Inchieste, Salute

Salute Spa. La privatizzazione della sanità.

Dieci milioni di italiani non si fanno curare perché costa troppo, mentre entro 5 anni 14 milioni di cittadini rimarranno senza medico di famiglia. Chi sono i nuovi padroni della salute? Perché la sanità pubblica garantisce coperture sempre inferiori, spingendo i cittadini che hanno bisogno di curarsi nelle mani del privato? Chi spinge verso un modello sanitario nel quale i nuovi mercanti della salute stabiliscono chi può curarsi e chi deve arrangiarsi? La salute è il business del futuro, a dirlo è un documento UE. Tutto quello che non avremmo voluto sapere, lo ha messo nero su bianco Francesco Carrara, autore insieme a Massimo Quezel di “Salute SpA – La sanità svenduta alle assicurazioni”.

Fonte: Facebook

Inchieste, Stampa

Sole 24 Ore, Consob: manipolavano i dati di una gestione malata. L’accusa all’ex direttore Napoletano e all’ad Treu.

ESCLUSIVO. Le 56 pagine che accusano l’ex direttore di essere intervenuto con l’ad in maniera diretta per manipolare i dati di diffusione. E che fanno la radiografia di una gestione malata.

Conti truccati fin dal 2013, una strategia sistematica di manipolazione dei dati della diffusione del giornale, orchestrata secondo prove documentali e almeno due testimoni da una struttura con al vertice l’ex direttore Roberto Napoletano. La relazione di 56 pagine con cui la Consob contesta il falso in bilancio e la manipolazione del mercato all’ex amministratore delegato de Il Sole 24 Ore Donatella Treu, alla responsabile del marketing Anna Matteo, al direttore finanziario Massimo Arioli, al responsabile dell’area vendite Alberto Biella e a Napoletano, appunto, è il racconto di come un piccolo gruppo di persone ai piani alti del quotidiano di Confindustria abbia per anni consapevolmente organizzato operazioni scientificamente in perdita ai danni della società editoriale, prosciugandone il patrimonio, per costruirne un’immagine fasulla. Quello che l’authority ha verificato tramite ispezioni e documenti sequestrati è che i dati di diffusione de Il Sole 24 Ore erano compilati e gonfiati attraverso «un significativo intervento manuale» e di cui era «a conoscenza un limitato numero di persone».

LE INDAGINI CONSOB

L’effetto è stata la costante falsificazione della percezione degli acquirenti di spazi pubblicitari, degli analisti finanziari e quindi degli investitori che hanno comprato le azioni del giornale di Confindustria sul mercato quotato. Le indagini Consob inoltre smentiscono in toto la lettera che Napoletano ha inviato a questo giornale sostenendo che nell’azienda Sole 24 Ore ci fossero ruoli ben definiti e che lui fosse estraneo «alla catena decisionale e di controllo». Già gli scambi di mail tra il responsabile diffusione Sebastiano Renna e quello alle pratiche commerciali e poi alle vendite Donato Terranegra, spiega l’authority, dimostrano che i target diffusionali e le decisioni in merito «agli strumenti per implementare la strategia di diffusione tramite pratiche commerciali» e al reporting erano assunte da Donatella Treu e proprio dal direttore.

Il direttore Napoletano era l’ideatore e regista delle operazioni.

VALENTINA MONTANARI, EX RESPONSABILE CONTROLLI DEL SOLE 24 ORE

IL DIRETTORE AL VERTICE, LA LUNGA MANO E GLI ESECUTORI

La Consob rivela anche che già la prima verifica esterna, realizzata dalla società di consulenza Protiviti, aveva messo nero su bianco che in merito ai dati di diffusione delle copie cartacee e digitali del Sole 24 Ore, c’erano carenze di completezza e qualità delle informazioni, ma soprattutto non c’era alcuna definizione delle responsabilità aziendali coinvolte e dei flussi operativi. In sostanza non si sapeva chi doveva agire e chi agiva. Almeno ufficialmente. Scrive infatti la Consob: la strategia di diffusione era «al centro di riunioni periodiche e le persone coinvolte nella definizione erano l’ad Donatella Treu, il direttore Roberto Napoletano e la responsabile marketing Anna Matteo», sempre loro partecipavano «in modo attivo e diretto» anche all’elaborazione dei dati Ads (la società Accertamenti diffusione stampa che pubblica i dati sulla diffusione delle copie digitali). Per mettere in pratica le idee dei vertici servivano degli esecutori e tra questi il rapporto elenca, tra gli altri, i già citati Donato Terranegra, responsabile delle pratiche commerciali, e Sebastiano Renna, responsabile della diffusione, e Alberto Biella, il direttore vendite fino a settembre 2015, che come vedremo è protagonista di uno degli snodi più importanti di questa storia: quello della società londinese Di Source Ltd.

LE PRESSIONI SUL MARKETING

Ci sono almeno due altri dirigenti del Sole che hanno spiegato nelle loro testimonianze quello che l’authority ha potuto riscontrare anche nelle mail sequestrate. Alberto Ferrari, responsabile dell’amministrazione, ha dichiarato: «Napoletano faceva pressioni sulla struttura della diffusione del marketing affinché il numero delle copie aumentasse […] Io credevo che Napoletano semplicemente, come l’ho vista, come l’ho capita io, dettasse l’obiettivo strategico per aumentare il numero di copie». Ferrari ha confermato che anche Treu faceva pressioni affinché si trovassero le modalità di fatturazione: «Donatella Treu lei secondo me a questo punto io la vedevo più come esecutrice ma faceva forti pressioni affinché… la sua risposta era normalmente: non fatemi… non fatemi litigare con il direttore». Sempre Ferrari: «A questo punto posso dire prendeva ordini… anche qui prendetela ovviamente una mia sensazione questa». Più chiara ancora è la testimonianza di Valentina Montanari, responsabile dei controlli, che definisce il direttore Napoletano «l’ideatore e regista» delle operazioni. Tutti e due concordano anche sul ruolo della responsabile marketing Anna Matteo: la Matteo, dice Ferrari, era «la lunga mano, era la mano del direttore», quella che coordinava i rapporti tra Napoletano e gli uomini operativi. Lei, spiega Montanari, era «lo snodo chiave tra il pensiero di Napoletano e l’azienda. Era la mente intelligente che faceva questo, gli altri erano esecutori».

Ecco le 56 pagine della relazione (È possibile scaricare il pdf cliccando in alto a destra o seguendo questo link)

COME SI GONFIANO I DATI DI VENDITA

Il Sole 24 Ore aveva rapporti principalmente con quattro società esterne per quelle che si chiamano attività di co-marketing, cioè la promozione della vendita di copie cartacee o digitali. In realtà, secondo quanto scrive la Consob, Edifreepress e il gruppo Johnson venivano utilizzate anche per mandare al macero le copie, la Di Source era semplicemente un contenitore di utenti digitali fasulli e all’Osservatorio giovani editori, che si occupa del progetto del quotidiano in classe, venivano forniti dati sbagliati, abbonamenti mai attivati nel 93% dei casi. Per le operazioni con Di Source e Edifreepress non erano previsti ritorni precisi dell’investimento e a guardare i bilanci hanno sempre comportato perdite per Il Sole 24 Ore spa. L’azienda editoriale di Confindustria aveva stipulato con queste due società accordi di vendita, attraverso i quali vendeva a prezzo ridotto le copie del giornale e contratti di trasporto e distribuzione attraverso i quali pagava la diffusione. Con queste premesse era chiaro che ci avrebbe perso, ma “guadagnava” nelle cifre delle vendite, anche se le vendite non c’erano. Del resto, si legge nell’informativa Consob, «nessuna evidenza» era richiesta da Il Sole 24 Ore spa ai due intermediari circa «l’effettiva consegna delle copie cartacee e dell’attivazione delle utenze per le copie digitali». Anche perché chi fissava i target di vendita degli intermediari era sempre Il Sole 24 Ore: venivano indicati nelle riunioni di vertice per aggiustare le previsioni reali. Tanto i controlli, ha spiegato Montanari, avvenivano «sempre ex post, mai ex ante». Per manipolare i dati, venivano sfruttati i rapporti con i grandi clienti del Sole, a cui veniva “venduto” un numero di abbonamenti maggiore di quelli chiesti in cambio di spazi pubblicitari gratuiti dello stesso valore, con l’ennesima mossa a discapito del giornale. Almeno un quarto dei contratti dei grandi clienti, si legge nella relazione, presentava questa strana anomalia. Che peraltro veniva camuffata nei report sotto la definzione di copie derivanti dallo spostamento di fatturato alla System con l’ad Treu che chiedeva esplicitamente di far risultare almeno un accesso da parte di alcuni clienti nel periodo di validità degli abbonamenti.

Roberto Napoletano e Vincenzo Boccia

I SOCI DELLA DI SOURCE

Come è ormai tristemente noto, grazie soprattutto allo sforzo del giornalista del Sole Nicola Borzi, dal 2013 al 2016 la maggior parte dell’attività di co-marketing del Sole è stata svolta dalla società londinese Di Source Ltd, creata appena un mese prima – novembre 2012 – dall’inizio del rapporto contrattuale con Il Sole 24 Ore (dicembre 2012). Le indagini della Consob hanno constatato che il database della società, che avrebbe dovuto aiutare il Sole a vendere i suoi abbonamenti digitali, era un elenco di utenti anonimi, soprattutto fittizi e i pochi che non lo erano non avevano mai attivato gli abbonamenti. E che il numero di copie che Di Source Ltd avrebbe dovuto inserire nei propri ordini di acquisto era deciso nell’ambito di riunioni cui partecipavano Roberto Napoletano, Donatella Treu, Alberto Biella e Anna Matteo. Gli ispettori hanno anche verificato come fosse lo stesso Sole 24 Ore a mettere a disposizione di Di Source prove documentali ad hoc per dimostrare la vendita delle copie digitali ai revisori contabili. Il Sole, insomma, aiutava società terze che portavano i suoi bilanci in perdita a ingannare, a quanto pare, i controllori. Una meravigliosa partita di giro che la Consob descrive così: «Il pagamento delle fatture passive per gli acquisti delle copie digitali del quotidiano era effettuato da Di Source Ltd dopo aver ricevuto pagamenti del Sole 24 Ore per i servizi forniti dalla stessa Di Source Ltd. Pertanto, era di fatto il Sole 24 Ore spa a fornire la provvista finanziaria Di Source Ltd per effettuare i pagamenti». Una partita di giro remunerativa visto che tra il 7 marzo 2013 e il 3 marzo 2016 Di Source ha guadagnato 2,96 milioni di euro (che ora è stata costretta a rimborsare). Ma chi ha intascato i soldi? Il rapporto Consob elenca con precisione tutti i soci della compagnia londinese e cioè Massimo Arioli, l’ex chief financial officer del Sole, Giovanni Paolo Quintarelli, fratello Stefano Quintarelli, cioè l’ex direttore dell’area digital del quotidiano, Enea Mansutti, Alberto Biella, cioè il direttore delle vendite e customer manager fino al settembre del 2015 e pure colui che, stando alle testimonianze, alla fine del 2012 suggerì di firmare i contratti con Di Source Ltd e Edifreepress su cui Donatella Treu ha diligentemente apposto la firma. Sempre Biella, inoltre, questa volta nel ruolo di dirigente del Sole, ordinava alla azienda di cui era socio il numero di copie da comprare.

IL “CLUB” DELLE MOGLI

Ma gli ex dipendenti del Sole non si sono limitati a partecipare in prima persona al banchetto della Di Source, hanno invitato anche le consorti: tra i soci infatti risultano la moglie di Biella, Paola Torchio, Lorella Dall’Ora, moglie di Quintarelli, e Marisa Bessi, moglie di Stefano Poretti, ex sindaco di alcune società del Sole. L’informativa Consob cita anche Stefano Giuseppe Quintarelli e lo stesso Poretti come referenti della Di Source Ltd.

La sede de il Sole 24 Ore

Sole24ore Consob Treu Napoletano Benedini

LE VERE CIFRE DEL SOLE DAL 2012 AL 2016

Non solo i dati venivano falsificati, scrive la Consob argomentando la decisione di contestare la manipolazione del mercato, ma sulla base di quei dati falsi, Il Sole 24 Ore pubblicava ogni mese comunicati stampa e attraverso il quotidiano articoli in cui erano commentati i dati Ads. Gli stessi dati ovviamente erano riportati nelle relazioni finanziarie e nelle comunicazioni al mercato «con un chiaro effetto di distorsione». Nel suo rapporto inviato alla procura, l’authority ha calcolato tutti gli effetti della bolla delle copie del Sole. Al netto dei conti truccati il quotidiano salmonato avrebbe avuto nel 2012 un calo della diffusione del 19% e non del 3%. Nel 2013 una crescita del 12 e non del 15%, nel 2014 una crescita dell’1% e non del 21%, nel 2015 un -13% invece che un aumento del 4 e infine nel 2016 un crollo del 24 invece che del 4. Chissà, conoscendo questi numeri, come sarebbero cambiate le scelte degli inserzionisti, i valori del titolo della società editoriale in Borsa, e quanto tempo prima Napoletano sarebbe stato accompagnato alla porta.

Fonte: lettera43.it Articolo di G. Faggionato del 18 settembre 2018 (qui). La replica dell’ex direttore Napoletano (qui)

Immigrazione, Inchieste, Magistratura, Politica

Diciotti, non si trovano gli ordini scritti: si sgretola inchiesta su Salvini

L’indagine sul caso Diciotti potrebbe bloccarsi e saltare definitivamente. Il nodo da sciogliere riguarda la mancanza di ordini scritti da parte del Viminale.

L’indagine sul caso Diciotti potrebbe bloccarsi e saltare definitivamente.

Il nodo da sciogliere riguarda la mancanza di ordini scritti da parte del Viminale. Non un dettaglio da poco. Di fatto mancherebbero le basi per procedere con l’indagine e l’inchiesta potrebbe rivelarsi un clamoroso buco nell’acqua per il pm Patronaggio. Come riporta il Messaggero all’appello tra le carte mancherebbero proprio gli ordini scritti che sarebbero arrivati nella catena di comando per il “no” allo sbarco dei migranti dalla Diciotti. Il ministro degli Interni più di una volta ha ribadito di essere lui stesso l’unico responsabile della decisione che ha poi provocato poi lo stallo della nave nel porto di Catania con a bordo 177 migranti. Nel corso delle indagini sta emergendo sempre più una falla nella ricostruzione della catena di comando.

E sul caso Diciotti resta da sciogliere anche il nodo della competenza. Se lo stop per lo sbarco fosse arrivato nel porto di Catania allora il tutto sarebbe di competenza della prcura etnea. Un ribaltamento del fronteche per ora vede Palermo in prima linea. Intanto per ricostruire la catena di comando, la procura distrettuale di Palermo avrebbe chiesto una serie di testimonianze per capire quali siano stati i contatti tra Diciotti, comandi della Guardia Costiera e Viminale. Saranno ascoltati il comandante della Diciotti, i comandanti delle capitanerie di porto di Porto Empedocle e Catania, il capo di gabinetto di Salvini, Piantedosi, il responsabile dell’ufficio circondariale marittimo di Lampedusa e altri funzionari. Un passo decisivo per capire quale futuro possa avere un’inchiesta che finora appare basata su fondamenta molto fragili…

Fonte: ilgiornale.it Articolo di F. Grilli (qui).

Democrazia, Inchieste, Magistratura, Politica

Tutto sui 49 milioni della Lega che non sono stati rubati.

Fondi Lega, Renzi, che beneficiò secondo Lusi dei finanziamenti distratti della Margherita, sulla Lega dichiara: “Hanno rubato 49 milioni”.

Ecco un articolo del Fatto del 17 maggio 2012:

L’attacco cieco dell’ex decaduto leader “democratico” è del 10 settembre scorso. Sull’edizione on line del quotidiano il laRepubblica.it (qui) pubblicava l’attacco a muso duro dell’ex segretario PD.

L’attacco di Renzi si concentra sulla richiesta di restituzione dei contributi, asserendo che fossero stati “rubati” ai cittadini italiani, da una sentenza di primo grado, che per altro, risulta in palese in contraddizione con quella che coinvolse il Sen. Lusi e la Margherita (poi confluita nel PD) che lo stesso Renzi non può non conoscere.

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In quella vicenda i magistrati si orientarono in una direzione opposta a quanto invece deciso sulla Lega. Renzi non si preoccupa degli effetti della sentenza e nemmeno per le gravi implicazioni, già in sede di giudizio di primo grado, in merito ai principi costituzionali garantiti sulle modalità di partecipazione dei cittadini alla vita politica, tenuto conto che questa sentenza dei giudici di Genova di fatto impongono la cancellazione di un partito politico che oggi ha il 30 percento dei consensi. Renzi “democratico” per etichetta, reagisce ancora come suo solito sul piano personale e non sul piano politico che mai è stato in grado di immaginare.

Alle posizioni velleitarie del “principe” decaduto “democratico” risponde Il giornalista Telese chiarendo i termini della questione.

Con il sequestro la Lega potrà continuare a far politica? La Lega ha rubato veramente 49 milioni? Perchè la Lega non si è costituita parte civile? Luca Telese risponde a queste ed altre domande.

Non sono assolutamente un simpatizzante di Matteo Salvini, anzi. Tuttavia considero preoccupante quello che sta accadendo sui famigerati “49 milioni” del Carroccio, che da giorni vengono spesso definiti “rubati”.

Prima domanda: sono davvero “49 milioni” i soldi che dopo essere stati sottratti devono essere restituiti dopo le sentenze? Risposta: no. Sono davvero stati ottenuti, come pensano molti “con false fatture”? Risposta: no. Ma soprattutto: è giusto che il partito di Salvini subisca un pignoramento di tutte le sue entrate passate, presenti e future? La mia opinione è che anche in questo caso la risposta sia no.

Sono convinto che questo sequestro non sia giusto, e che questo provvedimento possa produrre delle conseguenze enormi non solo per la Lega ma per tutto il sistema democratico. Vorrei spiegare perché intorno a questa inchiesta aleggiano molti misteri e stanno prendendo corpo tante balle mediatiche. Sono convinto che si possa essere molto distanti dalle idee della Lega, ma che non per questo si debba gioire per la sentenza della Cassazione che potrebbe portare alla chiusura di un partito. Anzi: tifare per il sequestro perché non si è d’accordo con la Lega è una pessima idea che può produrre gravi danni alla dialettica democratica, un ennesimo grave esempio di “doppiopesismo” all’italiana.

Le questioni importanti, per capire questa vicenda dei soldi del Carroccio sono semplici e sono due:

Con il sequestro la Lega potrà continuare a far politica?

1. Può il partito di Salvini continuare la sua attività politica se dovrà consegnare qualsiasi contributo economico dovesse entrare (anche in futuro) nelle sue casse? Risposta: ovviamente no, visto che non esiste più nemmeno il finanziamento pubblico. O i magistrati evitano di sequestrare le risorse del nuovo partito “Lega per Salvini”, creato dagli uomini della nuova Lega (proprio per avere un’altra ragione sociale, diversa da quella del vecchio partito) oppure l’attività del Carroccio viene paralizzata:

chiedere alla Lega la restituzione di 49 milioni (che non ha in cassa e non potrà pagare) significa di fatto bloccare la sua attività politica. Senza escamotage, infatti, il partito non avrebbe soldi nemmeno per stampare un manifesto. Ecco perché questo sequestro implica un problema di agibilità democratica che bisogna porsi, e che anche il presidente della Repubblica si deve porre.

Un dubbio: cosa sarebbe accaduto se tale intimazione fosse stata rivolta al Pd? Risposta: questo caso si è già verificato e i dispositivi previsti dalle sentenze sono state totalmente diverse. Quando infatti qualcosa di simile è accaduto alla Margherita il criterio adottato dai magistrati è stato opposto. Se avessero revocato tutti i finanziamenti al partito di Rutelli e Gentiloni avremmo avuto manifestazioni di protesta in strada, e probabilmente a ragione. Invece adesso Matteo Renzi e i suoi cloni ripetono: “La Lega  restituisca i soldi che ha rubato”. Curioso.

Vediamo i fatti paragonando i casi: anche la Margherita aveva i binari non in regola; anche la Margherita (come la Lega) è stata truffata da un suo tesoriere – Luigi Lusi, senatore del Pd – che secondo i pm quando era tesoriere della Margherita aveva sottratto 27 milioni di euro dai conti del suo partito. Solo che in quel caso la sentenza ha considerato il partito “parte lesa”, mentre in questo caso lo considera di fatto “complice”. C’è una bella differenza, e infatti il sequestro diventa punitivo, mentre nel caso Lusi i magistrati imposero la restituzione dei beni sequestrati al partito.

Ed ecco la seconda questione:

La Lega ha rubato veramente 49 milioni?

2. La Lega deve restituire 49 milioni che ha “sottratto” all’erario. Ma ha davvero “rubato” quella cifra? Molti leggendo sommariamente i resoconti dei giornali (ed anche molti giornalisti che scrivono articoli, purtroppo) si sono convinti che per i giudici di Genova secondo la Cassazione e il Tribunale del riesame (che ha dato loro ragione sul provvedimento di sequestro) deve farlo perché sono stati “rubati” effettivamente 49 milioni di euro producendo false pezze d’appoggio. Risposta: non è così e non lo dice nessuno, nemmeno le sentenze. I fondi, da quando il finanziamento ai partiti è stato abolito, venivano assegnati in base ai voti ricevuti alle elezioni. Dopo le elezioni, questa cifra fissata in base ai voti presi nelle elezioni politiche veniva rateizzata per cinque anni.

Altro punto importante: Bossi e Belsito sono condannati per aver sottratto dei soldi che la procura (pare incredibile ma è così) non è riuscita a quantificare con esattezza (nelle sentenze si stima una cifra tra uno e tre milioni di euro, ma è solo una ipotesi perché non tutti i movimenti sono stati ricostruiti). Quindi 49 milioni di euro non è il totale dei soldi “sottratti” ma piuttosto il totale dei rimborsi percepiti negli anni per le elezioni politiche e regionali. I magistrati comprendono in questo totale tutti i fondi: sia quelli lecitamente percepiti che gli altri, sottratti dalla truffa. C’è una bella differenza. Dire: siccome hai sottratto tre milioni di euro me ne devi ridare 49 è un salto logico molto ardito, che si fonda su questa interpretazione della legge sui rimborsi elettorali: i magistrati sostengono, cioè, che i fondi debbano essere interamente revocati in caso di irregolarità di bilancio. Se fosse così, come mai nel caso di Lusi i fondi sottratti sono stati dieci volte di più (27 milioni invece di un massimo di 3), ma il finanziamento non è stato revocato? Anzi: come abbiamo visto i magistrati hanno restituito alla Margherita i soldi sequestrati a Lusi.

Perché la Lega non si è costituita parte civile?

Infine eccoci al nodo decisivo della mancata costituzione parte civile, che viene usata come una sorta di “giustificazione” per questo trattamento così diverso. Intanto va ricordato che durante il primo processo, la Lega si era costituita come parte lesa contro Bossi e Belsito. Poi, quando i due tronconi del procedimento penale si sono divisi, ha smesso di farlo. Può bastare questa mancata scelta per spiegare un giudizio più severo? Assolutamente no: o si accusano Salvini e i nuovi tesorieri di complicità, e li si persegue per quello, cioè un reato associativo definito (cosa che i magistrati non hanno fatto) oppure bisogna dire che non ci può essere nessuna relazione tra il giudizio e la mancata costituzione parte civile.

Seconda questione: ma questa scelta può essere l’indizio di una collusione tra la nuova Lega di Salvini e la vecchia di Bossi? In primo luogo bisogna dire che questo gesto non impedisce alla Lega di chiedere un risarcimento del danno. Ma poi bisogna aggiungere che questo passaggio è un punto decisivo, in cui la storia politica reale di quello che è accaduto nella Lega offre una spiegazione totalmente diversa da quella immaginata dai passaveline o dai cultori delle carte bollate. Salvini non si è costituito contro Bossi, non perché in quel momento fosse suo “amico”, ma proprio perché in realtà il Senatùr era in quel momento il suo principale nemico politico nel partito. Siccome i due si stavano dando battaglia nella Lega nel congresso (come è noto Salvini ha stravinto) se il nuovo leader avesse combattuto Bossi anche con gli strumenti giudiziari, lo avrebbe trasformato in una vittima, esattamente come Bossi aveva denunciato in alcune interviste. Salvini ha scelto invece (e con successo) un doppio binario: ti rispetto come fondatore del movimento, e non uso l’arma giudiziaria, ma ti combatto sul piano politico per mandarti a casa. E così è accaduto.

Ecco perché questo giudizio oggi diventa un precedente importante non solo per la Lega. Un caso che ancora una volta – e in questo mi rendo conto di essere controcorrente – getta luce sulla ricchezza passata e sulla povertà presente in tutti i bilanci dei partiti. Forza Italia in profondo rosso, il Pd quasi in bancarotta (i dipendenti sono in cassa integrazione dopo la bancarotta della gestione Renzi), la Lega senza un euro (quello che c’era sui conti è stato sequestrato) e inseguita dai pignoramenti, la Sinistra costretta a licenziare i suoi dipendenti. Domanda. Davvero pensiamo che la democrazia italiana possa funzionare così?

Fonte: nicolaporro.it (qui) Articolo di L. Telese, 12 settembre 2018.

Inchieste

Il ponte Morandi sette minuti prima del crollo. Ecco le crepe.

Il crollo del ponte Morandi di Genova continua a far discutere. Su come si sia potuta verificare questa tragedia che ha spezzato la vita a 43 persone sono state fatte le ipotesi più disparate.

Dai piloni che necessitavano di una manutenzione massiccia ai tiranti spezzati. Dal 14 agosto a oggi, però, non si è ancora venuti a capo di questa terribile storia. Nello specifico, non si sa ancora precisamente cosa abbia raso al suolo una parte di Genova, ma soprattutto l’animo dei suoi cittadini.

Dopo decine di video, foto e fermo immagine degli attimi precedenti al crollo, Quarto Grado pubblica un video esclusivo che mette i brividi. La trasmissione televisiva, infatti, tramite il suo profilo Facebook condivide un documento esclusivo: il ponte Morandi sette minuti prima del crollo. Il filmato, girato da un mezzo in transito, mostra chiaramente che nel pilone alla destra del guidatore c’è un crepa orizziontale profondissima.

Ma la rivelazione choc non si ferma qui. La trasmissione, infatti, dimostra chiaramente attraverso un’immagine che quella crepa micidiale sembrava già presente nel pilone nel 2017.

Se così fosse, perché non è mai stata monitorata e quindi segnalata? Perché nessuno è mai intervenuto?

Fonte: dagospia.com (qui)

Inchieste, Montichiari, Politica locale, Territorio bresciano

Velodromo chiuso. Novità? Nessuna. Tranne il silenzio del Sindaco Fraccaro. Ecco dove eravamo rimasti.

Un resoconto sulle ultime notizie in merito sono apparse sulla stampa locale il 17 agosto scorso sul corriere.brescia.it (qui), nell’articolo articolo di M. Trebeschi, si dava conto dell’accordo raggiunto tra le istituzioni Regione, Provincia, Federazione ciclistica, Coni e Comune di Montichiari per gli interventi di manutenzione straordinaria al Velodromo. Ma dalle notizie alla pratica, ancora nessun testo di accordo è stato diffuso.

Qualche giorno dopo arrivava sul quotidiano Giornale di Brescia, l’inutile intervista all’Assessore allo Sport. Che dubitiamo sia in grado di abbozzare una minima ipotesi di accordo di programma.

L’accordo è stato raggiunto. Ed entro ottobre 2019 il Velodromo di Montichiari potrebbe essere completamente ristrutturato. È l’impegno che si sono presi il Coni e la Federazione ciclistica, insieme a Regione Lombardia, Provincia di Brescia e Comune di Montichiari. La spesa dovrebbe sfiorare i 3,5 milioni di euro. In primis bisogna rifare completamente la copertura, dato che la pioggia si insinua nelle crepe. Ma c’è di più: il sindaco Mario Fraccaro progetta di sistemare il piazzale esterno e mettere mano anche al passo carraio, in modo che i mezzi di soccorso e manutenzione possano entrare nel velodromo senza passare sopra il parquet. Al momento la struttura è ancora sotto sequestro – per questioni di sicurezza – e l’obiettivo è far partire i cantieri questa primavera. La deadline sono i Giochi olimpici di Tokyo 2020, previsti in estate. Significa che non c’è tempo da perdere: è anche per questo che il Coni ha già inoltrato la richiesta al governo per un finanziamento da un milione e 800 mila euro. Se il Consiglio dei ministri non dovesse adottare questo decreto, i cantieri non potrebbero partire. E vana sarebbe anche la disponibilità di Palazzo Lombardia per coprire la metà della spesa (fino ad un massimo di un 1,5 milioni di euro).

Ma il lavoro di squadra dei mesi scorsi fa ben sperare: in fondo, quella di Montichiari è l’unica struttura coperta per il ciclismo su pista, perciò è interesse di tutti mettervi mano. Si tratta di «un patrimonio nazionale – sostiene il sindaco Fraccaro – e non poteva essere solo Montichiari a sostenerne le spese». Per accelerare l’iter, il «Coni servizi» potrebbe assumere anche la progettazione esecutiva e la gestione della gara d’appalto: per il dissequestro della struttura, bisogna infatti che non piova più dentro. I teloni termosaldati andrebbero rimossi, così come la lana di roccia oggi deteriorata da pioggia e freddo: il tutto sarebbe sostituito con un telo che di solito viene usato per le imbarcazioni, a cinque strati. Si tratta di un’ipotesi di studio, anche se manca ancora la «progettazione esecutiva».

Una voce per la quale il Comune di Montichiari era pronto a spendere 120 mila euro: se il progetto verrà preso in carico da Coni servizi, l’amministrazione Fraccaro e la Provincia potrebbero investire risorse su altri due fronti. Da una parte gli impianti: la dispersione termica e i consumi elettrici sono alti. «Vogliamo impedire che lievitino i costi di gestione – spiega il sindaco – perciò crediamo si debba mettere mano agli impianti». Se oggi la spesa è pari a cento, l’obiettivo è «ridurla a venti» (-80%). L’altra voce è quella del piazzale, oggi colonizzato da erbacce e privo di parcheggi segnalati: andrebbe «asfaltato e sistemato». Per dare «il giusto risalto» a una struttura nazionale. Certo, tutto dipende dal governo: è Palazzo Chigi che stanzia le risorse poi gestite dal Coni. Quegli 1,8 milioni sono indispensabili, ma pare che la questione sia già arrivata all’attenzione del sottosegretario Giancarlo Giorgetti, che ha la delega allo Sport.

Un percorso incoraggiante e che consente una prospettiva positiva per il Velodromo comunale, sempre avversato dall’attuale amministrazione Fraccaro e dai suoi sostenitori, tanto che tra gli attori che hanno creato le condizioni collobarative tra le istituzione c’è l’azione di moral susion del capogruppo della Lega di Montichiari Marco Togni.

Ma è bene ricordare che l’inerzia operativa del Comune inizia con l’elezione dell’attuale Sindaco Fraccaro. In particolare dal 2015 (a seguito della relazione del gestore dell’epoca) i nuovi amministratori avevano chiara la situazione e le criticità relative alle infiltrazioni d’acqua nella copertura del Velodromo. Se fino al 2015 i danni alla pista erano superate dagli interventi provvisori del vecchio gestore, con la nuova convenzione che ha chiuso con la gestione Bregoli, la situazione è precipitata. Un balletto di indecisione su chi doveva intervenire. Tanto che le criticità sono arrivate ad una tale gravità da essere conseguenza di una chiusura a tempo indeterminato della struttura e conseguente danno alla qualità della pista in legno. Infine il mancato rinnovo della Certificazione di agibilità quinquennale scaduta ad aprile 2018.

A quando la riapertura della struttura? Si parla di ottobre 2019. Non possiamo non ricordare come l’Amministrazione comunale, a maggio 2018, aveva diffuso una nota, a seguito del sequestro dell’impianto comunale, in cui si confermava il sequestro “… a causa della pratica antincendio. Nel mese di maggio, durante una manifestazione dedicata ai tatuaggi, i vigili del fuoco hanno rilevato alcune criticità, verbalizzando quali migliorie e quali interventi doveva effettuare il Comune. Noi abbiamo seguito le loro indicazioni e proedisposto gli interventi necessari ed il 12 luglio abbiamo consegnato la documentazione al comandante dei Vigili del Fuoco. Purtroppo il certificato che aspettavamo non è ancora stato riconsegnato”. Poi dalla sua pagina Facebook, il Sindaco, rassicurava circa il fatto che la situazione si sarebbe risolta “… comunque nel giro di un paio di giorni”.

Stiamo ancora aspettando.

Le ultime parole del Sindaco Fraccaro sono rilevabili sulla sua pagina Facebook del 13 agosto scorso.

Ci potrà dare quelche indicazione almeno per la riapertura delle attività non competitive. Ma tutto tace. Il Sindaco non ha novità da comunicare ai cittadini. E questa è una notizia.

Inchieste

Crollo ponte Morandi, indagati 20 persone e la società Autostrade.

Contestato l’omicidio colposo stradale plurimo, togliendo invece l’attentato alla sicurezza dei trasporti. Viene contestato anche il disastro colposo e l’omicidio colposo plurimo con l’aggravante delle violazione della normativa antinfortunistica.

Ci sono venti indagati per il crollo di ponte Morandi che il 14 agosto scorso ha causato 43 morti. C’è anche Autostrade per l’Italia per responsabilità dell’ente. Le accuse contestate sono disastro colposo, omicidio colpo stradale plurimo e omicidio colposo aggravato dalle violazioni delle norme anti infortunistiche.

Il procurato capo Francesco Cozzi, confermando la notizia, ha anche annunciato: “A breve chiederemo l’incidente probatorio.L’iscrizione viene fatta proprio contestualmente per la necessità di effettuare un atto garantito”. Cozzi, sottolineando che la lista degli indagati è allo stato di 20 persone, ha precisato che non è escluso che l’elenco possa allungarsi: “al momento la lista è questa, poi qualora emergessero ulteriori profili dalla prosecuzione delle indagini questo verrà valutato, anche eventualmente in corso di incidente probatorio come prevede il codice”.

Intanto il premier Giuseppe Conte da Ischia assicura: “Non faremo sconti a un concessionario dopo una simile tragedia. Non posso dire oggi che si va verso la nazionalizzazione. A noi interessa tutelare a pieno il patrimonio dello Stato e avere massime garanzie di tutela di incolumità dei cittadini. Se questo avverrà attraverso la nazionalizzazione o una nuova gara con condizioni contrattuali diverse lo vedremo”, sottolinea inoltre il capo del governo.

Il governatore della Liguria, Giovanni Toti, precisa invece di aver chiesto al governo di non revocare la concessione: “Ho chiesto al governo che questo non avvenga, credo che questo non sia utile a Genova, alla Liguria e a tutto il paese. Credo sia giusto rivedere il sistema delle concessioni e che se ne discuta in Parlamento ma ho chiesto che tutto questo non rallenti la ricostruzione di Genova che non serve solo alla città di Genova e alla Liguria ma a tutto il paese”.

Fonte: ansa.it (qui)

Inchieste, Politica

“I soldi nelle casse della Lega sono somme lecite”. La difesa del Carroccio all’udienza del Riesame

L’avvocato sui fondi attualmente presenti nelle casse del partito. I giudici si sono riservati sul sequestro, decisione attesa per giovedì.

“Abbiamo depositato una consulenza per dimostrare che i soldi che la Lega ha in cassa ora sono contributi di eletti, donazioni di elettori e del 2 per mille della dichiarazione dei redditi. Sono somme non solo lecite ma che hanno anche un fine costituzionale: consentono al partito di perseguire le finalità democratiche del Paese”. Lo ha detto l’avvocato del Carroccio Giovanni Ponti al termine dell’udienza al Riesame. “Dire che sono profitto del reato – ha aggiunto – è un non senso giuridico, ma ci rimettiamo alla decisione del tribunale”.

I giudici del Riesame di Genova si sono riservati sulla decisione di sequestro dei fondi della Lega, attesa per giovedì.

Fonte: HuffingtonPost.it (qui)

Inchieste, Politica, Privatizzazioni

Ponte Morandi, la lista dei possibili indagati sul tavolo dei pm di Genova

C’è una lista persone alla procura di Genova. Si tratta di coloro che sapevano dei problemi della struttura e che in futuro potrebbero essere indagate per il crollo del Ponte Morandi a Genova che ha provocato la morte di 43 persone il 14 agosto. Lo riportano i principali quotidiani in edicola.

Secondo il Corriere della sera

la guardia di Finanza ha consegnato in Procura la sua lista: una trentina di nomi. Si tratta di dirigenti, funzionari, manager e tecnici che si sono occupati a vario titolo del Ponte Morandi negli ultimi sei anni. Da quando, cioè, la vigilanza sulle concessionarie autostradali è stata trasferita all’Anas al Ministero delle Infrastrutture e dei trasporti, dove nel 2012 è nata una specifica Direzione generale.

Il quotidiano la Repubblica scrive che

sulla scrivania del pm arriva un elenco di 13 persone: chi sapeva con certezza della criticità del ponte, chi da tre anni a questa parte ha visto passare dal suo ufficio documenti, mail, progetti e comunicazioni varie

Per la Stampa

il dato clou è l’informativa della finanza, che circoscrive un dossier principale di 13 nomi, il cui operato si è svolto in tempi recenti. Il numero sale a 25 nel caso, non scontato, in cui i pubblici ministeri decidessero di allargare gli accertamenti a figure apicali che hanno operato prima del 2015. La lista numero uno – la scelta se iscrivere o meno questi nomi al registro degli indagati e soprattutto quali scremandone alcuni a scapito di altri, spetta ai magistrati ed è compiuta in queste ore – contiene: Fabio Cerchiai (presidente di Autostrade per l’Italia), Giovanni Castellucci (ad di Aspi), paolo Berti (direttore centrale operazioni Aspi), Michelle Donferri Mitelli (direttore maintenance e investimenti esercizio Aspi), Stefano Marigliani (direttore primo tronco Aspi).

Intanto sono 145 le parti offese, tra familiari delle vittime e feriti del crollo di ponte Morandi. L’elenco definitivo è stato consegnato dalla squadra mobile, ma potrebbe poi aumentare quando inizierà il processo se dovessero essere ammessi anche i danneggiati e gli sfollati.

Si allungano invece i tempi dell’incidente probatorio che potrebbe partire anche in corso di demolizione dei resti della struttura. Dalle indagini intanto emerge che già a partire dal 2013 ad Autostrade erano arrivati i primi alert sullo stato di ammaloramento del viadotto. Successivamente venne commissionato un altro studio alla Cesi e poi al politecnico di Milano.

Quest’ultimo aveva segnalato anomalie da approfondire e avevano suggerito la progettazione di una serie di sensori per monitorare costantemente il Morandi.

Gli investigatori stanno controllando gli studi preliminari che la società aveva ricevuto e che poi hanno portato, nel 2017, al progetto di retrofitting sulle pile 9 e 10. Gli inquirenti vogliono capire se gli allarmi furono interpretati correttamente e se non vennero sottovalutati alcuni aspetti. Tra gli aspetti sotto analisi anche le tecniche e il materiale usato per la realizzazione della struttura. “Vogliamo capire – ha spiegato il procuratore capo di Genova, Francesco Cozzi – se il progetto realizzato dall’ingegner Morandi sia poi stato eseguito correttamente e se è stato usato il materiale giusto”.

Fonte: HuffingtonPost.it (qui)

Inchieste

Ponte Morandi, Autostrade: “Rispettato gli obblighi”. Toninelli: “E’ indecente”. Di Maio: “Farebbero meglio a tacere”

Il cda della società si è riunito in mattinata per rispondere al Mit che vuole revocare la concessione: “Confermato il proprio convincimento in merito al puntuale adempimento degli obblighi concessori da parte della Società”. Anche Di Maio attacca: “Farebbero meglio a tacere”

Autostrade per l’Italia resta convinta di aver rispettato gli obblighi prescritti dalla concessione che la lega al Ministero delle Infrastrutture, anche per quanto riguarda il tratto genovese del Ponte Morandi, tragicamente crollato a metà agosto con la morte di 43 persone. Lo mette nero su bianco una nota al termine del consiglio di amministrazione della società. Immediata la replica proprio del ministro delle Infrasttture, Danilo Toninelli: “E’ incredibile sentir parlare di ‘puntuale adempimento degli obblighì dopo una tragedia con 43 morti, 9 feriti, centinaia di sfollati e imprese in ginocchio. Siamo all’indecenza”, twitta il titolare del Mit.

A stretto giro passa all’attacco anche il vicepremier Luigi Di Maio: “Autostrade dice di aver fatto ‘un puntuale adempimento degli obblighi concessorì previsti dalla convenzione con lo Stato. Me la sono riletta tutta attentamente. Far crollare il ponte causando 43 morti non era nel contratto”, scrive sul suo profilo Facebook. Dai Benetton – prosegue il ministro – ci aspettiamo solo le scuse e i soldi per la ricostruzione del ponte, che non faranno loro. Per il resto consiglio ad Autostrade di tacere. Gli italiani non ne possono più delle loro dichiarazioni fuori luogo”.

Il botta e risposta è arrivato al termine di una mattinata caratterizzata dal doppio consiglio di amministrazione di Autostrade e della holding Atlantia, cassaforte delle partecipazioni della famiglia Benetton attive nel business di strade ed aeroporti. Il board che si è riunito sotto la presidenza di Fabio Cerchiai aveva sul tavolo la lettera del Mit che ha avviato l’iter per la revoca della concessione. Autostrade “ha preso atto degli elementi di confutazione alla lettera del Ministero delle Infrastrutture datata 16 agosto 2018 predisposti dalle strutture tecniche della Società ed ha confermato il proprio convincimento in merito al puntuale adempimento degli obblighi concessori da parte della Società”. Autostrade non ha specificato oltre sulla natura della risposta che verrà recapitata alla struttura di Toninelli, se non che “la lettera di riscontro ed i relativi allegati saranno inviati al Ministero nel termine assegnato”, ovvero domani.

Al termine della riunione, una nota ufficiale ha fatto presente che i consiglieri si sono aggiornati – “nelle more degli esiti degli accertamenti in corso relativi al crollo del viadotto Polcevera” – sulle iniziative per la popolazione. “In particolare, gli aiuti alle famiglie colpite che hanno interessato più di 200 nuclei familiari, le iniziative di ripristino della viabilità cittadina, le ulteriori iniziative di agevolazione del pedaggio e l’avanzamento del progetto di demolizione e ricostruzione del ponte”. Autostrade ha sottolineato che “il Consiglio ed il Collegio Sindacale hanno rinnovato il proprio cordoglio per le vittime, il dolore per i feriti e la vicinanza all’intera comunità genovese ed alle Istituzioni”.

Come detto, la replica del ministro Toninelli – via Twitter- non si è fatta attendere:  “E’ incredibile sentir parlare di “puntuale adempimento degli obblighi” dopo una tragedia con 43 morti, 9 feriti, centinaia di sfollati e imprese in ginocchio. Siamo all’indecenza. Rimetteremo le cose a posto e ridaremo sicurezza e servizi ai cittadini che via viaggiano”, ha attaccato.

Soltanto ieri i vertici delle Autostrade avevano incontrato il commissario Toti e le istituzioni liguri per fare il punto sul piano di demolizione e ricostruzione del viadotto Polcevera. Un progetto nel quale potrebbero rientrare Fincantieri per la parte di realizzazione del nuovo ponte d’acciaio e Renzo Piano come super-architetto in grado di “donare” la rinascita dell’area alla sua città. Il governatore ligure ha detto ieri che la demolizione avverrà “entro 30 giorni” e chiesto una legge speciale al governo, mentre i vertici della società hanno detto di avere più opzioni per la riscostruzione, intanto hanno esteso la gratuità dei pedaggi nell’area. In particolare, ha precisato oggi Autostrade, rispetto alla prima area di esenzione già operativa per chi viaggia sulle tratte Genova Bolzaneto-Genova Ovest-Genova Est e Genova Pra’-Genova Pegli-Genova Aeroporto, si prevede l’esenzione dal pagamento per l’intera tratta Genova Pra’-Genova Pegli-Genova Aeroporto anche per chi proviene dalle entrate autostradali a ponente fino ad Albisola e Ovada inclusi. Le esenzioni dell’intera tratta Genova Bolzaneto-Genova Ovest-Genova Est si applicheranno anche a chi proviene dalle tratte di A7 e A12 comprese tra i caselli di Vignole e Sestri Levante.

Del caso aveva parlato in mattinata il sottosegretario Giancarlo Giorgetti, durante la festa del Fatto Quotidiano: “Sulla revoca delle concessioni bisogna andare dritto per dritto. C’è una procedura già avviata, a tutti si concede il diritto di difesa, avranno pochi giorni per rispondere e poi si deciderà”. Nonostante quel che sostiene Autostrade, per Giorgetti quello che è accaduto a Genova “è talmente eclatante che, a mio giudizio, non capisco come non possa essere ritenuta responsabile anche la società Autostrade, oltre a chi doveva vigilare”. Divergente dal M5s invece l’opinione sulla nazionalizzazione: “Onestamente esprimo dubbi che l’Anas abbia le strutture tecniche e le capacità per fare cose del genere”.

Fonte: laRepubblica.it Articolo di A. Cassinis del 31 agosto 2018 (qui)

Inchieste, Politica

Ponte Morandi: L’inchiesta mette sotto tiro 28 persone. E punta su Delrio.

L’inchiesta sul crollo del ponte Morandi punta anche su Delrio – la Finanza sequestra documenti al ministero che era gestito dal leader renziano (fu prodiano) – in totale sotto tiro 28 persone – gli investigatori non si sono presentati solo al Mit di Roma, ma anche al provveditorato delle Opere pubbliche della Liguria e alla Spea Engineering Spa, una società del gruppo Atlantia.

Altra trasferta romana degli uomini del Primo gruppo della Guardia di finanza di Genova.

 

Delrio

Dopo quella di mercoledì scorso, nella sede di Autostrade per l’ Italia, ieri le fiamme gialle, guidate dal colonnello Ivan Bixio, hanno fatto breccia nel ministero delle Infrastrutture e trasporti di fronte a Porta Pia e al monumento al bersagliere. Accolti da questo tweet del ministro Danilo Toninelli: «Sono ben felice che si faccia chiarezza su quanto successo in passato. Il ministero è a totale disposizione delle autorità che stanno indagando sul crollo del ponte Morandi. Buon lavoro a Gdf e magistrati».

Nel decreto di sequestro (il fascicolo penale è ancora senza indagati) si legge che gli investigatori si sono presentati al dicastero, che nel periodo sotto osservazione era guidato da Graziano Delrio, per acquisire «ogni documentazione di natura tecnica, amministrativa e contabile, appunto, nota o simili» relativa al ponte, «redatta da, o pervenuta a, qualsiasi ufficio, centrale o periferico (provveditorato alle opere pubbliche per la Liguria, ufficio ispettorato territoriale)» del ministero. Gli investigatori avevano il compito di sequestrare anche la documentazione digitale e la posta elettronica del personale «avente competenza sulla materia delle autostrade in concessione».

Gli investigatori non si sono presentati solo al Mit di Roma, ma anche al provveditorato delle opere pubbliche della Liguria e alla Spea engineering spa, una società del gruppo Atlantia (che a sua volta controlla Autostrade per l’ Italia) a cui è stato affidato il progetto di messa in sicurezza del viadotto Morandi che sarebbe dovuto partire a settembre. La Spea ha 650 dipendenti, 8 filiali estere e una controllata brasiliana, la sede principale negli uffici dell’ Aspi a Roma e un’ altra a Milano.

Gli uomini delle fiamme gialle hanno quindi fatto dei sequestri anche nel capoluogo lombardo e lavorato sui server di posta elettronica della Spea a Firenze. Alle Spea si sono occupati di portar via soprattutto i report trimestrali sulla sicurezza redatti sulla salute del ponte. Al termine della giornata di sequestri gli investigatori hanno fatto copia forense di 13 computer e altrettanti smartphone in uso dalle figure più coinvolte. Un numero a cui bisogna sommare i 15 dirigenti di Autostrade già privati di pc e telefonini la settimana scorsa.

In pratica, in vista dell’ incidente probatorio irripetibile, la Guardia di finanza sta cercando tutte le informazioni che sono circolate sullo stato del viadotto e sta ricostruendo la catena di comando che ha avuto contezza dell’«ammaloramento» degli stralli del Morandi e che poteva prendere provvedimenti.

Un ulteriore focus riguarda l’ attività svolta dalle strutture di vigilanza e controllo, ossia provveditorato e Mit, dove è stato acquisito un carteggio interessante con Autostrade sul ponte. Tutti i possibili responsabili di una sottovalutazione del rischio potrebbero essere iscritti sul registro degli indagati in vista dell’ incidente probatorio, in modo da dar loro la possibilità di difendersi e di nominare un consulente di parte.

I primi dirigenti su cui si sono concentrate le indagini preliminari sono quelli di Autostrade e in particolare Paolo Berti, responsabile centrale delle operazioni di Aspi, l’ architetto Michele Donferri, a capo dell’ ufficio Manutenzione e interventi, il direttore del tronco di Genova, Stefano Marigliano, e il responsabile dell’ ufficio Affari regolatori e concessori, Amedeo Gagliardi.

Al centro degli approfondimenti anche i membri del consiglio d’ amministrazione presieduto da Fabio Cerchiai e dall’ amministratore delegato, Giovanni Castellucci, che hanno approvato i lavori. Dopo il via libera, la stesura del progetto viene affidata alla controllata di Autostrade, Spea engineering. Per questo le fiamme gialle hanno acquisito pc e cellulari dell’ amministratore delegato, Antonino Galatà, del responsabile del progetto, Massimiliano Giacobbie e dell’ autore del piano sicurezza, l’ ingegner Massimo Bazzarelli. I passaggi successivi del progetto coinvolgono altri manager e tecnici.

Il primo febbraio il progetto viene presentato al comitato tecnico del provveditorato del ministero delle Infrastrutture, davanti a dieci commissari con diritto di voto e 17 esperti. L’ architetto Roberto Ferrazza, provveditore interregionale da 155.000 euro l’ anno, lo promuove a marzo con alcuni rilievi.

Il 28 aprile Autostrade pubblica il bando di gara, con procedura ristretta, per un appalto da 20.159.344,69 euro, (24,6 milioni con Iva), a cui segue una preselezione. La durata prevista per i lavori è di 784 giorni «dall’ aggiudicazione dell’ appalto». Ossia più di due anni, evidentemente per non rallentare troppo il traffico e gli affari. Il responsabile unico del procedimento è l’ ingegner Paolo Strazzullo di Autostrade, che è chiamato a valutare le proposte.

L’ 11 giugno è il termine ultimo per la presentazione delle offerte e lo stesso giorno Vincenzo Cinelli, a capo della direzione generale per la vigilanza sulle concessioni autostradali del Mit (poltrona conquistata grazie a un decreto del presidente del Consiglio dei ministri firmato da Marianna Madia in vece di Paolo Gentiloni), ha dato il via libera definitivo al progetto. Ma Cinelli è laureato in Scienze politiche e si è certamente consultato con il responsabile della Prima divisione del Mit (Vigilanza tecnica e operativa della rete autostradale in concessione), l’ ingegner Bruno Santoro, con un passato al Consiglio superiore dei lavori pubblici, il massimo organo tecnico e consultivo dello Stato, e successivamente destinato a incarichi di minor prestigio.

Santoro è stato nominato da Cinelli responsabile della Prima divisione a marzo e nella stessa infornata è diventato capo dell’ ufficio ispettivo territoriale di Genova l’ ingegner Carmine Testa. Tutti esperti che non sono riusciti a prevedere il collasso del Morandi e a cui i finanzieri hanno clonato pc e telefoni. Gli investigatori hanno anche spulciato con cura gli uffici della Divisione analisi e investimenti, guidata da Giovanni Proietti.

In attesa delle prossime mosse della Procura, i reperti del ponte, catalogati dai consulenti, saranno custoditi in un hangar dell’ Amiu, la municipalizzata dei rifiuti. «Come è stato fatto per la tragedia di Ustica», ha puntualizzato il procuratore Francesco Cozzi.

C’ è da sperare che in questo caso la verità affiori prima.

Fonte: dagospia.it (qui) su Articolo di G. Amadori (LaVerità)

Inchieste, Terremoto

A denti stretti. Vivere nel «cratere» del terremoto due anni dopo.

Sono passati due anni dalle 3.36 del 24 agosto 2016, da quel terremoto che le devastanti repliche di due giorni dopo e del 30 ottobre – quando fu raggiunta la magnitudine di 6.5 – costrinsero a definire non col nome di una zona o di una regione ma come “del Centro Italia”, a significare la vastità dell’area coinvolta. Quella notte le scosse colpirono con violenza micidiale, provocando circa 300 vittime e danni e distruzioni ingentissime.

Nessuno di chi si è trovato nell’area che successivamente sarebbe stata chiamata “cratere”, pur fortunato per non aver patito crolli, dimenticherà come ha vissuto le ore seguenti alla scossa, in attesa dell’alba: fuori casa o come noi incollato alla tv e navigando sui social alla ricerca affannosa di dare una dimensione a quanto successo, chiedendosi dove il disastro si fosse consumato in maniera più catastrofica. Col divano allontanato dalla parete per essere al sicuro almeno dai libri.

Il giorno successivo ci ha consegnato le immagini di morte e distruzione di Amatrice, Accumoli, Arquata del Tronto. Ora quei paesi e i centri soprattutto maceratesi quasi annientati dalla scossa del 30 ottobre, sono costellati dai villaggi delle Sae, l’acronimo di “Soluzioni abitative in emergenza” diventato familiare a tutti gli italiani. Le macerie sono state rimosse, ma tante ferite sono ancora lì, nonostante le numerose scuole realizzate a tempo di record. Chi passa per Camerino, Muccia, Pieve Torina, Visso… incontra una sequela di case sventrate, di chiese ed edifici pubblici lesionati e puntellati, di servizi essenziali basati in container, di “zone rosse” devastate e transennate.

Nel frattempo altre macerie si sono aggiunte, a Ischia, in Molise e ultime quelle particolarmente crudeli, perché causate dall’uomo, di Bologna e Genova. Macerie da Nord a Sud, che costellano un Paese affaticato e che – come noi protagonisti di questo secondo anniversario, senza alcun desiderio di festeggiare – stenta ancora a risollevare lo sguardo e a recuperare il sorriso.

Alle fine della seconda estate successiva alle scosse nessuno è senza un tetto, ma ben pochi sfollati sono potuti rientrare nelle proprie case. La scelta compiuta dopo le scosse dell’agosto 2016 di accentrare la gestione burocratica della ricostruzione ha rappresentato un “peccato originale” che continua a pesare. Eppure c’era il precedente virtuoso del sisma del 1997 in cui la responsabilizzazione delle Regioni Umbria e Marche aveva prodotto una ricostruzione rapida e senza ombre. Stavolta invece in questi due anni è stato un susseguirsi di leggi e ordinanze che hanno progressivamente allargato le maglie soffocanti delle prime disposizioni. Fino al Decreto 155 (quello denominato “Dignità”) del 7 agosto scorso e all’ultima ordinanza del commissario di Governo De Micheli, che porta la stessa data e si intitola emblematicamente “Semplificazione dell’attività istruttoria per l’accesso ai contributi per gli interventi di ricostruzione privata”.

Finalmente sembra spianarsi la strada per l’avvio della ricostruzione privata, finora di fatto bloccata per le “difformità” che riguardano la quasi totalità delle abitazioni danneggiate – tante le case di campagna, gli edifici antichi in pietra… –, cioè la non perfetta corrispondenza dell’edificato rispetto ai documenti catastali pur nell’evidente assenza di intenzioni fraudolente. Rimane a pesare il numero insufficiente di persone all’opera negli Uffici Ricostruzione regionali e i criteri non sempre omogenei con cui sono valutate le pratiche.

Se la ricostruzione privata appare finalmente in condizione di muovere i primi passi, è di fatto ancora al palo quella pubblica, una situazione che coinvolge pesantemente anche le chiese, per la prima volta comprese entro questa classificazione: le procedure imposte sono tali da mettere in difficoltà molti Comuni, figuriamoci Diocesi povere e pesantemente colpite. Solo i piccoli interventi, che riguardano però un numero esiguo di edifici sacri, potranno giungere a compimento entro l’anno prossimo, mentre i lavori di maggiore entità non potranno essere avviati prima del 2020.

Nel frattempo tantissimi paesi hanno cercato di ridare normalità alla propria estate, tornando a vivere, magari in forma ridotta, le sagre estive che ogni comunità era da decenni solita proporre. Le code che in tanti casi è stato necessario affrontare per ottenere la grigliata di agnello, gli arrosticini o il “polentone” sono il buon auspicio che questa fine estate consegna a chi deve agire perché finalmente la ricostruzione faccia sentire un rumore diverso da quello delle carte protocollate.

Fonte: avvenire.it Articolo di P. Chinellato (qui). Video da YouTube (qui)

Inchieste

Ponte Morandi, tiranti “ridotti del 20 per cento”: Autostrade e MIT sapevano da febbraio 2018.

Il verbale di una riunione tra Infrastrutture, Direzione generale di vigilanza, Provveditorato opere pubbliche e società di gestione dimostra che fin da febbraio 2018 [durante la gestione dell’ex Ministro Del Rio]  la gravità della corrosione era nota. Il documento è firmato da Roberto Ferrazza e Antonio Brencich, ora nominati presidente e membro esperto della commissione d’indagine del governo

La strage del ponte Morandi a Genova non può essere una sorpresa. Il ministero delle Infrastrutture, la Direzione generale per la vigilanza sulle concessionarie autostradali a Roma e il Provveditorato per le opere pubbliche di Piemonte-Valle d’Aosta-Liguria a Genova, insieme con Autostrade per l’Italia della famiglia Benetton, conoscevano perfettamente la gravità del degrado del viadotto collassato la mattina di martedì 14 agosto, provocando la morte di 43 persone.

Almeno sette tecnici, cinque dello Stato e due dell’azienda di gestione, sapevano infatti che la corrosione alle pile 9 (quella crollata) e 10 aveva provocato una riduzione fino al venti per cento dei cavi metallici interni agli stralli, i tiranti di calcestruzzo che sostenevano il sistema bilanciato della struttura. E che nel progetto di rinforzo presentato da Autostrade erano stati rilevati «alcuni aspetti discutibili per quanto riguarda la stima della resistenza del calcestruzzo». Nonostante queste conclusioni, in sei mesi da allora né il ministero né la società concessionaria hanno mai ritenuto di dover limitare il traffico, deviare i mezzi pesanti, ridurre da due a una le corsie per carreggiata, abbassare la velocità. Come si dovrebbe sempre fare, in attesa dell’avvio dei lavori, per garantire la sicurezza e alleggerire il carico e l’affaticamento della costruzione.

È tutto scritto nel verbale della riunione con cui il primo febbraio 2018 il Provveditorato alle opere pubbliche di Genova rilascia il parere obbligatorio sul progetto di ristrutturazione presentato da Autostrade. Il documento, che smentisce quanto la società di gestione continua a dichiarare sull’imprevedibilità del disastro, è firmato tra gli altri dal provveditore, l’architetto Roberto Ferrazza, e dall’esperto esterno, il professore associato della facoltà di ingegneria dell’Università di Genova, Antonio Brencich, che già nel 2016 e più volte nelle interviste tv di questi giorni ha denunciato le condizioni critiche del ponte. Ma nel luogo istituzionale dove portare le proprie osservazioni, in nessuna parte della riunione come dimostra il verbale, nemmeno nel capitolo che riguarda le interferenze con il traffico autostradale, Ferrazza e Brencich prescrivono raccomandazioni sui volumi di traffico che tengano conto delle condizioni dei tiranti, dell’incognita del calcestruzzo. E della conseguente riduzione dei margini di sicurezza, che il crollo ha poi rivelato.

Il ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli, ha nominato proprio Ferrazza presidente e Brencich membro esperto della commissione di inchiesta del governo «per svolgere verifiche e analisi tecniche sul crollo». Nella stessa commissione sono stati inseriti anche gli ingegneri Bruno Santoro e Michele Franzese, dirigenti tecnici della Direzione generale per la vigilanza sulle concessioni autostradali: cioè della stessa struttura del ministero che pur avendo ricevuto il verbale da Ferrazza, a fronte di quanto è stato scritto nella riunione non ha ritenuto di dover intervenire. Toninelli è ministro da poche settimane. Ma il suo ufficio di gabinetto e le sue segreterie tecniche e legislative non potevano non sapere che il provveditore di Genova era tenuto per legge a esprimere un parere sul progetto di Autostrade. E che quindi la sua nomina al vertice della commissione ispettiva lo porta a occuparsi di se stesso. Ferrazza e Brencich avranno libero accesso ai luoghi delle indagini, alle macerie e a tutti gli atti amministrativi che riterranno di interesse. Arriverà forse il giorno in cui dovranno autointerrogarsi: chi meglio di loro è testimone della riunione del primo febbraio?

Quando sei mesi fa il comitato tecnico del provveditorato si occupa del ponte Morandi, l’ingegner Paolo Strazzullo, responsabile unico del procedimento per Autostrade e il collega Massimiliano Giacobbi, progettista dell’intervento per conto della Spea Engineering, società collegata al gestore, presentano i dettagli del progetto. Sono i due tecnici sicuramente a conoscenza della situazione del ponte. Sono loro a illustrare il livello di declino della struttura. «I risultati delle prove riflettometriche hanno evidenziato un lento trend di degrado dei cavi costituenti gli stralli (riduzione d’area totale dei cavi dal 10 al 20 per cento) e proprio per tale considerazione la committente ha ritenuto opportuno avviare una progettazione finalizzata al rinforzo degli stralli delle pile 9 e 10», è scritto a pagina 3 del verbale, al capitolo “Descrizione difetti”. Poiché sono fin dalla costruzione inglobati nel calcestruzzo, i cavi dei tiranti non sono visibili all’esterno. Per studiarli, si ricorre alla riflettometria. Facendo passare corrente, si calcola la resistenza e quindi l’eventuale riduzione della sezione del tirante: dalle misure così eseguite, l’area totale delle sezioni risulta consumata dalla corrosione fino al 20 per cento.

«Le indagini», aggiunge il verbale «sono state estese agli altri elementi strutturali che hanno evidenziato quadri fessurativi (lesioni) più o meno estesi, presenza di umidità, fenomeni di distacchi, dilavamenti, ossidazione… sulla base delle indagini svolte la società progettista ha cautelativamente stimato un grado di ammaloramento medio oscillante dal dieci al venti per cento». Il progetto ripropone quindi quanto è già stato fatto circa vent’anni fa sulla pila 11 del viadotto: la disposizione di nuovi cavi esterni, che vanno dal traversone dell’autostrada fino alla sommità delle “antenne” del ponte, a cui sono legati i tiranti.

Relatori, per conto del ministero delle Infrastrutture, sono due ingegneri del provveditorato, Giuseppe Sisca e Salvatore Buonaccorso e gli esperti esterni, Mario Servetto e Antonio Brencich. Sisca è un ingegnere della motorizzazione. Insegna in numerosi corsi di scuola guida. Conosce direttamente la società Autostrade per l’Italia perché nel 2017, su autorizzazione del ministero, ha ricevuto dall’azienda un incarico retribuito in una commissione, attività non collegata ai suoi doveri d’ufficio. Sulla tabella ministeriale, l’importo della prestazione professionale è comunque indicato come presunto e la cifra come “0”. L’autorizzazione agli incarichi esterni di coordinamento lavori o collaudo per imprese private è una prassi ministeriale. Una consuetudine di tutti i governi.

Da l’Espresso. Articolo di F. Gatti (qui)

 

 

 

Inchieste, Pedofilia

Inferno negli Usa: migliaia di bambini abusati da 300 preti. Bergoglio: “Abbiamo agito tardi. Abbiamo trascurato e abbandonato i piccoli”

C’è una notizia esplosiva che sta rimbalzando su tutti i media mondiali, ma che da noi rischia di essere messa in secondo piano dal giusto clamore del crollo del ponte di Genova: riguarda i ripetuti e sistematici casi di pedofilia nella Chiesa cattolica statunitense della Pennsylvania, a metà strada tra Washington e New York. Lo scorso 14 agosto, scrive Riccardo Pizziriani su “Luogo Comune”, la Corte Suprema della Pennsylvania ha pubblicato infatti un corposo report di 1.300 pagine che descrive in dettaglio gli abusi sessuali nel clero cattolico locale, accusando oltre 300 sacerdoti. Il gran giurì della Pennsylvania, riunitosi nel 2016, ha intervistato decine di testimoni e esaminato più di 500.000 pagine di documenti provenienti da ogni diocesi dello Stato eccetto Philadelphia e Altoona-Johnstown, già indagate in precedenza. Risultato: orrore, raccapriccio. Una smisurata quantità di abusi, violenze, vessazioni. Questa storica inchiesta, scrive Pizziriani, ha rilevato che più di 1.000 bambini sono stati abusati dai membri di sei diocesi, in Pennsylvania, negli ultimi 70 anni. Dopo 18 mesi di indagini, gli investigatori denunciano «sistematici occultamenti, da parte della Chiesa».

«Oltre mille bambini erano vittime identificabili, dagli archivi della Chiesa», afferma il gran giurì nel suo esplosivo rapporto: «Crediamo che il numero reale di bambini i cui “record” sono stati persi o che avevano paura di farsi avanti sia nell’ordine Abusi sui minoridelle migliaia». Il documento afferma che il clero ha abusato bambini, bambine e anche degli adolescenti. «Tutti questi casi – si legge nel rapporto – sono stati messi da parte dai leader della Chiesa, che hanno preferito proteggere soprattutto i colpevoli e la loro istituzione». A causa dei presunti tentativi di copertura da parte degli alti funzionari ecclesiastici, aggiunge Pizziriani, la maggior parte dei casi sono troppo vecchi per essere portati a processo. Nonostante ciò, gli investigatori avvertono: potrebbero esserci ulteriori incriminazioni, mentre l’inchiesta continua. Il report parla di centinaia di preti: alcuni nomi rimangono oscurati, nel timore che la loro identificazione pubblica possa violare i loro diritti costituzionali. Ma il procuratore generale Josh Shapiro ha dichiarato che il suo ufficio sta lavorando per rimuovere questa autocensura che, di fatto, protegge gli autori dei reati.

«I funzionari della Chiesa descrivevano abitualmente e deliberatamente questi abusi come “giocare a cavalluccio”, “fare wrestling”, o come “condotta inappropriata”. Non erano affatto quelle cose: erano abusi sessuali su minori, compreso lo stupro», sottolinea Shapiro. Molte vittime hanno affermato di esser state drogate o comunque manipolate. Alcuni hanno ricordato di essere stati picchiati da membri della famiglia che non credevano alle loro storie. Shapiro afferma infatti che «in Pennsylvania la fede è stata trasformata in arma per tenere le vittime in silenzio». Racconta la rete “Abc News”: «Ai bambini è stato insegnato che questo abuso non era solo normale, ma anche era sacro». Stiamo parlando di bambini violentati da sacerdoti, per decenni: gli abusi «vanno dalla masturbazione allo stupro anale, orale e vaginale». Un ragazzo fu persino costretto a farsi confessare allo stesso prete che lo abusava sessualmente. Un altro sacerdote «ha molestato cinque sorelle per un periodo superiore a 10 anni e, in un accordo con la loro famiglia, la diocesi ha richiesto un accordo di riservatezza». Ancora: un gruppo di preti di Pittsburgh, scrive sempre Pizziriani citando il “Telegraph”, è accusato di aver ordinato a un chierichetto Cardinali: accusati di aver coperto i reatidi spogliarsi nudo e di posare crocifisso come Gesù sulla croce, mentre gli facevano foto. Gli scatti «sono poi circolati negli ambienti della Chiesa, dove la pornografia infantile veniva condivisa».

Sempre nel report si legge che un prete «ha stuprato una bambina di sette anni, mentre la piccola era in ospedale per farsi rimuovere le tonsille». Un altro bambino è stato drogato con sostenze presenti in un succo d’arancia, prima di essere violentato. Un altro, di appena nove anni, «è stato costretto a praticare sesso orale, e poi il prete ha usato l’acqua santa per “purificare” la sua bocca». E’ praticamente infinita, la galleria degli orrori che emerge dall’indagine condotta in Pennsylvania: «Un gruppo di pedofili ha frustato i ragazzini, permettendo ad altri uomini di violentarli a pagamento. Un altro prete, che cercava di convicere gli studenti delle scuole medie a praticargli del sesso orale, insegnava loro di come Maria doveva leccare Gesù per pulirlo dopo che era nato». Poi ci sono o sacerdoti che hanno avuto figli: «Usavano croci d’oro per marcare chi di loro era stato maltrattato». Una ragazza «è stata violentata da un certo numero di sacerdoti, che in seguito le hanno detto che questo era il modo in cui Dio mostrava l’amore». Racconta il “Daily Mail” che un prete di Scranton «ha aggredito sessualmente una ragazza minorenne, l’ha messa incinta e poi le ha organizzato l’aborto».

Diverse presunte vittime sono state attirate con alcol o pornografia, aggiunge Pizziriani: in seguito si sono rifugiate nell’abuso di sostanze. Qualcuno è crollato, preferendo suicidarsi. «Una di queste vittime include Joey, un bambino di 7 anni che è stato più volte violentato da padre Edward Graff ad Allentown». Graff, un uomo fisicamente imponente, «ha usato tanta forza per sottomettere il ragazzo che ha danneggiato gravemente la spina dorsale della vittima», secondo il procuratore Shapiro. «I medici hanno dovuto somministrargli pesanti antidolorifici, ma il ragazzo ne è divenato dipendente e alla fine è morto di overdose». Prima di soccombere, la vittima ha scritto alla diocesi di Allentown dicendo che Graff l’aveva più che violentato: «Ha ucciso il mio potenziale e, così facendo, ha ucciso l’uomo che avrei dovuto diventare», ha ammesso il giovane, secondo quanto riportato da “Nbc Philadelphia”. La permanenza di Graff alla diocesi di Allentown è durata 35 anni. E ora, conferma il “Daily Mail”, quel sacerdote è accusato di aver violentato decine di ragazzi.

«Sorprendentemente, la leadership della Chiesa ha tenuto traccia degli abusi e della copertura: questi documenti, dagli “archivi segreti” propri delle diocesi, hanno costituito la spina dorsale di questa indagine», afferma Shapiro. Pagine che affondano in storie di abominio, come quella del reverendo David A. Soderlund, accusato di avere avuto rapporti sessuali con almeno tre giovani ragazzi all’inizio degli anni ‘80. «La diocesi di Allentown, di cui era sacerdote, conosceva le accuse, ma non le riferì alle autorità», scrive Pizziriani: il piccolo era un chierichetto di 7° grado (aveva 12 anni), e padre Soderlund aveva un caravan negli Appalachi Trail Sites, a Shartlesville. «Ce l’ha portato lì quasi ogni settimana, per un periodo di circa 5 anni, a Josh Shapiro, procuratore della Pennsylvaniafare sesso», ha riferito alle autorità ecclesiastiche nel 1997 una delle presunte vittime di Soderlund: «Ha detto che non partecipava di sua scelta, ma padre David aveva minacciato di ferirlo o ucciderlo. Ha anche scattato delle foto alla vittima impegnata in atti sessuali e ha minacciato di usarle per metterla in imbarazzo», si legge sempre sul “Daily Mail”.

Il rapporto d’indagine critica apertamente anche l’arcivescovo di Washington Dc, cardinale Donald Wuerl, già a capo della diocesi di Pittsburgh, per il suo ruolo nel nascondere gli abusi. Prima della pubblicazione del rapporto, l’alto prelato si era difeso giurando di aver «agito con diligenza, con preoccupazione per i sopravvissuti e per prevenire futuri atti di abuso». La “Bbc” rivela che, il mese scorso, il cardinale Theodore McCarrick, ex arcivescovo di Washington e leader cattolico di alto profilo, si è dimesso tra le accuse di aver abusato sessualmente di bambini e adulti per decenni. Secondo Shapiro, l’inchiesta ha confermato «un sistematico insabbiamento, da parte di alti funzionari ecclesiastici in Pennsylvania e in Vaticano». Il “New York Post” scrive che, secondo Shapiro, lo Il cardinale Theodore McCarrickschema era «abuso, negazione e insabbiamento». Conferma l’agenzia “Ansa”, citando sempre Shapiro: «I preti hanno violentato ragazzini e ragazzine. E i loro superiori non solo non fecero niente, ma hanno nascosto tutto».

I sacerdoti che avevano molestato i bambini? «Venivano abitualmente trasferiti di parrocchia in parrocchia» e rimanevano tranquillamente attivi per 40 anni. «Il gruppo di investigatori – aggiunge Pizziriani – ha concluso che una successione di vescovi cattolici e altri dirigenti diocesani ha cercato di proteggere la Chiesa da cattiva pubblicità e responsabilità finanziaria. Non hanno denunciato il clero accusato alla polizia, hanno usato accordi di riservatezza per mettere a tacere le vittime e inviato i sacerdoti colpevoli di abusi alle cosiddette “strutture di trattamento”, che “riciclavano” i preti». Così, conferma il “New York Times”, «hanno permesso a centinaia di molestatori riconosciuti di tornare ad operare liberamente». Un parroco è addirittura andato a lavorare a DisneyWorld «utilizzando una accorata lettera di raccomandazione da parte della Chiesa, dopo che costui era stato costretto a lasciare la tonaca dietro le accuse di aver abusato di bambini». Congiura del silenzio, anche oltre la Chiesa: polizia e pubblici ministeri – accusa il “New York Times” – a volte non indagavano sulle accuse, per deferenza verso i religiosi. Oppure ignoravano le denunce, considerandole di competenza di altri uffici. E la strage degli innocenti, nel frattempo, proseguiva.

Ed il pontefice Bergoglio in una Lettera al Popolo di Dio dichiara: “Abbiamo agito tardi. Abbiamo trascurato e abbandonato i piccoli”

Vergogna e pentimento, come comunità ecclesiale” e basta omissioni, ora si deve passare alla denuncia. Così Papa Francesco in una ‘Lettera al Popolo di Dio’ parla dello scandalo della pedofilia da parte del clero, aggiungendo che “ammettiamo che non abbiamo saputo stare dove dovevamo stare, che non abbiamo agito in tempo riconoscendo la dimensione e la gravità del danno che si stava causando in tante vite. Abbiamo trascurato e abbandonato i piccoli”.

Nelle ultime settimane e negli ultimi mesi sono molti gli scandali che si stanno susseguendo, dall’Australia al Cile fino in Usa. La pedofilia, scrive Bergoglio, è “un crimine che genera profonde ferite di dolore e di impotenza, anzitutto nelle vittime, ma anche nei loro familiari e nell’intera comunità”.

“Guardando al passato, non sarà mai abbastanza ciò che si fa per chiedere perdono e cercare di riparare il danno causato. Guardando al futuro, non sarà mai poco tutto ciò che si fa per dar vita a una cultura capace di evitare che tali situazioni non solo non si ripetano, ma non trovino spazio per essere coperte e perpetuarsi”.

Prosegue Papa Francesco: “Il dolore delle vittime e delle loro famiglie è anche il nostro dolore, perciò urge ribadire ancora una volta il nostro impegno per garantire la protezione dei minori e degli adulti in situazione di vulnerabilità”.

“Se in passato l’omissione ha potuto diventare una forma di risposta, oggi – sottolinea il Papa – vogliamo che la solidarietà, intesa nel suo significato più profondo ed esigente, diventi il nostro modo di fare la storia presente e futura, in un ambito dove i conflitti, le tensioni e specialmente le vittime di ogni tipo di abuso possano trovare una mano tesa che le protegga e le riscatti dal loro dolore. Tale solidarietà ci chiede, a sua volta, di denunciare tutto ciò che possa mettere in pericolo l’integrità di qualsiasi persona. Solidarietà che reclama la lotta contro ogni tipo di corruzione, specialmente quella spirituale”.

Da Huffington.it (qui)

Da Libreidee.org (qui)

Altre notizie anche su CBS Pittsburg USA (qui)

Cronaca, Inchieste

“Il concessionario è come se fosse diventato il proprietario delle autostrade, non l’inquilino che deve gestirle”

Il procuratore di Genova Cozzi al Corriere della sera.

Premesso che l’indagine è in una fase preliminare ed esiste comunque un segreto istruttorio, posso tuttavia fare un ragionamento più generale: io ho qualche difficoltà ad accettare l’idea che il tema della sicurezza pubblica stradale sia rimesso nelle mani dei privati. La filosofia del nostro sistema vede oggi uno Stato espropriato dei suoi poteri, una sorta di proprietario assenteista che ha abdicato al ruolo di garante della sicurezza. Come se avesse detto al privato, veditela tu”. Lo dice il procuratore di Genova, Francesco Cozzi che, intervistato dal Corriere della Sera, rileva: “Nel momento in cui lo Stato abdica alla funzione di controllo ci vorrebbe almeno un’agenzia terza che garantisse la sicurezza, non il concessionario stesso. Credo che il crollo del ponte Morandi porti a ripensare tutta la materia”.

“Nel momento in cui è stata decisa la privatizzazione delle autostrade, lo Stato si è ritagliato un ruolo riguardante soprattutto il controllo del rapporto fra investimenti e ricavi, il giusto prezzo dei pedaggi, l’inflazione… Meno la sicurezza delle infrastrutture”, osserva. Nonostante il ruolo marginale, potrebbe avere delle responsabilità? “Dobbiamo analizzare bene la materia. Cercheremo di capire quali sono esattamente i poteri degli organi di controllo del ministero, anche se temo che siano molto blandi – spiega -. Il concessionario è come se fosse diventato il proprietario delle autostrade, non l’inquilino che deve gestirle”. E quindi le maggiori responsabilità sono in capo al concessionario, cioè Autostrade? “Chiaro – afferma -, maggiori poteri, maggiori oneri, maggiori responsabilità (non intende dire penali, ndr). E io aggiungerei anche maggiori guadagni”.

Conflitti d'interesse, Inchieste, Politica, Privatizzazioni

Ma “Segreto di Stato” può voler dire “Tangenti”? (Domanda alla Procura)

Poiché i Benetton non  forniscono  allo Stato missili, armamenti avanzati, radar   –  perché le concessioni autostradali sono state coperte dal segreto di Stato? E’ una domanda  che vorrei porre, da povero cittadino, a giudici, procuratori: quale altro motivo riescono a immaginare  per questo segreto – di Stato! – se non occulti scambi e benefici tra i politici che hanno concesso, e quelli che godono della concessione di un monopolio lucrosissimo?  Domando sinceramente: perché  io non riesco a immaginare altro.  Magari i giudici e procuratori, invece sì. Hanno un motivo per trovare questo segreto normalissimo.  E per questo non si sono mossi  nonostante anche l’Authority dei Trasporti abbia più volte   sottolineato la necessità di rendere  pubblici tali contratti, che riguardano un servizio pubblico e il pubblico potere. E benché in qualunque altro paese il ministero dei trasporti rendano consultabili i contratti e gli atti che disciplinano il rapporto tra lo Stato e i gestori delle reti autostradali, come – del resto  -di ogni servizio pubblico dato  in  concessione.

Si possono ipotizzare  tangenti? Pagamenti sottobanco in qualunque forma  al partito di governo concessionario? Lo si domanda ingenuamente, visti gli enormi profitti che la società in oggetto  ricava dalla gestione del monopolio:  quasi il 26  per cento sul fatturato l’utile netto, pari a 1,042 miliardi .  E un margine operativo lordo che fa dire al giornalista economico Fabio Dragoni  la seqguente battutaccia:  “Un EBITDA di quasi il 68% sul fatturato come quello di #Autostrade credo possa essere superato soltanto dal traffico di stupefacenti”.  E perché Mario Giordano li chiama “Avvoltoi”?
Ogni anno gli italiani hanno pagato pedaggi per quasi 6 miliardi di euro, il triplo di quello che pagano con il canone Rai. Di questi soldi, solo una minima parte va allo Stato: 842 milioni.

 

Non so se abbia ragione, non me ne intendo.  Ma c’è un altro articolo su Scenari economici, di cui lascio la lettura agli esperti, che fa il confronto fra Autostrade Spa e  ANAS e conclude: “A fronte di un maggior incasso per pedaggi Autostrade per l’Italia ha ridotto l’investimento in superficie di asfalto nuova fra il 2016 ed il 2017, calo che diventa del 36% se confrontato con il 2000. Se prendete delle buche sapete con chi arrabbiarvi. (…)

“Anche raddoppiando le spese ANAS per km di strada avremmo comunque una gestione molto meno costosa del sistema autostradale. (….)   Praticamente una gestione pubblica costerebbe la metà rispetto alla gestione del monopolista concessionario, anche ipotizzando un raddoppio dei costi pubblici a km“.

https://scenarieconomici.it/quanto-super-guadagna-autostrade-per-litalia-rispetto-alla-gestione-anas-leggete-e-divertitevi/

Insomma i Benetton hanno  aumentato i profitti e diminuito gli investimenti.  La società  ha diminuito gli investimenti del -26% dal 2016 al 2017.

Domando: c’è qualche motivo per cui a dei privati vengano fatto   incamerare profitti di un miliardo l’anno  nel quadro di una concessione le cui condizioni sono segrete? Ad una società che manco paga le tasse in Italia, avendo la sede in Lussemburgo?   Questa domanda ha qualche relazione col fatto che il  ministro delle infrastrutture del governo PD, Graziano Delrio, ha prolungato la lucrosissima concessione ai Benetton e a Gavio (altro gestore) fino al 2030, poco prima di scadere?

http://www.affaritaliani.it/economia/autostrade-delrio-fa-il-regalo-a-gavio-512552.html

 

 

 

 

 

Magari  c’è un do-ut-des.  Magari un segretario di partito privatizza, e emerge subito come velista da regata, proprietario di yacht. O un altro riesce a comprarsi una villa staccando assegni da 400 mila euro com niente fosse. Non lo sto affermando,  lo  domando: c’è un do ut des?

Per esempio: Enrico Letta, che da presidente del Consiglio era il  l’assegnatore della concessione di Atlantia, appena decade dalla carica, viene fatto  consigliere d’amministrazione  della società spagnola Abertis:   che è controllata da Atlantia: Niente di male, valorosi procuratori. Ma si può vedere qui un do-ut-des?

Non so, domando. AI procuratori non interessa “aprire in fascicolo”? Come i 400 che hanno aperto contro Berlusconi?   Tanto zelanti nel “dare la caccia ai 46 milioni della Lega”, non possono dar un’occhiata ai profitti immensi dei Benetton   che il  partito di potere  ha regalato loro?

L’elenco è incompleto.

Sicuramente lo Stato –  ipotizzate voi magistrati –  avrà dato la concessione segreta ai Benetton per la loro professionalità specializzata nel settore. Anche se c’è d chiedere dove mai abbiano acquisito questa   professionalità, nel loro precedente mestiere di stracciaroli inventori di un metodo di colorazione di magliette.

Acquistate senza metterci un soldo

Capitalisti senza capitali. E monopolisti senza rischio d’impresa.

Forse, direte voi, il fattore decisivo  che ha guidato  D’Alema  nel ’99 a concedere a loro quel lucroso monopolio, era la loro immensa disponibilità di capitali: ce ne vogliono, per rilevare  i 3 mila chilometri di Autostrade.  Avranno pagato sull’unghia, come si dice, migliaia di miliardi di lire. Dei loro. Grandi capitalisti come sono.

Ma  ecco che un trader, Giovanni Zibordi, nega. “Va ricordato che i Benetton si comprarono Autostrade senza in pratica spendere soldi loro, perchè la comprarono  attraverso una società ad hoc che si caricò di debiti per pagare l’acquisto e poi la fusero con Autostrade, trasferendo così il debito su Autostrade stesse…”.

Certo, questo   si chiama Leveraged buy-out, va di moda,è perfettamente legale – anche se non capisco perché,  visto che consente ad un capitalista senza capitali propri di  comprare grandissime imprese, pagandole con il saccheggio delle imprese   acquisite. Non dovrebbe essere legale soprattutto quando si tratta di imprese di Stato e monopoli naturali: perché allora saremmo capaci tutti di concorrere facendo altrettanto. L’Italia è piena  di capitalisti senza capitale, che in collusione col governo “comprano” in questo modo  grossissimi tesori: fece lo stesso Colaninno, che comprò Telecom  senza  soldi suoi, pagandola poi con gli utili di Telecom. Siccome a fare il capitalista così  saremmo buoni anche noi ingenui, almeno vorremmo che una tale concessione fosse messa  all’asta, libera e aperta.  E ciò, senza voler girare il coltello nella piaga, facendo notare come in questo modo, i capitalisti non fanno avanzare il  sistema industriale italiano, ma lo depauperano e depredano, facendogli perdere valore.  Ciò vale tanto più per i Benetton, che i profitti miliardari lucrati in Italia, li hanno spesi per  comprare autostrade in Cile, terreni in Argentina  e altrove?

Prima, quando le Autostrade erano IRI,  reinvestivano i profitti in manutenzione, ampliamenti della rete  e  ammodernamenti:  come dovrebbe essere moralmente richiesto quando si gestisce un monopolio di interesse pubblico. O addirittura, ridurre i prezzi del servizio,perché a questo serve il monopolio pubblico: adempiere all’obbligo  istituzionale,  per lo Stato,  di fornire il servizio  alla intera comunità nazionale alle medesime condizioni”.

Lo Stato ha fatto privatizzazioni in perdita!?

Invece D’Alema, Prodi, Amato, quelli delle privatizzazioni, hanno mancato a questo  dovere,   vendendo a privati il cui scopo non è mai stato migliorare il servizio, ma ricavarne più profitti – appunto riducendo i “costi” di manutenzione, anzitutto.

Ma  fecero le privatizzazioni, si diceva, perche lo Stato così incamerava denaro, col quale doveva ridurre il debito pubblico.

Ora, signor procuratore, ecco qui un titolo di Repubblica – un giornale “amico” –  del 2017:

“la corsa alla privatizzazioni è costata allo stato 40 miliardi”.

Ho pensato a un errore di stampa: in realtà,  si voleva scrivere che “la corsa alle privatizzazioni ha reso allo Stato 40 miliardi”; non che è “costata” 40 miliardi.

Invece è   andata proprio così, e il testo lo dice: “Se il Tesoro avesse tenuto in portafoglio tutte le principali aziende  che ha collocato a Piazza Affari”  dice – “oggi  si troverebbe in tasca 40 miliardi  in più”.  Sono una bella  cifra  40 miliardi, procuratore: nelle casse dello Stato, quel che manca da anni e che è necessario  – secondo  Savona e Bagnai – per lanciare un grande piano lavori sulle infrastrutture e  il riequipaggiamento del territorio, abbandonati dal PD ai rentiers privati : in cambio di che cosa? E’ una domanda. Il Segreto di Stato impedisce che si sappia la risposta?

Capisco il procuratore Cozzi: “Non è stata una fatalità, è stato un errore  umano”.   Errore umano, è un tocodelicato. Magari   farebbe nascere la sensazione  di voler gettare tutto sulle spalle dell’ingeger Morando  che sbagliò,  e chiuderla  lì  col  morto.  Ma  certo non sarà così. Lo si deve capire, il valoroso procuratore: gli si leggeva in faccia la preoccupazione.  Una seccatura che  sottrae risorse alla “caccia ai milioni della Lega”.  Una grossa gatta da pelare. Con nomi di intoccabili da toccare,  per cui ci vorrebbe un Di Pietro bis capace di sbatterli in galera per farli confessare. Qualcosa nella sua faccia ci dice che il procuratore Cozzi non sarà quel Di Pietro che apre la Mani Pulite del PD .  Ma potremmo sbagliare: in fondo è  quella di Genova è la procura che dà  la caccia dovunque nel mondo ai 46 milioni della Lega. E’ anche quella che ci dirà la verità sul perché la Procura di Siena ha archiviato come suicidio  questo:

Siamo tranquilli. Le nostre domande avranno risposte.

Da maurizioblondet.it (qui)

Inchieste, Privatizzazioni

Ponte Morandi, Brencich: “Rottura degli stralli è ipotesi seria”

La procura ha nominato che dovranno accertare le cause del crollo, probabilmente riconducibili al collasso del pilone 9. Oggi partono i lavori della Commissione ispettiva del Mit, di cui fa parte anche il docente che lanciò l’allarme nel 2016.

La procura di Genova da oggi sarà materialmente attiva nell’indagine con la nomina dei consulenti da parte del procuratore capo Francesco Cozzi, che ha affidato l’indagine ai pm Walter Cotugno e Massimo Terrile: si tratta degli ingegneri Pier Giorgio Malerba, docente al Politecnico di Milano, e Renato Buratti di Genova. Al momento l’inchiesta è contro ignoti, ma non appena saranno necessari accertamenti irripetibili, i magistrati iscriveranno i primi nomi nel registro degli indagati accusandoli di omicidio colposo plurimo, disastro colposo e attentato alla sicurezza dei trasporti.

Sulla loro scrivania, intanto, arriveranno in giornata diversi documenti. Dalla concessione ad Autostrade, agli atti di Comune e Regione fino ai numerosi studi condotti sul ponte Morandi nel corso degli anni. L’ultimo, commissionato dalla stessa azienda a due professori del Politecnico di Milano, è datato novembre 2017 e allertava Autostrade: “I piloni sono deformi e i cavi ossidati”, scrivevano i docenti dopo due giorni di ispezioni e misurazioni in un dossier pubblicato da Il Fatto Quotidiano. Eppure anche dopo il disastro la società ha detto che non c’erano allarmi: “Se avete documentazione portatemela, a me non risulta”, diceva l’ad di Autostrade al Gr1.

La speciale Commissione ispettiva istituita dal ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, che giovedì ha avviato un’istruttoria su Autostrade per l’Italia, si riunirà per la prima in prefettura a Genova per fare il punto di avviare verifiche e analisi tecniche sul crollo sotto la guida dell’architetto Roberto Ferrazza, provveditore alle opere pubbliche per il Piemonte, Liguria e Val d’Aosta. Assieme a lui, lavoreranno i professori Ivo Vanzi, componente esperto del Consiglio superiore dei lavori pubblici, gli ingegneri Gianluca Ievolella, consigliere di supporto al presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici, Michele Franzese e Bruno Santoro, dirigenti tecnici della direzione generale per la vigilanza sulle concessionarie autostradali.

Nella commissione ci sarà anche Antonio Brencich, professore associato dell’Università degli studi di Genova assai critico sul Morandi negli scorsi anni. La rottura di uno strallo “è un’ipotesi di lavoro seria, ma dopo tre giorni è solo un’ipotesi”, ha detto oggi Brencich, che ha fatto un breve sopralluogo nella zona del ponte. “La voce che gira è che il collasso sia stato attivato dalla rottura di uno strallo ci sono testimonianze e video che vanno in questo senso”. Il docente ha invece smentito che possa essere stato un eccesso di carico a provocare il crollo del ponte Morandi: “La pioggia, i tuoni, l’eccesso di carico sono ipotesi fantasiose – ha detto – che non vanno prese neanche in considerazione”.

Da ilfattoquotidiano.it (qui)

Inchieste, Privatizzazioni

Autostrade, quelle privatizzazioni all’italiana: il trionfo della lobby del casello

Il trucco originario – Fine anni 90: lo Stato cede ai privati il servizio di gestione delle strade, i Benetton si indebitano per comprare ma poi scaricano il debito sulla società appena acquistata.

La tragedia del ponte Morandi ha attirato l’attenzione sul ruolo delle concessionarie. Il governo ha dichiarato l’intenzione di revocare la concessione all’Aspi (Autostrade per l’Italia), Giorgia Meloni invoca la nazionalizzazione del settore. L’istituto delle concessioni si giustifica in teoria per l’idea che opere pubbliche possano essere finanziate con capitali privati e poi devolute allo Stato a fine concessione, senza oneri per il bilancio pubblico. Ma questo non è mai avvenuto in Italia: il grosso della rete fu costruita, negli anni ‘60 e ‘70, tutta a debito, quasi sempre congaranzia dello Stato, mentre gli azionisti, Iri compresa, versavano solo pochi spiccioli in conto capitale. Rimborsati i debiti con il gettito dei pedaggi, invece di devolvere le infrastrutture allo Stato come previsto dai contratti, le concessioni sono state via via e spesso più volte prorogate “gratuitamente”: veri regali grazie ai quali i concessionari hanno iniziato ad arricchirsi senza alcuna giustificazione.

La via delle proroghe gratuite fu iniziata per facilitare la privatizzazione della Autostrade e consentire quindi un rilevante incasso all’Iri, ma ne beneficiarono anche tutti gli altri concessionari, in primis il gruppo Gavio(per la storia delle proroghe e delle rivalutazioni monetarie rimando al mio libro I Signori delle Autostrade, il Mulino).

Gli unici che hanno pagato allo Stato (o meglio all’Iri) somme rilevanti per la concessione sono stati gli azionisti della Schemaventotto (controllata al 60% dai Benetton) che, a fine 1999, versarono 2,5 miliardi per il 30% della Autostrade. Nei cinque anni successivi i pedaggi aumentarono del 21%, con un incasso complessivo di oltre 11 miliardi, mentre gli investimentivenivano contenuti al minimo, appena il 16% di quanto previsto nella convenzione e nell’atto aggiuntivo. Si creava quindi un ampio polmone finanziario che consentiva alla Schemaventotto di lanciare un’Opa totalitaria sulla Autostrade che si concludeva, nel febbraio 2003, portando la quota di Schemaventotto all’84% circa.

Questo acquisto, con un esborso di circa 6 miliardi (quanto incassato dall’Iri per la vendita di tutta la società), venne finanziato interamente a debito tramite una newco poi subito fusa nella Autostrade: così Schemaventotto passò dal 30 all’84% della Autostrade senza sborsare un euro, accollando alla società un debito che questa avrebbe ripagato coi pedaggi. Successivamente, Schemaventotto fece cassa cedendo le quote in esubero rispetto a quanto opportuno per mantenere il controllo e così, dopo appena tre anni, recuperò quasi interamente quanto pagato all’Iri, restando però al controllo di una società con davanti ancora 30 anni di concessionee profitti attorno al miliardo l’anno. Un affare strepitoso per i Benetton e loro coazionisti, senza il minimo rischio! E pare che oggi, in caso di revoca della concessione, possano chiedere una penale-indennizzo di 20 miliardi!

Le concessionarie non hanno mai svolto un ruolo socialmente utile e oggi sono una palla al piede per l’economia, principalmente perché investono in Italia solo una piccola parte del cospicuo flusso di cassa che deriva dai pedaggi: gran parte del resto viene investito all’estero o per diversificare, mentre i pedaggi gravano sulla mobilità e riducono la competitività dell’economia. Nel 2017 Aspi ha avuto un margine operativo lordo di 2.450 milioni ma ne ha investiti nella rete solo 517. La holding Atlantia acquista invece quote del tunnel sotto la Manica e il controllo della spagnola Abertis.

Lo Stato ha regalato quasi tutta la rete autostradale a soggetti che di soldi loro, all’origine, ne hanno investiti pochissimi. Ma i contratti devono essere rispettati: per revocare la concessione all’Aspi il governo dovrà dimostrare che vi sia stata grave inadempienza da parte della concessionaria; quand’anche riesca ad esibire le prove, la società farà opposizione sul piano legale, non solo in Italia, aprendo controversie lunghe e dagli esiti imprevedibili. Esistono anche altri modi per eliminare questo cancro che è cresciuto nella nostra economia. Innanzi tutto occorrerebbe evitare qualunque nuova proroga e abrogare almeno qualcuna delle tante proroghe concesse dal ministro Graziano Delrio, quando sia possibile farlo senza violare contratti, come sembrerebbe possibile per l’Autobrennero. I profitti delle concessionarie potrebbero poi essere contenuti con una valutazione più rigorosa degli investimenti e riducendo il generoso tasso al quale vengono oggi remunerati. Si dovrebbe infine stabilire il principio che quando una concessione scade, l’opera venga devoluta allo Stato, come previsto dal contratto, senza essere né prorogata né rimessa in gara. Quando un’autostrada è stata ammortizzata, il pedaggio diventa per lo più un’imposta. Meglio che la riscuota lo Stato piuttosto che un concessionario. Lo Stato può ben gestire “in house” le nostre autostrade senza che per questo si debba parlare di “nazionalizzazione”.

Lo Stato può facilmente appaltare in gara le due funzioni svolte dalle concessionarie, manutenzione ed esazione dei pedaggi, senza assumere alcun dipendente pubblico e con vantaggio per trasparenza e concorrenza. Il gettito dei pedaggi in genere copre ampiamente il costo di nuovi investimenti, che potrebbero essere appaltati con gare aperte invece che riservate a imprese controllate delle concessionarie. Ci sono due casi in cui un tale cambiamento potrebbe essere applicato da subito: quelli della Torino-Piacenza e dell’Ativa (Torino-Ivrea-Val D’Aosta), entrambe controllate dal gruppo Gavio, con concessioni già scadute e opere già ammortizzate e che non necessitano di nuovi investimenti. Vediamo cosa deciderà questo governo.

Da ilfattoquotidiano.it Articolo di G. Ragazzi (qui)

Economia, Inchieste, Politica, Privatizzazioni

Da Gavio ai Benetton. Gli imprenditori facili. Guadagnare come monopolisti. Quelli del libero mercato e della concorrenza. Concessioni senza gara perchè amici della politica.

Ecco chi sono i signori delle autostrade. Imprenditori privati come Gavio e Benetton che diventano ricchi grazie alle concessioni pubbliche. Manuele Bonaccorsi ci guida in un viaggio sulle autostrade italiane. Dove i pedaggi aumentano e i pendolari sono esasperati. Mentre il ministro dei Trasporti Maurizio Lupi concede alle concessionarie un nuovo regalo: un aumento della durata dei contratti. Gavio, tra i finanziatori di Matteo Renzi, ringrazia: ci guadagnerà 9,6 miliardi di euro.

Dal servizio del La Gabbia La7 del 24 marzo 2015 (qui)

Economia, Inchieste

L’indecente segreto di Stato sui contratti di concessione

Gli accordi sulla gestione delle autostrade non possono essere resi pubblici: «Vanno protetti i dati delle società»

Quattro o cinque anni fa la neonata Autorità dei trasporti chiese al ministero delle Infrastrutture i testi dei contratti di concessione autostradale.

Sembrava una richiesta di routine e invece i funzionari ministeriali fecero muro: i documenti, spiegarono, contengono dati delicati per le aziende coinvolte e quindi non possono essere divulgati. Nemmeno all’organismo di controllo. Affermazione sorprendente ma del tutto in linea con quello che era accaduto al momento stesso della creazione dell’Autorità. L’Aiscat, l’associazione dei gestori, era riuscita a ottenere una sostanziale riduzione dei suoi poteri: contrariamente a quello che accade in altri Paesi l’Autorità deve ancora oggi limitarsi alle nuove concessioni, ma non può mettere becco in quelle già firmate, tutte le più importanti compresa quella di Autostrade.

Non meraviglia dunque che Phastidio, il sito dell’economista Mario Seminerio, abbia definito le concessioni «un indecente segreto di Stato», più tutelato di quelli militari. In questo caso, però a essere protetta non è la collettività, ma le società che incassano i pedaggi. Il muro di gomma ha fino ad ora sempre tenuto, sventando ogni pericolo; l’esempio più recente risale all’inizio di quest’anno: mantenendo all’apparenza le ripetute promesse di trasparenza, Graziano Delrio, ministro dei trasporti del governo Gentiloni, ha fatto pubblicare su internet i testi incriminati. Peccato però che siano state escluse le parti più importanti, quelle davvero utili per farsi un’idea della sensatezza economica degli accordi.

Le concessioni, in tutto una ventina o poco più, sono i contratti con cui lo Stato (attraverso il Ministero delle Infrastrutture) affida a una società la gestione di un tronco autostradale, i rispettivi obblighi e diritti, i ricavi che l’operatore privato ne potrà trarre e gli investimenti a cui si impegna. Nella maggior parte dei casi risalgono alla fine degli anni Novanta, il periodo delle grandi privatizzazioni. Quella di Autostrade per l’Italia, siglata nel 1997, scadeva nel 2038, ma di recente, in cambio dei lavori sulla nuova super tangenziale di Genova, la cosiddetta Gronda, è stata prorogata al 2042.

Proprio le proroghe sono uno dei tasti più delicati. La legge europea prevede che una volta scadute, le convenzioni vengano messe a gara, nel nome di una sana competizione. Peccato che in Italia non succeda praticamente mai. Il cavallo di Troia sono di solito i nuovi investimenti: il gestore si impegna a costruire un nuovo tronco, una terza (o quarta corsia), opere considerate indispensabili, e come remunerazione finisce con l’ottenere dal governo un aumento dei pedaggi o una proroga del contratto (talvolta entrambi). Spesso, tra l’altro, l’investimento provoca un aumento del traffico e il gestore ci guadagna due volte. Atlantia dei Benetton (con Autostrade primo gestore italiano) o il gruppo Gavio (secondo) hanno un altro vantaggio: possiedono delle società di costruzioni interne a cui, almeno in parte, affidano i lavori. L’incasso tende così a triplicarsi.

Uno dei dominus del sistema è Fabrizio Palenzona, tra i più formidabili uomini di potere dell’Italia degli ultimi decenni. Ai tempi della prima Repubblica era già un democristiano in carriera (è stato sindaco di Tortona e presidente della provincia di Alessandria). Poi è diventato banchiere (vicepresidente di Unicredit) e proconsole dei Benetton nel settore infrastrutture. In questa veste è presidente di Aiscat (come detto l’associazione dei gestori autostradali) e di Assoaeroporti (i Benetton controllano lo scalo di Fiumicino).

La famiglia di Ponzano Veneto, oggi in difficoltà di fronte all’accanita competizione nel settore dei maglioncini (dove da anni perde soldi) è entrata nel più redditizio comparto dei servizi in concessione già dalla prima privatizzazione nel 1998. Più o meno nello stesso periodo sono entrati i Gavio. Le società della famiglia di Tortona sono state coinvolte qualche anno fa in una grottesca vicenda che rende bene la scarsa trasparenza del settore. La cosiddetta legge sblocca Italia del 2015 prevedeva a loro vantaggio la solita proroga (con relativi incassi) in cambio di lavori per 10 miliardi. Arrivata a Bruxelles la norma fu bocciata tra mille imbarazzi: i «nuovi» lavori, dissero i funzionari Ue, sono gli stessi che ci avete presentato negli anni precedenti. Quante volte volete farveli pagare?

Da ilgiornale.it articolo di A. Allegri (qui)