Europa, Il Commento, Politica

Salvini: “L’Europa è un bellissimo sogno, la cambieremo dall’interno”. Forse anche la modalità è un sogno.

Queste le recenti dichiarazioni riprese il 3 dicembre dall’AGI e rilasciate dal Vice Presidente del Consiglio e ministro dell’Interno, Matteo Salvini. Si avvicinano le elezioni europee ed un’ottica di posizionamento morbido nei confronti delle istituzioni europee segnale per arrivare ad una tregua armata. Ma sappiano tutti che le istituzioni europee non si cambiano dall’interno, le istituzioni si cambiano modificando i trattati, e comunque con l’adesione dei paesi membri. Ed ad oggi questa opzione è chiaramente impraticabile. Se non si riesce ad approvare una manovra di bilancio espansiva quanto basta per riavviare l’economia stagnante, come si può credibilmente pensare che l’UE possa essere cambiata dall’interno?

“Il nostro obiettivo è entrare in queste istituzioni per ridare vita a un bellissimo sogno”. Lo dice Matteo Salvini parlando con i giornalisti al Parlamento europeo. “Vogliamo cambiare dall’interno l’Europa e ridare sangue nelle vene di una Europa che si è sclerotizzata da decenni – ha detto il vicepremier – perché amministrata dalle stesse formazioni e dalle stesse facce e che dovunque si vota viene bocciata”.

Secondo Salvini “è stata messa al centro la finanza e l’economia virtuale invece dei posti di lavoro veri che sono saltati”, mentre “il nostro obiettivo è entrare in queste istituzioni per ridare vita a un bellissimo sogno, il sogno europeo, che è un bellissimo sogno. Adesso basta chiedere ai greci o ai disoccupati spagnoli o italiani e ai francesi in questi giorni in cosa si è trasformato questo sogno”, ha aggiunto.

Fonte: agi.it (qui)

Il Commento

Siamo di fronte ad una svolta rivoluzionaria o all’ennesima edizione del gattopardo? Quali possibili conseguenze possono derivare dal 2,4% di deficit?

Con drammi e patemi d’animo degni della miglior commedia all’italiana, la manovra del popolo è divenuta finalmente realtà mettendo in scacco la linea-Tria con un roboante deficit di bilancio programmato del 2.4%. All’interno della fredda percentuale galleggiano i fantasmi del reddito di cittadinanza, la riforma delle pensioni (fatidica quota 100), l’avvio della riforma tributaria e la cosiddetta pace fiscale tra Stato e debitori. More solito, i provvedimenti del governo gialloverde hanno scatenato le reazioni bavose dell’establishment liberal-europeista, a ruota seguiti dai fedeli cani da cortile del giornalismo perbene e moderato. Non staremo qui ad annoiare il lettore: tra evocazioni spettrali del terribile spread, giugulatorie piangenti per il crack prossimo venturo dell’INPS e conati pieni di livore dei nostri Hayek alla matriciana il materiale è tanto e tale da riempire le infinite pagine del bestiario nazionale. Dedichiamo il nostro tempo ad altro. Dal punto di vista politico, il provvedimento finanziario dell’esecutivo Conte rappresenta una novità? Quali possibili conseguenze possono derivare dal 2,4% di deficit? Siamo di fronte a una svolta rivoluzionaria o all’ennesima edizione del gattopardo?

A nostro modesto avviso, la manovra del popolo non è altro che un atto di interlocuzione, una pausa delle operazioni belliche in vista di una battaglia probabilmente decisiva ancora al di là dal venire. Spieghiamoci meglio. Il deficit al 2,4% si inserisce in perfetta continuità con la dinamica degli ultimi dieci anni, risultando addirittura inferiore alle perfomance del dottor morte Monti (all’epoca non si ricordano vesti stracciate e pianti da parte dei nostri media, ma si sa, la coerenza dei fatti fa sempre a pugni con il vento dell’opportunismo). Siamo ancora entro i parametri di Maastricht, smentendo dunque i malumori della commissione Juncker. In sostanza, non esiste soluzione di continuità tra l’ultima finanziaria Padoan e la prima Tria. E lo spread? E la volatilità dei mercati?

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Qui casca l’asino, nel senso che Imercati – rigorosamente attaccati e in maiuscola come si suole con le divinità – possono avere tanti difetti, ma scemi non sono e certo non vanno dietro ai timori da educande della nostra stampa. Il differenziale tra btp e bund tedeschi, infatti, sconta il rischio di uscita dell’Italia dall’euro, compensando ex ante la possibile ridenominazione in nuove lire dei titoli di stato con conseguente svalutazione per il creditore estero del capitale. Come sempre, è un fatto politico, a maggior ragione esasperato dalla prossima fine del quantitative easing e dal fine-mandato di Mario Draghi. Il Regno Unito ha prodotto per anni corposi deficit di bilancio, come del resto realtà con debiti pubblici monstre come USA e Giappone, ma nessun finanziere ha mai speculato sui titoli di quei paesi per il semplice fatto che la sovranità monetaria copriva totalmente ogni rischio di insolvibilità. Non disponendo di una banca centrale prestatrice di ultima istanza – come il piano Savona prevede e nessuno in Ue realmente vuole… – risulta invece un gioco da ragazzi speculare su nazioni ridotte al rango di debitori insolventi.

Il problema fondamentale resta quindi l’euro, costruzione folle e criminale frutto di trent’anni di subordinazione della Repubblica ai diktat dell’asse franco-tedesco. Non si spiega altrimenti come e perché misure non certo leniniste come la riforma pensionistica e il reddito di cittadinanza (cioè una riforma del contributo di disoccupazione) debbano mettere in ambasce le piazze finanziarie e ricattare le scelte politiche di uno stato come l’Italia, in grado nonostante tutto di avere una bilancia dei pagamenti in attivo e mantenere un grado di ricchezza delle famiglie tra i primi al mondo nonostante due recessioni di gravità inaudite. In questo scenario, la manovra risulta interlocutoria proprio perché tenta, all’interno dei vincoli imposti dall’unione monetaria, da un lato di rianimare per quanto possibile il mercato interno e dall’altro evidenzia non andando oltre la condizione di colonia a cui s’è ridotta la patria. Inoltre, se un provvedimento sì moderato trovasse comunque i falchi di Bruxelles contrari e pronti alla procedura d’infrazione, il governo e le forze politiche che lo compongono avrebbero ottenuto un duplice successo: evidenziare la dittatura U€ (e con le europee a maggio non è certo poco) e portare, nel caso estremo ma non del tutto improbabile, a uno scontro totale tra Roma e Berlino con esiti pressappoco esplosivi per la moneta unica.

Il tanto rumore per nulla dei nostri media seri e boriosi ci permette di concludere con un’ultima riflessione. Più il malessere degli italiani si trasforma in fiducia nelle forze populiste, interpreti nonostante tutto di un genuino odio di classe nei confronti degli affamatori degli ultimi trent’anni, più emerge il livore e la miseria umana e morale di tutta una classe, quella del grande capitale italiano, che non riesce a pensare il proprio ruolo dominante al di fuori delle logiche di sfruttamento, svilimento e alienazione. Gli straccioni con mille zeri in banca sono oggi in grado di tifare spread – cioè la completa colonizzazione dell’Italia alla finanza internazionale sul modello della povera Grecia – pur di non dividere financo le briciole con le classi del Lavoro che sono la vera e unica forza produttiva del paese. A simil marmaglia, e ai loro inutili megafoni propagandistici, presto o tardi occorrerà tagliare gli artigli, pena la stasi e la fine di qualunque programma di liberazione nazionale.

Fonte: lintellettualedissidente.it (qui) Articolo di A. Romani del 29 settembre 2018.

Il Commento

Calenda (Pd), Borghi va fermato. Emerge lo spirito totalitario del collaborazionista catto-comunista delle élite finanziarie pronte alla guerra speculativa. E Borghi lo denuncia.

Dopo le dichiarazioni del leghista Borghi su “impegni Ue da rispettare”, interviene l’ex Ministro Calenda, da poco aderente al PD, ma già alla ricerca di un ampio schieramento pro-Europa. Tanto che già nel febbraio 2018 partecipò alla convention di + Europa e dichiarò: “Ho creduto nell’operazione dall’inizio”. Ed Emma Bonino, dal palco di una nota discoteca romana allestita a teatro della kermesse di +Europa, si rivolse direttamente a Carlo Calenda rammaricandosi di non averlo convinto a candidarsi con lei, la voce di un militante radicale si leva forte e chiara dalla platea tra brusii di approvazione. E Calenda parlò di un'”Italia seria che sfida un’Italia cialtrona”. Ma che già si potrebbe tradurre in Italia sottomessa (quella seria filo establishment) all’Europa che sfida un’Italia libera (quella cialtrona che si è ribellata agli aguzzini in stile Calenda).

L’ex Ministro non nasconde la sua chiara impostazione da eurista convinto, da neoliberista funzionale agli speculatori finanziari che comandano l’Europa delle banche. Un campione di cialtronismo “democratico” che si è ritagliato, nel deserto delle leadership della sinistra, il ruolo di cane da guardia, un attore mancato, che recita insultando gli avversari. D’altronde lui stesso ha riconosciuto di essere una cane come attore. Un “democratico” modello, perché ritiene validi i principi costituzionali solo se il popolo, vota per il mondialismo, per la politica delle porte aperte in tema di immigrazione, o delle privatizzazioni a favore degli amici imprenditori che poi dietro le quinte finanziano le fondazioni di riferimento. Ora il leader-attore radical-chic addirittura vorrebbe “fermare” il presidente della Commissione bilancio della Camera, Borghi. Ma come? L’ex Ministro, nel disperato tentativo di difendere le élites, a cui la sinistra si è consegnata, sfoggia l’arma del totalitarismo ipocrita del cattolicesimo-comunista. Al grido il popolo è ignorante, ha sbagliato a votare. Questo Governo deve essere fermato a tutti i costi. Il motivo? Lo vuole il mercato, non i piccoli risparmiatori usati come scudi umani, ma le corporation interne ed estere, i fondi esteri speculativi, che detengono i pacchetti di controllo delle imprese italiana. Elites che non si sentono garantite dal Governo del popolo e che si lanciano in una guerra non convenzionale. E come tale, il Governo del popolo sovrano dovrà adottare misure eccezionali, pena la perdita della democrazia. Un altro colpo di Stato finanziario il nostro paese non lo potrà sopportare. Nota finale Borghi denuncia Calenda.