Economia, Italexit

Ue-Italia, parla l’economista Bifarini: “Vi spiego perchè è il momento dell’Italexit”

Dopo la bocciatura definitiva della manovra da parte della Commissione europea con la prospettiva dell’apertura della procedura d’infrazione contro l’Italia per deficit eccessivo, da più parti ci si chiede quale strada percorrere. A questo punto, cosa converrebbe fare? Scendere a patti con Bruxelles come sembrerebbe chiedere il ministro degli Affari europei Paolo Savona, o andare avanti con il muro contro muro come chiedono invece Salvini e Di Maio? E soprattutto, è arrivato o no il momento di una rottura definitiva, magari avviando quel percorso di uscita dall’euro da molti auspicato? Lo Speciale lo ha chiesto all’economista Ilaria Bifarini.

Ha senso cercare ancora un accordo con l’Unione Europea sulla manovra?

“Credo a questo punto che non ci siano più le condizioni. C’è un accanimento da parte dell’Unione Europea nei confronti dell’Italia che è motivato più da ragioni ideologiche e politiche che da questioni economiche. La spesa a deficit prevista da questa manovra è assolutamente in linea con quanto attuato dai governi precedenti, anzi anche inferiore. Il debito pubblico, dovuto al pagamento degli interessi sul debito stesso, è cresciuto con lo stesso Monti, a riprova che le misure di austerity non funzionano, così come con Letta, Gentiloni e Renzi. Ma mai come con la coalizione giallo-verde c’era stato un attacco così duro e ostinato da parte sia di Bruxelles che dei media e di tutta la potente macchina della propaganda”.

Siamo come non mai di fronte ad un bivio? Uscire dall’euro o rassegnarsi alla sudditanza perenne?

“Già, è giunto il momento di scelte coraggiose. Continuare a sottostare a regole e parametri infondati assurti a dogmi significa rinunciare per sempre alla propria sovranità economica e politica. Una perdita di democrazia inaccettabile per i cittadini, che alle urne hanno espresso la loro volontà di cambiamento. C’è uno scollamento troppo forte ormai tra le istanze delle popolazioni e quelle dei tecnocrati di Bruxelles, che non le rappresentano.
Attraverso l’imposizione di parametri contabili si è creata una dittatura dei mercati che sta generando solo povertà e disoccupazione. L’unica possibile via d’uscita è recuperare la propria sovranità monetaria”.

E’ il momento propizio per tentare la strada dell’Italexit o sono ancora possibili soluzioni meno drastiche?

“Continuare a ‘trattare’ con l’UE che ci somministra la pillola mortifera dell’austerity significa condannarsi a una lenta e dolorosa agonia. Nonostante il terrorismo creato dal mainstream, tornare a una nostra moneta, che si chiami lira o qualsiasi altro nome, non rappresenterebbe nulla di trascendentale. Al mondo, a parte l’Eurozona e le ex colonie francesi che adottano il franco CFA, ogni Paese ha la propria moneta. Non si verificherebbe nessuna delle catastrofi prospettate da chi fa volutamente terrorismo. Lo spauracchio dell’inflazione, ad esempio, è infondato, perché attualmente ci troviamo in una situazione di deflazione con crisi della domanda e alta disoccupazione. Così come la corsa agli sportelli, essendo nell’epoca delle transazioni elettroniche. Insomma, niente cavallette”.

Il Ministro Paolo Savona dice che bisogna cambiare anche il governo, non soltanto la manovra. Che sta succedendo?

“Pare che le dichiarazioni siano state smentite, o comunque ridimensionate. Sicuramente c’è nervosismo, vista la situazione di forte scontro con l’UE. D’altra parte c’è una stampa e un apparato di comunicazione che tifa contro il governo e fa di tutto per ridicolizzarlo e delegittimarlo. Neanche ai tempi di Berlusconi c’era tanto accanimento. Questo tende a esacerbare lo scontro e a radicalizzare le posizioni, creando un clima per nulla favorevole”.

Fonte: ilariabifarini.com (qui)

Europa, Germania, Italexit

Da Trump una spinta all’Italexit ⎮ quelsi.it

Riportiamo le recenti analisi pubblicate sul Quotidiano Sovranista Qelsi:

Questo lunedì l’analisi si arricchisce della componente più importante di tutte, la Geopolitica, a causa degli avvenimenti di questi ultimi 2 giorni.Per capire dove siamo non possiamo prescindere da ciò che si muove intorno a noi.Partiamo dalla citazione di uno dei filosofi più interessanti nella storia dell’umanità (Hegel):“Ciò che è razionale è reale, ciò che è reale è razionale”.Egli riteneva che la ragione umana fosse in cammino verso la verità secondo uno sviluppo logico (Lógos) e conseguenziale. Applicandola ai tempi attuali, possiamo dire che con tale filosofia Hegel abbia involontariamente descritto la Brexit poiché secondo questi il razionale si manifesta nella storia. Il 24 giugno 2016 Ansa riporta la notizia:“Brexit, la notte del referendum che ha cambiato la Ue – Sondaggi capovolti in una notte drammatica, ore contate Cameron”In cui si legge:“…dopo che i primi poll avevano dato il remain al 52%…”. Le classi borghesi che hanno pianificato la globalizzazione pensavano che avrebbero vinto il referendum o quanto meno pagarono sondaggisti e giornalisti per diffondere questa certezza.Ma essa è anche la filosofia del Trumpismo. Su Il Secolo XIX del 7 novembre 2016 Maurice Tamman annunciava sondaggi che consideravano sicura vincente la Clinton:“Usa, ultimo sondaggio: Clinton batterà Trump al 90 per cento”e sappiamo come è andata vero?Alla fine, fu anche la filosofia del nostro Governo di Liberazione Nazionale,Non era razionale immaginare che gli Italiani lasciassero al governo chi in 7 anni aveva:

  • Ridotto la produzione industriale del 25%;
  • Aumentato la disoccupazione a livelli greci;
  • Raddoppiato i poveri;
  • Fatto fallire un’infinità di banche e massacrato i risparmi della povera gente.

Razionalmente, quindi, così come prima gli inglesi e gli americani, gli italiani scrissero la storia eleggendo partiti che facessero altro, e questi organizzarono un governo che rispondesse a tali aspettative provando altre strade.Divisi fra anti-euro e riformisti della UE, i gialloverdi seppero trovare in Savona l’uomo giusto per liberare dal soffocamento dell’Equivalenza Ricardiana, dell’austerità espansiva.Tutto ciò che è razionale è reale, così anche in questo caso la ragione si è manifestata nella realtà e in essa dobbiamo ora cogliere la razionalità.I gialloverdi, su spinta del Prof. Savona, fissarono un budget di spesa pubblica idoneo a sostenere la crescita del PIL, una percentuale 3 volte superiore al valore richiesto dalla UE: lo 0.8%.A dire il vero, il Piano Savona era caratterizzato per i seguenti due elementi:

  • Impegnare il deficit di bilancio negli investimenti, che avrebbero spinto in alto il Pil Potenziale del paese (vedremo alla fine perché questo è importante)
  • Spingere la Germania a fungere da motore dell’Impero operando in deficit, sia di bilancio che commerciale.

Ma Salvini e Di Maio optarono per il rispetto delle proprie promesse elettorali e la Germania disse no al sostituirsi agli Usa degli ultimi 40 anni.Scontato, pertanto, lo scontro fra le due impostazione e, da qui, la reazione della UE. Il 28 novembre TG LA7 riporta le dure parole di Dombrovskis pronunciate dopo una timida apertura di Salvini alla limatura di qualche decimale:“Manovra, Dombrovskis avverte: ‘La correzione dei conti sia consistente’ ”Il TG 5 delle ore 13 del primo dicembre annuncia che l’Ecofin avvierà in ogni caso la procedura d’infrazione contro l’Italia.Ma la fortuna assiste i Dioscuri, entra in gioco la Geopolitica. Al G20 Trump afferma:“o il sistema evolve verso un commercio equo, dal libero commercio attuale, o usciremo dal G20”nel chiaro intento di giustificare il nazionalismo produttivo, teso a riequilibrare le partite correnti. Quindi Trump lancia un chiaro messaggio a chi si garantisce partite correnti positive grazie alla:“….currency manipulation…” (tweet di Trump).Così Trump al G20 incontra Xi Jinping per discutere di tali argomenti. Trump ha però avvertito anche la Germania, vero scopo di tali attacchi (come vedremo più avanti) chiedendole di non usare più l’Euro come arma di colonizzazione dei mercati mondiali. Sulla Faz di oggi (ieri per chi legge) viene pubblicato il pezzo dal titolo:“Squilibrio commerciale, Trump avverte la Germania: lo cambieremo” nel quale si riporta la promessa di Potus in merito ai dazi sulle auto tedesche avendo gli USA squilibri commerciali con la Germania grazie alla truffa dell’Euro!Trump decreta la fine dell’Euro? Non possiamo saperlo, ma certo è che se mettesse dazi sulle auto europee COSTRINGEREBBE l’Italia ad andare all’eurobreak-up altrimenti l’Italia si vedrebbe distrutto l’intero comparto dell’Automotive:“Trump minaccia i dazi sulle auto estere. Il Fmi: Barriere controproducenti”(La Presse – 28 novembre 2018).Ma le ragioni di questi attacchi alla Germania sono più profonde, vanno oltre l’economia. L’attacco a Merkel e Macròn è un attacco alla nascita dell’Impero Europeo. La Germania, come detto la settimana scorsa, ha rinunciato al progetto di Savona di Impero economico ma ambisce alla creazione di un esercito europeo. L’Impero che attacca Trump è quello militare, quello del disegno di Jean Monnet:“le nazioni europee dovrebbero essere condotte verso un superstato senza che la gente capisca cosa stia accadendo. Questo lo si potrà ottenere adottando fasi successive, ciascuna mascherata come avente uno scopo economico.” Ora, immaginate voi se gli USA lasceranno che la bomba atomica francese vada in mano ad un superstato a guida tedesca, perché di guida tedesca dobbiamo parlare.A poche settimane dalla decisione di realizzare la Piccola Europa, quella senza Italia e UK, i tedeschi già avanzano pretese sul seggio che la Francia ha all’ONU. Su il Fatto Quotidiano del 28 novembre 2018 si legge:

“Onu, la proposta di Berlino: “Seggio della Francia diventi della Ue, che deve parlare con una voce sola”

Non passano 24 ore che sul sito di Maurizio Blondet si legge nel pezzo “Macron cede a Berlino anche il seggio francese al consiglio di sicurezza”:“Macron sta aderendo a questo progetto. Con la incredibile sottomissione che ha dimostrato verso Berlino, e in segreto. Solo accidentalmente, in una conferenza ad Harvard il 6 ottobre, i francesi che vi partecipavano l’hanno saputo. Dall’ambasciatore tedesco alle Nazioni Unite, Christophe Heusegen, il quale ha reso noto che sono in corso discussioni per trasformare il seggio permanente della Francia in un seggio franco-tedesco; dal 2019, Berlino avrà il seggio permanente all’ONU, ha di fatto lasciato intendere”Se i tedeschi si impossessassero di tale poltrona e della bomba atomica sarebbe rinato il Reich.Trump sa che vi è una sola Europa che conta ed è la Germania. I posti chiave a Bruxelles sono occupati tutti da tedeschi, l’Europa degli uguali è diventata l’Europa del più forte. Bruxelles riconosce a Berlino il diritto di porre i propri interessi nazionali avanti a tutto pur chiamandoli “interessi d’Europa”. I paesi finlandizzati ne traggono vantaggio ma quelli che ambiscono a porsi sullo stesso piano vengono sistematicamente schiacciati.Trump non può permettersi la nascita di un Impero così potente nel cuore dell’Europa e comincia ad avocare a se gli stati salvati da Hitler durante la WW2, in particolar modo la Francia.Su l’Ansa del 13 novembre 2018 leggiamo i tweet di Trump:“Emmanuel Macron suggerisce di costruire un loro esercito per proteggere l’Europa dagli Stati Uniti, Cina e Russia. Ma era la Germania nelle due guerre mondiali. Come è andata a finire per la Francia? Avevano iniziato ad imparare il tedesco a Parigi prima che arrivassero gli Stati Uniti. Paghi piuttosto per la Nato……Non c’è Paese più nazionalista della Francia, gente molto fiera e giustamente… FATE LA FRANCIA DI NUOVO GRANDE!…..Il problema è che Emmanuel ha un livello di approvazione molto basso in Francia, il 26%, e un tasso di disoccupazione a quasi il 10%”Guarda caso, subito dopo abbiamo i seguenti 3 avvenimenti:

  • “Gilet gialli contro Macron in Francia” (da Omnibus La7 del 22 novembre)
  • L’arresto in Giappone di Carlos Ghosn, il a capo dell’alleanza franco-nipponica tra Renault, Nissan e Mitsubishi, che ha strappato a Toyota e Volkswagen la palma di maggior costruttore mondiale
  • Il più consistente riarmo della base USA di Ramstein, sito originariamente finalizzato alla prevenzione della formazione di un esercito tedesco-russo (vedi Diplomacy di H. Kissinger), degli ultimi 20 anni – fonte “Gli USA di Trump, l’EU della nuova Vichy, l’Italia in perenne declino” di Mitt Dolcino – http://www.scenarieconomici.it.

Pensate forse che dietro i Gilet gialli e l’arresto di Ghosn non ci sia l’esercito USA?Mitsubishi Motors faceva parte in passato delle Mitsubishi Heavy Industries, il principale produttore militare del Giappone. L’arresto di Ghosn blocca la possibilità dei francesi di acquisire il completo controllo dell’alleanza motoristica Renault-Nissan-Mitsubishi e acquisire i segreti militari giapponesi e statunitensi. Trump si serve di queste operazioni perché la superpotenza economica tedesca non evolva in superpotenza militare.La UE a trazione tedesca va smantellata, Trump si abbatterà su essa come un furioso Thor e l’Italia sarà il suo martello!Il Partito dei Francesi, consapevole di queste cose, sa di aver poco tempo a disposizione, al massimo fino a quando Potus non prenderà possesso della FED, e si sta pertanto attivando per controbattere la maggioranza.La via principalmente seguita è separare Salvini e Di Maio ricorrendo:

  • Allo scandalo del frigorifero (“Un bidone, una carriola, deicalcinacci, un telo di plexiglass e un vecchio frigorifero. Questo è stato trovato sulla terra dei Di Maio” – Libero 30 novembre);
  • Al morbo dei Presidenti della Camera (“Sicurezza e migranti Ficospara su Salvini ma l’obiettivo è Di Maio” – Il Giornale 01 dicembre 2018)

La seconda via intrapresa è far sparare al Policy Advisor Bankitalia tutte le cartucce in suo possesso, specialmente quella del Project Fear con lo spread:

“Il Dg di Bankitalia: “Con lo spread alto il rischio di default non è più nullo” (Huffington Post 27 novembre 2018)

Ma oramai il Project Fear non spaventa più nessuno, soprattutto alla luce di quanto accadde in Inghilterra con la Brexit.

Su MSN.com viene pubblicato oggi (ossia ieri per chi legge) un pezzo dal titolo:

“Costs of Brexit: nothing to fear from project fear?”

Nel quale si cita il rapporto dell’Economist for Free Trade (EFFT) secondo il quale i prezzi dei prodotti nei negozi inglesi calerebbero dell’8% e il PIL crescerebbe del 7% in 15 anni in caso di “no deal” con la UE.

Tutto questo nonostante quelli della BoE anche questa settimana abbiano fatto delle affermazioni che sembrano provenire da chi ha appena assunto sostanze pesanti:

“Brexit, stime choc della Banca d’Inghilterra: con no deal Pil giù dell’8%” (Il Sole 24 Ore).

In Inghilterra è forte la memoria circa le uscite di Mark Carney, governatore BoE, all’alba del referendum per la Brexit:

“Brexit could lead to recession, says Bank of England – Central bank issues unprecedented warning over EU vote, claiming exit could depress pound and raise unemployment” (The Guardian, 12 maggio 2016).

L’esperienza inglese ha lasciato il segno nei popoli, rinforzandone coraggio ed animo belligerante.

BdI e BoE sono superpagati dipendenti delle Banche Global impegnati a diffondere terrorismo. Oramai la loro attendibilità è pari a zero.

Nessun quotidiano fa poi notare la gaffe del Direttore Generale di Banca d’Italia (Rossi) che si lascia sfuggire una frase sulla probabile rottura dell’Euro. Finanza On Line riporta la frase incriminata:

“Bankitalia, l’ammissione di Rossi: Euro, incrinata convinzione che fosse un monolite”

Nessun quotidiano riporta poi che il Policy advisor si occupa dello spread mentre chiude gli occhi di fronte a quanto sta facendo il suo Policy Maker Unicredit.

Mustier, numero uno di Unicredit, sta effettuando una scissione tra Unicredit Italia e gli asset esteri. Il suo vertice sarà probabilmente spostato in Germania, perché una banca che si definisce “Paneuropea” preferisce sistemarsi nel paese in cui le regole vengono dettate. Se l’Italia dovesse ritornare alla Lira, è possibile che lascino morire la filiale italiana affinché il governo vada in difficoltà nel far uso della leva Politica Monetaria.

Che Mustier stia pianificando di bloccare o rallentare il governo sovrano?

Non possiamo affermarlo mentre possiamo con certezza dire che le banche tedesche e francesi stiano seriamente pensando alla Cacciatexit.

A gennaio la BCE farà partire una misura di finanziamento al sistema bancario europeo al solo fine di consentire alle suddette banche di recuperare i loro investimenti nel nostro sistema bancario.

Nei giorni scorsi su Faz.net, all’interno dell’articolo “Trotz Anti-Europa-Kurs: EZB bereitet Finanztspritze fur italiens Banken vor” si riportano le cifre delle esposizioni:

–        Banche francesi 350 miliardi;

–        Banche tedesche 70 miliardi.

Al termine del recupero di tali capitali il nostro sistema sarà lasciato in balia dei mercati, privo di una Banca Centrale che fissi i tassi, senza una BC che faccia da prestatore di ultima istanza.

Ma i gialloverdi, che non sono stupidi, hanno già studiato le contromosse. E queste stanno facendo impazzire il Partito dei Francesi, quelli che tifano per lo spread e per il crollo della nostra economia, quel Partito Democratico ad alta concentrazione di uomini con la Legion d’Onore francese.

Sui quotidiani leggiamo:

– “il giallo delle card per il reddito di cittadinanza” (Il Sole 24 Ore – 30 novembre 2018);

– “RDC Di Maio: A Poste la stampa delle tessere” (La Repubblica – 30 novembre 2018).

Quelli del Partito dei Francesi hanno capito che il Reddito di Cittadinanza verrà erogato tramite tessere (già in fase di stampa) e che le Poste gestiranno la misura garantendo quella capillarità territoriale che sarà tanto utile anche per gestire la futura Politica Monetaria del governo tornato alla lira. Sarei portato a pensare che il governo abbia rinunciato a rientrare in possesso di Banca d’Italia. Meglio così, lasciamo che essa faccia la fine che merita: fallire!

Non a caso, il buon Claudio Borghi ha già iniziato a mettere le mani avanti con Banca d’Italia circa l’oro da questa detenuto nei propri forzieri:

“L’oro alla Patria” titola Dagospia, “a chi l’oro di Bankitalia? A noi” pubblica il Giornale.

Tre mesi fa Borghi ha depositato una proposta di “chiarimento di legge già esistente” che a breve dovrebbe esser discussa a Montecitorio. Egli desidera specificare, a chiare lettere, che i lingotti d’oro detenuti da Bankitalia appartengono alla nazione.

Vi domanderete, difendere l’oro….da chi?

Numero uno, Banca d’Italia ha un azionariato privati in cui comincia a farsi forte il peso dei francesi. Numero due Banca d’Italia si è legata mani e piedi alla BCE (che di fatto è tedesca). Numero tre, in Germania (e quindi anche alla BCE) qualcuno ha iniziato a parlare di oro pubblico a garanzia e a compensazione dei saldi Target2.

Tutto si sta evolvendo con una impressionante rapidità. L’esistente è sì razionale ma non possiede la razionalità! La realtà è invece razionalità pura ed è in divenire. Si evolve. Un inside man che ha avuto modo di assistere all’assemblea di Poste Italiane con i Ministri, con il Premier e con importanti membri di alcune commissioni parlamentari, ha parlato di un clima di rinnovato entusiasmo, di grandissima motivazione, sia per la rinascita dell’ente, sia per quella della nazione.

Sulla Germania, che ha rinunciato all’evoluzione della UE verso l’Impero, limitandola all’applicazione scolastica del liberismo e del neocolonialismo, sappiamo di non poter contare (e questo oramai lo hanno capito tanto Savona quanto i Dioscuri) e del resto anche la Germania non conta più sull’Italia. Si è quindi chiusa un’epoca e il nostro divenire dovrà necessariamente essere altro da questa insostenibile attuale realtà.

Su Repubblica del 30 settembre 2018, nel pezzo “E’ una sciocchezza pensare che l’Italia possa crescere del 3%” Lars Feld (consigliere economico di Angela Merkel) ci informa che la diffidenza della Germania nei confronti di Roma è altissima e che il fondo comune per i depositi bancari è morto in quanto i paesi del nord Europa non lo vogliono affatto. Insomma, l’architettura base dell’euro non nascerà mai.

Quello che vogliono i tedeschi è che si continui sul versante dell’austerity per continuare a godere di una marco svalutato che agevoli il suo export. Poi se nel sud Europa crescono i populismi e sbocciano le rivoluzioni (come in Francia) poco importa, nel nord Europa in fondo queste cose non accadono.

Quale austerity fare e perché ce lo ha spiegato benissimo Luciano Barra Caracciolo, sottosegretario nel ministero di Savona in un suo intervento nel corso di un incontro organizzato a Roma da Qelsi. Tutto parte da un assunto:

“il nostro output gap nel 2019 si azzera, pertanto non è possibile fare politiche economiche espansive”.

Tanto per chiarire, l’output gap è la misura inventata per capire se un paese utilizza in modo efficace le sue risorse. Tanto più piccola è la sua misura, tanto più efficace è l’impiego delle risorse del paese. Un suo valore elevato significa non sfruttare a pieno le capacità produttive esistenti (una minore crescita rispetto al potenziale) o un impiego che genera pressione sui salari e, quindi, sui prezzi.

Secondo la Commissione UE, con l’azzeramento del nostro output gap nel 2019, quanto potevamo recuperare come crescita è stato recuperato. Da qui in poi, non è possibile distribuire denaro per creare domanda aggregata, né assumere disoccupati (mandando in pensione anticipatamente le persone), poiché un disoccupato in meno (a parità di stock di capitale) genererebbero solo pericolose spinte inflazionistiche al nostro sistema economico.

Anzi, secondo Barra Caracciolo per la Commissione UE non va nemmeno incrementato lo stock di capitale esistente, anche un ponte o un’autostrada in più genererebbero inflazione, è possibile solo reintegrare lo stock esistente in caso di eventuali eventi catastrofici.

Per la Commissione UE dobbiamo rimanere fermi al punto in cui siamo. Savona suggerisce di trasferire parte dei miliardi del Reddito di Cittadinanza e di Quota 100 agli investimenti perché ritiene che l’output gap non sia affatto colmato e perché vorrebbe reintegrare lo stock di capitale perso negli ultimi 15 anni. In ogni caso, tutto ciò va contro le promesse elettorali dei Dioscuri, cosa politicamente inaccettabile per dei Populisti.

Insomma, in questo periodo, l’Italia per i tedeschi è ben più del semplice mal di testa rappresentato dalla Brexit, è un vero e proprio “bloody nightmare”.

Su “The italian crisis” di Nicholas Burgess Farrell, pubblicato da Spectator.co.uk, possiamo leggere:

“il grande progetto di Macron è destinato a fallire per colpa dei tedeschi che come hanno deciso di punire UK per la sua rivolta, così hanno pensato di punire i populisti italiani. Ma non hanno fatto i conti con il fatto che, a differenza dei Greci, l’Italia può tornare alla propria moneta”.

Farrell razionalmente prende atto del fallimento del Piano Macron (i tedeschi non vogliono farsi carico dei debiti di tutti i paesi europei):

“il Piano di Macron costringerebbe la Germania a farsi carico dei debiti non solo dell’Italia ma anche di tutti gli altri paesi e ovviamente per la Germania non è possibile”

L’avarizia e la cecità dei tedeschi faranno crollare quell’Impero a cui essa stessa ha già da tempo rinunciato (vi ricordo che per fare un impero il paese core dovrebbe fare deficit di bilancio e accettare partite correnti negative):

“la Germania imporrà alla BCE di non salvare l’Italia e di lasciarla in balia dei mercati e questo rappresenterà per la UE un danno ben maggiore rispetto a quello che rappresenterà la Brexit”

Dunque come vedete abbiamo tutto quello che serve per garantirci l’Italexit:

1)     La mancata accettazione del Piano Savona di un Impero a trazione tedesca

2)     Il fallimento del Piano Macron di riforma della UE;

3)     Condizioni geopolitiche favorevolissime (Trump);

4)     La disponibilità di Poste Italiane a diventare la nuova Banca d’Italia e il sistema portante della nuova Politica Monetaria di un governo pienamente sovrano.

Tutto è pronto per l’Italexit, anche se la manovra dovesse esser parzialmente rivista per evitare litigi con i partner con i quali comunque le nostre aziende lavorano.

Tenetevi pronti, i Dioscuri avranno bisogno di tutto l’amore possibile da parte degli italiani per resistere alle pressioni che il Partito dei Francesi, infiltrato in ogni struttura del paese, cercherà di esercitare su essi. Peccato per loro che la filosofia li condanni ad una sconfitta certa: diviene reale solo ciò che è razionale!

Fonte: quelsi.it (qui)

Europa, Italexit

L’Italia tornerà a crescere se uscirà dall’euro (e dall’Unione).

Non ci sono alternative. L’Unione Europea è un sistema cucito su misura per la Germania. Attraverso il sistema eurocratico, in cui non esiste svalutazione monetaria ma produttiva (del lavoro soprattutto), la Germania, in questi ultimi venti anni, è cresciuta parecchio, incrementando esponenzialmente l’export (intra ed extra europeo), la ricchezza individuale e collettiva, e persino il risparmio interno; mentre il nostro paese (il suo diretto concorrente), specularmente, è calato in produzione, in occupazione e persino in propensione al risparmio. Il nostro PIL oggi cresce poco o nulla. Le ultime stime lo danno intorno al 0,4%. Praticamente siamo sull’orlo della recessione e in stagnazione, mentre il rapporto debito/PIL aumenta.

Chi davvero pensa che la responsabilità sia del governo gialloverde, che governa da appena quattro mesi, o non ha sufficienti informazioni in proposito, oppure le ha, ma le ignora volutamente. La verità è che il rallentamento dell’economia è dell’intera eurozona; per l’Italia pesa di più, proprio perché in questi ultimi anni poco o nulla è stato fatto per espanderla, essendoci attenuti con fin troppo zelo ai limiti di deficit imposti dalle assurde regole eurocratiche (ma solo noi, eh!, gli altri hanno fatto un po’ come hanno voluto). E ora i risultati nefasti iniziano a farsi sentire, anche perché – ciliegiona sulla torta – Mario Draghi ha decretato la fine del QE, che comporterà, verosimilmente, nei prossimi mesi, un innalzamento dello spread dei titoli pubblici italici, che andrà ad aggravare ulteriormente la crisi sistemica dell’eurozona e del nostro paese.

Non sto qui a spendere parole (inutili) sul fatto se sia stato opportuno o no che la BCE terminasse il QE proprio in un contesto di crisi imminente; vero è però che se da una parte non ci si poteva aspettare granché dalla banca centrale europea, la quale – e lo si dica una volta per tutte! – non è una vera banca centrale (il suo scopo non è sostenere il debito pubblico degli Stati membri, bensì quello di garantire la stabilità dei prezzi), dall’altra, la fine del QE pone il nostro paese davanti a un bivio: piegarsi e continuare a seguire le folli ricette euriste, quand’anche evidentemente dannose per la nostra economia in sofferenza (è un po’ come mettere il sale su una dolorante piaga), oppure fare ciò che è necessario per evitarlo. E quel necessario implica seriamente l’opzione italexit. Solo con la nostra moneta e la piena sovranità economica e monetaria potremmo infatti affrontare meglio la crisi economica, rilanciando la domanda interna, quella che, per inciso, manca all’appello nel nostro PIL, costruito in prevalenza sull’export, che, per quanto utile e fondamentale, non può rappresentare la componente più importante della nostra economia, proprio perché è legato alle alternanti vicende economiche dei paesi stranieri nei quali si esporta. Diversamente prepariamoci a cadere nuovamente, consapevoli che da ogni nuova caduta sarà sempre più difficile rialzarsi, salvo costosi e sempre meno evitabili aiuti esterni (v. alla voce Troika).

Fonte: qelsi.it (qui)

Europa, Italexit

L’Italia si scopre euroscettica: solo il 44% voterebbe per restare nell’Ue ed in caso di referendum Italexit più vicina.

Sondaggio Eurobarometro: la media tra gli altri cittadini del continente è del 66% e persino la Gran Bretagna della Brexit è più europeista di noi (e sopra il 50%). In compenso apprezziamo l’euro più degli altri.

In caso di referendum nel proprio Paese sulla falsariga di quello della Brexit, solo il 44% degli italiani voterebbe per restare nell’Ue contro il 66% a livello europeo. E’ il dato peggiore dei 28, anche a fronte dei britannici dove oggi il 53% è per il ‘remain’. Lo rivela un sondaggio Eurobarometro in base al quale la percentuale degli indecisi nel Belpaese è pari al 32%, la più alta nell’Unione.

Favorevoli all’euro ma non all’Ue

In discussione non è tanto la moneta unica, poiché poiché la maggioranza dei nostri connazionali (il 65%) è in realtà favorevole all’euro. Ciò che è in crisi in questo momento è l’appartenenza stessa all’Unione europea. Non è proprio aria di Ital-exit, perché la percentuale di indecisi è molto alta, ovvero il 32%, tuttavia è il segnale di una crisi evidente perché gli italiani sono – a differenza del passato – i meno convinti che il proprio Paese abbia tratto benefici dall’appartenenza all’Unione.

Tra gli europei infatti solo il 17% degli intervistati sarebbe a favore dell’uscita. E tra gli stessi britannici, che pure si sono espressi con un referendum per lasciare l’Unione, oggi solo il 35% è per il “leave”.

Giudizio positivo per il Parlamento europeo

Quanto all’opinione sull’europarlamento, un terzo (32%) degli europei ne ha un giudizio positivo, un quinto (21%) esprime un parere negativo e una maggioranza relativa (43%) rimane neutrale. Inoltre il 48% degli intervistati vorrebbe che l’Ue svolgesse un ruolo più significativo in futuro, mentre il 27% preferirebbe fosse ridimensionato.

Le prossime elezioni

In base alla rivelazione cresce anche la consapevolezza delle elezioni europee del prossimo anno, con il 41% che identifica correttamente la data a maggio 2019 – un aumento di nove punti percentuale rispetto ad un’indagine analoga di sei mesi fa – e il 51% degli intervistati che si dichiara interessato alla tornata elettorale europea. Tuttavia, il 44% ancora non sa dire quando si voterà.

Nell’agenda dei temi prioritari per l’imminente campagna elettorale europea l’immigrazione è al primo posto (50%), seguita dall’economia (47%) e dalla disoccupazione giovanile (47%), mentre la lotta al terrorismo scende al quarto posto con il 44%. Priorità simili anche per i cittadini italiani, anche se l’immigrazione è percepita come tema chiave da ben il 71% degli intervistati. Seguono l’economia con il 62% e la disoccupazione giovanile al 59%.

Tajani: Non culliamoci sugli allori

Il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani, nel commentare i dati, afferma: “Non possiamo certo cullarci sugli allori. In alcuni Stati membri, tra cui l’Italia, la percentuale di chi pensa che l’appartenenza all’Ue sia positiva è ancora troppo bassa. Dobbiamo raddoppiare gli sforzi per dimostrare che l’Unione sa dare risposte davvero efficaci ai principali problemi degli europei, come immigrazione, sicurezza e disoccupazione”.

Fonte: repubblica.it (qui)

Economia, Europa, Italexit, Politica

Spread, Ue, mercati. L’economista Bifarini: “Lasciare l’Euro si può e si deve” – Affaritaliani.it

In questo periodo storico in cui si susseguono allarmanti notizie riguardanti spread, mercati in subbuglio, bocciature da parte dell’Unione Europea, alle quali replicano con risposte perentorie e minacciose, o in alternativa ottimistiche e serafiche i rappresentanti del Governo Lega-m5s, torna di grande attualità il saggio Neoliberismo e manipolazione di massa. Storia di una bocconiana redenta, scritto e pubblicato nel 2017 dall’economista Ilaria Bifarini.

Laureata per l’appunto all’Università Luigi Bocconi di Milano in Economia delle Pubbliche amministrazioni e delle Organizzazioni Internazionali e titolare di un master in Studi Diplomatici, incontriamo la dottoressa Bifarini a margine di un partecipatissimo convegno organizzato dal centro CCC, Cultura, Civismo e Comunità, nel quale la giovane economista ha calamitato l’attenzione del pubblico con il suo approccio “politicamente scorretto” alle vessate questioni economico-finanziarie. Diatribe che fanno il bello e il cattivo tempo nei talk show televisivi, nei quali la dottoressa Bifarini è ormai ospite praticamente fissa. In questo marasma di voci via via più catastrofiche su eventuali disastri incombenti, Affaritaliani.it ha chiesto all’economista delucidazioni sulla situazione presente e futura dell’Italia.

D: Nel suo celebrato saggio riguardo al neoliberismo e alla manipolazione da parte dei media, lei tratta degli inganni della “narrazione mainstream”, grazie ai quali le élite sarebbero riuscite a dominare il popolo e le masse. In questo particolare periodo storico in Italia, e soprattutto dopo la previsione del Def da parte del governo M5s-Lega, stiamo assistendo come nel 2011 a un continuo battage mediatico sui pericoli dell’innalzamento dello spread e della reazione negativa dei mercati. Allarmi fondati o, per l’appunto, inganno delle élite per affossare il “cambiamento”? 

R: La cosa drammatica di questo periodo storico è che la manipolazione ha agito talmente in profondità che l’opinione pubblica ha interiorizzato una serie di costruzioni ingannevoli create dall’élite. ll bombardamento mediatico e l’adesione unanime a un modello economico fallace e infondato hanno creato una narrazione falsata della realtà.

D: Può fare un esempio di come tale “narrazione falsata” incida sulla vita quotidiana del cittadino, magari non eccessivamente informato?

R: Si è arrivati alla situazione paradossale per la quale il cittadino medio, il cosiddetto uomo della strada, anziché preoccuparsi dell’alto livello della disoccupazione e della bassa crescita dell’economia nazionale rivolge la sua attenzione a un differenziale tra tassi di rendimento di titoli di Stato, che nulla dice dell’economia e dello stato di salute del paese. Con una forza pervasiva senza uguali l’ideologia neoliberista, che altro non è che il culto e l’idolatria per i mercati, ha spostato l’attenzione dall’economia reale, quella dei cittadini e delle famiglie, del lavoro e della produzione, all’economia intangibile dei mercati e della finanza. Per dirla nel gergo degli economisti, il mondo di Wall Street ha soppiantato quello di Main Street.

D: E, secondo lei, quale potrebbe essere la via d’uscita da questa situazione?

R: Occorre ritornare a una concezione dell’economia che metta al centro l’uomo e non la finanza, che è uno strumento di supporto dell’economia reale. Per farlo è necessario scrollarsi di dosso decenni e decenni di abile manipolazione di massa da parte dei media finalizzata a garantire gli interessi e la preseverazione dell’élite al potere.

D: Cosa ne pensa dell’esecutivo giallo-verde? E’ nato per durare ed è in grado di giovare al Paese, o – come vogliono i suoi detrattori – si tratta in realtà di una mera operazione di propaganda utile a fare incetta di consensi in vista delle elezioni europee?

R: Questo esecutivo è l’espressione compiuta del desiderio di cambiamento da parte di milioni di elettori italiani, che alle urne hanno bocciato compatti una classe politica che non agiva negli interessi del Paese. Si tratta di una cesura totale con il passato, che segna un rinnovamento della politica e dei suoi attori. Gli elettori hanno acquisito maggiore consapevolezza del proprio potere democratico e si è ridotta la distanza tra classe politica e popolazione. Quello che la ormai vecchia politica, sostenuta dalla cassa di risonanza dei media mainstream, taccia di populismo è in realtà un governo fatto di persone più vicine ai cittadini comuni, che con essi si identificano e quindi hanno instaurato un rapporto più umano.

D: A suo parere, le varie divergenze fisiologiche tra Lega e m5s non porteranno prima o poi alla frattura insanabile tra le due forze politiche al governo?

R: Di certo persistono delle differenze ideologiche importanti tra i due partiti della coalizione giallo-verde, che potrebbero metterne a repentaglio la tenuta. Tuttavia una cosa è chiara: si è aperta una nuova fase storica in cui i cittadini, e quindi il popolo, hanno un peso sostanziale. In questo senso, e non nell’uso dispregiativo che ne viene fatto dalla narrazione dominante, andrebbe inteso il concetto di populismo.

D: A  tal proposito, abbiamo assistito in questi anni all’ascesa folgorante e all’altrettanto repentina caduta di Matteo Renzi, il premier più giovane della Storia d’Italia che doveva rappresentare la novità. In che cosa Renzi, spesso accusato di strizzare l’occhio al “populismo”, era diverso rispetto alla compagine che ora governa il Paese?

R: Nonostante la giovane età anagrafica, Renzi non era la novità bensì la massima rappresentazione della vecchia politica, fatta di una gestione elitarista del potere. E quella politica è tramontata per sempre.

D: Nel maggio 2019 si terranno le tanto attese (nonché temute) elezioni europee. Al momento, l’estrema destra vola in Germania e l’alleanza CdU-CSU è in affanno, così come in Francia Emmanuel Macron si attesta ai minimi storici della sua popolarità. Alla luce di tutto ciò e di altri segnali non meno significativi in altri Paesi membri, lei ritiene che un possibile fronte sovranista possa davvero imporsi alle urne nel maggio 2019 e cambiare il volto dell’Europa?

R: Le politiche economiche di matrice neoliberista dell’UE hanno aumentato ovunque la povertà della popolazione e frenato la crescita, creando scontento tra i cittadini. Inoltre l’incapacità di gestire i flussi migratori massivi di questi ultimi anni ha provocato scontento e disagi sociali. Le politiche UE dovevano aumentare il senso di solidarietà e coesione tra Stati, ma hanno sortito l’effetto opposto. Questo perché non si può spingere troppo oltre il concetto di globalizzazione politica ed economica senza tener conto delle profonde diversità e peculiarità tra Stati. Vorrebbe dire rinunciare alla propria democrazia e all’interesse nazionale, e questo i cittadini non sono più disposti ad accettarlo.

D: Nel suo libro “I coloni dell’Austerity. Africa, neoliberismo e migrazioni di massa”, lei illustra come il colonialismo nel “continente nero” non sia mai svanito del tutto e che, per esempio, la Francia continui a dominare di fatto 14 Stati influenzandone l’Economia attraverso il Franco Cfa. Una situazione che adombra i rapporti fra l’Unione Europea e gli Stati membri. E’ azzardato dire che l’Italia, così come altri paesi riuniti sotto l’egida dell’UE, sia de facto colonizzata dall’Ue, e in particolare dall’asse franco-tedesco? 

R: Il franco CFA è a tutti gli effetti una moneta coloniale imposta a 14 paesi francofoni dell’Africa sub sahariana che non hanno sovranità monetaria e sono costretti a versare il 50% delle proprie riserve valutarie alla Banca di Francia. Quest’area, insieme all’Eurozona, è l’unico caso al mondo di unione monetaria (fatta eccezione per alcune isolette non rilevanti dei Caraibi). Le analogie tra le politiche neoliberiste imposte all’Africa neocoloniale e quelle imposte agli Stati europei sono molteplici e impressionanti. La loro scoperta mi ha spinto a scrivere questo libro, “I coloni dell’austerity” appunto, che rivela come le nuove armi del debito e delle conseguenti politiche di austerità siano lo strumento più potente utilizzato a livello mondiale per colonizzare i Paesi. Il Terzo Mondo è stato il territorio di sperimentazioni di tali politiche che oggi sono adottate anche nelle economie avanzate come la nostra. Esse non fanno altro che aumentare la povertà e la disuguaglianza a livello mondiale, a unico vantaggio di un élite sempre più ristretta e potente.

D: Politiche di austerity che lei dunque boccia tout court?

R: Decisamente sì. Per conoscere il loro potenziale distruttivo basta guardare le condizioni in cui versa il Continente africano, territorio di depredazione e di perpetrato colonialismo da parte della Francia e del nuovo rivale cinese. La Germania, attraverso gli strumenti del nuovo colonialismo economico, esercita un’egemonia incontrastata nel resto dell’Europa. Gli effetti devastanti delle sue politiche di austerity imposte alla Grecia ne sono un esempio plastico.

D: Ogni volta che qualche forza politica in Italia ventila l’ipotesi di un’uscita dall’Euro, tale ipotesi scatena un putiferio e viene liquidata come un’utopia, o una distopia a seconda degli interlocutori. Lo stesso primo ministro Giuseppe Conte si è affrettato recentemente a rassicurare Bruxelles sul fatto che l’Euro è imprescindibile e indiscutibile. Secondo lei, pensare a una Italexit è davvero un’assurdità foriera di sciagure inenarrabili o tale spauracchio di possibili catastrofi fa sempre parte dell’ingannevole “narrazione mainstream” di cui sopra?

R: Ormai sulla questione dell’uscita dall’euro si è creato un vero tabù. In realtà diversi premi Nobel dell’economia concordano sulla fallimentarietà del progetto Euro. La moneta unica è stata una pessima idea, non esistevano e non esistono i presupposti per realizzare un’unione monetaria tra economia così diverse. Questo ha portato a un acuirsi del divario tra i cosiddetti paesi del centro e della periferia. La privazione di strumenti di politica monetaria conseguente alla moneta unica ha impedito ad alcune economie di reagire alla crisi del 2008. In generale, la crescita dell’intera area euro è stata molto bassa, e anche quella della Germania è in tendenziale ribasso.

D: Può fornirci qualche dato al riguardo?

R: Nel periodo compreso tra il 2007 e il 2015 mentre i paesi dell’euro che non hanno la moneta unica sono cresciuti di un 8,1%, l’Eurozona è rimasta inchiodata a uno 0,6%. L’Italia, la cui entrata nell’Eurozona è stata frutto di una forzatura politica voluta dall’allora governo, è uno dei paesi che ha risentito maggiormente della mancata crescita.

D: Lei pertanto esclude che l’Italia possa tornare a crescere in futuro?

R: Intrappolata come è nella morsa del contenimento del debito e dell’austerity imposti da Bruxelles risulta praticamente impossibile che possa ritornare a un percorso di crescita come quello del passato. Rimanere nell’euro significa prolungare un’agonia e dire per sempre addio alla posizione in cima alle classifiche delle potenze economiche mondiali.

D: Alla luce di quanto afferma, quindi, lei non considera soltanto plausibile l’uscita dall’euro ma addirittura auspicabile?

R: Uscire da una moneta unica creata meno di vent’anni fa e riconosciuta come un esperimento fallito è una possibilità più che plausibile e una strada da percorrere se si vuole recuperare la sovranità economica e anche politica. L’enfasi sugli effetti nefasti attribuiti all’Italexit sono chiaramente frutto di un’abile e martellante propaganda che ha tutto l’interesse a mantenere lo status quo.

Fonte: affaritaliani.it (qui).

 

Austerity, Europa, Italexit, Politica

Moscovici: “Correzione corposa per i conti 2019”. L’Ue va alla guerra dell’Italia al grido austerity.

“Toni ostili con noi ma saremo costruttivi”. Stasera il giudizio di Fitch. “Saremo costruttivi nelle discussioni sul bilancio, nonostante il tono in alcuni casi scortese verso di noi. Ma una correzione strutturale corposa per i conti 2019 sarà necessaria”. Lo afferma il commissario Ue agli Affari monetari Pierre Moscovici, in un’intervista in apertura del Sole 24 Ore in cui conferma il giudizio positivo sul ministro dell’Economia Giovanni Tria: “Un interlocutore serio e ragionevole”.

Il ministro Tria, allineato all’Ue ed al Quirinale, loda il Commissario Moscovici, amico di Holland l’ex Presidente francese socialista. In fondo, tra le mani ha una manovra da comporre che dovrà rispettare le indicazioni della Commissione europea e dall’altra dare attuazione al Contratto di Governo di Lega e M5S. Un’impresa tutt’altro facile senza la flessibilità che la stessa Commissione dovrebbe concedere.

“L’Italia non può lamentarsi della Commissione europea”, che “è sempre stata al suo fianco per sostenere la crescita.

Il paese è di gran lunga quello che più ha beneficiato di flessibilità di bilancio, secondo le nostre regole. Nel corso degli anni abbiamo tenuto conto di circostanze eccezionali: la sicurezza, i terribili terremoti, l’emergenza migratoria”, è la premessa di Moscovici.

Questa la pronta replica di Moscovici alla flessibilità necessaria per l’attuazione del Contratto di Governo, una premessa, che nonostante i commenti positivi del Ministro Tria, scopre in realtà, uno scontro che è solo nelle fasi iniziali. Mai la Commissione europea cambierà atteggiamento sulle politiche impostate fino ad ora. Le note ricette neoliberiste che i fatti hanno portato all’applicazione dell’austerity e alla incapacità di riavviare l’economia in depressione.

“All’Italia nel 2018 è chiesta una riduzione (del deficit strutturale) dello 0,3% rispetto allo 0,6% del Pil previsto dalle regole. Uno sforzo dimezzato a causa della fragilità della ripresa”, spiega Moscovici. “Secondo le nostre stime di maggio è possibile che questo sforzo non venga raggiunto. Incoraggio il governo a fare in modo che l’esecuzione del bilancio sia prudente e rispettosa degli impegni dell’Italia in modo da minimizzare i rischi di deriva dei conti quest’anno”.

Un atteggiamento che sembra nei toni accomodante, ma che non cancella le premesse, infatti, il Commissario Moscovici, prima delle elezioni politiche dello scorso 4.

“Il voto italiano un rischio politico per l’Unione europea”.

Era il 15 gennaio 2018. E aggiunse commentando la discussione sul parametro del 3%.

“Penso che sul piano economico questa riflessione non sia pertinente – ha detto Moscovici –  il tetto del 3% ha un senso, questo senso è evitare che il debito slitti ulteriormente e il debito italiano non può slittare ulteriormente deve, anzi, ridursi nel corso del tempo: quindi è un controsenso assoluto per l’Italia ma anche per il resto dell’Unione europea.”

“Sono un uomo di sinistra – ha concluso Moscovici – ridurre il deficit significa combattere il debito e combattere il debito significa permettere la crescita e la qualità della spesa pubblica. Più sei indebitato più sei incastrato”.

Nessun ripensamento, nessuna autocritica, nessuna lezione ricevuta dal caso Grecia. Lo storytelling neoliberista a senso unico è sempre lo stesso. Il deficit aumenta il debito. Non sempre, dipende da come le risorse vengono impiegate. Se in modo produttivo il deficit è lo stimolo per la crescita del Prodotto interno lordo e di conseguenza della riduzione del rapporto debito/Pil. Combattere il debito significa crescita. Ancora una falsità. Il caso della Grecia è esemplare. Dopo la cura della Troika, una macelleria sociale tenuto conto che: Il tasso di disoccupazione, per esempio, che nel 2013 si era impennato fino a un record del 27,5 per cento, nel 2017 era al 21,5 per cento, e secondo molte stime, nel 2019 scenderà ulteriormente al 18,4. In discesa, ma elevatissimo e per di più persistente. Come è possibile essere disoccupati per oltre dieci anni?

Tornando all’Italia, il Commissario di sinistra, che siamo certi vorrebbe applicare le ricette greche anche al nostro paese in caso di difficoltà nella collocazione del debito in scadenza. Ci invita ad un ulteriore sforzo, oltre all’impatto dello spread indotto dalla riduzione del QE della BCE, per il prossimo anno.

Per il 2019 “lo sforzo richiesto è dello 0,6% del Pil. Si tratta di un ritorno alla normalità”, dice Moscovici, “sulla scia di una ripresa più solida e delle necessità di ridurre l’indebitamento, che è al 132% del Pil. Ci aspettiamo uno sforzo strutturale corposo”. Scendere sotto lo 0,6% “è una discussione ancora da iniziare”. Nel rapporto deficit/Pil “il 3% non è un target, ma un tetto. L’obiettivo è risanare il debito. Un disavanzo superiore al 3% del Pil provocherebbe difficoltà che non voglio neppure immaginare”, commenta il commissario.

Infine arriva l’osservazione sul tema più delicato, l’eventuale uscita dell’Italia dalla zonaeuro.

In merito alla possibilità che alcuni dirigenti politici italiani valutino l’uscita dall’euro, “osservando da lontano non posso escluderlo totalmente”, chiosa Moscovici, secondo cui “nessuno esce dall’euro proprio malgrado. L’euro prevede il rispetto di regole, non rispettarle significa voler uscire”.

Forse modificare le regole per adattarle al contesto economico attuale, con meccanismi supportato dalla letteratura economica dovrebbe essere, non solo auspicabile, ma obbligatorio. Passare da regole utili al dominio tedesco sull’Europa a regole per favorire prosperità e sviluppo. Forse una chimera. Tentare è doveroso, anche se le premesse non sono buone. Ecco perché un piano B deve essere previsto a tutela di noi tutti.

Atteso oggi il giudizio di Fitch sul rating del debito italiano.

Fonte: HuffingtonPost.it (qui) e laRepubblica.it (qui)