Inchieste, Salute

Salute Spa. La privatizzazione della sanità.

Dieci milioni di italiani non si fanno curare perché costa troppo, mentre entro 5 anni 14 milioni di cittadini rimarranno senza medico di famiglia. Chi sono i nuovi padroni della salute? Perché la sanità pubblica garantisce coperture sempre inferiori, spingendo i cittadini che hanno bisogno di curarsi nelle mani del privato? Chi spinge verso un modello sanitario nel quale i nuovi mercanti della salute stabiliscono chi può curarsi e chi deve arrangiarsi? La salute è il business del futuro, a dirlo è un documento UE. Tutto quello che non avremmo voluto sapere, lo ha messo nero su bianco Francesco Carrara, autore insieme a Massimo Quezel di “Salute SpA – La sanità svenduta alle assicurazioni”.

Fonte: Facebook

Inchieste, Stampa

Sole 24 Ore, Consob: manipolavano i dati di una gestione malata. L’accusa all’ex direttore Napoletano e all’ad Treu.

ESCLUSIVO. Le 56 pagine che accusano l’ex direttore di essere intervenuto con l’ad in maniera diretta per manipolare i dati di diffusione. E che fanno la radiografia di una gestione malata.

Conti truccati fin dal 2013, una strategia sistematica di manipolazione dei dati della diffusione del giornale, orchestrata secondo prove documentali e almeno due testimoni da una struttura con al vertice l’ex direttore Roberto Napoletano. La relazione di 56 pagine con cui la Consob contesta il falso in bilancio e la manipolazione del mercato all’ex amministratore delegato de Il Sole 24 Ore Donatella Treu, alla responsabile del marketing Anna Matteo, al direttore finanziario Massimo Arioli, al responsabile dell’area vendite Alberto Biella e a Napoletano, appunto, è il racconto di come un piccolo gruppo di persone ai piani alti del quotidiano di Confindustria abbia per anni consapevolmente organizzato operazioni scientificamente in perdita ai danni della società editoriale, prosciugandone il patrimonio, per costruirne un’immagine fasulla. Quello che l’authority ha verificato tramite ispezioni e documenti sequestrati è che i dati di diffusione de Il Sole 24 Ore erano compilati e gonfiati attraverso «un significativo intervento manuale» e di cui era «a conoscenza un limitato numero di persone».

LE INDAGINI CONSOB

L’effetto è stata la costante falsificazione della percezione degli acquirenti di spazi pubblicitari, degli analisti finanziari e quindi degli investitori che hanno comprato le azioni del giornale di Confindustria sul mercato quotato. Le indagini Consob inoltre smentiscono in toto la lettera che Napoletano ha inviato a questo giornale sostenendo che nell’azienda Sole 24 Ore ci fossero ruoli ben definiti e che lui fosse estraneo «alla catena decisionale e di controllo». Già gli scambi di mail tra il responsabile diffusione Sebastiano Renna e quello alle pratiche commerciali e poi alle vendite Donato Terranegra, spiega l’authority, dimostrano che i target diffusionali e le decisioni in merito «agli strumenti per implementare la strategia di diffusione tramite pratiche commerciali» e al reporting erano assunte da Donatella Treu e proprio dal direttore.

Il direttore Napoletano era l’ideatore e regista delle operazioni.

VALENTINA MONTANARI, EX RESPONSABILE CONTROLLI DEL SOLE 24 ORE

IL DIRETTORE AL VERTICE, LA LUNGA MANO E GLI ESECUTORI

La Consob rivela anche che già la prima verifica esterna, realizzata dalla società di consulenza Protiviti, aveva messo nero su bianco che in merito ai dati di diffusione delle copie cartacee e digitali del Sole 24 Ore, c’erano carenze di completezza e qualità delle informazioni, ma soprattutto non c’era alcuna definizione delle responsabilità aziendali coinvolte e dei flussi operativi. In sostanza non si sapeva chi doveva agire e chi agiva. Almeno ufficialmente. Scrive infatti la Consob: la strategia di diffusione era «al centro di riunioni periodiche e le persone coinvolte nella definizione erano l’ad Donatella Treu, il direttore Roberto Napoletano e la responsabile marketing Anna Matteo», sempre loro partecipavano «in modo attivo e diretto» anche all’elaborazione dei dati Ads (la società Accertamenti diffusione stampa che pubblica i dati sulla diffusione delle copie digitali). Per mettere in pratica le idee dei vertici servivano degli esecutori e tra questi il rapporto elenca, tra gli altri, i già citati Donato Terranegra, responsabile delle pratiche commerciali, e Sebastiano Renna, responsabile della diffusione, e Alberto Biella, il direttore vendite fino a settembre 2015, che come vedremo è protagonista di uno degli snodi più importanti di questa storia: quello della società londinese Di Source Ltd.

LE PRESSIONI SUL MARKETING

Ci sono almeno due altri dirigenti del Sole che hanno spiegato nelle loro testimonianze quello che l’authority ha potuto riscontrare anche nelle mail sequestrate. Alberto Ferrari, responsabile dell’amministrazione, ha dichiarato: «Napoletano faceva pressioni sulla struttura della diffusione del marketing affinché il numero delle copie aumentasse […] Io credevo che Napoletano semplicemente, come l’ho vista, come l’ho capita io, dettasse l’obiettivo strategico per aumentare il numero di copie». Ferrari ha confermato che anche Treu faceva pressioni affinché si trovassero le modalità di fatturazione: «Donatella Treu lei secondo me a questo punto io la vedevo più come esecutrice ma faceva forti pressioni affinché… la sua risposta era normalmente: non fatemi… non fatemi litigare con il direttore». Sempre Ferrari: «A questo punto posso dire prendeva ordini… anche qui prendetela ovviamente una mia sensazione questa». Più chiara ancora è la testimonianza di Valentina Montanari, responsabile dei controlli, che definisce il direttore Napoletano «l’ideatore e regista» delle operazioni. Tutti e due concordano anche sul ruolo della responsabile marketing Anna Matteo: la Matteo, dice Ferrari, era «la lunga mano, era la mano del direttore», quella che coordinava i rapporti tra Napoletano e gli uomini operativi. Lei, spiega Montanari, era «lo snodo chiave tra il pensiero di Napoletano e l’azienda. Era la mente intelligente che faceva questo, gli altri erano esecutori».

Ecco le 56 pagine della relazione (È possibile scaricare il pdf cliccando in alto a destra o seguendo questo link)

COME SI GONFIANO I DATI DI VENDITA

Il Sole 24 Ore aveva rapporti principalmente con quattro società esterne per quelle che si chiamano attività di co-marketing, cioè la promozione della vendita di copie cartacee o digitali. In realtà, secondo quanto scrive la Consob, Edifreepress e il gruppo Johnson venivano utilizzate anche per mandare al macero le copie, la Di Source era semplicemente un contenitore di utenti digitali fasulli e all’Osservatorio giovani editori, che si occupa del progetto del quotidiano in classe, venivano forniti dati sbagliati, abbonamenti mai attivati nel 93% dei casi. Per le operazioni con Di Source e Edifreepress non erano previsti ritorni precisi dell’investimento e a guardare i bilanci hanno sempre comportato perdite per Il Sole 24 Ore spa. L’azienda editoriale di Confindustria aveva stipulato con queste due società accordi di vendita, attraverso i quali vendeva a prezzo ridotto le copie del giornale e contratti di trasporto e distribuzione attraverso i quali pagava la diffusione. Con queste premesse era chiaro che ci avrebbe perso, ma “guadagnava” nelle cifre delle vendite, anche se le vendite non c’erano. Del resto, si legge nell’informativa Consob, «nessuna evidenza» era richiesta da Il Sole 24 Ore spa ai due intermediari circa «l’effettiva consegna delle copie cartacee e dell’attivazione delle utenze per le copie digitali». Anche perché chi fissava i target di vendita degli intermediari era sempre Il Sole 24 Ore: venivano indicati nelle riunioni di vertice per aggiustare le previsioni reali. Tanto i controlli, ha spiegato Montanari, avvenivano «sempre ex post, mai ex ante». Per manipolare i dati, venivano sfruttati i rapporti con i grandi clienti del Sole, a cui veniva “venduto” un numero di abbonamenti maggiore di quelli chiesti in cambio di spazi pubblicitari gratuiti dello stesso valore, con l’ennesima mossa a discapito del giornale. Almeno un quarto dei contratti dei grandi clienti, si legge nella relazione, presentava questa strana anomalia. Che peraltro veniva camuffata nei report sotto la definzione di copie derivanti dallo spostamento di fatturato alla System con l’ad Treu che chiedeva esplicitamente di far risultare almeno un accesso da parte di alcuni clienti nel periodo di validità degli abbonamenti.

Roberto Napoletano e Vincenzo Boccia

I SOCI DELLA DI SOURCE

Come è ormai tristemente noto, grazie soprattutto allo sforzo del giornalista del Sole Nicola Borzi, dal 2013 al 2016 la maggior parte dell’attività di co-marketing del Sole è stata svolta dalla società londinese Di Source Ltd, creata appena un mese prima – novembre 2012 – dall’inizio del rapporto contrattuale con Il Sole 24 Ore (dicembre 2012). Le indagini della Consob hanno constatato che il database della società, che avrebbe dovuto aiutare il Sole a vendere i suoi abbonamenti digitali, era un elenco di utenti anonimi, soprattutto fittizi e i pochi che non lo erano non avevano mai attivato gli abbonamenti. E che il numero di copie che Di Source Ltd avrebbe dovuto inserire nei propri ordini di acquisto era deciso nell’ambito di riunioni cui partecipavano Roberto Napoletano, Donatella Treu, Alberto Biella e Anna Matteo. Gli ispettori hanno anche verificato come fosse lo stesso Sole 24 Ore a mettere a disposizione di Di Source prove documentali ad hoc per dimostrare la vendita delle copie digitali ai revisori contabili. Il Sole, insomma, aiutava società terze che portavano i suoi bilanci in perdita a ingannare, a quanto pare, i controllori. Una meravigliosa partita di giro che la Consob descrive così: «Il pagamento delle fatture passive per gli acquisti delle copie digitali del quotidiano era effettuato da Di Source Ltd dopo aver ricevuto pagamenti del Sole 24 Ore per i servizi forniti dalla stessa Di Source Ltd. Pertanto, era di fatto il Sole 24 Ore spa a fornire la provvista finanziaria Di Source Ltd per effettuare i pagamenti». Una partita di giro remunerativa visto che tra il 7 marzo 2013 e il 3 marzo 2016 Di Source ha guadagnato 2,96 milioni di euro (che ora è stata costretta a rimborsare). Ma chi ha intascato i soldi? Il rapporto Consob elenca con precisione tutti i soci della compagnia londinese e cioè Massimo Arioli, l’ex chief financial officer del Sole, Giovanni Paolo Quintarelli, fratello Stefano Quintarelli, cioè l’ex direttore dell’area digital del quotidiano, Enea Mansutti, Alberto Biella, cioè il direttore delle vendite e customer manager fino al settembre del 2015 e pure colui che, stando alle testimonianze, alla fine del 2012 suggerì di firmare i contratti con Di Source Ltd e Edifreepress su cui Donatella Treu ha diligentemente apposto la firma. Sempre Biella, inoltre, questa volta nel ruolo di dirigente del Sole, ordinava alla azienda di cui era socio il numero di copie da comprare.

IL “CLUB” DELLE MOGLI

Ma gli ex dipendenti del Sole non si sono limitati a partecipare in prima persona al banchetto della Di Source, hanno invitato anche le consorti: tra i soci infatti risultano la moglie di Biella, Paola Torchio, Lorella Dall’Ora, moglie di Quintarelli, e Marisa Bessi, moglie di Stefano Poretti, ex sindaco di alcune società del Sole. L’informativa Consob cita anche Stefano Giuseppe Quintarelli e lo stesso Poretti come referenti della Di Source Ltd.

La sede de il Sole 24 Ore

Sole24ore Consob Treu Napoletano Benedini

LE VERE CIFRE DEL SOLE DAL 2012 AL 2016

Non solo i dati venivano falsificati, scrive la Consob argomentando la decisione di contestare la manipolazione del mercato, ma sulla base di quei dati falsi, Il Sole 24 Ore pubblicava ogni mese comunicati stampa e attraverso il quotidiano articoli in cui erano commentati i dati Ads. Gli stessi dati ovviamente erano riportati nelle relazioni finanziarie e nelle comunicazioni al mercato «con un chiaro effetto di distorsione». Nel suo rapporto inviato alla procura, l’authority ha calcolato tutti gli effetti della bolla delle copie del Sole. Al netto dei conti truccati il quotidiano salmonato avrebbe avuto nel 2012 un calo della diffusione del 19% e non del 3%. Nel 2013 una crescita del 12 e non del 15%, nel 2014 una crescita dell’1% e non del 21%, nel 2015 un -13% invece che un aumento del 4 e infine nel 2016 un crollo del 24 invece che del 4. Chissà, conoscendo questi numeri, come sarebbero cambiate le scelte degli inserzionisti, i valori del titolo della società editoriale in Borsa, e quanto tempo prima Napoletano sarebbe stato accompagnato alla porta.

Fonte: lettera43.it Articolo di G. Faggionato del 18 settembre 2018 (qui). La replica dell’ex direttore Napoletano (qui)

Immigrazione, Inchieste, Magistratura, Politica

Diciotti, non si trovano gli ordini scritti: si sgretola inchiesta su Salvini

L’indagine sul caso Diciotti potrebbe bloccarsi e saltare definitivamente. Il nodo da sciogliere riguarda la mancanza di ordini scritti da parte del Viminale.

L’indagine sul caso Diciotti potrebbe bloccarsi e saltare definitivamente.

Il nodo da sciogliere riguarda la mancanza di ordini scritti da parte del Viminale. Non un dettaglio da poco. Di fatto mancherebbero le basi per procedere con l’indagine e l’inchiesta potrebbe rivelarsi un clamoroso buco nell’acqua per il pm Patronaggio. Come riporta il Messaggero all’appello tra le carte mancherebbero proprio gli ordini scritti che sarebbero arrivati nella catena di comando per il “no” allo sbarco dei migranti dalla Diciotti. Il ministro degli Interni più di una volta ha ribadito di essere lui stesso l’unico responsabile della decisione che ha poi provocato poi lo stallo della nave nel porto di Catania con a bordo 177 migranti. Nel corso delle indagini sta emergendo sempre più una falla nella ricostruzione della catena di comando.

E sul caso Diciotti resta da sciogliere anche il nodo della competenza. Se lo stop per lo sbarco fosse arrivato nel porto di Catania allora il tutto sarebbe di competenza della prcura etnea. Un ribaltamento del fronteche per ora vede Palermo in prima linea. Intanto per ricostruire la catena di comando, la procura distrettuale di Palermo avrebbe chiesto una serie di testimonianze per capire quali siano stati i contatti tra Diciotti, comandi della Guardia Costiera e Viminale. Saranno ascoltati il comandante della Diciotti, i comandanti delle capitanerie di porto di Porto Empedocle e Catania, il capo di gabinetto di Salvini, Piantedosi, il responsabile dell’ufficio circondariale marittimo di Lampedusa e altri funzionari. Un passo decisivo per capire quale futuro possa avere un’inchiesta che finora appare basata su fondamenta molto fragili…

Fonte: ilgiornale.it Articolo di F. Grilli (qui).

Democrazia, Inchieste, Magistratura, Politica

Tutto sui 49 milioni della Lega che non sono stati rubati.

Fondi Lega, Renzi, che beneficiò secondo Lusi dei finanziamenti distratti della Margherita, sulla Lega dichiara: “Hanno rubato 49 milioni”.

Ecco un articolo del Fatto del 17 maggio 2012:

L’attacco cieco dell’ex decaduto leader “democratico” è del 10 settembre scorso. Sull’edizione on line del quotidiano il laRepubblica.it (qui) pubblicava l’attacco a muso duro dell’ex segretario PD.

L’attacco di Renzi si concentra sulla richiesta di restituzione dei contributi, asserendo che fossero stati “rubati” ai cittadini italiani, da una sentenza di primo grado, che per altro, risulta in palese in contraddizione con quella che coinvolse il Sen. Lusi e la Margherita (poi confluita nel PD) che lo stesso Renzi non può non conoscere.

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In quella vicenda i magistrati si orientarono in una direzione opposta a quanto invece deciso sulla Lega. Renzi non si preoccupa degli effetti della sentenza e nemmeno per le gravi implicazioni, già in sede di giudizio di primo grado, in merito ai principi costituzionali garantiti sulle modalità di partecipazione dei cittadini alla vita politica, tenuto conto che questa sentenza dei giudici di Genova di fatto impongono la cancellazione di un partito politico che oggi ha il 30 percento dei consensi. Renzi “democratico” per etichetta, reagisce ancora come suo solito sul piano personale e non sul piano politico che mai è stato in grado di immaginare.

Alle posizioni velleitarie del “principe” decaduto “democratico” risponde Il giornalista Telese chiarendo i termini della questione.

Con il sequestro la Lega potrà continuare a far politica? La Lega ha rubato veramente 49 milioni? Perchè la Lega non si è costituita parte civile? Luca Telese risponde a queste ed altre domande.

Non sono assolutamente un simpatizzante di Matteo Salvini, anzi. Tuttavia considero preoccupante quello che sta accadendo sui famigerati “49 milioni” del Carroccio, che da giorni vengono spesso definiti “rubati”.

Prima domanda: sono davvero “49 milioni” i soldi che dopo essere stati sottratti devono essere restituiti dopo le sentenze? Risposta: no. Sono davvero stati ottenuti, come pensano molti “con false fatture”? Risposta: no. Ma soprattutto: è giusto che il partito di Salvini subisca un pignoramento di tutte le sue entrate passate, presenti e future? La mia opinione è che anche in questo caso la risposta sia no.

Sono convinto che questo sequestro non sia giusto, e che questo provvedimento possa produrre delle conseguenze enormi non solo per la Lega ma per tutto il sistema democratico. Vorrei spiegare perché intorno a questa inchiesta aleggiano molti misteri e stanno prendendo corpo tante balle mediatiche. Sono convinto che si possa essere molto distanti dalle idee della Lega, ma che non per questo si debba gioire per la sentenza della Cassazione che potrebbe portare alla chiusura di un partito. Anzi: tifare per il sequestro perché non si è d’accordo con la Lega è una pessima idea che può produrre gravi danni alla dialettica democratica, un ennesimo grave esempio di “doppiopesismo” all’italiana.

Le questioni importanti, per capire questa vicenda dei soldi del Carroccio sono semplici e sono due:

Con il sequestro la Lega potrà continuare a far politica?

1. Può il partito di Salvini continuare la sua attività politica se dovrà consegnare qualsiasi contributo economico dovesse entrare (anche in futuro) nelle sue casse? Risposta: ovviamente no, visto che non esiste più nemmeno il finanziamento pubblico. O i magistrati evitano di sequestrare le risorse del nuovo partito “Lega per Salvini”, creato dagli uomini della nuova Lega (proprio per avere un’altra ragione sociale, diversa da quella del vecchio partito) oppure l’attività del Carroccio viene paralizzata:

chiedere alla Lega la restituzione di 49 milioni (che non ha in cassa e non potrà pagare) significa di fatto bloccare la sua attività politica. Senza escamotage, infatti, il partito non avrebbe soldi nemmeno per stampare un manifesto. Ecco perché questo sequestro implica un problema di agibilità democratica che bisogna porsi, e che anche il presidente della Repubblica si deve porre.

Un dubbio: cosa sarebbe accaduto se tale intimazione fosse stata rivolta al Pd? Risposta: questo caso si è già verificato e i dispositivi previsti dalle sentenze sono state totalmente diverse. Quando infatti qualcosa di simile è accaduto alla Margherita il criterio adottato dai magistrati è stato opposto. Se avessero revocato tutti i finanziamenti al partito di Rutelli e Gentiloni avremmo avuto manifestazioni di protesta in strada, e probabilmente a ragione. Invece adesso Matteo Renzi e i suoi cloni ripetono: “La Lega  restituisca i soldi che ha rubato”. Curioso.

Vediamo i fatti paragonando i casi: anche la Margherita aveva i binari non in regola; anche la Margherita (come la Lega) è stata truffata da un suo tesoriere – Luigi Lusi, senatore del Pd – che secondo i pm quando era tesoriere della Margherita aveva sottratto 27 milioni di euro dai conti del suo partito. Solo che in quel caso la sentenza ha considerato il partito “parte lesa”, mentre in questo caso lo considera di fatto “complice”. C’è una bella differenza, e infatti il sequestro diventa punitivo, mentre nel caso Lusi i magistrati imposero la restituzione dei beni sequestrati al partito.

Ed ecco la seconda questione:

La Lega ha rubato veramente 49 milioni?

2. La Lega deve restituire 49 milioni che ha “sottratto” all’erario. Ma ha davvero “rubato” quella cifra? Molti leggendo sommariamente i resoconti dei giornali (ed anche molti giornalisti che scrivono articoli, purtroppo) si sono convinti che per i giudici di Genova secondo la Cassazione e il Tribunale del riesame (che ha dato loro ragione sul provvedimento di sequestro) deve farlo perché sono stati “rubati” effettivamente 49 milioni di euro producendo false pezze d’appoggio. Risposta: non è così e non lo dice nessuno, nemmeno le sentenze. I fondi, da quando il finanziamento ai partiti è stato abolito, venivano assegnati in base ai voti ricevuti alle elezioni. Dopo le elezioni, questa cifra fissata in base ai voti presi nelle elezioni politiche veniva rateizzata per cinque anni.

Altro punto importante: Bossi e Belsito sono condannati per aver sottratto dei soldi che la procura (pare incredibile ma è così) non è riuscita a quantificare con esattezza (nelle sentenze si stima una cifra tra uno e tre milioni di euro, ma è solo una ipotesi perché non tutti i movimenti sono stati ricostruiti). Quindi 49 milioni di euro non è il totale dei soldi “sottratti” ma piuttosto il totale dei rimborsi percepiti negli anni per le elezioni politiche e regionali. I magistrati comprendono in questo totale tutti i fondi: sia quelli lecitamente percepiti che gli altri, sottratti dalla truffa. C’è una bella differenza. Dire: siccome hai sottratto tre milioni di euro me ne devi ridare 49 è un salto logico molto ardito, che si fonda su questa interpretazione della legge sui rimborsi elettorali: i magistrati sostengono, cioè, che i fondi debbano essere interamente revocati in caso di irregolarità di bilancio. Se fosse così, come mai nel caso di Lusi i fondi sottratti sono stati dieci volte di più (27 milioni invece di un massimo di 3), ma il finanziamento non è stato revocato? Anzi: come abbiamo visto i magistrati hanno restituito alla Margherita i soldi sequestrati a Lusi.

Perché la Lega non si è costituita parte civile?

Infine eccoci al nodo decisivo della mancata costituzione parte civile, che viene usata come una sorta di “giustificazione” per questo trattamento così diverso. Intanto va ricordato che durante il primo processo, la Lega si era costituita come parte lesa contro Bossi e Belsito. Poi, quando i due tronconi del procedimento penale si sono divisi, ha smesso di farlo. Può bastare questa mancata scelta per spiegare un giudizio più severo? Assolutamente no: o si accusano Salvini e i nuovi tesorieri di complicità, e li si persegue per quello, cioè un reato associativo definito (cosa che i magistrati non hanno fatto) oppure bisogna dire che non ci può essere nessuna relazione tra il giudizio e la mancata costituzione parte civile.

Seconda questione: ma questa scelta può essere l’indizio di una collusione tra la nuova Lega di Salvini e la vecchia di Bossi? In primo luogo bisogna dire che questo gesto non impedisce alla Lega di chiedere un risarcimento del danno. Ma poi bisogna aggiungere che questo passaggio è un punto decisivo, in cui la storia politica reale di quello che è accaduto nella Lega offre una spiegazione totalmente diversa da quella immaginata dai passaveline o dai cultori delle carte bollate. Salvini non si è costituito contro Bossi, non perché in quel momento fosse suo “amico”, ma proprio perché in realtà il Senatùr era in quel momento il suo principale nemico politico nel partito. Siccome i due si stavano dando battaglia nella Lega nel congresso (come è noto Salvini ha stravinto) se il nuovo leader avesse combattuto Bossi anche con gli strumenti giudiziari, lo avrebbe trasformato in una vittima, esattamente come Bossi aveva denunciato in alcune interviste. Salvini ha scelto invece (e con successo) un doppio binario: ti rispetto come fondatore del movimento, e non uso l’arma giudiziaria, ma ti combatto sul piano politico per mandarti a casa. E così è accaduto.

Ecco perché questo giudizio oggi diventa un precedente importante non solo per la Lega. Un caso che ancora una volta – e in questo mi rendo conto di essere controcorrente – getta luce sulla ricchezza passata e sulla povertà presente in tutti i bilanci dei partiti. Forza Italia in profondo rosso, il Pd quasi in bancarotta (i dipendenti sono in cassa integrazione dopo la bancarotta della gestione Renzi), la Lega senza un euro (quello che c’era sui conti è stato sequestrato) e inseguita dai pignoramenti, la Sinistra costretta a licenziare i suoi dipendenti. Domanda. Davvero pensiamo che la democrazia italiana possa funzionare così?

Fonte: nicolaporro.it (qui) Articolo di L. Telese, 12 settembre 2018.

Inchieste, Montichiari, Politica locale, Territorio bresciano

Velodromo chiuso, Fraccaro senza novità, dopo circa un mese di silenzio, presenta alcune non-notizie.

Dopo circa un mese dalle sue ultime dichiarazioni in merito al Velodromo comunale, posto sotto seguestro dall’autorità giudiziaria per la mancanza dell’obbligatorio certificato antincendio, il Sindaco Fraccaro, attraverso un post sulla sua pagina Facebook annuncia novità, ma soprattutto di aver lavorato, sicuramente alacremente, in questo mese di silenzio. Un sopralluogo con i tecnici di Regione, Coni, Federazione ciclistica italiana e la Provincia. Ed annuncia novità. 

post Sindaco

La sollecitazione al Sindaco è partita da questo blog, quasi un settimana fa con un post dal titolo (qui)

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Oggi sulla stampa locale, un articolo a firma di G. Frosio, pubblicata sul sito giornaledibrescia.it (qui) dal titolo: “Velodromo, il Comune investe 120mila euro per l’impianto“.

L’obiettivo principale è facile da indicare: rimettere in sesto il velodromo di Montichiari. E il Comune è pronto a impegnarsi anche a livello economico, stanziando 120mila euro.

Piccolo passo avanti nella vicenda che vede coinvolto l’impianto monteclarense in seguito al vertice che mercoledì 12 settembre ha coinvolto Comune, Coni, della Federazione italiana ciclismo e Regione Lombardia.

Dall’articolo del Giornale di Brescia viene dato conto dell’incontro tecnico, molto proficuo, come dichiarato dal Sindaco Fraccaro, in cui è stata ribadita la volonta degli enti intervenuti a fare la prioria parte ed a sottoscrivere una convenzione con gli impengi di tutti gli attori instituzionali coinvolti. Ma anche questa è una non-notizia tenuto conto che l’ipotesi di sottoscrizione di un’accordo era già stato ventilato ad agosto.

Una convenzione da sottoscrivere di cui non si ha alcuna traccia, ma che probabilmente dovrà essere più propriamente un Accordo di programma tra gli enti intervenuti negli incontri svoltisi in Regione Lombardia. Ma chi deve redigere l’accordo? Forse è il proprietario dell’impianto. Ma che in questo momento è in attesa.

Ma forse una novità c’è e riguarda l’impegno ad effettuare un progetto da parte del Coni evitando di incaricare altri professionisti.

Ma anche questa in realtà non è una notizia. Perchè?

Semplice, il 17 luglio scorso, mentre era in corso l’ennesimo scontro politico sul Velodromo, dove l’attuale amministrazione di centrosinistra contestava alle precedenti amministrazioni responsabilità pretestuose, utili a elevare cortine fumogene per coprire le mancanze dell’attuale Giunta sul mancato rinnovo delle certificazioni di sicurezza richieste dai Vigili del Fuoco, il Consigliere comunale dell’opposizione Marco Togni (Lega) si recava in Regione Lombardia. Lo scopo della missione era quello di creare le precondizione per una collaborazione tra enti (Regione, Coni, Federazione ciclisti italiani) e il Comune di Montichiari finalizzata a risolvere il problema delle criticità del Velodromo monteclarense, per troppo tempo conosciute dalla Giunta Fraccaro, ma lasciate senza risposte e relativo peggioramento delle condizioni della struttura.

Nel post su Facebook, Togni, il 18 luglio scorso, riferiva in merito all’incontro in Regione Lombardia:

“Stamattina vista la grave situazione del velodromo da ieri posto sotto sequestro, ho contattato l’assessore allo sport della Regione Martina Cambiaghi prontamente mi ha potuto ricevere ed in mattinata, insieme ad gestori dell’ASD Energy, siamo stati ricevuti dall’assessore e dai funzionari.

Da quando la Regione è venuta in visita l’8 di giugno al velodromo, il comune non si è più fatto sentire.

La Regione ha ribadito la propria disponibilità ad intervenire ma vista la situazione di stallo in cui ci si trova, ho chiesto all’Assessore Cambiaghi di farsi promotrice della convocazione di un tavolo istituzionale con Comune di Montichiari e CONI al fine di trovare nel minor tempo possibile una soluzione tecnica supportata da un accordo di programma.

Il presidente della federazione ciclismo Renato Di Rocco ha già garantito che il CONI è pronto a mettere a disposizione il proprio personale tecnico per la progettazione.

Sono molto soddisfatto della disponibilità di intervento della Regione che già dalla prossima settimana è disponibile a convocare i vari soggetti.

La soluzione va trovata al più presto anche se sicuramente non sarà attuabile fino alla primavera del prossimo anno.

Viene da consigliare al primo cittadino, che vista la rilevanza dell’impianto ed i riflettori presenti sulla questione, sarebbe buon auspicio, che si impegni per una informazione settimanale alla cittadinanza. Un segno di trasparenza, ma anche di vera proattività di un’amministrazione comunale spesso a ruota o passiva rispetto agli altri interlocutori.

Inchieste

Il ponte Morandi sette minuti prima del crollo. Ecco le crepe.

Il crollo del ponte Morandi di Genova continua a far discutere. Su come si sia potuta verificare questa tragedia che ha spezzato la vita a 43 persone sono state fatte le ipotesi più disparate.

Dai piloni che necessitavano di una manutenzione massiccia ai tiranti spezzati. Dal 14 agosto a oggi, però, non si è ancora venuti a capo di questa terribile storia. Nello specifico, non si sa ancora precisamente cosa abbia raso al suolo una parte di Genova, ma soprattutto l’animo dei suoi cittadini.

Dopo decine di video, foto e fermo immagine degli attimi precedenti al crollo, Quarto Grado pubblica un video esclusivo che mette i brividi. La trasmissione televisiva, infatti, tramite il suo profilo Facebook condivide un documento esclusivo: il ponte Morandi sette minuti prima del crollo. Il filmato, girato da un mezzo in transito, mostra chiaramente che nel pilone alla destra del guidatore c’è un crepa orizziontale profondissima.

Ma la rivelazione choc non si ferma qui. La trasmissione, infatti, dimostra chiaramente attraverso un’immagine che quella crepa micidiale sembrava già presente nel pilone nel 2017.

Se così fosse, perché non è mai stata monitorata e quindi segnalata? Perché nessuno è mai intervenuto?

Fonte: dagospia.com (qui)

Inchieste, Montichiari, Politica locale, Territorio bresciano

Velodromo chiuso. Novità? Nessuna. Tranne il silenzio del Sindaco Fraccaro. Ecco dove eravamo rimasti.

Un resoconto sulle ultime notizie in merito sono apparse sulla stampa locale il 17 agosto scorso sul corriere.brescia.it (qui), nell’articolo articolo di M. Trebeschi, si dava conto dell’accordo raggiunto tra le istituzioni Regione, Provincia, Federazione ciclistica, Coni e Comune di Montichiari per gli interventi di manutenzione straordinaria al Velodromo. Ma dalle notizie alla pratica, ancora nessun testo di accordo è stato diffuso.

Qualche giorno dopo arrivava sul quotidiano Giornale di Brescia, l’inutile intervista all’Assessore allo Sport. Che dubitiamo sia in grado di abbozzare una minima ipotesi di accordo di programma.

L’accordo è stato raggiunto. Ed entro ottobre 2019 il Velodromo di Montichiari potrebbe essere completamente ristrutturato. È l’impegno che si sono presi il Coni e la Federazione ciclistica, insieme a Regione Lombardia, Provincia di Brescia e Comune di Montichiari. La spesa dovrebbe sfiorare i 3,5 milioni di euro. In primis bisogna rifare completamente la copertura, dato che la pioggia si insinua nelle crepe. Ma c’è di più: il sindaco Mario Fraccaro progetta di sistemare il piazzale esterno e mettere mano anche al passo carraio, in modo che i mezzi di soccorso e manutenzione possano entrare nel velodromo senza passare sopra il parquet. Al momento la struttura è ancora sotto sequestro – per questioni di sicurezza – e l’obiettivo è far partire i cantieri questa primavera. La deadline sono i Giochi olimpici di Tokyo 2020, previsti in estate. Significa che non c’è tempo da perdere: è anche per questo che il Coni ha già inoltrato la richiesta al governo per un finanziamento da un milione e 800 mila euro. Se il Consiglio dei ministri non dovesse adottare questo decreto, i cantieri non potrebbero partire. E vana sarebbe anche la disponibilità di Palazzo Lombardia per coprire la metà della spesa (fino ad un massimo di un 1,5 milioni di euro).

Ma il lavoro di squadra dei mesi scorsi fa ben sperare: in fondo, quella di Montichiari è l’unica struttura coperta per il ciclismo su pista, perciò è interesse di tutti mettervi mano. Si tratta di «un patrimonio nazionale – sostiene il sindaco Fraccaro – e non poteva essere solo Montichiari a sostenerne le spese». Per accelerare l’iter, il «Coni servizi» potrebbe assumere anche la progettazione esecutiva e la gestione della gara d’appalto: per il dissequestro della struttura, bisogna infatti che non piova più dentro. I teloni termosaldati andrebbero rimossi, così come la lana di roccia oggi deteriorata da pioggia e freddo: il tutto sarebbe sostituito con un telo che di solito viene usato per le imbarcazioni, a cinque strati. Si tratta di un’ipotesi di studio, anche se manca ancora la «progettazione esecutiva».

Una voce per la quale il Comune di Montichiari era pronto a spendere 120 mila euro: se il progetto verrà preso in carico da Coni servizi, l’amministrazione Fraccaro e la Provincia potrebbero investire risorse su altri due fronti. Da una parte gli impianti: la dispersione termica e i consumi elettrici sono alti. «Vogliamo impedire che lievitino i costi di gestione – spiega il sindaco – perciò crediamo si debba mettere mano agli impianti». Se oggi la spesa è pari a cento, l’obiettivo è «ridurla a venti» (-80%). L’altra voce è quella del piazzale, oggi colonizzato da erbacce e privo di parcheggi segnalati: andrebbe «asfaltato e sistemato». Per dare «il giusto risalto» a una struttura nazionale. Certo, tutto dipende dal governo: è Palazzo Chigi che stanzia le risorse poi gestite dal Coni. Quegli 1,8 milioni sono indispensabili, ma pare che la questione sia già arrivata all’attenzione del sottosegretario Giancarlo Giorgetti, che ha la delega allo Sport.

Un percorso incoraggiante e che consente una prospettiva positiva per il Velodromo comunale, sempre avversato dall’attuale amministrazione Fraccaro e dai suoi sostenitori, tanto che tra gli attori che hanno creato le condizioni collobarative tra le istituzione c’è l’azione di moral susion del capogruppo della Lega di Montichiari Marco Togni.

Ma è bene ricordare che l’inerzia operativa del Comune inizia con l’elezione dell’attuale Sindaco Fraccaro. In particolare dal 2015 (a seguito della relazione del gestore dell’epoca) i nuovi amministratori avevano chiara la situazione e le criticità relative alle infiltrazioni d’acqua nella copertura del Velodromo. Se fino al 2015 i danni alla pista erano superate dagli interventi provvisori del vecchio gestore, con la nuova convenzione che ha chiuso con la gestione Bregoli, la situazione è precipitata. Un balletto di indecisione su chi doveva intervenire. Tanto che le criticità sono arrivate ad una tale gravità da essere conseguenza di una chiusura a tempo indeterminato della struttura e conseguente danno alla qualità della pista in legno. Infine il mancato rinnovo della Certificazione di agibilità quinquennale scaduta ad aprile 2018.

A quando la riapertura della struttura? Si parla di ottobre 2019. Non possiamo non ricordare come l’Amministrazione comunale, a maggio 2018, aveva diffuso una nota, a seguito del sequestro dell’impianto comunale, in cui si confermava il sequestro “… a causa della pratica antincendio. Nel mese di maggio, durante una manifestazione dedicata ai tatuaggi, i vigili del fuoco hanno rilevato alcune criticità, verbalizzando quali migliorie e quali interventi doveva effettuare il Comune. Noi abbiamo seguito le loro indicazioni e proedisposto gli interventi necessari ed il 12 luglio abbiamo consegnato la documentazione al comandante dei Vigili del Fuoco. Purtroppo il certificato che aspettavamo non è ancora stato riconsegnato”. Poi dalla sua pagina Facebook, il Sindaco, rassicurava circa il fatto che la situazione si sarebbe risolta “… comunque nel giro di un paio di giorni”.

Stiamo ancora aspettando.

Le ultime parole del Sindaco Fraccaro sono rilevabili sulla sua pagina Facebook del 13 agosto scorso.

Ci potrà dare quelche indicazione almeno per la riapertura delle attività non competitive. Ma tutto tace. Il Sindaco non ha novità da comunicare ai cittadini. E questa è una notizia.