al potere per molti anni (1997-2002 e 2012-2017). Allo stesso modo, che merito può essere dato a Emmanuel Macron per la sua cosiddetta “difesa del pianeta” (ricordate la sua formula Make our planet great again) quando si scopre che il suo governo è al soldo delle lobby più reazionarie su questo tema, come ha affermato questo 28 agosto il suo ex ministro Nicolas Hulot su France-inter.

Quindi, se possiamo avere ragione a criticare Trump su certe questioni, dobbiamo anche riconoscere quel che c’è di positivo nella sua azione e applaudirlo, perché no, quando mette in discussione la mortificante logica del libero scambio.

Fonte: vocidallestero.it (qui)

[3] Sapir J., La démondailisation, Paris, Le Seuil, 2010.
[8] Voir F. Duchin, « International Trade: Evolution in the Thought and Analysis of Wassily Leontief », 2000, disponible sur www.wassily.leontief.net/PDF/Duchin.pdf, p. 3.
[9] Voir A. MacEwan, Neo-Liberalism or Democracy?: Economic Strategy, Markets and Alternatives For the 21st Century, New York, Zed Books, 1999.
[10] P. Krugman, « A Globalization Puzzle », 21 février 2010, disponible sur
http :www.krugman.blogs.nytimes.com/2010/02/21/a-globalization-puzzle .
[11] Voir R. Hira, A. Hira, avec un commentaire de L. Dobbs, « Outsourcing America: What’s Behind Our National Crisis and How We Can Reclaim American Jobs », AMACOM/American Management Association, mai 2005 ; P. C. Roberts, « Jobless in the USA », Newsmax.com, 7 août 2003, www.newsmax.com/archives/articles/2003/8/6/132901.shtml.
[12] C’est le principe du « protectionnisme altruiste » défendu entre autres par Bernard Cassen.
America, Immigrazione, Politica, Sinistra

L’altra Sinistra/2. USA, Sanders (D): “Apertura delle frontiere? E’ una proposta di destra”.

«Come economia globale dobbiamo fare in modo che nei paesi poveri abbiano posti di lavoro dignitosi, istruzione, assistenza sanitaria, nutrimento per la loro gente. Questa è una responsabilità morale, ma non lo fai, come alcuni suggerirebbero, abbassando lo standard dei lavoratori americani»

Bernie Sanders, il leader della “sinistra Usa”, nel 2015 durante una intervista a Vox, che può rappresentare uno spunto di riflessione:

Intervistatore. Da socialista democratico quale sei, hai naturalmente un approccio internazionalista alle cose. Se guardiamo alla questione della povertà globale, per esempio, immagino che questo approccio ti porti alla conclusione che negli USA dovremmo aumentare notevolmente il livello dell’immigrazione, e magari anche adottare una politica di apertura totale delle frontiere… 

Bernie Sanders. Apertura delle frontiere? Questa è una proposta di destra. 

Intervistatore. Ma arricchirebbe molti poveri nel mondo… 

Bernie Sanders. Sì, e renderebbe più poveri gli americani. sarebbe la fine del concetto di Stato-nazione.

Il problema delle migrazioni incontrollate è da anni al centro del dibattito politico italiano con varie fazioni che si contendono la palma della “ragione” sulla delicata e spinosa questione. Tuttavia il dibattito politico troppo spesso si concentra solo sul mero tifo tra i “no borders” e gli antimmigrazionisti. Ovviamente, a mio parere, nessuna delle due strade è praticabile. Sull’azione e sul piano politico su cui si muovono gli anti-immigrazionisti ad oltranza c’è poco da dire; far leva sulla paura per il diverso, e per il più povero, è da sempre stata l’arma per ottenere il consenso, a tempo, di una parte di società.

Più complesso è il problema per i “no borders” e per gli “immigrazionisti” tout court, soprattutto quando si collocano idealmente in un ambito di “sinistra”. Sebbene sia davvero impossibile semplicemente pensare di lasciar morire delle persone in mare o negargli aiuto e qualunque Stato Europeo, in questo caso, che si reputi minimamente democratico deve cooperare per aiutare queste persone, mi chiedo: è possibile perseguire la strada dei “senza confine” senza cadere nella trappola del capitale? È possibile perseguire questa strada senza mettere in discussione il sistema economico attuale e l’imperialismo che rappresentano le cause di povertà, guerre e divisioni sociali sempre più accentuate?

Fonte: lantidiplomatico.it articolo di D. Della Valle (qui).

America, Politica

Dal Russiagate agli editoriali anonimi sul NYT. Perchè Trump è sotto assedio? Riascoltiamo il discorso che ha fatto paura all’establishemnt americano.

Dal recente editoriale anonimo scritto da un alto funzionario di Washington e pubblicato dal New York Times all’indagine sul Russiagate, il Presidente americano Donald Trump è continuamente sono attacco politico, ma l’opposione alla sua presidenza è iniziata ancora prima durante la lunga campagna elettorale delle presidenziali che lo ha visto vincitore sulla candidata democratica Hillary Clinton appoggiata dall’intero establishment americano, dai media alla finanza di Wall Street che lautamente ha finanziato la sua campagna elettorale e la fondazione guidata dall’ex Presidente e marito Bill Clinton.

Ecco il discorso di Trump prima dell’elezione dell’8 novembre 2016.

“Il nostro movimento è nato per sostituire un fallito e corrotto establishment politico con un nuovo governo controllato da voi, il popolo americano. L’establishment di Washington e i gruppi finanziari e di comunicazione che hanno fondato esistono per un’unica ragione: proteggere ed arricchire se stessi.

L’establishment ha trilioni di dollari in gioco con queste elezioni.

Coloro che controllano le leve del potere a Washington, e per gli interessi particolari globali, fanno accordi con queste persone che non hanno il vostro bene in mente.

La nostra campagna rappresenta una reale ed esistenziale minaccia, come non hanno mai visto prima.

Questa non è semplicemente una fra le tante elezioni: questo è un bivio nella storia della nostra civiltà, dove si deciderà se noi, il popolo, rivendicheremo il controllo sul nostro governo.

L’establishment politico che sta cercando di fermarci, è lo stesso gruppo responsabile dei nostri disastrosi accordi commerciali, massiccia immigrazione illegale e politiche estere che hanno dissanguato il nostro Paese.

L’establishment politico ha portato la distruzione delle nostre fabbriche e posti di lavoro, che sono andati in Messico, Cina e in altri paesi in tutto il mondo.

È una struttura di potere globale che è responsabile delle decisioni economiche che hanno depredato i nostri lavoratori, ripulito il nostro Paese della sua ricchezza, e messo quel denaro nelle tasche di un manipolo di grandi corporations ed entità politiche.

Questa è una lotta per la sopravvivenza della nostra Nazione, e questa sarà la nostra ultima chance per salvarla.

In questa elezione si deciderà se saremo un Paese libero o se avremo solo l’illusione della democrazia, ma saremo di fatto controllati da una élite di persone con interessi particolari che manipolano il sistema, e il nostro sistema è manipolato.

Questa è la realtà: voi lo sapete, loro lo sanno, io lo so, e credo che tutto il mondo lo sappia.

La macchina dei Clinton è al centro di questa struttura di potere: l’abbiamo visto di prima mano nei documenti di Wikileaks, nei quali Hillary Clinton incontra in segreto personaggi di banche internazionali per complottare sulla distruzione della nostra sovranità al fine di arricchire questi poteri finanziari globali, gli interessi particolari dei suoi amici e dei suoi donatori.

Con tutta franchezza, lei dovrebbe finire in galera!

La più potente arma dispiegata dai Clinton sono i media, la stampa.

Qui dobbiamo fare chiarezza: i media del nostro Paese non si occupano più di giornalismo. Anche loro sono al servizio di interessi politici, e sono simili ai lobbisti ed alle entità finanziarie con un definito programma politico. E quel programma non è per voi: è per loro stessi.

Chiunque sfidi il loro controllo è tacciato di sessismo, razzismo, xenofobia.

Loro mentono, mentono, mentono e fanno anche peggio: faranno tutto quanto necessario per raggiungere i loro scopi.

I Clinton sono dei criminali: ricordatevelo bene. È tutto ben documentato e l’establishment che li protegge si impegna a coprire fortemente le diffuse attività criminali al Dipartimento di Stato e alla Fondazione Clinton con lo scopo di mantenere i Clinton al potere.

Hanno gettato ogni tipo di menzogna su di me, sulla mia famiglia e sulle persone a me care. Non si sono fermati davanti a niente per fermarmi.

Ciò nonostante, mi sacrifico per voi volentieri, incassando tutto ciò.

Lo faccio per il nostro movimento, affinché noi potremo riprenderci il nostro Paese.

Sapevo che questo giorno sarebbe arrivato: era solo questione di tempo.

E sapevo che il popolo americano si sarebbe ribellato, votando per il futuro che merita.

L’unica cosa che può fermare questa macchina corrotta sei tu.

L’unica forza abbastanza forte per salvare il nostro Paese, siamo noi.

L’unico popolo abbastanza coraggioso per cacciare questo establishment corrotto siete voi, il popolo americano.

La nostra grande civiltà deve fare i conti con se stessa.

Non avevo bisogno di scendere in campo, credetemi. Ho costruito una grande azienda e ho avuto una vita straordinaria.

Avrei potuto godere dei frutti e dei privilegi di anni di successi imprenditoriali e delle aziende che ho creato per me e per la mia famiglia, invece di sottopormi a questo spettacolo orripilante di bugie, inganni, aggressioni indegne, chi l’avrebbe mai immaginato…

Lo sto facendo perché il mio Paese mi ha dato così tanto che mi sento tanto forte per restituire ciò che ho avuto al Paese che amo.

Lo sto facendo per i cittadini e per il movimento, ci riprenderemo questo Paese per voi, e renderemo l’America grande di nuovo!”

(Donald Trump)

America, Approfondimenti, Brexit, Economia, Politica

Brexit, Uk: disoccupazione al 4%. Trumpeconomy: Pil cresce del 4,1%, miglior performance da 4 anni. Non dovevano crollare?

La catastrofe oggi no, domani forse, ma dopodomani sicuramente». Cita il mitico Giorgio Gaber, il blogger Massimo Bordin, per ricordare – su “Micidial” – che nella Gran Bretagna “scappata” dall’Unione Europea la disoccupazione è al 4%, cioè il minimo storico dal lontanissimo 1975. «Il numero degli occupati nel Regno Unito è salito di 42.000 unità nel trimestre terminato a giugno», a dispetto degli economisti anti-Brexit, i soliti veggenti, che «si aspettavano un calo di 3.800 unità nel solo mese di giugno». E per Bordin, gli squillanti traguardi del sovranismo inglese sono soltanto l’antipasto: il piatto forte è l’America. «Quando l’impresentabile Donald Trump fece l’azzardo di presentarsi alle elezioni, gli analisti si scatenarono», ricorda l’autore di “Micidial”: «C’è chi giurava sui propri figli che, in virtù di statistiche precise al millimetro, il biondo non poteva vincere; altri scommettevano nel crollo dell’economia planetaria. I più severi furono i neocon europei, per i quali, dopo qualche sventagliata populista, sotto Trump la “Pravda” rappresentata dalla finanza globale avrebbe decretato un verdetto di fallimento». I dazi – secondo questi soloni dell’economia – avrebbero «costretto i capitali a fuggirsene dall’America, con la conseguente fine del monopolio di Wall Street».

Da quando Trump è stato eletto, a fine 2016, la Borsa americana – da sempre quella con i maggiori capitali al mondo – è aumentata in valore di altri 6.000 miliardi, annota Bordin. «Questa cifra – che ricorda molto i fantastiliardi di Paperopoli, di Uncle Scrooge e del suo mitico deposito – è in pratica il Pil di Italia, Francia e Regno Unito messi assieme: lo ripeto per i Boldrin, gli Scacciavillani, i “noisefromamerika” e tutti gli incompetenti ideologizzati ed i trader iperliberisti che infestano questo declinante paese». Fatti, non parole: da quand Trump è alla Casa Bianca, sul piatto ci sono 6.000 miliardi in più. Nessun mistero: di fronte a segnali di evidente ripresa, anziché tagliare la spesa pubblica come avrebbe fatto qualsiasi governo dell’Eurozona, gli Stati Uniti hanno rilanciato, moltiplicando il deficit per investire sul sistema paese. Risultato: crescita esponenziale del Pil (che cresce del 4,1%, miglior performance in quasi quattro anni). «Continuerà? Ecchennesò, magari sì, probabilmente no», scrive Bordin, «ma certamente i soloni economisti europei si sono sbagliati, e si sono sbagliati per due anni – che per un  investitore è la rovina (eppoi insegnano all’università, eppoi commentano)».

I dati più importanti sull’America «riguardano occupazione e salari, visto che la finanza potrebbe benissimo essere in bolla». Il tempo ce lo dirà, aggiunge Bordin, «ma al momento Trump non è stato affatto una catastrofe per la finanza. Fu disastro con il liberista Bush junior, invece, sotto il cui mandato ci fu la più grande ecatombe borsistica dopo il 1929» Tornando a The Donald: la performance a New York durante questi due anni scarsi è stata del 34%. Com’è stato possibile? «Le Borse, da che mondo è mondo, basano le loro performance sulla fiducia e sul ruolo dei regolatori, la Fed in questo caso. Se ci concentriamo sul primo aspetto – scrive Bordin – a pompare fiducia è stata la politica fiscale. Con la riforma fiscale, le imprese in Usa si sono viste tagliare le tasse dal 35 al 20%. Se questa iniziativa viene sommata alla protezione sui prodotti americani, ecco che il mistero si svela». Non solo: grazie all’abbattimento delle tasse, «le aziende quotate hanno potuto comprarsi le proprie azioni, che in termini tecnici si chiama BuyBack: è superfluo aggiungere che questo sistema fa esplodere i titoli all’insù». Durerà? «E’ impossibile saperlo, ma ci sono almeno due elementi che potrebbero indicare una drastica inversione: una guerra monetaria con l’euro e l’impeachement al presidente», dopo le elezioni di medio termine. «Due ipotesi affatto improbabili».

Fonte: libreidee.org (qui)