Economia, Il Commento, Sovranisti

La miopia del sovranismo nostrano. Nel mondo della Brexit, della Cina, della Germania, e di Trump.

https://www.paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=2127

La visione di Paolo Barnard.

Il Sovranismo monetario italiano e la MMT rischiano di screditarsi per abbagliante miopia. Va fatto altro con urgenza. Ma onestà intellettuale impone di avvisare subito: non siamo più nel 2011, siamo in un altro secolo economico ora. Ciò che va fatto per avere una realistica speranza di vedere l’Italia fuori dall’euro è adesso di una mole e complessità spaventose. Per quanto ho visto, quello che ancora vi raccontano i vari gruppetti Sovranisti con leaders al seguito, e anche la MMT, sono solo frottole decadute oggi. Ma iniziamo da questo:

– Siamo travolti da un Vajont di dati catastrofici sulla nostra economia.

– Siamo gli ultimi in Europa in quasi tutto: PMIndex, innovazione/tech, crescita salari, infrastrutture, la crescita PIL reale è a quasi zero e la crescita prevista è un miserabile 0,6% nel 2019.

– Infatti siamo proiettati al 2024 come ancora gli ultimi in UE e molto sotto la Spagna.

– Siamo gli unici del G7 a non aver mai recuperato ai livelli pre 2008.

– Siamo dietro a Polonia e Repubblica Ceca per produttività.

– L’export dei nostri marchi è in calo persino con la Germania.

– Le aziende del Nord Italia non solo neppure si sognano di parlare di “Relocation” (che è il processo di riportare in patria i posti di lavoro che avevano esportato a Est), ma stanno di nuovo scappando in Slovenia piuttosto che sborsare per il Decreto Dignità di un governo di stolti che gli impone solo quei costi, mentre non gli crea nessuna economia per poterli pagare, perché Lega e 5S dopo le strombazzate si sono messi a stuoino di Bruxelles, e sulle tasse hanno tolto i centesimi del caffè.

Poi ce ne sarebbe da arrivare a Pasqua a scrivere. I ristoranti sono pieni, certo, i ragazzini spendono, certo, e tutti questi non pensano a, né sanno, un cazzo. La realtà è che l’Italia sta vivendo su un immenso debito, e non parlo del Debito Pubblico, ma della legge economica inconfutabile secondo cui chiunque, come appunto la maggioranza degli italiani, campi bene mangiando sull’immenso risparmio nazionale, sta mangiando soldi che sono stati il debito di altrettanti italiani. E dove si va a finire per sta strada? Ovvio.

Poi certo, rimane sacrosanto l’assioma che siamo conciati così per colpa della Moneta Unica Euro (non riscrivo qui il mio lavoro di 10 anni). Ma è proprio qui che arrivo al punto.

Otto anni fa fu legittimo chiamare a raccolta gli italiani per insegnargli come uscire dall’euro in ’10 facili mosse’. Lo facemmo spiegando la MMT in conferenze, e io in Tv più libri, e fu un notevole successo, ma attenti: il mondo di 8 anni fa era letteralmente un altro pianeta. I cambiamenti oggi in fase di fulminea evoluzione sono colossali, e oggi tornare alla carica per uscire dal criminale euro con i grafici e le formulette sintetiche della Prof.ssa Stephanie Kelton e del Sig. Warren Mosler, o con le conferenzine del Sovranista di turno col Power Point, non è più neppure pallidamente sufficiente.

Ma, chiederete, cos’è cambiato? Inizio dalla prima evidenza macroscopica.

Brexit.

Pochi giorni fa ho scritto a due massimi economisti MMT, cioè Marshall Auerback e Warren Mosler, una mail dove esponevo i seguenti concetti qui sotto riassunti:

So benissimo che uscire dall’Unione Europea e dalla Moneta Unica sono due sfide enormemente diverse, la prima molto più intrattabile. Ma non esistono dubbi che la grottesca e davvero agghiacciante agonia persino di una Superpotenza come la Gran Bretagna a fronte del potere di fuoco di Bruxelles e della ansie degli investitori, cioè Brexit, abbia mandato a ogni singolo europeo, soprattutto agli imprenditori di ogni stazza esistente, un segnale di panico al solo pensare a qualsiasi proposta che contenga il suono “exit”…”

 “E questo ha una sua ragione però. In effetti nessuno nel 2016 si sarebbe immaginato fino a quali profondità, in ogni sfera del vivere di un Paese, una rottura con la UE e le ansie degli investitori avrebbero provocato 1)crisi di fiducia, 2) intrattabili intrichi legali capaci di protrarsi per anni o decenni 3) fibrillazioni politiche interne, 4) e concreti danni per miliardi…

Se, dopo quanto sopra, voi economisti MMT vi ripresentaste oggi in Italia, per poter essere presi sul serio su eur-exit dovreste saper rispondere a un volume di domande mille volte quelle che vi furono poste dal 2011 al 2014”.

Per essere oggi presi sul serio nel pronunciare un suono “exit”, anche solo parlando di Moneta Unica, voi e noi dovremmo confrontarci in sessioni di altissimo livello con tutti i maggior attori economici di questo Paese. E parlo di: banche, fondi comuni, lavoratori del settore pubblico e comparti occupazionali privati, grandi e piccole/medie imprese di ogni sorta, settore energetico, esportatori, agricoltori e interessi regionali con relative filiere produttive, sindacati, operatori del turismo, università e settore Tech, investitori e risparmiatori domestici di ogni portata, legislatori, ministeri e aziende di Stato, et al…

Li potremmo convincere anche solamente a iniziare a considerare un suono “exit” solo se noi e voi sapremo sederci in lunghi, costosi (!), tavoli dove dovremo rispondergli su ogni singola domanda – e saranno complessissime – per convincerli che esiste anche solo una moderata speranza di farcela fuori dall’euro, conciati come già siamo. E farcela considerando che questo Paese navigherà in un mondo che è un altro pianeta rispetto a solo 8 anni fa….”

Non meniamo il can per l’aia: qui si tratta di saper raccontare all’Italia intera esattamente chi vince e che cosa se si esce dall’euro – sperando che davvero la bilancia penda nei calcoli dalla parte sovranista – poi chi perde e in quanti perderanno, e la somma realistica dei prezzi, e per quanto tempo stimato i cittadini dovranno sopportarli. Incontri serrati, attore economico dopo attore economico, politico dopo politico, quindi una squadra MMT decuplicata rispetto al ‘facile’ 2011. Domanda: la potreste mettere assieme?”.

Prima di elencare altri fattori fra quelli che hanno totalmente cambiato le carte in tavola per un eur-exit, penso a cosa invece sta facendo il Sovranismo monetario nostrano in questo momento. Allora: per decenza umana – neppure parlo di un tipo di decenza superiore, come quella intellettuale, ma proprio quella di base – dal termine Sovranisti vanno oggi epurati Lega, Salvini e i vergognosi suoi economisti Pippo&Baudo. Cioè, c’è un limite all’indecenza, ok? La Meloni ha il know-how per uscire dall’euro di un criceto, Liberi & Uguali oltre a essere microscopici sono per ora non pervenuti. Quindi chi rimane in Italia? I gruppetti Sovranisti o formazioni politiche dello 0,2% circa. E questi che fanno? Stanno pensando forse di iniziare a costruire uno schieramento di esperti in grado di fare ciò che ho descritto sopra? Ma per favore.

Insistono nell’errore madornale di credere che ‘blogghett-ando’, ‘Social-ando’, e ‘conferenzin-ando’, hanno delle chance nell’era di Brexit di convincere un Paese moderno, e le sue imprese, a prendere di petto Bruxelles stracciandone i Trattati più centrali. E purtroppo la stessa cosa stanno facendo quelli della MMT. Addirittura, e credetemi mi duole dirlo, un economista della stazza di Marshall Auerback mi ha risposto liquidando la colossale vicenda Brexit come “colpa dell’incompetenza della May” e spedendomi un suo articolo sulla crisi della Moneta Unica che è una delle più banali e antiquate semplificazioni di ciò che sta accadendo qui che io abbia mai letto. Mi sono cadute le braccia.

Ma veniamo al resto di ciò che ha cambiato tutto rispetto al 2011.

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Nel 2011 alla domanda “e i disoccupati?” era possibile rispondere con la formuletta MMT dei Programmi di Lavoro Garantito (PLG) gestiti dallo Stato per formare ogni disoccupato, dandogli un lavoro in attesa che poi il settore privato recuperi a sufficienza per riassorbirli tutti. Ma:

1) In quegli anni non era ancora esplosa la fulminante rivoluzione delle Nuove Tecnologie e delle Artificial Intelligence. Ora tutto è diverso, e ditemi realisticamente che mezzi avrebbe lo Stato italiano sovrano nella moneta oggi per davvero prendersi, ad esempio, un magazziniere disoccupato e formarlo con un lavoro di Stato negli Smart Logistic Networks zuppi di Artificial Intelligence (spiegati qui), ma che sono la realtà e futuro di qualsiasi azienda competitiva? Lo Stato italiano manco sa cosa sono gli Smart Logistic Networks, e allora quale azienda si prenderebbe oggi un disoccupato formato dai PLG di Stato a sistemi da anni ’90? Lo stesso vale per molti altri mestieri dove almeno le basi della Machine Learning stanno diventato pane quotidiano.

2) In quegli anni la Cina sembrava destinata a tirare come un toro l’intero mondo sia esportandoci a bassi costi, sia comprandoci montagne di cose. Quindi il settore privato italiano poteva supporre uno stato di salute tale da davvero riassorbire almeno una parte dei lavoratori alimentati dai PLG di Stato. Oggi la Cina non solo è piantata e nessuno davvero sa come, e se mai, ripartirà come prima (si veda anche lo stallo improvviso del suo faraonico progetto multi miliardario della Nuova Via della Seta), ma è in guerra di dazi con Trump, e non se ne vede la fine. Ci saranno delle tregue, ma non la fine. E’ ormai noto che persino l’economia tedesca si sta arenando per questi motivi, e Berlino ha ammesso che nel 2019 la sua crescita sarà la più bassa da 6 anni. Ribadisco: se cala la Germania, sono ancora batoste per le aziende italiane, poi ci mettete il fattore Cina e altro che assumere quelli del PLG in un settore privato italiano fiorente.

E allora, detto tutto ciò, dove finisce la facile formuletta 2011 del “Disoccupazione? C’è il PLG, no problem” della MMT?

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Nel 2011 l’idea di un’Italia giacobina, cioè clamoroso e isolato esempio di rottura dai sistemi globalisti sovranazionali, ci esaltava, ci sembrava plausibile anche nel terzo millennio. Oggi invece abbiamo sul tavolo le evidenze agghiaccianti di come l’isolazionismo nel XXI secolo, anche se giusto in linea di principio, venga macellato senza pietà, addirittura peggio che in epoche passate. Grecia, Argentina, Venezuela, Gran Bretagna e persino gli Stati Uniti sono esempi alla mano. Neppure Donald Trump, pensateci, è riuscito a isolare davvero l’America fuori dalla NATO, WTO, NAFTA, Delocalizzazioni, dipendenza dal petrolio di altri e fuori dalle trappole del Medioriente (ammesso che lo volesse davvero). Per non parlare appunto di Brexit.

Ora immaginate in questo contesto le prescrizioni di come uscire dall’euro in ‘10 facili mosse’ di Warren Mosler applicate all’Italia del 2019, quando attorno a lei verrebbe fatto il doppio della terra bruciata che in queste ore si sta facendo attorno alla Gran Bretagna. In soli 8 anni è cambiato tutto. Ciò che trapela da Grecia, Argentina, Venezuela, Gran Bretagna e persino dagli Stati Uniti è che adesso ogni vagito di isolazionismo sarà opposto con una ferocia, e con una coesione dei Poteri e degli investitori, senza precedenti nella Storia contemporanea. E spiace dirlo, ma qui né gli italici sovranisti né la MMT americana hanno risposte neppure lontanamente adeguate in caso di Ital-exit dall’euro e conseguente, quanto certo, attacco ‘nucleare’ contro un isolazionismo monetario di Roma, un attacco che solo 8 anni fa sembrava impossibile.

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Nel 2011 (e poi mi fermo, perché se no devo scrivere un libro) l’Occidente aveva aperto tutte le bocche di fuoco per uscire dallo storico crash del 2008. In particolare, non si dimentichi mai, l’euro ricevette una spinta atomica dal celeberrimo “Whatever it takes”  di Mario Draghi pronunciato nel luglio 2012, a cui poi seguirono altre tre propulsioni nucleari dell’economia europea chiamate LTRO, TLTRO e QE. Altrove nel mondo, come detto prima, sembrava che la Cina decollasse per l’iperspazio, il mercato del petrolio era abbastanza stabile, il costo del denaro era quasi a zero ovunque da noi, l’America neppure immaginava l’arrivo di Trump, le rinnovabili promettevano magie fra 5 minuti, e le Nuove Tecnologie e Artificial Intelligence (pur essendo una realtà che davvero c’è) infondevano un ottimismo un po’ troppo galoppante fra gli investitori e le aziende. La MMT e i Sovranismi avevano un senso in quei contesti. Il perché lo capite qui sotto.

Siamo al 2019 e ogni singolo punto sopra è, o collassato, o ha cessato di funzionare, o è instabile, o non ha mantenuto le promesse, o ha decisamente peggiorato l’economia globale. La realtà che un’Italia fuori dall’euro dovrebbe adesso affrontare è che, anche immaginando un suo magico successo (che ho già incrinato nei punti precedenti), essa si troverebbe sovrana nel mezzo di una stagnazione globale forte, e di una stagnazione europea tragica. Sulla UE in particolare va detto questo: Mario Draghi finisce il mandato da pietoso buffone che tenta di tenere i pezzi della sua faccia incollati fra loro di fronte alle telecamere delle conferenze stampa, ma la realtà è che l’Eurozona è cresciuta allo 0,2% (!!) nel 2018 e cioè l’esatta metà della previsioni del Mario, e aspettate: lo 0,2% è precisamente la sua crescita mediana per almeno 7 anni prima, con nel bel mezzo una Germania che, sì, esatto, è nel pantano.

Ma qualcuno là fuori si rende conto che, dietro gli imbarazzanti titoli dei quotidiani, la realtà è che la Deutsche Bank è FALLITA? (Paolo Barnard lo diceva alla Gabbia 4 ani fa) Si parla di un suo bail-out di Stato attraverso una fusione con un’altra ex ammiraglia tedesca, la Commerzbank, che è solo di poco messa meglio. Lasciate perdere la reazione da cortile della serie “gli sta bene a ste merde tedesche” o l’altrettanto miope “ma allora motivo in più per uscire dall’euro!”. Non è solo la super banca che affoga in Germania, sono anche i posti di lavoro giovanili e le infrastrutture. Ciò che questa storia ci racconta è che, sveglia!, il Pianeta è in recessione. E allora venendo all’Italia Sovranista o MMT, che cazzo credete che faremmo noi unici a sventolare la nuova Lira nel mezzo di un mare di lacrime? Non era questo il quadro nel 2011-12-13-14-15.

La MMT delle formulette del 2011-2 di Kelton o Mosler, o sti Sovranisti, ci saprebbero convincere, e saprebbero convincere “banche, fondi comuni, lavoratori del settore pubblico e comparti occupazionali privati, grandi e piccole/medie imprese di ogni sorta, settore energetico, esportatori, agricoltori e interessi regionali con relative filiere produttive, sindacati, operatori del turismo, università e settore Tech, investitori e risparmiatori domestici di ogni portata, legislatori, ministeri e aziende di Stato” che con la moneta sovrana ma in quel mare di lacrime e stagnazione sia globali che UE – e dopo aver sofferto una guerra spietata e pagato prezzi alti – lo stesso un’Italia sovrana sarebbe un passo avanti?

Se sì, ne sono felice, ma oggi qualunque gruppo Sovranista e qualsiasi MMTista è chiamato, se vuole essere preso minimamente sul serio, a rispondere, dicevo, non alle 20 domande del 2011, ma alle 2.000 domande serissime del nuovo pianeta Terra nel 2019, proprio perché c’è recessione, paura, precarietà che stanno dilagando. E attenti: questa recessione è peggio del crash del 2008. Semplice: un crash è un danno una tantum, una recessione globale è sistemica, lunga e infiltrante. Ben altri guai.

E allora lo dico chiaro: o io parlo a interlocutori ferrati che spaccano un capello con uno sguardo su tutte quelle 2.000 domande, e lo si fa davvero in almeno due anni di intensivi come descritti all’inizio dell’articolo, oppure vi consiglio di prendere Sovranisti e MMTisti che ancora vanno ‘blogghett-ando’, ‘social-ando’, e ‘conferenzin-ando’, e tirare lo sciacquone. Ne va proprio del minimo di serietà politica, economica e morale che io conosca.

Io sono Paolo Barnard, forse il primo in Italia 10 anni fa a buttare tutto se stesso sui media a favore del Sovranismo MMT per uscire dal criminoso euro. Ma io ho una coscienza dialettica, io rispondo in primis a quella coscienza. E ora vedo che quasi tutto è cambiato, e vedo che se oggi anche solo si contempla di abbandonare la Moneta Unica va fatto ben altro e con forze centuplicate, come racconto in questo articolo e con le motivazioni. Io non sono arroccato su ricettine divenute fasulle come i Rinaldi, Mori, Zoccarato, Fassina, o i Palma per scavarmi un posticino pubblico mentre mando alla rovina il pubblico per voluta ignoranza. Ok?

Ci sarebbe tantissimo altro da aggiungere, ma in questo spazio ho solo potuto dare un’idea delle sfide con alcuni esempi. A voi il compito: THINK.

Il Commento, Politica

Lo certifica Urbani. “Forza Italia è finita” “E’ necessario dirlo per non prendere più in giro nessuno”. Dunque fatevene tutti una ragione.

Interessante intervista del Prof. Urbani, tra i fondatori di Forza Italia nel 1994. Urbani parla senza peli sulla lingua e anticipa la fase finale del movimento della rivoluzione liberarale mancata. Certifica la fine di Forza Italia e bolla come velleitaria la decisione di Berlusconi di candidarsi alle prossime elezioni europee del 26 maggio. Nonostante siano chiari gli elementi che inevitabilmente porteranno alla scomparsa di Forza Italia dopo le elezioni europee, ancora in troppi non si rendono conto di questo epilogo imminente e pensano di costruire future amministrazioni locali con basi politiche che avranno la solidità per la sola durata della campagna elettorale. Quello di Urbani pare un appello rivolto anche alla modesta dirigenza interna del partito di Berlusconi che pensa di sopravvivere al partito personale e aziendale del Cavaliere. Mi verrebbe da dire: “Fatevene tutti una ragione” cominciate a pensare di trovervi un lavoro onesto.

«Forza Italia è finita». E la ridiscesa in campo di Berlusconi? «Puramente velleitaria, lui non ha più le caratteristiche potenziali per vincere. Solo per dirne una, la sua ricchezza, che è un pesante, direi deleterio, handicap». Giuliano Urbani, politologo, tra i fondatori nel 1994 di Forza Italia, di cui elaborò il programma istituzionale, due volte ministro nei governi Berlusconi, Funzione pubblica e Beni culturali, ha deciso di rompere il silenzio che si è imposto per anni sulle avventure politiche del Cavaliere e del suo partito. «Ci scherzavo molto con Massimo D’Alema, che mi invitava a dire pubblicamente quello che pensavo. Ma gli ho sempre risposto picche, perché loro, quelli di sinistra, non se lo meritavano, neppure loro avevano le carte in regola per governare. .. A questo punto però mi sembra necessario dirlo, dobbiamo dirlo e dircelo che Forza Italia è finita. Nessuno più va illuso».

Domanda. Il presidente Berlusconi si ricandida alle Europe e lei lo massacra.

Risposta. Io gli faccio tanti auguri, l’amicizia per me viene prima di tutto, ma il suo desiderio di non farsi dimenticare, di restare in gioco non può far velo alla sua razionalità. Oggi lui manca di tutte le caratteristiche potenziali per dar vita al movimento politico che ha in testa. Forza Italia è finita, lui non può rivitalizzarla. Magari alle Europee gli riesce anche di portarla al 12%, ma il miracolo di farla diventare partito a vocazione maggioritaria, quello no. Impossibile.

D. Perché Forza Italia è finita?

R. Tutto è in crisi, in transizione. L’Italia di oggi non ha nulla a che vedere con quella del ’94. Per usare un’immagine popolare, il Paese non è più quello di Peppone e Don Camillo. Quando facemmo Forza Italia lui combatteva i discendenti di Peppone e sperava nell’aiuto degli eredi di Don Camillo. Ora sono spariti tutti dalla scena. Contare su di loro e sulla loro contrapposizione significa contare sul nulla. E poi Berlusconi ha anche il peso degli anni di governo.

D. In che senso?

R. Molti dei problemi che animano la vita politica del Paese sono addebitabili, a torto o ragione, anche a lui. Faccio l’esempio del deficit e del debito italiani: nel ’94 poteva dire che lui non c’entrava niente, che li avrebbe raddrizzati. Oggi non può più dirlo. Per non parlare poi delle diseguaglianze pazzesche che ci sono nella società.

D. Anche quelle colpa di Berlusconi?

R. Ma no, solo che ne momento in cui 23 persone fisiche detengono oltre la metà delle ricchezze del pianeta per lui essere un signore ricco è un handicap grave, direi deleterio. E come fa ad occultare la sua ricchezza? In un paese come l’Italia, pieno di disperati, delusi, disoccupati…

D. Nel ’94 la sua ricchezza fu un’arma vincente, Berlusconi incarnò anche il sogno di tanti italiani di potercela fare, rappresentò la speranza che un imprenditore diventato così ricco potesse fare la fortuna del Paese.

R. Vero, ma era il ’94. Ora nessuno più ci crede.

D. Eppure Forza Italia è data intorno al 10%.

R. E con Berlusconi alle Europee potrebbe anche arrivare al 12%. È un risultato tutt’altro che disprezzabile, ma per fare quello che il Presidente ha in testa ci vuole il 51%. Siamo distanti mille miglia, non c’è speranza di recuperare.

D. Anche nel ’94 fu una scommessa.

R. Quando nascemmo avevamo la speranza di poter contare nel Paese e avevamo contezza degli umori della popolazione. La nostra era una scommessa ma dotata di senso e retta da un programma. Poi per fare il governo abbiamo dovuto mettere dentro cani e porci. E l’abbiamo pagata a caro prezzo. I cani e i porci hanno cominciato a litigare e la rivoluzione liberale se ne è andata a quel paese.

D. Ma lei quando si è reso conto che non andava come doveva?

R. Me ne sono accorto subito. Da politologo e liberale ho visto quello che succedeva. Ho fatto quello che potevo sul fronte della politica culturale, su quello istituzionale invece non sono riuscito: per due volte siamo arrivati ad avere il 45% ma non il 51% che serviva. Sarebbe cambiato tutto, avremmo avuto la classe politica e dirigente capace di cambiare il Paese.

D. Cosa è mancato?

R. Mi viene in mente adesso il mio amico Pinuccio Tatarella, con il quale all’università ci eravamo scambiati sonori ceffoni perché lui era del Fronte della gioventù, io ero liberale. Poi è diventato liberale pure lui. Ma è stata l’eccezione… questo per dire che non c’è stata la maggioranza che serviva per non dover pagare i pedaggi che poi invece abbiamo dovuto pagare ai vari Fini, Bossi, Casini, ai vari gruppi minoritari dei gruppi parlamentari. Siamo riusciti a tenere insieme gruppi e gruppettari ma non nel miracolo di dargli una bandiera e una cultura uniche. Abbiamo formato dei governi ma non siamo andati oltre. È stata la nostra sconfitta.

D. Per tanti anni è stato in silenzio sulle vicende di FI.

R. Ci scherzavo con Massimo D’Alema, che sapendo come la pensavo mi spronava a dire la mia ma gli ho sempre risposto picche, perché loro, quelli di sinistra, non se lo meritavano, neppure loro avevano le carte in regola per governare. Ora invece mi sembra necessario dirlo, dirlo e dircelo, per non prendere più in giro nessuno. Noi sappiamo che quella storia è finita, FI è finita. L’Italia è a pezzi, pure l’Europa lo è. È cambiato tutto.

D. Intorno all’Europa si potrebbe costruire l’alternativa politica per le prossime elezioni. Da FI e Pd pare il tema dominante.

R. Sarebbe uno slogan fallimentare, sono partiti allo sbando, ma come pensano di produrre una politica da contrapporre al governo giallo-verde? L’Europa prima cambia e meglio è. È nata male, sotto la guida dei tedeschi che non volevano più Europa ma solo più paesi da annettere sotto la loro guida. Ed è cresciuta peggio, non riesce nemmeno a condurre in porto una nave di disperati allo sbando nel Mediterraneo, altro che il sogno di Spinelli. È la testimonianza di un fallimento. Fa ridere i polli che su queste basi possa nascere un partito europeista…

D. Si aspettava che dalla fu Lega Nord di Umberto Bossi potesse nascere una Lega nazionale, che sfonda al Sud e che potrebbe inglobare Forza Italia?

R. Non me lo aspettavo minimamente, ma devo ammettere che Matteo Salvini, davanti all’evanescenza dei vecchi partiti, ha saputo sfruttare la forza protestataria del suo partito per rappresentare l’elettorato deluso, che non ce la fa più. Ha grandi capacità.

D. Per quanto tempo avrà il vento in poppa?

R. Per adesso, e fino a tutte le elezioni europee comprese, non vedo problemi per Salvini. Anche se di errori ne ha commessi, ma l’assenza di alternative fa tanto.

D. L’errore più grosso?

R. La mancanza di una politica positiva nei confronti degli immigrati, dell’Europa stessa. È molto bravo nel rappresentare chi protesta, i delusi, coloro che vogliono ritornare a essere padroni a casa propria, che non vogliono lo strapotere della Merkel o di Macron. Nessuno come lui rappresenta questi umori della popolazione. Ma questo a lungo andare non basta, serve qualcosa di positivo e propositivo.

D. I sondaggi registrano una cerca disillusione nell’elettorato del Nord verso Salvini.

R. Perché servono anche risposte di altro tipo, positive, e ci sono aspettative anche sul fronte economico. Ma non dimentichiamo che noi votiamo con il sistema elettorale maggioritario, per cui al Sud la Lega è fortissima perché sta conquistando elettori e al Nord sta conquistando seggi. Salvini è al limite di una maggioranza relativa.

D. A chi ruba voti Salvini?

R. Li prende dal vecchio Pd e dall’elettorato che faceva riferimento alla Dc.

D. E FI che partita può giocare?

R. Nessuna. Quella di Berlusconi, lo ripeto, è un’operazione velleitaria.

D. Ma delfini all’orizzonte capaci di ridare slancio al partito?

R. Guardi è proprio sbagliato parlare di eredi per uno come Berlusconi. Io ho perso ogni speranza anni fa, Berlusconi non sopporta delfini o potenziali numeri uno. FI l’ha sempre considerata una creatura a sua immagine e somiglianza. E poi, anche se ci avesse pensato, non ci ha mai lavorato, non ha mai coltivato un erede.

D. Matteo Renzi per caratteristiche poteva essere l’erede del Cav?

R. Renzi poteva essere tante cose, lui è quello del 40% dei voti alle Europee divenuto il 20% nel giro di pochi mesi.

D. Come spiega questo prosciugamento repentino di consensi?

R. Per molto tempo non sono riuscito a spiegarmelo, sembrava avesse le caratteristiche del leader del futuro. Poi ho visto il documentario che ha fatto su Firenze. Lì mi si è aperto un mondo.

D. Cosa le ha svelato il docufilm su Firenze?

R. Firenze è una delle città più importanti al mondo nella storia. Lui ne è stato sindaco e ne ha fatto una rappresentazione di una banalità e piattezza spiazzanti. Allora ho capito. L’uomo era stato miracolato all’epoca del 40%, poi il miracolo è finito, la bolla è scoppiata ed è tornato al suo peso reale.

D. Professore, lei ha votato a favore del referendum per la riforma istituzionale di Renzi, giusto?

R. Sì, era bruttina, ma anche altre lo erano state. Meglio però votare sì, per il Paese comunque sarebbe stato un passo avanti. Ma Renzi non fece nulla per vincere quel referendum.

D. Torneremo dopo le Europee a parlare di centrosinistra e centrodestra?

R. Se lei immagina un ritorno al bipolarismo, lo escluderei per i prossimi dieci anni almeno. Ci aspetta una fase storica di fibrillazione continua, non vedo aree dell’elettorato consolidate e solide. Ad eccezione della Lega, che ha una sua egemonia dovuta anche alle debolezze altrui, io intravedo un ulteriore sbriciolamento degli attuali partiti. Del resto è così anche in altri paesi europei. Se pensiamo che in Francia c’è un leader come Emmanuel Macron che fa il gradasso e che è lì con il 24% dei consensi…

Fonte: Italiaoggi.it (qui)

Europa, Il Commento, Politica

Salvini: “L’Europa è un bellissimo sogno, la cambieremo dall’interno”. Forse anche la modalità è un sogno.

Queste le recenti dichiarazioni riprese il 3 dicembre dall’AGI e rilasciate dal Vice Presidente del Consiglio e ministro dell’Interno, Matteo Salvini. Si avvicinano le elezioni europee ed un’ottica di posizionamento morbido nei confronti delle istituzioni europee segnale per arrivare ad una tregua armata. Ma sappiano tutti che le istituzioni europee non si cambiano dall’interno, le istituzioni si cambiano modificando i trattati, e comunque con l’adesione dei paesi membri. Ed ad oggi questa opzione è chiaramente impraticabile. Se non si riesce ad approvare una manovra di bilancio espansiva quanto basta per riavviare l’economia stagnante, come si può credibilmente pensare che l’UE possa essere cambiata dall’interno?

“Il nostro obiettivo è entrare in queste istituzioni per ridare vita a un bellissimo sogno”. Lo dice Matteo Salvini parlando con i giornalisti al Parlamento europeo. “Vogliamo cambiare dall’interno l’Europa e ridare sangue nelle vene di una Europa che si è sclerotizzata da decenni – ha detto il vicepremier – perché amministrata dalle stesse formazioni e dalle stesse facce e che dovunque si vota viene bocciata”.

Secondo Salvini “è stata messa al centro la finanza e l’economia virtuale invece dei posti di lavoro veri che sono saltati”, mentre “il nostro obiettivo è entrare in queste istituzioni per ridare vita a un bellissimo sogno, il sogno europeo, che è un bellissimo sogno. Adesso basta chiedere ai greci o ai disoccupati spagnoli o italiani e ai francesi in questi giorni in cosa si è trasformato questo sogno”, ha aggiunto.

Fonte: agi.it (qui)

Il Commento

Siamo di fronte ad una svolta rivoluzionaria o all’ennesima edizione del gattopardo? Quali possibili conseguenze possono derivare dal 2,4% di deficit?

Con drammi e patemi d’animo degni della miglior commedia all’italiana, la manovra del popolo è divenuta finalmente realtà mettendo in scacco la linea-Tria con un roboante deficit di bilancio programmato del 2.4%. All’interno della fredda percentuale galleggiano i fantasmi del reddito di cittadinanza, la riforma delle pensioni (fatidica quota 100), l’avvio della riforma tributaria e la cosiddetta pace fiscale tra Stato e debitori. More solito, i provvedimenti del governo gialloverde hanno scatenato le reazioni bavose dell’establishment liberal-europeista, a ruota seguiti dai fedeli cani da cortile del giornalismo perbene e moderato. Non staremo qui ad annoiare il lettore: tra evocazioni spettrali del terribile spread, giugulatorie piangenti per il crack prossimo venturo dell’INPS e conati pieni di livore dei nostri Hayek alla matriciana il materiale è tanto e tale da riempire le infinite pagine del bestiario nazionale. Dedichiamo il nostro tempo ad altro. Dal punto di vista politico, il provvedimento finanziario dell’esecutivo Conte rappresenta una novità? Quali possibili conseguenze possono derivare dal 2,4% di deficit? Siamo di fronte a una svolta rivoluzionaria o all’ennesima edizione del gattopardo?

A nostro modesto avviso, la manovra del popolo non è altro che un atto di interlocuzione, una pausa delle operazioni belliche in vista di una battaglia probabilmente decisiva ancora al di là dal venire. Spieghiamoci meglio. Il deficit al 2,4% si inserisce in perfetta continuità con la dinamica degli ultimi dieci anni, risultando addirittura inferiore alle perfomance del dottor morte Monti (all’epoca non si ricordano vesti stracciate e pianti da parte dei nostri media, ma si sa, la coerenza dei fatti fa sempre a pugni con il vento dell’opportunismo). Siamo ancora entro i parametri di Maastricht, smentendo dunque i malumori della commissione Juncker. In sostanza, non esiste soluzione di continuità tra l’ultima finanziaria Padoan e la prima Tria. E lo spread? E la volatilità dei mercati?

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Qui casca l’asino, nel senso che Imercati – rigorosamente attaccati e in maiuscola come si suole con le divinità – possono avere tanti difetti, ma scemi non sono e certo non vanno dietro ai timori da educande della nostra stampa. Il differenziale tra btp e bund tedeschi, infatti, sconta il rischio di uscita dell’Italia dall’euro, compensando ex ante la possibile ridenominazione in nuove lire dei titoli di stato con conseguente svalutazione per il creditore estero del capitale. Come sempre, è un fatto politico, a maggior ragione esasperato dalla prossima fine del quantitative easing e dal fine-mandato di Mario Draghi. Il Regno Unito ha prodotto per anni corposi deficit di bilancio, come del resto realtà con debiti pubblici monstre come USA e Giappone, ma nessun finanziere ha mai speculato sui titoli di quei paesi per il semplice fatto che la sovranità monetaria copriva totalmente ogni rischio di insolvibilità. Non disponendo di una banca centrale prestatrice di ultima istanza – come il piano Savona prevede e nessuno in Ue realmente vuole… – risulta invece un gioco da ragazzi speculare su nazioni ridotte al rango di debitori insolventi.

Il problema fondamentale resta quindi l’euro, costruzione folle e criminale frutto di trent’anni di subordinazione della Repubblica ai diktat dell’asse franco-tedesco. Non si spiega altrimenti come e perché misure non certo leniniste come la riforma pensionistica e il reddito di cittadinanza (cioè una riforma del contributo di disoccupazione) debbano mettere in ambasce le piazze finanziarie e ricattare le scelte politiche di uno stato come l’Italia, in grado nonostante tutto di avere una bilancia dei pagamenti in attivo e mantenere un grado di ricchezza delle famiglie tra i primi al mondo nonostante due recessioni di gravità inaudite. In questo scenario, la manovra risulta interlocutoria proprio perché tenta, all’interno dei vincoli imposti dall’unione monetaria, da un lato di rianimare per quanto possibile il mercato interno e dall’altro evidenzia non andando oltre la condizione di colonia a cui s’è ridotta la patria. Inoltre, se un provvedimento sì moderato trovasse comunque i falchi di Bruxelles contrari e pronti alla procedura d’infrazione, il governo e le forze politiche che lo compongono avrebbero ottenuto un duplice successo: evidenziare la dittatura U€ (e con le europee a maggio non è certo poco) e portare, nel caso estremo ma non del tutto improbabile, a uno scontro totale tra Roma e Berlino con esiti pressappoco esplosivi per la moneta unica.

Il tanto rumore per nulla dei nostri media seri e boriosi ci permette di concludere con un’ultima riflessione. Più il malessere degli italiani si trasforma in fiducia nelle forze populiste, interpreti nonostante tutto di un genuino odio di classe nei confronti degli affamatori degli ultimi trent’anni, più emerge il livore e la miseria umana e morale di tutta una classe, quella del grande capitale italiano, che non riesce a pensare il proprio ruolo dominante al di fuori delle logiche di sfruttamento, svilimento e alienazione. Gli straccioni con mille zeri in banca sono oggi in grado di tifare spread – cioè la completa colonizzazione dell’Italia alla finanza internazionale sul modello della povera Grecia – pur di non dividere financo le briciole con le classi del Lavoro che sono la vera e unica forza produttiva del paese. A simil marmaglia, e ai loro inutili megafoni propagandistici, presto o tardi occorrerà tagliare gli artigli, pena la stasi e la fine di qualunque programma di liberazione nazionale.

Fonte: lintellettualedissidente.it (qui) Articolo di A. Romani del 29 settembre 2018.

Il Commento

Calenda (Pd), Borghi va fermato. Emerge lo spirito totalitario del collaborazionista catto-comunista delle élite finanziarie pronte alla guerra speculativa. E Borghi lo denuncia.

Dopo le dichiarazioni del leghista Borghi su “impegni Ue da rispettare”, interviene l’ex Ministro Calenda, da poco aderente al PD, ma già alla ricerca di un ampio schieramento pro-Europa. Tanto che già nel febbraio 2018 partecipò alla convention di + Europa e dichiarò: “Ho creduto nell’operazione dall’inizio”. Ed Emma Bonino, dal palco di una nota discoteca romana allestita a teatro della kermesse di +Europa, si rivolse direttamente a Carlo Calenda rammaricandosi di non averlo convinto a candidarsi con lei, la voce di un militante radicale si leva forte e chiara dalla platea tra brusii di approvazione. E Calenda parlò di un'”Italia seria che sfida un’Italia cialtrona”. Ma che già si potrebbe tradurre in Italia sottomessa (quella seria filo establishment) all’Europa che sfida un’Italia libera (quella cialtrona che si è ribellata agli aguzzini in stile Calenda).

L’ex Ministro non nasconde la sua chiara impostazione da eurista convinto, da neoliberista funzionale agli speculatori finanziari che comandano l’Europa delle banche. Un campione di cialtronismo “democratico” che si è ritagliato, nel deserto delle leadership della sinistra, il ruolo di cane da guardia, un attore mancato, che recita insultando gli avversari. D’altronde lui stesso ha riconosciuto di essere una cane come attore. Un “democratico” modello, perché ritiene validi i principi costituzionali solo se il popolo, vota per il mondialismo, per la politica delle porte aperte in tema di immigrazione, o delle privatizzazioni a favore degli amici imprenditori che poi dietro le quinte finanziano le fondazioni di riferimento. Ora il leader-attore radical-chic addirittura vorrebbe “fermare” il presidente della Commissione bilancio della Camera, Borghi. Ma come? L’ex Ministro, nel disperato tentativo di difendere le élites, a cui la sinistra si è consegnata, sfoggia l’arma del totalitarismo ipocrita del cattolicesimo-comunista. Al grido il popolo è ignorante, ha sbagliato a votare. Questo Governo deve essere fermato a tutti i costi. Il motivo? Lo vuole il mercato, non i piccoli risparmiatori usati come scudi umani, ma le corporation interne ed estere, i fondi esteri speculativi, che detengono i pacchetti di controllo delle imprese italiana. Elites che non si sentono garantite dal Governo del popolo e che si lanciano in una guerra non convenzionale. E come tale, il Governo del popolo sovrano dovrà adottare misure eccezionali, pena la perdita della democrazia. Un altro colpo di Stato finanziario il nostro paese non lo potrà sopportare. Nota finale Borghi denuncia Calenda.