Capitalismo, Economia, Globalizzazione, Imprese

Con la “fallita” liretta turca si portano via la Pernigotti. Chiude dopo 150 anni di storia. A casa 100 lavoratori.

I turchi Toksoz chiudono un pezzo dell’industria dolciaria italiana. Annunciati 100 licenziamenti.

È durata cinque generazioni, ma la storia di Pernigotti sembra essere arrivata al capolinea, dopo essere iniziata nel 1860, con l’apertura di una drogheria nel cuore di Novi Ligure.

Stefano Pernigotti ha poi dato vita ad una piccola fabbrica 8 anni dopo e nel 1882 l’azienda è diventata fornitore ufficiale del Re. Nel 900 diventa un simbolo dolciario, con la produzione degli storici giandujotti piemontesi e del torrone, dalla ricetta unica. Non è bastato. Nel 2013avviene il passaggio dello stabilimento di Novi Ligure dal gruppo italiano Averna a quello turco Toksoz, che aveva mostrato entusiasmo nell’assumerne la direzione. Ora l’annuncio del sindacato: le 100 persone ancora occupate nello stabilimento produttivo di Novi dovranno andare a casa. “L’amministratore delegato era accompagnato dai legali e ci ha comunicato che non sono interessati allo stabilimento. I pochi impiegati del settore commerciale che rimarranno saranno trasferiti a Milano”, hanno detto.

Pernigotti però non è l’unico caso di acquisizione: anche le calzature Lumberjack hanno richiamato l’interesse turco. L’azienda italiana fondata nel 1979 infatti è stata acquisita dal gruppo turco Ziylan nel 2012. Il Paese a metà tra Europa e Asia infatti ha iniziato a guardare sempre più all’Italia, con 100 milioni di euro di investimenti destinati alle aziende della Penisola, stanziati a partire dal 2014. Risale proprio all’aprile di quell’anno l’incontro “Destinazione Italia”, nel quale il Presidente dell’Unione delle Camere di commercio di Turchia aveva detto di prevedere investimenti turchi all’estero per quasi 100 miliardi di dollari indirizzati verso alcuni Paesi prescelti, tra i quali l’Italia. D’altronde, i brand italiani con la loro storia sono sempre risultati molto interessanti per le società turche, che invece sono ancora giovani e poco conosciute a livello di marchi.

Nonostante le aziende italiane che operano in Turchia siano molto più numerose delle aziende a capitale turco registrate in Italia, l’interesse degli imprenditori per il Belpaese è continuato e continua a crescere. In particolare, sono i settori del turismo, dei trasporti, dell’energia, delle tecnologie dell’informazione e del settore immobiliare ad attirare maggiormente gli investitori turchi. Ed in risposta a tale interesse Unicredit aveva lanciato insieme a YapiKredi, la controllata turca del gruppo bancario italiano, il portale virtuale Business Matching nel quale imprese italiane e turche avevano la possibilità di scegliersi per sviluppare nuovi business insieme.

Così l’azienda Falco di Codigoro, in provincia di Ferrara, è stata salvata dal gruppo turco Kastamonu Entegre, nel giugno 2017. E nell’aprile di quest’anno, la Sangalli Vetro di Manfredonia è stata acquisita dalla turca Sisecam, che già aveva acquisito lo stabilimento Sangalli di Porto Nogaro.

Fonte: quifinanza.it (qui)

Capitalismo, Economia

L’umanità è più importante del denaro

di Andrew Yang – Il capitalismo dà la priorità a molte cose, cose che per ora sono state definite da tutti come prioritarie, le più importanti. Ma la cosa ironica è che ascoltando o leggendo le parole dei difensori di questo tipo di capitalismo, si può notare facilmente come niente di ciò che viene menzionato è davvero così importante. Tra l’altro il fulcro del tutto sta nella parola PIL.

Ma allora come mai questo sbaglio?

Il fatto è molto semplice. Si è sempre pensato che il segreto della felicità fosse in una semplice formula: più PIL uguale, più crescita uguale, più benessere per tutti.

Il fallimento della società moderna sta proprio in questo. In questo enorme errore. Il capitalismo è stato capace di creare grande ricchezza, ma non di distribuirla. A riprova di questo possiamo dire che oggi ci sono 88 persone che hanno l’equivalente della ricchezza di mezzo pianeta, ossia di 3,6 miliardi di persone.

Quindi, come possiamo cambiare il capitalismo in modo che si concentri su ciò che gli esseri umani realmente vogliono e hanno bisogno?

Pensate alle attività della lista qui sotto:

• Prendersi cura dei propri cari

• Insegnare o curare i bambini

• Creare arte, musica, danza

• Lavorare per chi è in difficoltà nelle nostre città natali

• Salvaguardia dell’ambiente

• Leggere o scrivere per piacere o per crescita personale

• Assistenza sanitaria preventiva

• Costruire connessioni con la comunità e con le persone accanto a voi

• Avere un hobby, una passione, qualcosa che vi interessi veramente

• Coinvolgimento nelle amministrazioni locali o essere integrati negli interessi che vi coinvolgono

La maggior parte di noi fa alcune o molte di queste cose, e di solito, non le facciamo per soldi. Il risultato di queste attività è quello che potremmo definire una vita normale, una vita ben vissuta, di cura e carattere, ricca di comunità, creatività ed equilibrio. Quando fate queste cose, non pensate a voi stessi come a qualcuno che sta partecipando al capitalismo. Non pensiamo in nessun modo ad un interesse.

Suono in una band perché mi piace. Non diventerò famoso, non otterrò benefici, non farò mai soldi a palate. Ma comunque lo faccio lo stesso. É inspiegabile sotto la lente del profitto e beneficio, sotto l’analisi economica di costi e benefici.

Ma il fatto è che il capitalismo muove il mondo moderno e lo sta facendo in direzioni sempre più lontane da ciò che “è” l’essere umano. Molti di noi sentono che le attività di una vita normale stanno diventando sempre più difficili da realizzare.

Quindi la domanda diventa: In un sistema in cui il capitalismo è il primo fattore determinante del valore, come possiamo preservare ciò che veramente apprezziamo come esseri umani, ciò che ci sta a cuore al di là del denaro?

Sono una persona che è stata educata a prosperare e a dominare nel nostro sistema capitalista. E ora la mia profonda convinzione è che “tutto deve cambiare”.

Sono un laureato della Ivy League che ha seguito il 60% dei miei coetanei in uno dei quattro lavori che tutti noi auspicavamo: avvocato, consulente aziendale, esperto di finanza, programmatore. Mi sono trasferito come hanno fatto gran parte dei miei amici, in quell’immenso processo di abbandono delle nostre città natali, dei nostri cari e dei luoghi che ci hanno visto crescere.

Ho visto i giovani più istruiti del paese cadere in posti di lavoro che sono stati progettati per raccogliere e concentrare la ricchezza, lavorando come folli, per ripagare prestiti folli e per poterne pagare. Come me, molti dei miei colleghi hanno comprato una macchina, una cosa e tantissime cose per essere felici, poi hanno lavorato 10-12 ore al giorno per poterle pagare. E non erano felici. Molti hanno divorziato, hanno lasciato i figli, altri sono caduti in depressione.

E stiamo parlando di chi ha avuto il meglio.

Chi dei miei amici non hanno finito scuole come la Ivy League, si trovano di fronte a un futuro più cupo. Lavori mal retribuiti e con l’automazione che distrugge sempre più posti di lavoro nelle città in tutta l’America, sconvolgendo le comunità e le famiglie. Non importa dove ci troviamo sulla scala socio-economica, il futuro della “vita normale” non sembra buono.

Negli Stati Uniti, e in gran parte del mondo sviluppato, la nostra attuale forma di capitalismo non riesce a produrre un tenore di vita più elevato per la maggior parte dei suoi cittadini. È tempo di un aggiornamento. Adam Smith, l’economista scozzese che scrisse “La ricchezza delle Nazioni” nel 1776, è spesso considerato il padre del capitalismo moderno. Le sue idee, che la “mano invisibile” guidi il mercato, che esista e debba esistere una divisione del lavoro e che l’interesse personale e la concorrenza portino alla creazione di ricchezza, sono così profondamente interiorizzate che la maggior parte di noi le dà per scontate.

Bene, non è vero.

Oggi, molte persone contrastano il “capitalismo” con il “socialismo”, la proprietà sociale o il controllo democratico delle industrie. La percezione è che il capitalismo, incarnato dall’Occidente e dagli Stati Uniti in particolare, abbia vinto la guerra delle idee, generando una crescita e una ricchezza immense e innalzando il tenore di vita di miliardi di persone.

Al contrario, il socialismo, rappresentato dall’Unione Sovietica, crollata nel 1991, e dalla Cina, che ha moderato il suo approccio negli anni Ottanta, non ha funzionato nella pratica ed è stato completamente screditato.

Ma questa valutazione del capitalismo che trionfa sul socialismo manca di un paio di punti importanti.

In primo luogo, non esiste un sistema puramente capitalistico. Ci sono state molte forme diverse di economie capitaliste da quando il denaro è stato inventato circa 5.000 anni fa. L’attuale forma di capitalismo istituzionale e corporativismo è solo l’ultima di molte versioni diverse. Allo stesso modo, ci sono molte forme di capitalismo in servizio in tutto il mondo in questo momento.

Singapore, ad esempio, è il quarto paese più ricco del mondo in termini di PIL pro capite. Ha un tasso di disoccupazione del 2,2% ed è considerata una delle economie più libere e aperte del mondo. Tuttavia, il governo di Singapore definisce regolarmente la politica degli investimenti e le imprese collegate al governo dominando le telecomunicazioni, la finanza e i media in modi impensabili in America, Norvegia, Giappone o Canada. Come Singapore, la forma di capitalismo di molti paesi non è guidata da una mano invisibile, ma da una chiara politica di governo.

Immaginate un nuovo tipo di economia capitalista che sia orientata a massimizzare il benessere e la realizzazione umana. Questi obiettivi e il PIL a volte andrebbero di pari passo, ma ci sarebbero momenti in cui non sarebbero allineati. Ad esempio, un’azienda farmaceutica che applica tariffe esorbitanti per un farmaco salvavita. La maggior parte degli occidentali sarebbe d’accordo sul fatto che la società farmaceutica debba fare un margine di profitto moderato, in fondo si tratta di un farmaco salva vita.

Eppure non è cosi. Quante ricerche non sono portate avanti per mancanza di malati?

Dobbiamo migrare verso un nuovo tipo di capitalismo. Chiamiamolo in breve capitalismo centrato sull’uomo, o capitalismo umano.

Il capitalismo umano avrebbe alcuni principi fondamentali:

1 L’umanità è più importante del denaro.

2 L’unità di un’economia è ogni persona, non ogni dollaro.

3 I mercati esistono per servire i nostri obiettivi e valori comuni. Non il contrario.

Nel mondo degli affari, c’è un detto che dice che “ciò che viene misurato viene gestito”, quindi dobbiamo iniziare a misurare cose diverse. I concetti di PIL e progresso economico non esistevano fino alla Grande Depressione. Tuttavia, quando l’economista Simon Kuznets lo introdusse al Congresso nel 1934, egli ammonì: “Il benessere di una nazione … difficilmente può essere dedotto da una misurazione del reddito nazionale come sopra definito”.

Il nostro sistema economico deve spostarsi per concentrarsi sul miglioramento della vita della persona media. Invece di sovvertire la nostra umanità per servire il mercato, il capitalismo deve servire i fini e gli obiettivi umani.

Oltre alle statistiche sul PIL e sull’occupazione, il governo potrebbe adottare misure del genere:

• Salute reale delle persone e quella mentale (sempre dimenticata)

• Qualità delle infrastrutture

• Percentuale di anziani

• Tassi di matrimonio

• Morti di disperazione; abuso di sostanze

• Variazione globale di temperatura e livello del mare

• Riacquisizione delle persone incarcerate e tasso di criminalità

• Tasso artistico e culturale

• Dinamismo e mobilità

• Equità economica e sociale

• Impegno civico

• Sicurezza informatica

• Capacità di reazione ed evoluzione del governo

Sarebbe semplice stabilire misure per ciascuna di esse e aggiornarle periodicamente. Questo potrebbe essere collegato a un sistema di credito sociale digitale (DSC), in cui le persone che aiutano a muovere la società in una particolare direzione potrebbero essere ricompensate.

Ad esempio, un giornalista che ha scoperto una fonte di rifiuti o un artista che ha abbellito una città o un hacker che ha rafforzato la nostra rete elettrica potrebbe essere ricompensato con crediti sociali. Lo stesso potrebbe dirsi per chi ha aiutato un’altra persona a riprendersi dalla dipendenza. Anche chi ha mantenuto un buon livello di forma fisica e ha aiutato gli altri a farlo potrebbe essere ricompensato e riconosciuto.

Forse sorridete al concetto di “crediti sociali”, ma si basa su un sistema attualmente in uso in circa 200 comunità negli Stati Uniti: Banche del tempo. Nel Time Banking, le persone scambiano tempo e costruiscono crediti all’interno delle loro comunità eseguendo vari compiti utili. L’idea è stata sostenuta negli Stati Uniti da Edgar Cahn, un professore di legge e attivista anti-povertà a metà degli anni Novanta come un modo per rafforzare le comunità.

Nonostante il successo delle Banche del Tempo in alcune comunità, non hanno preso piede così ampiamente negli Stati Uniti, in parte perché richiedono un certo livello di amministrazione e di risorse per operare. Ma immaginate una versione sostenuta dal governo, dove oltre a fornire valore sociale, c’è anche un reale valore monetario sottostante.

Il governo potrebbe mettere in palio un numero significativo di DSC come premi e incentivi per le iniziative più importanti. Ad esempio, potrebbero stanziare 100 milioni di DSC per ridurre i livelli di obesità in Mississippi o 1 miliardo di DSC per migliorare i tassi di diploma nelle scuole superiori in Illinois, e poi lasciare che la gente intraprenda varie azioni per raccoglierli.

Le aziende potrebbero contribuire a raggiungere gli obiettivi e a creare e sponsorizzare campagne su varie cause. Le organizzazioni non profit e le ONG genererebbero DSC in base a quanto di buono fanno e poi li distribuiscono ai volontari e ai dipendenti. Le nuove organizzazioni e iniziative potrebbero essere finanziate dai DSC invece che dal denaro, in quanto le persone “votano” inviando punti.

Potremmo creare un’economia parallela completamente nuova intorno al bene sociale.

l potere di questo nuovo mercato e di questa nuova valuta non può essere sopravvalutato. La maggior parte degli imprenditori, dei tecnologi e dei giovani che conosco sta cercando di risolvere i nostri problemi. Possiamo sfruttare l’ingegnosità e l’energia del paese per migliorare milioni di vite umane se riusciamo a creare un modo per monetizzare e misurare questi obiettivi.

Stiamo assistendo a mille miliardi di problemi e abbiamo bisogno di soluzioni adeguate. Siamo in una crisi in lenta evoluzione che sta per accelerarsi. Presto ci mangerà.

Fonte: Beppegrillo.it (qui)

Capitalismo, Senza categoria

La verità di Marchionne e il silenzio della politica neoliberista.

Agganciando il mercato americano con lo sbarco negli Usa attraverso la Chrysler, ha evitato che il tramonto storico della Fiat si trasformasse in una catastrofe. Ha impedito quindi che l’Italia uscisse dal club dei produttori di auto, cioè da quella che nei decenni passati è stata anche un’aristocrazia operaia e sindacale, avanguardia di importanti diritti sociali. Il super-manager improvvisamente scomparso a 66 anni ha saputo guardare oltre l’orizzonte, lo piange Sergio Mattarella, trascurando lo scontro con la Fiom di Landini che a Marchionne contestò il drastico, brutale smantellamento dei diritti del lavoro, il prezzo (salatissimo) per rilanciare un marchio come l’Alfa Romeo da opporre al dominio tedesco, e per paracadutare la Jeep nel mercato cinese. Ma il problema di fondo – ripeteva Marchionne – è il declino della classe media: chi se la compra più, la Panda, se crolla il potere d’acquisto delle famiglie italiane? Interamente neoliberista il credo globale del salvatore provvisorio dell’ex Fiat: al mercato non si comanda, il lavoro sparisce e deve necessariamente emigrare là dove ci sono compratori. L’alternativa sarebbe una sola, la politica: e proprio la scomparsa della politica, fondata sull’investimento pubblico, ha scolpito la grandezza di Marchionne in un Occidente desolatamente solo e impoverito, esposto al ricatto finanziario dello spread – quello che decreta, anche, il tracollo delle vendite di auto in Europa e in Italia.

Coraggioso, spietato, infaticabile. Geniale, nel tornare a scommettere sul made in Italy valorizzando la nostalgia dell’italianità che fu. La morte prematura di Sergio Marchionne, scrive Nicola Berti sul “Sussidiario”, chiude in modo traumatico un pezzo di storia nazionale, non soltanto “l’era Marchionne” alla Fiat. Quest’ultima, rileva, non è più solo italiana da anni: Fca, Fiat Chrysler Automobiles, è una holding di diritto olandese con quartier generale a Detroit. La scomparsa del manager italo-canadese appare una tappa per molti versi conclusiva di 119 anni di storia della “Fabbrica Italiana Automobili Torino”. «Poco importa se, quando e come Fca procederà a un riassetto, peraltro già largamente annunciato con Marchionne ancora in vita e al comando. Ai mercati, sicuramente, interessa principalmente questo: le operazioni straordinarie che potranno puntellare il tonfo in Borsa degli ultimi giorni», osserva Berti. «L’area “Emea” di Fca – cioè la “vecchia Fiat” – verrà ceduta a un gigante orientale (la coreana Hyundai in testa – in questa fase geopolitica – su ogni alternativa cinese)? La “vecchia Chrysler” (affidata al capo anglosassone della Jeep, Mike Manley) è pronta per essere incorporata in Ford o in Gm, comunque nell’America First trumpiana? La Ferrari – questa è l’unica certezza – resterà in Exor, la cassaforte familiare degli Agnelli».

Il sistema-Italia, naturalmente – aggiunge Berti – non può essere disinteressato al destino della piattaforma industriale di Melfi o delle residue attività di Mirafiori, della Cnh, della Comau o di Magneti Marelli, o anche della Juventus o della partecipazione nel polo editoriale Gedi. «Sono decine di migliaia di posti di lavoro, sono pezzi di Made in Italy. Ma c’è dell’altro con cui fare i conti e non sarà soltanto una questione per addetti ai lavori: analisti finanziari, uomini di governo, sindacalisti, editorialisti e storici». Il minuto di silenzio osservato in Parlamento per Marchionne non è stato fuori luogo: la “fine della Fiat” è un avvenimento civile per il paese. «Il vuoto di leadership lasciato dal Ceo scomparso in Fca è per molti versi il vuoto politico-economico lasciato dalla Fiat in Italia. Un vuoto che alcuni, non senza qualche ragione, misurano nei posti di lavoro bruciati negli ultimi decenni a Mirafiori: da oltre 50mila a poche migliaia. Ma questo – scrive sempre Berti – sarebbe al massimo tentare un bilancio (rozzo e riduttivo) del lungo tramonto Fiat: quello che proprio Marchionne ha evitato si trasformasse in un disastro, anche per l’azienda-Italia». Figlio di un maresciallo dei carabinieri emigrato in Canada e tornato a Torino per tenere a galla lo storico gruppo-leader del suo paese, Marchionne «lascia in eredità scelte di cambiamento che interpellano in fondo l’intero paese: i suoi cittadini di oggi e la loro memoria contemporanea».

Un paese, il nostro, per il quale “grande industria” e “automobile” sono state a lungo sinonimo di “Fiat”: la ricostruzione postbellica e il boom economico, la nascita della repubblica come democrazia di mercato, la motorizzazione di massa. Relazioni sindacali, dallo Statuto dei Lavoratori alla Marcia dei Quarantamila. In prima linea sempre loro, i metalmeccanici del Lingotto e di Mirafiori, «mentre Gianni Agnelli è stato per mezzo secolo una sorta di re senza corona, l’unico italiano che poteva davvero permettersi di girare il mondo non da emigrante, trattando alla pari con i potenti della politica e della finanza». Per Berti, il lascito storico di «un uomo che non ha fatto altro che lavorare duramente ogni giorno fino all’ultimo», appare scabro e spigoloso come il suo stile manageriale: «Marchionne ha detto all’Italia che nel ventunesimo secolo non avrebbe potuto più contare sulla mega-industria fordista e novecentesca». Sempre Marchionne, insiste Berti, ha detto all’Italia che la Fiat non era più un potere forte, e che l’Italia avrebbe dovuto cavarsela senza più poteri forti: «Per lui non c’era Mediobanca, non c’era il network mediatico, non c’era lobbismo politico». Finita l’epoca del posto di lavoro garantito: la crisi come emergenza reale, in un mondo ormai reso irriconoscibile dalla globalizzazione.

«Prima di porre domande a parole, Marchionne ha provato a dare risposte nei fatti», conclude Berti. «Le domande possono restare sgradevoli e le sue risposte possono essere contestate. Ma quelle domande e quelle risposte restano. E le ha poste lui». A rendere assordante il silenzio attorno a Marchionne, il mutismo della politica sottomessa al potere economico delle multinazionali finanziarizzate: purtroppo, dichiara Gioele Magaldi a “Colors Radio” in morte del grande manager, non è stato mai possibile condividere nulla, della drastica visione politica del condottiero della Fiat, tristemente segnata dalla rassegnazione “cosmica” al neoliberismo come sistema senza alternative. Negli anni Ottanta, prima che sull’Europa calasse il grande freddo, la Svezia di Olof Palme salvava aziende traballanti ingaggiando il potere finanziario dello Stato e coinvolgendo i lavoratori, trasformandoli in azionisti. Morto Palme, assassinato da killer tuttora ignoti (a trent’anni di distanza dall’agguato) non sono soltanto crollate le industrie tradizionali europee, ma anche e soprattutto gli Stati sovrani, dotati di facoltà finanziarie indipendenti dai mercati: così è finita la mitica classe media, che ha smesso di comparare anche le Panda di Marchionne fabbricate da operai messi alla frusta per non perdere il posto di lavoro. Risuonano nel silenzio, oggi, le dure verità che Marchionne ha snocciolato in mezzo alle bugie di una politica ridotta a trascurabile servitrice di poteri economici fortissimi e mercenari, senza più bandiere nazionali.Agganciando il mercato americano con lo sbarco negli Usa attraverso la Chrysler, ha evitato che il tramonto storico della Fiat si trasformasse in una catastrofe. Ha impedito quindi che l’Italia uscisse dal club dei produttori di auto, cioè da quella che nei decenni passati è stata anche un’aristocrazia operaia e sindacale, avanguardia di importanti diritti sociali. Il super-manager improvvisamente scomparso a 66 anni ha saputo guardare oltre l’orizzonte, lo piange Sergio Mattarella, trascurando lo scontro con la Fiom di Landini che a Marchionne contestò il drastico, brutale smantellamento dei diritti del lavoro, il prezzo (salatissimo) per rilanciare un marchio come l’Alfa Romeo da opporre al dominio tedesco, e per paracadutare la Jeep nel mercato cinese. Ma il problema di fondo – ripeteva Marchionne – è il declino della classe media: chi se la compra più, la Panda, se crolla il potere d’acquisto delle famiglie italiane? Interamente neoliberista il credo globale del salvatore provvisorio dell’ex Fiat: al mercato non si comanda, il lavoro sparisce e deve necessariamente emigrare là dove ci sono compratori. L’alternativa sarebbe una sola, la politica: e proprio la scomparsa della politica, fondata sull’investimento pubblico, ha scolpito la grandezza di Marchionne in un Occidente desolatamente solo e impoverito, esposto al ricatto finanziario dello spread – quello che decreta, anche, il tracollo delle vendite di auto in Europa e in Italia.

Coraggioso, spietato, infaticabile. Geniale, nel tornare a scommettere sul made in Italy valorizzando la nostalgia dell’italianità che fu. La morte prematura di Sergio Marchionne, scrive Nicola Berti sul “Sussidiario”, chiude in modo traumatico un pezzo di storia nazionale, non soltanto “l’era Marchionne” alla Fiat. Quest’ultima, rileva, non è più solo italiana da anni: Fca, Fiat Chrysler Automobiles, è una holding di diritto olandese con quartier generale a Detroit. La scomparsa del manager italo-canadese appare una tappa per molti versi conclusiva di 119 anni di storia della “Fabbrica Italiana Automobili Torino”. «Poco importa se, quando e come Fca procederà a un riassetto, peraltro già largamente annunciato con Marchionne ancora in vita e al comando. Ai mercati, sicuramente, interessa principalmente questo: le operazioni straordinarie che potranno puntellare il tonfo in Borsa degli ultimi giorni», osserva Berti. «L’area “Emea” di Fca – cioè la “vecchia Fiat” – verrà ceduta a un gigante orientale (la coreana Hyundai in testa – in questa fase geopolitica – su ogni alternativa cinese)? La “vecchia Chrysler” (affidata al capo anglosassone della Jeep, Mike Manley) è pronta per essere incorporata in Ford o in Gm, comunque nell’America First trumpiana? La Ferrari – questa è l’unica certezza – resterà in Exor, la cassaforte familiare degli Agnelli».

Il sistema-Italia, naturalmente – aggiunge Berti – non può essere disinteressato al destino della piattaforma industriale di Melfi o delle residue attività di Mirafiori, della Cnh, della Comau o di Magneti Marelli, o anche della Juventus o della partecipazione nel polo editoriale Gedi. «Sono decine di migliaia di posti di lavoro, sono pezzi di Made in Italy. Ma c’è dell’altro con cui fare i conti e non sarà soltanto una questione per addetti ai lavori: analisti finanziari, uomini di governo, sindacalisti, editorialisti e storici». Il minuto di silenzio osservato in Parlamento per Marchionne non è stato fuori luogo: la “fine della Fiat” è un avvenimento civile per il paese. «Il vuoto di leadership lasciato dal Ceo scomparso in Fca è per molti versi il vuoto politico-economico lasciato dalla Fiat in Italia. Un vuoto che alcuni, non senza qualche ragione, misurano nei posti di lavoro bruciati negli ultimi decenni a Mirafiori: da oltre 50mila a poche migliaia. Ma questo – scrive sempre Berti – sarebbe al massimo tentare un bilancio (rozzo e riduttivo) del lungo tramonto Fiat: quello che proprio Marchionne ha evitato si trasformasse in un disastro, anche per l’azienda-Italia». Figlio di un maresciallo dei carabinieri emigrato in Canada e tornato a Torino per tenere a galla lo storico gruppo-leader del suo paese, Marchionne «lascia in eredità scelte di cambiamento che interpellano in fondo l’intero paese: i suoi cittadini di oggi e la loro memoria contemporanea».

Un paese, il nostro, per il quale “grande industria” e “automobile” sono state a lungo sinonimo di “Fiat”: la ricostruzione postbellica e il boom economico, la nascita della repubblica come democrazia di mercato, la motorizzazione di massa. Relazioni sindacali, dallo Statuto dei Lavoratori alla Marcia dei Quarantamila. In prima linea sempre loro, i metalmeccanici del Lingotto e di Mirafiori, «mentre Gianni Agnelli è stato per mezzo secolo una sorta di re senza corona, l’unico italiano che poteva davvero permettersi di girare il mondo non da emigrante, trattando alla pari con i potenti della politica e della finanza». Per Berti, il lascito storico di «un uomo che non ha fatto altro che lavorare duramente ogni giorno fino all’ultimo», appare scabro e spigoloso come il suo stile manageriale: «Marchionne ha detto all’Italia che nel ventunesimo secolo non avrebbe potuto più contare sulla mega-industria fordista e novecentesca». Sempre Marchionne, insiste Berti, ha detto all’Italia che la Fiat non era più un potere forte, e che l’Italia avrebbe dovuto cavarsela senza più poteri forti: «Per lui non c’era Mediobanca, non c’era il network mediatico, non c’era lobbismo politico». Finita l’epoca del posto di lavoro garantito: la crisi come emergenza reale, in un mondo ormai reso irriconoscibile dalla globalizzazione.

«Prima di porre domande a parole, Marchionne ha provato a dare risposte nei fatti», conclude Berti. «Le domande possono restare sgradevoli e le sue risposte possono essere contestate. Ma quelle domande e quelle risposte restano. E le ha poste lui». A rendere assordante il silenzio attorno a Marchionne, il mutismo della politica sottomessa al potere economico delle multinazionali finanziarizzate: purtroppo, dichiara Gioele Magaldi a “Colors Radio” in morte del grande manager, non è stato mai possibile condividere nulla, della drastica visione politica del condottiero della Fiat, tristemente segnata dalla rassegnazione “cosmica” al neoliberismo come sistema senza alternative. Negli anni Ottanta, prima che sull’Europa calasse il grande freddo, la Svezia di Olof Palme salvava aziende traballanti ingaggiando il potere finanziario dello Stato e coinvolgendo i lavoratori, trasformandoli in azionisti. Morto Palme, assassinato da killer tuttora ignoti (a trent’anni di distanza dall’agguato) non sono soltanto crollate le industrie tradizionali europee, ma anche e soprattutto gli Stati sovrani, dotati di facoltà finanziarie indipendenti dai mercati: così è finita la mitica classe media, che ha smesso di comparare anche le Panda di Marchionne fabbricate da operai messi alla frusta per non perdere il posto di lavoro. Risuonano nel silenzio, oggi, le dure verità che Marchionne ha snocciolato in mezzo alle bugie di una politica ridotta a trascurabile servitrice di poteri economici fortissimi e mercenari, senza più bandiere nazionali.

Coraggioso, spietato, infaticabile. Geniale, nel tornare a scommettere sul made in Italy valorizzando la nostalgia dell’italianità che fu. La morte prematura di Sergio Marchionne, scrive Nicola Berti sul “Sussidiario”, chiude in modo traumatico un pezzo di storia nazionale, non soltanto “l’era Marchionne” alla Fiat. Quest’ultima, rileva, non è più solo italiana da anni: Fca, Fiat Chrysler Automobiles, è una holding di diritto olandese con quartier generale a Detroit. La scomparsa del manager italo-canadese appare una tappa per molti versi conclusiva di 119 anni di storia della “Fabbrica Italiana Automobili Torino”. «Poco importa se, quando e come Fca procederà a un riassetto, peraltro già largamente annunciato con Marchionne ancora in vita e al comando. Ai mercati, sicuramente, interessa principalmente questo: le operazioni straordinarie che potranno puntellare il tonfo in Borsa degli ultimi giorni», osserva Berti. «L’area “Emea” di Fca – cioè la “vecchia Fiat” – verrà ceduta a un gigante orientale (la coreana Hyundai in testa – in questa fase geopolitica – su ogni alternativa cinese)? La “vecchia Chrysler” (affidata al capo anglosassone della Jeep, Mike Manley) è pronta per essere incorporata in Ford o in Gm, comunque nell’America First trumpiana? La Ferrari – questa è l’unica certezza – resterà in Exor, la cassaforte familiare degli Agnelli».

Il sistema-Italia, naturalmente – aggiunge Berti – non può essere disinteressato al destino della piattaforma industriale di Melfi o delle residue attività di Mirafiori, della Cnh, della Comau o di Magneti Marelli, o anche della Juventus o della partecipazione nel polo editoriale Gedi. «Sono decine di migliaia di posti di lavoro, sono pezzi di Made in Italy. Ma c’è dell’altro con cui fare i conti e non sarà soltanto una questione per addetti ai lavori: analisti finanziari, uomini di governo, sindacalisti, editorialisti e storici». Il minuto di silenzio osservato in Parlamento per Marchionne non è stato fuori luogo: la “fine della Fiat” è un avvenimento civile per il paese. «Il vuoto di leadership lasciato dal Ceo scomparso in Fca è per molti versi il vuoto politico-economico lasciato dalla Fiat in Italia. Un vuoto che alcuni, non senza qualche ragione, misurano nei posti di lavoro bruciati negli ultimi decenni a Mirafiori: da oltre 50mila a poche migliaia. Ma questo – scrive sempre Berti – sarebbe al massimo tentare un bilancio (rozzo e riduttivo) del lungo tramonto Fiat: quello che proprio Marchionne ha evitato si trasformasse in un disastro, anche per l’azienda-Italia». Figlio di un maresciallo dei carabinieri emigrato in Canada e tornato a Torino per tenere a galla lo storico gruppo-leader del suo paese, Marchionne «lascia in eredità scelte di cambiamento che interpellano in fondo l’intero paese: i suoi cittadini di oggi e la loro memoria contemporanea».

Un paese, il nostro, per il quale “grande industria” e “automobile” sono state a lungo sinonimo di “Fiat”: la ricostruzione postbellica e il boom economico, la nascita della repubblica come democrazia di mercato, la motorizzazione di massa. Relazioni sindacali, dallo Statuto dei Lavoratori alla Marcia dei Quarantamila. In prima linea sempre loro, i metalmeccanici del Lingotto e di Mirafiori, «mentre Gianni Agnelli è stato per mezzo secolo una sorta di re senza corona, l’unico italiano che poteva davvero permettersi di girare il mondo non da emigrante, trattando alla pari con i potenti della politica e della finanza». Per Berti, il lascito storico di «un uomo che non ha fatto altro che lavorare duramente ogni giorno fino all’ultimo», appare scabro e spigoloso come il suo stile manageriale: «Marchionne ha detto all’Italia che nel ventunesimo secolo non avrebbe potuto più contare sulla mega-industria fordista e novecentesca». Sempre Marchionne, insiste Berti, ha detto all’Italia che la Fiat non era più un potere forte, e che l’Italia avrebbe dovuto cavarsela senza più poteri forti: «Per lui non c’era Mediobanca, non c’era il network mediatico, non c’era lobbismo politico». Finita l’epoca del posto di lavoro garantito: la crisi come emergenza reale, in un mondo ormai reso irriconoscibile dalla globalizzazione.

«Prima di porre domande a parole, Marchionne ha provato a dare risposte nei fatti», conclude Berti. «Le domande possono restare sgradevoli e le sue risposte possono essere contestate. Ma quelle domande e quelle risposte restano. E le ha poste lui». A rendere assordante il silenzio attorno a Marchionne, il mutismo della politica sottomessa al potere economico delle multinazionali finanziarizzate: purtroppo, dichiara Gioele Magaldi a “Colors Radio” in morte del grande manager, non è stato mai possibile condividere nulla, della drastica visione politica del condottiero della Fiat, tristemente segnata dalla rassegnazione “cosmica” al neoliberismo come sistema senza alternative. Negli anni Ottanta, prima che sull’Europa calasse il grande freddo, la Svezia di Olof Palme salvava aziende traballanti ingaggiando il potere finanziario dello Stato e coinvolgendo i lavoratori, trasformandoli in azionisti. Morto Palme, assassinato da killer tuttora ignoti (a trent’anni di distanza dall’agguato) non sono soltanto crollate le industrie tradizionali europee, ma anche e soprattutto gli Stati sovrani, dotati di facoltà finanziarie indipendenti dai mercati: così è finita la mitica classe media, che ha smesso di comparare anche le Panda di Marchionne fabbricate da operai messi alla frusta per non perdere il posto di lavoro. Risuonano nel silenzio, oggi, le dure verità che Marchionne ha snocciolato in mezzo alle bugie di una politica ridotta a trascurabile servitrice di poteri economici fortissimi e mercenari, senza più bandiere nazionali.

(Da Libreidee.org Articolo di G. Cattaneo qui)