Europa, Germania

Se cade la Germania, cade l’Unione Europea

Riflessioni sulle possibili crisi e opportunità dei dati economico-politici della nazione tedesca.

La Francia è momentaneamente caduta in disgrazia, per di più in un momento politico decisamente propizio per quelle forze politiche che spingono in direzione del sovranismo. È propizio perché in concomitanza con il periodo che precede le elezioni Europee, che potrebbero determinare una fase più fertile di cambiamenti in senso reazionario o rivoluzionario a seconda di come le forze in gioco sapranno sfruttarlo.

E dunque oggi, dopo la Brexit e la protesta dei gilet jaunes, è la Germania l’unica vera stabile nazione promotrice del progetto europeista, nonostante la (ri)proposizione dell’asse franco-tedesco segnato dal patto di Aquisgrana. Essa cova al suo interno delle contraddizioni molto forti: basti pensare al grosso nodo rappresentato dalla situazione in cui versa Deutsche Bank con le sue scommesse in derivati per 48,26 trilioni di euro, pari a quindici volte il Pil della Germania. Se anche una piccola parte di queste scommesse dovesse risultare perduta, sarebbe un serio problema per la sua economia interna, nonché per la tanto declamata “tenuta dell’Euro”. Gli squilibri interni all’assetto tedesco sono sempre stati calmierati da interventi pubblici di una vera e propria cassa di Depositi e Prestiti (la KFW) i cui sovvenzionamenti vengono esentati dal computo del Deficit, mentre le altre Nazioni Europee venivano sottoposte a rigide limitazioni sull’interventismo pubblico.

Quello della Germania è un impero di carta, fragile, che gioca da vent’anni sulle opportunità offerte dai peggiori difetti della moneta unica e che ai propri vantaggi ha sacrificato il suo medesimo progetto: esempio paradigmatico è la conduzione della crisi greca. Non è esagerato affermare che se domani finisse l’Euro, la Germania sarebbe tra i maggiori imputati del suo fallimento. Ad un quadro complesso si aggiungono i recenti dati economici che hanno visto la Germania sfiorare la recessione nel 2018 e la revisione al ribasso di tutte le sue stime di crescita, di cui Il motivo principale consiste nel rallentamento dello sviluppo dell’economia cinese, che sta trascinando tutti i Paesi fortemente esportatori (la Germania lo è molto più dell’Italia, con un surplus commerciale da più di venti miliardi). Anche questo è un altro tema su cui riflettere: la distorta dipendenza dell’economia Occidentale dall’economia cinese, già manifestatasi nel crollo della Apple di inizio gennaio, molto sentita negli Usa e oggetto di campagna elettorale dell’attuale Presidente Donald Trump, che ha risposto con una politica sui dazi. Tutti indici di debolezza sul fronte della politica estera ed interna, per quello che è ad oggi il Paese cardine dell’Unione, che potrebbero segnare una svolta radicale, se propiziate da condizioni favorevoli.

Una forte crisi dell’economia tedesca significherebbe la fine dell’Euro? Si può dire che con le attuali variabili ciò è altamente probabile, ma che oggi tale crisi è poco più che un’ombra. Ciò che è sicuro, è che se l’amalgama “populista” non si darà una direzione chiara soccomberà, con nemici forse meno potenti di quello che sembrano, ma certamente molto più organizzati.

Fonte: L’Intellettuale Dissidente (qui) Articolo di P. Maruotti del18 febbraio 2019.

Economia, Europa, Politica, Unione Europea, Verso le elezioni europee

La crisi che verrà, cambierà ancora lo scenario politico interno. E l’Europa franco-tedesca sarà sempre più forte.

Riprendo un articolo di Roberto Marchesi apparso sul sito de il Fatto quotidiano (qui) dal titolo “Questo ciclo economico è alla fine. Un’altra recessione è alle porte”. Ma anche altri annunciavano la recessione nel 2019. Nella speranza che la recessione resti tecnica e non si traduca in una nuova crisi economica, segno della chiusura del ciclo economico di crescita. Dimenticavo un crisi ora ci colpirebbe in modo drammatico non essendo come sistema paese riusciti a ritornare alla situazione pre-crisi 2008. Un dato è incontrovertibile, la recessione tecnica conseguenza di diversi fattori, tra i quali l’insufficienza delle politiche della precedente legislatura e del Governo Gentiloni troppo appiattite sui modelli imposti di austerità, consente, nostro malgrado di verificare se le misure messe in campo dal Governo del cambiamento sono state adeguate e sufficienti o dovranno essere implementate sforando quel limite anacronistico del 3% imposto da Bruxelless. D’ora in poi verificheremo cosa il Governo Conte sarà in grado di fare per affrontare la recessione e capire quali correttivi saranno adottati alla politica economica gialloverde. Spero sicuramente in una manovra correttiva, ma non di aumento delle imposte, semmai di espansione, a deficit, della spesa produttiva e degli investimenti necessari per stimolare l’economia in recessione. Un anno bellissimo lo ha definito il Presidente Conte, lui è consapevole che saremo pronti a osannarli se ci salveremo, ma anche pronti a spazzarli via se falliranno. E’ indubbio che le crisi economiche hanno già fatto vittime illustri. Nel 2008 la grande crisi ed il governo Berlusconi in carica proprio dal 2008 è finito con Governo in vitro guidato da Monti. Siamo nel 2019 e la recessione tecnica, rischia di diventare una seconda crisi che metterà a dura prova i debiti sovrani. Ma Draghi non interverrà prontamete. Attenderà che la crisi si evidenzierà in modo chiaro prima di proporre un nuovo QE alle cui condizioni gli Stati non metteranno ostacoli. Altra cessione di sovranità, in cambio di una ombrello protettivo. Uno scenario che speriamo sia scongiurabile. L’Europa delle banche sarà pronta ad approfittarne e vorrà la rivincita sui populismi. Arriverà la proposta di Debito pubblico europeo (di figli e figliastri ovviamente). E l’accordo di Aquisgrana tra Francia e Germania recentemente siglato sarà messo in atto. Saranno loro a governare il debito pubblico dell’area euro. Saranno loro a pretendere un”Unione europea a due velocità. Un’Europa che illusoriamente si presenterà con due facce, ma il risultato non sarà altro che quello che è già prestabilito, un ulteriore passo verso l’integrazione europea a guida franco-tedesca, dove la parte tedesca continuerà a guidare le politiche europee e la parte mediterranea continuerà a restare su quel piano inclinato quanto basta per non scivolare nell’abisso. Un colonialismo interno vestito da cooperazione solidaristica. Ma il punto è il seguente: la nostra attuale classe politica si accoderà o farà saltare il tavolo?

Quando si parla di borsa e mercati, parlare di “fine di un ciclo” significa innanzitutto dire che una burrasca per i risparmiatorista arrivando. In questa occasione non si tratterà di una semplice “correzione” (riaggiustamento dei valori, nda) ma sarà certamente una fase recessiva probabilmente lunga e pesante, visto che, oltre ai fenomeni soliti (di seguito descritti), questa avrà caratteristiche globali molto più ampie e contemporanee. Sarà perciò impossibile, nello spazio breve di questo articolo, descrivere compiutamente l’intero intreccio di tutti questi fenomeni, e le responsabilità di chi li governa, ma colgo l’occasione di un chiarissimo articolo pubblicato questo mese dalla popolare rivista americana Fortune, sotto il titolo: “The end is near for the economic boom” (La fine è vicina per il boom economico), per suonare anche qui le sirene, perché quando una crisi arriva negli Usa diventa sempre globale.

Vediamo dunque quali sono questi indicatori economici che fanno scattare l’allarme.

Il primo è il Treasury yield curve (vedi grafico sotto), quello che segna la differenza tra il rendimento delle obbligazioni di medio-lungo periodo da quelle a breve scadenza. E’ un classico: quando questo indicatore arriva all’inversione, cioè quando i bond di breve periodo danno rendimento maggiore di quelli a lunga scadenza, significa che il mercato è arrivato al punto di “correzione” ovvero: l’ottimismo deve essere sostituito dalla prudenza.

L’altro sicuro indicatore che preannuncia l’inversione di tendenza, e l’imminente entrata in recessione, è quello della disoccupazione.

Davvero curioso questo indicatore, perché è come guardarsi allo specchio, ti vedi al contrario di come sei in realtà e di come ti vedono tutti gli altri. Quando esso segnala il massimo del bel tempo significa che è in arrivo la tempesta! E’ davvero strano, ma finora non ha mai fallito!

L’anomalia sta (forse) nel fatto che, essendo un indicatore molto seguito anche a livello popolare, il bassissimo livello dei disoccupati consente all’indice della “confidenza”, cioè il gradimento popolare, di volare alto anche se in realtà, proprio sul piano economico, segnala “brutto tempo in arrivo” a causa dello squilibrio che si viene a creare per l’eccessivo ottimismo.

Un indicatore che invece tutti capiscono è quello dell’indebitamento, sia pubblico che privato che sta salendo senza freni e senza alcun serio motivo. Geoff Colvin, l’autore dell’articolo di Fortune citato sopra, attribuisce questa imprudenza all’eccesso di confidenza, ma sulla crescita della spesa pubblica la responsabilità (anzi, l’irresponsabilità) non può essere d’altri che di Trump, che evidentemente cura altri interessi invece che quelli della nazione.

Ma anche l’indebitamento privato è arrivato ad un livello preoccupante, e non otterrà grandi benefici dalla “flat tax” di Trump, dato che non ce n’era bisogno. Infatti le imprese, mediamente, si sono indebitate senza che ve ne fosse reale bisogno dato che il loro boom economico dura da decenni avendo attraversato senza gravi danni tutte le recessioni incontrate. “Bonanza” è cominciata per loro da Reagan in poi e dal 1997 (anno della completa liberalizzazione delle banche) la media annuale degli utili (fino al 2017) è stata del 7,2% (indice S&P).

Non sapendo come investire proficuamente quella “manna” dal cielo optano in gran parte sul “buy-back”, cioè l’acquisto di azioni proprie che, pur dando maggiore solidità finanziaria all’impresa (spesso non necessaria), non trova poi fattivo utilizzo imprenditoriale. Sono come la medicina data a chi non ne ha bisogno. Finirà col far male invece che bene.

Infatti, con una disoccupazione così bassa questa orgia di utili inutili produrrà solo inflazione, che la Banca Centrale (la Fed) sarà disarmata a quel punto a contrastare, perché Trump sta già usando dissennatamente tutti gli strumenti di politica economica al solo scopo di produrre (per se stesso) “armi di distrazione di massa” senza benefici reali per l’economia e per la gente, che anzi viene sempre più mortificata dalle sue scelte strampalate.

Persino Bernanke, l’ex presidente Fed repubblicano che si è trovato nel 2008 proprio nel vortice della prima “Grande Recessione” della storia economica, e ha trovato nella sperimentazione su larga scala del Quantitative Easing la via per accompagnare coerentemente il presidente Obama fuori dalla crisi, ha avuto parole di forte critica per Trump: “Questi stimoli all’economia arrivano nel momento sbagliato, Wile E. Coyote is going to go off the cliff” (mentre Willy Coyote vola giù dal precipizio).

Ci sarebbe ancora molto da dire ancora sulle politiche di Trump: la guerra dei dazil’autarchial’arroganza politica con cui vuole trattare nemici e alleati allo stesso modo, ecc. ecc. ma qui non ho più spazio. Questo ciclo economico va ad esaurirsi proprio nel momento peggiore. Ci sono già tutti i segnali della depressione in arrivo (ma non aspettatevi, avverte Geoff Colvin, che siano gli economisti a suonare la sirena, “loro non lo fanno mai!”), tuttavia, inspiegabilmente, la cosa non sembra interessare l’amministrazione Trump.

Tra pochi giorni (il 15 settembre) saranno dieci anni esatti dal grande crollo in Borsa del 2008 che ha accompagnato il fallimento di Lehman Brothers. Speriamo che la storia non si ripeta.

Europa, Politica, Sovranità

Perchè Draghi fa’ paura. Come Stalin. di M. Blondet

“Un paese perde sovranità quando il  debito è troppo alto”,  ha esalato Mario Draghi   in audizione all’europarlamento giorni fa.

Sui blog di chi capisce queste cose, ci si è stupiti e indignati. Alcuni  sarcastici:  Draghi ha riportato in vigore la schiavitù per debiti, un  grande progresso del  capitalismo. I commenti sottolineano la palese menzogna: il Giappone ha un debito del 240 per cento e non ha perso sovranità. Altri fanno notare invece che il Venezuela ha un debito pubblico del 23%, quindi dovrebbe essere solidamente sovrano..

Altri replicano che il debito è fa perdere sovranità solo se si è nell’euro, ossia se non  si ha una propria banca centrale d’emissione e prestatore d’ultima istanza. . Che uno stato  perde sovranità quando ha  debito denominato in moneta straniera, come noi italiani con l’euro – che per noi è una moneta straniera, che non possiamo manovrare.

Uno stupore generale perché pare che Draghi non sappia quello che fa  alla BCE, ossia creare  denaro dal nulla in quantità illimitata, cosa che fanno anche stati sovranissimi come il Giappone e gli USA.

Stupore che Draghi  dica  cose come:

“un paese perde la sua sovranità (…) quando il debito è così alto che ogni azione politica deve essere scrutinata dai mercati, cioè da persone che non votano e sono fuori dal processo di responsabilità democratica”.

“Ci sono i mercati. I mercati dicono a un paese cosa ci si può permettere e cosa no, cosa è credibile o cosa no”.

Ancor più stupisce che Draghi, per  smentire coloro che credono che l’Italia avesse la sovranità monetaria prima di entrare nell’euro – o diciamo, prima dell’81, quando la Banca d’Italia  aveva l’obbligo di comprare i titoli di debito  del Tesoro  eventualmente invenduti, egli replica: “Anche quelli che svalutavano regolarmente non avevano sovranità, perché quando si guarda a come si misura la sovranità,  la  stabilità dei prezzi e controllo dell’inflazione e della disoccupazione, questi paesi facevano peggio di quelli che si agganciavano (al marco) se si guarda ai numeri in 15-20 anni” (…).

Dunque Draghi ignora che  svalutare è  appunto un atto della sovranità  politica? Come lo è, al contrario, decidere di agganciare la lira al marco?  Ci si deve chiedere  che cosa intenda alla fine questo banchiere centrale per “sovranità”: pare averne una idea estremamente equivoca. La  confonde  con concetti diversi, come”forza”, potenza,  ricchezza eccetera.  Gli sfugge completamente – possibile? – che “sovranità” è una condizione giuridica:  la condizione di  indipendenza  legale,  analoga nell’individuo privato  alla “personalità giuridica”:  uno che ha personalità giuridica   è uno che può stipulare contratti, sia il suo reddito modesto o ricchissimo, non è quello che fa differenza.

Draghi dice  altre cose strane: che prima, c’era “Il caro vita”, miseria e guerra.  Prima, c’era disoccupazione  maggiore di oggi: cosa  falsissima. Dice che oggi  “la  moneta unica ha rafforzato l’occupazione dal 59 al 67%  e diminuito la  disoccupazione”.   Dice che le banche greche oggi “sono ben capitalizzate”. Dice che “c’è unanimità nel consiglio direttivo che la probabilità di una recessione sia bassa”, proprio mentre  i dati dell’economia tedesca cadono.

Insomma dice, con quella faccia sempre uguale e la voce sempre calma, tante enunciazioni smentite dai fatti reali, che alla fine, l’impressione che incute è di sottile, gelido terrore. Il terrore che ti prende quando ti   trovi davanti ad un autistico psicopatico, cui è stato dato il potere supremo, quello monetario.

Il terrore poi cresce quando si  deve constatare che quella di Draghi non è una sua privata follia.  Lo  stesso rapporto falso con la realtà lo ha  rivelato  condivisa per esempio dal governatore di Bankitalia, il grandemente inadempiente e non-sorvegliante Visco, che in una conferenza alla Scuola di Sant’Anna ha esalato:

Se c’è una tassa iniqua è proprio l’#inflazione, perché è regressiva e impedisce di occupare le persone: prima che ci fossero gli strumenti di #politicamonetaria per contrastarla, i tassi di disoccupazione erano alti e le crisi industriali parecchie”. 

 

Visco: “In Italia abbiamo avuto periodi con inflazione al 20%, non c’erano strumenti di politicamonetaria per contrastarla: fu con il divorzio Bankitalia/Tesoro che venne riportata al 5-6% e la “tassa di inflazione” spa  Alla  presentazione di  “AnniDifficili” a Pisa

 

Una frase così falsa da lasciare senza fiato.

“Embé, da un governatore non se po’ sentì ’sta cosa”, commenta uno.

Zibordi: “Ma che razzo dite ? negli anni ’70 la distribuzione del reddito a favore del lavoro dipendente raggiunse il massimo. L’inflazione era alta, ma perché la quota del reddito che andava al lavoro era alta (e gli aumenti salariali spingevano l’inflazione)”. E lo dimostra con questa tabella:

Leonardo Sperduti: “Negli anni 70 la capacità di risparmio netto è stata massima. Ma a loro piace cambiare la storia e rinnegare i dati”.  …”Siamo ancora al livello che emettere moneta crea automaticamente e direttamente inflazione? Quanta moneta è stata emessa dalle banche centrali mondiali? A quanto è l’inflazione in Europa, USA, UK, Giappone ecc?”.   Infatti s’è instaurata la deflazione,  ela BCE non riesce a portare l’inflazione almeno al 2%, come sarebbe obbligata a fare.

Inflazione tassa regressiva? Che colpiva i poveri?

“Allora, gli operai compravano casa e facevano laureare i figli. Ovvio che i rentier si sentissero erodere il potere”, rimbecca uno. “Guarda caso in quei periodi di inflazione brutta brutta, anche gli operai delle acciaierie compravano case ed appartamenti”, rincara un altro.   E il tutto comprovato con tabelle e statistiche di quegli anni della lira e della sovranità monetaria.

Disoccupazione anni 70, media 6%. Inflazione anni 70, media 16%- Oggi: Inflazione 2018 1,1%; Disoccupazione 11%

E non è nemmeno vero che l’inflazione abbia raggiunto il 20%, come afferma mentendo Visco (e con lui Giannino  Oscar, il laureato di Chicago):

Ma chiunque abbia vissuto quegli anni  da adulto e lavoratore, lo sa e lo conferma: l’inflazione conviveva col pieno impiego, anzi i politici erano “ossessionati dal pieno impiego” (disse Andreatta), e il risparmio privato degli italiani aumentò fra i più alti del mondo.

Anche il PIL reale (ossia al netto dell’inflazione) cresceva negli anni “bui” della lira svalutata e inflazionata: del 4% annuo. Oggi, nella stabbilità dell’euro, cresce dello 0,2% annuo. (Dragoni su dati CGIA)

Con che faccia Visco e Draghi – ed evidentemente  gli altri membri della BCE – dicono il contrario? E’   perché condividono totalitariamente – e totalitariamente impongono alla realtà e ai popoli –   la loro ideologia.  In ciò somigliano terribilmente al PCUS degli anni ‘3, dello stalinismo sovietico,    quando le radio proclamavano “la vita diventa ogni giorno più facile e felice, grazie al compagno Stalin!”, e intano la gente faceva le file davanti alle botteghe perché mancavano il latte, le salsicce, il formaggio  e il pane,  perché il Partito stava  “eliminando i kulaki come classe”, provocando la carestia. Nessun riscontro con la realtà fletteva la visione ideologica dei capi, nessuna pietà li piegava. Quando Svetlana,  la figlia di Stalin, di ritorno dalla  vacanza in Crimea, disse a papà che attraversando l’Ucraina aveva visto cadaveri  sulle massicciate  e folle di scheletri che si affollavano attorno al treno chiedendo un tozzo di pane, Stalin  ordinò: quando i  treni attraversano l’Ucraina, abbassare le tendine!

Daghi , Visco ispirano lo stesso terrore e ci convincono che siamo entrati in un nuovo totalitarismo e ”regno della menzogna”, anti-umano e distruttore di popoli. Non sono lontani di aver fatto ai greci ciò che gli ideologici del PCUS fecero aikulaki, ma Draghi dice che adesso le banche greche sono ben capitalizzate…E i media,come allora, giurano su queste odiosità e falsità e le diffondono come fossero il Verbo, l’Autorità salvifica.

Anche Ashoka Mody,  l’economista di Princeton, ha notato lo stesso scollamento fra il reale e le espressioni di Draghi quando costui ha celebrato festosamente il ventennio dell’euro. “Il tributo di Draghi all’euro rivanga miti già da lungo tepo confutati”

E Mody ne esamina quattro. Il primo:

E’ il mercato unico a necessitare di una moneta unica. No, non è vero”.

Mody cita una serie di studi complessi che  smentiscono come il commercio  sia migliorato “eliminando i costi dei pagamenti in valuta estera e degli accordi e del rischio di cambio delle coperture”. Li lasciamo ai lettori  più eruditi, perché noi ci accontentiamo di una tabella:  dove si vede che la Germania ha aumentato il commercio  con paesi che non hanno l’euro (Polonia, Ungheria, Cechia) e  diminuito i rapporti commerciali con Francia e Italia, paesi   che hanno l’euro.

“La sovranità monetaria crea più problemi di quanti ne risolva, dice Draghi.  Ma è  così?”

Draghi lo afferma  mostrando come si comportarono i governi e i politici  negli anni 70-80,quando abusarono del potere  sovrano delle loro banche centrali di stampare moneta, creando  vasti deficit di bilancio.  Dice insomma che farebbero lo stesso oggi.  Mody risponde che gli anni ‘7’0 furono anni “eccezionali”, in parte l’inflazione aumentò per  i rincari petroliferi, che portarono anche un brusco rallentamento della crescita, facendo entrare l’Occidente intero nel periodo chiamato di “stagflazione” (inflazione con stagnazione).  Ma poi le nazioni occidentali hanno imparato a disciplinare se stesse anche non adottando una moneta unica. Mody ricorda che   la speculazione (di oros) che  forzò  il Regno Unito ad uscire dal serpente monetario nel’92,  “fu una benedizione  mascherata da maledizione”, perché allora l’economia inglese crebbe grazie alla svalutazione della sterlina. (e potrebbe dire lo stesso dell’Italia, che subì lo stresso attacco). Mody cita uno studio importante degli economisti “ Jesús Fernández-Villaverde, Luis Garicano e Tano Santos  che  hanno sostenuto il contrario : l’euro ha indebolito la disciplina macroeconomica. Una politica monetaria comune per la zona euro ha portato i tassi di interesse a scendere troppo rapidamente per i paesi con strutture istituzionali deboli. I governi di questi paesi hanno approfittato dei tassi di interesse più bassi per aumentare , in deficit, i benefici  ai gruppi  favoriti (i parassiti)  piuttosto che impegnarsi nella più dura attività di investimento per aumentare i loro potenziali tassi di crescita. Lungi dall’infliggere la disciplina, la moneta unica l’ha sovvertita.

Soprattutto, “è sconcertante che Draghi non prenda in considerazione  il beneficio più importante della sovranità monetaria, la capacità di assorbire forti shock economici attraverso  le svalutazioni del tasso di cambio.  […] Il  deprezzamento per assorbire gli shock è inequivocabilmente auspicabile. Inoltre, nella misura in cui   la svalutazione del cambio accorcia il periodo di sofferenza a seguito dello shock, aiuta anche ad evitare le recessioni estese, che  questa  recente ricerca sottolinea che minano  il potenziale di crescita a lungo termine .

Altra falsa asserzione di Draghi, gravissima:

L’eurozona promuove la convergenza economica. No non lo fa.

“I padri fondatori dell’euro avevano ragione, dice Draghi,  che la “cultura della stabilità”imposta  dalla moneta unica avrebbe promosso maggiore crescita e occupazione. E cita a prova  la “convergenza”, il restringimento delle differenze di reddito pro capite tra i paesi membri della zona euro. Draghi riconosce che il Portogallo e la Grecia hanno stagnato e divergono piuttosto che convergere. E stranamente, non cita l’Italia (che non converge affatto, ndr.) . Tuttavia, in difesa della tesi di convergenza, indica i paesi baltici e la Slovacchia come successi.

Dopo aver dimostrato i motivi del tutto speciali per cui “la Slovacchia , entrata nell’eurozona nel 2009, l’Estonia nel 2011, la Lettonia nel 2014 e la Lituania nel 2015”  erano già fortemente convergenti prima  grazie anche al loro solido capitale umano (di lavoratori qualificati) ereditati dagli anni sotto la pianificazione socialista” come documentato quiqui , Mody rimprovera apertamente Draghi: “un  simile  uso selettivo delle prove è altamente discutibile” sul piano scientifico. Il fatto che non citi l’Italia che sta divergendo, e  citi l’Estonia che  converge, è profondamente  disonesto.  E’ la disonestà “col paraocchi” e “ammantata di  superiorità”  di un  ideologo che non vuole riconoscere la realtà, quando smentisce le sue teorie, invece di riconoscerle sbagliate.

Le conseguenze di una tale falsa narrativa possono essere gravi”, avverte Mody.

“I premi Nobel George Akerlof e Robert Shiller sottolineano il ruolo cruciale che le “storie” giocano nel determinare politiche e risultati economici. Ripetute all’infinito, le storie che ci raccontiamo diventano la nostra forza motivante, che ci spinge a ignorare le prove contrarie.  Mentre si diffondono,  hanno un “impatto economico”. Spesso un impatto politico più terribile”, dice l’economista indo-inglese.

Noi,  nel nostro piccolo, non abbiamo bisogno  di attendere i suddetti premi Nobel: abbiamo visto i danni che la “narrativa” marxista e sovietica, applicata dal KGB,  ha inflitto alla  Russia e all’Est europeo in mancato sviluppo e perdite umane.

Ma soprattutto nella chiusa del suo discorso, Draghi proclama che “l’unione monetaria era necessaria per porre fine a secoli di “dittature, guerre e miseria” e invece l’euro è “il segno definitivo  del “ del “progetto politico europeo”, che unisce gli europei “in libertà, pace, democrazia e prosperità”. E qui  davvero, dice anche Mody,  il discorso di Draghi   diventa “scary”, ossia  “fa paura”: “perché le nazioni europee sono più divise che mai, dal tempo della seconda guerra mondiale, e l’euro ha contribuito notevolmente ad approfondire l’euroscetticismo”, e in Francia la “democrazia” di Macron spara sui cittadini non meno della dittatura di Maduro.

Austerity, Europa, Politica

La recessione tecnica in Italia, le cause, le soluzioni

Alla fine tanto tuonò che piovve. Chi masochisticamente mi legge sa che, personalmente, parlo della possibilità, anzi della probabilità, di recessione da giugno-luglio quindi sono tutto meno che stupito della cosa. Secondo  il mio modesto parere bisognerebbe allungare un po’ la vista e vedere le possibili uscite dalla situazione attuale, anche se le soluzioni possibili hanno il gusto della fantascienza nella situazione politica attuale.

Comunque anni, anzi ormai decenni, di taglio alla spesa pubblica ed austerità, anni di consentitemelo, di balle sull’austerità espansiva, anni di cattivi professori , di politici ignavi o autoreferenziali, non si cancellano in tre mesi:

Alcuni dati:

L’Italia non sta entrando in recessione tecnica. Semplicemente non ne è mai uscita. Interessante il paragone con quanto successo negli USA negli anni 30 della grande recessione:

Anche durante gli anni 30 del secolo scorso negli USA nella cosiddetta “Grande Depressione” ebbero momenti di leggera crescita, con altri in cui la crescita fu assente. Perfino gli USA si avviavano ad una piccola recessione nel 1938, poi questa venne risolta, anche se non in modo positivo. Dopo Monaco (1938) e lo smembramento della Cecoslovacchia iniziò un riarmo mondiale di cui gli USA riuscirono ad approfittare. Per fare un esempio la Curtiss iniziò a produrre questo per la Francia (ordinati nel primo lotto 100 con 173 motori, ed altri furono ordinati dal regno Unito).

Cosa sarebbe necessario per uscire dalla recessione? Non una guerra, speriamo, ma uno shock economico, cosa che non è possibile fare quando si deve discutere con un organo burocratico esterno del 2,4%, del 2% del 1,6% del PIL. Proprio la struttura di definizione del budget europeo, la mancanza d uno strumento monetario specifico di accompagnamento, non fa altro per paesi con una struttura economica come quella italiana, ma anche come quella francese, attenzione, che proseguire nella politica depressiva. Possiamo aspettarci che l’estero spinga, con le esportazioni, la nostra crescita? Non ci sono prospettive positive:

Questo 1,4% che vedete è su base annua perchè mese su mese siamo a -0,8% , una vera e propria caduta. Gli effetti della fine del QE sono molto più forti di quanto ci si aspettasse anche perchè accompagnati ad un rallentamento mondiale (vedremo il caso Cina a parte, ma non è positivo). Allo stato attuale bisognerebbe dare un forte shock a consumi ed agli investimenti interni, quindi si al RdC, ma anche a forti investimenti infrastrutturali, al salvataggio diretto di aziende industriali, interventi in manutenzione subito. Ad esempio subito rifacimento del tratto E45 chiuso, subito obbligare Autostrade ala ricostruzione dei ponti. Subito far costruire bus alla Italiana Autobus, appena salvata, ma , letteralmente, da domani per quello che c’è e domani con nuovi bus ibridi ed elettrici. Chi parla di crescita, i politici che affermano che il governo fa poco, in parte con ragione, inizino ad andare a Bruxelles a protestare contro le politiche restrittive comunitarie, oppure tacciano, perchè sappiamo bene chi, in questo momento, sta tirando il freno a mano.

Austerity, Europa, Politica

Recessione Europa: decisione politica, firmata Ue e Bce

Dal sito libreidee.org (qui) – I dati sulla produzione industriale che vengono man mano proposti sono sempre più inquietanti e lasciano intravvedere una situazione tutt’altro che positiva. L’area euro segna un -3,3% di produzione industriale, con un picco di -5,1% della Germania. E l’Italia, una volta tanto, fa un po’ meglio della media Ue, con 2,6% in meno. Si prevede un secondo trimestre 2018 con valori negativi per il Pil tedesco. Un disastro che non potrà non avere ripercussioni sull’andamento economico. In realtà tutto questo non è dovuto, per lo meno non ancora, ad una crisi finanziaria: mentre nel 2007-08 la crisi dei mutui subprime Usa portò a una crisi dell’economia reale per l’enorme distruzione di ricchezza finanziaria collegata, in questo caso la causa delle crisi economica sarà la volontà europea di crearla. Anche se l’innesco è stato un calo nei volumi del commercio internazionale, la risposta europea, che ripercorre quella post-crisi del debito interno ex 2011, non fa che accentuare, in modo pro-ciclico, questa variazione.

Dopo la crisi del 2009 l’Europa, terrorizzata dal proprio debito, ha perso il percorso della crescita strutturale in modo permanente. Stretta dalle paure del proprio debito, terrorizzata, guidata da una classe di economisti che, mi dispiace dirlo, inaltri momenti non avrebbero guidato neanche gli assessorati al bilancio di una grossa città italiana, l’Europa, ma soprattutto l’Eurozona, hanno abbandonato un percorso di crescita rischiando di intraprendere un cammino di involuzione e di riduzione della possibilità di crescita economica. La concentrazione unica su obiettivi di deficit invece che di crescita sta portando a un decadimento permanente e strutturale, non recuperabile nel medio periodo, della struttura economico-industriale dell’Euroarea, realizzando al contrario le fauste previsioni fatte dai firmatari del patto di Maastricht.

L’Eurozona si sta sempre di più rivelando come un’area di depressione economica e di conflitto sociale, non di crescita, giungendo al limite della repressione politica come in Francia. Siamo ancora in tempo per tornare indietro? No, senza una profonda revisione ideologica dei fondamenti europei; un cammino veramente difficile, perchè dovrebbe condurre al superamento di pregiudizi intellettuali (e, francamente, razziali) profondamente radicati. Significherebbe, in un certo senso, superare se stessa: e questa è la vera sfida del futuro. Per ora, purtroppo, governano sempre gli assessori provinciali…

Fonte: Guido da Landriano, “La recessione è una decisione politica di Bruxelles e Francoforte”, da “Scenari Economici” del 15 gennaio 2019.

Europa, Politica

Ashoka Mody: “L’euro: un’idea insensata”

Intervistato da Tim Black di “Spiked”, Ashoka Mody – professore di economia a Princeton e già dirigente presso il Fondo monetario internazionale – conferma quello che gli economisti sanno, ma la stampa spesso nega: l’euro è stata fin dall’inizio una pessima idea sia economica sia politica. La rigidità intrinseca dei tassi di cambio, le folli regole fiscali, il dominio delle nazioni forti che impongono regole riservate a quelle deboli, creano i presupposti per la divergenza economica e l’inimicizia politica tra le nazioni, anziché promuovere prosperità e pace come propagandano i sostenitori del progetto europeo. Non sono quindi i populisti a essere euroscettici: sono gli euristi che vivono in una bolla di irrealtà, ignorando i più elementari ragionamenti economici e politici.

“Si è trattato di uno sforzo un po’ solitario”, dice Ashoka Mody – professore di economia presso l’Università di Princeton, e già vicedirettore del dipartimento europeo del Fondo monetario internazionale (Fmi) –  parlando di ”Eurotragedia: un dramma in nove atti”, la sua brillante, magistrale storia della Ue e dello sviluppo dell’eurozona. “La gran parte dell’establishment europeo” continua Mody “o ha tentato di ignorare o ha contestato quelli che mi sembrano principi e dati economici assolutamente basilari”.

È facile capire perché l’establishment europeo potrebbe essere stato incoraggiato a farlo. Eurotragedia è un atto d’accusa all’intero progetto europeo postbellico, una dissezione meticolosa e abrasiva di tutto quello che è caro all’establishment europeo. Ed è anche un attacco allo stesso establishment, al pensiero di gruppo dei suoi membri, ai loro deliri, alla loro arroganza tecnocratica. Inoltre, tutto questo viene dal principale rappresentante del Fmi in Irlanda durante il suo salvataggio dopo le crisi bancaria post-2008 – una persona cioè che ha visto dall’interno  i meccanismi fiscali della Ue.

Spiked ha intervistato Mody per capire meglio la sua analisi critica del progetto europeo, i difetti fatali dell’eurozona e perché l’integrazione europea sta dividendo i popoli.

Spiked: Lei pensa che il suo lavoro su Eurotragedia sia stato solitario perché, dopo la Brexit e altri movimenti populisti, l’establishment Ue è al momento molto arroccato sulla difensiva?

Ashoka Mody: Sono sicuro che in parte la ragione è questa. Ma penso che la natura dell’intero progetto sia molto difensiva. Pensate alla dichiarazione di Robert Schuman del 9 maggio 1950, che mise le basi per la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio due anni dopo – disse che una fonte comune di sviluppo economico doveva diventare il fondamento della federazione europea. Questa idea di una federazione europea è stata screditata molto velocemente, ma i leader europei hanno continuato a corteggiarla in diverse maniere – “unione sempre più stretta”, “unità nella diversità”, nonché quella frase particolarmente priva di senso che usa il presidente francese Emmanuel Macron: “Sovranità europea”. L’intero linguaggio è problematico e mistificatorio.

Ma la questione più seria è il concetto di sviluppo economico comune come base per l’Europa. Questo è stato vero per un breve periodo dopo il trattato di Roma del 1957, che ha aperto le frontiere, ma lo slancio si è esaurito nel giro di due decenni. Puoi aprire le frontiere, ma una volta che le hai aperte, non c’è molto altro che tu possa fare. Perfino i vantaggi del cosiddetto mercato unico sono molto limitati al di là di un certo punto, ogni economista lo capisce.

Riguardo all’euro, non c’è mai stato alcun dubbio sul fatto che fosse una cattiva idea. Nicholas Kaldor, economista dell’Università di Cambridge, scrisse nel marzo 1971 che quella della moneta unica era un’idea terribile, sia economicamente che politicamente. E Kaldor ha avuto ragione molte volte.

Ma l’intero establishment europeo ignora semplicemente ogni ennesimo avvertimento proveniente da economisti di grande fama, e produce contro-narrazioni difensive. Per esempio, sento spesso dire che l’Europa ha bisogno di tassi di cambio fissi per avere un mercato unico. Perché mai? La Germania commercia con la Polonia, l’Ungheria e la Repubblica Ceca, che sono all’interno del mercato unico, ma hanno differenti monete. Queste fluttuano, ma il commercio prosegue. Non c’è bisogno di un’unica moneta per avere un mercato unico.

Spiked: Quando è emersa la sua critica al progetto europeo? È stato durante il suo coinvolgimento nel salvataggio dell’Irlanda?

Mody:  Quando il mio lavoro al Fmi è finito, progettavo di scrivere un libro sull’eurocrisi. E ho iniziato a scriverlo come farebbe un economista del Fmi – cosa è successo prima del crash, la bolla, l’esplosione della bolla, il panico, il fatto che non fu gestito bene, e così via. Ma mi sono presto reso conto che qualcosa non andava.

E così ho passato due anni a ricostruire la storia dell’euro, ponendomi una domanda: cosa ha portato all’esistenza dell’euro nella sua forma attuale? Capite, il problema non è solo che esiste l’euro. C’è l’euro, che è una moneta unica, in una unione monetaria incompleta, con un apparato di regole fiscali che sono evidentemente ridicole sotto il profilo economico – e nessuno mette in dubbio il fatto che siano economicamente ridicole, che manchino di un necessario paracadute fiscale e della necessaria unione fiscale. Perciò, perché l’euro esiste?

In quel momento ho iniziato a scrivere, in effetti, uno storia postbellica dell’Europa,  un compendio, se vogliamo, del libro di Tony Judt: ”Dopoguerra: storia dell’Europa dal 1945”. Ecco quando ho compreso che l’euro non era solo una cattiva idea economica, ma anche una cattiva idea politica. Non solo era chiaro che avrebbe causato divisioni politiche, ma non c’era nemmeno alcun piano su come rimediare a queste divisioni, come reagire ad esse. Quindi è nata questa mitologia dell’euro, che lo ha trasfigurato in uno strumento di pace, un mezzo per unire gli europei, una necessità per il mercato unico. Tutti questi aspetti della mitologia sono nati sopra e intorno al progetto europeo per sostenere quella che è, effettivamente, un’idea insensata.

Spiked: Lei ne parla quasi come del trionfo di un’illusione politica. Che cosa ha spinto i suoi architetti? Che cosa ha permesso loro di portare avanti un progetto che molti economisti consideravano una follia?

Mody: Scrivendo il libro, ho imparato due cose riguardo alla storia. La prima è che nella storia esistono momenti critici, in cui un individuo diventa eccezionalmente potente, e ottiene un potere esecutivo sproporzionato alle sue abilità. In secondo luogo, un simile individuo ha anche il potere di creare una narrazione, una favola, una mitologia. Ed è la combinazione delle due cose che ha creato l’euro. Ecco perché Helmut Kohl è così importante, non solo perché ha guidato questo progetto fino alla sua realizzazione, [ma anche perché] ci ha lasciato in eredità un linguaggio che ha giustificato l’euro fino a oggi. Penso che se Kohl non fosse esistito, o se non fosse rimasto cancelliere negli anni ’90, questo non sarebbe successo – non ci sarebbe stato l’euro.

Spiked: Quello che è sorprendente è che durante questo processo di integrazione lungo decenni solo raramente coloro che ne erano a capo interpellavano gli elettorati nazionali. Se li interpellavano, poi semplicemente ignoravano la risposta che veniva data, così come fecero fin dal 1992, con i referendum in Danimarca e in Francia sul trattato di Maastricht. Lei pensa che questo sia uno dei difetti fatali del progetto europeo – il fatto che esso prosegue, a dispetto delle opinioni dei cittadini?

Mody: Assolutamente, si tratta di un difetto fatale. Fino al 1992 e al trattato di Maastricht c’è stata l’idea del tacito assenso. Questa idea prevedeva che i leader europei dovessero prendere le buone decisioni in nome dei popoli dell’Europa, che non erano proprio in grado di capire la complessità del governare. Si fidavano dei leader, perché loro sapevano la maniera giusta di andare avanti. E alla fine sarebbero stati validati e legittimati dai frutti che avrebbero portato.

Ma questo tacito assenso stava già cadendo a pezzi mentre veniva firmato il trattato di Maastricht. Come hai detto, abbiamo avuto il referendum danese, e specialmente quello francese del 1992. Il referendum francese, in particolare, ha un’importanza storica, perché il popolo (49 per cento) che votò contro Maastricht è lo stesso che oggi protesta con il gilet giallo. Pensateci. Per un periodo di circa trenta anni, un gruppo consistente di persone continuavano a farsi sentire, dicendo che c’era un problema. Dicevano che il vero problema era in casa, che il popolo veniva lasciato indietro e che tu, governo, sembri non avere idea di ciò che vuole il popolo.

Il fatto che i cittadini europei volessero o meno più Europa non è stato mai veramente discusso in una qualsivoglia forma significativa. Non è mai stato chiaro a che cosa servisse l’euro. Di sicuro non ha portato maggiore prosperità. E la mancanza di consultazione del popolo ha creato un’ansia ribollente, di segno opposto nelle diverse nazioni. In Germania l’ansia è legata alla possibilità che i tedeschi potrebbero ritrovarsi a dover pagare i debiti di altre nazioni. In gran parte del Sud Europa la gente è ansiosa perché la Germania è diventata troppo dominante, e perché, nei periodi di crisi, il cancelliere tedesco potrebbe diventare di fatto il cancelliere europeo.

Non esiste alcun meccanismo elettorale che garantisca responsabilità e legittimazione. Pertanto l’intero processo è intrinsecamente antidemocratico – la gente che viene colpita dalle decisioni non può votare per rimuovere coloro che prendono queste decisioni.

Spiked: Alcuni sostengono che l’eurozona ha creato un certo grado di prosperità, certamente a partire dalla fine degli anni ’90 fino a metà degli anni 2000. Lei pensa che questa fosse un’illusione di prosperità, sostenuta nel caso dell’Europa dalla bolla bancaria?

Mody: Certo, assolutamente. È un vero peccato che quei dieci anni siano stati completamente travisati in due modi. Il primo è che, quando i tassi di interesse sui debiti pubblici sono scesi, questo fu celebrato come un’integrazione finanziaria, mentre era in effetti un problema, perché i paesi che beneficiavano di questi tassi così bassi stavano permettendo il formarsi di una bolla di debito.

In secondo luogo, l’altra cosa che è avvenuta, specialmente tra il 2004 e il 2007, è che il commercio mondiale era in una fase di boom. In primo luogo, perché l’America stava spendendo troppo, e quindi stava importando largamente merci dal resto del mondo, e in secondo luogo, perché la Cina stava entrando nel mercato del commercio globale in grande stile e, diventando un esportatore di grande rilievo, diventava anche un rilevante importatore. Pertanto negli anni tra il 2004 e il 2007 si è avuta una crescita del commercio globale più alta che in qualsiasi periodo nella memoria recente. E quando il commercio globale aumenta, il commercio europeo cresce rapidamente.

Quindi la combinazione della convergenza dei tassi di interesse, che diede l’impressione dell’integrazione finanziaria, e la crescita del commercio globale, che diede alla gente un’impressione di prosperità, ha portato alcuni a concludere che sì, la cosa aveva funzionato. Quindi nel giugno 2008 abbiamo Jean-Claude Trichet, l’allora presidente della Banca Centrale Europea, che dichiarava che l’eurozona era un grande successo. Quello era in realtà il momento in cui la crisi dell’eurozona stava per colpire forte. Solo che la Bce non se ne rendeva conto.

Come disse George Orwell su quello che veniva riportato della Guerra Civile Spagnola, che la storia veniva scritta come si pensava che dovesse andare, e non come andava realmente: questa è la maniera in cui il primo decennio dell’eurozona è stato raccontato.

Spiked: La crisi inizia a farsi sentire nell’eurozona dal 2009. Perché lei era così contrario alle politiche di austerità che la Troika impose a Grecia e Irlanda?

Mody: Io comprendo che se un paese ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità debba stringere la cinghia. Non voglio contestarlo. Quello che contestavamo io e altri, e continuiamo a contestarlo nel caso dell’Italia, è il momento di inizio e la velocità del consolidamento fiscale. Quando un’economia sta sprofondando in una recessione, l’austerità fiscale rende peggiori le cose. Le tasse imposte dal governo aumentano mentre i consumi diminuiscono, e quindi la recessione si approfondisce. Non è certo un mistero.

Quindi la mia posizione è che, sì, la Grecia aveva chiaramente bisogno di un certo grado di austerità, ma bisognava applicarla a un ritmo inferiore. Se un paziente con un trauma entra in un reparto di chirurgia, non gli viene chiesto di correre intorno all’isolato un paio di volte come gesto di buona volontà prima dell’intervento. È un discorso semplicissimo. L’austerità perciò ha reso il problema greco infinitamente peggiore.

Spiked: È sorprendente che la Ue sembri così attaccata a regole fiscali e di budget stringenti, sicuramente lo è stata nel caso della Grecia. Perché lei pensa che ciò accada?

Mody: Vorrei essere in grado di dare una risposta semplice. La mia risposta storica è che la Ue non è poi così attaccata alle regole. Quando le regole non fanno comodo a quelli che comandano, le regole vengono violate, e per buone ragioni. L’abbiamo visto nel 2002 e nel 2003 quando la Germania, nel mezzo di una recessione, ha fatto “marameo” alle regole fiscali per evitare di peggiorarla. Il ministro delle finanze tedesco Hans Eichel, per giustificare la decisione, scrisse sul Financial Times un editoriale che Yanis Varoufakis avrebbe dovuto avere il buon senso di recitare quando sosteneva la necessità di un allentamento delle regole di bilancio per la Grecia.

Le regole vengono tirate fuori solo quando la bilancia del potere si sposta in direzione opposta, e allora  vengono usate come strumento per rimettere in riga le nazioni cosiddette ribelli, che sia la Grecia o l’Italia.

Spiked: Lei definisce l’Italia la “linea di faglia” del progetto europeo. Perché crede che sia così importante?

Mody: Non c’è dubbio che l’Italia sia e rimanga la linea di faglia dell’Europa, per molte ragioni. In primo luogo, è una nazione grande – il suo Pil è otto o nove volte quello della Grecia; e i suoi asset finanziari sono dello stesso ordine di grandezza di quelli della Germania o della Francia. Inoltre, l’Italia ha una crescita della produttività cronicamente bassa – da quando è entrata nell’eurozona, la produttività e scesa di qualcosa tra il 10 e il 15%. Ora, non tutto è colpa dell’eurozona. La bassa produttività in Italia è, in larga parte, un problema italiano, dovuto a una grande mancanza di slancio all’interno dell’economia italiana, e a una serie di governi incapaci di affrontare il problema.

Ma un paese con bassa crescita della produttività ha bisogno dell’aiuto di occasionali svalutazioni della moneta. Questo nessuno lo mette in dubbio. E nessuno contesta il fatto che, se non sei produttivo, diventi meno competitivo, e, se sei meno competitivo, hai bisogno di deprezzare il tuo tasso di cambio. Ma l’Italia è in trappola. Non può svalutare il tasso di cambio contro il marco tedesco perché le due valute sono rigidamente fissate all’interno dell’eurozona, e, poiché la politica monetaria della Bce rimane relativamente stretta, l’euro non si è deprezzato contro il dollaro Usa rispetto a venti anni fa. Pertanto la lira, essendo incorporata nell’euro, non si è svalutata contro il marco tedesco o contro il dollaro Usa negli ultimi venti anni, durante i quali la produttività ha continuato a scendere. Pertanto, come farà questo Paese a ripagare il grande ammontare del suo debito, senza crescere?

Ecco il cuore del problema italiano. La produttività italiana ha bisogno di un investimento generazionale in scuola, in ricerca, nel riportare a casa le persone che sono emigrate, per costruire un nuovo senso di autostima, che in questo momento manca enormemente.

Spiked: Quando sono stato in Italia, recentemente, sono stato colpito dal numero di graffiti anti-tedeschi. Pensa che una delle più grandi ironie di questo progetto, che avrebbe dovuto portare integrazione economica e politica, sia che esso ha in realtà favorito l’inimicizia tra le nazioni europee, piuttosto che l’unità?

Mody: Come ho detto, Nicholas Kaldor predisse esattamente questo nel 1971. Disse che una moneta unica avrebbe amplificato le divergenze economiche e, se lo avesse fatto, avrebbe aggravato le divisioni politiche. Citò persino Abraham Lincoln: “Una casa divisa al suo stesso interno non può stare in piedi”. Il fantasma di Kaldor perseguita oggi l’eurozona.

Spiked: Lei pensa che ripristinare un certo grado di sovranità nazionale per le nazioni europee potrebbe effettivamente riunire insieme i popoli europei?

Mody: Sì, lo penso. Mi chiedo: cos’è che unisce i popoli europei? Qual è la ragione fondante per gli europei di pensarsi come europei? Quasi settant’anni fa, Schuman chiese che il fondamento comune per creare una federazione fosse lo sviluppo economico. L’idea di uno stato federale è morta, così come il concetto di un fondamento sullo sviluppo economico. Pertanto, dobbiamo ritornare all’altra affermazione di Schuman: gli europei hanno bisogno di stare uniti nell’interesse della pace. In senso moderno, questo può essere esteso alla protezione e conservazione della democrazia, e alla promozione dei diritti umani. Gli europei devono chiedersi se credono ancora in questi valori – i valori di una società aperta – e sono disposti a lavorare per la creazione di una società aperta in cui la pace, la democrazia e i diritti umani vengono promossi. Se non è questo lo scopo dell’Europa oggi, allora non mi è chiaro quale sia lo scopo dell’Europa.

Fonte: vocidallestero.com (qui) Articolo di Ashoka Mody, 2 gennaio 2019

Banche, Europa, Europa vs Stati, Politica

Banca Carige. Commissariata. Dallo Stato? No, dalla Banca centrale europea. Se lo Stato è subalterno alla BCE, siamo una colonia.

Si scrive commissariamento, ma si legge esproprio.

La Banca Centrale Europea ha deciso il commissariamento di Banca Carige, disponendone l’amministrazione straordinaria. La decisione segue le dimissioni“irrevocabili e incondizionate” di cinque consiglieri di amministrazione della banca genovese, che hanno fatto decadere l’intero cda.

La Banca centrale europea impone un commissario e l’amministrazione straordinaria, previa dimissione “irrevocabili e incondizionate” di consiglieri cinque di amministrazione della banca genovese che ha portato alla decadenza dell’intero CDA. In questi casi l’assemblea dei soci avrebbero dovuto nominare un nuovo consiglio di amministrazione. Invece, la BCE con la mossa del commissariamento a tempo (tre mesi, prorogabili), di fatto procede con un esproprio, e con la nomina dei commissari (di cui uno l’uscente Presidente del Consiglio di Amministrazione decaduto), inibisce ai soci, grandi e piccoli, in qualità di proprietari della banca di esprimere legittimamente secondo le regole del codice civile, un nuovo Consiglio di amministrazione legittimo. Di fatto anche i soci sono commissariati in quanto non hanno più iniziativa, nel senso che possono approvare o respingere gli ordini del giorno inseriti all’attenzione dell’Assemblea dei soci dei commissari, ma non ne possono modificare i contenuti. Una sorta di prendere o lasciare. Le condizioni per imporre linee strategiche di sviluppo, ma soprattutto di fusione o di cessione delle attività ad altri istituti di credito alle condizioni decise e contrattate dai commissari della BCE.

La Bce ha quindi disposto l’amministrazione straordinaria della banca. Innocenzi, Modiano e Raffaele Lener sono stati nominati commissari straordinari dell’istituto e “adotteranno tutte le decisioni necessarie per la gestione operativa della banca”, riferendone periodicamente alla vigilanza, si spiega da Carige. La Bce ha inoltre nominato un comitato di sorveglianza composto da tre membri: Gian Luca Brancadoro, Andrea Guaccero e Alessandro Zanotti. La decisione di porre la banca in amministrazione straordinaria “darà maggiore stabilità e coerenza al governo della società che, quindi, sarà ancora più efficace nel servire, grazie ai propri dipendenti, i depositanti, i clienti ed il territorio”, si sottolinea ancora.

Perchè il commissariamento? Per motivi di controllo e vigilanza dicono. Infatti la BCE si è mossa con in poteri attribuiti dai trattati europei che gli attribuiscono i compiti di vigilanza. Ma un commissario nominato dal controllore a svolgere di fatto l’attività di governo della Banca, chi lo controlla? Voi direste, lo Stato italiano. Invece no. E’ ancora la BCE che in questo caso si trova ad assumere poteri di vigilanza e di governo dell’istituto bancario. Un classico caso da: controllore e controllato nella stessa istituzione. Risultato: la BCE può fare quello che vuole. Ma cosa farà? Semplice quello che è abituata a fare: trovare l’istitututo bancario che “acquisterà” al banca genovese.

Per Modiano il commissariamento “semplificherà e rafforzerà la governance di Carige e di conseguenza l’esecuzione della strategia in un quadro di sana e prudente gestione”. Innocenzi, infine, sottolinea che “i vantaggi in termini di stabilità della banca si tradurranno in benefici per i clienti, i dipendenti e il territorio”.

L’obiettivo? Con la scusa di raggiungere “stabilità” e “benefici per i clienti, i dipendenti e il territorio”, ma non per i soci azionisti, l’operazione in realtà aiuterà a stabilizzare un’altra banca ben più consistente e con evidenti problemi di stabilità. Quale? Chiedetelo a Draghi. Ma è chiaro che sarà l’istituto di credito che “acquisirà” la Banca Carige.

Anche il presidente del Consiglio Giuseppe Conte sta seguendo personalmente, con il ministro dell’Economia Giovanni Tria, le vicende riguardanti la governance della banca. Come si legge in una nota di Palazzo Chigi, questa vigile attenzione del governo, ai suoi massimi livelli, è il segno tangibile e la migliore garanzia per proseguire e completare il consolidamento patrimoniale e il rafforzamento imprenditoriale di un’azienda bancaria valutata, dal medesimo governo, quale essenziale strumento per realizzare il rilancio dell’intero sistema economico-sociale ligure.

E qui arriva la chicca. Il Governo del cambiamento subisce l’operazione e non si oppone. Il primo commissariamento di una banca italiana finalizzata ad espropriarne gli asset per consentirne l’acquisizione da parte di un’altra banca. Il tutto attraverso un piano già definito a Francoforte. Il Parlamento italiano per approvare una legge di bilancio deve prima acquisire il parere vincolante della Commissione europea, e per evitare azioni ritorsive come la famigerata procedura di infrazione e sanzione connessa. Mentre la BCE può procedere al commissariamento di un istituto di credito italiano, senza una deliberazione del Consiglio dei Ministri, in totale scavalgo delle leggi italiane, sulla base di una legislazione sovraordinata, dove nemmeno eventuali ricorsi sono di competenza del sistema giudiziario italiano. Se questa non è dittatura, è sicuramente l’atto plastico della subalternità dello Stato italiano e della sua Costituzione alla Banca centrale europea che dipende da se stessa e non risponde a nessuno. Certamente non risponde al popolo italiano. Oggi, forse, capiamo meglio che in realtà il nostro Paese è una colonia.

Un suggerimento. Non sarebbe il caso di approvare, finalmente, la legge per la separazione bancaria? Netta distinzione tra le banche d’affari e quelle commerciali? In questo caso i manager milionari delle banche non gestiranno i risparmi di famiglie e imprese per la roulette della speculazione, ma li utilizzeranno per sostenere gli investimenti delle famiglie e del sistema produttivo. Per saperne di più: qui.

Fonte: adnkronos.com