Europa, Politica

Deficit, l’Europa grazia Macron. Sfora il 3% ma niente procedura

Ue, sfuma l’assist delle misure francesi pro-Gilet gialli per l’Italia. Il rapporto deficit/Pil di Parigi salirà al 3,4%, ma Bruxelles…

Chi sperava nelle fila del governo giallo-verde nell’involontario assist delle nuove misure fiscali espansive strappate a Macron dai Gilet gialli da far valere nelle trattative di Giuseppe Conte con l’Europa rimarrà deluso.

Già, perché dopo il messaggio di ieri sera del numero uno dell’Eliseo alla nazione in cui il leader di En Marche ha promesso l’aumento del salario minimo intercategoriale di 100 euro al mese dal 2019, la detassazione delle ore di straordinario e lo stop all’aumento della contribuzione per i pensionati che guadagnano meno di 2.000 euro al mese, il portavoce della Commissione europea Margaritis Schinas ha fatto sapere che Bruxelles valuterà l’impatto del pacchetto pro-classi deboli sul bilancio pubblico della Francia solo a primavera. Quando, cioè, l’Ue si sarà già pronunciata sull’eventuale procedura d’infrazione da aprire nei confronti dell’Italia.

“Abbiamo un meccanismo ben stabilito per valutare le politiche di bilancio” dei Paesi della zona euro e “la nostra posizione sulla Francia è nota: il parere sul piano di bilancio francese è stato pubblicato poco tempo fa. L’impatto di cosa verrà fuori dal processo parlamentare emergerà in primavera quando pubblicheremo le nostre previsioni economiche”, ha spiegato infatti la portavoce dell’esecutivo comunitario su un eventuale sforamento del deficit da parte di Parigi e sulle eventuali conseguenze sulle trattative in corso tra Roma e Bruxelles sulla manovra.

Sta anche in questo fatto la diversità del caso francese rispetto al caso dell’Italia. L’Italia oggi è sotto tiro per il mancato rispetto della regola del debito nel 2017, dato che le regole Ue impongono che anche nel 2018 l’Italia assicuri un adeguato aggiustamento in termini strutturali. Le procedure relative al deficit, invece, possono scattare solo sulla base dei dati ex post(per la Francia, dunque, eventualmente solo a Pasqua).

Nel documento programmatico di bilancio inviato ad ottobre dalla Francia all’Ue, il premier Édouard Philippe ha fissato un livello di deficit/Pil per il 2019 del 2,8% un livello a cui ora dovranno aggiungersi i circa 6 miliardi in più del costo dei provvedimenti shock messi in campo dall’Eliseo per calmare la protesta che sta infiammando la Francia da circa quattro settimane (più i 4 per l’abolizione dalla tassa sui carburanti). Un costo che, secondo quanto appena annunciato dal ministro per i Conti pubblici transalpini, Ge’rald Darmanin, porterà il rapporto deficit/Pil a sforare (al 3,4%) il parametro del 3% fissato dai parametri di Maastricht.

Bruxelles aveva già acceso il disco verde sulla manovra di Parigi ad ottobre, anche perché il rapporto deficit/Pil previsto da Philippe per il 2019 sarebbe dovuto salire al 2,8% solo per motivi puramente tecnici, escludendo i quali il disavanzo sarebbe in realtà pari all’1,9%, dopo il 2,6% previsto per quest’anno e il 2,7% del 2017.

Parigi, che può contare su un rapporto debito pubblico/Pil di circa il 97% del Pil (contro il 130% circa dell’Italia), dunque, per il momento non finirà sotto osservazione dell’Ue come, al contrario, è finita Roma. Riflettori che, se accesi, avrebbero potuto rappresentare delle favorevoli sponde per il duo Conte-Tria che si sta battendo sui decimali per portare a casa le due misure simbolo del governo giallo-verde ovvero reddito di cittadinanza e quota 100 sulle pensioni.

Se Macron, per il momento, scamperà i rilievi di Bruxelles, di certo non ha sminato il pericolo della protesta di Gillet gialli: dopo gli annunci di ieri sera, i manifestanti transalpini hanno promesso infatti che la rivolta andrà avanti.

A Roma, intanto, il vicepremier Luigi Di Maio è pronto a puntare i piedi in caso di una terza bocciatura da parte di Bruxelles alla manovra. Se il Governo francese rispetterà tutti gli annunci fatti negli ultimi giorni sulla politica di bilancio, ha ricordato, “non dovrebbe rispettare i parametri e, facendo questo, si dovra’ aprire un caso Francia, se le regole valgono per tutti, ma non è quello che ci auguriamo”.

Il ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico ha messo le mani avanti in vista del confronto risolutivo di domani e giovedì. “Le prossime 24-48 ore sono cruciali”, ha detto il capo dei Cinque Stelle ribadendo che l’obiettivo è “mantenere le promesse ed evitare la procedura di infrazione”. Di Maio ha tenuto comunque il punto sul reddito di cittadinanza, che, assicura, entrerà in vigore “al massimo a fine marzo, mentre quota 100 entrera’ in vigore entro fine febbraio”. “Tra giovedì e venerdì sarà convocato il primo tavolo tecnico sulla manovra” con le imprese, ha annunciato il ministro. “Nelle prossime settimane – ha aggiunto – ci sara’ un tavolo permanente sulle semplificazioni, uno sul fisco, uno sull’innovazione, uno sulle infrastrutture e uno sull’export e un tavolo sul welfare”.

Fonte: affaritaliani.it (qui)

Europa, Politica

Moscovici perdona Macron (per salvare se stesso)

Rumors su una possibile candidatura del commissario agli Affari Economici con un movimento Lib-dem, vicino anche a Renzi.

“Non risponderò a nulla su questo argomento”. Forse per la prima volta in questi mesi di trattative con l’Italia, Pierre Moscovici si sottrae alle domande dei giornalisti. Il quesito riguarda il suo paese, la Francia, messa a ferro e fuoco dai ‘gilet gialli’ al punto da spingere Emmanuel Macron ad annunciare misure che potrebbero portare il deficit francese al 3,5 per cento del pil, dunque ben oltre il tetto del 3 per cento previsto dalle regole europee. E’ un quadro che potrà spingere la Commissione a fare sconti anche all’Italia? Moscovici, qui a Strasburgo per la riunione con i colleghi commissari come avviene ad ogni plenaria dell’Europarlamento nella cittadina francese, non risponde. In questa storia, che alla vigilia di un altro incontro tra Giuseppe Conte e Jean Claude Juncker domani a Bruxelles si sta assestando sulla linea ‘due pesi e due misure’ tra Parigi e Roma, ci sono fattori oggettivi, ma anche molto politici.

L’Ue non può sanzionare Macron, già messo alle strette dalle proteste. Il presidente francese è ancora la promessa dell’establishment europeo, visto che Angela Merkel è ormai alla fine del suo ciclo politico. Un establishment determinato invece a punire il governo populista dell’Italia, a torto o a ragione, comunque a prescindere. Basti questo per spiegare i guanti di velluto con cui l’Europa sta affrontando la crisi di Macron, compreso anche il fatto che nessuno tra i leader europei si è azzardato a contestargli nulla, nemmeno il comportamento della polizia con gli studenti, inginocchiati con le mani sulla testa: la foto ha menato scandalo sul web, non nei palazzi europei. Ma c’è dell’altro.

Ci sono proprio i destini politici dei personaggi in campo. Si prenda Moscovici, che l’anno scorso salutò la vittoria di Macron alle presidenziali francesi come “una buona notizia per la Francia e per l’Europa”. Non fu l’unico, la sfidante al ballottaggio era Marine Le Pen, tutti i leader moderati dell’Ue tirarono un respiro di sollievo. Ma, venendo al presente, Moscovici già aveva difficoltà a sostenere la linea del rigore con Roma, alla luce del suo passato da ministro dell’Economia francese alfiere della flessibilità. Adesso c’è anche il fatto che, pur da socialista, il commissario agli Affari Economici si è molto avvicinato a Macron, lui che ha lasciato il Partito socialista francese per fondare ‘En marche’.

Nei palazzi dell’Ue gira addirittura voce che Moscovici possa candidarsi con il movimento di Macron alle prossime europee: con ‘En marche’ o comunque nell’alveo di un movimento ‘libdem’ che poi all’Europarlamento fonderebbe un nuovo gruppo insieme ad altre formazioni simili in Europa, gli spagnoli di Ciudadanos o anche la nuova creatura politica che potrebbe lanciare in Italia Matteo Renzi.

E’ naturale che tutto questo annulli ogni ipotesi europea di sanzionare Macron per le maggiori spese in deficit, proprio ora che la Francia era uscita dalla procedura europea per deficit eccessivo dopo 9 anni di sanzioni. Non può farlo Moscovici e non ama parlarne. Non può farlo Juncker, del quale ancora si ricorda una frase celebre di qualche tempo fa. “La Francia è la Francia”, disse il presidente della Commissione ad un incontro con i sindaci francesi. E ‘la Francia è la Francia’ sembra essere il motto che ancora oggi guida la Commissione Europea.

Del resto, sottolineano dalla Commissione qui a Strasburgo, “bisogna tenere a mente che nel caso dell’Italia abbiamo un documento programmatico di bilancio”, bocciato dall’Ue e ripresentato da Roma senza cambiamenti di rilievo. “Mentre in quello della Francia abbiamo un discorso”, quello pronunciato ieri sera da Macron. “E che cosa possiamo fare davanti ad un discorso?”.

Con questa spiegazione quindi la Commissione punta ad andare avanti con la procedura di infrazione contro l’Italia per deficit eccessivo legato al debito, a meno che domani Conte non si presenti all’incontro con Juncker con una nuova proposta di bilancio rispettosa dei vincoli europei, con un deficit magari sotto il 2 per cento in modo da non aumentare né quello strutturale, né il debito italiano, che staziona al 131 per cento del pil.

Allo stesso tempo, la Commissione si prepara quanto meno a concedere tempo alla Francia. “C’è una procedura ben stabilita per valutare le politiche bilancio degli stati membri, la nostra posizione sulla Francia è nota e il parere sul progetto di bilancio della Francia è stato pubblicato poco tempo fa. L’impatto verrà valutato in primavera, quando pubblicheremo le nostre previsioni economiche”, dice il portavoce della Commissione Ue, Margaritis Schinas.

Nel volgere di poche ore, qui tra Strasburgo e Bruxelles, sembrano sfumare le speranze italiane di ottenere concessioni per effetto della protesta francese. I ‘gilet gialli’ non stanno modificando il braccio di ferro tra Roma e Bruxelles a favore della prima. E non sembra si apra uno spazio per quell’asse tra “Roma e Berlino” auspicato ieri da Matteo Salvini.

Certo, ci sono anche dei fattori oggettivi. Cioè il fatto che il debito francese è al 97 per cento del pil, dunque inferiore a quello italiano. E che lo spread della Francia, pur avendo guadagnato quasi 6 punti percentuali a un mese dall’inizio delle proteste di piazza, resta sulla soglia accettabile del 47,5 per cento, ben al di sotto di quello italiano oggi a 288 punti percentuali.

Ma, se non altro, il caos scoppiato in Francia mette a nudo anche le convenienze politiche delle elite europee: unite nel punire il primo governo populista tra i paesi fondatori dell’Ue, unite anche nel ‘graziare’ uno dei loro, Macron.

Fonte: huffingtonpost.it (qui)

Economia, Europa

Quantitative easing, Corte Ue: “Il programma di acquisti non è illegittimo e non eccede il mandato della Bce”

Il quantitative easing, cioè il programma di acquisto di titoli di Stato avviato nel 2015, è “conforme al mandato” della Bce. Lo ha stabilito la Corte di Giustizia Europea, esprimendosi sul quesito presentato dalla Corte costituzionale tedesca a cui erano arrivati diversi ricorsi che contestavano la legittimità dell’intervento sostenendo che equivalesse a un finanziamento monetario del debito pubblico. Secondo la Corte il programma non viola il diritto dell’Unione, non eccede il mandato della Bce e non viola il divieto di finanziamento monetario.

La Banca centrale europea ha avviato il programma di acquisti il 4 marzo 2015 alla luce di vari fattori che aumentavano il rischio di calo dell’inflazione sotto il valore obiettivo della Bce, pari al 2%. L’obiettivo era facilitare l’accesso ai finanziamenti utili all’espansione dell’attività economica favorendo il ribasso dei tassi d’interesse reali e inducendo le banche commerciali a concedere maggior credito. Questo al fine di sostenere i consumi globali e le spese per investimenti nella zona euro. Il programma prevede che ciascuna banca centrale nazionale acquisti titoli idonei provenienti da emittenti pubblici statali, regionali o locali del proprio Paese. La durata di applicazione si estendeva inizialmente fino alla fine del mese di settembre 2016 ma è stata poi prorogata a più riprese.

Con la sua sentenza, la Corte di Giustizia constata che l’esame delle questioni sottoposte dal Bundesverfassungsgericht non ha rivelato alcun elemento idoneo ad inficiare la validità del programma, che rientra nel settore della politica monetaria per la quale l’Unione dispone di una competenza esclusiva, per gli Stati membri la cui moneta è l’euro, e rispetta il principio di proporzionalità. La Corte ricorda che una misura di politica monetaria non può essere equiparata a una misura di politica economica per il solo fatto che essa sia idonea a produrre effetti indiretti che possono essere ricercati anche nel quadro della politica economica. Inoltre, la Corte ricorda come risulti chiaramente dal diritto primario che la Bce e le banche centrali degli Stati membri possono, in linea di principio, intervenire sui mercati dei capitali acquistando e vendendo in via definitiva titoli di debito negoziabili denominati in euro.

Per quanto riguarda le modalità di applicazione del programma, la Corte sottolinea che non è selettivo e non soddisfa i bisogni specifici di finanziamento di singoli Stati membri della zona euro. Esso non permette l’acquisto di titoli con un livello di rischio elevato e prevede dei rigorosi limiti massimi di acquisto per emissione e per emittente. Oltre a questo, attribuisce la priorità all’acquisto dei titoli emessi da operatori privati. Secondo la Corte, non risulta in maniera manifesta che un programma di acquisto di titoli del debito pubblico più limitato nel volume o nella durata avrebbe potuto in modo altrettanto efficace e rapido assicurare un’evoluzione dell’inflazione simile a quella ottenuta dalla Bce.

La Corte sottolinea poi che il qe non viola il divieto di finanziamento monetario, perché non equivale all’acquisto di titoli sui mercati primari e non produce l’effetto di indurre gli Stati membri a non condurre una sana politica di bilancio. Oltre a ciò, non consente agli Stati membri di determinare la loro politica di bilancio senza tener conto del fatto che, a medio termine, la continuità dell’attuazione del programma non è in alcun modo garantita e che quindi potrebbero dover cercare finanziamenti sui mercati senza poter beneficiare dell’alleggerimento delle condizioni di finanziamento che l’attuazione del programma comporta.

Inoltre, gli effetti sulla convenienza a condurre una sana politica di bilancio sono limitati in virtù dell’imposizione di limiti al volume mensile complessivo degli acquisti di titoli del settore pubblico, del carattere sussidiario del programma, della ripartizione degli acquisti tra le banche centrali nazionali secondo lo schema di sottoscrizione del capitale della Bce, dei limiti di detenzione per emissione e per emittente e degli elevati criteri di idoneità fondati su una valutazione della qualità creditizia. La Corte precisa, poi, che il divieto di finanziamento monetario non osta alla detenzione di titoli fino alla loro scadenza e neppure all’acquisto di titoli con un rendimento a scadenza negativo.

Fonte: ilfattoquotidiano.it (qui)

Europa, Politica, Popoli, Stato Vs Popolo

Gilet gialli: “Macron ha mani e piedi legatio dall’Unione europea”

Le rivendicazioni dei Gilet Jaunes, legittime e condivisibili, rischiano di restare lettera morta se non accompagnate da un almeno altrettanto energico sforzo per liberarsi delle assurde restrizioni imposte da un sistema anti-democratico, elitista e imperialista come l’Unione Europea. Nessuna delle richieste ribadite in questi ultimi fine settimana a Parigi e nelle principali città francesi, e ora anche in altri paesi, è realizzabile all’interno del sistema di regole europee. Coralie Delaume, che in Francia gestisce il blog L’Arene nue, lo spiega senza mezzi termini in questo importante articolo pubblicato su Le Figaro.

Aumenti di SMIC (salario minimo orario, ndt) e pensioni, maggiore tassazione delle grandi società, protezione dell’industria francese, fine della politica di austerità e riorganizzazione dei servizi pubblici: queste sono le richieste dei gilet gialli comunicate la scorsa settimana attraverso la stampa. A ciò spesso si aggiunge anche la richiesta di ripristino di una vera democrazia.

Tra le parole d’ordine e gli slogan è invece assente l’Europa. Eppure nessuna delle richieste formulate è realizzabile nell’attuale Unione europea, con il Mercato unico e l’euro, che sono il confine entro il quale si attuano le politiche nazionali. I governi nazionali sono in ultima analisi solo dei volenterosi intermediari dell’Ue, mediatori di potere soddisfatti della loro impotenza.

Non ci può essere democrazia nell’Unione europea

L’Unione europea è qualcosa di più di un’organizzazione internazionale. Non è intergovernativa, ma sovranazionale. I giuristi affermano che la Corte di Giustizia della Comunità ha “elevato i trattati al rango costituzionale” con due sentenze, nel 1963 e nel 1964. In altre parole, la Corte ha creato un nuovo ordinamento giuridico e gettato le basi di un proto-federalismo senza che i popoli siano stati consultati – o persino avvertiti – sul concepimento di una quasi-Costituzione.

I francesi alla fine l’hanno saputo… ma solo quarant’anni dopo! Il referendum del 2005 sul Trattato costituzionale europeo consisteva in definitiva nel chiedere agli elettori di legittimare ex post una situazione che esisteva già da tempo. È questo uno dei motivi per cui il “no” francese (o il “no” olandese) non è stato preso in considerazione: il testo è stato ripresentato sotto il nome di “Trattato di Lisbona”. Per poter rispettare il verdetto delle urne, si rese necessario ammettere che era stato già deciso un processo di “federalizzazione sottobanco” dell’Europa, e in tal senso indietreggiare temporaneamente lungo il percorso.

Se la mutazione in senso costituzionale dei trattati è iniziata molto presto, il processo di svuotamento democratico è continuato in seguito. Il problema è stato aggravato, ad esempio, dall’abolizione del principio dell’unanimità nel Consiglio europeo. Come spiega il giurista tedesco Dieter Grimm, ciò ha spezzato la “catena di legittimazione” dal popolo al Consiglio, il cui anello essenziale erano i governi nazionali eletti. Con l’abolizione dell’unanimità, uno Stato può essere soggetto a una norma di legge che è stata esplicitamente respinta da uno degli anelli della catena di formazione della propria volontà nazionale, anche se in linea di principio il peso relativo della Francia nel Consiglio la rende immune da ciò.

Per rimediare all’immenso “deficit democratico” della costruzione comunitaria, il trattato di Lisbona ha aumentato i poteri del Parlamento europeo. Problema: questo Parlamento non è un organo unico. Non rappresenta il “popolo europeo” (dato che non esiste), ma si limita semplicemente a far coabitare i rappresentanti nazionali di ventotto stati. Per di più, a parte questo, non è neanche il principale produttore di diritto comunitario. Questo ruolo è di competenza della Corte di Lussemburgo, che emette norme a getto continuo, con valore giuridico e senza consultare nessuno. Infine, il Parlamento europeo non ha la possibilità di modificare i trattati, anche laddove questi contengono elementi di politica economica. Che l’Assemblea di Strasburgo abbia una maggioranza di “sinistra” o di “sovranisti”, ciò non darebbe luogo ad alcun riorientamento. Qualunque cosa accada nelle urne elettorali durante le elezioni europee del 2019, il combinato legislativo composto dai trattati e dalle sentenze della Corte continuerà ad imporre più libero scambio, più austerità, più concorrenza.

Non può esserci alcun cambio di rotta della politica economica nel contesto del mercato unico e dell’euro

I trattati europei sono la “costituzione economica” dell’Europa. La loro posizione predominante spiega perché la politica economica condotta in Francia non è cambiata dalla metà degli anni ’80, benché si siano succeduti alla testa dello Stato uomini di diverse posizioni. È “l’alternanza unica” secondo la definizione di Jean-Claude Michéa, lo stesso che segue il medesimo, dando l’apparenza del cambiamento. Finché si rimane nell’Unione europea, votare non cambia nulla.

Ecco perché l’ex commissario Viviane Reding ha potuto ad esempio affermare: “Diventa inesorabilmente necessario rendersi conto che non esistono più politiche interne nazionali”.

I governi dei paesi membri hanno a disposizione solo un numero molto limitato di strumenti di politica economica. Nessuna politica industriale proattiva è possibile poiché i trattati vietano “distorsioni della concorrenza” attraverso l’intervento dello Stato. Nessuna politica commerciale protezionista è possibile poiché la politica commerciale è una “competenza esclusiva” dell’Unione. Nessuna politica dei cambi è possibile perché nel contesto dell’euro i governi non possono attuali. Nessuna politica monetaria è possibile, dato che è la Banca centrale europea a guidarla. Infine, nessuna politica di bilancio pubblico è possibile, poiché i paesi che hanno adottato la moneta unica sono soggetti a “criteri di convergenza”, tra cui la famosa regola, del tutto arbitraria, del tetto del 3% al deficit pubblico. Inoltre, a partire dal 2010 e nell’ambito di un programma denominato “Semestre europeo”, la Commissione ha iniziato a supervisionare meticolosamente la preparazione dei bilanci nazionali.

In queste condizioni, sono solo due gli strumenti a disposizione dei governi nazionali: la tassazione e l’abbassamento del “costo del lavoro”.

Per quanto riguarda la tassazione, generalmente si decide di diminuire quella che pesa sul capitale suscettibile di delocalizzazione e di aumentare quella che grava sulle classi sociali che non possono sfuggire al fisco. Nel 1986 si è stabilito il principio della “libera circolazione dei capitali” nel mercato unico. Da allora il capitale ha acquisito il potere di esercitare su ciascuno Stato un vero e proprio ricatto, minacciando di fuggire verso gli Stati vicini. I paesi membri sono impegnati in una concorrenza fiscale sfrenata, alcuni (Lussemburgo, Irlanda) si sono persino trasformati in paradisi fiscali e vivono delle opportunità di evasione fiscale che offrono alle multinazionali.

Per quanto riguarda il reddito (e il diritto) al lavoro, sono uno dei bersagli privilegiati dell’organismo sovranazionale. Per rendersene conto basta leggere i documenti di orientamento prodotti dalla Commissione europea, dagli “Orientamenti per l’occupazione” alla “Indagine annuale sulla crescita” e le “Raccomandazioni del Consiglio” elaborate ogni anno durante il semestre europeo. Tutte le riforme del diritto del lavoro attuate nei paesi membri, dal Jobs Act in Italia alla legge di El Khomri in Francia, erano state previste in uno di questi grossi tomi [provenienti dalla Commissione].

Per finire, i principi della “libera circolazione delle persone” e della “libera prestazione di servizi” all’interno del mercato unico favoriscono il livellamento verso il basso. Nonostante l’ampia disparità nei livelli retributivi da un paese all’altro, queste “libertà” mettono in competizione tutti i lavoratori europei l’uno con l’altro. Favoriscono una serie di pratiche di dumping sociale, il più noto dei quali è l’utilizzi di lavoratori distaccati. Per i paesi con l’euro, è ancora più grave: non essendo in grado di svalutare la loro moneta per aumentare la loro competitività, sono costretti a praticare la “svalutazione interna”, ossia abbassare i salari.

Perché tutti i governi francesi che si sono susseguiti hanno contribuito a costruire questa Europa?

Per capire gli eventi attuali tornano utili le categorie tradizionali del marxismo. Se, come afferma Jérôme Sainte-Marie, il movimento dei gilet gialli riporta alla ribalta l’esistenza del conflitto di classe, è anche vero che questo non ha mai cessato di esistere. L’Europa dei mercati e delle valute è sempre stata un’Europa classista. Ha l’obiettivo di erodere incessantemente i redditi da lavoro e distruggere tutti gli strumenti redistributivi, in particolare i servizi pubblici, con il pretesto dell’”apertura alla concorrenza” da un lato, del “controllo della spesa pubblica” e della “riduzione del debito” dall’altro.

Come è già accaduto in passato, questa politica di classe si adatta bene a un “regime di occupazione” che consente alle classi dominanti di disfarsi e/o di affidare a qualcuno più forte di loro l’incombenza di garantire un certo Ordine. Poiché l’occupazione stricto sensu, da parte di una potenza straniera che invada militarmente il territorio, è ovviamente impensabile, le élite francesi cosmopolite hanno elaborato una modalità di occupazione “soft”. L’ex presidente della Commissione José Manuel Barroso ha dichiarato che l’Unione europea è un “impero non imperiale”, una formula che giustamente suggerisce che l’aggregazione dei territori all’impero sia stata fatta tramite l’economia e il diritto, non con la forza. Una volta raggiunta l’unificazione continentale, le regole comunitarie svolgono il loro ruolo: quello del vincolo esterno scelto in un regime di schiavitù volontaria.

Uno dei principali slogan sentiti durante le manifestazioni dei gilet gialli o nelle rotonde è “Macron dimettiti”. Ma nelle condizioni attuali, le dimissioni di un uomo sarebbero qualcosa di ampiamente insufficiente. Per ridiventare padroni del proprio destino, i francesi (e tutti i popoli d’Europa) devono esigere che le mappe europee siano profondamente rielaborate e che venga ripristinata la sovranità nazionale, un altro nome per “diritto dei popoli all’autodeterminazione”.

Infine, rassicuriamoci: la fine dell’Unione europea, che altro non è che un insieme contingente di regole e istituzioni poste al servizio di interessi particolari, non significherà la fine dell’Europa, vecchio continente, né dei paesi che la compongono.

Fonte: vocidallestero.it (qui) Di Coralie Delaume, 6 dicembre 2018

 

Elites vs Popoli, Europa, Politica

L’ombra del fallimento gialloverde di fronte all’Euro-establishment. Così Di Maio e Salvini rischiano la fine alla Tsipras ⎮ libreidee.org

«Diciamocelo: l’esperienza gialloverde sta fallendo. Lega e 5 Stelle rischiano grosso, di fronte alla cocente delusione degli elettori che avevano creduto nella loro scommessa». Parola di Gioele Magaldi, presidente del Movimento Roosevelt e autore del bestseller “Massoni” (Chiarelettere, 2014), che svela la natura supermassonica del vero potere, che in Europa si nasconde dietro la tecnocrazia di Bruxelles e le cancellerie che contano, Berlino e Parigi in primis. Spettacolo penoso, la retromarcia tattica del governo Conte di fronte alle minacce dell’euro-establishment, «come se il problema fosse davvero il deficit al 2,4%», che ora peraltro il governo si sta preparando a “sacrificare”. Linea perdente, dice Magaldi: guai, a cedere al ricatto. Perché siamo di fronte a una colossale farsa: tutti sanno benissimo che Bruxelles non ha affatto a cuore il benessere del sistema-Italia. L’unico vero obiettivo dei nostri censori – Moscovici e Juncker, Macron e Merkel – è stroncare sul nascere qualsiasi tentativo di rovesciare il paradigma neoliberista dell’austerity, propagandato e difeso “militarmente” a colpi di spread. Sul piano contabile non può far paura a nessuno, l’esiguo incremento del deficit inizialmente previsto dal Def per il 2019. Lo sanno Di Maio e Salvini, ma lo sanno anche i signori di Bruxelles. A inquietare gli oligarchi, semmai, è la bandiera della ribellione, sventolata dall’Italia per qualche settimana.

L’orgogliosa rivendicazione post-keynesiana del governo Conte, sottolineata dal richiamo al New Deal rooseveltiano da parte di Paolo Savona, poteva innescare un benefico contagio europeo, basato sulla richiesta di sovranità democratica. Se invece oraGioele Magaldil’Italia fa retromarcia e dice “abbiamo scherzato”, per Lega e 5 Stelle può essere l’inizio della fine, sostiene Magaldi, in web-streaming su YouTube con Fabio Frabetti di “Border Nights”. Una riflessione a tutto campo, quella del presidente del metapartitico Movimento Roosevelt, nato per rigenerare la politica italiana scuotendola dal torpore conformistico dell’equivoca Seconda Repubblica, durante la quale la finta alternanza dei partiti al potere – centrodestra e centrosinistra – ha costretto l’Italia a imboccare la via del declino, tra delocalizzazioni e privatizzazioni improntate alla “teologia” neoliberale che demonizza la spesa pubblica al solo scopo di trasferire potere e ricchezza ai grandi oligopoli privati. Magaldi è stato uno sponsor del governo Conte, che ha lungamente supportato e incoraggiato – a patto però che rompesse l’incantesimo che vieta all’Italia di riappropriarsi della sua sovranità, a cominciare da quella monetaria.

L’economista Nino Galloni, vicepresidente del Movimento Roosevelt, invoca il ricorso a una moneta parallela. Proprio la gestione dell’euro – monopolizzata dal cartello finanziario che detiene il controllo della Bce – è uno dei punti strategici su cui farà leva il “partito che serve all’Italia”, cantiere politico roosveltiano che il prossimo 22 dicembre a Roma comincerà a costruire un’agenda concreta. Le delusione di fronte al cedimento all’Ue non impedisce a Magaldi di continuare a considerare Lega e 5 Stelle gli unici interlocutori potenzialmente credibili: certo, se si alza bandiera bianca sul deficit 2019, la partita è destinata a slittare al 2020, dopo le europee, traguardo al quale il governo intende presentarsi senza avere sulle spalle il peso dell’eventuale procedura d’infrazione per eccesso di debito. Ma così, obietta Magaldi, non si può sperare di andare lontano. Per un motivo essenziale: è perdente, sempre e comunque, piegarsi a un ricatto. E quello degli oligarchi Ue è un ricatto ipocrita, Nino Gallonitravestito da economicismo: il rigore viene spacciato per strada maestra, quando gli stessi ideologi dell’austerity sanno perfettamente che il taglio della spesa produce solo recessione e disoccupazione.

La stessa manovra gialloverde non è certo impeccabile, annota Magaldi: non c’è ancora la più pallida idea di come applicare l’eventuale reddito di cittadinanza sbandierato da Di Maio, mentre – sul fronte leghista – siamo lontani anni luce dal decisivo sgravio fiscale promesso alle elezioni. «E’ di quello che hanno bisogno come il pane gli ambienti imprenditoriali che avevano sostenuto Salvini: cosa importa, alle aziende, del “decreto sicurezza” appena approvato? Oltretutto, quel decreto – davvero pessimo – potrebbe anche configurare pesanti e inaccettabili limitazioni alle libertà personali». Neppure nella versione con il deficit al 2,4%, insiste Magaldi, la manovra mostrava sufficienti investimenti nei settori in grado di rilanciare l’economia: un impegno troppo esiguo, non certo adeguato a garantire quel “moltiplicatore economico” di cui il paese ha bisogno. Premessa: «Aumentare il deficit è doveroso, per rimettere in moto l’economia, purché però si investa nei settori che garantiscano la crescita dell’occupazione». Si corre il rischio di fare «la stessa figura di Tsipras, che ha tradito i greci per piegarsi all’Ue». Altro paragone increscioso, quello con Matteo Renzi: «Era andato a Bruxelles facendo il fanfarone, annunciando svolte epocali per uscire dall’austerity di Monti e Letta, ma poi ha ceduto su tutta la linea».

Tsipras e Renzi sappiamo che fine hanno fatto. A Salvini e Di Maio, un analogo scivolone  costerebbe l’osso del collo. Anche perché ormai l’opinione pubblica italiana ha preso le misure, ai padreterni di Bruxelles: oggi, a Mario Monti ed Elsa Fornero l’italiano medio non stenderebbe più il tappeto rosso. S’è messo in moto qualcosa di profondo, nel paese, anche grazie alla politica pre-elettorale della Lega e dei 5 Stelle, carica di aspettative. Ora, come dire, sarebbe folle rimangiarsi la parola data. Guai ad arretrare, di fronte alle minacce dei burattini di quella che resta una cupola finanziaria supermassonica, la stessa che ha insediato all’Eliseo il micro-oligarca Macron, contro il quale oggi la Francia stessa si sta sonoramente ribellando. E l’Italia che fa, resta a guardare? Si lascia intimidire da uno spaventapasseri come Juncker dopo aver promesso cataclismi epocali? Gilet Gialli, la Francia in rivoltaGrave errore, sottolinea Magaldi, aver usato toni irridenti con l’Ue, se poi ci si prepara a genuflettersi a Bruxelles come Renzi e Gentiloni. Meglio un dialogo franco e leale, giusto per dire: cari amici, che ne direste di farla davvero, l’Europa?

Sottinteso: questo obbrobrio di Ue va cestinato, perché ha disastrato l’economia del continente seminando crisi su crisi. Da dove ripartire? Ovvio, dall’inizio: la parola chiave è antica, si chiama “democrazia”. E in questa pseudo-Europa, purtroppo, oggi è sinonimo di “rivoluzione”. Magaldi preferisce il termine “radicalismo”, ma il senso è quello: radere al suolo l’impalcatura (marcia dalle fondamenta) dell’attuale Disunione Europea, dove la Germania – come segnala l’imprenditore Fabio Zoffi – bacchetta l’Italia per il suo 130% di debito, mentre quello di Berlino (occulto) veleggia verso il 300% del Pil. Negli ultimi anni, a scuotere l’opinione pubblica hanno provveduto celebri “whistleblower” come Julian Assange (Wikileaks) e Edward Snowden (la disinvoltura della Nsa nella gestione dei Big Data, in termini di spionaggio di massa). Dal canto suo Magaldi – altro “insider”, se vogliamo, ma proveniente dal mondo delle Ur-Fabio ZoffiLodges – ha scoperchiato il vaso di Pandora delle quasi onnipotenti superlogge sovranazionali. Obiettivo: consentire al pubblico di aprire gli occhi, imparando a riconoscere la vera identità dei tanti oligarchi che si spacciano per guide illuminate.

L’Ue? Un loro prodotto. Movente: confiscare diritti, sovranità e democrazia, per organizzare il più grande trasferimento di ricchezza della storia, dal basso verso l’alto. Narrazione mainstream: è giusto tagliare lo Stato. Risultato scontato: sofferenze sociali. Parla da solo il caso italiano: 25 anni di decadenza ininterrotta, presentata come fisiologica. Una farsa colossale, abilmente inscenata da partiti “comprati” e disinformatori di corte. Poi è arrivato l’inciampo elettorale dei gialloverdi. E ora che fanno, tornano a casa con la coda tra le gambe? Sappiano, ribadisce Magadi, che non possono farlo: l’Italia non li perdonerebbe. Perché la vera sfida è solo all’inizio. E tutti i falsi dogmi del dominio – rigore, austerity, pareggio di bilancio – saranno spazzati via, il giorno che l’Europa nascerà davvero, con la sua Costituzione democratica e il suo governo federale, finalmente eletto dagli europarlamentari votati dai cittadini europei. Utopia? Non per Gioele Magaldi, intenzionato a incalzare «gli amici gialloverdi» senza fare sconti a nessuno, avendo chiaro «quello che serve davvero all’Italia». Non la diplomazia, con Bruxelles, ma il confronto (durissimo) che in tanti avevano sperato potesse essere inaugurato proprio da Salvini e Di Maio.

Fonte: libreidee.org (qui)

Europa, Germania, Italexit

Da Trump una spinta all’Italexit ⎮ quelsi.it

Riportiamo le recenti analisi pubblicate sul Quotidiano Sovranista Qelsi:

Questo lunedì l’analisi si arricchisce della componente più importante di tutte, la Geopolitica, a causa degli avvenimenti di questi ultimi 2 giorni.Per capire dove siamo non possiamo prescindere da ciò che si muove intorno a noi.Partiamo dalla citazione di uno dei filosofi più interessanti nella storia dell’umanità (Hegel):“Ciò che è razionale è reale, ciò che è reale è razionale”.Egli riteneva che la ragione umana fosse in cammino verso la verità secondo uno sviluppo logico (Lógos) e conseguenziale. Applicandola ai tempi attuali, possiamo dire che con tale filosofia Hegel abbia involontariamente descritto la Brexit poiché secondo questi il razionale si manifesta nella storia. Il 24 giugno 2016 Ansa riporta la notizia:“Brexit, la notte del referendum che ha cambiato la Ue – Sondaggi capovolti in una notte drammatica, ore contate Cameron”In cui si legge:“…dopo che i primi poll avevano dato il remain al 52%…”. Le classi borghesi che hanno pianificato la globalizzazione pensavano che avrebbero vinto il referendum o quanto meno pagarono sondaggisti e giornalisti per diffondere questa certezza.Ma essa è anche la filosofia del Trumpismo. Su Il Secolo XIX del 7 novembre 2016 Maurice Tamman annunciava sondaggi che consideravano sicura vincente la Clinton:“Usa, ultimo sondaggio: Clinton batterà Trump al 90 per cento”e sappiamo come è andata vero?Alla fine, fu anche la filosofia del nostro Governo di Liberazione Nazionale,Non era razionale immaginare che gli Italiani lasciassero al governo chi in 7 anni aveva:

  • Ridotto la produzione industriale del 25%;
  • Aumentato la disoccupazione a livelli greci;
  • Raddoppiato i poveri;
  • Fatto fallire un’infinità di banche e massacrato i risparmi della povera gente.

Razionalmente, quindi, così come prima gli inglesi e gli americani, gli italiani scrissero la storia eleggendo partiti che facessero altro, e questi organizzarono un governo che rispondesse a tali aspettative provando altre strade.Divisi fra anti-euro e riformisti della UE, i gialloverdi seppero trovare in Savona l’uomo giusto per liberare dal soffocamento dell’Equivalenza Ricardiana, dell’austerità espansiva.Tutto ciò che è razionale è reale, così anche in questo caso la ragione si è manifestata nella realtà e in essa dobbiamo ora cogliere la razionalità.I gialloverdi, su spinta del Prof. Savona, fissarono un budget di spesa pubblica idoneo a sostenere la crescita del PIL, una percentuale 3 volte superiore al valore richiesto dalla UE: lo 0.8%.A dire il vero, il Piano Savona era caratterizzato per i seguenti due elementi:

  • Impegnare il deficit di bilancio negli investimenti, che avrebbero spinto in alto il Pil Potenziale del paese (vedremo alla fine perché questo è importante)
  • Spingere la Germania a fungere da motore dell’Impero operando in deficit, sia di bilancio che commerciale.

Ma Salvini e Di Maio optarono per il rispetto delle proprie promesse elettorali e la Germania disse no al sostituirsi agli Usa degli ultimi 40 anni.Scontato, pertanto, lo scontro fra le due impostazione e, da qui, la reazione della UE. Il 28 novembre TG LA7 riporta le dure parole di Dombrovskis pronunciate dopo una timida apertura di Salvini alla limatura di qualche decimale:“Manovra, Dombrovskis avverte: ‘La correzione dei conti sia consistente’ ”Il TG 5 delle ore 13 del primo dicembre annuncia che l’Ecofin avvierà in ogni caso la procedura d’infrazione contro l’Italia.Ma la fortuna assiste i Dioscuri, entra in gioco la Geopolitica. Al G20 Trump afferma:“o il sistema evolve verso un commercio equo, dal libero commercio attuale, o usciremo dal G20”nel chiaro intento di giustificare il nazionalismo produttivo, teso a riequilibrare le partite correnti. Quindi Trump lancia un chiaro messaggio a chi si garantisce partite correnti positive grazie alla:“….currency manipulation…” (tweet di Trump).Così Trump al G20 incontra Xi Jinping per discutere di tali argomenti. Trump ha però avvertito anche la Germania, vero scopo di tali attacchi (come vedremo più avanti) chiedendole di non usare più l’Euro come arma di colonizzazione dei mercati mondiali. Sulla Faz di oggi (ieri per chi legge) viene pubblicato il pezzo dal titolo:“Squilibrio commerciale, Trump avverte la Germania: lo cambieremo” nel quale si riporta la promessa di Potus in merito ai dazi sulle auto tedesche avendo gli USA squilibri commerciali con la Germania grazie alla truffa dell’Euro!Trump decreta la fine dell’Euro? Non possiamo saperlo, ma certo è che se mettesse dazi sulle auto europee COSTRINGEREBBE l’Italia ad andare all’eurobreak-up altrimenti l’Italia si vedrebbe distrutto l’intero comparto dell’Automotive:“Trump minaccia i dazi sulle auto estere. Il Fmi: Barriere controproducenti”(La Presse – 28 novembre 2018).Ma le ragioni di questi attacchi alla Germania sono più profonde, vanno oltre l’economia. L’attacco a Merkel e Macròn è un attacco alla nascita dell’Impero Europeo. La Germania, come detto la settimana scorsa, ha rinunciato al progetto di Savona di Impero economico ma ambisce alla creazione di un esercito europeo. L’Impero che attacca Trump è quello militare, quello del disegno di Jean Monnet:“le nazioni europee dovrebbero essere condotte verso un superstato senza che la gente capisca cosa stia accadendo. Questo lo si potrà ottenere adottando fasi successive, ciascuna mascherata come avente uno scopo economico.” Ora, immaginate voi se gli USA lasceranno che la bomba atomica francese vada in mano ad un superstato a guida tedesca, perché di guida tedesca dobbiamo parlare.A poche settimane dalla decisione di realizzare la Piccola Europa, quella senza Italia e UK, i tedeschi già avanzano pretese sul seggio che la Francia ha all’ONU. Su il Fatto Quotidiano del 28 novembre 2018 si legge:

“Onu, la proposta di Berlino: “Seggio della Francia diventi della Ue, che deve parlare con una voce sola”

Non passano 24 ore che sul sito di Maurizio Blondet si legge nel pezzo “Macron cede a Berlino anche il seggio francese al consiglio di sicurezza”:“Macron sta aderendo a questo progetto. Con la incredibile sottomissione che ha dimostrato verso Berlino, e in segreto. Solo accidentalmente, in una conferenza ad Harvard il 6 ottobre, i francesi che vi partecipavano l’hanno saputo. Dall’ambasciatore tedesco alle Nazioni Unite, Christophe Heusegen, il quale ha reso noto che sono in corso discussioni per trasformare il seggio permanente della Francia in un seggio franco-tedesco; dal 2019, Berlino avrà il seggio permanente all’ONU, ha di fatto lasciato intendere”Se i tedeschi si impossessassero di tale poltrona e della bomba atomica sarebbe rinato il Reich.Trump sa che vi è una sola Europa che conta ed è la Germania. I posti chiave a Bruxelles sono occupati tutti da tedeschi, l’Europa degli uguali è diventata l’Europa del più forte. Bruxelles riconosce a Berlino il diritto di porre i propri interessi nazionali avanti a tutto pur chiamandoli “interessi d’Europa”. I paesi finlandizzati ne traggono vantaggio ma quelli che ambiscono a porsi sullo stesso piano vengono sistematicamente schiacciati.Trump non può permettersi la nascita di un Impero così potente nel cuore dell’Europa e comincia ad avocare a se gli stati salvati da Hitler durante la WW2, in particolar modo la Francia.Su l’Ansa del 13 novembre 2018 leggiamo i tweet di Trump:“Emmanuel Macron suggerisce di costruire un loro esercito per proteggere l’Europa dagli Stati Uniti, Cina e Russia. Ma era la Germania nelle due guerre mondiali. Come è andata a finire per la Francia? Avevano iniziato ad imparare il tedesco a Parigi prima che arrivassero gli Stati Uniti. Paghi piuttosto per la Nato……Non c’è Paese più nazionalista della Francia, gente molto fiera e giustamente… FATE LA FRANCIA DI NUOVO GRANDE!…..Il problema è che Emmanuel ha un livello di approvazione molto basso in Francia, il 26%, e un tasso di disoccupazione a quasi il 10%”Guarda caso, subito dopo abbiamo i seguenti 3 avvenimenti:

  • “Gilet gialli contro Macron in Francia” (da Omnibus La7 del 22 novembre)
  • L’arresto in Giappone di Carlos Ghosn, il a capo dell’alleanza franco-nipponica tra Renault, Nissan e Mitsubishi, che ha strappato a Toyota e Volkswagen la palma di maggior costruttore mondiale
  • Il più consistente riarmo della base USA di Ramstein, sito originariamente finalizzato alla prevenzione della formazione di un esercito tedesco-russo (vedi Diplomacy di H. Kissinger), degli ultimi 20 anni – fonte “Gli USA di Trump, l’EU della nuova Vichy, l’Italia in perenne declino” di Mitt Dolcino – http://www.scenarieconomici.it.

Pensate forse che dietro i Gilet gialli e l’arresto di Ghosn non ci sia l’esercito USA?Mitsubishi Motors faceva parte in passato delle Mitsubishi Heavy Industries, il principale produttore militare del Giappone. L’arresto di Ghosn blocca la possibilità dei francesi di acquisire il completo controllo dell’alleanza motoristica Renault-Nissan-Mitsubishi e acquisire i segreti militari giapponesi e statunitensi. Trump si serve di queste operazioni perché la superpotenza economica tedesca non evolva in superpotenza militare.La UE a trazione tedesca va smantellata, Trump si abbatterà su essa come un furioso Thor e l’Italia sarà il suo martello!Il Partito dei Francesi, consapevole di queste cose, sa di aver poco tempo a disposizione, al massimo fino a quando Potus non prenderà possesso della FED, e si sta pertanto attivando per controbattere la maggioranza.La via principalmente seguita è separare Salvini e Di Maio ricorrendo:

  • Allo scandalo del frigorifero (“Un bidone, una carriola, deicalcinacci, un telo di plexiglass e un vecchio frigorifero. Questo è stato trovato sulla terra dei Di Maio” – Libero 30 novembre);
  • Al morbo dei Presidenti della Camera (“Sicurezza e migranti Ficospara su Salvini ma l’obiettivo è Di Maio” – Il Giornale 01 dicembre 2018)

La seconda via intrapresa è far sparare al Policy Advisor Bankitalia tutte le cartucce in suo possesso, specialmente quella del Project Fear con lo spread:

“Il Dg di Bankitalia: “Con lo spread alto il rischio di default non è più nullo” (Huffington Post 27 novembre 2018)

Ma oramai il Project Fear non spaventa più nessuno, soprattutto alla luce di quanto accadde in Inghilterra con la Brexit.

Su MSN.com viene pubblicato oggi (ossia ieri per chi legge) un pezzo dal titolo:

“Costs of Brexit: nothing to fear from project fear?”

Nel quale si cita il rapporto dell’Economist for Free Trade (EFFT) secondo il quale i prezzi dei prodotti nei negozi inglesi calerebbero dell’8% e il PIL crescerebbe del 7% in 15 anni in caso di “no deal” con la UE.

Tutto questo nonostante quelli della BoE anche questa settimana abbiano fatto delle affermazioni che sembrano provenire da chi ha appena assunto sostanze pesanti:

“Brexit, stime choc della Banca d’Inghilterra: con no deal Pil giù dell’8%” (Il Sole 24 Ore).

In Inghilterra è forte la memoria circa le uscite di Mark Carney, governatore BoE, all’alba del referendum per la Brexit:

“Brexit could lead to recession, says Bank of England – Central bank issues unprecedented warning over EU vote, claiming exit could depress pound and raise unemployment” (The Guardian, 12 maggio 2016).

L’esperienza inglese ha lasciato il segno nei popoli, rinforzandone coraggio ed animo belligerante.

BdI e BoE sono superpagati dipendenti delle Banche Global impegnati a diffondere terrorismo. Oramai la loro attendibilità è pari a zero.

Nessun quotidiano fa poi notare la gaffe del Direttore Generale di Banca d’Italia (Rossi) che si lascia sfuggire una frase sulla probabile rottura dell’Euro. Finanza On Line riporta la frase incriminata:

“Bankitalia, l’ammissione di Rossi: Euro, incrinata convinzione che fosse un monolite”

Nessun quotidiano riporta poi che il Policy advisor si occupa dello spread mentre chiude gli occhi di fronte a quanto sta facendo il suo Policy Maker Unicredit.

Mustier, numero uno di Unicredit, sta effettuando una scissione tra Unicredit Italia e gli asset esteri. Il suo vertice sarà probabilmente spostato in Germania, perché una banca che si definisce “Paneuropea” preferisce sistemarsi nel paese in cui le regole vengono dettate. Se l’Italia dovesse ritornare alla Lira, è possibile che lascino morire la filiale italiana affinché il governo vada in difficoltà nel far uso della leva Politica Monetaria.

Che Mustier stia pianificando di bloccare o rallentare il governo sovrano?

Non possiamo affermarlo mentre possiamo con certezza dire che le banche tedesche e francesi stiano seriamente pensando alla Cacciatexit.

A gennaio la BCE farà partire una misura di finanziamento al sistema bancario europeo al solo fine di consentire alle suddette banche di recuperare i loro investimenti nel nostro sistema bancario.

Nei giorni scorsi su Faz.net, all’interno dell’articolo “Trotz Anti-Europa-Kurs: EZB bereitet Finanztspritze fur italiens Banken vor” si riportano le cifre delle esposizioni:

–        Banche francesi 350 miliardi;

–        Banche tedesche 70 miliardi.

Al termine del recupero di tali capitali il nostro sistema sarà lasciato in balia dei mercati, privo di una Banca Centrale che fissi i tassi, senza una BC che faccia da prestatore di ultima istanza.

Ma i gialloverdi, che non sono stupidi, hanno già studiato le contromosse. E queste stanno facendo impazzire il Partito dei Francesi, quelli che tifano per lo spread e per il crollo della nostra economia, quel Partito Democratico ad alta concentrazione di uomini con la Legion d’Onore francese.

Sui quotidiani leggiamo:

– “il giallo delle card per il reddito di cittadinanza” (Il Sole 24 Ore – 30 novembre 2018);

– “RDC Di Maio: A Poste la stampa delle tessere” (La Repubblica – 30 novembre 2018).

Quelli del Partito dei Francesi hanno capito che il Reddito di Cittadinanza verrà erogato tramite tessere (già in fase di stampa) e che le Poste gestiranno la misura garantendo quella capillarità territoriale che sarà tanto utile anche per gestire la futura Politica Monetaria del governo tornato alla lira. Sarei portato a pensare che il governo abbia rinunciato a rientrare in possesso di Banca d’Italia. Meglio così, lasciamo che essa faccia la fine che merita: fallire!

Non a caso, il buon Claudio Borghi ha già iniziato a mettere le mani avanti con Banca d’Italia circa l’oro da questa detenuto nei propri forzieri:

“L’oro alla Patria” titola Dagospia, “a chi l’oro di Bankitalia? A noi” pubblica il Giornale.

Tre mesi fa Borghi ha depositato una proposta di “chiarimento di legge già esistente” che a breve dovrebbe esser discussa a Montecitorio. Egli desidera specificare, a chiare lettere, che i lingotti d’oro detenuti da Bankitalia appartengono alla nazione.

Vi domanderete, difendere l’oro….da chi?

Numero uno, Banca d’Italia ha un azionariato privati in cui comincia a farsi forte il peso dei francesi. Numero due Banca d’Italia si è legata mani e piedi alla BCE (che di fatto è tedesca). Numero tre, in Germania (e quindi anche alla BCE) qualcuno ha iniziato a parlare di oro pubblico a garanzia e a compensazione dei saldi Target2.

Tutto si sta evolvendo con una impressionante rapidità. L’esistente è sì razionale ma non possiede la razionalità! La realtà è invece razionalità pura ed è in divenire. Si evolve. Un inside man che ha avuto modo di assistere all’assemblea di Poste Italiane con i Ministri, con il Premier e con importanti membri di alcune commissioni parlamentari, ha parlato di un clima di rinnovato entusiasmo, di grandissima motivazione, sia per la rinascita dell’ente, sia per quella della nazione.

Sulla Germania, che ha rinunciato all’evoluzione della UE verso l’Impero, limitandola all’applicazione scolastica del liberismo e del neocolonialismo, sappiamo di non poter contare (e questo oramai lo hanno capito tanto Savona quanto i Dioscuri) e del resto anche la Germania non conta più sull’Italia. Si è quindi chiusa un’epoca e il nostro divenire dovrà necessariamente essere altro da questa insostenibile attuale realtà.

Su Repubblica del 30 settembre 2018, nel pezzo “E’ una sciocchezza pensare che l’Italia possa crescere del 3%” Lars Feld (consigliere economico di Angela Merkel) ci informa che la diffidenza della Germania nei confronti di Roma è altissima e che il fondo comune per i depositi bancari è morto in quanto i paesi del nord Europa non lo vogliono affatto. Insomma, l’architettura base dell’euro non nascerà mai.

Quello che vogliono i tedeschi è che si continui sul versante dell’austerity per continuare a godere di una marco svalutato che agevoli il suo export. Poi se nel sud Europa crescono i populismi e sbocciano le rivoluzioni (come in Francia) poco importa, nel nord Europa in fondo queste cose non accadono.

Quale austerity fare e perché ce lo ha spiegato benissimo Luciano Barra Caracciolo, sottosegretario nel ministero di Savona in un suo intervento nel corso di un incontro organizzato a Roma da Qelsi. Tutto parte da un assunto:

“il nostro output gap nel 2019 si azzera, pertanto non è possibile fare politiche economiche espansive”.

Tanto per chiarire, l’output gap è la misura inventata per capire se un paese utilizza in modo efficace le sue risorse. Tanto più piccola è la sua misura, tanto più efficace è l’impiego delle risorse del paese. Un suo valore elevato significa non sfruttare a pieno le capacità produttive esistenti (una minore crescita rispetto al potenziale) o un impiego che genera pressione sui salari e, quindi, sui prezzi.

Secondo la Commissione UE, con l’azzeramento del nostro output gap nel 2019, quanto potevamo recuperare come crescita è stato recuperato. Da qui in poi, non è possibile distribuire denaro per creare domanda aggregata, né assumere disoccupati (mandando in pensione anticipatamente le persone), poiché un disoccupato in meno (a parità di stock di capitale) genererebbero solo pericolose spinte inflazionistiche al nostro sistema economico.

Anzi, secondo Barra Caracciolo per la Commissione UE non va nemmeno incrementato lo stock di capitale esistente, anche un ponte o un’autostrada in più genererebbero inflazione, è possibile solo reintegrare lo stock esistente in caso di eventuali eventi catastrofici.

Per la Commissione UE dobbiamo rimanere fermi al punto in cui siamo. Savona suggerisce di trasferire parte dei miliardi del Reddito di Cittadinanza e di Quota 100 agli investimenti perché ritiene che l’output gap non sia affatto colmato e perché vorrebbe reintegrare lo stock di capitale perso negli ultimi 15 anni. In ogni caso, tutto ciò va contro le promesse elettorali dei Dioscuri, cosa politicamente inaccettabile per dei Populisti.

Insomma, in questo periodo, l’Italia per i tedeschi è ben più del semplice mal di testa rappresentato dalla Brexit, è un vero e proprio “bloody nightmare”.

Su “The italian crisis” di Nicholas Burgess Farrell, pubblicato da Spectator.co.uk, possiamo leggere:

“il grande progetto di Macron è destinato a fallire per colpa dei tedeschi che come hanno deciso di punire UK per la sua rivolta, così hanno pensato di punire i populisti italiani. Ma non hanno fatto i conti con il fatto che, a differenza dei Greci, l’Italia può tornare alla propria moneta”.

Farrell razionalmente prende atto del fallimento del Piano Macron (i tedeschi non vogliono farsi carico dei debiti di tutti i paesi europei):

“il Piano di Macron costringerebbe la Germania a farsi carico dei debiti non solo dell’Italia ma anche di tutti gli altri paesi e ovviamente per la Germania non è possibile”

L’avarizia e la cecità dei tedeschi faranno crollare quell’Impero a cui essa stessa ha già da tempo rinunciato (vi ricordo che per fare un impero il paese core dovrebbe fare deficit di bilancio e accettare partite correnti negative):

“la Germania imporrà alla BCE di non salvare l’Italia e di lasciarla in balia dei mercati e questo rappresenterà per la UE un danno ben maggiore rispetto a quello che rappresenterà la Brexit”

Dunque come vedete abbiamo tutto quello che serve per garantirci l’Italexit:

1)     La mancata accettazione del Piano Savona di un Impero a trazione tedesca

2)     Il fallimento del Piano Macron di riforma della UE;

3)     Condizioni geopolitiche favorevolissime (Trump);

4)     La disponibilità di Poste Italiane a diventare la nuova Banca d’Italia e il sistema portante della nuova Politica Monetaria di un governo pienamente sovrano.

Tutto è pronto per l’Italexit, anche se la manovra dovesse esser parzialmente rivista per evitare litigi con i partner con i quali comunque le nostre aziende lavorano.

Tenetevi pronti, i Dioscuri avranno bisogno di tutto l’amore possibile da parte degli italiani per resistere alle pressioni che il Partito dei Francesi, infiltrato in ogni struttura del paese, cercherà di esercitare su essi. Peccato per loro che la filosofia li condanni ad una sconfitta certa: diviene reale solo ciò che è razionale!

Fonte: quelsi.it (qui)

Europa, Il Commento, Politica

Salvini: “L’Europa è un bellissimo sogno, la cambieremo dall’interno”. Forse anche la modalità è un sogno.

Queste le recenti dichiarazioni riprese il 3 dicembre dall’AGI e rilasciate dal Vice Presidente del Consiglio e ministro dell’Interno, Matteo Salvini. Si avvicinano le elezioni europee ed un’ottica di posizionamento morbido nei confronti delle istituzioni europee segnale per arrivare ad una tregua armata. Ma sappiano tutti che le istituzioni europee non si cambiano dall’interno, le istituzioni si cambiano modificando i trattati, e comunque con l’adesione dei paesi membri. Ed ad oggi questa opzione è chiaramente impraticabile. Se non si riesce ad approvare una manovra di bilancio espansiva quanto basta per riavviare l’economia stagnante, come si può credibilmente pensare che l’UE possa essere cambiata dall’interno?

“Il nostro obiettivo è entrare in queste istituzioni per ridare vita a un bellissimo sogno”. Lo dice Matteo Salvini parlando con i giornalisti al Parlamento europeo. “Vogliamo cambiare dall’interno l’Europa e ridare sangue nelle vene di una Europa che si è sclerotizzata da decenni – ha detto il vicepremier – perché amministrata dalle stesse formazioni e dalle stesse facce e che dovunque si vota viene bocciata”.

Secondo Salvini “è stata messa al centro la finanza e l’economia virtuale invece dei posti di lavoro veri che sono saltati”, mentre “il nostro obiettivo è entrare in queste istituzioni per ridare vita a un bellissimo sogno, il sogno europeo, che è un bellissimo sogno. Adesso basta chiedere ai greci o ai disoccupati spagnoli o italiani e ai francesi in questi giorni in cosa si è trasformato questo sogno”, ha aggiunto.

Fonte: agi.it (qui)