Debito pubblico

Titoli di Stato, venduti in asta 6,5 miliardi di Bot e 5,2 miliardi di Btp. Tassi in calo, quelli sui semestrali tornano negativi

I rendimenti dei quinquennali sono scesi all’1,49% dall’1,79% del collocamento di dicembre, quelli dei decennali dal 2,7 al 2,6%. Per i Bot a sei mesi tassi in calo di 24 punti base a -0,025%. Secondo gli analisti hanno avuto un impatto positivo sia l’accordo tra governo e Ue per evitare la procedura d’infrazione sia l’impegno della Bce a mantenere una politica monetaria accomodante.

Andamento positivo per le ultime aste di titoli di Stato di gennaio. Martedì il Tesoro ha assegnato tutti i 5,25 miliardi di euro di Btp a 5 e 10 anni offerti in asta, con tassi in discesa. Il rendimento medio del quinquennale è sceso all’1,49% dall’1,79% del collocamento di dicembre e quello del decennale, che tra ottobre e novembre aveva superato il 3,6%, si è fermato al 2,6% (dal 2,7% del mese scorso). In totale la domanda ha superato i 7 miliardi di euro. Lunedì erano stati collocati 6,5 miliardi di Bot semestrali, con rendimenti in calo ancora più marcato: sono tornati in territorio negativo (-0,025%) per la prima volta dall’aprile 2018, diminuendo di 24 punti base rispetto alla tornata del 27 dicembre (0,215%). La domanda è stata pari a 1,82 volte l’importo offerto, in rialzo rispetto all’1,33 di dicembre. All’asta del 29 agosto il rendimento aveva toccato lo 0,438 per cento.

Il vicepremier e ministro dell’Interno Matteo Salvini ha commentato dicendo: “Significa che, sia in Italia che all’estero, si fidano della manovra economica e di questo governo: abbiamo cominciato a guadagnare il terreno perso da altri. L’Italia è un Paese sano”. Secondo gli analisti, il rientro delle tensioni sui titoli del debito pubblico italiano è legato da un lato all’accordo tra governo e Unione europea che a ridosso di Natale ha evitato la procedura d’infrazione, dall’altro all’impegno della Banca centrale europea a mantenere una politica monetaria accomodante alla luce dei rischi al ribasso per le economie dell’Eurozona.

Intanto è calato anche lo spread tra Btp e Bund tedeschi: mercoledì il differenziale si è ridotto a 241 punti base, rispetto ai 243 registrati in apertura, con un rendimento al 2,61%, il minimo da settembre 2018.

Fonte: ilfattoquotidiano.it (qui)

Criminalità, Debito pubblico, Politica, Unione Europea

La verità sul debito italiano: siamo stati “rapinati” nel 1981

Dal sito libreidee.org (qui) – Spread e debito pubblico: fanno ormai parte delle nostre vite, ne sentiamo parlare continuamente, ossessivamente, tanto da preoccuparcene più della disoccupazione giovanile a livelli inverosimili e di una mancata crescita che ormai ci sta traghettando dalla crisi alla recessione. Eppure l’opinione pubblica ha talmente interiorizzato la narrazione mercato-centrica del mainstream che non sembra credere ad altro: siamo stati spendaccioni e irresponsabili (Piigs) e dobbiamo dunque espiare le nostre colpe con una giusta dose di rigore e disciplina. Dunque l’austerity è la giusta – nonché unica – strada da percorrere, così come vuole l’approccio dogmatico del modello economico neoliberista, il tatcheriano Tina, “there is no alternative”. Abbiamo un debito pubblico intorno al 130% del Pil, secondo in Ue solo a quello della Grecia, per cui meritiamo la condizione di sorvegliati speciali di Bruxelles e di essere dunque defraudati di una nostra politica fiscale autonoma (di quella monetaria siamo già stati privati). È la strada indicata dalla “virtuosa” Germania, esempio di disciplina e rispetto delle regole per noi italiani, così dissoluti e un anche un po’ scostumati. Ma quando si è creato il fardello del debito pubblico italiano? Tutto parte nel 1981, in cui accade un evento epocale, che fa da spartiacque nella storia della sovranità economica italiana: il famoso divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro.

Con un atto quasi univoco, cioè una semplice missiva all’allora governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi, Andreatta mette fine alla possibilità del governo di finanziare monetariamente il proprio disavanzo. Rimuovendo l’obbligo Ilaria Bifariniallora vigente da parte di Palazzo Koch di acquistare i titoli di Stato emessi sul mercato primario, la Banca d’Italia dismette il ruolo di prestatrice di ultima istanza. D’ora in poi, per finanziare la propria spesa pubblica, l’Italia deve attingere ai mercati finanziari privati, con la conseguente esplosione dei tassi d’interesse rispetto a quelli garantiti in precedenza. Ma non solo: viene rivisto il meccanismo di collocamento dei titoli di Stato, introducendo il cosiddetto “prezzo marginale d’asta”, che consente agli operatori finanziari di aggiudicarsi i titoli al prezzo più basso tra quelli offerti e, quindi, al tasso di interesse più alto. Ad esempio, se durante un’emissione di 50 miliardi di Btp, 40 vengono aggiudicati a un rendimento del 3%, mentre il restante al 5%, alla fine tutti i 50 miliardi saranno aggiudicati al 5%! Gli effetti sono tanto disastrosi quanto immediati: l’ammontare di debito, che nel 1981 era intorno al 58,5%, dopo soli tre anni raddoppia e nel 1994 arriva al 121% del Pil.

Come riportato dallo stesso Andreatta alcuni anni dopo, questo stravolgimento strutturale era necessario per salvaguardare i rapporti tra Unione Europea e Italia, e per consentire al nostro paese di aderire allo Sme, ossia l’accordo precursore del sistema euro. Quando l’Italia fa il suo ingresso nell’euro non risponde ai parametri del debito pubblico richiesti da Maastricht, ma l’interesse politico e l’artefatto entusiasmo generale per la sua partecipazione hanno la meglio. Sarà la crisi del 2008 a far emergere tutti i limiti e la fallimentarietà di un’area valutaria non ottimale e insostenibile come l’Eurozona: l’Italia, come altri paesi, senza la possibilità di ricorrere alla svalutazione del cambio, non riesce a recuperare terreno. Il debito pubblico, che finora era rientrato in una fase discendente, passa dal 102,4% al 131,8% del 2017. Una crescita notevole, ma di gran lunga Ciampiridimensionata se paragonata all’incremento del debito pubblico di altri paesi dell’area euro, come Spagna, Portogallo e la stessa Francia.

Nello stesso arco temporale, infatti, Madrid ha visto il suo debito pubblico schizzare dal 38,5% al 98,3%, il che significa un tasso incrementale di circa il 150%! La crisi non ha risparmiato neanche il vicino Portogallo, che è arrivato lo scorso anno a un livello del debito molto vicino al nostro (125,7%), partendo da un “contenuto” 71,7% del 2008. Eppure i due paesi iberici hanno sforato ripetute volte il famigerato vincolo del 3% – parametro tanto assiomatico quanto infondato – permettendo così all’economia di tornare a crescere, a differenza di quella italiana che si è incamminata nel percorso distruttivo dell’austerity. Situazione analoga per la Francia, con un valore del debito pubblico allo scoppiare della crisi inferiore del 70% e che oggi si aggira intorno al 100%, ma senza che ciò le abbia impedito di aumentare la spesa pubblica e il deficit di bilancio, Beniamino Andreattaassicurando in questo modo la crescita del Pil.

Dunque, sintetizzando, il nostro famigerato debito pubblico è sì più elevato, ma è partito da una situazione di evidente svantaggio, ed è cresciuto in termini percentuali del tutto in linea con l’andamento degli altri paesi dell’euro a seguito della crisi; anzi, anche meno di altri, come abbiamo visto, e aggravato dalle politiche di austerity, i cui effetti deprimenti sull’economiasono conclamati. Rimane il problema dei tassi d’interesse (da cui il famigerato spread), da noi più elevati che altrove, proprio a causa delle modalità dei meccanismi di collocamento dei titoli di Stato introdotte a seguito dell’epocale divorzio tra i due istituti finanziari italiani. È stato stimato che in trent’anni abbiamo pagato la colossale cifra di 3mila miliardi di interessi sul debito pubblico! In queste circostanze a nulla valgono gli sforzi fiscali dell’Italia, che registra da quasi trent’anni avanzo primario, ossia quella situazione, del tutto antisociale, per cui lo Stato incassa più di quanto spende, esclusi gli interessi sul debito pubblico. Per onorare il costo del debito, ossia quell’assurda creazione del denaro dal denaro, vengono sottratte risorse finanziarie per servizi pubblici e sostegno alla popolazione in difficoltà. Dunque, una redistribuzione al contrario, dai cittadini ai mercati finanziari. Il tempo delle riforme è ormai improcrastinabile.

Fonte: Ilaria Bifarini, “Tutta la verità sul debito pubblico, contro le menzogne di Bruxelles”, da “Il Primato Nazionale” del 10 gennaio 2019.

Debito pubblico, Europa, Germania

La Germania bara, il suo debito vero è il 287% del Pil.

Stando ai conti pubblici, il grande malato dell’Eurozona non è l’Italia o un altro dei paesi oggi considerati periferici, addirittura ribattezzati “Pigs”, maiali, nel pieno della crisi del debito sovrano. La pietra dello scandalo è proprio la Germania di Angela Merkel, che continua a fare la voce grossa con la Bce e gli altri condòmini del Vecchio Continente. A raccontare al “Giornale” il lato oscuro di Berlino è Fabio Zoffi, veneziano, che da vent’anni vive con la famiglia a Monaco di Baviera. Zoffi conduce attività che spaziano dall’alimentare al Big Data: tra i suoi clienti Luxottica, Pirelli, Bnl, Banco Popolare e Benetton. «ll debito pubblico complessivo tedesco non è pari all’80% del Pil, come certificano i documenti ufficiali, ma al 287%», assicura il “venture capitalist” italiano, dopo essersi preso la briga di rielaborare tabelle e proiezioni statistiche. La colpa è del debito «implicito», che con approssimazione possiamo definire «nascosto», prodotto dalle costose riforme concesse dai governi che si sono succeduti negli ultimi decenni. Tutto questo, nel 2020 comporterà pesanti aggravi alla spesa per le pensioni, le assicurazioni sanitarie e l’assistenza ai malati cronici.

«Berlino è finora stata molto brava a nascondere la polvere sotto il tappeto, ma ormai è impossibile non vedere le gobbe. E anche in Germania gli economisti più capaci hanno iniziato a lanciare l’allarme», spiega Zoffi, citando tra i primi profeti di Fabio Zoffisventura proprio i presidenti dei due maggiori think-tanks economici del paese: Hans-Werner Sinn, temutissima voce dell’Ifo (per la verità più noto a sud della catena alpina per i giudizi tranchant che ci ha riservato) e Marcel Fratzscher, capo del Diw e autore del libro “Die Deutschland-Illusion” (l’illusione tedesca). A titolo di raffronto, scrive Massimo Restelli sul “Giornale”, il debito complessivo (implicito ed esplicito) italiano si attesterebbe invece al 160% del prodotto interno lordo. In sostanza, negli ultimi anni Palazzo Chigi e Parlamento italiano fatto “i compiti a casa”, mentre Frau Merkel e il Bundestag no. A contribuire al disastro annunciato della Germania, insiste Zoffi, è poi il suo quadro demografico squilibrato: è lo Stato con meno nascite al mondo.

L’altra falla aperta è rappresentata da un mercato del lavoro ormai composto per un quarto da precari (tra part-time, stagisti e mini-job). Ne consegue una distribuzione dei redditi sempre più squilibrata: nel 2011 il 10% della popolazione deteneva il 66% della ricchezza contro il 44% del 1970. Per non parlare delle grane del sistema del credito: le banche tedesche, sebbene tutte promosse ai recenti esami patrimoniali della Bce (ma Berlino ha ottenuto di esentare le problematiche casse di risparmio e le “landesbank”) da un lato «contano debiti complessivi per 8.000 miliardi di euro» (raccolta alla clientela, prestiti di varia natura e obbligazioni), e dall’altro – e questo sembra il problema principe – ci sono «impieghi in asset di qualità sovente discutibile: Abs, derivati, prestiti alle banche greche e spagnole». In pratica, avrebbero investito male (e con una certa dose di pericolo) il denaro raccolto: «Deutsche Bank assomiglia a un grande hedge fund», dice Zoffi.

L’imprenditore italiano sottolinea di essere tornato a investire sulle imprese dello Stivale all’apice della crisi, sfruttando i saldi provocati dallo sferzare dello spread. «Insomma – scrive Restelli – da uomo d’affari è convinto di aver fatto bene a credere nell’Italia: stima che le sue attività (il gruppo Ors, specializzato nel Big Data, la tenuta vitivinicola in Monferrato Noceto Marcel FratzscherMichelotti e l’azienda friulana di insaccati di selvaggina Bertolini Wild, insieme alle potenzialità di sviluppo del portale Gourmitaly) abbiano oggi un valore potenziale di 50 milioni. «La Germania – chiosa Zoffi – resta però un esempio per la penisola sotto molti altri aspetti fondamentali, sia per la qualità di vita dei cittadini, sia per la buona riuscita di un’impresa: a partire da un apparato pubblico-burocratico e da un sistema della giustizia che funzionano a dovere».

Lo stesso Zoffi è anche esponente del Movimento Roosevelt, fondato da Gioele Magaldi. Dalla sua analisi, scrive il vicepresidente Marco Moiso sul blog del movimento, emerge come, dal punto di vista del debito, la Germania sia “messa peggio” del Bel Paese. «Eppure – scrive Moiso – questa non deve assolutamente essere l’occasione per puntarle il dito contro», chiedendo anche ai tedeschi di «sottomettersi alla cura venefica dell’austerità, in nome di un miope e mal riposto senso di riscatto». Al contrario: meglio se anche in Germania si aprissero gli occhi, scoprendo cosa significano le ricette del neoliberismo. «La sconfitta della democrazia tedesca – in un contesto internazionale in cui la sovranità delle democrazie stesse viene progressivamente rimpiazzata dall’econocrazia neoliberista – significherebbe la vittoria di quei poteri apolidi che supportano il neoliberismo e hanno interesse nello svuotare le istituzioni pubbliche di democrazia sostanziale, in nome del mantenimento del valore assoluto del denaro da loro accumulato». Lo choc dei conti truccati? Ottima cura, se serve a tornare alla sovranità popolare, in ogni paese Ue. Missione impossibile? Si domanda Moiso: «È pronto, il popolo tedesco, a lottare insieme agli altri popoli europei contro l’econocrazia neoliberista e a favore di democrazia e politiche monetarie ed economiche sviluppate nell’interesse del popolo europeo sovrano?».

Fonte: libreidee.org (qui)

Debito pubblico, Democrazia, Economia, Politica

Il debito “spiegato” agli italiani come se fossero deficienti — LIBRE

A volte mi viene il dubbio di essere deficiente. Mi sintonizzo sulla televisione di stato, in un orario di massimo ascolto, e mi imbatto in Fabio Fazio che parla con Carlo Cottarelli. Essi mi spiegano che il problema degli italiani è il debito pubblico insostenibile accumulato in anni e anni di sprechi e, in subordine, la dannata piaga dell’evasione. Poi giro canale e mi tocca Barbara Palombelli la quale mi istruisce, grossomodo, su una singolare analogia: lo Stato è come un condominio e – se le tasse non coprono le spese e ci si indebita troppo per coprirle – è logico che tutto vada a rotoli. Poi accendo la radio e mi cucco Oscar Giannino e apprendo che l’idea di monetizzare il debito pubblico, come si faceva una volta quando avevamo la famosa banca nazionale prestatrice di ultima istanza, fa ridere i polli perché non abbiamo più una banca nazionale prestatrice di ultima istanza (il lucido e sofisticato argomento fa vacillare la mia modesta facoltà di comprensione); e poi siamo inseriti in un sistema di ‘governance’ globale dove le politiche di sistema, accompagnate agli stress test del comparto bancario e alla precaria patrimonializzazione delle banche, allo spreco intollerabile della mano pubblica, legittimano la sfiducia dei mercati nei nostri confronti.

Allora, stremato ma non vinto, mi butto su internet e scopro – dalla viva voce di Brunetta – che il governo attuale ci getterà nella tempesta perfetta dello spread e del downgrading delle agenzie di rating. Alla fine, umiliato da cotante vette dell’ingegno Cottarelli da Faziouniversale, il dubbio canaglia si fa strada: forse, sono deficiente. Cioè, non ci arrivo proprio. Forse è davvero giusto e normale un sistema dove lo Stato – alla pari di un condominio qualunque tipo quelli del Palombelli pensiero, oppure alla pari di un buon padre di famiglia tipo quelli del Mulino Bianco di Fazio e Cottarelli, o alla pari di un debitore inaffidabile tipo quelli del Magnifico Mondo di Oscar – è ridotto al rango di una qualsiasi bottega rionale: sottoposto a una contabilità fantozziana, succube dei conti della serva, chiamato (se ci riesce!) a meritarsi un mutuo decoroso a tasso variabile. Altrimenti, fa default e porta i libri in tribunale.

Perché il tema è proprio questo: non se lo Stato sia o meno una bottega: oggi lo è, a tutti gli effetti (su questo do ragione Fazio e compagnia bella). Il tema vero è se sia giusto averlo trasformato in una bottega. E se sia tollerabile e dignitoso accettarlo. E se sia naturale e lecito sopportarlo. Ma pare di sì. Allora, mi sono illuminato: se tutti intorno a me dicono cose deficienti come se fossero intelligenti, allora forse sono io a non essere intelligente, ma deficiente. Poi, però, ho trovato un articolo della Annunziata dove, più o meno, si dicono le stese cose di Fazio, Palombelli e Cottarelli. Si intitola ‘Confessioni di una deficiente’ e parla delle ‘caleidoscopiche balle’ messe in circolo dai 5 Stelle. E si chiude così: «Perché dopotutto io sono una deficiente, ma il popolo italiano ha sempre dato prova di non esserlo». Sospiro di sollievo, davanti a un reo confesso. Il deficiente non sono io.

(Francesco Carraro, “Elogio del deficiente”, da “Scenari Economici” del 9 ottobre 2018).

Fonte: ideelibre.org (qui)

Debito pubblico, Economia, Politica

Della Luna: finanziare a deficit 20 anni di futuro, o è la fine

Dove porta la legge finanziaria sovranista? Per i prossimi 25 anni la produttività (efficienza produttiva) italiana è prevista in costante declino; il che implica il passaggio dell’Italia al Terzo Mondo (molto prima di 25 anni), perché l’Italia continuerà a perdere competitività, quindi a dover ridurre i salari e le prestazioni sociali per compensare tale perdita, non potendo lasciar svalutare la sua moneta dato che l’euro blocca l’aggiustamento fisiologico dei cambi. Continueranno il calo della domanda interna, la crescita delle insolvenze, il calo e/o lo scadimento dell’occupazione, la fuga di aziende, capitali e cervelli, il take-over da parte dei capitali stranieri. Per uscire da questa linea di declino, l’Italia dovrebbe fare investimenti infrastrutturali di lungo termine, cioè almeno ventennali, e idonei a far risalire la produttività: ricerca, tecnologie, ammodernamento, formazione del personale, infrastrutture, sistemazione idrogeologica. Ma per fare tali investimenti si dovrebbe vincere la resistenza e i vincoli europei, che sono stati formulati proprio per mantenere l’Italia (e gli altri paesi poco efficienti) in uno stato di crisi e involuzione controllate permanenti, onde poterne rastrellare fino al fondo le risorse finanziarie, aziendali, professionali per trasferirle in Germania e Francia (questo è il piano della cosiddetta integrazione europea).

E bisognerebbe vincerli non solo per il prossimo anno né per un anno alla volta né per tre alla volta, bensì per un programma di almeno vent’anni, concordato e accettato con Bruxelles. Con un programma ventennale di investimenti, gli imprenditori Genovaprivati, potendo contare su lunghi e grossi appalti pubblici, investiranno i loro soldi in attrezzature e assunzioni, facendo partire un grande circolo virtuoso ed espansivo anche di domanda interna. Il permesso per finanziare un tale piano è alquanto difficile da conseguire, perché gli interessi e il piano europeisti sono nel senso che l’Italia debba continuare il suo declino e la cessione di aziende, capitali, professionisti ai paesi egemoni; e i garanti interni di questo piano europeista – Quirinale, magistrati interventisti (anche nella Corte Costituzionale), apparati ministeriali, mass media – sono già stati mobilitati, e dovranno organizzare qualcosa per fermare l’attuale governo tra qui e le elezioni europee, cioè prima che i partiti sovranisti possano vincere. Per fermare un governo sostenuto dal 62% degli italiani, e con moltissimi osservatori già contro-mobilitati per denunciare ogni tentativo di nuovo golpe ordito sia dall’interno che dall’estero. Una bella partita.

Ma quand’anche si riesca a varare un programma ventennale di investimenti, vuoi attraverso una vittoria sovranista alle imminenti elezioni europee, vuoi attraverso una modificazione negoziata dei trattati, vuoi attraverso l’uscita dall’euro e il recupero della sovranità monetaria che consenta una spesa pubblica mediante un’emissione di debito protetto dalla garanzia di acquisto da parte della banca centrale italiana, resterà da vedere se il sistema-paese Italia sia o non sia capace di fare tali investimenti in modo efficace, ossia tale da aumentare adeguatamente la produttività, anziché ancora una volta all’italiana, peggiorando le cose. L’esperienza ormai settantennale con investimenti di analogo scopo nel Mezzogiorno è in senso  negativo, così come l’esperienza della ricostruzione dopo i recenti terremoti, nonostante tutte le promesse e garanzie di strettaL'esultanza dei gialloverdi per il Def con il deficit al 24%sorveglianza: gli investimenti sono stati inefficaci perché mal progettati, eseguiti disorganicamente, diretti principalmente da scopi clientelari e con metodi criminali.

Anche coloro che promettevano che “l’Europa” e l’euro, con le loro regole, avrebbero risanato il sistema-paese Italia, liberandolo dai suoi vizi storici e rendendolo efficiente attraverso vincoli e pressioni dall’esterno, sono stati smentiti: dapprima, l’introduzione dell’euro, con la possibilità per il settore pubblico di finanziarsi a tassi bassi, ha aumentato la spesa clientelare e parassitaria, quindi l’indebitamento pubblico; con la crisi del 2007-2008, essendo venuti meno gli spazi e i fondi per progetti di crescita e prospettandosi invece un lungo, indefinito declino, politici e amministratori si sono ancor più dedicati alla lotta per spartirsi le decrescenti risorse e alla collaborazione con le operazioni di rastrellamento suddette, senza interesse per l’efficacia della spesa stessa. E’ da questa condizione che deve cercare di ripartire l’attuale governo. Se il sistema-paese Italia ancora una volta risulterà incapace di investire produttivamente le risorse di cui dispone, sarà giustificato il piano Funk, ossia il suddetto piano “europeista” di trasferimento forzato delle Marco Della Lunamedesime risorse da essa ai paesi che le sanno mettere a frutto, come unico piano atto a costruire un’Europa unitaria e ben funzionante, sia pur col sacrificio dei popoli inferiori  in quanto ad efficienza.

Questo ovviamente vale su scala macro, mentre su scala individuale, con soluzione al problema-Italia, si confermerebbe l’indicazione dell’emigrazione di chiunque abbia capacità e risorse valorizzabili all’estero. Qualora si arrivi alla rottura con la Bce, raccomando al governo di considerare quanto segue per il nuovo assetto monetario da dare al paese. Dato che la sua inefficienza è dovuta a ragioni storiche inveterate e consolidate di clientelismo, nepotismo, parassitismo, inseriti nei meccanismi di consenso politico, e che tali cause sono eliminabili solo nelle fantasie degli imbonitori, dei velleitari e degli utopisti, l’Italia avrebbe bisogno, per vivere al meglio secondo le sue reali possibilità e con i suoi difetti: di uscire dall’euro ritornando alla sovranità monetaria; di ritornare al libero aggiustamento dei cambi (ossia alla svalutazione competitiva); di dotarsi di una banca centrale com’era prima del 1981, che assicuri l’acquisto del debito pubblico e bassi tassi di interesse, così che lo Stato possa immettere soldi (con gli investimenti a deficit) nell’economia reale anziché toglierli (con gli avanzi primari): infatti l’Italia, come ogni motore vecchio, per funzionare e non grippare ha bisogno di abbondante olio perché ne brucia molto.

Fonte: libreidee.org (qui) (Articolo di Marco Della Luna, “Deficit di bilancio e deficit di efficienza”, dal blog di Della Luna del 30 settembre 2018).

Debito pubblico, Economia

Jp Morgan resta fedele ai BTp: “La sostenibilità del debito non è in dubbio. Lo spread non andrà oltre 400”

La decisione del governo di fissare il rapporto deficit/Pil al 2,4% ha colto di sorpresa quei fondi esteri che a settembre avevano comprato BTp sulla scommessa che l’esecutivo avrebbe adottato una linea prudente in tema di conti pubblici. Ma se in questi giorni molti investitori esprimono timori riguardo la possibile deriva della crisi italiana non manca, nel panorama dei grandi fondi, chi vede nel recente crollo delle valutazioni dei BTp un’opportunità. Tra questi c’è Jp Morgan AM, il braccio di asset management della banca americana. Un peso massimo nell’industria del risparmio gestito, con asset per 1.700 miliardi di dollari e un portafoglio obbligazionario da 484 miliardi. «I fondamentali dell’Italia restano buoni, nonostante l’incertezza politica. Per questo, per noi, l’impennata dello spread italiano rappresenta un’opportunità di investimento», dichiara Nick Gartside, capo della divisione reddito fisso e commodities, che Il Sole 24 Ore ha incontrato in occasione del meeting annuale organizzato nel quartier generale europeo della società, nei pressi del Blackfriars bridge di Londra.

Gli investitori esteri hanno ridotto significativamente la loro esposizione in titoli di Stato italiani per l’incertezza legata alle scelte di politica economica del nuovo governo. Voi come gestite il rischio Italia?

Le nostre strategie di investimento sono da sempre orientate dai fondamentali e dalla valutazione sul rapporto rischio/rendimento. Ad oggi crediamo che l’incertezza politica sia adeguatamente remunerata: per questo alcuni dei nostri fondi stanno aumentando l’esposizione in BTp. I problemi dell’Italia sono ben noti ma non si possono trascurare i punti di forza come il surplus della bilancia commerciale e l’avanzo primario.

Non vi preoccupa la decisione del governo di portare il deficit al 2,4%?

Non eccessivamente. Tanti governi, a partire da quello americano, stanno facendo deficit spending. Non vedo nulla di strano nel fatto che anche l’Italia faccia altrettanto. È una tendenza che andrà ad aumentare nei prossimi anni. Per compensare la riduzione dello stimolo monetario si utilizzerà sempre di più la leva fiscale.

Ma l’Italia se lo può permettere? Non vede rischi sulla sostenibilità del debito se la crescita non dovesse adeguarsi alle previsioni ottimistiche del governo?

Il problema numero uno per l’Italia è il debito ma, allo stato attuale, la sua sostenibilità non è in discussione. La variabile chiave sarà la crescita economica e crediamo che le misure messe in atto dal governo possano essere di stimolo per l’economia.

Vi preoccupa la prospettiva di un declassamento del rating? 

Una bocciatura da parte di Moody’s è già scontata dai mercati ma ritengo assai improbabile che il rating dell’Italia scenda a quota “junk”. C’è da aspettarsi molta volatilità, questa sì, in vista delle decisioni delle agenzie.

Diversi investitori non comprano BTp perché li ritengono eccessivamente volatili. Qual è la vostra posizione in merito?

La volatilità è tornata e bisognerà farci l’abitudine. È un fenomeno strettamente correlato alla riduzione degli stimoli monetari da parte delle banche centrali e all’incertezza politica. Oggi c’è volatilità sui BTp ma lo stesso è successo con i Gilt britannici in occasione della Brexit o con gli Oat prima delle presidenziali francesi. Noi crediamo che, se adeguatamente gestita, possa essere un’opportunità. Altrimenti non compreremmo BTp.

Ma l’instabilità finanziaria può avere conseguenze anche molto importanti. L’eccessivo deprezzamento dei titoli di Stato italiani, ad esempio, può comportare l’erosione del capitale degli istituti di credito. Non vede il rischio di una nuova crisi bancaria?

C’è uno stretto legame tra banche e titoli di Stato, che va monitorato con molta attenzione. Ritengo tuttavia improbabile, allo stato attuale, una crisi bancaria perché credo che lo spread Bund-BTp non si attesterà oltre la soglia di allarme dei 400 punti.

Come giudica l’idea dei Cir, i conti individuali di risparmio, che il governo vuole varare per incentivare l’investimento in titoli di Stato da parte dei risparmiatori privati?

È una strategia che anche altri governi, ad esempio il Regno Unito, hanno adottato e che mi pare sensata. Tutto ciò che può servire a stabilizzare le fonti di rifinanziamento del debito è positivo per un governo come quello italiano, molto indebitato. Il modello di riferimento è il Giappone dove il debito (oltre il 250% del Pil, ndr) è in stragrande maggioranza detenuto da investitori domestici.

Fonte: ilsole24ore.it (qui) Articolo di A. Franceschi dell’11 ottobre 2018

Debito pubblico, Economia

Allarme spread per il debito pubblico. Falsi motivi, vera speculazione. Se l’ignoranza è alla base della razzia dei risparmi degli italiani.

Il dibattito attuale, ma anche quello del recente passato, è impostato su un tema centrale. Il debito pubblico. Collegato alla presunta insostenibilità del debito dello Stato si diramano diversi storytelling.

E se il paese Italia avesse un bilancio per raccogliere risparmi e debiti privati, patrimonio pubblico e privato, attività e debito del comparto pubblico? Ecco il risultato:

42829197_10217514214713672_4755538994454855680_o

La ricchezza netta del paese Italia è 8.628,6 miliardi di Euro. Dunque il problema che ci propongono, falsamente, è il debito pubblico 2.341,7 miliardi di Euro. In realtà un debito assolutamente sostenibile per l’impresa Italia. Allora qual è l’obiettivo di chi ci dice che bisogna ridurre il debito perchè non sostenibile?

Lo Stato è come una famiglia. FALSO!

Le famiglie non possono stamparsi a casa il denaro, lo Stato (se è uno Stato sovrano) invece sì.
Nel sistema monetario moderno (moneta FIAT) lo Stato sovrano della propria moneta e del relativo potere di emissione (potere oggi del tutto in mano ai noti oligarchi e tecnocrati finanziari arroccati in palese influenza presso la BCE), avrebbe le potenzialità per finanziare tutto il lavoro, la spesa sociale, la formazione dei suoi cittadini, senza quasi limiti quantitativi.
E allora, mentre nel circuito privatistico e micro-economico (cittadini ed imprese) è prassi normale che prima si risparmi e poi si spenda, questa idea diventa una pura bestialità se applicata al sistema macroeconomico, cioè se il suddetto obbligo viene imposto per legge ai governi.
Se il Governo, infatti, risparmia prima, e poi spende meno di quello che risparmia, significa che esso offre MENO opportunità finanziarie (per pagare stipendi, lavoro, scuola, sanità ecc.) in favore dei cittadini ed imprese rispetto a quelle che gli TOGLIE con la tassazione e con i tagli.

Cioè, secondo questa regola assurda e senza senso, lo Stato dovrebbe prima togliere (risparmiare) 100, e poi dare (spendere) 90, e via via sempre così. Se lo fa per dieci anni, lo Stato risparmia 100 e quel 100 viene sottratto all’intera popolazione (cittadini ed imprese). E così vediamo i nostri conti correnti e i nostri risparmi accumulati in anni di fatiche e sacrifici (compiuti anche dalle nostre famiglie in passato)calare come acqua in un imbuto.
Davvero un ottimo affare!!

Fonte: “Salviamo l’involucro delle democrazie, mentre occorre annientarne il contenuto.” (testo del libro The Crisis of Democracy, 1971)

Il debito pubblico dello Stato è la ricchezza dei cittadini. VERO!

Con il titolo che ho scritto magari molti arricceranno il naso ma è così. Mi spiego meglio, nell’immaginario comune il debito pubblico è visto come quel mostro da abbattere o da azzerare. Queste favole sono messe in testa ai meno informati per fargli andare giù le riforme restrittive che la politica attua a danno dei cittadini e fatte passare come una cosa necessaria. Questo pseudo-mostro in realtà in uno stato è necessario che ci sia, poichè il debito che uno stato crea lo tramuta in servizi e surplus per i cittadini attraverso la spesa pubblica.

Se la sovranità monetaria è in capo allo stato questo è molto lineare e comprensibile. Quando diventa un problema il debito pubblico? Lo diventa quando la sovranità monetaria viene ceduta, a quel punto sul proprio debito pubblico uno stato deve pagare interessi, dato che il debito non è più suo, quindi ci deve pagare gli interessi. Talvolta non solo viene ceduto il debito ma vengono firmati trattati in cui bisogna mantenere un rapporto deficit pil basso, in questo caso il problema si ingrandisce. Si ingrandisce perchè non solo lo stato cedente il debito dovrebbe pagare per immettere liquidità nell’economia, ma non potrebbe nemmeno immetterne in quantità sufficiente liquidità sul mercato per far ripartire l’economia. Il tutto per non sforare il rapporto deficit pil precedentemente enunciato.

Chi asserisce altro non è che una persona che si è bevuto quello che i telegiornali dicono per giustificare le scempiaggini della nostra politica. Il debito visto come precedentemente spiegato è ovvio per chiunque sà leggere un bilancio in cui un debito da una parte genera passività (debito pubblico), dall’altra genera un’attività (benessere dei cittadini). Impoverire i cittadini cercando disperatamente di pagare gli interessi del debito sempre maggiori senza poter attuare politiche espansive è un suicidio lento che prima o poi. Vi basta considerare che nel 1980 il risparmio dei cittadini era il 25% del reddito mentre ad oggi si aggira intorno al 2% con tutte le conseguenze che ne sono derivate.

Fonte: wallstreetitalia.com (qui) Articolo di S. Rubessi

Ma cos’è lo spread?

“Lo spread BTP-BUND è il differenziale tra il rendimento dei titoli di Stato italiani e il rendimento dei titoli di Stato tedeschi. Importante: lo spread si forma sul mercato finanziario secondario, quindi in relazione ai titoli già in circolazione (cioè transazioni tra privati che non influiscono direttamente sulla finanza pubblica) e non a quelli oggetto delle aste mensili indette dal Tesoro (mercato finanziario primario). Ciò detto, per dirla con altre parole, lo spread non porta a quantificare l’onere che lo Stato sostiene per il servizio del debito: quest’ultimo, infatti, si forma esclusivamente sul mercato primario.”

Di seguito l’intervista al Professor Nando Ioppolo (avvocato ed Economista, recentemente scomparso) per chi vuole approfondire l’argomento spread.