America

Trump vincerebbe ancora le elezioni. I Dem senza leader, mentre il Gop più compatto e trumpiano.

I Democratici hanno conquistato la Camera. Trump ha conquistato il Senato. In termini assoluti, se si fosse trattato delle presidenziali, Donald avrebbe vinto di nuovo, ma come tappa intermedia di valutazione dei rapporti di forza, le Midterm danno un verdetto di equilibrio, una quasi cartesiana divisione di spazi. Nelle cui pieghe si nasconde una serie di effetti il cui impatto appare oggi lieve, ma la cui capacità di innescare cambiamenti è molto alta. Primo fra tutti: il ruolo del voto delle donne, che si conferma il pivot intorno a cui ruota il sistema elettorale; e la sconfitta di ogni previsione apocalittica sul futuro della democrazia.

La democrazia funziona. I Democratici sono ritornati a contare, nonostante Trump sia sempre più forte. Hanno rimesso un piede nel potere, senza essere aiutati da nessun evento deflagrante, nessuna rivelazione sui rapporti con Putin, o una richiesta di impeachment. Sono rientrati in gioco semplicemente organizzando una buona campagna elettorale e scegliendo candidati migliori. Il che smentisce ogni catastrofismo, provando che la democrazia è ancora ottimamente funzionante, in Usa (e forse altrove?), a patto che venga nutrita da giuste decisioni politiche. Forse è la più importante prova uscita dalle urne.

Le donne decisive. Le candidature femminili e il loro successo hanno segnato stavolta un numero record. Diventando il motore della vittoria dei democratici. È l’effetto di due anni di mobilitazione iniziata fin dalla inaugurazione di Trump con marce in tutte le città. Ma è anche l’onda lunga della sconfitta di Hillary e dei modi con cui è avvenuta – la rappresentazione della umiliazione delle donne messa in atto dai modi con cui l’attuale Presidente ha condotto la battaglia contro di lei. Inoltre, Hillary, la cui condotta e i cui valori politici sono sempre stati avvertiti in molti settori del mondo femminile come estranei (troppo elitismo, troppo denaro, troppi compromessi di potere) pure è diventata un simbolo per tutte le donne della classe media, con alto livello di istruzione, e ancora spesso umiliate o limitate nella vita professionale e nei ruoli privati.

Archiviata Hillary non è stata archiviata la politica. Le numerose candidature di donne hanno portato a vari successi: in Pennsylvania dove non c’era nessuna donna nella delegazione al Congresso, ne sono entrate stavolta quattro. E molte donne sono state elette in Stati che pure hanno dato la vittoria ai Repubblicani. La prima donna di colore al Congresso eletta in Massachusetts, la prima donna musulmana in Michigan e la prima donna nativa Americana in New Mexico.

Non di successo è invece stata la presenza femminile nella corsa a Governatore nei vari Stati. Provando forse che per ruoli di gestione diretta la fiducia nelle donne non è ancora alta?

Un partito Repubblicano più Trumpiano. Un partito Dem più articolato. Dalle urne esce, come si vede già solo da questi primi dati un rivelante aggiustamento del profilo dei due partiti.

Trump ha fatto fuori, aiutato anche dall’età dei senatori, quasi tutto il gruppo originario dei repubblicani che lo avevano combattuto. E i suoi nuovi candidati sono riusciti a consolidare nel Senato la vittoria che il Presidente aveva ottenuto nel 2016. Un grande ruolo ha giocato in questo rafforzamento la battaglia sui valori – il più simbolico dei quali è quello antiaborto. Molti dei nuovi senatori sono antiabortisti, come ad esempio i repubblicani che hanno strappato la elezione in Stati democratici, quali Indiana, North Dakota, Missouri. E così è successo nella corsa al ruolo di Governatore in Iowa, Florida, Georgia e Ohio. Il partito repubblicano è oggi dunque non solo più conservatore, ma anche più coerente, e dunque più compatto intorno al Presidente.

I democratici anche sono cambiati. Decisamente spezzato il filo del legame con i Clinton, e in parte resosi molto labile anche quello con Obama, che non è riuscito a far eleggere nemmeno la governatrice nera che era andato a visitare ad alcune ore dal voto.

L’identità dei dem attuali non è necessariamente più di sinistra (anche se Sanders ha avuto un solido successo), è nella varietà e novità delle candidature. Un mix razziale e di gender molto forte – uomini bianchi, donne tantissime come si diceva, multirazzialità accentuata – unito alla mobilitazione al voto di una classe media ricca e cittadina. Che ha fatto convergere il suo voto accanto a quello delle minoranze. La affermazione dem dentro le classi sociali medio alte nei luoghi del Paese a maggiore concentrazione di sviluppo economico proietta nel futuro una crescita del voto, perché queste sono aree molto dinamiche.

Non si tratta ancora di una rinascita per i dem. La loro debolezza in rapporto ai Repubblicani è ancora evidente. I Democratici si sono rafforzati alla Camera ma hanno perso Stati in cui erano forti, e mancato la conquista di Stati decisive, come Florida e Ohio. Male è andata la scalata all’incarico di Governatori. Il risultato finale per i Dem è dunque di segno misto: al successo alla Camera corrisponde, ad esempio, il fatto che, non a caso, da questo voto non esce nessuna nuova star, non emerge nessuna potenziale nuova leadership. Ma il movimento e l’articolazione trovata nelle candidature sono una sorta di ripartenza. Un processo di rinnovamento solo iniziato, aiutato dal fatto che le candidature in Usa vengono scelte con le primarie e non decise dai boss dei voti nelle stanze chiuse del comitato elettorale.

Un rischio paralisi, e perché non ci sarà. Una tale simmetrica divisione di potere fra Dem e Repubblicani, può produrre la paralisi di Washington. Non che la Capitale Usa non abbia già sperimentato alla grande questa condizione – la distonia fra Casa Bianca e Congresso è stata una costante nella vita di molti Presidenti, non ultimo Barack Obama. In questo caso, però, è possibile che l’equilibrio di forze porti piuttosto alla possibilità di una Guerra di posizioni, utile a entrambi i lati.

Alla Camera cui tocca il primo passaggio dell’attività legislativa, i Democratici potranno bloccare le proposte di Trump. È facile così immaginare che il Presidente non porterà a termine una serie di progetti che gli sono cari e che sono il simbolo della sua Presidenza – il definitivo smantellamento della riforma sanitaria, la legalizzazione del Muro, ulteriori tax break. Così come è facile immaginare che ci sarà un fiorire di inchieste, commissioni ad hoc, proposte di azioni legali contro Trump. Non da poco come potere democratico.

D’altra parte a Donald, entrato ora nel suo terzo anno, serve relativamente poco la compiutezza dei suoi progetti sul piano legislativo perché nei primi due anni ha già “spremuto” tutti gli effetti che voleva dai suoi interventi.

Il controllo del Senato basta e avanza per agire sul terreno che più ha impatto sul futuro del suo lavoro: la nomina dei giudici. Quelli costituzionali, di cui oggi può nominare un terzo, e a cascata i giudici su tutto il territorio. Un investimento di lungo periodo che mette al sicuro, questo sì, la parte “valoriale” dei suoi elettori conservatori. Temi cari, in posizione inversa, anche ai democratici che però potranno fare poco.

Più che una paralisi si profila una Guerra irregolare combattute da due fortezze, in cui ogni parte ha il potere solo di bloccare l’avversario; ma in cui ognuna delle parti ha un territorio proprio in cui ha mani libere. Per essere lo scenario che prepara le elezioni fra due anni non è male. Per nessuno dei lati.

Fonte: huffingtonpost.it (qui)

America, Elezioni

Midterm,Trump meglio di Obama. Mantenuto il controllo del Senato. Nel 2014 Obama perse Camera e Senato.

Il clima per Trump potrebbe essere più ostile, ma le cosiddette stelle dem messe in campo per abbatterlo non hanno affatto sfondato.

Il voto di midterm consegna agli Usa un Congresso profondamente diviso. Trump ha affrontato la campagna di midterm con un referendum sul suo operato ed è riuscito a mantenere il forte sostegno della base conservatrice negli stati «rossi», rafforzando la presa del suo partito sul Senato ed estendendo il dominio su stati storicamente incerti, cruciali per la sua rielezione nel 2020, come Florida, Iowa e Ohio, dove il Gop ha mantenuto i governatori. I democratici, sull’onda della rabbia verso di lui, riconquistano la Camera dopo otto anni e ottengono poltrone chiave da governatore, con liberali e moderati uniti contro il presidente, ma i repubblicani rafforzano la loro maggioranza al Senato, conquistando una serie di seggi in Stati di orientamento conservatore.

Dem alla Camera e Gop al Senato
Entrambi i partiti possono vantare grandi successi a livello statale. Governatori repubblicani sono stati eletti in Ohio e Florida, due importanti campi di battaglia per le presidenziali del 2020. Ma i democratici hanno battuto il governatore Scott Walker, repubblicano del Wisconsin e bersaglio di prima grandezza, e conquistato la poltrona di governatore in Michigan, due stati vinti da Trump nella presidenziali del 2016. Spinti da un’affluenza insolitamente elevata per il voto di midterm, che testimonia l’intensità del movimento anti-Trump, i democratici hanno strappato ai rivali almeno 26 seggi della Camera grazie al forte sostegno di cui godono nelle aree suburbane e cittadine, un tempo roccaforti del potere repubblicano. Dai sobborghi di Richmond e Chicago e addirittura da Oklahoma City, un gran numero di candidati all’insegna della diversità, moltissime donne, molti alle prime armi, ha vinto contro i repubblicani.

Chi vince e chi perde
Ma le divisioni politiche e culturali interne agli Usa sono sottolineate dal risultato del Senato, dove molti dei seggi in palio erano in stati rurali. Qui i repubblicani hanno rafforzato la loro maggioranza vincendo in Indiana, North Dakota e Missouri e respingendo la sfida di alto profilo di Beto O’Rourke al senatore Ted Cruz in Texas. In due sfide chiave nel Sud, i candidati progressisti afroamericani a governatori, che hanno fatto sognare i liberali in tutto il Paese, hanno perso ad opera di fedelissimi di Trump, un segnale che il cambiamento demografico è ancora troppo lento per portare i democratici alla vittoria. Il segretario di Stato Brian Kemp in Georgia è davanti a Stacey Abrams, che puntava a diventare le prima donna nera governatrice, e l’ex deputato Ron DeSantis ha battuto di un soffio Andrew Gillum, sindaco di Tallahassee, nel campo di battaglia presidenziale della Florida.

Russiagate e il resto per fermare Trump
Festeggiando a Washington, Nancy Pelosi, capogruppo democratica che potrebbe presto tornare a presiedere al Camera, ha sottolineato quanto è importante per il successo del partito tenere a freno Trump e sotto sorveglianza il governo. «Quando vincono i democratici, e stasera vinceremo, abbiamo un Congresso aperto, trasparente e responsabile per il popolo americano». Ma in un incontro con finanziatori democratici ha detto che un tentativo di impeachment di Trump non è in agenda, scrive il New York Times. Una Camera democratica però è un segno chiaro che la maggioranza degli americani vuole porre limiti a Trump nei prossimi due anni di mandato. L’opposizione ha ora il potere di convocare i testimoni nelle indagini parlamentari e il procuratore speciale Robert Mueller si prepara a chiudere alcuni filoni della sua inchiesta sul cosiddetto Russiagate in un contesto politico nettamente più ostile al presidente, il quale si prepara a farsi rieleggere nel 2020. Trump subito ha taciuto, ma poi in nottata ha twittato vantando il «tremendo successo» repubblicano.

La piccola base che ha finanziato i dem
Per i repubblicani la perdita della Camera rivela che anche Trump non può sfidare per sempre la gravità politica. Ma non solo: segnala che molti moderati, i quali hanno votato Trump nel 2016 come alternativa possibile a Hillary Clinton, si sono allontanati dalla retorica e dal nazionalismo di estrema destra del presidente. Senza volerlo il presidente potrebbe aver galvanizzato un nuovo attivismo democratico, ispirando centinaia di migliaia di persone infuriate e disorientate dalla sua vittoria elettorale a sorpresa a scendere nell’agone politico per la prima volta nelle loro vite. Ma non solo, ha fatto sì che gli eletti democratici rispecchino più da vicino la composizione della base dei partito. La stessa base che ha inondato di dollari in piccole donazioni le casse dei candidati democratici, oscurando i finanziamenti tradizionali dei grandi donatori.

Donne, afro e minoranze, ma…
La cosiddetta resistenza liberale sostenuta da donne, afroamericani e minoranze è ben rappresentata nella nuova Camera. Secondo le proiezioni saranno cento le donne a sedere sui suoi scranni, un record che straccia quello precedente di 84. Ma ora toccherà al partito riunire correnti molto diverse accomunate dall’opposizione a Trump per farne una base elettorale per un possibile candidato presidenziale nel 2020. E le nuove star progressiste del partito non sono riuscite a far cadere le roccaforti repubblicane, come testimoniano le sconfitte di Beto O’Rourke al Senato in Texas e di Andrew Gillum al voto per governatore della Florida. Mentre il crollo democratico nelle aree rurali, iniziato con Obama, non si è fermato.

Fonte: diariodelweb.it (qui)

America, Economia

Economia Usa, fiducia consumatori: indice Conference Board (in crescita) a 137,9. Effetto Trump.

 A ottobre, gli statunitensi si sono dimostrati più ottimisti sull’economia, sorprendendo gli analisti, anche se va detto che molti di costoro ”gravitano” nell’area politica del Partito Democratico, avendo molti gruppi finanziari di Wall Street finanziato la campagna elettorale della sconfitta Hillary Clinton, e quindi propensi a valutare negativamente, a ridosso delle elezioni di midterm, i dati economici per non valorizzare l’operato del presidente Trump e del Partito Repubblicano. L’indice sulla fiducia redatto mensilmente dal Conference Board, gruppo di ricerca privato, è salito dai 135,3 punti di settembre a 137,9 punti, mantenendosi a livelli visti l’ultima volta nel 2000, al colmo del boom economico Usa. I suddetti analisti attendevano un dato a 136,5 punti. La componente che misura le aspettative per il futuro è salita da 112,5 a 114,6 punti; quella sulla situazione attuale è salita da 169,4 a 172,8 punti. Risultato, il record da 18 anni a questa parte.

Fonte: SoldiOnline.it (qui)

America, Immigrazione

Usa, Ius soli: ecco perché la cittadinanza americana per nascita sarà automatica solo per figli nati da genitori americani.

Ogni anno, sono circa 400.000 i bambini nati negli Stati Uniti da immigrati clandestini. Questo costituisce all’incirca il 10% del totale delle nascite. Il governo considera questi bambini come cittadini americani, con gli stessi identici diritti dei figli di cittadini americani. Lo stesso vale per i bambini nati da turisti e altri stranieri che sono presenti negli Stati Uniti in uno status immigratorio legale ma temporaneo.

Poiché il turismo su larga scala e l’immigrazione clandestina di massa sono fenomeni relativamente recenti, non è chiaro per quanto tempo il governo americano abbia seguito questo principio dello ius soli, ovvero di “diritto alla cittadinanza per nascita”, senza tener conto della durata o legalità della presenza della madre o il padre.

Ius Sanguinis e Ius Soli

I paesi generalmente adottano uno dei due sistemi per concedere la cittadinanza ai bambini: ius sanguinis o ius soli. La maggior parte dei paesi pratica lo ius sanguinis, noto anche come cittadinanza per discendenza, o cittadinanza per “diritto di sangue”. Secondo questo sistema, un bambino acquisisce la cittadinanza dei genitori alla nascita. Alcuni paesi determinano la cittadinanza del bambino in base alla cittadinanza del padre, mentre altri secondo quella della madre.

I paesi che adottano lo ius sanguinis non concedono automaticamente la cittadinanza a un bambino nato all’interno dei loro confini se quel bambino è nato da genitori stranieri. Questo vale sia per gli immigrati legali sia quelli clandestini. Il bambino mantiene la cittadinanza straniera del genitore.

Un limitato numero di paesi adotta lo ius soli, o cittadinanza per “diritto di suolo”. Secondo questo sistema, un bambino acquisisce automaticamente la cittadinanza del paese in cui ha luogo la nascita. Questa cittadinanza è generalmente concessa senza condizioni, e la cittadinanza e lo status d’immigrazione dei genitori sono irrilevanti.

Alcuni eminenti giuristi e professori universitari, tra cui il giudice della Corte d’appello federale Richard Posner, si sono chiesti se il quattordicesimo emendamento della costituzione americana debba essere interpretato a favore di una politica di cittadinanza così permissiva.

I sostenitori del mantenimento dello ius soli sostengono che il significato letterale della clausola di cittadinanza del quattordicesimo emendamento preveda il diritto automatico alla cittadinanza per nascita sul suolo americano per tutti i bambini, inclusi sia quelli nati da stranieri illegali e temporanei. Tuttavia, diversi giuristi che hanno approfondito la storia del quattordicesimo emendamento, hanno concluso che la frase “soggetto alla giurisdizione” non ha un chiaro significato, e che l’attuale applicazione dello ius soli è ingiustificato.

Solo 30 dei 194 paesi del mondo garantiscono la cittadinanza automatica ai bambini nati da stranieri clandestini. Delle economie avanzate, il Canada e gli Stati Uniti sono gli unici paesi che concedono la cittadinanza automatica ai bambini nati da immigrati clandestini. Nessun paese europeo garantisce la cittadinanza automatica ai bambini di stranieri clandestini. La tendenza globale è quella della dissociazione dal concetto dello dello ius soli, e non la sua adozione, come vorrebbero farci credere alcuni politici italiani.

Negli ultimi anni, la tendenza internazionale è stata quella di abolire lo is soli. Tra i paesi che lo hanno abolito ci sono il, Regno Unito (1983), Australia (1986), India (1987), Malta (1989), Irlanda (2004), la Nuova Zelanda (2006), e la Repubblica Dominicana (2010).

I motivi per cui questi paesi hanno abolito lo ius soli erano essenzialmente l’aumento dell’immigrazione clandestina. Il turismo di cittadinanza è stato uno dei motivi per cui l’Irlanda ha abolito lo ius soli nel 2004. Se gli Stati Uniti non dovessero più concedere la cittadinanza americana ai figli d’immigrati clandestini, non farebbero altro che seguire la tendenza internazionale.

ius soli
Mappa dei paesi che adottano lo ius soli

 

La verità è che il quattordicesimo emendamento della costituzione americana non era stato promulgato al fine di favorire l’immigrazione clandestina, o per conferire diritti a bambini nati da immigrati clandestini.

I due benefici di cittadinanza che hanno attirato la maggiore attenzione nel dibattito su una possibile abolizione dello ius soli negli Stati Uniti sono:

  • L’assistenza governativa e altri benefici a cui una famiglia di immigrati clandestini non avrebbe altrimenti accesso;
  • Il diritto del bambino, al raggiungimento della maggiore età, di fare ottenere il permesso di soggiorno ai suoi genitori, i fratelli nati all’estero, e un eventuale coniuge nato all’estero. Questi potranno, a loro volta, sponsorizzare i propri genitori e fratelli nati all’estero, che a loro volta potranno sponsorizzare i propri coniugi stranieri (e così via), generando una catena migratoria virtualmente inesauribile.

Questi benefici hanno contribuito alla crescita di un’industria del “turismo delle nascite”.

Il giudice della Corte federale d’appello Richard Posner ha dichiarato in una recente sentenza che la politica di concessione della cittadinanza per nascita ai figli d’immigrati illegali e temporanei dovrebbe essere cambiata, e che gli Stati Uniti non dovrebbero incoraggiare gli stranieri a venire negli Stati Uniti solo per consentire ai loro figli di acquisire la cittadinanza americana.

Il Dipartimento di Stato americano non è autorizzato a negare il visto da turista a una donna solo perché incinta. Di conseguenza, lo ius soli consente di trasformare un’apparente visita di piacere in un aumento dell’immigrazione e concessione di cittadinanza che non erano necessariamente contemplate o accolte dai cittadini americani. Un recente sondaggio ha rilevato che solo il 33% degli americani appoggia la pratica di concedere la cittadinanza automatica ai bambini nati da immigrati clandestini.

Quale legge giustifica la concessione automatica della cittadinanza americana per nascita? Deve essere concessa ai figli d’immigrati clandestini secondo la costituzione? La risposta sembrerebbe essere “no”. Nessun articolo o emendamento della Costituzione americana affronta specificamente come devono essere trattati i figli degli immigrati in merito alla cittadinanza.

Il quattordicesimo emendamento conferisce la cittadinanza attraverso “naturalizzazione” o per nascita, a persone “soggette alla giurisdizione” degli Stati Uniti, mentre non c’è alcuna indicazione su quando uno straniero debba essere considerato soggetto alla giurisdizione degli Stati Uniti.

La clausola di cittadinanza del quattordicesimo emendamento

Secondo il primo paragrafo del quattordicesimo emendamento della Costituzione americana, noto anche come Clausola di cittadinanza:

“Tutte le persone nate o naturalizzate negli Stati Uniti e soggette alla loro giurisdizione, sono cittadini degli Stati Uniti e dello Stato in cui risiedono”.

Questa clausola contiene due requisiti per ottenere la cittadinanza americana per nascita:

  1. La nascita deve essere avvenuta negli Stati Uniti; e
  2. La persona nata deve essere soggetta alla giurisdizione degli Stati Uniti.

I sostenitori della concessione della cittadinanza automatica ai bambini di immigrati clandestini si concentrano sul primo requisito, sostenendo che la nascita sul suolo statunitense, da sola, garantisce la cittadinanza americana. Secondo questa teoria, “soggetto alla giurisdizione” significa semplicemente essere suscettibili all’autorità di polizia (cioè essere obbligati a seguire le leggi e pagare multe per eventuali violazioni).

Tuttavia, una tale interpretazione crea una ridondanza nel quattordicesimo emendamento, poiché tutte le persone nate negli Stati Uniti sono soggette alle leggi americane. Accettando la premessa che “soggetto alla giurisdizione” significa, semplicemente, essere “soggetto al potere di polizia” trasforma una parte cruciale e attentamente scritta della Clausola di cittadinanza in una mera ridondanza.

L’indagine, quindi, si concentra sull’intento di chi ha scritto la clausola, e se un bambino nato negli Stati Uniti da un immigrato clandestino è una persona che è “soggetta alla giurisdizione” degli Stati Uniti, e di conseguenza un cittadino del paese.

Nessuno dubita che lo scopo principale del quattordicesimo emendamento fosse di garantire che gli schiavi liberati fossero riconosciuti come cittadini americani. Quindi, molti sostengono che i bambini di immigrati clandestini dovrebbero avere stesso privilegio.

Ma quando fu emanato il quattordicesimo emendamento, il processo d’immigrazione era estremamente semplice, e solo in pochissimi non avevano modo di ottenere il permesso di soggiorno. Inoltre, dati i costi e i rischi di un viaggio intercontinentale, i turisti e gli altri visitatori temporanei erano veramente pochi.

In sostanza, non c’è alcuna prova diretta che il Congresso americano abbia mai voluto conferire la cittadinanza ai figli di visitatori temporanei o illegali. Il trend internazionale è quello di abolire lo ius soli, e non di introdurlo.

Fonte: simonebertollini.com (qui)

America, Immigrazione

Donald Trump contro lo ius soli: “È ridicolo, pronto a firmare un ordine esecutivo per bloccarlo”

The Donald contro il 14° emendamento che assegna la cittadinanza ai bimbi nati sul suolo americano. Ma secondo molti costituzionalisti non basta un atto del presidente.

“Siamo l’unico Paese al mondo dove una persona viene, ha un figlio e questo bambino diventa cittadino degli Stati Uniti per 85 anni con tutti i benefici”. Donald Trump attacca lo ius soli, garantito dal 14° emendamento alla Costituzione americana, che sancisce che è cittadino americano chiunque nasca nel Paese, e che è stato l’architrave della costruzione nazionale degli Stati Uniti come terra di immigrati.

“È ridicolo e deve finire, è stato avviato il processo e lo faremo con un ordine esecutivo”, ha detto Trump intervistato da Axios per un documentario in quattro puntate che andrà in onda, a partire da domenica prossima su Hbo. “Mi è sempre stato detto che c’è bisogno di un emendamento costituzionale, ma sapete cosa? Non c’è bisogno”, ha aggiunto Trump, sfidando le critiche e le obiezioni che arriveranno dai costituzionalisti. “Si può definitivamente fare con un atto del Congresso, ma ora mi dicono che si può fare anche con un decreto esecutivo”.

Donald Trump cavalca il tema immigrazione in vista delle elezioni di midterm del 6 novembre. Il presidente non precisa quando intende procedere ma sottolineando che il piano “è in corso di svolgimento e accadrà”. Trump aveva duramente criticato questo diritto anche in campagna elettorale. Diversi altri Paesi, incluso il Canada, hanno una politica di cittadinanza legata alla nascita.

Fonte: huffingtonpost.it (qui)

America, Economia

Economia Usa meglio delle attese: il Pil cresce del 3,5%

NEW YORK – Il Pil degli Stati Uniti nel terzo trimestre dell’anno è cresciuto del 3,5 per cento. Meno dello stupefacente 4,2% del secondo trimestre, dopo la fiammata per la riforma fiscale e i tagli delle tasse alle società. Il dato più debole era previsto da tutti gli analisti. La buona notizia è che questo 3,5% è migliore delle attese del consensus al 3,3 per cento. L’economia americana dunque è ancora in una fase di forte espansione, secondo i dati ufficiali del Dipartimento al Commercio appena diffusi. Un risultato che a undici giorni dalle elezioni di mid term rafforza le speranze repubblicane e del presidente Trump, che può rivendicare i risultati delle sue politiche di detassazione su crescita e occupazione.

Il risultato del terzo trimestre, soprattutto, è in linea con la tendenza di un Pil che a fine anno supererà il 3%: il dato migliore per l’economia Usa dal 2005. «L’economia americana cresce ancora in modo significativo», ha commentato Michael Strain dell’American Enterprise Institute, rilevando peraltro che l’espansione economica di questi mesi negli Stati Uniti non ha precedenti dagli anni della recessione della crisi subprime nel 2009. Nel trimestre luglio-settembre hanno ancora pesato positivamente gli effetti delle politiche governative sull’aumento della spesa, l’onda lunga della diminuzione della tassazione corporate, oltreché il forte andamento della spesa al consumo, che pesa per circa il 70% sull’economia, cresciuta nel periodo, inaspettatamente, del 4%, ai massimi dal 2014. La spesa pubblica, in generale, è cresciuta del 3,3%, ai massimi dal 2016, contribuendo all’aumento del Pil per lo 0,56%. Il trimestre ha beneficiato anche del periodo degli inventari di magazzino che hanno visto un’espansione delle scorte aziendali, le quali, in generale, sono state incrementate per rispondere al forte aumento della domanda.

La bilancia commerciale mostra invece nel periodo un allargamento del deficit, con un calo dell’export del 3,5% a fronte dell’aumento dell’import del 9,1 per cento. Peggiore andamento da 33 anni a questa parte. Argomento che rafforza le politiche protezionistiche dell’attuale amministrazione.

Fonte: ilsole24ore.com (qui)

America, Elezioni, Politica

Elezioni USA. Sopresa Trump. Le elezioni di mid-term le vincerà lui.

WASHINGTON – Tra due settimane, martedì 6 novembre, gli Stati Uniti torneranno a votare, in occasione delle elezioni di metà mandato. In gioco, ci sono i 435 seggi della Camera (dove il mandato ha durata biennale) e 33 dei 100 seggi del Senato (dove invece si resta in carica sei anni; per questo, ogni due anni si rinnova solo un terzo dell’Aula). Oltre ai seggi a Washington, sono in gioco 6.665 cariche statali e migliaia di incarichi a livello locale. Ma sopratutto,  36 Stati voteranno per eleggere il proprio governatore.

La posta politica è enorme: dal voto in sostanza dipende la governabilità del Paese nei prossimi due anni. E dopo mesi in cui i democratici sembravano nettamente proiettati verso una maggioranza alla Camera, gli ultimi segnali dai sondaggi ora fanno ben sperare ai repubblicani di mantenere lo status quo, ovvero il controllo con la maggioranza assoluta sia della Camera che del Senato.

Per ottenere il controllo della Camera, i democratici dovrebbero guadagnare 23 seggi. Molti collegi sono considerati in bilico e, per questo, i democratici stanno cercando di convincere le minoranze (che votano soprattutto per loro) ad andare alle urne, ma l’impresa appare ogni giorno che passa più difficile.

Secondo il New York Times, ci sono per la Camera 75 collegi in bilico, dove vivono oltre 50 milioni di persone. Gli Stati da tenere d’occhio sono 30, dalla California a New York, dall’Iowa al Texas, da Washington alla Florida. Proprio il New York Times, oggi, scrive che l’ultimo sondaggio di una corsa in bilico in Illinois è un segnale che spiega come mai i repubblicani pensino ora di avere buone possibilità di mantenere il controllo della Camera.

Ed è presto detto: il deputato in carica, Mike Bost, ha nove punti di vantaggio sullo sfidante democratico, Brendan Kelly, ma due settimane fa, secondo i sondaggi di New York Times/Siena College, i due erano praticamente alla pari. Che cos’è cambiato? Il tasso di approvazione per Donald Trump: gli elettori di quel collegio, il dodicesimo dell’Illinois, erano divisi sul presidente all’inizio di settembre mentre ora il 50% approva l’operato di Trump e solo il 43% lo boccia.

E repubblicani non hanno paura di perdere anche nei due seggi ‘aperti’, ovvero senza un deputato uscente a ricandidarsi: il quinto collegio della Virginia, dove la lotta tra la democratica Leslie Cockburn, giornalista pluripremiata, e il repubblicano Denver Riggleman è impari, dato che si tratta di un collegio rurale dove il presidente Trump ha vinto di 11 punti contro Hillary Clinton, due anni fa.

Simile la situazione nel quindicesimo collegio della Florida, dove Trump vinse di 10 punti: la democratica Kristen Carlson non può battere il repubblicano Ross Spano. Se ne potrebbe in realtà aggiungere un terzo, il 39° della California, dove, dopo 26 anni, Ed Royce non si ricandiderà; al suo posto, i repubblicani hanno candidato Young Kim, di origini sudcoreane, che sarà sfidata dal democratico Gil Cisneros (repubblicano fino al 2008), veterano della Marina diventato famoso per aver vinto 266 milioni di dollari alla lotteria nel 2010 ed essere diventato un filantropo. A decidere l’esito, naturalmente, saranno i tanti elettori ancora indecisi, ma anche qui il vento a favore di Trump nei consensi per il suo operato aiuterà il candidato repubblicano.

Trump sarà senza dubbio decisivo, in un modo o nell’altro: potrebbe permettere al partito repubblicano di confermarsi maggioranza e negli ultimi giorni, il presidente ha messo l’immigrazione irregolare al centro del dibattito politico, nella speranza di indebolire i democratici, accusati di essere responsabili delle carovane di migranti che arrivano dai Paesi dell’America centrale.

Ieri, per cercare di difendere la ristretta maggioranza repubblicana in Senato (51-49), Trump ha fatto un comizio in Texas per Ted Cruz, il senatore una volta nemico e ora diventato meraviglioso, “Beautiful Ted”. La sua rielezione, infatti, non è scontata contro il deputato democratico Beto O’Rourke, xhe però è in svantaggio di 7 punti nei sondaggi.

Sulla carta, anche in Senato i democratici potrebbero prendere una legnata, hanno soprattutto da perdere dal voto di novembre: solo 9 dei 33 seggi in palio sono difesi dai repubblicani, mentre gli altri sono al momento occupati dai democratici (due, in realtà, sono occupati da indipendenti, che però in Aula votano con i democratici). Dieci seggi democratici da difendere, poi, sono in Stati dove il presidente Donald Trump ha vinto nel 2016. Dei 9 seggi in mano repubblicana, solo pochissimi sono quelli dove esiste una concreta possibilità di vittoria dei democratici.

Tra i candidati repubblicani, sono sempre di più quelli simili a Trump, sostenuti da Trump: alle primarie, solo in 3 occasioni su 34 ha vinto un politico che non aveva ricevuto l’endorsement del presidente che mai come ora ha un vastissimo consenso derivato dal grande boom economico in corso grazie alla sua politica di difesa dei prodotti americani: la disoccupazione è a zero e la crescita del Pil veleggia verso il 4% annuo, con una solidissima posizione delle grandi banche d’affari e un dollaro forte e stabile.

Insomma, il tanto vituperato Trump – dalla stampa italiana – invece ha molte probabilità di vincere le elezioni di metà mandato, ipotecando con questo anche la riconferma alla Casa Bianca tra due anni.

Un vero incubo, per le sinistre di ognidove…

Fonte: ilnazionalista.it