Società

Architetta in Svizzera. “In Italia è difficile farsi pagare dai clienti. E trovare lavoro senza l’aiuto di amici e parenti”

Agnese D’orazio, 35enne della provincia di Teramo, ha deciso di espatriare dopo avere tentato, senza riuscirci, di raggiungere l’indipendenza economica in Italia. Prima è stata in Germania e ora vive a Nyon, tra Ginevra e Losanna. “Qui posso fare una vita dignitosa, senza angoscia”

“In Italia non ci sono le condizioni di dignità minima per un nuovo architetto senza amici o parenti nel settore”. Agnese D’Orazio ha compiuto da poco 35 anni, è nata e cresciuta a Pineto, in provincia di Teramo, dove si è laureata nove anni fa. È un’architetta e si occupa di progetti per abitazioni mono e plurifamiliari. Dal 2012 vive e lavora in Svizzera, a Nyon, tra Ginevra e Losanna: assunta subito con un contratto a tempo indeterminato, guadagna 6500 franchi al mese (circa 6 mila euro). “Qui il costo della vita è molto alto, più di duemila franchi se ne vanno solo per l’affitto – ci racconta -. Ma sono completamente indipendente e posso fare una vita dignitosa, senza l’angoscia di come arrivare alla fine del mese”.

Agnese si è sentita costretta a emigrare: “Faccio un esempio autobiografico. L’anno in cui mi sono laureata ho partecipato a un concorso con un gruppo di altri studenti e neolaureati. Abbiamo lavorato per un mese intero, giorno e notte, per degli architetti romani, e abbiamo vinto il bando da 50mila euro, ma non ci è spettato neanche un rimborso spese simbolico. Una prassi che è ricorrente nel nostro ambito”. Delusa, Agnese è partita per la Germania, destinazione Monaco dove, spiega, “ho lavorato per un anno ho fatturato da libera professionista. Un piccolo stipendio, che mi ha consentito di essere economicamente autonoma oltre che fare un’esperienza formativa molto interessante. E trasparenza e correttezza sono incredibili”.

Un anno dopo prova a tornare in Italia. “Ho cercato lavoro, sia dalibera professionista che da dipendente. Nel primo caso, il problema è trovare clienti quando non sei figlia di qualcuno che lavora o lavorava già nel settore. E poi, anche una volta trovati, non è comunque facile riuscire a farsi pagare. Nel secondo caso, le possibilità sono poche e nei colloqui che ho avuto mi hanno parlato tutti di un periodo di prova, che tradotto vuol dire lavorare gratis col pretesto di formare i giovani architetti. Morale della favola? Ho sgobbato un anno senza essere pagata”. E così nel 2012 si trasferisce definitivamente. Destinazione Svizzera, dove trova subito lavoro. Adesso Agnese è in un ufficio di progettazione architettonica e urbanistica che “crea e disegna spazi di vita innovativi”, una società privata in cui ci sono tanti under 40. Contratto a tempo indeterminato e un compenso vertiginoso rispetto agli standard italiani, anche se “per mangiare una pizza fuori bisogna mettere in conto l’equivalente in franchi di 20-25 euro”.

E pur vedendo che “rivalità, meschinità, mobbing e persino lo stalking sono dinamiche purtroppo proprie dell’essere umano”, Agnese sottolinea che “le leggi svizzere prevedono il dovere del datore di lavoro di assicurare il benessere psicofisico dei dipendenti. Quindi, nei casi in cui si verifichino questi episodi, noi lavoratori veniamo protetti dal medico curante, dal sistema di disoccupazione e, nei casi più gravi, dalla giustizia“. E finora ha visto che il welfare funziona. “L’assicurazione infortuni la paga il datore di lavoro, quella sanitaria è a carico mio, ed è obbligatoria; i versamenti per la pensione e la maternità sono detratti dallo stipendio, mentre la tredicesima è variabile. E di solito si negoziano dodici o tredici mensilità”. Ma l’Italia è sempre nel cuore. “Mi mancano le persone, la famiglia e gli amici, la mentalità nei rapporti sociali, la cultura. E anche il fatto di potere comprare casa o aprire una mia attività, cosa estremamente  difficile in Svizzera”. Un giorno Agnese vuole tornare a casa, ma solo ad alcune condizioni: “Se troverò un lavoro che mi permette di vivere bene o un progetto entusiasmante. Come quello di rinnovare un vecchio casale di campagna per lanciarvi un’attività produttiva“.

Fonte: ilfattoquotidiano.it (qui). Articolo di M. di Fazio del 24 marzo 2019.

Politica, Società

Quando parliamo di élite

Un invito alla lettura. Di seguito un articolo apparso sul sito Wittgenstein.it

Tra le risposte che Repubblica sta pubblicando all’articolo di Baricco su “popolo ed élite” (diciamo), ha avuto più attenzioni e consensi quella di ieri di Mariana Mazzucato, un po’ perché più polemica, un po’ perché propone letture assai diverse. A me pare che le sue critiche siano legate soprattutto a una diversa idea del significato di “élite” e che i due articoli quindi parlino di cose differenti (succede quando si usano parole semplici per etichettare cose complesse e poi si scivola a parlare delle etichette invece che delle cose complesse): fino a che si dà a élite una connotazione negativa (anzi, lo si usa proprio per disprezzare qualcosa) è ovviamente inutile discutere costruttivamente del ruolo delle élite e anzi – come mi pare pensi Mazzucato – è stupido persino provarci. Qui ne scrive anche Massimo Mantellini. Ma siccome – comunque la si pensi – l’equivoco è ricorrente, visto che se ne parlava su Twitter e visto che ognuno cita un suo libro, riprendo questa parte “etimologica” e logica da Un grande paese. Almeno abbiamo presente di cosa parliamo e perché non ci capiamo: detto che è prezioso provarci e parlarne, e che questo è – merito di Baricco e Repubblica – uno dei rari casi in cui se ne discute cercando di spiegare un cambiamento di cui molti parlano solo con grande vaghezza e povertà di analisi.

Per capire cosa sia successo – in America ma anche in Italia, ci arriviamo – bisogna prendere in considerazione l’uso di una manciata di -ismi, maneggiati da politologi, sociologi e commentatori con significati di volta in volta diversi o che si accavallano: elitismo, populismo, elitarismo, antielitismo, pluralismo, egualitarismo. Cerco di essere sintetico, che questa è la parte noiosa, ma ci sono rischi di equivoci con le parole di cui ci dobbiamo liberare.
Storicamente l’elitismo è stato due cose assai diverse: una teoria «descrittiva» di una realtà oppure un pensiero e un progetto. La prima constata e sostiene che il potere politico sia sempre in mano a un’élite di qualche tipo, a un gruppo di persone che lo detiene per censo o per appartenenza a un sistema, indipendentemente dai procedimenti democratici che glielo hanno consegnato. Quest’analisi può essere neutra, o più frequentemente critica, nelle sue banalizzazioni: spesso diventa sinonimo di «comandano sempre gli stessi», e genera quindi un «antielitismo» (rafforzato da «è tutto un magna magna») che predica la necessità di cambiare questo stato di cose. Però la teoria dell’elitismo può anche essere positiva, e trasformarsi allora in un’idea costruttiva e un pensiero politico: sostenendo che è giusto che a compiti straordinari si dedichino persone di qualità straordinarie a patto che ci sia un ricambio che garantisce la continuità di quelle qualità. Definendo quindi positivamente le élite come contenitori rinnovabili di qualità, merito e competenza.

Come si capisce, lo scarto tra i due modi di intendere l’elitismo deriva dal diverso modo di intendere la composizione delle élite e dai processi storici che le hanno formate: dove, come prevalentemente avviene oggi in Italia, le si ritengano consorterie di potere aliene da punti di merito e chiuse al ricambio, esse divengono un nemico da smantellare, e legittimano gli antielitismi. Se invece si dà al termine un significato più nudo e proprio, che definisce gli «eletti», non solo nel senso democratico (quelli che sono stati eletti) ma nel senso per cui si dice anche «il popolo eletto», ovvero coloro che hanno talenti e qualità eccezionali e superiori rispetto a un compito o un destino, l’elitismo che mira a promuoverli assume una connotazione positiva (migliori risultati nelle scelte delle classi dirigenti si avranno quindi quando gli eletti dalle loro qualità coincideranno con gli eletti dai voti: sintomo della realizzazione di una democrazia informata).

È interessante come l’accezione della parola cambi nelle varie lingue su Wikipedia. La pagina italiana si barcamena ma suggerisce l’accezione negativa:

L’elitismo è una teoria politica basata sul principio minoritario, secondo il quale il potere è sempre in mano a una minoranza. Si fonda sul concetto di élite, dal latino eligere, cioè scegliere (quindi scelta dei migliori). Termini interscambiabili con quello di élite sono aristocrazia, classe politica, oligarchia.

La pagina angloamericana è molto chiara sui due significati, privilegiando quello positivo ma mimetizzando il discutibile «ricchezza» in mezzo agli altri e più apprezzabili «attributi particolari» propri delle élite:

L’elitismo è l’idea o la pratica per cui gli individui che sono considerati membri di un’élite – un gruppo selezionato di persone con capacità personali superiori, dotate di intelletto, ricchezza, competenza o esperienza, o altri attributi particolari – sono quelli le cui opinioni su una materia devono essere prese in maggior considerazione o aver maggior peso; i cui giudizi o le cui azioni sono più probabilmente costruttivi per la società; o le cui straordinarie abilità o saggezze li rendono più adatti al governo. Alternativamente, il termine elitismo può essere usato per descrivere una situazione nella quale il potere è concentrato nelle mani di un’élite.

Al tempo stesso, Wikipedia in inglese ha una pagina dedicata alla «teoria delle élite» che corrisponde di più a quella italiana sull’elitismo.

La teoria delle élite è una teoria che cerca di descrivere i rapporti di potere nella società moderna. Sostiene che una piccola minoranza, formata da membri dell’élite economica e di apparati politici, detiene gran parte del potere indipendentemente dai processi democratici di uno Stato.

Wikipedia francese (elitismo deriva dal francese élite, che a sua volta deriva dal latino eligere) non ha una pagina dedicata all’elitismo, e affronta i possibili equivoci rimpiazzandola accortamente con la pagina «Elitismo in Francia»:

In Francia l’elitismo è l’attitudine a favorire la formazione di un’élite e l’accesso degli individui giudicati migliori ai posti di responsabilità. Si tratta in questo senso di un valore repubblicano riassunto in un motto rivoluzionario – «La carriera aperta ai talenti» – in opposizione alla selezione per nascita. Più recentemente ha acquistato una seconda accezione, di senso negativo, che indica la creazione di una distanza – politica o culturale – tra una classe dirigente e coloro che ne sono governati, in spregio alla volontà di una maggioranza.

«Un valore repubblicano», e «rivoluzionario». Più recentemente, ha acquistato una seconda accezione. Chissà se tra cinquant’anni – laddove si mantenesse la tendenza recente – le definizioni di Wikipedia saranno ancora queste, o se la «seconda accezione» avrà prevalso in tutte le lingue. D’ora in poi, per questo libro che cerca di immaginare una rivoluzione possibile, l’elitismo sarà quello dei francesi (quello per cui non ci vuole un grande pennello ma un pennello grande): «l’attitudine a favorire la formazione di un’élite e l’accesso degli individui giudicati migliori ai posti di responsabilità».

Mettiamoci allora d’accordo di chiamare invece «elitarismo» ciò che i critici dell’elitismo imputano all’elitismo: ovvero la tendenza a mantenere il potere all’interno di cerchie immutabili e prive di reali meriti e competenze, che non si possono quindi definire «elette». «Caste» sarebbe una parola adeguata, non fosse stata sputtanata dal recente periodo di qualunquismo demagogico (per quanto il libro di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo che l’ha resa popolare abbia molti meriti e non pecchi di qualunquismo). Oligarchie, forse.

Comunque, staccate tutto questo castello di accezioni dal significato del termine elitismo.
«Antielitismo» è il termine che invece indica l’opposizione all’elitismo in quanto tale: è antielitista chi contesta l’idea che a ruoli di potere e responsabilità debbano accedere persone di qualità superiori e straordinarie. Può sembrare sulle prime impensabile che esista una simile opinione, ma invece prospera per diverse ragioni. Una è la repulsione che presso alcuni suscita l’idea che ci siano persone di qualità superiori rispetto ad altre, repulsione dovuta a un eccesso di «correttezza morale», a un malinteso senso di uguaglianza. Dove l’uguaglianza è soppiantata dall’egualitarismo: invece di chiedere pari diritti e pari opportunità che ogni singolo possa sfruttare per ottenere dei risultati, queste persone chiedono che siano sempre pari anche i risultati. Un’altra ragione di adesione all’antielitismo è il meno leale fastidio nei confronti di qualunque élite a cui non si appartenga (le élite sono minoranze, i loro critici maggioranze anche se fingono di no): i sentimenti di invidia, frustrazione, competizione sono umani, e ancora di più lo è la percezione di una superiorità esibita e di una mancanza di umiltà da parte delle élite, per quanto capaci e competenti siano (parlo dopo della nostra difficoltà ad accettare le qualità altrui che non abbiamo, e ancora di più ad accettare «lezioni»). Un’altra spiegazione ancora è un equivoco «antielitarista», a cui sfugge la differenza tra le élite e le caste, soprattutto quando le seconde prevalgono e trascinano nelle loro indegnità tutto e tutti, spingendo a buttare l’acqua pulita assieme ai bambini sporchi (lo so, l’idea che i fallimenti di certe presunte élites non mettano in discussione l’elitismo somiglia molto alla tesi di quelli che dicevano che il fallimento del comunismo si dovesse alla sua mancata realizzazione, mentre il progetto era buono: ma la differenza è invece vistosa, in termini di successi storicamente dimostrati o no). Alcuni commentatori propongono che il contrario dell’elitismo sia il populismo, e si può dire in effetti che il populismo comprenda l’antielitismo. Ma nell’uso del termine populismo c’è anche un forte riferimento ai modi con cui il messaggio politico è trasmesso, principalmente attraverso la demagogia, ovvero l’assecondare (soprattutto a parole) le aspettative dei cittadini per ottenerne consenso, qualunque esse siano. Tanto è vero che oggi nel dibattito politico e giornalistico la parola populismo è usata spesso come sinonimo di demagogia. Ma un’altra accezione importante del termine populismo è quella che si riferisce all’esaltazione del mondo popolare e a tutto ciò che ne viene, in contrapposizione a ciò che è prodotto dalle élite. Quando gli esponenti politici di sinistra che hanno appena denunciato il «populismo» di Silvio Berlusconi dicono che bisogna imparare a recuperare il consenso, stare più a contatto col «territorio» e con la «gente», il loro è ugualmente populismo: che può anche essere una buona cosa (in teoria, in una democrazia, ciò che fa appello alla volontà di una maggioranza potrebbe essere buona cosa) a patto che il popolo sia informato, presupposto della democrazia.

Occhio che questo è lo snodo principale di tutti gli equivoci che si sviluppano intorno alle esaltazioni della democrazia, sincere o strumentali che siano. Una democrazia è un sistema di funzionamento delle comunità auspicabile, efficace e giusto perché consente che le opinioni e le scelte di tutti pesino, ma lo è solo se quelle opinioni e scelte sono informate, se nascono da dati sufficientemente completi e non falsi. Altrimenti è solo un sistema giusto, ma fallimentare e controproducente: una democrazia disinformata genera mostri maggiori di una dittatura illuminata, per dirla grossa. Funzionano bene le democrazie in cui i cittadini sono informati correttamente, e male quelle in cui non lo sono. Come diceva Goffredo Parise, «Credo nella pedagogia insieme alla democrazia, perché non c’è l’una senza l’altra». Frequente nel populismo è invece l’appello alla volontà popolare coordinato con un investimento deliberato sulla disinformazione dei cittadini.

Per completezza: spesso in relazione con questi -ismi si parla anche di pluralismo, ovvero della condizione tipica di molte società occidentali moderne in cui il potere non è concentrato ma diffuso in un ampio numero di luoghi e gruppi e comunità. Il pluralismo non è quindi in conflitto con l’elitismo, e anzi ne è complementare, nel senso che ho descritto finora.

Fonte: Wittgenstein.it (qui)

Giovani, Povertà, Società

Giovani, Oxfam: “la generazione di cui fanno parte avrà un futuro, un lavoro e una retribuzione peggiore di quella precedente”. Ecco il conto delle disuguaglianze.

I giovani, secondo un’indagine condotta da Demopolis, è ben conscia che la generazione di cui fanno parte avrà un futuro, un lavoro e una retribuzione peggiore di quella precedente. E al governo fannno una domanda: cosa state facendo per cambiare questa situazione?

ROMA – Disorientali da una scuola che non orienta, sfruttati sul lavoro e con un futuro incerto anche sulla loro vecchiaia (detto in parole povere chissà se mai vedranno una pensione), i giovani italiani vivono sulla loro pelle e respirano nell’aria tutta la diseguaglianza generazionale che li accompagna nella vita. Non ci vuole molto: basta un confronto con i loro genitori e i loro nonni (spesso fonti di reddito per i nipoti con le loro pensioni). E’ l’età della diseguaglianza. Così è stata definita quella che va da 18 ai 35 anni da una ricerca Demopolis per Oxfam.

Macigni pesano da tempo sulle spalle di una generazione che ha contratti intermittenti, a chiamata, sempre e comunque a tempo, come se il futuro non gli appartenesse. Sfiduciati? Sì tant’è che molti si trasformano in neet (non lavorano non studiano) e soprattutto non mettono su famiglia. Perdenti se si confrontano con le generazioni che li hanno preceduti e con i coetanei di altri Paesi europei, dove la giovinezza non è una colpa, ma una risorsa. Sfiduciati dunque, ma scemi no, tant’è che la domanda che due giovani su tre si pongono è netta e precisa: cosa fai il governo per ridurre il livello abnorme di queste diseguaglianze? Perché non applica delle misure mirate a ridurle? Perché non si impegna a combattere la corruzione e a migliorare la scuola e l’accesso al lavoro? Domanda retorica, ma neanche, tanto perché finora di concreto hanno visto poco.

La diseguaglianza tra generazioni. Il pessimismo delle nuove generazioni è altissimo e riguarda 8 su 10 giovani. Ben il 66% degli intervistati prospetta per sé un tenore di vita e una posizione sociale ed economica peggiore rispetto alla generazione precedente. Solo un quarto immagina una permanenza di status e opportunità simili a quella dei propri genitori e appena il 9% ipotizza che vivrà in condizioni migliori. L’ascensore sociale (quello che garantiva dopo una vita di lavoro, di pensare a un futuro migliore per i propri figli) è inceppata e da tempo. “Sono diversi gli ambiti nei quali i giovani si ritengono penalizzati – spiega il direttore di Demopolis Pietro Vento – il 78% indica, al primo posto, la precarietà del lavoro e le minori tutele contrattuali. Il 75% l’incertezza sul futuro, la convinzione di non poter contare sulle stesse certezze delle quali ha goduto la generazione dei propri genitori. E 7 su 10 lamentano la dimensione penalizzante di retribuzioni basse o inadeguate, mentre il 67% individua inique prospettive previdenziali e di accesso alla pensione.”

Un esempio? Chi va in pensione oggi spesso ha un assegno più elevato di chi oggi lo sostituirà nello stesso lavoro.

Giovani sinonimo di discriminante. Sono 3 milioni in Italia i giovani neet tra i 18 e i 34 anni. “A questi si aggiungono i milioni di giovani che un lavoro ce l’hanno, ma con retribuzioni ridotte, disciplinato da formule contrattuali lontane dal lavoro standard – dice Elisa Bacciotti, direttrice del dipartimento Campagne di Oxfam Italia – siamo di fronte a un’intera generazione costretta a vivere al presente, su posizioni di difesa o di adattamento. L’azione istituzionale deve fare in modo che nel “conflitto distributivo” essere giovani cessi di essere una discriminante a sé”. Non una risorsa, un problema.

Le dinamiche ostili dell’attuale mercato occupazionale e il fallimento della scuola. Sono i regni del disorientamento. Quattro giovani su dieci ritengono di non possedere le informazioni sul mercato del lavoro necessarie per le scelte professionali o lavorative. La famosa domanda: “che faccio da grande? E il 61% dichiara che nei momenti fondamentali del proprio percorso formativo non è riuscito a ottenere un orientamento chiaro e informazioni sufficienti per compiere una scelta consapevole tra studio e lavoro. Insomma si arriva all’età adulta senza aver capito cosa conviene fare. Per il 58% dei giovani la scuola pubblica garantisce solo in parte e con livelli di qualità differenti l’uguaglianza di opportunità. Per 3 intervistati su 10 non vi riesce affatto. Un fallimento per chi l’ha frequentata.

Diseguaglianze in crescita negli ultimi 5 anni. I giovani sono anche consapevoli che si sia creato un un forte squilibrio nella distribuzione dei redditi in Italia, tant’è che il 72% si dice convinto che negli ultimi 5 anni le disuguaglianze nel nostro Paese siano aumentate. Dove? Nella distribuzione del reddito (82%) nelle opportunità di accesso al mercato del lavoro (70%), nelle differenti opportunità tra le aree del Paese (65%). E’ in questo scenario, che 2 giovani su 3 vorrebbero che le politiche mirate a ridurre le disuguaglianze fossero materie prioritarie nell’agenda di governo. E fanno anche alcuni esempi: oltre il 70% dei giovani italiani chiede maggiore attenzione nella lotta all’evasione fiscale e nel contrasto alla corruzione. La maggioranza assoluta auspica inoltre politiche attive del lavoro e di orientamento più efficienti in seno al mondo scolastico, ma anche il salario minimo orario e maggiori tutele contrattuali.

Fonte: laRepubblica.it (qui)

Innovazione, Rivoluzione digitale, Società

Senso civico a punti. Un ranking per tutti. La sperimentazione a Suqian (Cina). Ecco come il Governo cinese controllerà la popolazione.

 

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A Suqian, una metropoli di cinque milioni di abitanti, si sta sperimentando un sistema di valutazione dei cittadini basato sui crediti. E su nuovi strumenti di sorveglianza.

Ha i capelli neri corti che comin- ciano a ingrigire sulle tempie, le sopracciglia spesse e le rughe sulla fronte, e sembra preoccupato. Il giorno della sua foto identiicativa Jiang indossava una camicia a quadri rossi e neri. Il 3 maggio alle 11h 01’ 16’’, all’incrocio tra Weishanhu lu e Renmin Dadao, a Suqian, Jiang ha attraversato con il semaforo rosso. Il giorno dopo il suo volto compariva su schermi di tre metri quadrati sistemati in corrispondenza di decine di incroci della città. La sua foto si alternava a quella di Li e di altri passanti che avevano attraversato con il rosso. Il 3 maggio Jiang e Li, di cui sono stati resi noti solo i cognomi, hanno già perso 20 dei mille punti della loro pagella di aidabilità. Per recuperare i “crediti socia- li” dovranno dimostrare il loro senso civico donando il sangue, distinguendosi come lavoratori modello o compiendo delle “buone azioni”.

A Suqian, una città con cinque milioni di abitanti nella regione costiera di Jiangsu, a nord di Shanghai, si sta sperimentando un sistema di valutazione per migliorare la fiducia tra i cittadini. Dando un voto ai comportamenti, le autorità vorrebbero spingere i cittadini a essere più “civili” e corretti.

Si stanno provando diversi sistemi. Le istituzioni cinesi (banche, assicurazioni, tribunali, aziende di trasporti) sono invitate a stilare liste di persone che hanno viaggiato senza biglietto, non hanno saldato un debito o hanno danneggiato qualcuno; persone a cui è vietato prendere un treno ad alta velocità o un aereo, o alloggiare in albergo. In alcune città anche le imprese devono superare un esame e ricevere una valutazione prima di poter partecipare a una gara d’appalto. Il progetto più inquietante, ma più vago, prevede di estendere il sistema di valutazione a tutti i cinesi.

Limiti legali

La città di Suqian è un ottimo esempio della politica del governo e dei suoi limiti. Il 20 aprile tutti gli abitanti tranne quelli con precedenti penali hanno ricevuto una valutazione su una scala da zero a mille punti in base alle loro azioni. Donare il sangue fa guadagnare cinquanta punti, come anche fare volontariato, ricevere un’onoriicenza da “lavoratore modello” o soccorrere qual- cuno in diicoltà. Al contrario pagare le bollette in ritardo può far perdere tra i quaranta e gli ottanta punti.

A quanto pare avere precedenti penali o aver commesso delle infrazioni costa tra i cento e i trecento punti. Un voto positivo dà diritto a riduzioni sull’abbonamento ai mezzi pubblici, a un accesso prioritario all’ospedale, a ingressi gratuiti nelle strutture sportive della città. Un voto negativo, invece, non cambia niente: a questo stadio il sistema svolge solo una funzione d’incoraggiamento, a diferenza di quello che sembrerebbe affermare la propaganda, anche a Suqian.

All’ingresso del municipio su un grande schermo rosso scorrono slogan in giallo. Uno recita: “Le persone aidabili possono camminare serenamente sotto il cielo, chi non è degno di fiducia non può muovere un solo passo”. È tratto dal documento che presenta il progetto, pubblicato dal consiglio degli affari di stato nel 2014.

La realtà però è più complessa. “Forse a qualcuno del governo piacerebbe avere una sorta di panottico, un occhio in grado di vedere tutto, ma altri si sono resi conto che non sarebbe legale e che i cittadini non approverebbero il progetto”, sottolinea Jeremy Daum, ricercatore specializzato in diritto cinese e autore del blog china law traslate, che si occupa spesso del tema. “Il progetto è dovuto passare al vaglio di giuristi, consapevoli che è impossibile introdurre delle sanzioni senza alcun fondamento legale. Per renderlo conforme alla legge hanno dovuto ridimensionarlo”.

Resoconto di affidabilità

Al municipio di Suqian, un grande ediicio moderno, hanno creato uno sportello unico per le questioni relative ai crediti sociali. Dietro a una scrivania una giovane impiegata sorridente mostra l’app sul suo cellulare: ha 1020 punti. gli utenti sono soprattut- to imprenditori o insegnanti che devono farsi rilasciare il loro “resoconto di affidabilità” per proporsi per un posto di lavoro o avviare un’impresa. ma questo documento, con valore legale, si limita a indicare che è tutto in regola. Le persone intervistate giudicano positivo il sistema e ripetono in coro la propaganda uiciale.

Il sistema non è un po’ intrusivo? “Sono informazioni che l’amministrazione possiede già”, minimizza una quarantenne dai lunghi capelli neri che vuole aprire un salone di parrucchiere. “non vedo cosa ci sia di male, così le persone saranno incentivate a essere più educate e a fare più attenzione”. Lin Junyue, il teorico del sistema dei crediti sociali, respinge ogni accusa: “In cina sono le persone famose, le élite, gli uomini d’affari a chiedere il rispetto della privacy. I contadini e gli operai se ne fregano della vita privata”.

L’aiuto dei big data

In principio il sistema era stato pensato per il mondo dell’economia. La rilessione sul tema era cominciata alla ine degli anni no- vanta, nel mezzo della crisi dei mercati asiatici. Il rallentamento economico aveva fatto emergere dei problemi di fondo, na- scosti ino a quel momento da una forte crescita. “In passato la cina si fondava sul co- munismo, con meccanismi di controllo molto rigidi. ma la rivoluzione culturale ha fatto precipitare il paese nel caos. Dopo il periodo delle riforme e dell’apertura, dal 1978 in poi, la cina è entrata nell’economia di mercato senza stabilire dei criteri di aidabilità. Le persone si sono arricchite, ma la iducia non c’è: secondo una ricerca recente condotta dall’Accademia delle scienze so- ciali cinese, il 70 per cento dei cinesi non si fida dei connazionali né delle istituzioni pubbliche”, precisa Lin Junyue, oggi direttore del dipartimento dei crediti sociali per china market society, un centro studi go- vernativo.

Il padre del progetto, che ci lavora da 19 anni, riconosce i limiti delle sperimentazioni attuali. “Le amministrazioni locali a volte ricorrono a misure eccessive contro chi ha commesso delle infrazioni, per esempio esponendo il suo nome su megaschermi. Questo però ha accelerato il pagamento delle multe in un caso su quattro. con i mezzi legali abituali si sarebbero avuti questi risultati? gli eccessi sono comprensibili, il sistema è in fase sperimentale, serviranno vent’anni, forse cinquanta perché sia messo a punto. nell’attesa, chi pensa di aver subìto un torto può comunque fare causa alle autorità locali”, dice.

Il progetto non ha fatto molti progressi ino al 2012, quando il presidente hu Jintao ha accennato a un sistema di valutazione del livello di aidabilità delle persone, delle imprese e delle amministrazioni locali. nel 2014 è stato pubblicato un piano d’azione e il progetto è stato portato avanti dal suo successore, Xi Jinping, che continua a raforzare l’autorità del Partito comunista e il controllo della società. L’era dei big data, la digitalizzazione e l’abbon- danza di dati disponibili lo aiutano. Il termine “credito” è diventato però anche un concetto alla moda, usato per designare progetti di ogni genere, pubblici o privati, come il “credito sesamo”, rilasciato dal gigante del commercio online Alibaba ai clienti delle sue piattaforme.

I voti alle aziende

A Suqian si valutano anche le aziende. come le società quotate in borsa o gli stati, giudicati da agenzie di rating, le imprese locali che vogliono partecipare a gare d’ap- palto devono prima essere valutate da agenzie specializzate che daranno un voto da AAA a D. Finora una ventina di aziende si sono sottoposte a questo esame, che riguarda sia l’area inanziaria sia la conformità delle loro pratiche alle norme sociali e ambientali. La Suqian Tongchuang credit guarantee è l’unica agenzia di valutazione di stato. Una garanzia di qualità, assicura una giovane impiegata.

Sullo stesso piano dello sportello unico, un altro dipartimento propone prestiti alle aziende. In una stanza c’è una parete coper- ta di schermi che trasmettono in diretta le immagini delle telecamere di sorveglianza installate nelle fabbriche dei clienti. “I prestiti sono garantiti dagli inventari dei nostri clienti. Li teniamo sempre sotto controllo”, spiega un giovane impiegato seduto davan- ti agli schermi. “Se un imprenditore disonesto tentasse di vendere tutto per poi sparire, noi potremmo agire rapidamente”, spiega. Il controllo dei clienti è molto serrato. “Se l’ammontare del prestito è alto, mandiamo anche dei nostri dipendenti nelle fabbriche”. In cina non regna la fiducia.

Da Le Monde, Articolo di Simon Leplatre