Federalismo, Politica, Riforme

2014, Quando Beppe Grillo faceva il leghista: “Ci vogliono le macroregioni”. E’ ora di riaprire il dibattito!

Era il 7 marzo 2014, in un post sul suo blog il garante dei 5 stelle sembra invocare un federalismo molto estremo.

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“E se domani” l’Italia si dividesse, “alla fine di questa storia, iniziata nel 1861, funestata dalla partecipazione a due guerre mondiali e a guerre coloniali di ogni tipo, dalla Libia all’Etiopia?”. Così, sul suo blog, Beppe Grillo esprime la sua previsione, definendo l’Italia “un’arlecchinata di popoli, di lingue, di tradizioni che non ha più alcuna ragione di stare insieme”.

Grillo: "E se l'Italia si dividesse?"

“Quella iniziata nel 1861” – ha scritto Grillo – “è una storia brutale, la cui memoria non ci porta a gonfiare il petto, ma ad abbassare la testa. Percorsa da atti terroristici inauditi per una democrazia assistiti premurosamente dai servizi deviati (?) dello Stato. Quale Stato? La parola “Stato” di fronte alla quale ci si alzava in piedi e si salutava la bandiera è diventata un ignobile raccoglitore di interessi privati gestito dalle maitresse dei partiti”.

“E se domani – si legge ancora – quello che ci ostiniamo a chiamare Italia e che neppure più alle partite della Nazionale ci unisce in un sogno, in una speranza, in una qualunque maledetta cosa che ci spinga a condividere questo territorio che si allunga nel Mediterraneo, ci apparisse per quello che è diventata, un’arlecchinata di popoli, di lingue, di tradizioni che non ha più alcuna ragione di stare insieme? La Bosnia è appena al di là del mare Adriatico. Gli echi della sua guerra civile non si sono ancora spenti. E se domani i Veneti, i Friulani, i Triestini, i Siciliani, i Sardi, i Lombardi non sentissero più alcuna necessità di rimanere all’interno di un incubo dove la democrazia è scomparsa, un signore di novant’anni decide le sorti della Nazione e un imbarazzante venditore di pentole si atteggia a presidente del Consiglio, massacrata di tasse, di burocrazia che ti spinge a fuggire all’estero o a suicidarti, senza sovranità monetaria, territoriale, fiscale, con le imprese che muoiono come mosche”.

“E se domani, invece di emigrare all’estero come hanno fatto i giovani laureati e diplomati a centinaia di migliaia in questi anni o di ‘delocalizzare’ le imprese a migliaia, qualcuno si stancasse e dicesse ‘Basta!’ con questa Italia, al Sud come al Nord? Ci sarebbe un effetto domino. Il castello di carte costruito su infinite leggi e istituzioni chiamato Italia scomparirebbe. E’ ormai chiaro che l’Italia non può essere gestita da Roma da partiti autoreferenziali e inconcludenti. Le regioni attuali sono solo fumo negli occhi, poltronifici, uso e abuso di soldi pubblici che sfuggono al controllo del cittadino. Una pura rappresentazione senza significato. Per far funzionare l’Italia è necessario decentralizzare poteri e funzioni a livello di macroregioni, recuperando l’identità di Stati millenari, come la Repubblica di Venezia o il Regno delle due Sicilie. E se domani fosse troppo tardi? Se ci fosse un referendum per l’annessione della Lombardia alla Svizzera, dell’autonomia della Sardegna o del congiungimento della Valle d’Aosta e dell’Alto Adige alla Francia e all’Austria? Ci sarebbe un plebiscito per andarsene. E se domani…”, conclude il post di Grillo.

Ma il domani è arrivato. Oggi le regioni più avanzate hanno chiesto maggiore autonomia. Oggi il tema federalista può tornare seriamente. Esiste una questione meridionale, come un’altrettanta tipica questione settentrionale. Il primo passa dovrebbe essere quello di accettare la dualità del Paese. Accettare che Roma non può più essere il centro dell’universo politico nazionale, che il Paese potrà rimanere insieme la politica romana riconoscerà il policentrisco italiano e agirà di conseguenza.

Politica, Popolo vs Elite, Referendum, Riforme

Referendum propositivo, inizia l’iter legislativo. Ma M5S e Lega si dividono sul quorum.

La proposta di legge costituzionale presentata dal Movimento 5 Stelle sarà all’esame della commissione Affari costituzionali della Camera la prossima settimana. “Coinvolgere i cittadini è fondamentale, la Svizzera è un modello però un minimo di quorum bisogna metterlo altrimenti qui si alzano in dieci la mattina e decidono cosa fare”. L’ha detto il vicepremier Matteo Salvini, prendendo posizione sulla proposta di legge costituzionale sul referendum propositivo presentata dal Movimento 5 Stelle, che sarà all’esame della commissione Affari costituzionali della Camera la prossima settimana.

Pronta la risposta del ministro per i Rapporti con il Parlamento, Riccardo Fraccaro: “Sulle riforme costituzionali la centralità spetta al Parlamento e non al Governo. Saranno le Camere, non il ministro Salvini nè il ministro Fraccaro, a deliberare in merito al quorum”.

Fraccaro poi aggiunge: “Condivido con Salvini l’idea che la Svizzera sia un modello e che i cittadini vadano coinvolti sempre di più nei processi decisionali. A tal propositivo va ricordato che in Svizzera c’è il quorum zero e che anche il contratto di Governo prevede espressamente di cancellare il quorum, proprio per incentivare la partecipazione attiva”.

Fonte: tgcom24 (qui)

La proposta di legge costituzionale è più che opportuna in un Paese in cui l’iniziativa legislativa è appannaggio solo dei parlamentari, o delle regioni, anche se in realtà nel Parlamento italiano sono i leader che sostengono il Governo, di turno, che hanno le prerogative di tradurre in legge le proposte, prevalentemente di iniziativa governativa. Sul quorum si, o no la questione diventa delicata. Per evitare che il referendum venga ignorato dalla politica è importante che vi sia un quorum di partecipazione finalizzato a rendere valido il vincolo della volontà popolare. Una vincolo a cui la politica dovrà rispettare. Non prevedere un quorum significa lasciare alla politica di strumentalizzare a proprio vantaggio non solo gli esiti referendari, ma anche il grado di partecipazione con connessi dibattiti infiniti che porteranno sicuramente all’inattuazione degli esiti referendari a seconda delle scelte dei partiti cha hanno sostenuto od osteggiato i referendum propositivi.

Giustizia, Politica, Riforme

Prescrizione, Salvini ai grillini: “Non possiamo cambiarla così”

Il ministro avverte l’alleato di governo: “Le cose non si fanno in questo modo”. Poi assicura: “Il contratto è sacro”.

Matteo Salvini avverte il Movimento Cinque Stelle: “La prescrizione non si cambia così”.

Dopo le polemiche innescate dal botta e risposta tra il ministro Bongiorno e il ministro Bonafede, adesso è il leader della Lega a rompere il silenzio su un fronte così delicato come quello della giustizia. In un’intervista al Corriere, il vicepremier spiega la sua posizione: “Quello che firmo io mantengo, gli impegni che prendo li rispetto. La riforma della giustizia e anche della prescrizione sono nel contratto di governo e li faremo. Però, la giustizia è affare delicatissimo: se ci si mette mano, bisogna farlo bene”. Poi spiega le sue perplessità sulla proposta dei Cinque Stelle: “Io sono d’accordo sul fatto che i processi debbano avere una fine e sono d’accordo sul fatto che non possano essere prescritti quelli di chi ha i soldi. Io dico: riformiamo la prescrizione, ma facciamolo in maniera efficace. Non necessariamente un emendamento presentato dalla sera alla mattina è il modo migliore”. A questo punto parla del suo rapporto con l’alleato di governo, il Movimento Cinque Stelle guidato da Di Maio: “Gli obiettivi miei, di Di Maio e di Bonafede sono gli stessi. E nessuno deve avere dubbi: il contratto è sacro, e vale per tutto quello che contiene, dal reddito di cittadinanza alla Fornero all’esame costi-benefici per le grandi opere”.

Poi parla anche dei complotti agitati dai grillini e delle presunte “manine” che hanno accompagnato il dl Fiscale: “Io non parlo di manine e di complotti, ma è vero che ogni tanto bisogna tenere gli occhi ben aperti”. Infine aggiunge: “Noi abbiamo inserito nel decreto fiscale la chiusura degli arretrati per il mondo delle sigarette elettroniche, dato che Gentiloni si era inventato la supertassa. Fatto sta che il testo era entrato in un modo ed è uscito nell’altro: e la tassa ritornava. A me erano girate le scatole, ma mi è già passata: mi toccherà solo presentare un emendamento. E dunque, non grido al complotto ma capisco lo sfogo di Di Maio».

Fonte: ilgiornale.it (qui)