Europa, Italexit

L’Italia tornerà a crescere se uscirà dall’euro (e dall’Unione).

Non ci sono alternative. L’Unione Europea è un sistema cucito su misura per la Germania. Attraverso il sistema eurocratico, in cui non esiste svalutazione monetaria ma produttiva (del lavoro soprattutto), la Germania, in questi ultimi venti anni, è cresciuta parecchio, incrementando esponenzialmente l’export (intra ed extra europeo), la ricchezza individuale e collettiva, e persino il risparmio interno; mentre il nostro paese (il suo diretto concorrente), specularmente, è calato in produzione, in occupazione e persino in propensione al risparmio. Il nostro PIL oggi cresce poco o nulla. Le ultime stime lo danno intorno al 0,4%. Praticamente siamo sull’orlo della recessione e in stagnazione, mentre il rapporto debito/PIL aumenta.

Chi davvero pensa che la responsabilità sia del governo gialloverde, che governa da appena quattro mesi, o non ha sufficienti informazioni in proposito, oppure le ha, ma le ignora volutamente. La verità è che il rallentamento dell’economia è dell’intera eurozona; per l’Italia pesa di più, proprio perché in questi ultimi anni poco o nulla è stato fatto per espanderla, essendoci attenuti con fin troppo zelo ai limiti di deficit imposti dalle assurde regole eurocratiche (ma solo noi, eh!, gli altri hanno fatto un po’ come hanno voluto). E ora i risultati nefasti iniziano a farsi sentire, anche perché – ciliegiona sulla torta – Mario Draghi ha decretato la fine del QE, che comporterà, verosimilmente, nei prossimi mesi, un innalzamento dello spread dei titoli pubblici italici, che andrà ad aggravare ulteriormente la crisi sistemica dell’eurozona e del nostro paese.

Non sto qui a spendere parole (inutili) sul fatto se sia stato opportuno o no che la BCE terminasse il QE proprio in un contesto di crisi imminente; vero è però che se da una parte non ci si poteva aspettare granché dalla banca centrale europea, la quale – e lo si dica una volta per tutte! – non è una vera banca centrale (il suo scopo non è sostenere il debito pubblico degli Stati membri, bensì quello di garantire la stabilità dei prezzi), dall’altra, la fine del QE pone il nostro paese davanti a un bivio: piegarsi e continuare a seguire le folli ricette euriste, quand’anche evidentemente dannose per la nostra economia in sofferenza (è un po’ come mettere il sale su una dolorante piaga), oppure fare ciò che è necessario per evitarlo. E quel necessario implica seriamente l’opzione italexit. Solo con la nostra moneta e la piena sovranità economica e monetaria potremmo infatti affrontare meglio la crisi economica, rilanciando la domanda interna, quella che, per inciso, manca all’appello nel nostro PIL, costruito in prevalenza sull’export, che, per quanto utile e fondamentale, non può rappresentare la componente più importante della nostra economia, proprio perché è legato alle alternanti vicende economiche dei paesi stranieri nei quali si esporta. Diversamente prepariamoci a cadere nuovamente, consapevoli che da ogni nuova caduta sarà sempre più difficile rialzarsi, salvo costosi e sempre meno evitabili aiuti esterni (v. alla voce Troika).

Fonte: qelsi.it (qui)

Economia, Europa, Italexit, Politica

Spread, Ue, mercati. L’economista Bifarini: “Lasciare l’Euro si può e si deve” – Affaritaliani.it

In questo periodo storico in cui si susseguono allarmanti notizie riguardanti spread, mercati in subbuglio, bocciature da parte dell’Unione Europea, alle quali replicano con risposte perentorie e minacciose, o in alternativa ottimistiche e serafiche i rappresentanti del Governo Lega-m5s, torna di grande attualità il saggio Neoliberismo e manipolazione di massa. Storia di una bocconiana redenta, scritto e pubblicato nel 2017 dall’economista Ilaria Bifarini.

Laureata per l’appunto all’Università Luigi Bocconi di Milano in Economia delle Pubbliche amministrazioni e delle Organizzazioni Internazionali e titolare di un master in Studi Diplomatici, incontriamo la dottoressa Bifarini a margine di un partecipatissimo convegno organizzato dal centro CCC, Cultura, Civismo e Comunità, nel quale la giovane economista ha calamitato l’attenzione del pubblico con il suo approccio “politicamente scorretto” alle vessate questioni economico-finanziarie. Diatribe che fanno il bello e il cattivo tempo nei talk show televisivi, nei quali la dottoressa Bifarini è ormai ospite praticamente fissa. In questo marasma di voci via via più catastrofiche su eventuali disastri incombenti, Affaritaliani.it ha chiesto all’economista delucidazioni sulla situazione presente e futura dell’Italia.

D: Nel suo celebrato saggio riguardo al neoliberismo e alla manipolazione da parte dei media, lei tratta degli inganni della “narrazione mainstream”, grazie ai quali le élite sarebbero riuscite a dominare il popolo e le masse. In questo particolare periodo storico in Italia, e soprattutto dopo la previsione del Def da parte del governo M5s-Lega, stiamo assistendo come nel 2011 a un continuo battage mediatico sui pericoli dell’innalzamento dello spread e della reazione negativa dei mercati. Allarmi fondati o, per l’appunto, inganno delle élite per affossare il “cambiamento”? 

R: La cosa drammatica di questo periodo storico è che la manipolazione ha agito talmente in profondità che l’opinione pubblica ha interiorizzato una serie di costruzioni ingannevoli create dall’élite. ll bombardamento mediatico e l’adesione unanime a un modello economico fallace e infondato hanno creato una narrazione falsata della realtà.

D: Può fare un esempio di come tale “narrazione falsata” incida sulla vita quotidiana del cittadino, magari non eccessivamente informato?

R: Si è arrivati alla situazione paradossale per la quale il cittadino medio, il cosiddetto uomo della strada, anziché preoccuparsi dell’alto livello della disoccupazione e della bassa crescita dell’economia nazionale rivolge la sua attenzione a un differenziale tra tassi di rendimento di titoli di Stato, che nulla dice dell’economia e dello stato di salute del paese. Con una forza pervasiva senza uguali l’ideologia neoliberista, che altro non è che il culto e l’idolatria per i mercati, ha spostato l’attenzione dall’economia reale, quella dei cittadini e delle famiglie, del lavoro e della produzione, all’economia intangibile dei mercati e della finanza. Per dirla nel gergo degli economisti, il mondo di Wall Street ha soppiantato quello di Main Street.

D: E, secondo lei, quale potrebbe essere la via d’uscita da questa situazione?

R: Occorre ritornare a una concezione dell’economia che metta al centro l’uomo e non la finanza, che è uno strumento di supporto dell’economia reale. Per farlo è necessario scrollarsi di dosso decenni e decenni di abile manipolazione di massa da parte dei media finalizzata a garantire gli interessi e la preseverazione dell’élite al potere.

D: Cosa ne pensa dell’esecutivo giallo-verde? E’ nato per durare ed è in grado di giovare al Paese, o – come vogliono i suoi detrattori – si tratta in realtà di una mera operazione di propaganda utile a fare incetta di consensi in vista delle elezioni europee?

R: Questo esecutivo è l’espressione compiuta del desiderio di cambiamento da parte di milioni di elettori italiani, che alle urne hanno bocciato compatti una classe politica che non agiva negli interessi del Paese. Si tratta di una cesura totale con il passato, che segna un rinnovamento della politica e dei suoi attori. Gli elettori hanno acquisito maggiore consapevolezza del proprio potere democratico e si è ridotta la distanza tra classe politica e popolazione. Quello che la ormai vecchia politica, sostenuta dalla cassa di risonanza dei media mainstream, taccia di populismo è in realtà un governo fatto di persone più vicine ai cittadini comuni, che con essi si identificano e quindi hanno instaurato un rapporto più umano.

D: A suo parere, le varie divergenze fisiologiche tra Lega e m5s non porteranno prima o poi alla frattura insanabile tra le due forze politiche al governo?

R: Di certo persistono delle differenze ideologiche importanti tra i due partiti della coalizione giallo-verde, che potrebbero metterne a repentaglio la tenuta. Tuttavia una cosa è chiara: si è aperta una nuova fase storica in cui i cittadini, e quindi il popolo, hanno un peso sostanziale. In questo senso, e non nell’uso dispregiativo che ne viene fatto dalla narrazione dominante, andrebbe inteso il concetto di populismo.

D: A  tal proposito, abbiamo assistito in questi anni all’ascesa folgorante e all’altrettanto repentina caduta di Matteo Renzi, il premier più giovane della Storia d’Italia che doveva rappresentare la novità. In che cosa Renzi, spesso accusato di strizzare l’occhio al “populismo”, era diverso rispetto alla compagine che ora governa il Paese?

R: Nonostante la giovane età anagrafica, Renzi non era la novità bensì la massima rappresentazione della vecchia politica, fatta di una gestione elitarista del potere. E quella politica è tramontata per sempre.

D: Nel maggio 2019 si terranno le tanto attese (nonché temute) elezioni europee. Al momento, l’estrema destra vola in Germania e l’alleanza CdU-CSU è in affanno, così come in Francia Emmanuel Macron si attesta ai minimi storici della sua popolarità. Alla luce di tutto ciò e di altri segnali non meno significativi in altri Paesi membri, lei ritiene che un possibile fronte sovranista possa davvero imporsi alle urne nel maggio 2019 e cambiare il volto dell’Europa?

R: Le politiche economiche di matrice neoliberista dell’UE hanno aumentato ovunque la povertà della popolazione e frenato la crescita, creando scontento tra i cittadini. Inoltre l’incapacità di gestire i flussi migratori massivi di questi ultimi anni ha provocato scontento e disagi sociali. Le politiche UE dovevano aumentare il senso di solidarietà e coesione tra Stati, ma hanno sortito l’effetto opposto. Questo perché non si può spingere troppo oltre il concetto di globalizzazione politica ed economica senza tener conto delle profonde diversità e peculiarità tra Stati. Vorrebbe dire rinunciare alla propria democrazia e all’interesse nazionale, e questo i cittadini non sono più disposti ad accettarlo.

D: Nel suo libro “I coloni dell’Austerity. Africa, neoliberismo e migrazioni di massa”, lei illustra come il colonialismo nel “continente nero” non sia mai svanito del tutto e che, per esempio, la Francia continui a dominare di fatto 14 Stati influenzandone l’Economia attraverso il Franco Cfa. Una situazione che adombra i rapporti fra l’Unione Europea e gli Stati membri. E’ azzardato dire che l’Italia, così come altri paesi riuniti sotto l’egida dell’UE, sia de facto colonizzata dall’Ue, e in particolare dall’asse franco-tedesco? 

R: Il franco CFA è a tutti gli effetti una moneta coloniale imposta a 14 paesi francofoni dell’Africa sub sahariana che non hanno sovranità monetaria e sono costretti a versare il 50% delle proprie riserve valutarie alla Banca di Francia. Quest’area, insieme all’Eurozona, è l’unico caso al mondo di unione monetaria (fatta eccezione per alcune isolette non rilevanti dei Caraibi). Le analogie tra le politiche neoliberiste imposte all’Africa neocoloniale e quelle imposte agli Stati europei sono molteplici e impressionanti. La loro scoperta mi ha spinto a scrivere questo libro, “I coloni dell’austerity” appunto, che rivela come le nuove armi del debito e delle conseguenti politiche di austerità siano lo strumento più potente utilizzato a livello mondiale per colonizzare i Paesi. Il Terzo Mondo è stato il territorio di sperimentazioni di tali politiche che oggi sono adottate anche nelle economie avanzate come la nostra. Esse non fanno altro che aumentare la povertà e la disuguaglianza a livello mondiale, a unico vantaggio di un élite sempre più ristretta e potente.

D: Politiche di austerity che lei dunque boccia tout court?

R: Decisamente sì. Per conoscere il loro potenziale distruttivo basta guardare le condizioni in cui versa il Continente africano, territorio di depredazione e di perpetrato colonialismo da parte della Francia e del nuovo rivale cinese. La Germania, attraverso gli strumenti del nuovo colonialismo economico, esercita un’egemonia incontrastata nel resto dell’Europa. Gli effetti devastanti delle sue politiche di austerity imposte alla Grecia ne sono un esempio plastico.

D: Ogni volta che qualche forza politica in Italia ventila l’ipotesi di un’uscita dall’Euro, tale ipotesi scatena un putiferio e viene liquidata come un’utopia, o una distopia a seconda degli interlocutori. Lo stesso primo ministro Giuseppe Conte si è affrettato recentemente a rassicurare Bruxelles sul fatto che l’Euro è imprescindibile e indiscutibile. Secondo lei, pensare a una Italexit è davvero un’assurdità foriera di sciagure inenarrabili o tale spauracchio di possibili catastrofi fa sempre parte dell’ingannevole “narrazione mainstream” di cui sopra?

R: Ormai sulla questione dell’uscita dall’euro si è creato un vero tabù. In realtà diversi premi Nobel dell’economia concordano sulla fallimentarietà del progetto Euro. La moneta unica è stata una pessima idea, non esistevano e non esistono i presupposti per realizzare un’unione monetaria tra economia così diverse. Questo ha portato a un acuirsi del divario tra i cosiddetti paesi del centro e della periferia. La privazione di strumenti di politica monetaria conseguente alla moneta unica ha impedito ad alcune economie di reagire alla crisi del 2008. In generale, la crescita dell’intera area euro è stata molto bassa, e anche quella della Germania è in tendenziale ribasso.

D: Può fornirci qualche dato al riguardo?

R: Nel periodo compreso tra il 2007 e il 2015 mentre i paesi dell’euro che non hanno la moneta unica sono cresciuti di un 8,1%, l’Eurozona è rimasta inchiodata a uno 0,6%. L’Italia, la cui entrata nell’Eurozona è stata frutto di una forzatura politica voluta dall’allora governo, è uno dei paesi che ha risentito maggiormente della mancata crescita.

D: Lei pertanto esclude che l’Italia possa tornare a crescere in futuro?

R: Intrappolata come è nella morsa del contenimento del debito e dell’austerity imposti da Bruxelles risulta praticamente impossibile che possa ritornare a un percorso di crescita come quello del passato. Rimanere nell’euro significa prolungare un’agonia e dire per sempre addio alla posizione in cima alle classifiche delle potenze economiche mondiali.

D: Alla luce di quanto afferma, quindi, lei non considera soltanto plausibile l’uscita dall’euro ma addirittura auspicabile?

R: Uscire da una moneta unica creata meno di vent’anni fa e riconosciuta come un esperimento fallito è una possibilità più che plausibile e una strada da percorrere se si vuole recuperare la sovranità economica e anche politica. L’enfasi sugli effetti nefasti attribuiti all’Italexit sono chiaramente frutto di un’abile e martellante propaganda che ha tutto l’interesse a mantenere lo status quo.

Fonte: affaritaliani.it (qui).

 

Economia, Italexit

Stiglitz (Premio Nobel): “L’Italia deve uscire dall’euro”. Dimon (Jp Morgan): “Al fianco dell’Italia. Uscire dall’euro una catastrofe”. E voi a chi credete?

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Proprio così. Voi a chi credete? A Joseph EugeneStiglitz, economista e saggista statunitense, Nobel per l’Economia nel 2003, che non ha dubbi e dichiara: “L’Eurozona ha bisogno di una riforma radicale, ma visto che questa non ci sarà a causa dell’opposizione della Germania, l’Italia farebbe bene a uscire dalla moneta unica, una mossa sì rischiosa ma che porterebbe vantaggi chiari, lineari e considerevoli”.

Oppure a Jamie Dimon, ceo e chairman di J.P. Morgan Chase & Co., che è stato in visita a Roma nei giorni scorsi, a conferma dell’ «impegno totale» della banca verso l’Italia, i governi, gli imprenditori, le istituzioni finanziarie italiani. «La nostra attività qui sta crescendo», afferma in una intervista sul quotidiano ilSole24Ore. E che non ha dubbi. Non vede vie d’uscita dall’euro senza «catastrofi» ma vede i benefici che l’Unione europea e l’Unione monetaria europea portano e hanno portato agli europei: è favorevole alla Banking Union e a banche paneuropee più grandi e più forti. Insomma J.P. Morgan megafono delle politiche dell’Unione Europea e delle riforme legate a integrazione e sottrazione progressiva della sovranità degli Stati membri a vantaggio delle istituzioni europee prima fra tutte della banca centrale europea. Ultimamente in Italia si è riaperta la discussione sui pro e sui contro di una possibile “exit” dall’Eurozona. Che cosa pensa lei di questo?
Il ceo e chairman di J.P. Morgan Chase & Co., Dimon, è chiaro:Penso che uscire dall’unione monetaria europea sia molto difficile, non è possibile scardinarla senza causare effetti catastrofici. Per come è stata disegnata, l’uscita non è stata prevista. Questo non significa che l’Europa non possa migliorare; ci sono molte problematiche di carattere regolamentare ancora aperte; il fatto che Brexit sia accaduta dovrebbe rendere il dialogo tra i paesi Europei più facile.”.

Facile far notare che se è vero che un referendum sull’Euro, quand’anche fosse possibile, attraverso una legge costituzionale, decretasse la volontà degli italiani di uscire dalla moneta unica, il Parlamento ed il Governo si troverebbero impossibilitati a mettere in pratica l’Italexit proprio per la mancanza nel Trattato dell’Unione di una clausole di uscita. Infatti è solo prevista la clausola di recesso dall’appartenenza all’Unione europea.

Tornando al premio Nobel Stiglitz il consiglio all’Italia, lo mette in forma scritta, sulle pagine web di Politico, in cui commenta le posizioni di Salvini e Di Maio circa la riforma, sempre più necessaria, dell’Europa che, parole sue, “ha fortemente bisogno di essere riformata”, peccato che Bruxelles, invece di attuare questi cambiamenti vitali, “abbia introdotto forti restrizioni su debiti e deficit” che rappresentano ulteriori ostacoli alla ripresa economica. L’economista a stelle e strisce punta il dito contro Berlino, che ritiene primo responsabile dell’attuale impasse europeo: “Il problema è la riluttanza della Germania che blocca ogni cambiamento” chiosa Stiglitz. Da qui l’invito all’Italia di uscire dall’Eurozona e recuperare la propria piena sovranità monetaria per ritornare competitiva.

A chi credere dunque? Al Ceo di una banca d’affari e speculativa o ad un premio Nobel per l’Economia. A voi la decisione.