Europa, Germania

Se cade la Germania, cade l’Unione Europea

Riflessioni sulle possibili crisi e opportunità dei dati economico-politici della nazione tedesca.

La Francia è momentaneamente caduta in disgrazia, per di più in un momento politico decisamente propizio per quelle forze politiche che spingono in direzione del sovranismo. È propizio perché in concomitanza con il periodo che precede le elezioni Europee, che potrebbero determinare una fase più fertile di cambiamenti in senso reazionario o rivoluzionario a seconda di come le forze in gioco sapranno sfruttarlo.

E dunque oggi, dopo la Brexit e la protesta dei gilet jaunes, è la Germania l’unica vera stabile nazione promotrice del progetto europeista, nonostante la (ri)proposizione dell’asse franco-tedesco segnato dal patto di Aquisgrana. Essa cova al suo interno delle contraddizioni molto forti: basti pensare al grosso nodo rappresentato dalla situazione in cui versa Deutsche Bank con le sue scommesse in derivati per 48,26 trilioni di euro, pari a quindici volte il Pil della Germania. Se anche una piccola parte di queste scommesse dovesse risultare perduta, sarebbe un serio problema per la sua economia interna, nonché per la tanto declamata “tenuta dell’Euro”. Gli squilibri interni all’assetto tedesco sono sempre stati calmierati da interventi pubblici di una vera e propria cassa di Depositi e Prestiti (la KFW) i cui sovvenzionamenti vengono esentati dal computo del Deficit, mentre le altre Nazioni Europee venivano sottoposte a rigide limitazioni sull’interventismo pubblico.

Quello della Germania è un impero di carta, fragile, che gioca da vent’anni sulle opportunità offerte dai peggiori difetti della moneta unica e che ai propri vantaggi ha sacrificato il suo medesimo progetto: esempio paradigmatico è la conduzione della crisi greca. Non è esagerato affermare che se domani finisse l’Euro, la Germania sarebbe tra i maggiori imputati del suo fallimento. Ad un quadro complesso si aggiungono i recenti dati economici che hanno visto la Germania sfiorare la recessione nel 2018 e la revisione al ribasso di tutte le sue stime di crescita, di cui Il motivo principale consiste nel rallentamento dello sviluppo dell’economia cinese, che sta trascinando tutti i Paesi fortemente esportatori (la Germania lo è molto più dell’Italia, con un surplus commerciale da più di venti miliardi). Anche questo è un altro tema su cui riflettere: la distorta dipendenza dell’economia Occidentale dall’economia cinese, già manifestatasi nel crollo della Apple di inizio gennaio, molto sentita negli Usa e oggetto di campagna elettorale dell’attuale Presidente Donald Trump, che ha risposto con una politica sui dazi. Tutti indici di debolezza sul fronte della politica estera ed interna, per quello che è ad oggi il Paese cardine dell’Unione, che potrebbero segnare una svolta radicale, se propiziate da condizioni favorevoli.

Una forte crisi dell’economia tedesca significherebbe la fine dell’Euro? Si può dire che con le attuali variabili ciò è altamente probabile, ma che oggi tale crisi è poco più che un’ombra. Ciò che è sicuro, è che se l’amalgama “populista” non si darà una direzione chiara soccomberà, con nemici forse meno potenti di quello che sembrano, ma certamente molto più organizzati.

Fonte: L’Intellettuale Dissidente (qui) Articolo di P. Maruotti del18 febbraio 2019.

Euro, Germania, Politica, Unione Europea

La Germania crede nell’Euro finchè le conviene.

Nella bolla del benessere tedesco lo scontento di alcuni paesi europei per la moneta unica appare incomprensibile. A Berlino si temono però shock sistemici che cancellino i crediti della Bundesbank. Se l’Italia si avvita e trascina tutti, si torna al caro vecchio marco.

LA PIÙ GRANDE ECONOMIA NAZIONALE d’Europa è anche il più forte benefciario della valuta comune. Questa è l’opinione prevalente in Germania e spiega perché nello Stato tedesco sia ancora forte il con- senso all’integrazione europea e all’euro. Nonostante alcune palesi violazioni dei trattati europei, la maggior parte dei tedeschi non vede alcun motivo di pensare a un’eventuale uscita dalla moneta comune. Al contrario: i partiti tedeschi, a eccezione dei conservatori di Alternative für Deutschland (Alternativa per la Germania, AfD), fanno a gara a chi vorrebbe rafforzare l’integrazione politica europea. Soprat- tutto i Verdi si presentano come europeisti entusiasti e per questa loro posizione raccolgono molti consensi. Tuttavia, se l’andamento economico dovesse cambiare rotta e la Germania dovesse sobbarcarsi ulteriori rischi legati a debiti altrui, questo sostegno politico potrebbe mostrare i propri piedi d’argilla.

Spesso si dimentica che inizialmente i tedeschi nutrivano un grande scetticismo nei confronti dell’euro. Nel 1998 il 58% della popolazione tedesca si dichiara- va contraria all’introduzione di una valuta comune (1): l’euro era un progetto delle élite, non del popolo. Gli scettici avrebbero avuto ragione: i primi anni di moneta comune in Germania corrisposero a una crescita economica assai lenta e a una disoccupazione record. Per quattro anni, tra il 2002 e il 2005, l’economia tedesca rimase praticamente in stallo. Nel 2005 la disoccupazione era al 10,6%, cifra che non solo era superiore alla media dell’Eurozona (8,9%), ma era anche superiore alla disoccupazione in Italia (7,7%) e in Grecia (9,8%) (2). La Germania era il malato d’Europa. Il giornalista inglese David Marsh scrisse nel 2002 che l’economia tede- sca era come una nobile, vecchia Mercedes, bisognosa di una profonda revisione (3).

In Germania ci si chiese in quegli anni se il cambio, fssato tassativamente a 1,95583 marchi per euro, non fosse troppo alto. Un economista di fama come Hans-Werner Sinn, dell’Università di Monaco di Baviera, rilevò che quella tedesca stava diventando un’«economia da bazar», in cui non veniva più creata ricchezza. Sinn scrisse che i «lavoratori tedeschi [erano] i perdenti della globalizzazione» (4). Nel 2005 il cancelliere Gerhard Schröder uscì sconftto dalle urne. La responsabilità di governo fu allora assunta da Angela Merkel, che tuttavia trasse proftto dalle deci- sioni politiche prese dal suo predecessore.

Di questi dubbi oggi sembra non essere rimasta traccia. L’economia tedesca è considerata la locomotiva d’Europa: grazie alla sua fortissima concorrenzialità rie- sce a spazzar via tutti gli ostacoli sul proprio cammino. Malgrado alcune turbolen- ze, dal 2009 la Germania è cresciuta ininterrottamente: nel 2018 la disoccupazione è scesa ai minimi (3,5%), mentre paesi come l’Italia (11%) e la Grecia (20,4%) sof- frono per i molti senza lavoro (5).

In questo contesto, il robusto consenso alla moneta unica appare assoluta- mente comprensibile. La popolazione tedesca collega l’euro alla prosperità econo- mica e all’alto livello occupazionale. Ciò non implica che la politica della Banca centrale europea (Bce) sia sostenuta acriticamente. Ma a essere sempre più stigmatizzata è la «disinvolta» politica monetaria della Bce, non l’euro in quanto tale.

A partire dalla crisi fnanziaria, in Germania si sono levate forti critiche al salvataggio di altri Stati. Nella memoria restano in particolare gli aiuti concessi alla Grecia, disapprovati a più riprese anche da alcuni deputati del principale partito di governo (CDU). Tuttavia, queste critiche trascuravano spesso che non si stava sal- vando (tanto) la Grecia, ma i suoi creditori. Cioè soprattutto banche private tede- sche e francesi. Wolfgang Schäuble, il ministro delle Finanze dell’epoca, cercò di trasmettere alla popolazione tedesca l’impressione che i fnanziamenti concessi alla Grecia sarebbero stati prima o poi ripagati. In tal modo riuscì a placare i malu- mori che stavano sorgendo nei confronti della moneta unica.

Il 2015 è stato un anno decisivo per la Bce, che in questo periodo ha iniziato ad acquistare titoli pubblici degli Stati membri. Così facendo è andata incontro a notevoli rischi e si è resa dipendente dai governi e dalla loro politica fscale. A partire da questo momento, la Banca centrale – al pari degli altri creditori statali – è diventata ricattabile: gli esecutivi europei possono obbligarla a proseguire nella politica monetaria espansiva (denaro a buon mercato) con la minaccia di non ono- rare il debito. Inoltre, la motivazione addotta per giustifcare tale politica appare alquanto fragile: i presunti rischi di defazione erano già bassi nel 2015 e oggi sono praticamente scomparsi.

Probabilmente in nessun altro Stato dell’Eurozona la politica della Bce è criticata tanto come in Germania. Anche perché, sebbene Francoforte abbia annunciato che gli acquisti di titoli pubblici cesseranno nel 2019, non verrà ridotto l’alto stock dei titoli già acquistati. Si tratta di cifre notevoli: dalla primavera del 2015, l’Eurosistema ha acquistato titoli di Stato per 2 mila miliardi di euro. Alcuni osser- vatori tedeschi, come l’ex giudice costituzionale Udo Di Fabio, hanno disapprova- to questa scelta, perché secondo loro si sta aggirando il divieto – imposto dai trattati europei – di acquistare titoli pubblici degli Stati membri, o di fnanziarne direttamente i governi. Il Bundesverfassungsgericht (la Corte costituzionale tede- sca) ha chiesto perciò se esiste una differenza, all’atto pratico, rispetto all’acquisto di titoli di Stato sul mercato secondario da parte della Bce: i rischi legati ai fnan- ziamenti non gravano, in ultima analisi, su Francoforte?

Occorre sottolineare il rilievo assunto in questo dibattito dagli argomenti giu- ridici. I costituzionalisti tedeschi lamentano che il controllo democratico sulla Bce sarebbe insuffciente: se l’acquisto di titoli di Stato dovesse comportare un rischio d’insolvenza, gli Stati membri potrebbero essere chiamati a risponderne in solido. Detto altrimenti: non sono i singoli parlamenti nazionali, ma burocrati non eletti della Bce a contrarre rischi per le future generazioni. E se lo fanno dietro esplicito o implicito mandato politico, affermano alcuni critici tedeschi, dovrebbero allora essere modifcate le basi giuridiche della Banca centrale (6).

Si pone a questo punto la domanda se l’unione monetaria non sia stata concepita in modo sbagliato fn dall’inizio. Alcuni osservatori defnirono la valuta comune un castello di carte, perché non possiede i meccanismi necessari a reagire adeguatamente alle crisi fnanziarie.

In effetti, l’euro risente di problemi strutturali. I suoi architetti partirono dal presupposto che le prescrizioni di politica fscale dell’Unione sarebbero bastate a evitare crisi fnanziarie: se fossero stati rispettati i limiti del debito pubblico pregres- so e nuovo, non si sarebbero verifcate crisi nei singoli Stati membri. Questa rifes- sione manifestava tuttavia una grande ingenuità. L’autonomia fnanziaria dei gover- ni, insieme all’irrevocabilità – continuamente ribadita – dell’euro, fnivano con l’incentivare i singoli paesi a testare la disponibilità degli altri ad assisterli in caso di crisi. In ultima analisi, sono stati quanti andavano gonfando spensieratamente e irresponsabilmente la propria spesa pubblica ad avere vinto questa scommessa.

Tuttavia, non sarebbe corretto tacere sulle conseguenze negative che ciò ha avuto per la Grecia. Certo è che alcuni attori in Grecia approfttarono degli anni beati prima del 2010, trasferendo capitali all’estero in misura enorme per metterli al sicuro dal fsco greco. Le conseguenze di questo comportamento hanno dovuto pagarle anche coloro, tra i greci, che erano troppo poveri per trasferire capitali in Svizzera o altrove.

Inoltre, alla Bce mancava – e manca tutt’ora – una normativa per affrontare lo stato d’emergenza. In riferimento alla Repubblica di Weimar, Carl Schmitt dichiarò: «Sovrano è chi decide sullo stato d’eccezione». Se all’inizio non era chiaro quale sarebbe stata l’istituzione europea in grado di agire in condizioni di crisi, presto divenne evidente che era proprio la Bce. A prescindere dall’esistenza o meno di alternative a tale delega di potere, la Bce resta oggi l’istituzione schmittianamente «sovrana» d’Europa, ma sottoposta solo a un blando controllo (7).

Durante la crisi è emerso come i presupposti del Trattato di Maastricht non fossero sostenibili. Le improvvisazioni a cui si è assistito hanno contribuito ad accrescere in Germania lo scetticismo sulla solidità dell’euro.

Altrettanto fallace era la supposizione che tutte le società europee fossero adeguate a convivere con un’unione monetaria rigida. Ma le preferenze sociali hanno un ruolo decisivo nella scelta dei regimi di cambio. A confronto con altri, l’euro è un sistema estremamente rigido, senza meccanismi di adeguamento. L’euro appare simile al gold standard nel periodo precedente alla prima guerra mon- diale. Lì, comunque, c’era sempre la possibilità di uscire temporaneamente dal sistema e di rientrarci in un secondo momento. Anche il Sistema monetario euro- peo (Sme) aveva tenuto in considerazione, almeno in parte, le diverse preferenze sociali, permettendo all’Italia un margine di oscillazione più che doppio rispetto agli altri paesi membri (+ 6%, contro + 2,25% degli altri paesi). All’euro, invece, manca qualsiasi fessibilità.

Nell’euforia degli anni Novanta (la Germania si era riunifcata, il comunismo era sconftto, la guerra fredda era fnita), le posizioni più prudenti non giocarono un ruolo importante. Uno sguardo alla storia del gold standard, tuttavia, avrebbe aiutato a comprendere meglio i rischi dell’unione monetaria. Accanto ad Argentina, Brasile e Cile, erano stati quattro paesi europei ad abbandonare temporaneamente quel sistema: Portogallo, Spagna, Italia e Grecia (8).

Oggi sono di nuovo in questione la stabilità dell’unione monetaria e i rischi provenienti dall’Italia. In Germania vengono discussi appassionatamente soprattutto i cosiddetti saldi Target 2. Nessun dibattito invece sugli sviluppi che hanno portato alla diffcile situazione economica attuale, proprio e soprattutto in Italia. Per molti osservatori internazionali è tuttavia chiaro che gli alti avanzi commerciali tedeschi hanno contribuito alla stagnazione economica in Italia e altrove. Invano il Fondo monetario internazionale e la Commissione europea invitano da anni la Germania a ridurre il proprio surplus. In ambito scientifco-accademico, da tempo alcuni osservatori stanno analizzando criticamente le conseguenze dei perduranti attivi commerciali. La grande dame della dottrina economica britannica, Joan Robinson, defnì una volta le economie nazionali con surplus commerciali «esportatrici di disoccupazione».

Il grosso dei politici e dei cittadini tedeschi, invece, non pensa che possa essere il proprio paese a destabilizzare l’Europa; piuttosto, si compiace della propria presunta superiorità. Solo con estrema lentezza la società tedesca inizia a comprendere che le molte crisi presenti in Europa potrebbero avere a che fare anche con il proprio mercantilismo. Ma in Germania si preferisce tapparsi le orecchie di fronte a questa argomentazione: la campionessa del mondo di export e di morale sembra vivere in un mondo a parte. La capacità di trovare un equilibrio tra i vari interessi in gioco non è completamente scomparsa, ma appare molto più fragile che in altre fasi dello sviluppo europeo.

Perciò molti osservatori non sono granché preoccupati per la sopravvivenza della moneta comune; temono piuttosto le conseguenze di una possibile perdita dei crediti della Bundesbank nell’Eurosistema. La Bundesbank vanta attualmente crediti verso la Bce per circa mille miliardi di euro, pari suppergiù a un terzo del pil tedesco. Ma in che misura sono pericolosi questi saldi Target 2, e perché esistono?

Gli esperti tedeschi stanno dibattendo su questi argomenti con inusuale durez- za. Alcuni, come l’economista di Colonia Martin Hellwig, negano che i crediti della Bundesbank abbiano una qualche rilevanza. Hellwig parla di un’«isteria del Target» tutta tedesca 9. Invece, per Hans-Werner Sinn (istituto Ifo di Monaco) questa posi- zione è una «mistifcante minimizzazione»: i Target 2, per Sinn, sono infatti una sorta di fdo concesso ad altri paesi, che con questi crediti possono acquistare beni e servizi 10. In compenso, la Germania riceverebbe un credito infruttifero e non ri- vendicabile legalmente verso la Bce. Ne consegue che se l’Italia abbandonasse l’euro, i debiti contratti da Bankitalia (circa 500 miliardi di euro) andrebbero molto probabilmente perduti, almeno in parte.

La nascita dei saldi Target 2 va ricondotta allo scetticismo dominante sia nell’Europa meridionale sia in quella settentrionale: le banche del Nord non vogliono elargire crediti al Sud, mentre numerosi europei del Sud non si fidano dei propri governi e cercano di portare i loro capitali altrove. Se le banche nordeuropee non avessero il grande timore di una crisi fnanziaria, le banche centrali nazionali non dovrebbero colmare questa lacuna.

Naturalmente questi trasferimenti di capitale sono del tutto legali in Europa. Diversamente dai periodi in cui il traffco di capitali era limitato in Europa e in altri paesi dell’Ocse (l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), compresi gli Stati Uniti, oggi questi movimenti non confgurano illeciti. Ma la storia economica insegna che le crisi fnanziarie spesso si verifcano quando la popolazione non ha più fducia nel futuro del proprio paese. Ne è un esempio l’Argentina prima del 2002: chi poteva, trasferiva soldi in Uruguay o a New York. Il patriottismo dei patrimoni è storicamente un’eccezione.

Finora la Bundesbank ha cercato di placare le crescenti preoccupazioni. Johannes Beermann, che siede nel consiglio di amministrazione, ha ribadito nel luglio 2018 che i saldi Target 2 non costituiscono un problema, almeno fnché l’unione monetaria resta in piedi. Ma questo nessuno lo aveva messo in dubbio. Inoltre, continua Beermann, i crediti della Bundesbank sono verso la Bce, non verso singole banche centrali (11).

Nel 2018 si è proflata una battuta d’arresto nella lunga e continua crescita economica tedesca. La forte dipendenza della Germania dalle esportazioni si sta rivelando un rischio, dato che importanti paesi importatori – in primo luogo la Cina – si trovano ad affrontare un rallentamento economico. L’aspettativa domi- nante è che la Germania dovrà fare i conti con una crescita ridotta. Tuttavia, una grave crisi potrà verifcarsi solo se, contemporaneamente, si dovessero registrare una decisa riduzione del commercio mondiale, un Brexit caotico e un forte protezionismo statunitense.

La domanda è: tutto ciò metterebbe a rischio il sostegno politico all’euro?

Appare improbabile che una crisi economica, da sola, possa generare un rifuto dell’euro da parte della politica e della società tedesche. Ma un altro avvenimento potrebbe far sì che Berlino muti la propria posizione al riguardo: un’eventuale uscita dell’Italia dalla moneta unica.

A ottobre la Bundesbank si è chiesta che tipo di rischio il debito rappresenti per l’economia italiana. L’Italia ha bisogno di aiuti da parte di altri paesi europei? O è un paese in cui vivono cittadini relativamente benestanti, che non hanno bisogno di aiuti esterni? Le risposte fornite da Karsten Wendorff sono chiare: l’Italia non è un paese povero e non ha bisogno di aiuti. Piuttosto, gli italiani benestanti dovrebbero essere obbligati a investire parte del loro patrimonio in titoli di Stato. Con questi «titoli di solidarietà» i cittadini italiani sarebbero in grado di garantire per i debiti dello Stato italiano. Non si tratterebbe di una tassazione dei patrimoni, ma di un indirizzamento degli investimenti (12).

La posizione della Bundesbank rifette quella di numerosi osservatori tedeschi. L’alto livello del debito italiano viene considerato un problema risolvibile internamente. Questi osservatori rifutano perciò eventuali trasferimenti di capitale all’Italia o l’assunzione di rischi di credito. Anche il governo tedesco dovrebbe confrontarsi con queste posizioni, il che ovviamente vale anche per la persona che andrà a sostituire Angela Merkel. Non è chiaro quanto a lungo la cancelliera riuscirà a restare in sella, ma la sua perdita di autorità pare ormai irreversibile. A settembre non è riuscita a far rieleggere Volker Kauder come capogruppo dei cristiano-democratici; il suo successore, Ralph Brinkhaus, non cerca lo scontro, ma in materia di unione monetaria appare un sostenitore della responsabilità indivi- duale degli Stati europei. Probabilmente nel corso del 2019 Merkel dovrà abban- donare la guida del governo e sarà forse sostituita dalla nuova leader della CDU, Annegret Kramp-Karrenbauer. La prosecuzione della sua politica, così legata all’euro da esporre lo Stato tedesco a rischi considerevoli, appare dunque incerta.

Già oggi si discute di eventuali alternative alla rigida gabbia dell’unione monetaria. L’economista francese Jean Pisani-Ferry ha proposto nell’autunno 2018 di abbandonare il dogma di un’«unione sempre più stretta» (ever closer union) per sostituirla con un sistema più fessibile. L’Unione Europea dovrebbe concentrarsi su un’integrazione circoscritta ad alcuni ambiti irrinunciabili, gestiti da diversi «club». Uno di questi dovrebbe riguardare l’euro, il coordinamento fiscale, il controllo dei mercati e il superamento delle crisi fnanziarie (13).

La teoria di un radicale «alleggerimento» dell’Ue non trova ancora in Germania sostenitori di peso. I Verdi, oggi molto popolari, vogliono distinguersi come euro- peisti modello e hanno più volte chiesto un rafforzamento politico dell’Ue. Lo scorso agosto l’ex ministro degli Esteri Joschka Fischer, dei Verdi, ha prospettato due sole alternative: o l’Europa diventa una grande potenza con capacità di azione, mettendosi in tal modo nelle condizioni di affermare i propri interessi a livello globale, oppure è destinata al declino (14).

Finora in Germania non si comprende granché lo scetticismo mostrato da altri paesi rispetto alla politica europea. Il premier olandese Mark Rutte ha respinto nel giugno 2018 l’idea di un rafforzamento politico dell’Ue (15). Senza un’ampia coalizione non vi sarà alcuna spinta verso l’integrazione in Europa. Forse molti tedeschi benintenzionati non sono nemmeno consapevoli che, al di fuori dell’Eliseo e della cancelleria federale, non vi è oggi alcun sostegno di rilievo all’idea di un rafforzamento politico dell’Unione Europea.

La Germania si è ormai abituata all’euro, anche se questo non è divenuto un oggetto di culto come il marco tedesco. Jaques Delors disse che non tutti i tedeschi credevano in Dio, ma che tutti credevano nella Bundesbank. Oggi i cittadini tedeschi non mostrano altrettanta fiducia nella Bce. Una moneta instabile viene temuta ancora da molti quale fonte di turbolenze politiche. Una grave crisi in uno Stato membro e le connesse, eventuali perdite della Bundesbank potrebbero alimentare il consenso alla reintroduzione del marco.

 

Fonte: Articolo di Heribert Dieter traduzione di Monica Lumachi – Limes n. 12/2018.

1. «Mehrheit der Deutschen gegen den Euro», Tagesspiegel, 12/2/1998.
2. Economic Outlook 2011, Ocse, Annex Table 13, p. 235.
3. D. Marsh, «The German Engine is spluttering», Daily Mail, 9/9/2002.
4. H.-W. sinn, «Das deutsche Rätsel: Warum wir Exportweltmeister und Schlusslicht zugleich sind», Perspektiven der Wirtschaftspolitik, 7, 1, 2006, pp. 1-18.
5. Economic Outlook 103, Ocse, maggio 2018.
6. «Europa ist mehr als der Euro», Die Zeit, 31/8/2017, p. 26.
7. A. ritschl, «Wem gehört der Euro?», Neue Zürcher Zeitung, 15/7/2015.

8. Ibidem.

9. M. hellwig, «Wider die deutsche Target-Hysterie», Frankfurter Allgemeine Zeitung, 29/7/2018, p. 20.

10. H.-W. sinn, «Irreführende Verharmlosung: Die Target-Salden bringen Deutschland in Gefahr», Frankfurter Allgemeine Zeitung, 5/8/2018, p. 20.

11. J. BeerMann, «Wenn der Euro unverändert fortbesteht, ist Target kein Risiko», Die Welt, 20/7/2018, p. 15.
12. K. wendorff, «Rom sollte Italiener zur Solidarität verpfichten», Frankfurter Allgemeine Zeitung, 27/10/2018, p. 24.
Europa, Germania, Italexit

Da Trump una spinta all’Italexit ⎮ quelsi.it

Riportiamo le recenti analisi pubblicate sul Quotidiano Sovranista Qelsi:

Questo lunedì l’analisi si arricchisce della componente più importante di tutte, la Geopolitica, a causa degli avvenimenti di questi ultimi 2 giorni.Per capire dove siamo non possiamo prescindere da ciò che si muove intorno a noi.Partiamo dalla citazione di uno dei filosofi più interessanti nella storia dell’umanità (Hegel):“Ciò che è razionale è reale, ciò che è reale è razionale”.Egli riteneva che la ragione umana fosse in cammino verso la verità secondo uno sviluppo logico (Lógos) e conseguenziale. Applicandola ai tempi attuali, possiamo dire che con tale filosofia Hegel abbia involontariamente descritto la Brexit poiché secondo questi il razionale si manifesta nella storia. Il 24 giugno 2016 Ansa riporta la notizia:“Brexit, la notte del referendum che ha cambiato la Ue – Sondaggi capovolti in una notte drammatica, ore contate Cameron”In cui si legge:“…dopo che i primi poll avevano dato il remain al 52%…”. Le classi borghesi che hanno pianificato la globalizzazione pensavano che avrebbero vinto il referendum o quanto meno pagarono sondaggisti e giornalisti per diffondere questa certezza.Ma essa è anche la filosofia del Trumpismo. Su Il Secolo XIX del 7 novembre 2016 Maurice Tamman annunciava sondaggi che consideravano sicura vincente la Clinton:“Usa, ultimo sondaggio: Clinton batterà Trump al 90 per cento”e sappiamo come è andata vero?Alla fine, fu anche la filosofia del nostro Governo di Liberazione Nazionale,Non era razionale immaginare che gli Italiani lasciassero al governo chi in 7 anni aveva:

  • Ridotto la produzione industriale del 25%;
  • Aumentato la disoccupazione a livelli greci;
  • Raddoppiato i poveri;
  • Fatto fallire un’infinità di banche e massacrato i risparmi della povera gente.

Razionalmente, quindi, così come prima gli inglesi e gli americani, gli italiani scrissero la storia eleggendo partiti che facessero altro, e questi organizzarono un governo che rispondesse a tali aspettative provando altre strade.Divisi fra anti-euro e riformisti della UE, i gialloverdi seppero trovare in Savona l’uomo giusto per liberare dal soffocamento dell’Equivalenza Ricardiana, dell’austerità espansiva.Tutto ciò che è razionale è reale, così anche in questo caso la ragione si è manifestata nella realtà e in essa dobbiamo ora cogliere la razionalità.I gialloverdi, su spinta del Prof. Savona, fissarono un budget di spesa pubblica idoneo a sostenere la crescita del PIL, una percentuale 3 volte superiore al valore richiesto dalla UE: lo 0.8%.A dire il vero, il Piano Savona era caratterizzato per i seguenti due elementi:

  • Impegnare il deficit di bilancio negli investimenti, che avrebbero spinto in alto il Pil Potenziale del paese (vedremo alla fine perché questo è importante)
  • Spingere la Germania a fungere da motore dell’Impero operando in deficit, sia di bilancio che commerciale.

Ma Salvini e Di Maio optarono per il rispetto delle proprie promesse elettorali e la Germania disse no al sostituirsi agli Usa degli ultimi 40 anni.Scontato, pertanto, lo scontro fra le due impostazione e, da qui, la reazione della UE. Il 28 novembre TG LA7 riporta le dure parole di Dombrovskis pronunciate dopo una timida apertura di Salvini alla limatura di qualche decimale:“Manovra, Dombrovskis avverte: ‘La correzione dei conti sia consistente’ ”Il TG 5 delle ore 13 del primo dicembre annuncia che l’Ecofin avvierà in ogni caso la procedura d’infrazione contro l’Italia.Ma la fortuna assiste i Dioscuri, entra in gioco la Geopolitica. Al G20 Trump afferma:“o il sistema evolve verso un commercio equo, dal libero commercio attuale, o usciremo dal G20”nel chiaro intento di giustificare il nazionalismo produttivo, teso a riequilibrare le partite correnti. Quindi Trump lancia un chiaro messaggio a chi si garantisce partite correnti positive grazie alla:“….currency manipulation…” (tweet di Trump).Così Trump al G20 incontra Xi Jinping per discutere di tali argomenti. Trump ha però avvertito anche la Germania, vero scopo di tali attacchi (come vedremo più avanti) chiedendole di non usare più l’Euro come arma di colonizzazione dei mercati mondiali. Sulla Faz di oggi (ieri per chi legge) viene pubblicato il pezzo dal titolo:“Squilibrio commerciale, Trump avverte la Germania: lo cambieremo” nel quale si riporta la promessa di Potus in merito ai dazi sulle auto tedesche avendo gli USA squilibri commerciali con la Germania grazie alla truffa dell’Euro!Trump decreta la fine dell’Euro? Non possiamo saperlo, ma certo è che se mettesse dazi sulle auto europee COSTRINGEREBBE l’Italia ad andare all’eurobreak-up altrimenti l’Italia si vedrebbe distrutto l’intero comparto dell’Automotive:“Trump minaccia i dazi sulle auto estere. Il Fmi: Barriere controproducenti”(La Presse – 28 novembre 2018).Ma le ragioni di questi attacchi alla Germania sono più profonde, vanno oltre l’economia. L’attacco a Merkel e Macròn è un attacco alla nascita dell’Impero Europeo. La Germania, come detto la settimana scorsa, ha rinunciato al progetto di Savona di Impero economico ma ambisce alla creazione di un esercito europeo. L’Impero che attacca Trump è quello militare, quello del disegno di Jean Monnet:“le nazioni europee dovrebbero essere condotte verso un superstato senza che la gente capisca cosa stia accadendo. Questo lo si potrà ottenere adottando fasi successive, ciascuna mascherata come avente uno scopo economico.” Ora, immaginate voi se gli USA lasceranno che la bomba atomica francese vada in mano ad un superstato a guida tedesca, perché di guida tedesca dobbiamo parlare.A poche settimane dalla decisione di realizzare la Piccola Europa, quella senza Italia e UK, i tedeschi già avanzano pretese sul seggio che la Francia ha all’ONU. Su il Fatto Quotidiano del 28 novembre 2018 si legge:

“Onu, la proposta di Berlino: “Seggio della Francia diventi della Ue, che deve parlare con una voce sola”

Non passano 24 ore che sul sito di Maurizio Blondet si legge nel pezzo “Macron cede a Berlino anche il seggio francese al consiglio di sicurezza”:“Macron sta aderendo a questo progetto. Con la incredibile sottomissione che ha dimostrato verso Berlino, e in segreto. Solo accidentalmente, in una conferenza ad Harvard il 6 ottobre, i francesi che vi partecipavano l’hanno saputo. Dall’ambasciatore tedesco alle Nazioni Unite, Christophe Heusegen, il quale ha reso noto che sono in corso discussioni per trasformare il seggio permanente della Francia in un seggio franco-tedesco; dal 2019, Berlino avrà il seggio permanente all’ONU, ha di fatto lasciato intendere”Se i tedeschi si impossessassero di tale poltrona e della bomba atomica sarebbe rinato il Reich.Trump sa che vi è una sola Europa che conta ed è la Germania. I posti chiave a Bruxelles sono occupati tutti da tedeschi, l’Europa degli uguali è diventata l’Europa del più forte. Bruxelles riconosce a Berlino il diritto di porre i propri interessi nazionali avanti a tutto pur chiamandoli “interessi d’Europa”. I paesi finlandizzati ne traggono vantaggio ma quelli che ambiscono a porsi sullo stesso piano vengono sistematicamente schiacciati.Trump non può permettersi la nascita di un Impero così potente nel cuore dell’Europa e comincia ad avocare a se gli stati salvati da Hitler durante la WW2, in particolar modo la Francia.Su l’Ansa del 13 novembre 2018 leggiamo i tweet di Trump:“Emmanuel Macron suggerisce di costruire un loro esercito per proteggere l’Europa dagli Stati Uniti, Cina e Russia. Ma era la Germania nelle due guerre mondiali. Come è andata a finire per la Francia? Avevano iniziato ad imparare il tedesco a Parigi prima che arrivassero gli Stati Uniti. Paghi piuttosto per la Nato……Non c’è Paese più nazionalista della Francia, gente molto fiera e giustamente… FATE LA FRANCIA DI NUOVO GRANDE!…..Il problema è che Emmanuel ha un livello di approvazione molto basso in Francia, il 26%, e un tasso di disoccupazione a quasi il 10%”Guarda caso, subito dopo abbiamo i seguenti 3 avvenimenti:

  • “Gilet gialli contro Macron in Francia” (da Omnibus La7 del 22 novembre)
  • L’arresto in Giappone di Carlos Ghosn, il a capo dell’alleanza franco-nipponica tra Renault, Nissan e Mitsubishi, che ha strappato a Toyota e Volkswagen la palma di maggior costruttore mondiale
  • Il più consistente riarmo della base USA di Ramstein, sito originariamente finalizzato alla prevenzione della formazione di un esercito tedesco-russo (vedi Diplomacy di H. Kissinger), degli ultimi 20 anni – fonte “Gli USA di Trump, l’EU della nuova Vichy, l’Italia in perenne declino” di Mitt Dolcino – http://www.scenarieconomici.it.

Pensate forse che dietro i Gilet gialli e l’arresto di Ghosn non ci sia l’esercito USA?Mitsubishi Motors faceva parte in passato delle Mitsubishi Heavy Industries, il principale produttore militare del Giappone. L’arresto di Ghosn blocca la possibilità dei francesi di acquisire il completo controllo dell’alleanza motoristica Renault-Nissan-Mitsubishi e acquisire i segreti militari giapponesi e statunitensi. Trump si serve di queste operazioni perché la superpotenza economica tedesca non evolva in superpotenza militare.La UE a trazione tedesca va smantellata, Trump si abbatterà su essa come un furioso Thor e l’Italia sarà il suo martello!Il Partito dei Francesi, consapevole di queste cose, sa di aver poco tempo a disposizione, al massimo fino a quando Potus non prenderà possesso della FED, e si sta pertanto attivando per controbattere la maggioranza.La via principalmente seguita è separare Salvini e Di Maio ricorrendo:

  • Allo scandalo del frigorifero (“Un bidone, una carriola, deicalcinacci, un telo di plexiglass e un vecchio frigorifero. Questo è stato trovato sulla terra dei Di Maio” – Libero 30 novembre);
  • Al morbo dei Presidenti della Camera (“Sicurezza e migranti Ficospara su Salvini ma l’obiettivo è Di Maio” – Il Giornale 01 dicembre 2018)

La seconda via intrapresa è far sparare al Policy Advisor Bankitalia tutte le cartucce in suo possesso, specialmente quella del Project Fear con lo spread:

“Il Dg di Bankitalia: “Con lo spread alto il rischio di default non è più nullo” (Huffington Post 27 novembre 2018)

Ma oramai il Project Fear non spaventa più nessuno, soprattutto alla luce di quanto accadde in Inghilterra con la Brexit.

Su MSN.com viene pubblicato oggi (ossia ieri per chi legge) un pezzo dal titolo:

“Costs of Brexit: nothing to fear from project fear?”

Nel quale si cita il rapporto dell’Economist for Free Trade (EFFT) secondo il quale i prezzi dei prodotti nei negozi inglesi calerebbero dell’8% e il PIL crescerebbe del 7% in 15 anni in caso di “no deal” con la UE.

Tutto questo nonostante quelli della BoE anche questa settimana abbiano fatto delle affermazioni che sembrano provenire da chi ha appena assunto sostanze pesanti:

“Brexit, stime choc della Banca d’Inghilterra: con no deal Pil giù dell’8%” (Il Sole 24 Ore).

In Inghilterra è forte la memoria circa le uscite di Mark Carney, governatore BoE, all’alba del referendum per la Brexit:

“Brexit could lead to recession, says Bank of England – Central bank issues unprecedented warning over EU vote, claiming exit could depress pound and raise unemployment” (The Guardian, 12 maggio 2016).

L’esperienza inglese ha lasciato il segno nei popoli, rinforzandone coraggio ed animo belligerante.

BdI e BoE sono superpagati dipendenti delle Banche Global impegnati a diffondere terrorismo. Oramai la loro attendibilità è pari a zero.

Nessun quotidiano fa poi notare la gaffe del Direttore Generale di Banca d’Italia (Rossi) che si lascia sfuggire una frase sulla probabile rottura dell’Euro. Finanza On Line riporta la frase incriminata:

“Bankitalia, l’ammissione di Rossi: Euro, incrinata convinzione che fosse un monolite”

Nessun quotidiano riporta poi che il Policy advisor si occupa dello spread mentre chiude gli occhi di fronte a quanto sta facendo il suo Policy Maker Unicredit.

Mustier, numero uno di Unicredit, sta effettuando una scissione tra Unicredit Italia e gli asset esteri. Il suo vertice sarà probabilmente spostato in Germania, perché una banca che si definisce “Paneuropea” preferisce sistemarsi nel paese in cui le regole vengono dettate. Se l’Italia dovesse ritornare alla Lira, è possibile che lascino morire la filiale italiana affinché il governo vada in difficoltà nel far uso della leva Politica Monetaria.

Che Mustier stia pianificando di bloccare o rallentare il governo sovrano?

Non possiamo affermarlo mentre possiamo con certezza dire che le banche tedesche e francesi stiano seriamente pensando alla Cacciatexit.

A gennaio la BCE farà partire una misura di finanziamento al sistema bancario europeo al solo fine di consentire alle suddette banche di recuperare i loro investimenti nel nostro sistema bancario.

Nei giorni scorsi su Faz.net, all’interno dell’articolo “Trotz Anti-Europa-Kurs: EZB bereitet Finanztspritze fur italiens Banken vor” si riportano le cifre delle esposizioni:

–        Banche francesi 350 miliardi;

–        Banche tedesche 70 miliardi.

Al termine del recupero di tali capitali il nostro sistema sarà lasciato in balia dei mercati, privo di una Banca Centrale che fissi i tassi, senza una BC che faccia da prestatore di ultima istanza.

Ma i gialloverdi, che non sono stupidi, hanno già studiato le contromosse. E queste stanno facendo impazzire il Partito dei Francesi, quelli che tifano per lo spread e per il crollo della nostra economia, quel Partito Democratico ad alta concentrazione di uomini con la Legion d’Onore francese.

Sui quotidiani leggiamo:

– “il giallo delle card per il reddito di cittadinanza” (Il Sole 24 Ore – 30 novembre 2018);

– “RDC Di Maio: A Poste la stampa delle tessere” (La Repubblica – 30 novembre 2018).

Quelli del Partito dei Francesi hanno capito che il Reddito di Cittadinanza verrà erogato tramite tessere (già in fase di stampa) e che le Poste gestiranno la misura garantendo quella capillarità territoriale che sarà tanto utile anche per gestire la futura Politica Monetaria del governo tornato alla lira. Sarei portato a pensare che il governo abbia rinunciato a rientrare in possesso di Banca d’Italia. Meglio così, lasciamo che essa faccia la fine che merita: fallire!

Non a caso, il buon Claudio Borghi ha già iniziato a mettere le mani avanti con Banca d’Italia circa l’oro da questa detenuto nei propri forzieri:

“L’oro alla Patria” titola Dagospia, “a chi l’oro di Bankitalia? A noi” pubblica il Giornale.

Tre mesi fa Borghi ha depositato una proposta di “chiarimento di legge già esistente” che a breve dovrebbe esser discussa a Montecitorio. Egli desidera specificare, a chiare lettere, che i lingotti d’oro detenuti da Bankitalia appartengono alla nazione.

Vi domanderete, difendere l’oro….da chi?

Numero uno, Banca d’Italia ha un azionariato privati in cui comincia a farsi forte il peso dei francesi. Numero due Banca d’Italia si è legata mani e piedi alla BCE (che di fatto è tedesca). Numero tre, in Germania (e quindi anche alla BCE) qualcuno ha iniziato a parlare di oro pubblico a garanzia e a compensazione dei saldi Target2.

Tutto si sta evolvendo con una impressionante rapidità. L’esistente è sì razionale ma non possiede la razionalità! La realtà è invece razionalità pura ed è in divenire. Si evolve. Un inside man che ha avuto modo di assistere all’assemblea di Poste Italiane con i Ministri, con il Premier e con importanti membri di alcune commissioni parlamentari, ha parlato di un clima di rinnovato entusiasmo, di grandissima motivazione, sia per la rinascita dell’ente, sia per quella della nazione.

Sulla Germania, che ha rinunciato all’evoluzione della UE verso l’Impero, limitandola all’applicazione scolastica del liberismo e del neocolonialismo, sappiamo di non poter contare (e questo oramai lo hanno capito tanto Savona quanto i Dioscuri) e del resto anche la Germania non conta più sull’Italia. Si è quindi chiusa un’epoca e il nostro divenire dovrà necessariamente essere altro da questa insostenibile attuale realtà.

Su Repubblica del 30 settembre 2018, nel pezzo “E’ una sciocchezza pensare che l’Italia possa crescere del 3%” Lars Feld (consigliere economico di Angela Merkel) ci informa che la diffidenza della Germania nei confronti di Roma è altissima e che il fondo comune per i depositi bancari è morto in quanto i paesi del nord Europa non lo vogliono affatto. Insomma, l’architettura base dell’euro non nascerà mai.

Quello che vogliono i tedeschi è che si continui sul versante dell’austerity per continuare a godere di una marco svalutato che agevoli il suo export. Poi se nel sud Europa crescono i populismi e sbocciano le rivoluzioni (come in Francia) poco importa, nel nord Europa in fondo queste cose non accadono.

Quale austerity fare e perché ce lo ha spiegato benissimo Luciano Barra Caracciolo, sottosegretario nel ministero di Savona in un suo intervento nel corso di un incontro organizzato a Roma da Qelsi. Tutto parte da un assunto:

“il nostro output gap nel 2019 si azzera, pertanto non è possibile fare politiche economiche espansive”.

Tanto per chiarire, l’output gap è la misura inventata per capire se un paese utilizza in modo efficace le sue risorse. Tanto più piccola è la sua misura, tanto più efficace è l’impiego delle risorse del paese. Un suo valore elevato significa non sfruttare a pieno le capacità produttive esistenti (una minore crescita rispetto al potenziale) o un impiego che genera pressione sui salari e, quindi, sui prezzi.

Secondo la Commissione UE, con l’azzeramento del nostro output gap nel 2019, quanto potevamo recuperare come crescita è stato recuperato. Da qui in poi, non è possibile distribuire denaro per creare domanda aggregata, né assumere disoccupati (mandando in pensione anticipatamente le persone), poiché un disoccupato in meno (a parità di stock di capitale) genererebbero solo pericolose spinte inflazionistiche al nostro sistema economico.

Anzi, secondo Barra Caracciolo per la Commissione UE non va nemmeno incrementato lo stock di capitale esistente, anche un ponte o un’autostrada in più genererebbero inflazione, è possibile solo reintegrare lo stock esistente in caso di eventuali eventi catastrofici.

Per la Commissione UE dobbiamo rimanere fermi al punto in cui siamo. Savona suggerisce di trasferire parte dei miliardi del Reddito di Cittadinanza e di Quota 100 agli investimenti perché ritiene che l’output gap non sia affatto colmato e perché vorrebbe reintegrare lo stock di capitale perso negli ultimi 15 anni. In ogni caso, tutto ciò va contro le promesse elettorali dei Dioscuri, cosa politicamente inaccettabile per dei Populisti.

Insomma, in questo periodo, l’Italia per i tedeschi è ben più del semplice mal di testa rappresentato dalla Brexit, è un vero e proprio “bloody nightmare”.

Su “The italian crisis” di Nicholas Burgess Farrell, pubblicato da Spectator.co.uk, possiamo leggere:

“il grande progetto di Macron è destinato a fallire per colpa dei tedeschi che come hanno deciso di punire UK per la sua rivolta, così hanno pensato di punire i populisti italiani. Ma non hanno fatto i conti con il fatto che, a differenza dei Greci, l’Italia può tornare alla propria moneta”.

Farrell razionalmente prende atto del fallimento del Piano Macron (i tedeschi non vogliono farsi carico dei debiti di tutti i paesi europei):

“il Piano di Macron costringerebbe la Germania a farsi carico dei debiti non solo dell’Italia ma anche di tutti gli altri paesi e ovviamente per la Germania non è possibile”

L’avarizia e la cecità dei tedeschi faranno crollare quell’Impero a cui essa stessa ha già da tempo rinunciato (vi ricordo che per fare un impero il paese core dovrebbe fare deficit di bilancio e accettare partite correnti negative):

“la Germania imporrà alla BCE di non salvare l’Italia e di lasciarla in balia dei mercati e questo rappresenterà per la UE un danno ben maggiore rispetto a quello che rappresenterà la Brexit”

Dunque come vedete abbiamo tutto quello che serve per garantirci l’Italexit:

1)     La mancata accettazione del Piano Savona di un Impero a trazione tedesca

2)     Il fallimento del Piano Macron di riforma della UE;

3)     Condizioni geopolitiche favorevolissime (Trump);

4)     La disponibilità di Poste Italiane a diventare la nuova Banca d’Italia e il sistema portante della nuova Politica Monetaria di un governo pienamente sovrano.

Tutto è pronto per l’Italexit, anche se la manovra dovesse esser parzialmente rivista per evitare litigi con i partner con i quali comunque le nostre aziende lavorano.

Tenetevi pronti, i Dioscuri avranno bisogno di tutto l’amore possibile da parte degli italiani per resistere alle pressioni che il Partito dei Francesi, infiltrato in ogni struttura del paese, cercherà di esercitare su essi. Peccato per loro che la filosofia li condanni ad una sconfitta certa: diviene reale solo ciò che è razionale!

Fonte: quelsi.it (qui)

Debito pubblico, Europa, Germania

La Germania bara, il suo debito vero è il 287% del Pil.

Stando ai conti pubblici, il grande malato dell’Eurozona non è l’Italia o un altro dei paesi oggi considerati periferici, addirittura ribattezzati “Pigs”, maiali, nel pieno della crisi del debito sovrano. La pietra dello scandalo è proprio la Germania di Angela Merkel, che continua a fare la voce grossa con la Bce e gli altri condòmini del Vecchio Continente. A raccontare al “Giornale” il lato oscuro di Berlino è Fabio Zoffi, veneziano, che da vent’anni vive con la famiglia a Monaco di Baviera. Zoffi conduce attività che spaziano dall’alimentare al Big Data: tra i suoi clienti Luxottica, Pirelli, Bnl, Banco Popolare e Benetton. «ll debito pubblico complessivo tedesco non è pari all’80% del Pil, come certificano i documenti ufficiali, ma al 287%», assicura il “venture capitalist” italiano, dopo essersi preso la briga di rielaborare tabelle e proiezioni statistiche. La colpa è del debito «implicito», che con approssimazione possiamo definire «nascosto», prodotto dalle costose riforme concesse dai governi che si sono succeduti negli ultimi decenni. Tutto questo, nel 2020 comporterà pesanti aggravi alla spesa per le pensioni, le assicurazioni sanitarie e l’assistenza ai malati cronici.

«Berlino è finora stata molto brava a nascondere la polvere sotto il tappeto, ma ormai è impossibile non vedere le gobbe. E anche in Germania gli economisti più capaci hanno iniziato a lanciare l’allarme», spiega Zoffi, citando tra i primi profeti di Fabio Zoffisventura proprio i presidenti dei due maggiori think-tanks economici del paese: Hans-Werner Sinn, temutissima voce dell’Ifo (per la verità più noto a sud della catena alpina per i giudizi tranchant che ci ha riservato) e Marcel Fratzscher, capo del Diw e autore del libro “Die Deutschland-Illusion” (l’illusione tedesca). A titolo di raffronto, scrive Massimo Restelli sul “Giornale”, il debito complessivo (implicito ed esplicito) italiano si attesterebbe invece al 160% del prodotto interno lordo. In sostanza, negli ultimi anni Palazzo Chigi e Parlamento italiano fatto “i compiti a casa”, mentre Frau Merkel e il Bundestag no. A contribuire al disastro annunciato della Germania, insiste Zoffi, è poi il suo quadro demografico squilibrato: è lo Stato con meno nascite al mondo.

L’altra falla aperta è rappresentata da un mercato del lavoro ormai composto per un quarto da precari (tra part-time, stagisti e mini-job). Ne consegue una distribuzione dei redditi sempre più squilibrata: nel 2011 il 10% della popolazione deteneva il 66% della ricchezza contro il 44% del 1970. Per non parlare delle grane del sistema del credito: le banche tedesche, sebbene tutte promosse ai recenti esami patrimoniali della Bce (ma Berlino ha ottenuto di esentare le problematiche casse di risparmio e le “landesbank”) da un lato «contano debiti complessivi per 8.000 miliardi di euro» (raccolta alla clientela, prestiti di varia natura e obbligazioni), e dall’altro – e questo sembra il problema principe – ci sono «impieghi in asset di qualità sovente discutibile: Abs, derivati, prestiti alle banche greche e spagnole». In pratica, avrebbero investito male (e con una certa dose di pericolo) il denaro raccolto: «Deutsche Bank assomiglia a un grande hedge fund», dice Zoffi.

L’imprenditore italiano sottolinea di essere tornato a investire sulle imprese dello Stivale all’apice della crisi, sfruttando i saldi provocati dallo sferzare dello spread. «Insomma – scrive Restelli – da uomo d’affari è convinto di aver fatto bene a credere nell’Italia: stima che le sue attività (il gruppo Ors, specializzato nel Big Data, la tenuta vitivinicola in Monferrato Noceto Marcel FratzscherMichelotti e l’azienda friulana di insaccati di selvaggina Bertolini Wild, insieme alle potenzialità di sviluppo del portale Gourmitaly) abbiano oggi un valore potenziale di 50 milioni. «La Germania – chiosa Zoffi – resta però un esempio per la penisola sotto molti altri aspetti fondamentali, sia per la qualità di vita dei cittadini, sia per la buona riuscita di un’impresa: a partire da un apparato pubblico-burocratico e da un sistema della giustizia che funzionano a dovere».

Lo stesso Zoffi è anche esponente del Movimento Roosevelt, fondato da Gioele Magaldi. Dalla sua analisi, scrive il vicepresidente Marco Moiso sul blog del movimento, emerge come, dal punto di vista del debito, la Germania sia “messa peggio” del Bel Paese. «Eppure – scrive Moiso – questa non deve assolutamente essere l’occasione per puntarle il dito contro», chiedendo anche ai tedeschi di «sottomettersi alla cura venefica dell’austerità, in nome di un miope e mal riposto senso di riscatto». Al contrario: meglio se anche in Germania si aprissero gli occhi, scoprendo cosa significano le ricette del neoliberismo. «La sconfitta della democrazia tedesca – in un contesto internazionale in cui la sovranità delle democrazie stesse viene progressivamente rimpiazzata dall’econocrazia neoliberista – significherebbe la vittoria di quei poteri apolidi che supportano il neoliberismo e hanno interesse nello svuotare le istituzioni pubbliche di democrazia sostanziale, in nome del mantenimento del valore assoluto del denaro da loro accumulato». Lo choc dei conti truccati? Ottima cura, se serve a tornare alla sovranità popolare, in ogni paese Ue. Missione impossibile? Si domanda Moiso: «È pronto, il popolo tedesco, a lottare insieme agli altri popoli europei contro l’econocrazia neoliberista e a favore di democrazia e politiche monetarie ed economiche sviluppate nell’interesse del popolo europeo sovrano?».

Fonte: libreidee.org (qui)

Elezioni, Esteri, Europa, Germania

Assia tragica per la Merkel

Le elezioni in Assia confermano la parcellizzazione del consenso politico, una tendenza che in Germania si è consolidata da oltre un anno. Anche nella regione di Francoforte continua l’emorragia di voti per i cristiano democratici (27,8 per cento) e per i socialdemocratici (19,5); i due principali partiti tedeschi perdono rispettivamente oltre dieci punti percentuali. Continuano la loro ascesa i Verdi (19,5) che anche qui hanno raggiunto un altro record. Sebbene in Assia fossero tradizionalmente forti (in questa regione giurò come primo Ministro verde nella storia della Repubblica Federale Joschka Fischer) mai avevano raggiunto queste percentuali. I Verdi sono indiscutibilmente i vincitori di queste elezioni perché senza di loro non è possibile, realisticamente, alcuna coalizione. Triplica i voti anche la destra nazionalista di AfD (12,5) che proprio in Assia si presentò per la priva volta in un’elezione regionale e conferma sostanzialmente il consenso ottenuto in questa regione alle elezioni nazionali di poco più di un anno fa. Dopo queste elezioni AfD è presente in tutti i Parlamenti regionali della Repubblica Federale. Aumentano i propri consensi anche i liberali che con il 7,9 diventano ora decisivi per la formazione del governo regionale. Discreto anche il risultato (6 per cento) della sinistra tedesca (Die Linke) che migliora il risultato di un punto percentuale ma non beneficia delle gravi perdite della SPD, a conferma che oramai i due elettorati sono molto distanti.

La distribuzione dei seggi permetterebbe forse al governo uscente nero-verde (CDU-Verdi) di continuare a governare ma con maggioranza limitata a un solo seggio. Probabilmente troppo poco per garantire un governo di cinque anni. Esclusa l’opzione della Grande Coalizione (CDU-SPD), in considerazione della scarsissima popolarità di cui gode attualmente in Germania, l’unica reale possibilità resta una coalizione Giamaica (CDU, Verdi e liberali) che improvvisamente torna centrale nella politica tedesca dopo il fallimento delle trattative per il governo nazionale di un anno fa. Il leader dei liberali Christian Lindner ha manifestato la disponibilità dei liberali ad una trattativa con conservatori e Verdi in Assia, ma ha, al contempo, attaccato ancora una volta la cancelliera Merkel. Qualunque trattativa deve essere in discontinuità con la politica di Angela Merkel (ha invece elogiato l’altra coalizione Giamaica nel Land dello Schleswig-Holstein). Proprio Lindner ha letto il risultato in Assia come un chiaro messaggio di sfiducia alla cancelliera (e alla Grande Coalizione). Una dichiarazione che non deve essere piaciuta al Presidente uscente del Land e leader della CDU in Assia, Volker Bouffier, un fedelissimo della Cancelliera.

Il risultato delle elezioni in Assia, nell’immediato, non metterà in discussione il governo di Berlino ma la posizione di Merkel e della SPD è sempre più debole. Per il destino della Cancelliera bisognerà aspettare il 7-8 dicembre quando si svolgerà il congresso della CDU ad Amburgo. Diversa la posizione della SPD che si trova in una delle più difficili crisi della sua storia e ha ormai perso la dimensione di partito di massa che nella storia della repubblica tedesca le ha garantito un ruolo e una funzione centrale. La leader Andrea Nahles non ha lasciato intendere che la Spd intende concludere l’esperienza della Große Koalition a Berlino ma ha annunciato che domani presenterà un piano per rilanciare l’attività di governo. La Grande Coalizione tedesca continua a non trovare pace.

Fonte: huffingtonpost.it (qui) Articolo di U. Villani-Lubelli

Baviera, Elezioni, Europa, Germania, Politica

Baviera, exit poll. Crolla l’anima europeista Csu e Spd -21,4%. Boom degli euroscettici di AfD +10,2% per la prima volta in Parlamento. Sorpresa dei Verdi +8,9% anti-austerity.

Il partito gemello della Cdu di Angela Merkel perde oltre 12 punti percentuali rispetto a cinque anni fa, ma rimane prima forza. Alternative fuer Deutschland prende l’11%, mentre sprofondano i socialisti. Cdu: “Vittoria amara e risultati come da previsioni. Devono essere un segnale d’allarme per il prossimo voto in Assia”. Salvini: “Perde sistema Ue”.

Gli exit poll bavaresi confermano le previsioni della vigilia: la Csu rimane ampiamente il primo partito, ma paga lo spostamento a destra, soprattutto sul tema immigrazione, voluto dal presidente e ministro dell’Interno tedesco, Horst Seehofer. Quei voti li ha invece presi Alternative für Deutschland che entra per la prima volta nel Parlamento del Land con il suo 11%. L’Unione Cristiano-Sociale perde circa 10 punti percentuali e passa dal 47,7% del 2013 al 37,3%, registrando il record negativo della sua storia, dato che in Baviera non era mai scesa sotto il 43%. A legittimare il voto è l’alta affluenza registrata: 72% dei 9,5 milioni di aventi diritto si è recato alle urne rispetto al 63% del 2013.

Se AfD ha confermato le aspettative, diventando la formazione di riferimento della destra anti-immigrati ed euroscettica anche in Baviera, si deve registrare il grande exploit dei Verdi che guadagnano quasi 10 punti e passano dall’8,6% del 2013 al 17,8%, diventando la vera alternativa a sinistra dopo la rovinosa caduta della Spd che chiude  al 9,5%. Merito anche della loro candidata, Katharina Schulze, che con la sua linea pro-immigrazione, europeista, ma contro l’austerity è riuscita ad attirare le preferenze di chi non si sentiva più rappresentato dalla principale formazione di sinistra tedesca.

Se i civici di Freie Wähler hanno ottenuto un buon 11,5%, a salvarsi e a piazzare dei rappresentanti nell’Assemblea sono i Liberali (5%), mentre rimane fuori la Linke con il 3,5%.

Secondo la Zdf, molti elettori dei cristiano-sociali in Baviera hanno votato per l’estrema destra di Alternative für Deutschland. Secondo la tv pubblica tedesca, il 28% degli elettori di AfD proviene dal bacino della Csu. Un altro 27% degli elettori di AfD in precedenza non era andato a votare. Ma secondo le stime di You Trend, sarebbero i Verdi i principali beneficiari dei voti in uscita dalla Csu (circa 200mila), più di Afd e Freie Wähler.

Seehofer: “Abbattuto per il risultato, ma non mi dimetto”. Verdi: “Chi segue la destra perde”
È una vittoria amara per i Cristiano-Sociali. Da una parte la conferma, semmai ce ne fosse stato bisogno, di essere il principale partito nel Land e quindi quello che dovrà formare e guidare il governo, dall’altra la consapevolezza di aver perso un’ampia fetta di consensi in favore, a destra, dei partiti neonazionalisti e, a sinistra, dei Verdi. “Un risultato amaro, ma abbiamo un chiaro mandato a governare”, ha commentato brevemente il segretario generale della Csu, Markus Blume, ai microfoni della Ard.

Poco dopo, ha parlato anche il presidente Horst Seehofer che si è detto “abbattuto per il risultato” emerso dalle urne. E poi ha aggiunto, con una vena polemica: “Quando io ero qui era qualcosa di diverso, ma dall’altra parte abbiamo avuto un chiaro segnale per formare il governo”. Il leader del partito ha promesso un’analisi del voto: “Lavoreremo per capire da dove viene questo risultato”. Seehofer ha ringraziato la base del partito e l’impegno di Markus Soeder, e ha poi aggiunto: “Nelle prossime tre o quattro settimane dobbiamo concentrarci per formare il governo”. Ha poi rassicurato chi pensava alle sue possibili dimissioni per aver scelto di condurre una campagna elettorale rivolta alla destra che, però, non ha impedito ad Afd di prendersi l’11%: “Ovviamente continuerò a portare avanti la mia responsabilità”, ha risposto a chi lo accusa di essere uno dei principali responsabili delle liti nate all’interno del partito.

“Non è un giorno facile per la Csu – ha invece dichiarato il candidato del partito, Markus Soeder –  e questo è un risultato doloroso. Lo accettiamo e ci confrontiamo. Lo analizzeremo. Ma una cosa è chiara: non solo siamo il partito più forte, ma abbiamo anche un chiaro mandato a governare. Adesso bisogna costruire un governo stabile per la Baviera”.

E anche nel partito gemello, la Cdu, c’è chi manifesta preoccupazione per le prossime elezioni regionali che potrebbero confermare la flessione della formazione guidata, a livello nazionale, da Angela Merkel: “Un risultato amaro, come hanno detto i nostri amici della Csu, che non arriva a sorpresa –  ha detto la segretaria generale della Cdu, Annegret Kramp-Karrenbauer – È fuori discussione” che abbiano giocato un ruolo “le liti dei mesi scorsi, lo stile e i toni. Gli elettori auspicano che la Csu continui a guidare il governo ma con una coalizione. Quello che non è riuscito agli amici della Csu è fare in modo che la buona situazione della sicurezza interna, l’ottimale situazione dell’economia fossero al centro della campagna elettorale. E questo è un ammonimento per la Cdu anche per le prossime elezioni in Assia“.

Esultano anche i neoeletti di AfD, che con l’11% diventano la terza forza bavarese insieme alla lista civica. “Con questo risultato abbiamo registrato l’aumento più significativo di tutti”, ha detto Joerg Meuthen di Afd, sottolineando che i Freie Wäehler hanno costituito una forte concorrenza. Poi, ha eliminato qualsiasi dubbio riguardo a una possibile alleanza post elettorale con la Csu: “Non è realistico trattare per una coalizione con la Csu”, ha aggiunto. Gli risponde a distanza il candidato del primo partito: “Parleremo con tutti i partiti. Non tratteremo con Afd”. Poi Alice Weidel (AfD) lancia un messaggio a livello nazionale: “Chi oggi ha votato Afd ha anche detto che Merkel deve andare via”.

Facce lunghe, invece, in casa Spd. I socialdemocratici hanno assistito all’ennesima puntata del loro declino, in questo caso a favore dei Verdi, ora forza di maggioranza a sinistra: “È una sconfitta molto amara per il nostro partito – ha detto il segretario generale Lars Klingbeil – Analizzeremo questi risultati in Baviera e a Berlino. Quel che già si può dire è che si tratta di un chiaro segnale al governo di Berlino”, ha aggiunto criticando lo “stile sbagliato” e le troppe liti nel governo federale.

E sono proprio i Verdi i grandi vincitori di questo voto. Con AfD che respinge qualsiasi possibilità di alleanza con la Csu e la Spd troppo debole per garantire una maggioranza, saranno loro i principali interlocutori per Markus Soeder, nel tentativo di formare una governo stabile. Una posizione che dà al secondo partito bavarese un grande potere contrattuale e la possibilità di spostare i Cristiano-Sociali a sinistra, contro la volontà di Seehofer che, a questo punto, rischia anche di perdere la leadership del partito: “Un risultato storico – si è limitata a commentare Schulze – Gli elettori hanno dato un segnale chiaro, non si può andare avanti così”. “Chi corre dietro alla destra, perde – conclude la presidente nazionale Annalena Baerbock – Al contrario, chi sostiene la libertà, l’uguaglianza e lo Stato di diritto, vince”.

Salvini: “È sconfitta dell’Europa”. Gentiloni: “Verdi messaggio anche per noi”
“In Baviera ha vinto il cambiamento e ha perso l’Unione europea, il vecchio sistema che mal governa da sempre a Bruxelles“. Lo ha detto il ministro dell’Interno e leader della Lega, Matteo Salvini, in una nota a commento del voto nel Land tedesco. “Sconfitta storica per democristiani e socialisti, mentre entrano in tanti, e per la prima volta nel Parlamento regionale, gli amici di Afd. Arrivederci Merkel, Schultz e Juncker”, aggiunge.

L’ex presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, vede invece nel successo dei Verdi un messaggio di speranza anche per la sinistra italiana: “Comunque bello vedere i Verdi prendere quasi il doppio dei voti della destra sovranista. Un messaggio anche per noi”, ha scritto su Twitter.

Fonte: ilfattoquotidiano.it (qui)

Elezioni, Europa, Germania

Baviera, Domenica al voto. La Csu crolla nei sondaggi. Il governo Merkel trema.

Lo slogan in Baviera di Alternative fur Deutsland: Il nostro paese, la nostra patria. La Baviera. Certamente.

Le elezioni nei land tedeschi non sono mai un evento locale, figuriamoci se questa volta alle urne va la potente e popolosa Baviera. Nove milioni di elettori bavaresi sono chiamati alle urne domenica 14 ottobre per il rinnovo del parlamento.

Il voto nel Land più ricco della Germania rischia di provocare un terremoto a Berlino e potenzialmente è carico di conseguenze anche a livello europeo. Abituata a robuste maggioranze assolute nella potente e popolosa Baviera, l’Unione Cristiano-Sociale (CSU, affiliata alla CDU i Angela Merkel) deve sperare di arrivare alla soglia del 40% dei voti, missione che gli ultimi sondaggi segnalano come tutt’altro che scontata. Anzi, per dirla tutta, la CSU è stimata ben sotto la soglia che le darebbe la maggioranza assoluta nel Parlamento bavarese.

Prevedibili seri guai, quindi,  per il ministro dell’Interno Horst Seehofer, ma anche per la cancelliera Angela Merkel e non per ultimo per la Ue. Ecco perchè il voto bavarese di domenica è molto più di una verifica a livello regionale.

Ovviamente, l’attesa è molto alta per il risultato che potrà ottenere la nuova destra tedesca dell’AfD. Alternativa per la Germania conta di capitalizzare dopo una campagna centrata sulla questione migranti e il concreto pericolo islamico, nel Land che è stato il cancello d’ingresso per buona parte dei migranti entrati in Germania tra 2014 e l’estate del 2015, quando la Merkel spalancò le frontere tedesche all’invasione degli extracomunitari, oltre 1,6 milioni. Un numero enorme.

I sondaggi promettono all’Afd l’esordio nel parlamento bavarese con il 12-13% dei voti, arrivando così ad essere presente in 15 su 16 parlamenti regionali. La Csu, sempre in base ai sondaggi, è praticamente certa di perdere la maggioranza assoluta e dovrebbe attestarsi attorno al 35% dei voti (un sondaggio addirittura la piazza al 33%). Oltre all’Afd, è atteso un exploit elettorale dei Verdi, dati al 16%, ma il dato è fragile.

Va detyto che un 35% che farebbe sorridere molti partiti in Europa, in Baviera per la Csu sarebbe una catastrofe. Infatti, la Csu ha avuto la maggioranza assoluta in Baviera dal 1954, con una sola eccezione nel 2008 e comunque non è mai scesa sotto il 43% dei voti. Questo ha sempre permesso ai leader bavaresi di avere molta voce in capitolo a Berlino e posti di rilievo, non ultimo quello di ministro dell’Interno per Seehofer.

Proprio lui, tuttavia, ha plasmato buona parte della politica CSU in vista del voto di domenica, distanziandosi dalla linea di ‘accoglienza’ di Merkel sui migranti, entrando in rotta di collisione l’estate scorsa con la Cdu della cancelliera e con i socialdemocratici, portando il Paese sull’orlo di una crisi di governo. Oltre ai migranti, Seehofer lanciato dispute con gli alleati sulla questione del pedaggio autostradale per gli stranieri e sulla gestione del ‘dieselgate’.

Così, il voto di domenica diventa anche un referendum sul responsabile degli Interni, malgrado lui abbia tentato di chiamarsi fuori: “Non ho interferito con la campagna elettorale che resta una prerogativa di Soeder (il governatore bavarese) e sui respingimenti dei rifugiati alla frontiera eravamo d’accordo fino ad agosto”. Markus Soeder, ex delfino ed ex ministro delle Finanze quando Seehofer era governatore, ha detto che “i venti che tirano di traverso da Berlino” sono i veri responsabili del calo del partito in Baviera. Insomma, se la CSU va molto male domenica, uno dei due dovrà pagare e le testa di Seehofer potrebbe essere la prima a rotolare, sia come leader del partito che come ministro dell’Interno. Vari analisti fanno notare che questo epilogo sarebbe gradito a Merkel, logorata dal conflitto con Seehofer, soprattutto sui migranti. Ma la cancelliera ha anche buoni motivi di temere il risultato bavarese.

Infatti, potrebbe tracollare l’alleato Spd. Anche l’Spd è in forte calo da mesi e dal 20% del 2013 secondo i sondaggi è ora ad un risicatissimo 12%. Molti voti socialdemocratici sarebbero passati all’altro partito in ascesa, i Verdi, che possono sperare di arrivare a domenica al 18% delle preferenze, ma una fetta considerevole potrebbe votare anche a destra, dato che l’Spd proprio per le sue politiche sull’immigrazione a favore di chi è straniero ha perso la metà dei voti alle scorse elezioni nazionali.

Un tracollo dell’Spd porterebbe nuova instabilità per il governo centrale di Berlino, dove al governo con grande fatica si è arrivati alla Grosse Koalition tra Cdu e Spd.

Se davvero l’AfD trionfasse domenica prossima, la CSU potrebbe essere tentata di formare un governo bavarese di destra con la stessa Afd. Prospettiva, questa, temibile, non solo per la Merkel ma anche per l’Ue: l’ascesa dei nazionalisti al governo in Baviera avrebbe certamente forti ripercussioni a livello europeo.

Fonte: ilnord.it (qui)