Magistratura, Politica

Diciotti, Dagospia: la lettera di Matteo Salvini scritta da Giulia Bongiorno.

Non ci sarebbe Carlo Nordio, ma Giulia Bongiorno dietro alla svolta di Matteo Salvini, svolta segnata dalla lettera al Corriere della Sera in cui il vicepremier della Lega afferma che non deve essere processato e che dunque l’autorizzazione a procedere nei suoi confronti richiesta dal tribunale dei ministri di Catania non deve essere accolta. La bomba la sgancia Daospia, che ricorda come l’avvocato Bongiorno, “che ben conosce l’ambiente dei magistrati, sa che vogliono farla pagare” a Salvini. E ancora: “La sentenza sui 49 milionidella Lega, le indagini sui fondi all’estero, le piste sui rapporti con la Russia: i filoni sono tanti ma finora nessuno ha davvero attecchito”. Ma in questo caso, secondo Dago, sarebbe diverso: “Se tre giudici chiedono l’imputazione coatta dopo che un pm (Zuccaro) ha chiesto l’archiviazione, vuol dire che hanno in mano qualcosa di giuridicamente solido“, spiega l’articolo.

E quel qualcosa di solido potrebbe stare nel fatto che la Diciotti era una nave della Guardia di Finanza, mentre la Sea Watch è una nave battente bandiera olandese si una Ong tedesca. Le argomentazioni giuridiche che in questi giorni Salvini usa contro l’Olanda potrebbero non reggere, dunque, nel caso della Diciotti. Insomma, la possibilità che Salvini rischi qualcosa in quel processoesistono. E se scattasse una condanna superiore ai cinque anni, come è noto, scatterebbe l’interdizione dai pubblici uffici. Inoltre, la legge Severino aggiungerebbe la sospensione dalla carica fino a 18 mesi, nonché l’ineleggibilità per chi ha condanne definitive superiori ai due anni. Queste le ragioni che, secondo Dagospia, avrebbero spinto la Bongiorno ad inserirsi nella vicenda e, soprattutto, a scrivere la lettera al Corriere della Sera, poi firmata da Salvini.

Immigrazione, Inchieste, Magistratura, Politica

Diciotti, non si trovano gli ordini scritti: si sgretola inchiesta su Salvini

L’indagine sul caso Diciotti potrebbe bloccarsi e saltare definitivamente. Il nodo da sciogliere riguarda la mancanza di ordini scritti da parte del Viminale.

L’indagine sul caso Diciotti potrebbe bloccarsi e saltare definitivamente.

Il nodo da sciogliere riguarda la mancanza di ordini scritti da parte del Viminale. Non un dettaglio da poco. Di fatto mancherebbero le basi per procedere con l’indagine e l’inchiesta potrebbe rivelarsi un clamoroso buco nell’acqua per il pm Patronaggio. Come riporta il Messaggero all’appello tra le carte mancherebbero proprio gli ordini scritti che sarebbero arrivati nella catena di comando per il “no” allo sbarco dei migranti dalla Diciotti. Il ministro degli Interni più di una volta ha ribadito di essere lui stesso l’unico responsabile della decisione che ha poi provocato poi lo stallo della nave nel porto di Catania con a bordo 177 migranti. Nel corso delle indagini sta emergendo sempre più una falla nella ricostruzione della catena di comando.

E sul caso Diciotti resta da sciogliere anche il nodo della competenza. Se lo stop per lo sbarco fosse arrivato nel porto di Catania allora il tutto sarebbe di competenza della prcura etnea. Un ribaltamento del fronteche per ora vede Palermo in prima linea. Intanto per ricostruire la catena di comando, la procura distrettuale di Palermo avrebbe chiesto una serie di testimonianze per capire quali siano stati i contatti tra Diciotti, comandi della Guardia Costiera e Viminale. Saranno ascoltati il comandante della Diciotti, i comandanti delle capitanerie di porto di Porto Empedocle e Catania, il capo di gabinetto di Salvini, Piantedosi, il responsabile dell’ufficio circondariale marittimo di Lampedusa e altri funzionari. Un passo decisivo per capire quale futuro possa avere un’inchiesta che finora appare basata su fondamenta molto fragili…

Fonte: ilgiornale.it Articolo di F. Grilli (qui).

Democrazia, Inchieste, Magistratura, Politica

Tutto sui 49 milioni della Lega che non sono stati rubati.

Fondi Lega, Renzi, che beneficiò secondo Lusi dei finanziamenti distratti della Margherita, sulla Lega dichiara: “Hanno rubato 49 milioni”.

Ecco un articolo del Fatto del 17 maggio 2012:

L’attacco cieco dell’ex decaduto leader “democratico” è del 10 settembre scorso. Sull’edizione on line del quotidiano il laRepubblica.it (qui) pubblicava l’attacco a muso duro dell’ex segretario PD.

L’attacco di Renzi si concentra sulla richiesta di restituzione dei contributi, asserendo che fossero stati “rubati” ai cittadini italiani, da una sentenza di primo grado, che per altro, risulta in palese in contraddizione con quella che coinvolse il Sen. Lusi e la Margherita (poi confluita nel PD) che lo stesso Renzi non può non conoscere.

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In quella vicenda i magistrati si orientarono in una direzione opposta a quanto invece deciso sulla Lega. Renzi non si preoccupa degli effetti della sentenza e nemmeno per le gravi implicazioni, già in sede di giudizio di primo grado, in merito ai principi costituzionali garantiti sulle modalità di partecipazione dei cittadini alla vita politica, tenuto conto che questa sentenza dei giudici di Genova di fatto impongono la cancellazione di un partito politico che oggi ha il 30 percento dei consensi. Renzi “democratico” per etichetta, reagisce ancora come suo solito sul piano personale e non sul piano politico che mai è stato in grado di immaginare.

Alle posizioni velleitarie del “principe” decaduto “democratico” risponde Il giornalista Telese chiarendo i termini della questione.

Con il sequestro la Lega potrà continuare a far politica? La Lega ha rubato veramente 49 milioni? Perchè la Lega non si è costituita parte civile? Luca Telese risponde a queste ed altre domande.

Non sono assolutamente un simpatizzante di Matteo Salvini, anzi. Tuttavia considero preoccupante quello che sta accadendo sui famigerati “49 milioni” del Carroccio, che da giorni vengono spesso definiti “rubati”.

Prima domanda: sono davvero “49 milioni” i soldi che dopo essere stati sottratti devono essere restituiti dopo le sentenze? Risposta: no. Sono davvero stati ottenuti, come pensano molti “con false fatture”? Risposta: no. Ma soprattutto: è giusto che il partito di Salvini subisca un pignoramento di tutte le sue entrate passate, presenti e future? La mia opinione è che anche in questo caso la risposta sia no.

Sono convinto che questo sequestro non sia giusto, e che questo provvedimento possa produrre delle conseguenze enormi non solo per la Lega ma per tutto il sistema democratico. Vorrei spiegare perché intorno a questa inchiesta aleggiano molti misteri e stanno prendendo corpo tante balle mediatiche. Sono convinto che si possa essere molto distanti dalle idee della Lega, ma che non per questo si debba gioire per la sentenza della Cassazione che potrebbe portare alla chiusura di un partito. Anzi: tifare per il sequestro perché non si è d’accordo con la Lega è una pessima idea che può produrre gravi danni alla dialettica democratica, un ennesimo grave esempio di “doppiopesismo” all’italiana.

Le questioni importanti, per capire questa vicenda dei soldi del Carroccio sono semplici e sono due:

Con il sequestro la Lega potrà continuare a far politica?

1. Può il partito di Salvini continuare la sua attività politica se dovrà consegnare qualsiasi contributo economico dovesse entrare (anche in futuro) nelle sue casse? Risposta: ovviamente no, visto che non esiste più nemmeno il finanziamento pubblico. O i magistrati evitano di sequestrare le risorse del nuovo partito “Lega per Salvini”, creato dagli uomini della nuova Lega (proprio per avere un’altra ragione sociale, diversa da quella del vecchio partito) oppure l’attività del Carroccio viene paralizzata:

chiedere alla Lega la restituzione di 49 milioni (che non ha in cassa e non potrà pagare) significa di fatto bloccare la sua attività politica. Senza escamotage, infatti, il partito non avrebbe soldi nemmeno per stampare un manifesto. Ecco perché questo sequestro implica un problema di agibilità democratica che bisogna porsi, e che anche il presidente della Repubblica si deve porre.

Un dubbio: cosa sarebbe accaduto se tale intimazione fosse stata rivolta al Pd? Risposta: questo caso si è già verificato e i dispositivi previsti dalle sentenze sono state totalmente diverse. Quando infatti qualcosa di simile è accaduto alla Margherita il criterio adottato dai magistrati è stato opposto. Se avessero revocato tutti i finanziamenti al partito di Rutelli e Gentiloni avremmo avuto manifestazioni di protesta in strada, e probabilmente a ragione. Invece adesso Matteo Renzi e i suoi cloni ripetono: “La Lega  restituisca i soldi che ha rubato”. Curioso.

Vediamo i fatti paragonando i casi: anche la Margherita aveva i binari non in regola; anche la Margherita (come la Lega) è stata truffata da un suo tesoriere – Luigi Lusi, senatore del Pd – che secondo i pm quando era tesoriere della Margherita aveva sottratto 27 milioni di euro dai conti del suo partito. Solo che in quel caso la sentenza ha considerato il partito “parte lesa”, mentre in questo caso lo considera di fatto “complice”. C’è una bella differenza, e infatti il sequestro diventa punitivo, mentre nel caso Lusi i magistrati imposero la restituzione dei beni sequestrati al partito.

Ed ecco la seconda questione:

La Lega ha rubato veramente 49 milioni?

2. La Lega deve restituire 49 milioni che ha “sottratto” all’erario. Ma ha davvero “rubato” quella cifra? Molti leggendo sommariamente i resoconti dei giornali (ed anche molti giornalisti che scrivono articoli, purtroppo) si sono convinti che per i giudici di Genova secondo la Cassazione e il Tribunale del riesame (che ha dato loro ragione sul provvedimento di sequestro) deve farlo perché sono stati “rubati” effettivamente 49 milioni di euro producendo false pezze d’appoggio. Risposta: non è così e non lo dice nessuno, nemmeno le sentenze. I fondi, da quando il finanziamento ai partiti è stato abolito, venivano assegnati in base ai voti ricevuti alle elezioni. Dopo le elezioni, questa cifra fissata in base ai voti presi nelle elezioni politiche veniva rateizzata per cinque anni.

Altro punto importante: Bossi e Belsito sono condannati per aver sottratto dei soldi che la procura (pare incredibile ma è così) non è riuscita a quantificare con esattezza (nelle sentenze si stima una cifra tra uno e tre milioni di euro, ma è solo una ipotesi perché non tutti i movimenti sono stati ricostruiti). Quindi 49 milioni di euro non è il totale dei soldi “sottratti” ma piuttosto il totale dei rimborsi percepiti negli anni per le elezioni politiche e regionali. I magistrati comprendono in questo totale tutti i fondi: sia quelli lecitamente percepiti che gli altri, sottratti dalla truffa. C’è una bella differenza. Dire: siccome hai sottratto tre milioni di euro me ne devi ridare 49 è un salto logico molto ardito, che si fonda su questa interpretazione della legge sui rimborsi elettorali: i magistrati sostengono, cioè, che i fondi debbano essere interamente revocati in caso di irregolarità di bilancio. Se fosse così, come mai nel caso di Lusi i fondi sottratti sono stati dieci volte di più (27 milioni invece di un massimo di 3), ma il finanziamento non è stato revocato? Anzi: come abbiamo visto i magistrati hanno restituito alla Margherita i soldi sequestrati a Lusi.

Perché la Lega non si è costituita parte civile?

Infine eccoci al nodo decisivo della mancata costituzione parte civile, che viene usata come una sorta di “giustificazione” per questo trattamento così diverso. Intanto va ricordato che durante il primo processo, la Lega si era costituita come parte lesa contro Bossi e Belsito. Poi, quando i due tronconi del procedimento penale si sono divisi, ha smesso di farlo. Può bastare questa mancata scelta per spiegare un giudizio più severo? Assolutamente no: o si accusano Salvini e i nuovi tesorieri di complicità, e li si persegue per quello, cioè un reato associativo definito (cosa che i magistrati non hanno fatto) oppure bisogna dire che non ci può essere nessuna relazione tra il giudizio e la mancata costituzione parte civile.

Seconda questione: ma questa scelta può essere l’indizio di una collusione tra la nuova Lega di Salvini e la vecchia di Bossi? In primo luogo bisogna dire che questo gesto non impedisce alla Lega di chiedere un risarcimento del danno. Ma poi bisogna aggiungere che questo passaggio è un punto decisivo, in cui la storia politica reale di quello che è accaduto nella Lega offre una spiegazione totalmente diversa da quella immaginata dai passaveline o dai cultori delle carte bollate. Salvini non si è costituito contro Bossi, non perché in quel momento fosse suo “amico”, ma proprio perché in realtà il Senatùr era in quel momento il suo principale nemico politico nel partito. Siccome i due si stavano dando battaglia nella Lega nel congresso (come è noto Salvini ha stravinto) se il nuovo leader avesse combattuto Bossi anche con gli strumenti giudiziari, lo avrebbe trasformato in una vittima, esattamente come Bossi aveva denunciato in alcune interviste. Salvini ha scelto invece (e con successo) un doppio binario: ti rispetto come fondatore del movimento, e non uso l’arma giudiziaria, ma ti combatto sul piano politico per mandarti a casa. E così è accaduto.

Ecco perché questo giudizio oggi diventa un precedente importante non solo per la Lega. Un caso che ancora una volta – e in questo mi rendo conto di essere controcorrente – getta luce sulla ricchezza passata e sulla povertà presente in tutti i bilanci dei partiti. Forza Italia in profondo rosso, il Pd quasi in bancarotta (i dipendenti sono in cassa integrazione dopo la bancarotta della gestione Renzi), la Lega senza un euro (quello che c’era sui conti è stato sequestrato) e inseguita dai pignoramenti, la Sinistra costretta a licenziare i suoi dipendenti. Domanda. Davvero pensiamo che la democrazia italiana possa funzionare così?

Fonte: nicolaporro.it (qui) Articolo di L. Telese, 12 settembre 2018.

Legittima difesa, Magistratura, Politica

Anm vs Salvini sulla Legittima difesa. Magistrati: ‘Quel ddl è inutile e rischioso’ Salvini: ‘Invasione di campo, tiro dritto’

E’ scontro tra il ministro dell’Interno Matteo Salvini e l’Associazione nazionale magistrati sulla legittima difesa. Quello del governo è un disegno di legge di cui “non avevamo bisogno e che può essere molto rischioso“, ha affermato il presidente dell’Anm, Francesco Minisci, ribadendo le critiche sul ddl depositato al Senato ed esprime “allarme” per “una eventuale ‘liberalizzazione‘ della vendita di armi: siamo contrari alla vendita nei supermercati”.

“La legge regolamenta già in maniera adeguata tutte le ipotesi di legittima difesa”, precisa il magistrato. “Se approvato, rischierebbe addirittura di legittimare reati gravissimi, fino all’omicidio. Non si può prescindere – spiega – dal principio della proporzionalità fra offesa e difesa e dalla valutazione, caso per caso, del giudice: se un soggetto minaccia di schiaffeggiarmi o di sottrarmi un bene, io non posso reagire sparandogli; se, da fuori casa, vedo un tizio che si arrampica sul mio balcone, non posso essere autorizzato a sparargli”.

La risposta del capo del Viminale è arrivata dopo poche ore:”Il sindacato dei magistrati (Anm) oggi ha attaccato le proposte di legge della Lega sulla legittima difesa perché inutili e rischiose – scrive il ministro dell’Interno su TwitterInvasione di campo? Tutto normale? Io tiro dritto, la difesa è sempre legittima”.

Fonte: ilfattoquotidiano.it (qui)

Magistratura, Politica

Salvini, Cantone: “Nelle democrazie occidentali non esistono soggetti sottratti alla legge”. Nemmeno i magistrati.

Cantone sull’attacco di Salvini ai magistrati: quello notificato al ministro è un atto formale, non una incolpazione.

“Sono preoccupato per una reazione così dura nei confronti della magistratura anche perché quello notificato è un atto formale e obbligatorio che serve al ministro Salvini per difendersi. Non è una incolpazione”. Lo dice, a Repubblica, il presidente dell’Anac, Raffaele Cantone, sulla reazione del ministro dell’Interno Salvini all’avviso di garanzia sul caso Diciotti. Cantone commenta la frase di Salvini sui giudici non eletti: “Nelle democrazie occidentali – afferma – non esistono soggetti sottratti alla legge”.

Cantone, magistrato in aspettativa, interviene opportunamente sul DDL Anticorruzione, in quanto Presidente dell’Autority. Ma non si spiega il motivo di sentirsi in dovere di replicare a Salvini attribuendo al Ministro di volersi porre sopra la legge, quando in realtà ha solo esercitato il diritto di parola e opinione. In realtà Cantone deborda dal proprio ruolo, con un’uscita individuale nella veste di magistrato (in aspettativa) e non di Presidente dell’Autority tenuto conto che l’inchiesta sui fatti avvenuti sulla Diciotti sono avulsi dalla materia di sua competenza. Una occasione persa per restare in religioso silenzio si potrebbe dire. Ma le dichiarazioni di Cantone tradiscono come in modo latente sia ancora presente quella militanza di casta. Fino a prova contraria l’affermazione relativa al fatto che “nessuno è superiore alla legge” dovrebbe rivolgerla a taluni suoi collegi magistrati esperti nel prendere formidabili cantonate giudiziarie a carico di cittadini onesti senza mai essere chiamati alle proprie responsabilità personali. È un dovere ed un diritto costituzionale per Salvini non abbassare la testa ed esercitare le proprie prerogative in modo completo, nonostante la presenza di interferenze provenienti da ogni direzione, interne allo Stato ed esterne.

Per chi non conosce la carriera del magistrato Cantone, tra cui il prezioso lavoro contro le mafie, di seguito una breve bibliografica.

È entrato in magistratura nel 1991. È stato sostituto procuratore presso il tribunale di Napoli, dove si è occupato principalmente di criminalità economica, fino al 1999, quando è entrato nella Direzione distrettuale antimafia della Procura di Napoli, di cui ha fatto parte fino al 2007.

Vive tutelato dal 1999 e sottoposto a scorta dal 2003 in quanto gli investigatori scoprirono un progetto di un attentato ai suoi danni organizzato dal clan dei Casalesi. È stato, per quattro legislature, consulente della Commissione Parlamentare Antimafia, partecipando anche alla redazione della relazione sulla criminalità organizzata di tipo camorristico in Campania.

Dal 2007 ha lavorato presso l’Ufficio del Massimario della Suprema Corte di Cassazione, dove ha curato il settore penale. Nel novembre 2013 ha presentato al CSM la richiesta di nomina a procuratore aggiunto presso la Procura del neonato Tribunale Napoli nord, segno evidente della volontà di tornare all’attività inquirente.

Nel 2014 entra in aspettativa dalla magistratura. Infatti, il 27 marzo 2014 il presidente del Consiglio Matteo Renzi propone Cantone quale presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, nomina confermata dalla commissione affari costituzionali di Camera e Senato all’unanimità.

Fonte: HuffingtonPost.it (qui) e Wikipedia.com (qui).

Immigrazione, Magistratura, Politica, Privatizzazioni

In nome del popolo italiano?

Dimenticare la tragedia di Genova indagando Matteo Salvini non pare una soluzione esattamente democratica.

Scrivendo tempo fa sulla tragedia di Genova, covavamo intimamente il sospetto che tutto il tran-tran mediatico sarebbe presto scomparso in favore di un nuovo spin: troppe le responsabilità emerse dalle macerie fumanti, molteplici i nomi eccellenti e le infime vergogne. Il ponte Morandi, per paradosso, poteva costituire uno spartiacque tra il prima e il dopo, evidenziando le connivenze che per venticinque anni hanno permesso a una banda di maiali di prosperare politicamente svendendo tutto lo svendibile a quattro straccioni bravi solo a leccare i deretani e foraggiare a miliardi di pubblicità la fulgida stampa borghese.

Pensavamo, per pessimistico abito mentale, che contro lo sterco puzzolente del profitto nemmeno quaranta e più morti innocenti potevano nulla. Purtroppo abbiamo avuto ragione. Bastava infatti l’ennesimo fatto di immigrazione per far calare una cappa di silenzio sulle rovine- superare l’omertà della trimurti corsera-repubblica-stampa era già difficile, ma i nostri campioni della penna son sempre pronti a superarsi- e gettare sulla pubblica opinione il delirante affaire Diciotti.

Beninteso, a noi del fatto in sé non importa nulla. La stanchezza supera di molte spanne lo sdegno di vedere le solite anime belle mobilitarsi per un selfie accogliente e solidale, le trite e ritrite polemiche su chi-resta-umano, sul nazismo risorgente e sul fariseismo in servizio permanente effettivo. Insomma, dell’ennesima manifestazione pelosa e meschina di umanismo da salotto volentieri soprassediamo.

Preme invece sottolineare, ricollegandoci a Genova e al neofeudalesimo dei monopoli privati, il triste spettacolo della magistratura, dimostrazione palese di come i rapporti di forza si tramutino sempre in manifestazioni di arbitrio, lontane anni luce dall’alto e purtroppo etereo concetto di giustizia. Ecco allora che un procuratore della Repubblica indagare a furor di stampa un ministro degli Interni per sequestro di persona e arresto illegale, imputandogli capi d’accusa gravi sulla base di valutazioni esclusivamente politiche e non penali. Espressione, quel magistrato, di un sistema giudiziario che dopo 12 giorni dalla strage ligure ancora non ha indagato nessuno, nonostante dati incontrovertibili dimostrino come Benetton e allegra compagnia abbiano puntualmente dimenticato di investire in manutenzione, impegnati com’erano- li si perdoni- a organizzare eleganti grigliate a Cortina e contare a miliardi i profitti di rendita.

Un governo di maggioranza, che trova finalmente origine dal consenso degli italiani, non va bene ai padroni del vapore.

Assistiamo ancora una volta al classico paradosso della “giustizia” borghese, braccio esecutivo del grande capitale privato, per cui è punibile soltanto ciò che va contro un dato sistema di dominio di classe e di sfruttamento dello stato ad usum privatum. Allorché sull’altare dell’euro furono sacrificati milioni di lavoratori dalla piangente Fornero nessuno fiatò, così come non ricordiamo fascicoli aperti per gli evidenti legami di una certa parte politica con nazioni straniere- di converso sui belfagorici troll del Cremlino abbiamo avuto indagini degne di Montalbano-, e via discorrendo potendo citare migliaia di casi in cui l’apparato giudiziario “non vide e non volle vedere”. Niente di sorprendente, per chi ritiene ancora le istituzioni politico-sociali una espressione dei rapporti di forza economici. Né, si badi, vogliamo fare di tutta l’erba un fascio: coraggiosi esempi di dignità civile ci sono stati e ci sono, basti pensare al procuratore Zuccaro aggredito quasi fosse un millantatore o alla procura di Trani in grado di denunciare la speculazione finanziaria propedeutica al golpe del 2011.

Due esempi controcorrente, non a caso impallinati da certa stampa, che ricordano ancora la funzione di garanzia democratica della magistratura. E il fattore-informazione e il fattore-giustizia, infatti, sono sempre parte di quel problema titanico che è la tenuta delle istituzioni democratiche di fronte all’assalto del capitalismo finanziario. Se, occorre ricordarlo, la democrazia o è sociale secondo Costituzione o non è, la difesa della stessa dovrebbe ribadire colpo su colpo alle offese provocate dai monopoli padronali, dall’invadenza oppressiva di istituzioni sovrannazionali, da tentativi infami di utilizzare poveri disperati come piede di porco per deprimere ancora il tenore di vita e i diritti sociali degli italiani. La giustizia, insomma, dovrebbe essere al servizio del popolo italiano agendo in nomine suo contro chiunque attenti alla sua libertà e ai suoi sacrosanti diritti civili e sociali.

Senza un tale vincolo di fiducia, quando anzi il rapporto si ribalta in favore di potentati privati, gauleiter europei e parti politiche totalmente sfiduciate dagli elettori, tutto diventa possibile, financo l’arbitrio più sfacciato di fronte al quale anche la pazienza del santo, presto o tardi, si consuma per divenire rabbia sacrosanta, risposta proletaria a chi piega tutto, perfino la lettera della legge, all’insaziabilità dell’oro.

Fonte: lintellettualedissidente.it Articolo di A.Romani 26 agosto 2018 (qui)