Europa, Federalismo, Politica, Sovranità

La strada è quella di un sovranismo debole, federalista. Mentre con l’Europa è necessario ripensare la nostra appartenenza in modo diverso da come è stato fino ad ora.

 

Dal Convegno dell’Associazione Aletheia organizzato lo scorso 2 febbraio 2019 gli intervento del Prof. Becchi. Il titolo del convegno è stata “Chi comanda a casa nostra?”.

Il Prof. Becchi affronta il tema del rapporto tra Costituzione italiana e Trattati europei (di Maastricht e di Lisbona), ma parte del suoi interventi indagano anche sul tema dell’appartenenza fino a evidenziare che si debba ricercare il sovranismo e con la particolare situazione italiana, che ha le caratteristiche di un laboratorio politico, può emergere un particolare sovrasmo debole e federalista, di Johannes Althusius (qui). Un sovranismo che non può essere forte, ma per le caratteristiche di chi Governa il Paese, esprimono oggi due sovranismi quello identitario della Lega (un tempo secessionistico) e quello solidaristico del Movimento 5 Stelle.

Conclude con un accenno alle prossime elezioni europee laddove ad oggi tutti i principali partiti affrontano il tema Europa con la medesima proposta politica ovvero che l’Europa deve cambiare, ma nessuno affronta il tema nodale, e cioè la necessità che si imponga un manifesto per la difesa delle identità dei popoli europei e una necessaria revisione del modello di appartenenza all’Europa.

Federalismo, Politica, Riforme

2014, Quando Beppe Grillo faceva il leghista: “Ci vogliono le macroregioni”. E’ ora di riaprire il dibattito!

Era il 7 marzo 2014, in un post sul suo blog il garante dei 5 stelle sembra invocare un federalismo molto estremo.

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“E se domani” l’Italia si dividesse, “alla fine di questa storia, iniziata nel 1861, funestata dalla partecipazione a due guerre mondiali e a guerre coloniali di ogni tipo, dalla Libia all’Etiopia?”. Così, sul suo blog, Beppe Grillo esprime la sua previsione, definendo l’Italia “un’arlecchinata di popoli, di lingue, di tradizioni che non ha più alcuna ragione di stare insieme”.

Grillo: "E se l'Italia si dividesse?"

“Quella iniziata nel 1861” – ha scritto Grillo – “è una storia brutale, la cui memoria non ci porta a gonfiare il petto, ma ad abbassare la testa. Percorsa da atti terroristici inauditi per una democrazia assistiti premurosamente dai servizi deviati (?) dello Stato. Quale Stato? La parola “Stato” di fronte alla quale ci si alzava in piedi e si salutava la bandiera è diventata un ignobile raccoglitore di interessi privati gestito dalle maitresse dei partiti”.

“E se domani – si legge ancora – quello che ci ostiniamo a chiamare Italia e che neppure più alle partite della Nazionale ci unisce in un sogno, in una speranza, in una qualunque maledetta cosa che ci spinga a condividere questo territorio che si allunga nel Mediterraneo, ci apparisse per quello che è diventata, un’arlecchinata di popoli, di lingue, di tradizioni che non ha più alcuna ragione di stare insieme? La Bosnia è appena al di là del mare Adriatico. Gli echi della sua guerra civile non si sono ancora spenti. E se domani i Veneti, i Friulani, i Triestini, i Siciliani, i Sardi, i Lombardi non sentissero più alcuna necessità di rimanere all’interno di un incubo dove la democrazia è scomparsa, un signore di novant’anni decide le sorti della Nazione e un imbarazzante venditore di pentole si atteggia a presidente del Consiglio, massacrata di tasse, di burocrazia che ti spinge a fuggire all’estero o a suicidarti, senza sovranità monetaria, territoriale, fiscale, con le imprese che muoiono come mosche”.

“E se domani, invece di emigrare all’estero come hanno fatto i giovani laureati e diplomati a centinaia di migliaia in questi anni o di ‘delocalizzare’ le imprese a migliaia, qualcuno si stancasse e dicesse ‘Basta!’ con questa Italia, al Sud come al Nord? Ci sarebbe un effetto domino. Il castello di carte costruito su infinite leggi e istituzioni chiamato Italia scomparirebbe. E’ ormai chiaro che l’Italia non può essere gestita da Roma da partiti autoreferenziali e inconcludenti. Le regioni attuali sono solo fumo negli occhi, poltronifici, uso e abuso di soldi pubblici che sfuggono al controllo del cittadino. Una pura rappresentazione senza significato. Per far funzionare l’Italia è necessario decentralizzare poteri e funzioni a livello di macroregioni, recuperando l’identità di Stati millenari, come la Repubblica di Venezia o il Regno delle due Sicilie. E se domani fosse troppo tardi? Se ci fosse un referendum per l’annessione della Lombardia alla Svizzera, dell’autonomia della Sardegna o del congiungimento della Valle d’Aosta e dell’Alto Adige alla Francia e all’Austria? Ci sarebbe un plebiscito per andarsene. E se domani…”, conclude il post di Grillo.

Ma il domani è arrivato. Oggi le regioni più avanzate hanno chiesto maggiore autonomia. Oggi il tema federalista può tornare seriamente. Esiste una questione meridionale, come un’altrettanta tipica questione settentrionale. Il primo passa dovrebbe essere quello di accettare la dualità del Paese. Accettare che Roma non può più essere il centro dell’universo politico nazionale, che il Paese potrà rimanere insieme la politica romana riconoscerà il policentrisco italiano e agirà di conseguenza.

Autonomia, Federalismo

L’autonomia fiscale del Nord ancora in freezer nonostante i referendum di Veneto e Lombardia

Il Veneto votò al 98% il referendum per i maggiori poteri sul gettito. Ma la Lega non può rompere col M5s «sudista»

«Non siamo guerrafondai ma siamo molto incazzati perché vogliamo l’autonomia In Veneto», ha urlato il governatore Zaia dal palco di Pontida domenica scorsa. Una sottolineatura che potrebbe sembrare pleonastica in quella che è la sede storica dell’indipendentismo padano e che, ancor più oggi, esprime quelle istanze per tutta Italia visto l’exploit elettorale della Lega.

Vien qui da domandarsi perché Zaia abbia voluto lanciare quel messaggio visto che giocava «in casa», tanto più che i suoi colleghi governatori del Carroccio, il lombardo Fontana e il friulano Fedriga, sono stati molto più rassicuranti facendo riferimento a un’autonomia che arriverà presto. Il presidente della Regione Veneto aveva addirittura incontrato a metà giugno il ministro degli Affari Regionali, Erika Stefani, per fissare una sorta di cronoprogramma. Una mossa che aveva irritato non poco gli altri colleghi, in particolare il governatore dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini, ansioso di avviare l’iter.

È passato un mese ma non è accaduto nulla. «Mi aspetto che entro l’anno l’autonomia venga concessa – ha dichiarato giovedì scorso Bonaccini – non voglio pensare che chi ha sempre detto che era un percorso giusto ci metta più di un anno per concederla, anche perché oltre la metà del lavoro è già stata fatta». Queste parole spiegano il perché della sortita di Zaia: il governo ha anteposto questioni molto più appaganti in termini di consenso come lo stop all’immigrazione e il taglio dei vitalizi a un tema più divisivo come le autonomie regionali che, però, sono nel dna della Lega. Per fornire un ulteriore indizio di questa frenata è sufficiente raccontare che in Piemonte chi incalza Chiamparino sul tema dell’autonomia non è il Carroccio, bensì Forza Italia.

Nello scorso il 98,1% dei veneti ha votato sì alla richiesta di una maggiore autonomia. Volontà popolare poi recepita da un accordo tra il governo Gentiloni e Veneto, Lombardia ed Emilia per una devolution sostanziosa. La parte ricca del piatto è la maggiore compartecipazione al gettito fiscale locale (il Veneto è contributore netto verso il resto del Paese per 28 miliardi di euro) e l’applicazione dei costi standard. Il Nord ha molto da guadagnare in questa partita. Peccato, però, che al governo ci siano i Cinque stelle che sono la forza più votata al Sud e che, quindi, non possono dare l’ok a una processo che, in teoria, potrebbe essere penalizzante per il resto del Paese. E di sicuro la Lega di Matteo Salvini non può aprire una crisi su questo tema tanto più che all’orizzonte potrebbero esserci altre cambiali da portare all’incasso come la dual tax.

Resta da capire perché Zaia non sia andato oltre quell’esternazione. Secondo alcuni rumor, il governatore non avrebbe voluto esasperare le frizioni con lo stato maggiore leghista. C’è bisogno di sostegno a Palazzo Chigi e in Parlamento. In primis, per garantire serena navigazione alla legge delega sull’autonomia (quando – e se – sarà varata). In secundis, perché sono in molti a sostenere che a Zaia non dispiacerebbe un terzo mandato. La recente legge elettorale veneta ha abolito i limiti di due consiliature per gli eletti. La circostanza avrebbe irritato Zaia che, tuttavia, potrebbe seguire l’esempio di Formigoni (ricandidatosi al cambio di legge) oppure sperare in una modifica della normativa attuale. Chi l’approvo? Umberto Bossi.

Da Il Giornale online qui

Federalismo

Il segreto del successo economico svizzero? «È il federalismo»

Uno studio ne svela gli effetti positivi e avverte: «Le tendenze centralizzatrici di oggi ne minacciano il funzionamento»

BERNA – La Svizzera deve il suo successo economico al sistema federalista. Ma oggi, tendenze centralizzatrici minacciano il suo funzionamento. A questa conclusione giunge uno studio commissionato dalla Fondazione ch in occasione dei suoi 50 anni di esistenza.

Diversi studi avevano già messo in evidenza gli effetti positivi del federalismo sulla qualità delle prestazioni pubbliche, in particolare negli ambiti della formazione, delle finanze o del freno alla corruzione. La pubblicazione “Föderalismus und Wettbewerbsfähigkeit in der Schweiz” dei professori Lars P. Feld (Università di Friburgo in Brisgovia) e Christoph A. Schaltegger (Università di Lucerna) restituisce il sistema federalista elvetico sotto una nuova luce.

Lo studio mostra chiaramente che, contrariamente ai luoghi comuni, il numero di gradi istituzionali legati al federalismo non frena gli investimenti esteri. Inoltre, la fiscalità è determinante per il suo successo: fra le 29 collettività che nel mondo praticano un onere fiscale medio inferiore al 20% sugli utili delle società figurano 19 cantoni svizzeri.

La concorrenza fiscale tra i cantoni svolge pure un ruolo preponderante. Secondo lo studio, essa limita da un lato le velleità dello Stato e favorisce dall’altro lo sviluppo economico. La competitività è favorita anche dall’efficienza dei governi e dal fatto che i politici in Svizzera devono in larga misura rendere conto del loro operato agli elettori.

L’economia approfitta inoltre della diversità elvetica e delle sue diverse regolamentazioni, che corrispondono ai bisogni degli abitanti. Secondo i due ricercatori, la Svizzera è un laboratorio di idee che lascia ai cantoni la libertà di sperimentare nuove soluzioni nonostante l’esiguità del territorio.

Stando allo studio, la decentralizzazione contribuisce ad attenuare la ripartizione iniqua dei redditi grazie al sistema della perequazione finanziaria, che consente a un cantone di aiutarne un altro in difficoltà. Questo elenco dei vantaggi dimostra che lo stato del federalismo elvetico è buono e non ha bisogno di essere adattato.

Tuttavia talune evoluzioni – quali la crescente centralizzazione, l’intreccio di compiti che implicano istituzioni federali e il trasferimento degli oneri sui cantoni e i comuni – mettono in pericolo il successo del federalismo “made in Switzerland”.

Per gli autori, occorre preservare l’autonomia dei cantoni per mantenerli concorrenziali e far emergere nuove idee. La Confederazione deve intervenire soltanto in via sussidiaria.

La Fondazione ch per la collaborazione confederale è un’organizzazione intercantonale che promuove lo scambio tra le comunità linguistiche e le culture confederali. Festeggia quest’anno i suoi 50 anni e organizza per l’occasione diversi eventi. Il 26-27 ottobre è in programma una conferenza nazionale sul federalismo a Montreux (VD).

Lo studio “Föderalismus und Wettbewerbsfähigkeit in der Schweiz” è stato pubblicato presso le edizioni NZZ Libro, con un riassunto in francese, italiano e inglese.