Cronaca, Primo piano

Ponte Morandi, ovazione per Salvini e Di Maio ai funerali di Stato. Gelo sugli esponenti Dem. Martina (Pd) contestato.

Una folla immensa ai funerali delle vittime del crollo del ponte Morandi che si sono svolti sabato mattina alla fiera di Genova. Un pubblico che ha partecipato con grande emotività alla cerimonia e che non ha risparmiato emozioni nemmeno nei confronti dei politici e delle istituzioni. All’ingresso di Matteo Salvini e Luigi Di Maio c’è stata una vera e propria ovazione: molti applausi, segno di vicinanza e affetto. Una reazione di segno diametralmente opposto è stato riservato agli esponenti del Partito democratico, a partire dall’ex ministra genovese Roberta Pinotti. L’ingresso del segretario Maurizio Martina è stato accolto da un silenzio assordante, accompagnato da qualche fischio e contestazione.

Da ilfattoquotidiano.it (qui)

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Cronaca, Europa, Politica, Primo piano

Genova. Una tragedia immane. Condannati a non intervenire perchè vincolati a Bruxelles. Intanto si muore. Questa è la macabra lotteria europea. Chi saranno i prossimi?

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Di Massimo Gelmini

Tragedia sull’autostrada A10 a Genova dove è crollato il viadotto Morandi. Diverse auto sono incastrate e schiacciate, mentre alcuni mezzi pesanti sono finiti nel torrente Polvecera. È quanto riferiscono fonti dei carabinieri che stanno intervenendo sul posto. Le vittime accertate sono 35 tra cui tre bambini di 8, 12 e 13 anni, ma si scava ancora. In via precauzionale sono state sgomberate alcune palazzine più vicine alla parte di ponte che non è crollata. Un viadotto progettato dall’ingegnere Riccardo Morandi (1902-1989), fu costruito tra il 1963 e il 1967 La realizzazione della struttura risale agli anni ’60.

Sul ponte Morandi «erano in corso lavori di consolidamento della soletta del viadotto e che, come da progetto, era stato installato un carro-ponte per consentire lo svolgimento delle attività di manutenzione».

Ma questa tragedia è l’ennesimo disastro che poteva e doveva essere evitato. Come? Attraverso gli investimenti pubblici che grazie ai fan dell’austerity il Paese non riesce a mettere in campo.

Un Paese che necessita di nuove infrastrutture e di un aggiornamento infrastrutturale urgentissimo. Questa tragedia non sarà l’ultima purtroppo. Ma il nodo principale è sempre il medesimo. Ogni nostra urgenza, ogni azione positiva per il popolo, deve essere finanziata a deficit come ogni Stato sovrano è in grado di fare. Ma il nostro Paese non è più sovrano con l’adesione all’UEM ed i limiti alla spesa, previsti da trattati criminali, ci hanno costretto in una camicia di forza che per essere sciolta ha necessità di molto tempo. Proprio quel tempo che noi non abbiamo più. Così ci troveremo a convivere con i vincoli europei e le tragedie che come una lotteria europea del terrore colpirà alla cieca.

Basterebbe questa situazione per avvisare l’UE ed i sacerdoti dell’austerity che ora si attivano tutte le misure straordinarie per intervenire. Ma al contempo non possiamo tacere le responsabilità di coloro fino ad oggi ci hanno impedito di liberarci dai vincoli europei, di que politici criminali ancora viventi, da sbattere in carcere al più presto, che hanno ideato questo dittatura finanziaria. Ma anche di quelli che bollano il Governo gialle-verde come pauperista, ma che con le loro politiche di servilismo hanno garantito l’avanzare del dogma dell’austerità sulla pelle dei cittadini italiani, ottenendo in cambio la tutela dei priopri interessi.

La speculazione si sta preparando per banchettare in attesa di oltre 230 miliardi di euro di debito pubblico da rinnovare. Speculeranno anche sullo sforamento del 3% di deficit su PIL. Speculeranno anche se il deficit sarà necessario per riavviare l’economia, per dotare il Paese di nuove infrastrutture, per ricostruire dopo le calamità naturali subite. Speculeranno, ma troveranno un popolo non più disponibile a chinare la testa. Non più disponibile a seguire leader arrendevoli o traditori del giuramento fatto, di servire con lealtà la Nazione, di difendere il popolo contro ogni aggressione. Con ogni mezzo disponibile.

Economia, Primo piano

BofA: “Lo spread potrebbe schizzare a 400”. Entro fine 2018 in scadenza ci sono 236 miliardi di debito pubblico.

L’attuale livello di spread tra btp e bund decennali è “transitorio” ed “entro dicembre” il differenziale “o si restringerà verso quota 170 punti base” oppure “schizzerà verso 400”. È quanto ha scritto in una nota ai clienti Bank of America – Merrill Lynch, secondo quanto riporta l’agenzia Bloomberg. Oggi lo spread tra Btp e Bund ha chiuso a 278,8 punti.

A decidere la direzione dello spread, spiega Bofa, sarà la legge di bilancio: in caso di moderato ampliamento del deficit lo spread calerà mentre se il parlamento dovesse approvare una manovra sgradita ai mercati decollerà, con gli investitori che si posizioneranno in vista di un probabile downgrade dell’Italia da parte delle agenzie di rating.

Per Bofa Merrill Lynch è improbabile che il nostro Paese perda l’investment grade, per il quale servirebbe un declassamento multiplo e che avrebbe conseguenze gravissime per l’Italia, il cui debito sarebbe scaricato da tutti i fondi che hanno restrizioni a possedere titoli ‘spazzatura’. “Ma ci aspettiamo tuttavia un serio ‘repricing’ da parte del mercato già al primo downgrade in quanto gli investitori riterranno questo scenario sempre più probabile”, ha scritto l’analista Erjon Satko.

Intanto, in un’intervista al Corriere della sera, il vicepremier Luigi Di Maio ha detto: “Non vedo il rischio concreto che questo governo sia attaccato. È più una speranza delle opposizioni”, ma “se qualcuno vuole usare i mercati contro il governo, sappia che non siamo ricattabili”. Di Maio ha poi assicurato “rispetto degli equilibri di bilancio. Però l’Ue ci lasci fare le riforme”.

Nella giornata di domenica, in un’intervista a Libero, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti si era detto più pessimista: “L’attacco io me lo aspetto, i mercati sono popolati da affamati fondi speculativi che scelgono le loro prede e agiscono. Abbiamo visto cos’è accaduto a fine agosto nel ’92 e sette anni fa con Berlusconi. L’Italia è un grande Paese e ha le risorse per reggere, anche grazie al suo grande risparmio privato. Quello che mi preoccupa è che, nel silenzio generale, gran parte del risparmio italiano è stato portato all’estero e quindi la gestione dei nostri titoli non è domestica”.

Dopo le parole del leghista Giancarlo Giorgetti, anche un esponente di spicco del Movimento 5 Stelle è intervenuto sul tema, ovvero Stefano Buffagni: “Le speculazioni? Siamo sempre soggetti a questo rischio – ha affermato -, ma siamo pronti a fronteggiare qualsiasi problema ponendo l’interesse del Paese al primo posto”.

Senza dimenticare che con la conclusione del programma di acquisto dei titoli di Stato degli Stati membri da parte della Banca Centrale Europea, il Governo italiano dovrà garantire il rinnovo di 236 miliardi entro l’anno e 187 miliardi nel 2019. La garanzia di acquito da parte dalla BCE a bassi tassi d’interesse lascerà il passo al mercato. L’impennata dello spread è scontato visto il volume di bond pubblici da collocare. In ogni Stato sovrano, oltre alla collocazione sul mercato del debito pubblico, quale forma di risparmio garantito per famiglie e imprese, la propria Banca centrale, provvede ad acquistare i titoli, emettendo moneta e garantire la liquidità necessaria, con l’obiettivo di mantenere stabile il sistema finanziario.

 

Da Huffingtonpost.it (qui)

Economia, Primo piano

Pagare a vita: il ruolo di Cottarelli nell’agonia della Grecia. E Mattarella lo voleva Premier.

Carlo Cottarelli è tra i massimi responsabili delle mostruose sofferenze inflitte alla Grecia, che hanno trasformato il paese in un avanmposto del terzo mondo, con ospedali senza più medicine per curare i bambini e le maggiori infrastrutture – porti, aeroporti – comprate dalla Germania a prezzi di saldo. Lo afferma Fabio Lugano su “Scenari Economici”, citando documenti ufficiali che confermano il ruolo nefasto dell’economista neoliberale, scelto da Sergio Mattarella come candidato premier alternativo a Giuseppe Conte. La colpa di Cottarelli? Fu tra i dirigenti del Fmi che, quando la Grecia era  commissariata dalla Troika, non permisero ad Atene di tagliare il debito, accollandone interamente il costo alle aziende e alle famiglie greche. Ragioni ideologiche: Cottarelli, autore della spending review del governo Letta, secondo l’insigne economista keynesiano Nino Galloni rifiuta di ammettere il valore potenziale del deficit, capace di triplicare – in termini di Pil – la spesa pubblica erogata. Nel caso della Grecia, ha invece rifiutato la “ristrutturazione” del debito storico, che avrebbe permesso al paese di tornare a respirare, evitando la catastrofe che non ha ancora finito di travolgerlo.

Dato che sia Cottarelli che il collega Olivier Blanchard sono «molto restii a rivelare il loro ruolo nella questione greca», e visto che «sembra vogliano ripetere lo stesso frame con l’Italia», Fabio Lugano ha scovato i documenti che comprovano il ruolo di Carlo CottarelliCottarelli nel “martirio” della Grecia. «Nulla di segreto», premette Lugano su “Scenari Economici”: «Tutta roba ufficiale messa a disposizione del pubblico e già conosciuta». Il documento più interessante sulla questione greca, scrive Lugano, è il report dell’Indipendent Evaluation Office del Fmi, cioè l’ufficio che effettua l’audit sulle operazioni del Fondo Monetario, che insieme a Bce e Commissione Europea faceva parte della Troika incaricata di gestire la crisi finanziaria ellenica. «Abbiamo già specificamente trattato questo tema in precedenza, ma ci torneremo sopra in futuro – avverte Lugano – perchè il tema dei moltiplicatori fiscali viene lì trattato in modo approfondito e specifico, facendo notare come i moltiplicatori utilizzati dal Fmi nella valutazione della politica fiscale fossero completamente errati, pari ad un quinto di quanto verificato in seguito». In altre parole: i tagli inferti alla Grecia hanno prodotto solo il 20% del risultato atteso da Cottarelli e soci, e al prezzo della devastazione sociale di un’intera nazione.

Il ruolo “cottarellico” nella vicenda? Lugano lo scova a pagina 23 del report: «Il Fmi – si legge – rimase diviso sulle conseguenze e i rischi legati a una ristrutturazione del debito». Per un pelo non prevalsero i saggi, disposti ad aiutare davvero la Grecia. «Mentre la maggioranza dello staff del Fmi era in modo crescente a supporto della ristrutturazione del debito», quindi del reale salvataggio della Grecia, «alcuni funzionari senior in posizioni chiave continuavano ad affermare che il debito fosse sostenibile», cioè scaricabile sulle spalle di aziende e famiglie, giovani e pensionati. Nel settembre 2010 – continua il rapporto – il Fad pubblicò un paper affermando che, «per le economie avanzate di oggi», incluse quelle «periferiche» dell’area euro, «il default non è nell’interesse dei cittadini». Firmato: “Cottarelli e altri, 2010”. «Il paper in questione lo trovate facilmente nel sito Fmi, ma non aspettatevi molto», dice Lugano: «Le motiviazioni sono deboli, alcune delle quali contestate nel medesimo report dell’Ieo – come ad esempio la sua fobia per i moltiplicatori elevati, o la sopportabilità di avanzi primari Fabio Lugano, consulente finanziarioenormi». Le scelte di Cottarelli, aggiunge Lugano, influenzarono quelle del Fmi nel non insistere in un maggior taglio immediato del debito, «e lasciarono gravato lo Stato greco di un fardello che non poteva sopportare».

Comunque, poi – nonostante le previsioni di Cottarelli – alla fine si dovettero ugualmente effettuare due tagli del debito, e nel 2017 il Fmi richiese addirittura un terzo taglio dei conti, che però non venne concesso. Ma l’immane debito greco, così gravoso solo perché denominato in euro (moneta non sovrana), non doveva essere interamente “sostenibile” fin dall’inizio? «Le affermazioni di Cottarelli si rivelarono completamente erronee – sottolinea Lugano – e impedirono di affrontare in modo immediato la crisi: invece che risolvere il tutto il 12-24 mesi si è proseguito con una specie di lenta agonia che non è ancora terminata». Conclude Lugano: «Considerare l’euro o le economie anche periferiche al di fuori delle regole dell’economia è stato un errore clamoroso, che viene ripetuto anche ora. Il problema non è errare, ma perseverare nell’errore, in una politica che si è dimostrata errata. Questa è la grande colpa dell’economista».

Da Libreidee.org (qui)

Economia, Esteri, Primo piano

Meno tasse, più debito: così gli Usa volano, lavoro per tutti

Ci sono momenti dove il cronista deve tacere a far parlare solo i fatti. E questi fatti sono immensi, gridano vendetta per noi cittadini ridotti da un sistema monetario infame a viver da topi nel perenne terrore delle ire e delle scudisciate del Padrone a Bruxelles. Buona lettura, ma fa ribollire il sangue stare a guardare altri crescere, lavorare, poter sperare, solo perché hanno tutte le sacrosante armi costituzionali della moneta sovrana. Spesa pubblica a tutto gas: «Il presidente Donald Trump sta aumentando la spesa pubblica a debito di lunga scadenza come mai accaduto dalla peggior recessione americana dopo la Seconda Guerra Mondiale, e questo nonostante l’economia sia nel boom di espansione». «Trump e il Congresso hanno approvato tagli alle tasse ed espansione della spesa pubblica, e per trovare le necessarie coperture il ministero del Tesoro ha deciso di emettere ulteriore debito per 78 miliardi di dollari nei prossimi quattro mesi, in quella che è la terza espansione consecutiva del deficit di bilancio». Conte porta i rendimenti Btp al 3% e si alza lo spread: panico in Ue. Trump fa la stessa identica cosa “perché noi siamo sovrani”. «Il rendimento del titolo decennale Usa è salito oltre il 3% dopo l’annuncio dell’espansione della spesa pubblica, con lo spread dei titoli aumentato di 26 punti di base».

«Siamo il governo sovrano americano, siamo il più grande mercato sovrano del mondo, è quindi ovvio che possiamo continuare ad emettere debito per trovare le coperture senza nessun riguardo ai rendimenti dei titoli né se i tassi d’interesse Trump e Mnuchinstanno aumentando o calando», ha dichiarato il Tesoro Usa a Washington il 1° agosto. Conte ha appena sussurrato, e già si prevedono punizioni dei mercati e di Bruxelles; per la super-spesa pubblica e il taglio delle tasse di Trump i mercati sono tranquilli, e l’economia fiorisce. «Il Tesoro americano prevede di aumentare le aste del proprio debito su un ampio raggio di strumenti, a fronte di una forte richiesta dei mercati che hanno reagito molto positivamente ai dati americani sulla creazione di nuovi posti di lavoro». «I tagli alle tasse ‘corporate’ e un contemporaneo aumento della spesa pubblica stanno creando una manna di posti di lavoro, perché si sta vedendo un aumento delle richieste di lavoratori da record che sta quasi prosciugando la disoccupazione». «Sono in media 215.000 i nuovi posti creati ogni mese nel 2018. Le richieste di sussidi di disoccupazione sono le più basse da quasi 50 anni mentre le aziende si lamentano di non trovar manodopera a sufficienza».

«Il settore dei servizi macina senza sosta nuovi impieghi. In aumento anche le mansioni per la produzione di beni materiali, particolarmente nel manifatturiero dove le aziende americane sono in affanno per soddisfare la mole gli ordini». «L’economia Usa è cresciuta del 4,1% nel secondo quarto su base annua, e il segretario al Tesoro Steven Mnuchin ha annunciato crescite di oltre il 3% per almeno quattro o cinque anni, con una disoccupazione in rapida discesa sotto il 3,9%». In Italia, Conte il 15 ottobre sarà costretto all’umiliante rituale di dover sottoporre a una Commissione Ue di autocrati non eletti la Legge di Bilancio per il loro permesso di farci spendere spiccioli pubblici con un limite di deficit di bilancio del 1,6%, che è come neppure spendere per i cittadini. Il ministro Tria ha pubblicamente annunciato ai mercati che l’Italia neppure si sogna espansioni di spesa a sua discrezione, e starà dentro i limiti decisi da Gentiloni, per, di nuovo, obbedire al limite di 1,6% di Barnarddeficit. La crescita del Pil italiano nel primo quarto è stata del 1,4% su base annua, un calo rispetto all’anno prima. La produzione industriale è un disastro con un miserabile +1,7%, il dato più basso in un anno, e il manifatturiero è ai minimi.

La disoccupazione in Italia è ancora all’11%, in aumento da maggio. L’Eurozona nel suo insieme è cresciuta dello 0,3% nel primo quarto 2018. Rileggete tutta la parte sugli Stati Uniti. Il quadro che ne esce non deve portare a trionfalismi pro-Trump, perché è ancora lungi dall’essere vero keynesismo, soprattutto sui livelli salariali, e sappiamo poi come i repubblicani usano il “fantasma” degli aumenti di deficit per tagliare il welfare. Ma ci dice però chiarissima una cosa: chi ha moneta sovrana può compiere almeno il primo passo fondamentale per far lavorare, crescere e sperare la gente: spendere fondi di Stato zittendo chiunque al mondo e senza nessun vero danno a lungo termine, anzi, il contrario. Io sono esausto, mi sembra di ripetere da 9 anni che “è la terra che gira intorno al Sole”, ma no, non c’è nulla da fare, noi siamo per l’esimio “L’Espresso” i sovranisti buffoni in vacanza. Lavoro e democrazia sono a moneta sovrana, il resto è sofferenza.

(Paolo Barnard, “Usa: meno tasse e spesa pubblica senza remore, mercati e crescita alle stelle – poi c’è chi deve vivere come topi, nella paura”, dal blog di Barnard del 4 agosto 2018. Dati e citazioni da: The Us Treasury, “The Wall Street Journal”, Bloomberg Research, “The Financial Times”, Imf, “Focus Economics”, Istat)

Da Libreidee.org (qui)

Economia, Primo piano

Debito pubblico: 1.000 miliardi da rinnovare in questa legislatura.

Il debito pubblico da rinnovare nella legislatura appena cominciata ammonta complessivamente a 900 miliardi di euro, ma con la quota annuale di bot si superano i 1.000 miliardi di euro. Tra il 2018 e la fine del 2022, arrivano a scadenza, nel dettaglio, 47 miliardi di bot, 734 miliardi di btp, 85 miliardi di cct e 32 miliardi di ctz. Il totale dei titoli di Stato attualmente in circolazione è di 1.879 miliardi: 163 miliardi sono quelli scaduti in questa prima parte del del 2018 e altri 236 miliardi entro l’anno, 187 miliardi nel 2019, 162 miliardi nel 2020, 162 miliardi nel 2021, 152 miliardi nel 2022, 141 miliardi nel 2023, 128 miliardi nel 2024, 62 miliardi nel 2025, 79 miliardi nel 2026, 48 miliardi nel 2027; altri 355 miliardi, poi, arrivano a fine corsa tra il 2028 e il 2067. Questi i dati principali di un’analisi del Centro studi di Unimpresa sui titoli di Stato in circolazione, secondo la quale considerando i circa 100 miliardi annui di bot emessi e rinnovati l’ammontare complessivo di debito da rifinanziare nella prossima legislatura è ampiamente superiore a 1.000 miliardi. “In attesa del nuovo governo e del programma di riforme che sarà delineato, mettiamo a disposizione dell’opinione pubblica un dato che, a nostro giudizio, è sottovalutato e invece è centrale: il peso del debito pubblico, che supera quota 2mila miliardi, ci sta schiacciando, e le scadenze dei titoli di Stato sono il cappio alla gola con il quale gli investitori, le case d’affari internazionali e le banche italiane ci tengono sotto schiaffo” commenta il vicepresidente di Unimpresa, Claudio Pucci.

Secondo l’analisi dell’associazione, che ha incrociato dati della Banca d’Italia e del ministero dell’Economia, il totale complessivo dei titoli di Stato in circolazione è pari a 1.879,6 miliardi. Nel dettaglio, i sottoscrittori di debito italiano hanno “in mano” 115,9 miliardi di bot, 1.581,4 miliardi di btp, 137,4 miliardi di cct e 44,8 miliardi di ctz. In questa prima fetta del 2018 sono scaduti 163,6 miliardi di titoli: 68,8 miliardi di bot, 69,4 miliardi di btp, 12,9 miliardi di cct e 12,3 miliardi di ctz. Nel 2018 va rinnovato poi altro debito per 236,4 miliardi: 47,1 miliardi di bot, 137,1 miliardi di btp, 25,7 miliardi di cct e 26,4 miliardi di ctz. Nel 2019 scadono titoli per 187,01 miliardi: 168,2 miliardi di btp, 12,6 miliardi di cct e 6,05 miliardi di ctz. Le emissioni da rimborsare nel 2020 valgono 162,01 miliardi: 146,6 miliardi di bot e 15,3 miliardi di cct, mentre nel 2021 arrivano a scadenza solo btp per 162,6 miliardi. Nel triennio 2022-2024 arrivano a fine corsa btp e cct: in totale, 152,08 miliardi nel 2022 (120,08 miliardi di btp e 32 miliardi di cct); 141,8 miliardi nel 2023 (126,4 miliardi di btp e 15,4 miliardi di cct); 128,6 miliardi nel 2024 (105,4 miliardi di btp e 23,2 miliardi di cct). Nei tre anni successivi scadono solo btp: 62,3 miliardi nel 2025, 79,5 miliardi nel 2026, 48,1 miliardi nel 2027. Nel periodo 2028-2067 vanno rimborsati 355,3 miliardi di btp.

La prossima legislatura è formalmente cominciata a marzo 2018 per terminare, salvo interruzioni anticipate, entro la primavera del 2023. Se si analizzano le emissioni in circolazione e quelle in scadenza dall’inizio del prossimo anno fino al dicembre del 2022, si osserva che l’ammontare del debito pubblico da rifinanziare nella prossima legislatura è pari a 900,1 miliardi: si tratta di 47,1 miliardi di bot, 734,7 miliardi di btp, 85,7 miliardi di cct e 32,4 miliardi di ctz. E, considerando i circa 100 miliardi annui di bot emessi e rinnovati ogni 12 mesi, l’ammontare complessivo di debito da rifinanziare nella prossima legislatura è ampiamente superiore a 1.000 miliardi.

Da Unimpresa.it (qui)