Mafie

Carlo Alberto Dalla Chiesa, 36 anni fa la mafia uccise il generale. Mattarella: “Fu un esempio di difesa della legalità”

Il 3 settembre 1982, Cosa Nostra ammazzò l’uomo inviato a Palermo per combatterla, ma senza poteri. Con lui morirono la moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente Domenico Russo. Fico: “Non fu protetto dallo Stato. Era consapevole che la lotta alla mafia è impari se non vi concorrono tutte le forze sane della società”. La presidente del Senato: “Simbolo dell’Italia migliore. Nella lotta partigiana a quella alla mafia, sempre al servizio del Paese”.

Lo uccisero poco dopo le 21, mentre a bordo di una A112 bianca, assieme alla moglie Emanuela Setti Carraro, rientrava a casa. Era il 3 settembre 1982, quando Cosa Nostra ammazzò il generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa in via Carini a Palermo con 30 colpi di kalashnikov. Assieme a loro i killer colpirono anche l’agente di scorta Domenico Russo, che seguiva la coppia a bordo di una seconda auto. Trentasei anni fa, il prefetto inviato in Sicilia per combattere la mafia dopo anni di lotta al terrorismo conclusi con gli arresti dei vertici delle Brigate Rosse, senza che in quattro mesi gli venissero concessi i poteri che richiedeva a gran voce per lottare contro la “piovra” (poi dati al suo successore Emanuele De Francesco) cadde vittima di un agguato. “Mentre Roma discute, Palermo è espugnata”, disse, citando Sallustio, nei giorni successivi il cardinale Salvatore Pappalardo.

Per l’omicidio Dalla Chiesa sono stati condannati come mandanti i vertici dell’epoca di Cosa Nostra (Totò Riina e Bernardo Provenzano, Michele Greco e Pippo Calò, Nenè Geraci e Bernardo Brusca) e, solo nel 2002, gli autori materiali Nino Madonia, Vincenzo Galatolo, Raffaele Ganci e Giuseppe Lucchese, oltre ai collaboratori di giustizia Calogero Ganci e Francesco Paolo Anzelmo. “Mi mandano a Palermo con gli stessi poteri del prefetto di Forlì”, aveva accusato poche settimane prima in un’intervista a Giorgio Bocca.

“Nella lotta alle organizzazioni terroristiche e mafiose condotta con inflessibile vigore e nella consapevolezza del rischio estremocui essa lo esponeva, il generale Dalla Chiesa ha dato esempio eccezionale di fedeltà ai valori della democrazia, di difesa della legalità e dello stato di diritto, sino al prezzo della vita”, ricorda il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. “Il suo impegno generoso e intelligente ha fatto sì che strumenti e metodi innovativi – ha aggiunto – rendessero più incisiva l’azione della Repubblica contro le più pericolose forme di criminalità”. Dal sacrificio suo e delle altre vittime “della barbara violenzamafiosa, che susciteranno sempre dolore e indignazione profondi, le istituzioni e la società traggono tutt’oggi energia e determinazione per riaffermare i valori della convivenza democratica – conclude Mattarella – nell’assoluto ed irrinunciabile rifiuto della cultura della violenza, della prevaricazione e della sopraffazione, tipiche di ogni azione criminale”.

Per il presidente della Camera, Roberto Fico, la morte del generale fu “un gravissimo colpo per lo Stato che non riuscì a proteggere uno dei suoi uomini migliori”. Dalla Chiesa, dice la terza carica dello Stato, era “consapevole che la lotta contro la mafia è assolutamente impari se ad essa non concorrono tutte le forze sane della società e se “di fronte al degrado o alle ingiustizie, lo Stato è colpevolmente latitante e le Istituzioni e la politica non sanno farsi carico dei diritti e delle esigenze dei cittadini”. Così come, aggiunge, “se già nelle famiglie e nelle scuole i giovani non vengono educati ai valori della legalità e dell’onestà” e se “non vi è da parte di tutta la collettività una risoluta reazione etica e culturale volta a sbarrare il passo ai metodi dell’intimidazione e alla logica della corruzione“.

Come uno dei “simboli dell’Italia migliore”, lo descrive invece la presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati. “La sua determinazione, le sue straordinarie capacità investigative, la sua rigorosa onestà, rappresentano un esempio da seguire per quanti con coraggio proseguono la lotta contro l’arroganza, la prepotenza e la violenza mafiosa – prosegue Casellati – Il bisogno di legalità e la speranza degli italiani onesti crescono e si fortificano anche tenendo vivo il ricordo di uomini come il generale Dalla Chiesa, che, dalla lotta partigiana a quella contro terrorismo e mafia, fu sempre con generosità e competenza al servizio del suo Paese”. Mentre per la ministra Elisabetta Trenta “ancora oggi” il generale dei carabinieri “rappresenta un simbolo di fedeltà ai valori della democrazia e della legalità. Lo ricordiamo come esempio di una società civile e onesta”.

Sull’uccisione del generale, a distanza di decenni, si aggiungono ancora dettagli e persistono “zone d’ombra”. Così le chiama, nella sentenza con la quale sono stati condannati gli esecutori materiali, la Corte d’Appello di Palermo: “Si può senz’altro convenire con chi sostiene che persistano ampie zone d’ombra, concernenti sia le modalità con le quali il generale è stato mandato in Sicilia a fronteggiare il fenomeno mafioso – scrissero i giudici nel 2002 – sia la coesistenza di specifici interessi, all’interno delle stesse istituzioni, all’eliminazione del pericolo costituito dalla determinazione e dalla capacità del generale”.

Fonte: ilfattoquotidiano.it (qui)

Economia, Globalizzazione, Mafie, Privatizzazioni

Mafia, Wall Street e traditori: così è stata svenduta l’Italia

Falcone e Borsellino? Eliminati per un motivo più che strategico. Braccando la mafia, erano risaliti – tramite la pista massonica – ai legami finanziari tra l’élite Usa e la manovalanza italiana della grande operazione che si stava preparando, e che avrebbe devastato la storia del nostro paese: la svendita dell’Italia all’élite finanziaria globalista, che si servì di collaborazionisti di primissimo piano. Obiettivo: mettere le mani sullo Stato, razziando risorse e togliendo servizi vitali ai cittadini. All’indomani della catastrofe di Genova, coi riflettori puntati sullo strano caso delle autostrade “regalate” ai Benetton (e ai loro potenti soci d’oltreoceano), è illuminante rileggere oggi la paziente ricostruzione realizzata già nel 2007 da Antonella Randazzo. Mentre i giudici di Mani Pulite davano agli italiani l’illusione di un cambiamento nel segno della trasparenza, mettendo fine alla corruzione della Prima Repubblica, la finanza anglosassone convocava a bordo del Britannia gli uomini-chiave della futura Italia, assoldati per sabotare il proprio paese. Sarebbero stati agevolati dalla super-speculazione di George Soros sulla lira, che tolse all’Italia il 30% del suo valore, favorendone la svendita a prezzi stracciati. Da allora, un copione invariabile: aziende pubbliche rilevate da imprenditori italiani finanziati dalle stesse banche anglosassoni che avevano progettato il “golpe”. Il grande complotto contro l’Italia che – per primo – proprio Giovanni Falcone aveva fiutato.

Era il 1992, all’improvviso un’intera classe politica dirigente crollava sotto i colpi delle indagini giudiziarie. Da oltre quarant’anni era stata al potere. Gli italiani avevano sospettato a lungo che il sistema politico si basasse sulla corruzione e sul Giovanni Falconeclientelismo. Ma nulla aveva potuto scalfirlo. Né le denunce, né le proteste popolari (talvolta represse nel sangue), né i casi di connivenza con la mafia, che di tanto in tanto salivano alla cronaca. Ma ecco che, improvvisamente, il sistema crollava. Cos’era successo da fare in modo che gli italiani potessero avere, inaspettatamente, la soddisfazione di constatare che i loro sospetti sulla corruzione del sistema politico erano reali? Mentre l’attenzione degli italiani era puntata sullo scandalo delle tangenti, il governo italiano stava prendendo decisioni importantissime per il futuro del paese. Con l’uragano di Tangentopoli gli italiani credettero che potesse iniziare un periodo migliore per l’Italia. Ma in segreto, il governo stava attuando politiche che avrebbero peggiorato il futuro del paese. Numerose aziende saranno svendute, persino la Banca d’Italia sarà messa in vendita. La svendita venne chiamata “privatizzazione”.

Il 1992 fu un anno di allarme e di segretezza. L’allora ministro degli interni Vincenzo Scotti, il 16 marzo, lanciò un allarme a tutti i prefetti, temendo una serie di attacchi contro la democraziaitaliana. Gli attacchi previsti da Scotti erano eventi come l’uccisione di politici o il rapimento del presidente della Repubblica. Gli attacchi ci furono, e andarono a buon fine, ma non si trattò degli eventi previsti dal ministro degli interni. L’attacco alla democrazia fu assai più nascosto e destabilizzante. Nel maggio del 1992, Giovanni Falcone venne ucciso dalla mafia. Egli stava indagando sui flussi di denaro sporco, e la pista stava portando a risultati che potevano collegare la mafia ad importanti circuiti finanziari internazionali. Falcone aveva anche scoperto che alcuni personaggi prestigiosi di Palermo erano affiliati ad alcune logge massoniche di rito scozzese, a cui appartenevano anche diversi mafiosi, ad esempio Giovanni Lo Cascio. La pista delle logge correva parallela a quella dei circuiti finanziari, e avrebbe portato a risultati certi, se Falcone non fosse stato ucciso.

Su Falcone erano state diffuse calunnie che cercavano di capovolgere la realtà di un magistrato integro. La gente intuiva che le istituzioni non lo avevano protetto. Ciò emerse anche durante il suo funerale, quando gli agenti di polizia si posizionarono davanti alle bare, impedendo a chiunque di avvicinarsi. Qualcuno gridò: «Vergognatevi, dovete vergognarvi, dovete andare via, non vi avvicinate a queste bare, questi non sono vostri, questi sono i nostri morti, solo noi abbiamo il diritto di piangerli, voi avete solo il dovere di vergognarvi». Che la mafia stesse utilizzando metodi per colpire il paese intero, in modo da spaventarlo e fargli accettare passivamente il “nuovo corso” degli eventi, lo si vedrà anche dagli attentati del 1993. Gli attentati del 1993 ebbero caratteristiche assai simili agli attentati terroristici degli anni della “strategia della tensione”, e sicuramente avevano lo scopo di spaventare il paese, per indebolirlo. Il 4 maggio 1993, un’autobomba esplode in via Fauro a Roma, nel quartiereLa fine di Paolo BorsellinoParioli. Il 27 maggio un’altra autobomba esplode in via dei Georgofili a Firenze, cinque persone perdono la vita. La notte tra il 27 e il 28 luglio, ancora un’autobomba esplode in via Palestro a Milano, uccidendo cinque persone.

I responsabili non furono mai identificati, e si disse che la mafia volesse “colpire le opere d’arte nazionali”, ma non era mai accaduto nulla di simile. I familiari delle vittime e il giudice Giuseppe Soresina saranno concordi nel ritenere che quegli attentati non erano stati compiuti soltanto dalla mafia, ma anche da altri personaggi dalle «menti più fini dei mafiosi» (da “reti-invisibili.net”). Falcone era un vero avversario della mafia. Le sue indagini passarono a Borsellino, che venne assassinato due mesi dopo. La loro morte ha decretato il trionfo di un sistema mafioso e criminale, che avrebbe messo le mani sull’economia italiana, e costretto il paese alla completa sottomissione politica e finanziaria. Mentre il ministro Scotti faceva una dichiarazione che suonava quasi come una minaccia («la mafia punterà su obiettivi sempre più eccellenti e la lotta si farà sempre più cruenta, la mafia vuole destabilizzare lo Stato e piegarlo ai propri voleri»), Borsellino lamentava regole e leggi che non permettevano una vera lotta contro la mafia. Egli osservava: «Non si può affrontare la potenza mafiosa quando le si fa un regalo come quello che le è stato fatto con i nuovi strumenti processuali adatti a un paese che non è l’Italia e certamente non la Sicilia. Il nuovo codice, nel suo aspetto dibattimentale, è uno strumento spuntato nelle mani di chi lo deve usare. Ogni volta, ad esempio, si deve ricominciare da capo e dimostrare che Cosa Nostra esiste» (“La Repubblica” , 27 maggio 1992).

I metodi statali di sabotaggio della lotta contro la mafia sono stati denunciati da numerosi esponenti della magistratura. Ad esempio, il 27 maggio 1992, il presidente del tribunale di Caltanissetta Placido Dall’Orto, che doveva occuparsi delle indagini sulla strage di Capaci, si trovò in gravi difficoltà: «Qui è molto peggio di Fort Apache, siamo allo sbando. In una situazione come la nostra la lotta alla mafia è solo una vuota parola, lo abbiamo detto tante volte al Csm» (“La Repubblica”, 28 maggio 1992). Anche il pubblico ministero di Palermo, Roberto Scarpinato, nel giugno del 1992 disse: «Su un piatto della bilancia c’è la vita, sull’altro piatto ci deve essere qualcosa che valga il rischio della vita, non vedo in questo pacchetto un impegno straordinario da parte dello Stato, ad esempio non vedo nulla di straordinario sulla caccia e la cattura dei grandi latitanti» (“La Repubblica”, 10 giugno 1992). Nello stesso anno, il senatore Maurizio Calvi raccontò che Falcone gli confessò di non fidarsi del Claudio Martellicomando dei carabinieri di Palermo, della questura di Palermo e nemmeno della prefettura di Palermo (“La Repubblica”, 23 giugno 1992).

Che gli assassini di Capaci non fossero tutti italiani, molti lo sospettavano. Il ministro Martelli, durante una visita in Sudamerica, dichiarò: «Cerco legami tra l’assassinio di Falcone e la mafia americana o la mafia colombiana» (“La Repubblica”, 23 giugno 1992). Lo stesso presidente del Consiglio, Amato, durante una visita a Monaco, disse: «Falcone è stato ucciso a Palermo, ma probabilmente l’omicidio è stato deciso altrove». Probabilmente, le tecniche d’indagine di Falcone non piacevano ai personaggi con cui il governo italiano ebbe a che fare quell’anno. Quel considerare la lotta alla mafia soprattutto un dovere morale e culturale, quel coinvolgere le persone nel candore dell’onestà e dell’assenza di compromessi, gli erano valsi la persecuzione e i metodi di calunnia tipici dei servizi segreti inglesi e statunitensi. Tali metodi mirano ad isolare e a criminalizzare, cercando di fare apparire il contrario di ciò che è. Cercarono di far apparire Falcone un complice della mafia. Antonino Caponnetto dichiarò al giornale “La Repubblica”, il 25 giugno 1992: «Non si può negare che c’è stata una campagna (contro Falcone), cui hanno partecipato in parte i magistrati, che lo ha delegittimato. Non c’è nulla di più pericoloso per un magistrato che lotta contro la mafia che l’essere isolato».

L’omicidio di due simboli dello Stato così importanti come Falcone e Borsellino significava qualcosa di nuovo. Erano state toccate le corde dell’élite di potere internazionale, e questi omicidi brutali lo testimoniavano. Ciò è stato intuito anche da Charles Rose, procuratore distrettuale di New York, che notò la particolarità degli attentati: «Neppure i boss più feroci di Cosa Nostra hanno mai voluto colpire personalità dello Stato così visibili come era Giovanni, perché essi sanno benissimo quali rischi comporta attaccare frontalmente lo Stato. Quell’attentato terroristico è un gesto di paura… Credo che una mafia che si mette a sparare ai simboli come fanno i terroristi… è condannata a perdere il bene più prezioso per ogni organizzazione criminale di quel tipo, cioè la complicità attiva o passiva della popolazione entro la quale si muove» (“La Repubblica”, 27 maggio 1992). Infatti, quell’anno gli italiani capirono che c’era qualcosa di nuovo, e scesero in piazza contro la mafia. Si formarono due fronti: la gente comune contro la mafia, e le istituzioni, che si stavano sottomettendo all’élite che coordina le mafie internazionali. Quell’anno l’élite anglo-americana non voleva soltanto impedire la lotta efficace contro la mafia, ma Tina Anselmivoleva rendere l’Italia un paese completamente soggiogato ad un sistema mafioso e criminale, che avrebbe dominato attraverso il potere finanziario.

Come segnalò il presidente del Senato Giovanni Spadolini, c’era in atto un’operazione su larga scala per distruggere la democrazia italiana: «Il fine della criminalità mafiosa sembra essere identico a quello del terrorismo nella fase più acuta della stagione degli anni di piombo: travolgere lo Stato democratico nel nostro paese. L’obiettivo è sempre lo stesso:  delegittimare lo Stato, rompere il circuito di fiducia tra cittadini e potere democratico…se poi noi scorgiamo – e ne abbiamo il diritto – qualche collegamento internazionale intorno alla sfida mafia più terrorismo, allora ci domandiamo: ma forse si rinnovano gli scenari di dodici-undici anni fa? Le minacce dei centri di cospirazione affaristico-politica come la P2 sono permanenti nella vita democratica italiana. E c’è un filone piduista che sopravvive, non sappiamo con quanti altri. Mafia e P2 sono congiunte fin dalle origini, fin dalla vicenda Sindona» (“La Repubblica”, 11 agosto 1992). Anche Tina Anselmi aveva capito i legami fra mafia e finanza internazionale: «Bisogna stare attenti, molto attenti… Ho parlato del vecchio “piano di rinascita democratica” di Gelli e confermo che leggerlo oggi fa sobbalzare. E’ in piena attuazione… Chi ha grandi mezzi e tanti soldi fa sempre politica e la fa a livello nazionale ed internazionale».

«Ho parlato in questi giorni con un importante uomo politico italiano che vive nel mondo delle banche. Sa cosa mi ha detto? Che la mafia è stata più veloce degli industriali e che sta già investendo centinaia di miliardi, frutto dei guadagni fatti con la droga, nei paesi dell’est… Stanno già comprando giornali e televisioni private, industrie e alberghi… Quegli investimenti si trasformeranno anche in precise e specifiche azioni politiche che ci riguardano, ci riguardano tutti. Dopo le stragi di Palermo la polizia americana è venuta ad indagare in Sicilia anche per questo, sanno di questi investimenti colossali, fatti regolarmente attraverso le banche» (“L’Unità”, 12 agosto 1992). Anni dopo, l’ex ministro Scotti confesserà a Cirino Pomicino: «Tutto nacque da una comunicazione riservata fattami dal capo della polizia Parisi che, sulla base di un lavoro di intelligence svolto dal Sisde Mario Draghie supportato da informazioni confidenziali, parlava di riunioni internazionali nelle quali sarebbero state decise azioni destabilizzanti sia con attentati mafiosi sia con indagini giudiziarie nei confronti dei leader dei partiti di governo».

Una delle riunioni di cui parlava Scotti si svolse il 2 giugno del 1992, sul panfilo Britannia, in navigazione lungo le coste siciliane. Sul panfilo c’erano alcuni appartenenti all’élite di potereanglo-americana, come i reali britannici e i grandi banchieri delle banche a cui si rivolgerà il governo italiano durante la fase delle privatizzazioni (Merrill Lynch, Goldman Sachs e Salomon Brothers). In quella riunione si decise di acquistare le aziende italiane e la Banca d’Italia, e come far crollare il vecchio sistema politico per insediarne un altro, completamente manovrato dai nuovi padroni. A quella riunione parteciparono anche diversi italiani, come Mario Draghi, allora direttore delegato del ministero del Tesoro, il dirigente dell’Eni Beniamino Andreatta e il dirigente dell’Iri Riccardo Galli. Gli intrighi decisi sul Britannia avrebbero permesso agli anglo-americani di mettere le mani sul 48% delle aziende italiane, fra le quali c’erano la Buitoni, la Locatelli, la Negroni, la Ferrarelle, la Perugina e la Galbani. La stampa martellava su Mani Pulite, facendo intendere che da quell’evento sarebbero derivati grandi cambiamenti.

Nel giugno 1992 si insediò il governo di Giuliano Amato. Si trattava di un personaggio in armonia con gli speculatori che ambivano ad appropriarsi dell’Italia. Infatti Amato, per iniziare le privatizzazioni, si affrettò a consultare il centro del potere finanziario internazionale: le tre grandi banche di Wall Street, Merrill Lynch, Goldman Sachs e Salomon Brothers. Appena salito al potere, Amato trasformò gli enti statali in società per azioni, valendosi del decreto Legge 386/1991, in modo tale che l’élite finanziaria li potesse controllare, e in seguito rilevare. L’inizio fu concertato dal Fondo Monetario Internazionale, che come aveva fatto in altri paesi, voleva privatizzare selvaggiamente e svalutare  la nostra moneta, per agevolare il dominio economico-finanziario dell’élite. L’incarico di far crollare l’economia italiana venne dato a George Soros, un cittadino americano che tramite informazioni ricevute dai Rothschild, con la complicità di alcune autorità italiane, riuscì a far crollare la nostra moneta e le azioni di molte aziende italiane. Soros ebbe l’incarico, da parte dei banchieri anglo-americani, di attuare una serie di speculazioni, efficaci grazie alle informazioni che egli riceveva dall’élite finanziaria. Egli fece attacchi speculativi George Sorosdegli “hedge funds” per far crollare la lira. A causa di questi attacchi, il 5 novembre del 1993 la lira perse il 30% del suo valore, e anche negli anni successivi subì svalutazioni.

Le reti della Banca Rothschild, attraverso il direttore Richard Katz, misero le mani sull’Eni, che venne svenduta. Il gruppo Rothschild ebbe un ruolo preminente anche sulle altre privatizzazioni, compresa quella della Banca d’Italia. C’erano stretti legami fra il Quantum Fund di George Soros e i Rothschild. Ma anche numerosi altri membri dell’élite finanziaria anglo-americana, come Alfred Hartmann e Georges C. Karlweis, furono coinvolti nei processi di privatizzazione delle aziende e della Banca d’Italia. La Rothschild Italia Spa, filiale di Milano della Rothschild & Sons di Londra, venne creata nel 1989, sotto la direzione di Richard Katz. Quest’ultimo diventò direttore del Quantum Fund di Soros nel periodo delle speculazioni a danno della lira. Soros era stato incaricato dai Rothschild di attuare una serie di speculazioni contro la sterlina, il marco e la lira, per destabilizzare il Sistema Monetario Europeo. Sempre per conto degli stessi committenti, egli fece diverse speculazioni contro le monete di alcuni paesi asiatici, come l’Indonesia e la Malesia. Dopo la distruzione finanziaria dell’Europa e dell’Asia, Soros venne incaricato di creare una rete per la diffusione degli stupefacenti in Europa.

In seguito, i Rothschild, fedeli al loro modo di fare, cercarono di far cadere la responsabilità del crollo economico italiano su qualcun altro. Attraverso una serie di articoli pubblicati sul “Financial Times”, accusarono la Germania, sostenendo che la Bundesbank aveva attuato operazioni di aggiotaggio contro la lira. L’accusa non reggeva, perché i vantaggi del crollo della lira e della svendita delle imprese italiane andarono agli anglo-americani. La privatizzazione è stata un saccheggio, che ancora continua. Spiega Paolo Raimondi, del Movimento Solidarietà: «Abbiamo avuto anni di privatizzazione, saccheggio dell’economia produttiva e l’esplosione della bolla della finanza derivata. Questa stessa strategia di destabilizzazione riparte Giuliano Amatooggi, quando l’Europacontinentale viene nuovamente attratta, anche se non come promotrice e con prospettive ancora da definire, nel grande progetto di infrastrutture di base del Ponte di Sviluppo Eurasiatico» (da “Solidarietà”, febbraio 1996).

Qualche anno dopo la magistratura italiana procederà contro Soros, ma senza alcun successo. Nell’ottobre del 1995, il presidente del Movimento Internazionale per i Diritti Civili-Solidarietà, Paolo Raimondi, presentò un esposto alla magistratura per aprire un’inchiesta sulle attività speculative di Soros & Co, che avevano colpito la lira. L’attacco speculativo aveva permesso a Soros di impossessarsi di 15.000 miliardi di lire. Per contrastare l’attacco, l’allora governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi, bruciò inutilmente 48 miliardi di dollari. Su Soros indagarono le procure della Repubblica di Roma e di Napoli, che fecero luce anche sulle attività della Banca d’Italia nel periodo del crollo della lira. Soros venne accusato di aggiotaggio e insider trading, avendo utilizzato informazioni riservate che gli permettevano di speculare con sicurezza e di anticipare movimenti su titoli, cambi e valori delle monete.

Spiegano il presidente e il segretario generale del Movimento Internazionale per i Diritti Civili – Solidarietà, durante l’esposto contro Soros: «È stata annotata nel 1991 l’esistenza di un contatto molto stretto e particolare del signor Soros con Gerald Carrigan, presidente della Federal Reserve Bank di New York, che fa parte dell’apparato della banca centrale americana, luogo di massima circolazione di informazioni economiche riservate, il quale, stranamente, una volta dimessosi da questo posto, venne poi immediatamente assunto a tempo pieno dalla finanziaria Goldman Sachs & co. come presidente dei consiglieri internazionali. La Goldman Sachs è uno dei centri della grande speculazione sui derivati e sulle monete a livello mondiale. La Goldman Sachs è anche coinvolta in modo diretto nella politica delle privatizzazioni in Italia. In Italia inoltre, il signor Soros conta sulla strettissima collaborazione del signor Isidoro Albertini, ex presidente degli agenti di cambio della Borsa di Milano e Carlo Azeglio Ciampiattuale presidente della Albertini e co. Sim di Milano, una delle ditte guida nel settore speculativo dei derivati. Albertini è membro del consiglio di amministrazione del Quantum Fund di Soros».

«L’attacco speculativo contro la lira del settembre 1992 era stato preceduto e preparato dal famoso incontro del 2 giugno 1992 sullo yacht Britannia della regina Elisabetta II d’Inghilterra, dove i massimi rappresentanti della finanza internazionale, soprattutto britannica, impegnati nella grande speculazione dei derivati, come la S. G. Warburg, la Barings e simili, si incontrarono con la controparte italiana guidata da Mario Draghi, direttore generale del ministero del Tesoro, e dal futuro ministro Beniamino Andreatta, per pianificare la privatizzazione dell’industria di Stato italiana. A seguito dell’attacco speculativo contro la lira e della sua immediata svalutazione del 30%, codesta privatizzazione sarebbe stata fatta a prezzi stracciati, a beneficio della grande finanza internazionale e a discapito degli interessi dello stato italiano e dell’economia nazionale e dell’occupazione. Stranamente, gli stessi partecipanti all’incontro del Britannia avevano già ottenuto l’autorizzazione da parte di uomini di governo come Mario Draghi, di studiare e programmare le privatizzazioni stesse. Qui ci si riferisce per esempio alla Warburg, alla Morgan Stanley, solo per fare due tra gli esempi più noti. L’agenzia stampa “Eir” (Executive Intelligence Review) ha denunciato pubblicamente questa sordida operazione alla fine del 1992 provocando una serie di interpellanze parlamentari e di discussioni politiche che hanno avuto il merito di mettere in discussione l’intero procedimento, alquanto singolare, di privatizzazione» (dall’esposto della magistratura contro George Soros presentato dal Movimento Solidarietà al procuratore della Repubblica di Milano il 27 ottobre 1995).

I complici italiani furono il ministro del Tesoro Piero Barucci, l’allora direttore di Bankitalia Lamberto Dini e l’allora governatore di Bankitalia Carlo Azeglio Ciampi. Altre responsabilità vanno all’allora capo del governo Giuliano Amato e al direttore generale del Tesoro Mario Draghi. Alcune autorità italiane (come Dini) fecero il doppio gioco: denunciavano i pericoli ma in segreto appoggiavano gli speculatori. Amato aveva costretto i sindacati ad accettare un accordo salariale non conveniente ai lavoratori, per la «necessità di rimanere nel Sistema Monetario Europeo», pur sapendo che l’Italia ne sarebbe uscita a causa delle imminenti speculazioni. Gli attacchi all’economia italiana andarono avanti per tutti gli anni Novanta, fino a quando il sistema economico-finanziario italiano non cadde sotto il completo controllo dell’élite. Nel gennaio del 1996, nel rapporto semestrale sulla politica informativa e della sicurezza, il presidente del Consiglio Lamberto Dini disse: «I mercati valutari e le Borse delle principali piazze mondiali continuano a registrare correnti speculative ai danni della nostra moneta, originate, specie in passaggi delicati della vita politico-istituzionale, dalla diffusione incontrollata di notizie infondate riguardanti la compagine governativa e da anticipazioni di dati oggetto delle periodiche comunicazioni sui prezzi al consumo… è possibile attendersi la reiterazione di manovre speculative fraudolente, considerato il persistere di una fase congiunturale Lamberto Diniinterna e le scadenze dell’unificazione monetaria» (Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Democratica, Rivista N. 4, gennaio-aprile 1996).

Il giorno dopo, il governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio, riferiva che l’Italia non poteva far nulla contro le correnti speculative sui mercati dei cambi, perché «se le banche di emissione tentano di far cambiare direzione o di fermare il vento (delle operazioni finanziarie) non ce la fanno per la dimensione delle masse in movimento sui mercati rispetto alla loro capacità di fuoco». Le nostre autorità denunciavano il potere dell’élite internazionale, ma gettavano la spugna, ritenendo inevitabili quegli eventi. Era in gioco il futuro economico-finanziario del paese, ma nessuna autorità italiana pensava di poter fare qualcosa contro gli attacchi destabilizzanti dell’élite anglo-americana. Il Movimento Solidarietà fu l’unico a denunciare quello che stava effettivamente accadendo, additando i veri responsabili del crollo dell’economia italiana. Il 28 giugno 1993, il Movimento Solidarietà svolse una conferenza a Milano, in cui rese nota a tutti la riunione sul Britannia e quello che ne era derivato (“Solidarietà”, ottobre 1993). Il 6 novembre 1993, l’allora presidente del Consiglio, Carlo Azeglio Ciampi, scrisse una lettera al procuratore capo della Repubblica di Roma, Vittorio Mele, per avviare «le procedure relative al delitto previsto all’art. 501 del codice penale (“Rialzo e ribasso fraudolento di prezzi sul pubblico mercato o nelle borse di commercio”), considerato nell’ipotesi delle aggravanti in esso contenute».

Anche a Ciampi era evidente il reato di aggiotaggio da parte di Soros, che aveva operato contro la lira e i titoli quotati in Borsa delle nostre aziende. Anche negli anni successivi avvennero altre privatizzazioni, senza regole precise e a prezzi di favore. Che stesse cambiando qualcosa, gli italiani lo capivano dal cambio di nome delle aziende, la Sip era diventata Telecom Italia e le Ferrovie dello Stato erano diventate Trenitalia. Il decreto legislativo 79/99 avrebbe permesso la privatizzazione delle aziende energetiche. Nel settore del gas e dell’elettricità apparvero numerose aziende private, oggi circa 300. Dal 24 febbraio del 1998, anche le Poste Italiane diventarono una Spa. In seguito alla privatizzazione delle Poste, i costi postali sono aumentati a dismisura e i lavoratori postali vengono assunti con contratti precari. Oltre 400 uffici postali sono stati chiusi, e quelli rimasti aperti appaiono come luoghi di vendita più che di servizio. Le nostre autorità giustificavano la svendita delle privatizzazioni La famiglia Benettondicendo che si doveva «risanare il bilancio pubblico», ma non specificavano che si trattava di pagare altro denaro alle banche, in cambio di banconote che valevano come la carta straccia. A guadagnare sarebbero state soltanto le banche e i pochi imprenditori già ricchi (Benetton, Tronchetti Provera, Pirelli, Colaninno, Gnutti e pochi altri).

Si diceva che le privatizzazioni avrebbero migliorato la gestione delle aziende, ma in realtà, in tutti i casi, si sono verificati disastri di vario genere, e il rimedio è stato pagato dai cittadini italiani. Le nostre aziende sono state svendute ad imprenditori che quasi sempre agivano per conto dell’élite finanziaria, da cui ricevevano le somme per l’acquisto. La privatizzazione della Telecom avvenne nell’ottobre del 1997. Fu venduta a 11,82 miliardi di euro, ma alla fine si incassarono soltanto 7,5 miliardi. La società fu rilevata da un gruppo di imprenditori e banche, e al ministero del Tesoro rimase una quota del 3,5%. Il piano per il controllo di Telecom aveva la regia nascosta della Merril Lynch, del gruppo bancario americano Donaldson Lufkin & Jenrette e della Chase Manhattan Bank. Alla fine del 1998, il titolo aveva perso il 20% (4,33 euro). Le banche dell’élite, la Chase Manhattan e la Lehman Brothers, si fecero avanti per attuare un’Opa. Attraverso Colaninno, che ricevette finanziamenti dalla Chase Manhattan, l’Olivetti diventò proprietaria di Telecom. L’Olivetti era controllata dalla Bell, una società con sede a Lussemburgo, a sua volta controllata dalla Hopa di Emilio Gnutti e Roberto Colaninno. Il titolo, che durante l’Opa era stato fatto salire a 20 euro, nel giro un anno si dimezzò. Dopo pochi anni finirà sotto i tre euro.

Nel 2001 la Telecom si trovava in gravi difficoltà, le azioni continuavano a scendere. La Bell di Gnutti e la Unipol di Consorte decisero di vendere a Tronchetti Provera buona parte loro quota azionaria in Olivetti. Il presidente di Pirelli, finanziato dalla Jp Morgan, ottenne il controllo su Telecom, attraverso la finanziaria Olimpia, creata con la famiglia Benetton (sostenuta da Banca Intesa e Unicredit). Dopo dieci anni dalla privatizzazione della Telecom, il bilancio è disastroso sotto tutti i punti di vista: oltre 20.000 persone sono state licenziate, i titoli azionari hanno fatto perdere molto denaro ai risparmiatori, i costi per gli utenti sono aumentati e la società è in perdita. La privatizzazione, oltre che un saccheggio, veniva ad essere anche un modo per truffare i piccoli azionisti. La Telecom, come molte altre società, ha posto la sua sede in paesi esteri, per non pagare le tasse allo Stato italiano. Oltre a perdere le aziende, gli italiani sono stati privati anche degli introiti fiscali di quelle aziende. La Bell, Roberto Colaninnosocietà che controllava la Telecom Italia, aveva sede in Lussemburgo, e aveva all’interno società con sede alle isole Cayman, che, com’è noto, sono un paradiso fiscale.

Gli speculatori finanziari basano la loro attività sull’esistenza di questi paradisi fiscali, dove non è possibile ottenere informazioni nemmeno alle autorità giudiziarie. I paradisi fiscali hanno permesso agli speculatori di distruggere le economie di interi paesi, eppure i media non parlano mai di questo gravissimo problema. Mettere un’azienda importante come quella telefonica in mani private significa anche non tutelare la privacy dei cittadini, che infatti è stata più volte calpestata, com’è emerso negli ultimi anni. Anche per le altre privatizzazioni – Autostrade, Poste Italiane, Trenitalia – si sono verificate le medesime devastazioni: licenziamenti, truffe a danno dei risparmiatori, degrado del servizio, spreco di denaro pubblico, cattiva amministrazione e problemi di vario genere. La famiglia Benetton è diventata azionista di maggioranza delle Autostrade. Il contratto di privatizzazione delle Autostrade dava vantaggi soltanto agli acquirenti, facendo rimanere l’onere della manutenzione sulle spalle dei contribuenti. I Benetton hanno incassato un bel po’ di denaro grazie alla fusione di Autostrade con il gruppo spagnolo Abertis. La fusione è avvenuta con la complicità del governo Prodi, che in seguito ad un vertice con Zapatero, ha deciso di autorizzarla. Antonio Di Pietro, ministro delle infrastrutture, si era opposto, ma ha alla fine si è piegato alle proteste dell’Unione Europea e alla politica del presidente del Consiglio.

Nonostante i disastri delle privatizzazioni, le nostre autorità governative non hanno alcuna intenzione di rinazionalizzare le imprese allo sfacelo, anzi, sono disposte ad utilizzare denaro pubblico per riparare ai danni causati dai privati. La società Trenitalia è stata portata sull’orlo del fallimento. In pochi anni il servizio è diventato sempre più scadente, i treni sono sempre più sporchi, il costo dei biglietti continua a salire e risultano numerosi disservizi. A causa dei tagli al personale (ad esempio, non c’è più il secondo conducente), si sono verificati diversi incidenti (anche mortali). Nel 2006, l’amministratore delegato di Trenitalia, Mauro Moretti, si è presentato ad una audizione alla commissione lavori pubblici del Senato, per battere cassa, confessando un buco di un miliardo e settecento milioni di euro, che avrebbe potuto portare la società al fallimento. Romano ProdiNell’ottobre del 2006, il ministro dei trasporti, Alessandro Bianchi, approvò il piano di ricapitalizzazione proposto da Trenitalia. Altro denaro pubblico ad un’azienda privatizzata ridotta allo sfacelo.

Dietro tutto questo c’era l’élite economico finanziaria (Morgan, Schiff, Harriman, Kahn, Warburg, Rockfeller, Rothschild) che ha agito preparando un progetto di devastazione dell’economia italiana, e lo ha attuato valendosi di politici, di finanzieri e di imprenditori. Nascondersi è facile in un sistema in cui le banche o le società possono assumere il  controllo di altre società o banche. Questo significa che è sempre difficile capire veramente chi controlla le società privatizzate. E’ simile al gioco delle scatole cinesi, come spiega Giuseppe Turani: «Colaninno & soci controllano al 51% la Hopa, che controlla il 56,6% della Bell, che controlla il 13,9% della Olivetti, che controlla il 70% della Tecnost, che controlla il 52% della Telecom» (“La Repubblica”, 5 settembre 1999). Numerose aziende di imprenditori italiani sono state distrutte dal sistema dei mercati finanziari, ad esempio la Cirio e la Parmalat. Queste aziende hanno truffato i risparmiatori vendendo obbligazioni societarie (bond) con un alto margine di rischio. La Parmalat emise bond per un valore di 7 miliardi di euro, e allo stesso tempo attuò operazioni finanziarie speculative e si indebitò. Per non far scendere il valore delle azioni (e per venderne altre) truccava i bilanci.

Le banche nazionali e internazionali sostenevano la situazione perché per loro vantaggiosa, e l’agenzia di rating “Standard & Poor’s” si è decisa a declassare la Parmalat soltanto quando la truffa era ormai nota a tutti. I risparmiatori truffati hanno avviato una procedura giudiziaria contro Calisto Tanzi, Fausto Tonna, Coloniale Spa (società della famiglia Tanzi), Citigroup Inc. (società finanziaria americana), Buconero Llc (società che faceva capo a Citigroup), Zini & Associates (una compagnia finanziaria americana), Deloitte Touche Tohmatsu (organizzazione che forniva consulenza e servizi professionali), Deloitte & Touche Spa (società di revisione contabile), Grant Thornton International (società di consulenza finanziaria) e Grant Thornton Spa (società incaricata della revisione contabile del sottogruppo Parmalat Spa). La Cirio era gestita dalla Cragnotti & Partners. I “Partners” non erano altro che una serie di banche nazionali e internazionali. La Cirio emise bond per circa 1.125 milioni di Sergio Cragnottieuro. Molte di queste obbligazioni venivano utilizzate dalle banche per spillare denaro ai piccoli risparmiatori. Tutto questo avveniva in perfetta armonia col sistema finanziario, che non offre garanzie di onestà e di trasparenza.

Grazie alle privatizzazioni, un gruppo ristretto di ricchi italiani ha acquisito somme enormi, e ha permesso all’élite economico-finanziaria anglo-americana di esercitare un pesante controllo, sui cittadini, sulla politica e sul paese intero. Agli italiani venne dato il contentino di Mani Pulite, che si risolse con numerose assoluzioni e qualche condanna a pochi anni di carcere. A causa delle privatizzazioni e del controllo da parte della Banca Centrale Europea, il paese è più povero e deve pagare somme molto alte per il debito. Ogni anno viene varata la finanziaria, allo scopo di pagare le banche e di partecipare al finanziamento delle loro guerre. Mentre la povertà aumenta, come la disoccupazione, il lavoro precario, il degrado e il potere della mafia. Il nostro paese è oggi controllato da un gruppo di persone, che impongono, attraverso istituti propagandati come “autorevoli” (Fondo Monetario Internazionale e Banca Centrale Europea), di tagliare la spesa pubblica, di privatizzare quello che ancora rimane e di attuare politiche non convenienti alla popolazione italiana. I nostri governi operano nell’interesse di questa élite, e non in quello del paese.

(Antonella Randazzo, “Come è stata svenduta l’Italia”, da “Disinformazione.it” del 12 marzo 2007. La Randazzo ha scritto libri come “Roma Predona. Il colonialismo italiano in Africa”, edito da Kaos nel 2006, “La Nuova Democrazia. Illusioni di civiltà nell’era dell’egemonia Usa” edito nel 2007 da Zambon e “Dittature. La storia occulta”, pubblicata da “Il Nuovo Mondo”, nel 2007).

Fonte: libreidee.org (qui)

Criminalità, Mafie

Mafia. È allarme ‘Ndrangheta in Veneto

In Veneto è la ‘Ndrangheta la mafia più pericolosa.

Secondo l’ultima relazione semestrale della Direzione Investigativa Antimafia, presentata il 5 febbraio 2018 – con riferimento a indagini e raccolta dati del periodo gennaio-giugno 2017 – è la mafia calabrese quella più attiva a Nord-est, ma allo stesso tempo non si sottovalutano le presenze di altre mafie e organizzazioni criminali straniere. E dalle investigazioni emerge un quadro criminale composito, in cui comunque c’è spazio di manovra per tutti.

Le cosche della ‘Ndrangheta “appaiono sempre più interconnesse con altre aree del territorio nazionale, specie del centro nord. Tali condizioni hanno stimolato l’evoluzione strutturale, strategica e culturale dell’organizzazione, che ha affinato l’interazione tra la vocazione “militare” e quella affaristica”.

E proprio riguardo ai segnali di radicamento della mafia calabrese, la DIA evidenzia che, mentre in Lombardia, in Liguria e in Piemonte diverse azioni investigative hanno svelato l’esatta riproduzione della strutture criminali calabresi, “altrettanto significative le presenze segnalate in Veneto, in Emilia Romagna, in Toscana, nel Lazio, in Abruzzo, in Molise e in Basilicata. Si percepiscono, inoltre, tentativi di inserimento nel tessuto economico del Friuli Venezia Giulia”.

La DIA, quindi, usa il termine “presenza”, certificando quello che è ormai un dato di fatto, nonostante più di qualcuno a Nord-est continui a negare l’esistenza delle mafie.

Un presenza comunque ancora non radicata – nel senso che manca una verità processuale che accerti l’esistenza di una locale in Veneto – ma accertata per via di quei di soggetti collegati alle cosche catanzaresi e reggine, riconducibili ad aggregati criminali di Delianuova, Filadelfia, Africo Nuovo e Cutro. In quest’ultimo caso sono stati segnalati soggetti referenti della ‘ndrina Grande Aracri, attivi innanzitutto nel riciclaggio e nel reimpiego di capitali.

Significativa, in proposito, l’operazione Breakfast, conclusa nel mese di aprile dalla DIA reggina e dalla Guardia di Finanza, tra le province di Reggio Calabria, Catanzaro e Vicenza, con l’esecuzione di 4 misure cautelari. L’attività ha consentito, tra l’altro, il sequestro di oltre 250 mila euro nei confronti di una società di Vicenza operante nell’attività antincendio mediante l’impiego di elicotteri”.

Inoltre l’operazione “Valpolicella” (febbraio 2017) ha confermato le infiltrazioni nel tessuto economico della regione. Nel corso dell’attività investigativa tesa a verificare eventuali infiltrazioni mafiose di origine calabrese tra le province di Vicenza e Verona, segnatamente in Valpolicella, sono stati individuati 36 soggetti, di cui tre arrestati, indagati per reati di associazione di stampo mafioso, estorsione, rapina, usura e frode fiscale.

Successivamente, nel corso delle indagini preliminari la contestazione del reato di associazione di stampo mafioso è venuta meno, ma sei indagati (Salvatore Cappa, detto Turuzzo, Francesco Frontera, detto Provolone, ambedue condannati in appello nell’ambito dell’operazione Aemilia, Aleksandra Dobricanovic, Francesco Grisi detto Giovanni, 49 anni, il fratello Roberto Giovanni e Carlo Scarriglia) saranno processati ad aprile per fatti avvenuti tra San Bonifacio e dintorni tra il 2006 e il 2015, con l’aggravante di aver favorito la ‘Ndrangheta.

L’indagine ha riguardato alcune imprese edili del veronese che operavano un vasto giro di false fatturazioni, anche nella prospettiva di recuperare indebitamente l’iva. Le stesse aziende venivano sottoposte a forzosi passaggi di proprietà, “svuotate” del patrimonio residuo e quindi definitivamente chiuse”.

Inoltre si segnalano gli interessi della ‘ndrina Arena di Isola Capo Rizzuto, emersi nel corso dell’operazione Jonny. “L’indagine, del mese di maggio, ha mostrato ramificazioni della cosca nel nord Italia, ed in particolare in Veneto, sia attraverso alcuni soggetti contigui residenti nel territorio sia investendo nel gioco d’azzardo on-line, mediante una società di scommesse con punti gioco a Crotone, Prato, Bologna, Milano e a Verona”.

Nella stessa indagine sono stati svelati anchegli interessi della citata cosca Arena, nonché delle ‘ndrine di Borgia (CZ) e Vallefiorita (CZ), nella conduzione delle strutture d’accoglienza per migranti e dei servizi connessi, finanziati con fondi pubblici (circa 100 milioni di euro nel periodo 2007 – 2015) e nella gestione delle scommesse on line”.

E sempre in riferimento al gioco d’azzardo la DIA ricorda l’operazione Black Monkey, coordinata dalla DDA di Bologna, che aveva disarticolato l’organizzazione criminale riconducibile ad un esponente di spicco della ndrina Mazzaferro, “il quale, emigrato nel 2002 con la famiglia da Marina di Gioiosa Jonica (RC) a Conselice (RA), aveva creato un vero e proprio impero del gioco d’azzardo digitale tra l’Emilia Romagna, il Veneto, la Campania, la Puglia, la Calabria, l’Inghilterra e la Romania”.

Ma la ‘Ndrangheta non abbandona certo il remunerativo traffico di stupefacenti. Nel febbraio 2017 l’importante operazione Stammer ha portato al fermo di 74 soggetti tra Calabria, Sicilia, Campania, Lazio, Emilia Romagna, Veneto, Lombardia e Toscana. “L’attività investigativa aveva evidenziato l’esistenza di diversi gruppi criminali, attivi nel traffico internazionale di sostanze stupefacenti provenienti dall’America latina, riconducibili, in prevalenza, alle ‘ndrine dei Fiarè di San Gregorio d’Ippona (VV), a quella dei Pititto-Prostamo-Iannello di Mileto (VV) ed alla più potente cosca Mancuso di Limbadi (VV)”.

Altre mafie in Veneto. “Gli esiti di varie attività di polizia giudiziaria concluse nel recente passato, segnalano, nel Veneto, presenze di soggetti legati a Cosa Nostra, i quali tenderebbero a radicarsi, senza tuttavia replicare le strutture tipiche della Regione di provenienza. Tali soggetti sono risultati attivi nel riciclaggio e nel reinvestimento di capitali illeciti, anche attraverso l’acquisizione di attività commerciali ed imprenditoriali”.

Per quanto riguarda la Camorra, viene evidenziato lo spessore criminale del clan Mallardo, che può contare “su fedeli affiliati e su introiti illeciti provenienti da diversificate attività, anche economiche, molte delle quali gestite in altre regioni della penisola (Veneto, Emilia Romagna, Abruzzo, Lazio e Puglia)”. In generale la DIA sottolinea come “la migrazione di imprenditori mafiosi in altre aree del Paese,[…] potrebbe generare un’ulteriore contaminazione dell’economia sana. Non è, poi, affatto infrequente che siano gli stessi imprenditori a cercare accordi con i clan, per aumentare il loro volume di affari”.

Organizzazioni criminali straniere in Veneto. Per quanto riguarda la mafia cinese: “Le numerose attività investigative che hanno, nel tempo, riguardato la criminalità cinese danno atto di una tendenza di tale fenomeno verso modelli delinquenziali gerarchicamente strutturati, con caratteristiche di mafiosità. Un assetto verticistico caratterizzato, all’interno, da una fitta rete di rapporti, ramificati sul territorio e capaci di condizionare le dinamiche, lecite e illecite, proprie della comunità. Si tratta di relazioni basate essenzialmente sul legame familiare.[…]

È sulla solidità di questa complessa struttura organizzativa che si regge il vasto paniere degli investimenti illeciti che fanno capo alla criminalità cinese. Tra questi rilevano, in primo luogo, il contrabbando e l’importazione, lo stoccaggio e la distribuzione di prodotti contraffatti, fatti arrivare dalla Cina attraverso i porti e gli aeroporti. Tali canali vengono utilizzati anche per il traffico illecito di rifiuti”.

In nota si legge: “Il 26 aprile 2017, i Carabinieri Forestali hanno denunciato 98 persone e 61 società con sede a Prato, Montemurlo, in Veneto e in Campania, per associazione per delinquere di tipo transnazionale dedita alla commissione di più delitti e, tra essi, il traffico illecito di ingenti quantitativi di rifiuti plastici. Nello specifico, gli indagati smaltivano illecitamente materie plastiche, che da Prato inviavano ad Hong Kong. L’attività investigativa ha evidenziato oltre all’interesse delle triadi cinesi, anche quello dei clan camorristici degli Ascione e dei Casalesi”.

Sempre in Veneto sono attivi gruppi criminali nigeriani: “I gruppi criminali nigeriani e del centro Africa continuano a distinguersi per le modalità particolarmente aggressive con le quali realizzano i traffici di stupefacenti e la tratta degli esseri umani, finalizzata alla prostituzione.[…] In Italia opera il sodalizio nigeriano denominato Black Axe, una consorteria a struttura mafiosa ben radicata anche in altri contesti, il cui vincolo associativo viene, tra l’altro, esaltato da una forte componente mistico-religiosa. […] Il gruppo criminale in parola si sarebbe insediato principalmente a Torino, Novara, Alessandria, Verona, Bologna, Roma, Napoli e Palermo. […] Emblematica dell’azione di contrasto al fenomeno è risultata l’operazione Broken Chains, conclusa nel mese di gennaio dalla Polizia di Stato con l’arresto di 6 nigeriani, facenti parte di un’organizzazione con sede operativa a Padova, ma attiva anche in Sicilia, che gestiva una tratta di connazionali, comprese minorenni da avviare alla prostituzione”.

Per ulteriori approfondimenti: Relazione 1 semestre 2017 – DIA.

Da Cosavostra.it Articolo di F. Trotta (qui)

Economia, Mafie

Lombardia colonizzata dai clan: tutti i numeri dell’indagine regionale

E’ la prima grande ricerca sulla presenza delle mafie in Lombardia. E rivela un quadro allarmante. E’ stato presentato al pubblico lo scorso mercoledì 18 luglio 2018 a Palazzo Pirelli lo studio realizzato dall’Osservatorio sulla criminalità organizzata dell’Università degli Studi di Milano (Cross), commissionato e finanziato dalla giunta regionale lombarda, che monitora il livello di radicamento delle organizzazioni mafiose nel nostro territorio. All’incontro erano presenti il coordinatore del progetto, Nando Dalla Chiesa; Alessandra Dolci, capo della Direzione Distrettuale Antimafia della Procura di Milano; il consigliere regionale e presidente della Commissione Antimafia, Monica Forte (M5S) e due giovani ricercatori del Cross, Samuele Motta e Filomena De Matteis.

I relatori dell’incontro a Palazzo Pirelli, sede del Consiglio regionale lombardo

Il metodo

“Per realizzare questo studio – spiega Dalla Chiesa – non ci siamo basati sui semplici dati statistici. Oggi le statistiche non sono abbastanza e, addirittura, finiscono per falsare i risultati. Basti pensare che la maggior parte delle Procure non tiene conto degli incendi dolosi, che spesso vengono derubricati a semplici atti vandalici o a episodi fortuiti”. Un metodo innovativo, dunque, quello applicato dai ricercatori, che si avvale di una grande pluralità di contenuti: “Abbiamo analizzato atti giudiziari, – prosegue Dalla Chiesa – relazioni della Dia (Direzione Investigativa Antimafia, ndr), verbali delle Forze dell’ordine, interviste a testimoni e collaboratori di giustizia, articoli comparsi sulla stampa locale e, perfino, inchieste pubblicate sui giornalini scolastici”.

Da sinistra: il professor Nando Dalla Chiesa e il capo della Dda di Milano, Alessandra Dolci

La struttura della ricerca

Lo studio si divide in due sezioni principali: un ‘taglio territoriale’, dedicato all’analisi del radicamento delle cosche nelle singole province lombarde e un ‘taglio tematico’, che individua nella misura del soggiorno obbligato, nel fenomeno della corruzione e nella confisca dei beni i tre sintomi della presenza mafiosa in un determinato territorio. Presenza che si è presto trasformata “in una vera e propria forma di colonizzazione del territorio lombardo da parte delle principali mafie: Cosa nostra, camorra e, soprattutto ‘ndrangheta”, afferma Dalla Chiesa. “Lo sviluppo del dominio delle associazioni mafiose – continua – è andato di pari passo con lo sviluppo economico di questo territorio, dalla stagione dei sequestri di persona a fini estorsivi (1974-1983, ndr) fino all’avvento dei ‘narcodollari’, vale a dire l’invasione del mercato da parte dei soldi ricavati dalla vendita degli stupefacenti”.

L’indice di presenza mafiosa in Regione Lombardia

I dati allarmanti

A destare preoccupazione è la mappa che mostra l’indice di presenza mafiosa in Lombardia. Su una scala da 1 a 5 (dove 1 indica il livello più alto), possiamo osservare come la densità mafiosa sia più elevata nelle province di Milano e Monza-Brianza, anche se in aumento nell’hinterland di Varese, Como, Lecco e Pavia. Nelle province di Lodi e Mantova, infine, l’indice è affiancato da una piccola freccia, che indica un valore in continua ascesa. Le province di Milano e Monza Brianza, inoltre, sono le zone in cui si concentrano la maggior parte dei beni confiscati ai boss. “Secondo gli ultimi dati forniti dal portale ‘Open Re.G.I.O.’ a ottobre 2017, – spiega Filomena De Matteis – i beni immobili confiscati in Lombardia erano 1.886 (al quinto posto in Italia, ndr), di cui il 45% nella sola provincia di Milano. Di questi, la maggior parte sono stati riqualificati e ospitano ora progetti di sicurezza sociale e attività di formazione, creando appositi spazi per i giovani”.

Il grafico dei beni immobili confiscati alle mafie in Lombardia

Le strategie commerciali

Il discorso cambia radicalmente con le aziende: delle 266 sequestrate dalla magistratura fino all’ottobre dello scorso anno, il 90% è finito in liquidazione. “Mentre al Sud – prosegue De Matteis – molte neonate attività commerciali si insediano nelle ditte sequestrate, al Nord manca ancora questo tipo di cultura e perciò le società, nella maggior parte dei casi, finiscono per essere abbandonate”. Lo studio rivela, infine, che gli investimenti delle associazioni mafiose si concentrano per la maggior parte a Milano e dintorni (68%), dove i clan riciclano il denaro ‘sporco’ aprendo società (per la maggior parte imprese edili) a responsabilità limitata (Srl), facili da creare, da gestire tramite prestanome e, soprattutto, da ‘occultare’ all’occorrenza.

Da liberastampa.net Articolo di A. Boldrini (qui)

Criminalità, Mafie

‘Ndrangheta. Arrestato a Bergamo il boss Cuppari. Era latitante dal 2017.

L’operazione, denominata ”Design”, è stata coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di L’Aquila e condotta dai Carabinieri del Comando Provinciale di Chieti

Simone Cuppari, capo della omonima ‘ndrina reggina proveniente da Brancaleone, elemento di spicco di un’associazione per delinquere di stampo mafioso dedita prevalentemente al traffico di sostanze stupefacenti e riciclaggio, con base a Francavilla al Mare, in provincia di Chieti e ramificazioni in tutta Italia, già sfuggito alla cattura nel mese di febbraio 2017 nel corso dell’operazione, denominata ”Design”, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di L’Aquila e condotta dai Carabinieri del Comando Provinciale di Chieti, è stato localizzato ed arrestato, il primo agosto scorso, dagli uomini dell’Arma teatina in un’abitazione anonima della provincia di Bergamo.  Il ”boss”, su cui pende una condanna di primo grado a 28 anni di reclusione per traffico di cocaina emessa dal Tribunale di Chieti lo scorso mese di luglio a conclusione dell’operazione ”Shot 2009”, nonché 3 ordinanze di custodia cautelare in carcere emesse dalla Dda di L’Aquila, di Reggio Calabria e dal Tribunale di Pescara era riuscito a sfuggire alla cattura nell’ambito delle operazioni ”Sparta” e ”Banco Nuovo” condotte dai Carabinieri di Pescara e di Locri.

Da rainews.it (qui)

Economia, Mafie, Territorio bresciano

Brescia: dai cantieri ai ristoranti, ogni mafia ha il suo settore

Circa 25mila segnalazioni per operazioni in odore di riciclaggio. E cinque interdittive antimafia a carico di altrettante aziende bresciane disposte dal prefetto. Sono questi i dati più significativi dell’operato compiuto negli ultimi 12 mesi dalla Divisione investigativa antimafia di Brescia. Numeri e considerazioni sono stati forniti dal colonello Giovanni Gervasi, dirigente della sezione bresciana della Dia, in occasione della pubblicazione della relazione semestrale dell’attività compiuta dall’organismo voluto 25 anni fa nella lotta alla criminalità organizzata.

Dalla semestrale emerge con chiarezza l’elevata infiltrazione delle sigle mafiose nel tessuto sociale ed economico lombardo e bresciano delle tre maggiori sigle criminali italiane. Se la mafia opera soprattutto nel settore degli appalti pubblici, la ‘ndrangheta si segnala per una presenza significativa in quello dell’edilizia, della ristorazione e dei locali notturni; mentre la camorra in quello dei trasporti, delle pulizie e dell’esercizio abusivo del credito. Tutte e tre le organizzazioni criminali – si legge nel documento della Dia – hanno diversificato i loro business e affinato la loro capacità di lavorare sotto traccia, spesso dietro lo scudo di strumenti leciti, anche se solo apparentemente.

Da giornaledibrescia.it (qui)