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Europa, Federalismo, Politica, Sovranità

La strada è quella di un sovranismo debole, federalista. Mentre con l’Europa è necessario ripensare la nostra appartenenza in modo diverso da come è stato fino ad ora.

 

Dal Convegno dell’Associazione Aletheia organizzato lo scorso 2 febbraio 2019 gli intervento del Prof. Becchi. Il titolo del convegno è stata “Chi comanda a casa nostra?”.

Il Prof. Becchi affronta il tema del rapporto tra Costituzione italiana e Trattati europei (di Maastricht e di Lisbona), ma parte del suoi interventi indagano anche sul tema dell’appartenenza fino a evidenziare che si debba ricercare il sovranismo e con la particolare situazione italiana, che ha le caratteristiche di un laboratorio politico, può emergere un particolare sovrasmo debole e federalista, di Johannes Althusius (qui). Un sovranismo che non può essere forte, ma per le caratteristiche di chi Governa il Paese, esprimono oggi due sovranismi quello identitario della Lega (un tempo secessionistico) e quello solidaristico del Movimento 5 Stelle.

Conclude con un accenno alle prossime elezioni europee laddove ad oggi tutti i principali partiti affrontano il tema Europa con la medesima proposta politica ovvero che l’Europa deve cambiare, ma nessuno affronta il tema nodale, e cioè la necessità che si imponga un manifesto per la difesa delle identità dei popoli europei e una necessaria revisione del modello di appartenenza all’Europa.

Europa, Politica, Sovranità

Perchè Draghi fa’ paura. Come Stalin. di M. Blondet

“Un paese perde sovranità quando il  debito è troppo alto”,  ha esalato Mario Draghi   in audizione all’europarlamento giorni fa.

Sui blog di chi capisce queste cose, ci si è stupiti e indignati. Alcuni  sarcastici:  Draghi ha riportato in vigore la schiavitù per debiti, un  grande progresso del  capitalismo. I commenti sottolineano la palese menzogna: il Giappone ha un debito del 240 per cento e non ha perso sovranità. Altri fanno notare invece che il Venezuela ha un debito pubblico del 23%, quindi dovrebbe essere solidamente sovrano..

Altri replicano che il debito è fa perdere sovranità solo se si è nell’euro, ossia se non  si ha una propria banca centrale d’emissione e prestatore d’ultima istanza. . Che uno stato  perde sovranità quando ha  debito denominato in moneta straniera, come noi italiani con l’euro – che per noi è una moneta straniera, che non possiamo manovrare.

Uno stupore generale perché pare che Draghi non sappia quello che fa  alla BCE, ossia creare  denaro dal nulla in quantità illimitata, cosa che fanno anche stati sovranissimi come il Giappone e gli USA.

Stupore che Draghi  dica  cose come:

“un paese perde la sua sovranità (…) quando il debito è così alto che ogni azione politica deve essere scrutinata dai mercati, cioè da persone che non votano e sono fuori dal processo di responsabilità democratica”.

“Ci sono i mercati. I mercati dicono a un paese cosa ci si può permettere e cosa no, cosa è credibile o cosa no”.

Ancor più stupisce che Draghi, per  smentire coloro che credono che l’Italia avesse la sovranità monetaria prima di entrare nell’euro – o diciamo, prima dell’81, quando la Banca d’Italia  aveva l’obbligo di comprare i titoli di debito  del Tesoro  eventualmente invenduti, egli replica: “Anche quelli che svalutavano regolarmente non avevano sovranità, perché quando si guarda a come si misura la sovranità,  la  stabilità dei prezzi e controllo dell’inflazione e della disoccupazione, questi paesi facevano peggio di quelli che si agganciavano (al marco) se si guarda ai numeri in 15-20 anni” (…).

Dunque Draghi ignora che  svalutare è  appunto un atto della sovranità  politica? Come lo è, al contrario, decidere di agganciare la lira al marco?  Ci si deve chiedere  che cosa intenda alla fine questo banchiere centrale per “sovranità”: pare averne una idea estremamente equivoca. La  confonde  con concetti diversi, come”forza”, potenza,  ricchezza eccetera.  Gli sfugge completamente – possibile? – che “sovranità” è una condizione giuridica:  la condizione di  indipendenza  legale,  analoga nell’individuo privato  alla “personalità giuridica”:  uno che ha personalità giuridica   è uno che può stipulare contratti, sia il suo reddito modesto o ricchissimo, non è quello che fa differenza.

Draghi dice  altre cose strane: che prima, c’era “Il caro vita”, miseria e guerra.  Prima, c’era disoccupazione  maggiore di oggi: cosa  falsissima. Dice che oggi  “la  moneta unica ha rafforzato l’occupazione dal 59 al 67%  e diminuito la  disoccupazione”.   Dice che le banche greche oggi “sono ben capitalizzate”. Dice che “c’è unanimità nel consiglio direttivo che la probabilità di una recessione sia bassa”, proprio mentre  i dati dell’economia tedesca cadono.

Insomma dice, con quella faccia sempre uguale e la voce sempre calma, tante enunciazioni smentite dai fatti reali, che alla fine, l’impressione che incute è di sottile, gelido terrore. Il terrore che ti prende quando ti   trovi davanti ad un autistico psicopatico, cui è stato dato il potere supremo, quello monetario.

Il terrore poi cresce quando si  deve constatare che quella di Draghi non è una sua privata follia.  Lo  stesso rapporto falso con la realtà lo ha  rivelato  condivisa per esempio dal governatore di Bankitalia, il grandemente inadempiente e non-sorvegliante Visco, che in una conferenza alla Scuola di Sant’Anna ha esalato:

Se c’è una tassa iniqua è proprio l’#inflazione, perché è regressiva e impedisce di occupare le persone: prima che ci fossero gli strumenti di #politicamonetaria per contrastarla, i tassi di disoccupazione erano alti e le crisi industriali parecchie”. 

 

Visco: “In Italia abbiamo avuto periodi con inflazione al 20%, non c’erano strumenti di politicamonetaria per contrastarla: fu con il divorzio Bankitalia/Tesoro che venne riportata al 5-6% e la “tassa di inflazione” spa  Alla  presentazione di  “AnniDifficili” a Pisa

 

Una frase così falsa da lasciare senza fiato.

“Embé, da un governatore non se po’ sentì ’sta cosa”, commenta uno.

Zibordi: “Ma che razzo dite ? negli anni ’70 la distribuzione del reddito a favore del lavoro dipendente raggiunse il massimo. L’inflazione era alta, ma perché la quota del reddito che andava al lavoro era alta (e gli aumenti salariali spingevano l’inflazione)”. E lo dimostra con questa tabella:

Leonardo Sperduti: “Negli anni 70 la capacità di risparmio netto è stata massima. Ma a loro piace cambiare la storia e rinnegare i dati”.  …”Siamo ancora al livello che emettere moneta crea automaticamente e direttamente inflazione? Quanta moneta è stata emessa dalle banche centrali mondiali? A quanto è l’inflazione in Europa, USA, UK, Giappone ecc?”.   Infatti s’è instaurata la deflazione,  ela BCE non riesce a portare l’inflazione almeno al 2%, come sarebbe obbligata a fare.

Inflazione tassa regressiva? Che colpiva i poveri?

“Allora, gli operai compravano casa e facevano laureare i figli. Ovvio che i rentier si sentissero erodere il potere”, rimbecca uno. “Guarda caso in quei periodi di inflazione brutta brutta, anche gli operai delle acciaierie compravano case ed appartamenti”, rincara un altro.   E il tutto comprovato con tabelle e statistiche di quegli anni della lira e della sovranità monetaria.

Disoccupazione anni 70, media 6%. Inflazione anni 70, media 16%- Oggi: Inflazione 2018 1,1%; Disoccupazione 11%

E non è nemmeno vero che l’inflazione abbia raggiunto il 20%, come afferma mentendo Visco (e con lui Giannino  Oscar, il laureato di Chicago):

Ma chiunque abbia vissuto quegli anni  da adulto e lavoratore, lo sa e lo conferma: l’inflazione conviveva col pieno impiego, anzi i politici erano “ossessionati dal pieno impiego” (disse Andreatta), e il risparmio privato degli italiani aumentò fra i più alti del mondo.

Anche il PIL reale (ossia al netto dell’inflazione) cresceva negli anni “bui” della lira svalutata e inflazionata: del 4% annuo. Oggi, nella stabbilità dell’euro, cresce dello 0,2% annuo. (Dragoni su dati CGIA)

Con che faccia Visco e Draghi – ed evidentemente  gli altri membri della BCE – dicono il contrario? E’   perché condividono totalitariamente – e totalitariamente impongono alla realtà e ai popoli –   la loro ideologia.  In ciò somigliano terribilmente al PCUS degli anni ‘3, dello stalinismo sovietico,    quando le radio proclamavano “la vita diventa ogni giorno più facile e felice, grazie al compagno Stalin!”, e intano la gente faceva le file davanti alle botteghe perché mancavano il latte, le salsicce, il formaggio  e il pane,  perché il Partito stava  “eliminando i kulaki come classe”, provocando la carestia. Nessun riscontro con la realtà fletteva la visione ideologica dei capi, nessuna pietà li piegava. Quando Svetlana,  la figlia di Stalin, di ritorno dalla  vacanza in Crimea, disse a papà che attraversando l’Ucraina aveva visto cadaveri  sulle massicciate  e folle di scheletri che si affollavano attorno al treno chiedendo un tozzo di pane, Stalin  ordinò: quando i  treni attraversano l’Ucraina, abbassare le tendine!

Daghi , Visco ispirano lo stesso terrore e ci convincono che siamo entrati in un nuovo totalitarismo e ”regno della menzogna”, anti-umano e distruttore di popoli. Non sono lontani di aver fatto ai greci ciò che gli ideologici del PCUS fecero aikulaki, ma Draghi dice che adesso le banche greche sono ben capitalizzate…E i media,come allora, giurano su queste odiosità e falsità e le diffondono come fossero il Verbo, l’Autorità salvifica.

Anche Ashoka Mody,  l’economista di Princeton, ha notato lo stesso scollamento fra il reale e le espressioni di Draghi quando costui ha celebrato festosamente il ventennio dell’euro. “Il tributo di Draghi all’euro rivanga miti già da lungo tepo confutati”

E Mody ne esamina quattro. Il primo:

E’ il mercato unico a necessitare di una moneta unica. No, non è vero”.

Mody cita una serie di studi complessi che  smentiscono come il commercio  sia migliorato “eliminando i costi dei pagamenti in valuta estera e degli accordi e del rischio di cambio delle coperture”. Li lasciamo ai lettori  più eruditi, perché noi ci accontentiamo di una tabella:  dove si vede che la Germania ha aumentato il commercio  con paesi che non hanno l’euro (Polonia, Ungheria, Cechia) e  diminuito i rapporti commerciali con Francia e Italia, paesi   che hanno l’euro.

“La sovranità monetaria crea più problemi di quanti ne risolva, dice Draghi.  Ma è  così?”

Draghi lo afferma  mostrando come si comportarono i governi e i politici  negli anni 70-80,quando abusarono del potere  sovrano delle loro banche centrali di stampare moneta, creando  vasti deficit di bilancio.  Dice insomma che farebbero lo stesso oggi.  Mody risponde che gli anni ‘7’0 furono anni “eccezionali”, in parte l’inflazione aumentò per  i rincari petroliferi, che portarono anche un brusco rallentamento della crescita, facendo entrare l’Occidente intero nel periodo chiamato di “stagflazione” (inflazione con stagnazione).  Ma poi le nazioni occidentali hanno imparato a disciplinare se stesse anche non adottando una moneta unica. Mody ricorda che   la speculazione (di oros) che  forzò  il Regno Unito ad uscire dal serpente monetario nel’92,  “fu una benedizione  mascherata da maledizione”, perché allora l’economia inglese crebbe grazie alla svalutazione della sterlina. (e potrebbe dire lo stesso dell’Italia, che subì lo stresso attacco). Mody cita uno studio importante degli economisti “ Jesús Fernández-Villaverde, Luis Garicano e Tano Santos  che  hanno sostenuto il contrario : l’euro ha indebolito la disciplina macroeconomica. Una politica monetaria comune per la zona euro ha portato i tassi di interesse a scendere troppo rapidamente per i paesi con strutture istituzionali deboli. I governi di questi paesi hanno approfittato dei tassi di interesse più bassi per aumentare , in deficit, i benefici  ai gruppi  favoriti (i parassiti)  piuttosto che impegnarsi nella più dura attività di investimento per aumentare i loro potenziali tassi di crescita. Lungi dall’infliggere la disciplina, la moneta unica l’ha sovvertita.

Soprattutto, “è sconcertante che Draghi non prenda in considerazione  il beneficio più importante della sovranità monetaria, la capacità di assorbire forti shock economici attraverso  le svalutazioni del tasso di cambio.  […] Il  deprezzamento per assorbire gli shock è inequivocabilmente auspicabile. Inoltre, nella misura in cui   la svalutazione del cambio accorcia il periodo di sofferenza a seguito dello shock, aiuta anche ad evitare le recessioni estese, che  questa  recente ricerca sottolinea che minano  il potenziale di crescita a lungo termine .

Altra falsa asserzione di Draghi, gravissima:

L’eurozona promuove la convergenza economica. No non lo fa.

“I padri fondatori dell’euro avevano ragione, dice Draghi,  che la “cultura della stabilità”imposta  dalla moneta unica avrebbe promosso maggiore crescita e occupazione. E cita a prova  la “convergenza”, il restringimento delle differenze di reddito pro capite tra i paesi membri della zona euro. Draghi riconosce che il Portogallo e la Grecia hanno stagnato e divergono piuttosto che convergere. E stranamente, non cita l’Italia (che non converge affatto, ndr.) . Tuttavia, in difesa della tesi di convergenza, indica i paesi baltici e la Slovacchia come successi.

Dopo aver dimostrato i motivi del tutto speciali per cui “la Slovacchia , entrata nell’eurozona nel 2009, l’Estonia nel 2011, la Lettonia nel 2014 e la Lituania nel 2015”  erano già fortemente convergenti prima  grazie anche al loro solido capitale umano (di lavoratori qualificati) ereditati dagli anni sotto la pianificazione socialista” come documentato quiqui , Mody rimprovera apertamente Draghi: “un  simile  uso selettivo delle prove è altamente discutibile” sul piano scientifico. Il fatto che non citi l’Italia che sta divergendo, e  citi l’Estonia che  converge, è profondamente  disonesto.  E’ la disonestà “col paraocchi” e “ammantata di  superiorità”  di un  ideologo che non vuole riconoscere la realtà, quando smentisce le sue teorie, invece di riconoscerle sbagliate.

Le conseguenze di una tale falsa narrativa possono essere gravi”, avverte Mody.

“I premi Nobel George Akerlof e Robert Shiller sottolineano il ruolo cruciale che le “storie” giocano nel determinare politiche e risultati economici. Ripetute all’infinito, le storie che ci raccontiamo diventano la nostra forza motivante, che ci spinge a ignorare le prove contrarie.  Mentre si diffondono,  hanno un “impatto economico”. Spesso un impatto politico più terribile”, dice l’economista indo-inglese.

Noi,  nel nostro piccolo, non abbiamo bisogno  di attendere i suddetti premi Nobel: abbiamo visto i danni che la “narrativa” marxista e sovietica, applicata dal KGB,  ha inflitto alla  Russia e all’Est europeo in mancato sviluppo e perdite umane.

Ma soprattutto nella chiusa del suo discorso, Draghi proclama che “l’unione monetaria era necessaria per porre fine a secoli di “dittature, guerre e miseria” e invece l’euro è “il segno definitivo  del “ del “progetto politico europeo”, che unisce gli europei “in libertà, pace, democrazia e prosperità”. E qui  davvero, dice anche Mody,  il discorso di Draghi   diventa “scary”, ossia  “fa paura”: “perché le nazioni europee sono più divise che mai, dal tempo della seconda guerra mondiale, e l’euro ha contribuito notevolmente ad approfondire l’euroscetticismo”, e in Francia la “democrazia” di Macron spara sui cittadini non meno della dittatura di Maduro.

Sovranità

Se il mondo comprendesse a fondo il concetto di sovranità, tutti i nostri problemi sarebbero finiti

Al di là delle diverse posizioni che si possono prendere pro o contro Maduro o il suo emergente oppositore in Venezuela, questo articolo  pubblicato sul sito australiano Medium  pone l’accento su una questione tanto fondamentale quanto taciuta e trascurata: da quale fonte legittima di autorità gli Stati Uniti e il coro dei vari paesi che sono intervenuti in merito, non ultimi i nostri partner europei, pretendono di lanciare ultimatum e interferire sulle decisioni politiche che in sostanza spettano soltanto al popolo sovrano di ogni singolo paese? Una profonda riflessione in proposito ci aiuterebbe a concepire come quel principio di rispetto che senza troppa fatica consideriamo valido e perseguibile nelle relazioni interpersonali, possa e debba essere applicato anche alle relazioni tra i paesi. I politici e i media non dovrebbero essere autorizzati a ignorare questi principi.

La mia Australia ha naturalmente aderito al coro dei paesi servitori degli Stati Uniti che si rifiutano di riconoscere l’unico governo legittimo ed eletto del Venezuela, riconoscendo invece la presidenza di un ragazzo di nome Juan che ha deciso di autonominarsi Presidente del Venezuela con la benedizione del governo degli Stati Uniti. Una dichiarazione del nostro Ministro degli affari esteri, Marise Payne, recita:

“L’Australia riconosce e sostiene il Presidente dell’Assemblea nazionale, Juan Guaidó, che ha assunto la carica di Presidente ad interim, in conformità con la Costituzione venezuelana e fino a nuove elezioni. L’Australia chiede al più presto una transizione verso la democrazia in Venezuela.

L’Australia, attraverso il nostro ambasciatore non residente in Venezuela, ha sostenuto l’appello del gruppo di Lima a Nicolas Maduro perché si astenesse dall’assumere la presidenza il 10 gennaio.

Esortiamo ora tutte le parti a lavorare in modo costruttivo verso una soluzione pacifica della situazione, che comprenda il ritorno alla democrazia, il rispetto dello stato di diritto e il rispetto dei diritti umani del popolo venezuelano.”

Che uscisse una dichiarazione simile era solo questione di tempo. A mia memoria l’Australia è da tanto  tempo la stampella di Washington, e si muove al ritmo della politica estera degli Stati Uniti, per quanto possa essere pericolosa e idiota, su tutte le questioni. Il mio paese è passato senza soluzione di continuità da colonia britannica a risorsa militare/di intelligence USA, senza mai alzare la testa in nome di qualcosa che assomigli alla sovranità nazionale, con l’eccezione di una sola volta, a metà degli anni settanta, quando ci fu un colpo di stato della CIA / MI6 che esautorò il nostro governo legittimo. Questo golpe era stato preceduto dalla scoperta, da parte del nostro Primo Ministro, che agenti dell’intelligence australiana avevano operato come delegati della CIA per rovesciare il governo di Allende in Cile, in un altro colpo di stato che violava la sovranità, spesso paragonato a quello che stiamo vedendo in Venezuela oggi.

Il governo degli Stati Uniti e i suoi vari stati vassalli non hanno alcun diritto di impartire ordini e ultimatum in cui si decreta che il governo di una nazione sovrana deve riformarsi, eppure eccoci qui. La sovranità è un concetto così estraneo nel tunnel della realtà collettiva creato dalla propaganda al fine di considerare l’imperialismo, l’eccezionalismo americano e l’interventismo non-stop come perfettamente normali, che ora abbiamo l’establishment americano che simultaneamente (A) denuncia a gran voce il click-bait russo su Facebook come un imperdonabile atto di guerra, e (B) usa le armi delle sanzioni, le operazioni segrete della CIA e una campagna attiva di delegittimazione della leadership di una nazione al fine di far cadere un intero governo. Questa selvaggia incongruenza è giustificata dall’assunto che gli Stati Uniti avrebbero una sorta di “autorità morale” nel mondo, mentre Russia e Venezuela mancherebbero di autorità morale, e questo nonostante gli Stati Uniti siano responsabili di innumerevoli massacri e distruzioni volgarmente immorali, da qualsiasi punto di vista.

In un recente colloquio con Ann Coulter della Fox, Bill Maher, esperto di guerra, ha citato la Dottrina Monroe per sostenere che gli Stati Uniti hanno tutto il diritto di dire al Venezuela cosa gli è permesso di fare nel proprio paese e coi propri alleati, perché il Sud America è “il nostro cortile”.

Oggi, in Venezuela – questa è la prima pagina del New York Times – in Venezuela, okay, hanno un uomo, un leader dell’opposizione che finalmente si è fatto avanti, e noi lo sosteniamo“, ha detto Maher. “E la Russia ci ha avvisato di tirarci indietro perché loro sostengono il dittatore. Questa era la dottrina Monroe! Questo è il nostro cortile! E la Russia ora ci sta dicendo di non occuparci di quello che succede in Venezuela, perché sanno che possono farlo? Perché sono così spavaldi? Non vi dà fastidio?”

Queste parole da proprietario di schiavi risultano così normali per ragioni che sono strettamente legate alle stesse cause per cui il nostro mondo è così sottosopra.

Immaginate un mondo in cui la sovranità sia veramente compresa e onorata. Cosa cambierebbe?

Be’, ovviamente non vedremmo più le nazioni più potenti ingerirsi con la forza negli affari degli altri, trattando i paesi più deboli come loro proprietà perché sono interessati alle loro risorse o perché hanno uno stile di governo a loro sgradito. L’idea che ci siano persone al mondo le cui vite non possono essere controllate non sarebbe vista come una idea estrema e bizzara da liquidare come una stramberia, ma come una verità ovvia, che sta alla base dei principi guida sul modo in cui le diverse parti del mondo devono interagire tra loro.

Ma la questione va molto oltre, se ci si pensa bene. Con una comprensione approfondita della sovranità, forse la cosa più importante che cambierebbe è che le persone non penserebbero più che è giusto manipolare i pensieri delle altre persone per i propri interessi. Una classe politica con i suoi media non vorrebbe né sarebbe più autorizzata a continuare a frugare nelle nostre menti per manipolare e controllare i modi in cui pensiamo, votiamo e ci comportiamo, il che ci consentirebbe di costruire una società basata sulla verità e la compassione, piuttosto che sulle credenze che avvantaggiano il potere, costruite dentro le nostre teste dai media e dai politici al servizio della plutocrazia.

In una tale società non avremmo omicidi, che sono la più grave violazione della sovranità personale, né avremmo stupri o aggressioni,  per lo stesso motivo. È del tutto possibile che il governo, così come lo conosciamo, cessi di esistere e che la collettività possa progettare un modo completamente nuovo di funzionare, anche se il governo potrebbe anche continuare ad esistere in una forma che fosse pienamente responsabile nei confronti del popolo, se risultasse che questo è quello che vogliamo. Nessuno vedrebbe qualcun altro come una sua proprietà, o come una risorsa da sfruttare, o una pedina da manipolare, o come parte di un mondo che deve essere completamente dominato e controllato, se potessimo, proprio come specie, evolvere verso una relazione matura con il concetto di sovranità.

L’attuale colpo di stato guidato dagli Stati Uniti contro il Venezuela non è una violazione della sovranità solo del Venezuela, ma di tutte le nazioni che sono state minacciate e hanno ricevuto pressioni da una nazione molto più potente e dai governi servili dei loro paesi. Il governo degli Stati Uniti è proprio l’ultima organizzazione che dovrebbe “aiutare” una nazione a rovesciare il suo governo; l’interventismo USA è così sistematicamente devastante che volere il loro “aiuto” in Venezuela è come volere che Edward Mani-di-forbice aiuti a cambiare i pannolini nell’asilo nido. In un certo senso tutti lo sanno, ma la relazione servile che il mondo ha con l’impero degli Stati Uniti ha normalizzato la complicità nelle agende folli di tutto il mondo.

Una delle cose più utili che ciascuno di noi può fare per aiutare a muovere l’umanità verso una direzione sana è sviluppare una comprensione profonda, viscerale, e un profondo rispetto per il concetto di sovranità. Lasciate che questa profonda comprensione informi la vostra vita, quindi lasciate che questa comprensione fluisca nel mondo. Io farò la mia parte, voi farete la vostra, e con una piccola serie di miracoli potremo aiutare a risolvere l’intera faccenda.

Fonte: vocidallestero.it (qui) Articolo di Caitlin Johnstone, 28 gennaio 2019

BENE COMUNE, Politica locale, Privatizzazioni, Referendum, Sovranità

Referendum acqua: dove, quando e come si vota

Domenica dalle 8 alle 22 in 1.172 seggi in tutta la provincia. “Si” o “no” per mantenere gestione pubblica ed evitare l’ingresso di una componente privata.

A distanza di sette anni (allora era abrogativo), i bresciani sono ancora chiamati a esprimere la propria volontà sul futuro della gestione dell’acqua. “Volete voi che il gestore unico del Servizio Idrico Integrato per il territorio provinciale di Brescia rimanga integralmente in mano pubblica, senza mai concedere la possibilità di partecipazione da parte di soggetti privati?”. Questo è il quesito che si troverà domenica 18 novembre nella scheda per il referendum consultivo. Ai 1.172 seggi disposti in tutta la provincia sono attesi 970 mila bresciani aventi diritto di voto. Sarà sufficiente mettere una “X” sul “sì” se si ritiene che l’acqua debba restare sempre in mano pubblica, oppure sul “no” se si considera favorevole l’ingresso di una parte privata.

Al momento il servizio idrico è gestito da Acque Bresciane che ha una componente pubblica in totale, ma si apre all’ingresso dei privati per una società mista. E ora i cittadini saranno chiamati a esprimere il loro parere. Pur non essendo vincolante, l’esito sarà importante a livello amministrativo per palazzo Broletto. I seggi saranno aperti solo domenica dalle 8 alle 22 e bisogna presentarsi a quello indicato sulla propria tessera elettorale insieme a un documento di identità. In ogni caso, non è previsto un quorum minimo. L’acqua era già stata oggetto del referendum abrogativo del 2011, quando il 54,6% dei bresciani si era presentato al voto contro la privatizzazione.

Democrazia, Sovranità, Stati vs Europa

Scontro Ue/Governo italiano, Sapir: “non è un dibattito su cifre o percentuali. Riguarda la società in cui vogliamo vivere”.

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Dopo lo straordinario successo dell’edizione 2018 del convegno annuale organizzato dall’associazioneAsimmetrie– quest’anno intitolato “Euro, mercati, democrazia – Sovrano sarà lei!” – tenuta a Montesilvano (Pescara) il 10 e 11 novembre scorsi, presentiamo la traduzionedell’intervento di Jacques Sapir, giàdirettore degli studi all’École des hautes études en science sociales di Parigi, direttore del Centre d’études des modes d’industrialisation e membro straniero dell’Accademia Russa delle Scienze. Il discorso ha aperto due intense giornate di conferenze e dibattiti, che hanno coinvolto ottocento spettatori in attento e partecipato ascolto di venti relatori tra economisti, giornalisti, politici e scrittori, italiani ed europei. E dimostra come la sovranità sia un elemento necessario, anche se non sufficiente, alla stessa democrazia.

L’attuale crisi che oppone l’Italia e la Commissione europea sulla manovra di bilancio italiana, dopo la sua pubblicazione[1], apparentemente verte su alcune percentuali[2]. In realtà, si tratta della questione essenziale di sapere chi è legittimato a decidere del bilancio italiano: il governo, costituito dopo elezioni democratiche, o la Commissione e le sue varie appendici, che pretendono di imporre regole provenienti dai trattati?

Una questione che oggi è fondamentale: si governa in nome del popolo o in nome delle regole? Essa ha implicazioni evidenti: chi ha il potere di governare, il legislatore la cui legittimità deriva dalla sovranità democratica, o il giudice che governa nel nome di un diritto?

 

Dietro la questione della percentuale di deficit consentito o rifiutato al governo italiano non c’è solo la questione della fondatezza della decisione italiana[3], ma anche quella di sapere se l’Italia è ancora una nazione sovrana. Questo spiega perché il sostegno al governo italiano sia giunto da tutti i partiti per i quali la sovranità è uno dei fondamenti della politica, e in particolare da France Insoumise[4]. La questione della sovranità è quindi di centrale importanza in questo conflitto.

L’aspirazione alla sovranità dei popoli si esprime oggi in molti Paesi e in forme diverse. Eppure questa sovranità è messa in discussione dal comportamento delle istituzioni dell’Unione Europea. Ne sono una prova le dichiarazioni fatte da Jean-Claude Juncker in occasione delle elezioni greche del gennaio 2015[5].

 

Sovranità fondamentale

Il conflitto tra la sovranità delle nazioni, e quindi dei popoli, e la logica della governance dell’Unione europea non è nuovo.

Ciò che il comportamento dell’ Unione Europea e delle istituzioni dell’Eurozona mette in discussione è fondamentalmente quella garanzia di democrazia e libertà che è la sovranità[6]. Se le nostre decisioni di cittadini dovessero essere fin dall’inizio limitate da un potere  superiore, a cosa servirebbe fare causa comune? E se non c’è più utilità né necessità per i cittadini di fare causa comune, di unirsi intorno a questa “Res publica”, così cara agli antichi Romani[7], quali saranno le barriere di fronte all’ascesa del comunitarismo, nonché di fronte all’ anomia che distruggerà le nostre società?

Mantenere questo passaggio dall’individuale al collettivo è in realtà una necessità imperiosa di fronte alle crisi – sia economiche e sociali, sia politiche e culturali – che attraversiamo. E la democrazia, nell’esercizio delle scelte, implica che possano essere prese decisioni e che queste ultime non possano essere limitate a priori da regole o trattati. La Commissione ricorda regolarmente che i trattati sono stati firmati, da Maastricht a Lisbona. Bisogna ricordarsi che nessuna generazione ha il diritto di incatenare le seguenti alle proprie scelte, come ha scritto uno dei padri della costituzione americana[8].

 

Ma la sovranità è anche fondamentale per la distinzione tra ciò che è giusto e legale, tra lalegittimitàe lalegalità, come mostra Carl Schmitt nella sua opera del 1932[9]. Fondamentalmente, essere sovrani è avere la capacità di decidere[10], come lo stesso Carl Schmitt ha espresso anche nella forma “È sovrano colui che decide in una situazione eccezionale”[11]. Poiché la costrizione intrinseca in ogni atto giuridico non può essere giustificata solo dal punto di vista dellalegalità, che, per definizione, è sempre formale. Il presunto primato che il positivismo giuridico[12]intende conferire allalegalitàporta in realtà a un sistema totale, impermeabile a qualsiasi contestazione. Questo ha storicamente permesso la giustificazione di regimi iniqui, come quello dell’Apartheidin Sudafrica, come viene illustrato nell’opera di David Dyzenhaus[13]. Ma questo positivismo giuridico ha un vantaggio decisivo nell’attuale mondo politico. È esso che consente – o che dovrebbe consentire – a un politico “liberale” di rivendicare la purezza originale e non alle mani sporche del Principe di una volta, come mostra bene Bellamy[14].

Sovranità e Democrazia

 

Vediamo dunque che la questione della sovranità è fondamentale. È questa sovranità che permette la libertà della comunità politica, di ciò che viene chiamato il popolo, ossia l’insieme dei cittadini, di quegli individui che si riconoscono nelle istituzioni politiche, legato che abbiamo ereditato dai Romani[15]. La nozione di “popolo” è quindi principalmente politica, e questo si estende naturalmente alla cultura che proviene dalle istituzioni, e non etnica[16]. Dobbiamo quindi capire che cosa costituisce un “popolo”. Quando parliamo di un “popolo” non parliamo di una comunità etnica o religiosa, ma di quella comunità politica di individui riuniti che prendono in mano il proprio futuro[17], almeno, dalle origini della Repubblica.

Questa libertà politica passa allora dalla libertà dell’insieme territoriale su cui vive questo popolo e del suo governo. Non si può pensare “popolo” senza pensare, nello stesso movimento, “Nazione”. Quest’ultima si è sostituita alla “Città” degli antichi. È illuminante una citazione di Cicerone: « Ogni popolo che su tale raduno di una moltitudine (…) ogni città che è l’organizzazione del popolo; ogni Res Publica che è, come ho detto, la cosa del popolo, deve essere guidata da un consiglio per poter durare »[18]. Ciò che è importante qui è il modo in cui Cicerone classifica gerarchicamente il passaggio dalla “moltitudine” al popolo, con l’esistenza di interessi comuni, e poi presenta la Città, che egli concepisce come un insieme di istituzioni e non come un luogo di abitazione (la città non è l’oppidum), come quadro organizzativo di questo “popolo”. La nozione di sovranità è quindi fondamentale, ma anche centrale, per l’esistenza dellaRes Publica. Questa “cosa pubblica”, decisiva per le rappresentazioni politiche dei Romani, può essere costituita solo attraverso l’uguaglianza giuridica dei cittadini che assicura loro (o deve assicurare) un pari diritto alla partecipazione politica, alle scelte nella vita della “Città”[19].

 

Questo, il Presidente Emmanuel Macron non sembra averlo capito. Infatti, insiste a parlare di “sovranità europea”[20]. Ma dov’è il popolo europeo? Dov’è la cultura politica comune, frutto dell’accumulo di centinaia di anni di lotte, compromessi, istituzioni ? La sovranità implica un “popolo”, dobbiamo ricordarlo, e non esiste un popolo europeo, come era stato stabilito dalla Corte Costituzionale di Karlsruhe. La sentenza del 30 giugno 2009 sancisce effettivamente che, dati i limiti del processo democratico in Europa, solo gli Stati-Nazioni sono i depositari della legittimità democratica[21]. Dire che ne sono i custodi non è in alcun modo contraddittorio con la sovranità popolare.

 

Allo stesso modo, a Roma, l’imperatore era delegato della sovranità popolare, ma non l’aveva né abolita né sostituita[22]. Gli imperatori romani sono spesso rappresentati come sovrani onnipotenti. Questo equivale a  dimenticare troppo in fretta da dove proviene la loro sovranità. Nella legge di investitura dell’imperatore Vespasiano (69-79 D.C.), laLex de imperio Vespasiani, la ratifica degli atti dell’imperatore compiutaprimadella sua investitura formale era definita Come se tutto fosse stato compiuto in nome del popolo»[23]. Si coglie che l’origine della sovranità risiede nel popolo, anche se quest’ultimo ne ha delegato l’esercizio all’imperatore. Il concetto di “sovranità popolare”, che alcuni ritengono sia stato “inventato” dalla Rivoluzione Francese, esisteva già a Roma, e consisteva nel controllo popolare sui magistrati[24]. Quindi c’era realmente un sistema che stabiliva il primato del “popolo”, come nei casi in cui era il  “popolo“ a decidere se un uomo poteva venire eletto a esercitare delle funzioni più alte rispetto alle sue precedenti competenze.

 

E dunque la libertà del “popolo” nel contesto della “Nazione” si chiama appunto sovranità. La Nazione è dunque il quadro in cui si organizza il corpo politico che è il popolo. Questa sovranità è la capacità di decidere. Ecco perché la sovranità è essenziale all’esistenza della democrazia ; è la sua condizione necessaria, anche se non sufficiente. La sovranità è una e non va divisa, ma i suoi usi sono molteplici. Dunque, parlare di sovranità di “sinistra” o di “destra” non ha senso. Ci sono state, certamente, nazioni sovrane nelle quali il popolo non era libero. Ma non si è mai visto un popolo libero in una nazione schiava. La formazione dello Stato come principio indipendente dalla proprietà del principe è avvenuta in un doppio movimento di formazione della Nazione come entità politica e del popolo come attore collettivo. Le forme che questa costituzione assume possono variare in funzione dei fattori storici e culturali, ma rispondono agli stessi principi fissi: quelli del doppio movimento di costituzione sia della Nazione sia del Popolo. Ed è per questo che la sovranità è ormai un concetto fondamentale e decisivo nelle lotte politiche attuali. Difendere la sovranità di un paese, ieri la Grecia e oggi l’Italia, è dunque oggi un imperativo assoluto per chi difende la democrazia e la libertà.

 

Un “momento sovranista”?

Stiamo vivendo da ormai più di tre anni un “momento sovranista”. Questa parola, ieri maledetta, è oggi sulla bocca di tutti, compresi coloro che non capiscono cosa questo comporti, come il presidente Emmanuel Macron. Questo “momento sovranista” si inscrive nel grande ritorno delle nazioni, conseguente al fallimento degli Stati Uniti nel costruire un’egemonia duratura, come da me sottolineato nel 2008[25]. Questo movimento assume tuttavia un senso particolare in Europa. Questo è dovuto al fatto che le istituzioni dell’Unione Europea, che troppo spesso vengono confuse con il concetto di Europa, hanno gradualmente violato sia la democrazia che la sovranità.

Più di dieci anni fa, per la precisione nel 2005, il popolo francese e quello dei Paesi Bassi hanno respinto con i loro voti il progetto di trattato costituzionale, redatto con grande dispendio dalle élite politiche. Non hanno respinto questo progetto per motivi contingenti, assolutamente. Il rifiuto è stato il rifiuto di un progetto; rifletteva un movimento di fondo[26]. Da allora, passo dopo passo, abbiamo invaso la libertà politica dei popoli, fino ad arrivare allo scandalo inaudito costituito dal confronto tra un governo democraticamente eletto, quello della Grecia, e le istituzioni europee.

 

Dobbiamo ricordare che cosa fu questo scandalo. Non fu più un semplice voto che venne poi violato, perché la posizione del popolo greco, espressa il 25 gennaio, elezione che portò SYRIZA al potere, fu rinforzata dal risultato del referendum del 5 luglio che diede al “No” al memorandum quasi il 62% dei voti.

Quello che venne violato, con l’impudenza cinica di un Jean-Claude Juncker o di un Dijsselbloem, fu in realtà la sovranità di un Paese. Eppure, quando avevamo visto, dopo le elezioni del 25 gennaio 2015 in Grecia, il partito della sinistra radicale SYRIZA scegliere di allearsi con un partito di destra, certo, ma sovranista, e non con il centro-sinistra (To Potami) né con i socialisti del PASOK, si sarebbe potuto pensare che la questione della sovranità fosse stata completamente integrata dalla direzione di SYRIZA. Il corso della crisi ha dimostrato che anche all’interno di questo partito vi erano importanti divergenze e una mancanza significativa di chiarezza. È l’esistenza di queste divergenze che ha permesso alle istituzioni europee di trovare la leva sulla quale premere per costringere Alexis Tsipras, primo ministro, a rinnegare se stesso[27].  Questa è una lezione che tutti coloro che vogliono vivere liberi dovrebbero imparare a memoria e che ancora oggi ossessiona gli spiriti di coloro che aspirano a riconquistare questa sovranità.

 

Ricordiamo allora questa citazione di Jean-Claude Juncker, il successore dell’ineffabile Barroso, a capo della commissione europea: ” Non vi può essere alcuna scelta democratica contro i trattati europei ». Questa dichiarazione rivelatrice risale alle elezioni greche del 25 gennaio 2015, che vide appunto la vittoria di SYRIZA. In poche parole, venne detto tutto. È stata l’affermazione tranquilla e soddisfatta della superiorità di istituzioni non elette sul voto degli elettori, della superiorità del principio tecnocratico sul principio democratico. Riprendono, che lo sappiano o no, il discorso dell’Unione Sovietica riguardo ai Paesi dell’Est nel 1968, in occasione dell’intervento del Patto di Varsavia a Praga: è la famosa teoria della sovranità limitata. Ostentano di considerare i Paesi membri dell’Unione Europea come colonie, o più precisamente dei “domini”, la cui sovranità era soggetta a quella della metropoli (Gran Bretagna). Solo che in questo caso non ci sono metropoli. L’Unione Europea sarebbe quindi un sistema coloniale senza metropoli. Questo ci porta a pensare che la sovranità è, fra tutti i beni, quello più prezioso, e a trarne le conseguenze che la logica impone. Qualcuno lo ha fatto, come Stefano Fassina In Italia[28]. Ma bisognerà trarne le conseguenze, tutte le conseguenze[29].

 

La sovranità non è sufficiente

Ma la sovranità non è sufficiente. Definirsi un popolo sovrano significa porre immediatamente la questione di cosa fare e di quali decisioni prendere. La sovranità è valida solo attraverso il suo esercizio[30]. Essa non può quindi sostituire il dibattito politico naturale sulle scelte da adottare, sulle condizioni stesse di tali decisioni. E si vede chiaramente che su questo punto le polemiche saranno aspre e numerose. Come è logico che siano. Le istituzioni in cui viviamo, istituzioni che sono del resto cambiate molte volte, sono il prodotto di questi conflitti, a volte messi da parte, ma mai estinti[31].

 

La democrazia implica conflitto, implica lotta politica e implica, dopo il momento della lotta e del conflitto, il compromesso, creatore esso stesso di istituzioni[32]. Perché questi conflitti si manifestino, perché le opinioni si affrontino e perché possa emergere un compromesso temporaneo, bisogna essere liberi di farlo. Liberi, naturalmente, nel senso di libertà di espressione e di manifestazione. Ma, più fondamentalmente, non ci devono essere limiti all’espressione e allo svolgimento del conflitto politico. Qualsiasi tentativo di limitare preventivamente il conflitto politico, di assegnargli un corso programmato in anticipo, come se si volesse incanalare un corso d’acqua, porta, alla fin fine, a limitare le scelte e ad uccidere la democrazia[33]. È questo il problema che pongono le norme europee sul deficit di bilancio e altro. Sì, la democrazia è fragile, come ha dichiarato recentemente Pierre Moscovici[34]. Ma non nel senso che crede lui. Perché la democrazia non si limita al dibattito, per quanto importante esso possa essere. La democrazia implica che vengano prese delle decisioni e che quest’ultime non possano essere limitate preventivamente. È questo che implica l’esistenza preliminare della sovranità. Ecco perché essa è un principio necessario, anche se non sufficiente. Essere sovrani, va ricordato, è avere la capacità di decidere; Carl Schmitt l’ha ripetuto più volte nella sua opera. Ecco perché non dobbiamo esitare a confrontarci su questa questione della sovranità e a leggere Carl Schmitt[35].

 

La questione del rapporto tra la decisione e le regole e norme è un fattore sostanziale del dibattito sulla sovranità. Dire che viviamo oggi un momento sovranista equivale a dire che il sistema di regole e norme stabilite in passato viene considerato ormai come una costrizione insopportabile. Così fu in un altro famoso dibattito, quello che negli Stati Uniti oppose i sostenitori della schiavitù agli abolizionisti. I fautori dell’”istituzione speciale” sostennero che erano state stabilite delle regole, le quali costringevano la decisione politica. Arrivarono ad invocare il principio di proprietà per difendere l’indifendibile. Ma questo non fece altro che infiammare il dibattito, rendendolo ancora più inconciliabile. Voler imporre ciò che un autore americano ha definito con grande precisione delle regole-bavaglio, o “gag-rules”, divieti di discussione, regole delle quali possiamo capire l’utilità in rapporto ai limiti cognitivi di ciascun individuo, porta solamente alla guerra civile[36]. Regole e norme sono necessarie, naturalmente, anche solo per il fatto che non si può allo stesso tempo discutere di tutto. La nozione di saturazione delle capacità cognitive degli individui deve essere ben compresa, se non si vuole parlare di democrazia in modo ingenuo[37]. Tuttavia, questa stessa nozione implica che non si possano far durare all’infinito queste norme e queste regole e che esse possano essere rimesse in discussione.

 

Il legale e il legittimo

Questo rimetterle in discussione pone allora la questione della distinzione tra legalitàelegittimità. Va inteso che ogni regola non vale solo per le condizioni di stabilità che essa  consente, ma anche per le condizioni in cui è stata emanata. Oltre a ciò, la regola è valida proprio perché può essere contestata. Ciò impone di distinguere la legalità, in altre parole le condizioni nelle quali questa regola viene rispettata, dalla legittimità, in altre parole le condizioni in cui è stata emanata e da chi. Che cosa spinge gli individui a piegarsi a delle regole e rispettare delle norme? Non è mai la funzionalità di queste regole e norme, benché essa sia ovvia. Il rispetto delle regole implica un’istanza di forza che rende costosa la rottura con questa stessa regola[38], che sia su un piano monetario, materiale o anche simbolico. Il rispetto delle regole richiede pertanto un’autorità, cioè, la combinazione di unpoteredi punire e sanzionare, e unalegittimitàa farlo. Porre la questione della legittimità ci riporta immediatamente alla questione della sovranità, perché senza la sovranità non c’è e non ci può essere legittimità.

 

Tuttavia, l’ossessione per il rispetto delle regole, un’ossessione che vediamo oggi nel discorso della Commissione europea, rimanda a due logiche, distinte ma convergenti. La prima si basa sulla sostituzione della tecnica alla politica. Questo tema è antico. Carl Schmitt, ancora lui, ma anche Max Weber, hanno scritto pagine ammirevoli su questo argomento. Ma il cosiddetto “argomento tecnico” lo è spesso soltanto in apparenza. Questo argomento di solito è presentato nei panni di un tecnicismo reale, in economia quello che si chiama econometria[39], il cui scopo reale, però, è quello di mascherare la volontà profondamente politica di questo argomento[40]sotto gli orpelli di metodi matematici complessi[41].

 

Quello che questi economisti presentano come considerazioni tecniche, e che spesso non sono altro che una pallida imitazione della fisica del XIX secolo[42], in particolare le considerazioni monetarie, sono in realtà tentativi di limitare le forme di governo degli uomini. Gli argomenti di alcuni economisti, ci riferiamo particolarmente ai cosiddetti “neoclassici”, sono fondamentalmente politici. Ma solo raramente si dichiarano come tali. Questo discorso mira ad eliminare il principio di sovranità, come appare chiaramente in Robert Lucas[43]. Questo autore è arrivato ad affermare che l’economia ha cessato di esistere non appena è comparsa l’incertezza[44], che è come ammettere la pretesa probabilistica di una certa economia.

 

È un pensiero fondamentalmente ostile a tutto ciò che può rappresentare l’irruzione della politica, ma questa ostilità deriva da motivazioni che sono – queste sì – fondamentalmente politiche. Questo è visibile chiaramente nelle riflessioni tardive di Hayek[45]. Il filosofo italiano Diego Fusaro lo dice riguardo all’Euro[46]. Non è solo una moneta, ma una forma di governo, o più precisamente, di pressione sui governi, per ottenere da essi una conformità politica. Non possiamo far altro che essere d’accordo con lui. Ma questa pressione è ancora più pericolosa in quanto si cela sotto la pretesa di una cosiddetta razionalità economica.

 

Ma l’ossessione per le regole riguarda anche un’altra patologia. Gli studi di casi proposti nell’opera di David Dyzenhaus, La costituzione del diritto,giungono, in ultima analisi, a mettere in evidenza una critica del positivismo. Questa è fondamentale. Aiuta a capire come l’ossessione per la Rule of Law (ossia la legalità formale) e la fedeltà al testo vada spesso a vantaggio delle politiche governative, nonché sovra-governative. Più volte, questo autore evoca la propria analisi delle perversioni del sistema giuridico dell’ Apartheid[47], ricordando come questa giurisprudenza umiliante fosse meno legata alle convinzioni razziste dei giudici sud-africani che al loro “positivismo»[48]. In linea di  principio, questo positivismo rappresenta un tentativo di superare il dualismo di cui parla Schmitt tra la norma e l’eccezione. Ma possiamo ben vedere che è un tentativo insufficiente e superficiale.

 

Si ferma a metà strada e arriva, in questo senso, ad esiti che sono di gran lunga peggiori delle posizioni apertamente schmittiane (come quelle di Carl J. Friedrich[49]). In quantovia di mezzo, il positivismo fallisce perché non prende abbastanza sul serio l’eccezione. Continua a concepire le detenzioni e le deroghe come atti perfettamente “legali”, concretizzando norme più generali e prendendo da esse l’autorizzazione. È quindi possibile, sulle orme di David Dyzenhaus, considerare che il potere di eccezione risiede nel potere di cui dispongono tutti i cittadini, e il governo in primo luogo, di adottare misure che consentano il ritorno più veloce possibile alla normalità. Benché diffuso, questo potere non sfugge alla Rule of Law, perché una volta che il segnale d’allarme sarà spento, le autorità e gli individui dovranno essere in grado di dimostrare che hanno agito secondo la stretta necessità.

 

Il tema della sovranità quindi innerva in profondità il dibattito che oppone attualmente il governo italiano e la Commissione europea. Questo dibattito non è un dibattito su cifre o percentuali. È un dibattito fondamentale per determinare in che società vogliamo vivere. Il tema della sovranità conduce logicamente alla questione della democrazia, ma anche al rapporto che può esistere tra la legalitàe la legittimità. Per questo motivo è assolutamente fondamentale per il futuro delle nostre società.

Fonte: vocidallestero.it (qui) di Jacques Sapir, 10 novembre 2018 Traduzione di Etienne Ruzic.

Note

[1] Vedi Sul progetto di bilancio Italia piano 2019, pubblicato lunedì 15 ottobre sul sito ufficiale www.MEF.gov.it

[2] https://www.NewEurope.eu/article/will-Italy-Destroy-The-Eurozone-2/

[3] Vedi il recente articolo A. Mode, l’ex vicedirettore del dipartimento di ricerca del FMI. https://www.Bloomberg.com/opinion/Articles/2018-10-26/Italy-s-budget-isn-t-As-Crazy-As-It-Seems

[4]https://www.valeursactuelles.com/politique/Budget-italien-melenchon-prend-le-parti-de-Salvini-100250

[5] John MEVEL Pollici in Le Figaro, 29 gennaio 2015, Jean-Claude Juncker: “La Grecia deve rispettare l’Europa”. http://www.lefigaro.fr/international/2015/01/28/01003-20150128ARTFIG00490-jean-claude-juncker-la-grece-doit-respecter-l-europe.php Le sue dichiarazioni sono ampiamente riprese nel settimanale Politis, disponibile online: http://www.politis.fr/Juncker-dit-non-a-la-Grece-et,29890.html

[6] Evans-Pritchards A., “L’Alleanza europea dei fronti della liberazione nazionale emerge per vendicare la sconfitta greca”, Le Telegraph, 29 luglio 2015, http://www.telegraph.co.uk/finance/economics/11768134/European-allince-of-national-liberation-fronts-emerges-to-avenge-Greek-defeat. html

[7] Moatti C. Res publica-Storia romana della cosa pubblica, Parigi, Fathi, coll. Ouvertures, 2018.

[8] Jefferson T., “Note sullo stato della Virginia,” in, Writtings-a cura di Mr. Peterson, Biblioteca d’America, New York, 1984.

[9] Schmitt C., Legalità, Legittimità, tradotto dal tedesco da W. Gueydan De Roussel, Bookstore generale di legge e giurisprudenza, Parigi, 1936; Edizione tedesca, 1932.

[10] Schmitt C., Legalità, legittimità, Op. cit.

[11] Schmitt C., Teologia politica, Parigi, Gallimard, 1988, p. 16.

[12] Il cui rappresentante più eminente è stato Hans Kelsen, Kelsen H., Teoria generale delle norme, Parigi, PUF, 1996.

[13] Dyzenhaus D, Casi difficili in cattivi sistemi giuridici. Diritto sudafricano nella prospettiva della filosofia giuridica, Oxford, Clarendon Press, 1991.

[14] Signora R., « Mani sporche e guanti puliti: ideali liberali e politica reale “, Giornale europeo di pensiero politico, vol. 9, no. 4, pp. 412 – 430, 2010,

[15] Moatti C., Res Pubblica, op. cit., p. 35

[16]  È ciò che ho sottolineato in Sovranità, Democrazia, Laicità, Parigi, Michalon, 2016.

[17] Ammettiamo qui più che un’influenza di Lukacs G., Storia e coscienza di classe. Saggi di dialettica marxista. Parigi, Les Éditions de Minuit, 1960, 383 pagine. CollezioneArguments

[18] Cicerone La Repubblica [De re publica], T-1, trad. Esther Breguet, Parigi, Les Belles Lettres, 1980, I. 26,41.

[19]  Signora M., Politica nell’antica Roma-cultura e prassi, Roma, Feltrinelli, 1997.

[20]http://www.Slate.fr/Story/163862/souverainete-EUROPEENNE-Emmanuel-macron-probleme-legitimite-elitaire E https://www.la-croix.com/France/Politique/Macron-lEurope-instaurer-souverainete-europeenne-2018-05-03-1200936391

[21] Veda H. Haenel, “Rapporto di informazione”, no. 119, Senato, sessione ordinaria 2009-2010, Parigi, 2009.

[22]  Moatti C., Res Publica, op. cit., p. 254.

[23] Vedi Breton M. Storia del diritto romano, Parigi, edizioni Delga, 2016, p. 215.

[24] Wiseman T.P, “Lo stato a due teste”. “Come Romans ha spiegato le guerre civili” in Breed M.C., Damon C. e Rossi A. (ED), I cittadini della discordia: Roma e le sue guerre civili, Oxford-New York, Oxford University Press, 2010, p. 25-44

[25] Sapir J., Il nuovo ventunesimo Secolo, Le Seuil, Parigi, 2008.

[26] Sapir J., La fine dell’euroliberalismo, Parigi, Le Seuil, 2006.

[27] Sapir J., “Capitolazione”, nota pubblicata nella rubrica RussEurope, il 13 luglio 2015,  http://russeurope.HYPOTHESES.org/?p=4102

[28] Vedi “Il testo di Fassina” Nota pubblicata nella rubrica Russeurope Il 24 agosto 2015, http://russeurope.HYPOTHESES.org/4235

[29] Sapir J., “Sulla logica dei Fronti”, nota pubblicata nella rubrica RussEurope, il 23 agosto 2015, http://russeurope.HYPOTHESES.org/4232

[30] Schmitt C., Teologia politica, Parigi, Gallimard, 1988.

[31] Vedi la presentazione scritta di Pierre Rosenvallon a François Guizot, Storia della civiltà in Europa, reediz. del testo del 1828, Parigi, Hachette, coll. “Pluriel”, 1985.

[32] A. Bentley, Il processo governativo (1908), Evanston, Principia Press, 1949.

[33] Elster J. e R. Slagstad, Costituzionalismo e democrazia, Cambridge University Press, Cambridge, 1993

[34] Vedi la sua dichiarazione: https://www.BFMTV.com/politique/Pierre-Moscovici-traite-de-fasciste-l-EURODEPUTE-italien-qui-a-pietine-ses-notes-1552571.html

[35] Barry G., Il nemico: un ritratto intellettuale di Carl Schmitt, Verso, 2002. Vedi anche Kervégan J-F, Cosa fare con Carl Schmitt, Parigi, Gallimard, coll. Tel che, 2011.

[36] Holmes S., “Gag-rules o la politica dell’omissione”, in J. Elster & R. Slagstad, Costituzionalismo e democrazia, op. cit., p. 19-58.

[37] Sapir J., Quale economia per il XXI Secolo?, Odile Jacob, Parigi, 2005

[38] Spinoza B., Trattato Teologico-politico, Traduzione P-F. Moreau e F. Lagrée, PUF, Parigi, coll. Epithémée, 1999, XVI, 7.

[39] Haavelmo T. L’approccio di probabilità in economia, Econometrica, 12, 1944, pp. 1-118.

[40] Myrdal G., L’elemento politico nello sviluppo della teoria economica,  Harvard University Press, Cambridge, Mass., 1954

[41] Guerrien B. L’illusione economica, Omniprésence, 2007.

[42] MIROWSKI P., Più calore che luce, Cambridge University Press, Cambridge, 1990

[43] Lucas R.E. Jr., “Le aspettative e la neutralità del denaro”, Giornale di teoria economica, vol. 4, 1972, p 103-124.

[44] Lucas R.E. Jr., Studi in teoria del ciclo di affari, Cambridge, pressa del MIT, 1981, p. 224.

[45] Bellamy R., (1994). “Politica detronizzare”: liberalismo, costituzionalismo e democrazia nel pensiero di F. A. Hayek. Rivista di scienza politica britannica, 24, pp 419-441.

[46] Fusaro D., Il futuro è nostro. Filosofia d’azione, Bompiani, Milano 2014.

[47] Dyzenhaus D, Casi difficili in cattivi sistemi giuridici. Diritto sudafricano nella prospettiva della filosofia giuridica, op. cit.

[48] Dyze Dyzenhaus D., La costituzione della legge. Legalità in tempo di emergenza, Cambridge University Press, Londres-New York, 2006, p. 22.

[49] Il presidente della Corte Suprema Friedrich, L’uomo e il suo governo: una teoria empirica della politica, New York, McGraw-Hill, 1963

Autodeterminazione, Europa, Politica, Sovranità

Uno Stato democratico non è più libero di autodeterminarsi, neppure dopo l’esito regolari elezioni. Perché? Semplice, la sua sovranità è subordinata al potere dei detentori (privati) della moneta europea.

Dallo spread ti può difendere la Bce, a una condizione: il commissariamento sostanziale dello Stato, non più libero di decidere come indirizzare la spesa pubblica. Secondo il “Fatto Quotidiano”, sarebbe questo il piano che Mario Draghi ha esposto a Sergio Mattarella, nei giorni scorsi, al Quirinale. «Si tratta dell’acquisto diretto da parte della Bce di titoli di Stato a breve termine emessi dallo Stato in difficoltà, che però per accedervi deve concordare una sorta di memorandum con il Meccanismo Europeo di Stabilità. Di fatto un commissariamento». Nella sostanza: la Banca Centrale Europea, che continua a non voler emettere “eurobond” a garanzia del debito pubblico dei paesi dell’Eurozona, si appresterebbe a esercitare indebite pressioni – modello Grecia – su un paese come l’Italia, di cui non si tollera la decisione di andare in controtendenza, rispetto al pensiero unico neoliberista di Bruxelles, espandendo il deficit. In una nota, la Commissione Europea “avverte” che la previsione del Def gialloverde (disavanzo al 2,4%) non sarà digerita dall’Ue, anche se Lega e 5 Stelle ritengono indispensabile, quel disavanzo, per cominciare a finanziare reddito di cittadinanza, pensioni più dignitose e taglio del carico fiscale. Misure che, secondo il governo, rilancerebbero il Pil già nel 2019.

L’oligarchia finanziaria che domina le istituzioni comunitarie non arretra di un passo: la minaccia dello spread resta la sua arma principale. Una visione drammaticamente espressa dallo stesso Mattarella nel maggio scorso, quando spiegò la sua Di Maio e Salvinisorprendente decisione di impedire a Paolo Savona di diventare ministro dell’economia. I mercati finanziari privati ci punirebbero, disse sostanzialmente il capo dello Stato, in una sorta di ammissione di impotenza. Tradotto:uno Stato democratico non è più libero di autodeterminarsi, neppure dopo l’esito (molto netto) di regolari elezioni, perché ormai la sua sovranità è subordinata al potere – sovrano, ma non pubblico – dei detentori della moneta europea. Tutto vero? Certamente sì, se persino per un misero 2,4% di deficit il governo gialloverde dovrà lottare duramente, con Bruxelles, sopportando il prevedibilissimo ricatto a orologia rappresentato dall’impennarsi dello spread. E se l’incendio divampa, anziché acqua, lo strano “pompiere” Draghi si appresta a gettare benzina. Una sorta di aut-aut, di fronte al quale l’Italia dovrebbe in ogni caso soccombere: si può solo scegliere se morire di spread o di commissariamento del bilancio, attraverso un dispositivo-capestro come quello del Mes, che metterebbe fine a qualsiasi velleità di promozione sociale, tagliando la spesa.

Secondo il sito specializzato “Market News”, la Bce starebbe pensando di calmierare gli spread acquistando titoli di Stato, con un vincolo ferreo per i governi: sottoporsi alle forche caudine del Mes. Il piano allo studio, scrive il “Fatto”, nasce in previsione della fine del “quantitative easing”, il programma di acquisto di bond iniziato nel marzo 2015 e ora in fase di conclusione: dal 1° ottobre la spesa mensile è dimezzata e nel 2019 gli acquisti si esauriranno. «L’indiscrezione emerge nei giorni in cui è tornata a salire la tensione sui Btp». Secondo diversi quotidiani, solo due giorni fa il numero uno dell’Eurotower, Mario Draghi, ha incontrato al Quirinale il capo dello Stato, al quale ha espresso «preoccupazione per la sottovalutazione del contesto in cui il governo sta scrivendo la manovra», visto che “l’ombrello” del Qe si sta chiudendo. Secondo “Market News”, la Bce sta valutando l’opportunità di emulare la Fed statunitense, che sette anni fa vendette 400 miliardi di dollari in titoli a Mario Draghibreve termine, usando i proventi per riacquistarne altri a scadenza più lunga (un modo per ridurre i tassi e stimolare l’economia, ma – negli Usa – senza imporre clausole vessatorie).

Un intervento – osserva il “Fatto” – che nel caso europeo verrebbe applicato ai 2,6 trilioni di euro di obbligazioni nel bilancio della Bce. «Il tutto comporterebbe anche un rinvio di eventuali rialzi dei tassi, che sarebbero il primo passo di una svolta di politica monetaria in senso restrittivo ma appaiono improbabili in uno scenario di rallentamento della crescita globale e dell’Eurozona». Lo scorso aprile, aggiunge il quotidiano di Travaglio, anche gli analisti di Bank of America avevano ventilato l’ipotesi di un’operazione del genere sul portafoglio titoli della Bce per tenere bassi i differenziali e evitare il caos sul mercato dei bond. «Dal prossimo anno, se il Qe venisse meno senza l’attivazione di nuovi strumenti, l’unico “scudo” disponibile per un paese europeo che finisca sotto attacco della speculazione sarebbero le cosiddette “Outright monetary transactions” annunciate da Draghi nel 2012 durante il famoso discorso sul “whatever it takes” e mai utilizzate». In pratica, Bce acquisterebbe in modo diretto titoli a breve termine, a patto però che lo Stato accetti di sottoporsi alla supervisione del Mes, mettendo fine alla propria autonomia di bilancio.

Fonte: libreidee.org (qui)