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Economia, Politica

Deficit, una partita fuori tempo massimo

di Gianmaria Vianova – 7 luglio 2018 (tratto dal sito L’Intellettuale dissidente – qui)

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Il Governo Conte è nato incendiario ma rischia di morire pompiere. Ecco perché la partita sul deficit andava giocata in sede europea anni fa: oggi il rischio è che non sussistano le condizioni per spuntarla. La scelta è tra rispettare i vincoli, stringere complicatissime alleanze sul campo e strappare unilateralmente, ma per le ultime due rischia di essere troppo tardi.

Il Governo Conte è nato incendiario ma rischia di morire pompiere. Ecco perché la partita sul deficit andava giocata in sede europea anni fa: oggi il rischio è che non sussistano le condizioni per spuntarla. La scelta è tra rispettare i vincoli, stringere complicatissime alleanze sul campo e strappare unilateralmente, ma per le ultime due rischia di essere troppo tardi.

C’è un tempo per tutto. Uno per parlare, uno per tacere. Uno per amare, uno per saper andare oltre. Uno per gettarsi nella mischia, uno per capire che è meglio tirarsene fuori. Le tempistiche sono fondamentali. La fisica gira attorno al tempo, l’universo con lei. Le ere hanno una collocazione temporale, persino le partite di calcio girano attorno al dio Crono. Questo, il Governo Conte, lo deve capire. Quando giunge l’estate, la stagione in cui il Mediterraneo si riempie di turisti e crisi migratorie, è il momento giusto per prendere una posizione, riacquistando peso politico, riguardo ad ombrelloni e accoglienza. È anche vero, però, che quando si è un governo giovane, in età preadolescenziale, le estati volano. Le foglie ingialliscono, la maturità incombe e bisogna cominciare a pensare al denaro. L’autunno, le responsabilità. Si vuole raggiungere l’indipendenza, attuare delle scelte. Fuor di metafora: disegnare una manovra economica.

Partiamo da questo presupposto: il contratto di governo costa. È oramai entrata nella storia l’analisi dell’Osservatorio sui conti pubblici guidato dall’onnipresente Carlo Cottarelli: tra i 109 e i 126 miliardi di euro in maggiori uscite. Secondo il primo ministro mancato, il tempo suggerisce di tirare la cinghia e ridurre il debito. Per Lega e Cinque Stelle sembrava invece che l’orologio indicasse più deficit. Una legislatura da incendiari, con la riscoperta di stimoli keynesiani che per l’Europa paiono novecenteschi (per gli Stati Uniti chiedere ad Obama). Poi il Governo Conte è nato: all’economia, da Roma Tre con furore, Giovanni Tria. Ma, inutile nascondersi, per quanto riguarda la posizione nei confronti degli euroburocrati Tria non è Savona, così come Savona non era Bagnai. Sin dalle prime uscite pubbliche il Ministro ha espresso parole di continuità rispetto al precedente esecutivo. Niente voli mirabolanti, gli obiettivi di bilancio verranno rispettati, non attaccheremo Bruxelles, tutto rimandato al 2019. Ok, tempo al tempo, ma pare che il nato incendiario stia stirando la tuta ignifuga e aumentando la pressione dell’autopompa: a morire da pompiere ci vuole un istante.

Secondo i calcoli di Cottarelli il rapporto deficit/Pil andrebbe al 9% comprendendo i moltiplicatori, consci che questi ultimi hanno la stessa affidabilità dei rumor sulla ipotetica reunion degli Oasis

Sia chiaro, se uno volesse applicare in toto il contratto il tempo lo potrebbe trovare. Aprire i rubinetti, invitare amici alle aste del Tesoro e vai di deficit. Sebbene ce lo si racconti da decenni, il deficit non è un peccato religioso, né un crimine perseguibile per legge. Sta ai libri di economia come la salsa di pomodoro alla pizza: è la normalità. È provato che un disavanzo del settore pubblico provochi un avanzo pressoché speculare – ad osservare i trend – nel settore privato. La realtà è una sola, c’è chi la vede mezza piena (stimolo della domanda, maggiore crescita, riduzione del rapporto debito/Pil) e chi mezza vuota (i neonati nascono con più debito sulle spalle). Il fatto è questo: c’è un tempo per leggere un economista “eterodosso” sotto l’ombrellone e un tempo per trovare il modo di sfuggire alle maglie dell’ordinamento europeo.

Bella la magia dei saldi settoriali: se lo Stato spende di più il privato riceve di più

“Fare” deficit – e il verbo fare è pertinente perché comporta un’azione convinta e diretta, prettamente attiva – va contro i dettami di Bruxelles. L’astronave Italia dovrebbe infatti seguire una traiettoria di rientro nell’atmosfera del bilancio in accordo con l’Ue: deficit all’1,6% quest’anno, 0,8% nel 2019 e pareggio nel 2020. Il DEF approvato in aprile dal governo uscente, in questo senso, non è stato ritoccato. Certo, tempo al tempo anche in questo caso, ma dopo un po’ bisognerà cominciare a dire “chi è al governo non aspetti tempo”. Il programma di governo è la sublimazione dell’aggettivo “ambizioso” e ci sono solo due vie per attuarlo in toto: ignorare l’Ue oppure prendere una pala e scavare in giro per il bilancio alla ricerca di coperture, tante coperture. A leggere il DEF, “riconsiderare in tempi brevi il quadro di finanza pubblica nel rispetto degli impegni europei per quanto riguarda i saldi di bilancio 2019-2021”, pare che sia stata scelta la strada europeisticamente più battuta. Conte, Di Maio e Salvini sanno che ai loro sostenitori potrebbe bastare anche solo un assaggio del “contratto del cambiamento”: la base legastellata è per definizione indulgente con i propri vertici e sarà disposta ad ingoiare una discreta quantità di rospi, a meno di clamorosi tradimenti percepiti sin nel profondo (è pur sempre un elettorato deluso, per buona parte ripescato in extremis dall’astensione). Ebbene, se anche si volesse attuare un piano economico gradualmente, bisognerebbe comunque aggredire le clausole di salvaguardia, da disattivare entro il 31 dicembre (costo: 12 miliardi) salvo volersi tirare addosso, masochisticamente, l’ira di ogni essere umano senziente.

Contratto del cambiamento o no, le risorse vanno trovate. Ecco che, manco a dirlo, è tempo di porsi una domanda: c’è la volontà di scardinare il paradigma delle risorse scarse? Se sì, nonostante i segnali discordanti (“uno e Tria”, “uno Tria e centomila” li hanno già usati?) i luoghi chiave non sono più tanto le commissioni bilancio di Camera e Senato, dove albergano Borghi e Bagnai, quanto Strasburgo e Bruxelles. Certo, nulla vieterebbe al Governo Conte di procedere unilateralmente, senza previa consultazione con gli “ufficiosi commissari”: le conseguenze, però, ci sarebbero. Privi di sovranità monetaria e di una classe di tecnici disposti a strappare, la macchina della speculazione si metterebbe in azione. Ad ogni punto di spread un editoriale apocalittico. Ad ogni diretta Facebook fiume ed improvvisata di Salvini e Di Maio (perché le farebbero, eccome) una affermazione estrapolata fuori dal contesto diventerebbe una sentenza. Agenzie di rating, partner europei ed euroburocrati parlerebbero dell’Italia come della Cenerentola che si è illusa un’altra volta. La verità fa male, ma è la seguente: nel regno dell’informazione compulsiva e largamente prezzolata non frega niente a nessuno se sei in avanzo primario da oltre 20 anni, contano solo le apparenze.

Borghi e Bagnai, L’ex uomo di Deutsche Bank e l’ex professore vicino alla sinistra, oramai soprannominati B & B, rappresentano la componente più euroscettica delle forze al governo

C’è un tempo per tutto. Uno per pubblicare pdf del contratto e un altro per buttare giù un piano d’azione. La soluzione più chirurgica ed asettica sarebbe quella di un accordo, reale, in sede europea. Ribaltare, una volta per tutte, il paradigma dell’austerità a tutti i costi, del principio contabile di fronte a quello umano, del tasso di disoccupazione che anche se è altino va bene, perché tende al NAIRU. Con l’avanzare dell’onda “populista” e dell’euroscetticismo ci si potrebbe quindi illudere che questo sia il momento propizio. Il fatto è che no, non solo non è il momento propizio: dichiarare guerra al deficit nel 2018 è un atto fuori tempo. Guardiamoci attorno. In Francia Macron spinge per un Fondo Monetario Europeo, quindi maggiori controlli sulla politica fiscale. In Spagna i socialisti di Sanchez, con il loro governo di minoranza, non hanno la minima intenzione di uscire dal seminato dopo la traumatica opera di deflazione salariale attuata. In Germania una Merkel scricchiolante non sarà mai a favore di politiche espansive. Kurz in Austria men che meno. In una Unione mai così disunita e caotica nei rapporti non bisogna confondere gli interessi nazionali in politica migratoria con quelli di politica economica. Nel 2018, allo stato dell’arte, nessuno ha interesse nell’addolcire i vincoli di bilancio. In altre parole nessuno ha interesse nel seguire l’Italia in questa battaglia, non gratuitamente per lo meno.

Componenti del Pil dell’Eurozona, dall’European economic forecast della Commissione Europea datato maggio 2018

Nello European economic forecast di maggio, la Commissione Europea analizzava la situazione delle varie economie dell’Unione. Interessante il grafico qui riproposto, che spacchetta le componenti della crescita, mettendole in relazione con il tasso reale di variazione del Pil e il famigerato “output gap” (la differenza tra la velocità registrata dell’economia e la sua velocità massima potenziale). Notiamo tre cose: la crescita del Pil si dovrebbe assestare sul 2%, le componenti principali della crescita sono consumo privato e investimenti, l’economia europea viaggia già al pieno regime di equilibrio previsto dalle istituzioni. Traducendo, agli occhi dell’Ue: non è necessario stimolare la crescita, il settore privato si è già messo in moto, ulteriore stimolo in disavanzo potrebbe provocare squilibri, quindi a disattendere i principi fondanti della costruzione europea stessa (ovvero l’anteposizione dell’equilibrio di economia sociale fortemente competitiva e dei prezzi alla piena occupazione).

Anche focalizzandoci unicamente alla situazione italiana, i presupposti non cambiano:

Componenti del Pil Italiano, dall’European economic forecast della Commissione Europea datato maggio 2018

L’output gap dell’Italia è destinato a sconfinare in territorio positivo, quello che per la dottrina amante del libero mercato autoregolatore è il campo dell’irreale: l’economia italiana ha raggiunto un nuovo equilibrio che è necessario preservare e non certo macchiare con politiche non convenzionalmente accettate come “salutari”.

Nelle righe precedenti si è accennato spesso all’importanza del tempo. Ecco, il tempo giusto per sbattere i pugni sul tavolo (ma sul serio, non per gioco) pare essere passato. Laddove i grafici sopra riportati presentavano un’area viola, in corrispondenza dei valori negativi, l’Italia si sarebbe dovuta muovere con forza. Tra il 2011 e il 2016, infatti, tutta l’economia europea viaggiava ben al di sotto delle proprie potenzialità. Allora si sarebbe dovuto lavorare per addolcire i parametri europei, introducendo il concetto di “politiche anticicliche” nelle sedi opportune e piani formali di stimolo, anche nel caso ciò si dovesse ripetere nel futuro. Allora, l’Italia, fu troppo occupata a rientrare in fretta e furia all’interno dei parametri del 3%, sempre per evitare che a Bruxelles si mettessero a rispolverare la VHS di Cenerentola, doppiata nella lingua di Dante.

I deficit fatti registrare da Italia (rossa), Francia (blu) e Spagna (viola) tra il 2007 e il 2017: Roma è rientrata prontamente all’interno dei vincoli di Maastricht, la Francia solo nel 2017

Durante la crisi peggiore dal ’29 (ma rispetto a quest’ultima più persistente) il primo pensiero delle istituzioni sovranazionali per l’Italia fu il rientro dal deficit. Ok, lo fu per tutte. Il Six Pack, i fondi salva Stati, l’indipendenza della Bce. Per Roma, però, il conto fu più salato, unendo l’utile – non nostro – al dilettevole – altrui: il debito pubblico andava contenuto e, allo stesso tempo, bisognava comprimere la domanda interna, le importazioni e riequilibrare la bilancia commerciale. L’Italia si trovava a dover fronteggiare una lotta nell’interesse nazionale con un bipolarismo sghembo. Da una parte un Silvio Berlusconi debole, al quarto mandato, vittima di sé stesso e inseguito dalla giustizia: con una lettera della Bce fu avvisato, con la spallata dello spread fu destituito. Dall’altra il centrosinistra, il Partito Democratico, formazione politica più irriducibilmente europeista forse di tutto il continente, pervasa da una esterofilia tale da spingerla a sostenere Monti e tutte le politiche di Letta, Renzi e Gentiloni, comprese le loro battaglie “che non erano nell’interesse dell’Italia” (come lo stesso Renzi dichiarò su Twitter). Uno scacchiere sterile, durante un caos sotto al cielo. Ecco, proprio per quello la situazione era perfetta, ma il libro di Mao in libreria era finito.

Un tweet che probabilmente non passerà mai di moda

Si sarebbe potuto decidere di operare clandestinamente in deficit, come Francia e Spagna ci hanno insegnato, oppure esporre una visione di lungo periodo. Non fu fatto nulla di tutto ciò. Il risultato, nel 2018, è una congiuntura economica apparentemente migliorata, in cui la crisi è stata debellata nei numeri e i partner europei non sanno neanche più cosa sia la recessione. L’economia italiana, con  la fiacca ripresa all’ 1,4%, vive una crescita senza riduzione della disoccupazione o del tasso di povertà. Com’è possibile? Probabilmente il sistema economico, lasciato alla mano invisibile del mercato, ha raggiunto un nuovo equilibrio, con tasso di disoccupazione naturale superiore al 10% e il 99% dei nuovi lavori a tempo determinato (ce lo dice l’ISTAT).

Non si avrà mai una controprova, ma se l’Italia si fosse uniformata all’andazzo dilagante attuando una politica fiscale espansiva quando opportuno probabilmente lo stimolo alla domanda internaavrebbe potuto giovare nella creazione di situazione di equilibrio più clemente e positiva. Certamente una correzione a base di spesa pubblica si sarebbe rivelata meno dolorosa di quella applicata, dato che nel menù si annoveravano deflazione salariale, bassi tassi di utilizzazione della capacità produttiva e riduzione del potere d’acquisto delle famiglie.

Solo un posto di lavoro dipendente su cento creato tra il maggio 2017 e il maggio 2018 è a tempo indeterminato, secondo l’ultimo report dell’ISTAT

C’è un tempo per tutto, lo si è detto. Era anche giunto il tempo dell’Eurozona, o meglio il tempo di morire. Crisi dei debiti pubblici, deflazione, mancanza di strumenti tali da poter assorbire gli shock. A Bruxelles sapevano, hanno finta di non vedere. Quando i burocrati si sparavano maratone di discorsi della Thatcher, pensando a come raggiungere il nirvana dello Stato minimo senza eliminare il carrozzone pubblico che dà loro un lavoro (senza riuscirci), chiusero le finestre. Liberi tutti, andate e spargete il deficit. Sarebbe bastato far valere il peso del Paese allora, terza economia dell’eurozona, per seguire a ruota e rimandare, come razionalità e scienza economica recitano, l’austerità a momenti di espansione successivi.

Siccome l’Ue lasciava sforare in barba ai trattati, i Paesi “trasgressori” non avevano motivo di svegliare il cane che dormiva, impuntandosi nel voler riscrivere le regole: Roma invece – con la storica volontà e testardaggine che ci ha portati affannosamente nell’Euro (consci dei fallimenti di serpenti monetari e SME) e con quel senso di inferiorità instillato dapprima internamente dall’intellighenzia progressista e solo poi cavalcato dall’esterno – ha voluto fare la prima della classe. Sempre al primo banco, “maestra, maestra!”, sperando in una valutazione clemente alla fine dell’anno. Il problema è che il voto dell’esame di terza media conta come il taglio dei vitalizi dei parlamentari sul bilancio: la frazione della frazione della frazione di una qualsiasi entità avente consistenza.

Letta e Renzi leggono il salatissimo conto della cena consumata il 4 marzo: quella sul deficit era una battaglia che la sinistra poteva e doveva fare propria, invece il Pd si è illuso che gli italiani avrebbero giustificato i sacrifici in un’ottica di coerenza e rispetto verso Bruxelles

Senza politica fiscale espansiva ci siamo affidati a quella monetaria accomodante. Il problema è che, al di là dello storytelling, quella servì primariamente a dare l’ossigeno ad un paziente in stato comatoso. Draghi infatti ha proceduto ad oltranza, ben più della Fed o della Bank of England, per non far saltare tutto e calmierare i tassi, mica per altro. Ora che nel 2019 i rubinetti verranno chiusi (sebbene non si prevede che nel breve termine la Bce dreni la liquidità immessa) cosa ne avremo ricavato? Conclamata flessibilità che si scontra con clausole di salvaguardia automatiche al retrogusto di ipoteca, una Imposta sul Valore Aggiunto che oramai è un essere senziente che cresce per suo conto manco Stranger Things e un obiettivo di pareggio di bilancio che suona come una condanna. C’è un tempo per tutto e quel tempo, con le condizioni ideali s’intende, è passato. Mettersi a sforare unilateralmente, ora, non ha giustificazioni politiche: per farlo bisogna essere pronti a solcare un mare in tempesta e a conservare ogni goccia di lucidità.

I protagonisti della serie Netflix osservano IVA, la creatura misteriosa che non smette mai di crescere

Se il governo vuole davvero operare una forte discontinuità deve agire come un ninja, data la difficoltà aumentata esponenzialmente. Il piano d’azione non può limitarsi al DEF, ma deve scendere nelle piazze e irrorare carta stampata e pagine Html. Va sradicato l’autorazzismo che ci ha sempre spinto ad accontentarci e, altresì, sfatato il mito che vede in un piano B (che sia d’uscita dall’Euro, di fonti di finanziamento alternative o di shock fiscali) una minaccia. Bisogna armarsi negozialmente, studiarsi la teoria dei giochi ed essere consci che in questa battaglia sui vincoli di bilancio l’Italia sarà sostanzialmente sola. Niente più comizi improvvisati sul tema, giro di vite sulle dichiarazioni in ambito economico, bando all’argomento durante dirette improvvisate sui social. Un’opera meticolosa, alla ricerca di margini. Logorante, asfissiante, certosina. Il governo deve sperare che l’Ue mostri il fianco, si riveli spietata e del tutto autoreferenziale. Bisogna essere scaltri, con molte notti insonni e tanti fatti. Ci si chiede se il governo abbia le capacità per attuare questa strategia oramai fuori tempo massimo, ma ancor prima se abbia la volontà di volerla intraprendere. In caso contrario, mano allo Stato sociale e occhio al portafogli.

Economia, Rivoluzione digitale

Occupazione & Disruption: Cosa devono sapere i tuoi figli. Le azioni di governo.

di Paolo Barnard (qui)

Ecco cosa Roma deve immediatamente iniziare a fare. Ma prima due parole essenziali.

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La definizione di Disruption, come già scritto, è di qualcosa che arriva e cambia tutto ciò che è esistito prima. Le politiche di creazione di lavoro in Occidente che i nostri padri e noi abbiamo conosciuto finora, oggi saltano con la Technological Disruption, assieme a tantissimo altro. Ma di nuovo: i contemporanei di un fenomeno epocale di cambiamento sempre faticano a svegliarsi di fronte al nuovo, e questo si traduce in drammi, sempre. Quanti italiani oggi leggono i giornali al mattino cercando ansiosamente notizie sulle politiche del lavoro del Ministro Di Maio per laDisruption? Nessuno. Eppure la leadership mondiale non ha più dubbi sul fatto che essa ribalterà, come mai prima nella Storia, proprio l’occupazione di numeri impressionanti nel globo.

Ma il disinteresse degli elettori si traduce direttamente in un’obbligata mancanza d’azione da parte dei politici e dei media sullo sviluppo dell’Italia nella Disruption. Politicanti e media devono ‘vendere’ in cambio di voti e di audience, e non venderanno mai cose che nessuno cerca nei giornali la mattina. Infatti i politici hanno il vincolo del breve mandato e l’ossessione cieca del voto-subito entro il mandato, per cui non s’impegneranno mai in politiche e dibattiti che all’italiano medio sembrano fantascienza, e dunque rimangono a rimestare sempre la stessa retorica acchiappa voti sui soliti temi. Idem per i media: essi sanno che la Disruption è una news che oggi si può vendere agli italiani solo al 300esimo posto dopo la Casta, la corruzione, il politici-ladri, gli immigrati, le polemiche Tv ecc, e trattano il tema principalmente come folklore da futuristi. Risultato: non un singolo organo di stampa italiano sta davvero informando su come sarà stravolta l’economia, la politica e la fabbrica sociale di ogni Paese moderno per mano della Disruption.

E così si compie un circolo vizioso devastante per l’Italia, che, come sempre accaduto, arriverà arrancando da fanalino di coda mentre Francia, Germania, Svezia, Svizzera, Gran Bretagna, Russia, Cina, Sud est asiatico e ovviamente gli USA si saranno già spartiti l’immensa torta del lavoro e del PIL da Disruption. Risultato: i giovani italiani nel precariato, disoccupazione, e ancora disperatamente dipendenti da quel rivolo che gli rimane del risparmio di nonni e genitori degli anni 70’-90’, prigionieri di un Paese sempre più PIGS. E non ho fatto un errore di battitura: proprio PIGS, Portogallo Italia Grecia Spagna, perché invece l‘Irlanda sta capendo e cavalcando la Disruption, è ha già preso il volo da quell’acronimo infame.

Ma non è destino degli Dei che debba andare così, tutto sta a voi assieme ai pochissimi divulgatori come me che vi mettono nelle mani gli strumenti per capire la Disruption e per sapere cosa farà al PIL e all’occupazione. Quindi ora vi elenco almeno le fondamentali idee su cosa, come elettori, dovete subito pretendere dalla politica come azioni, leggi, e investimenti. Per l’ultima volta: ne va dei vostri figli e dei giovani italiani appena giunti sul mercato del lavoro, ma anche di molti di voi non proprio anziani.

AZIENDA CHIAMA MINISTERO ISTRUZIONE… MA 24 SU 24, 7 SU 7.

Nel capitolo precedente ho riportato con insistenza ciò su cui ogni singolo esperto mondiale è concorde: “Per mettere al riparo i nostri figli, e i giovani già oggi al lavoro, dai maggiori rischi c’è una sola arma concreta: per i primi una formazione scolastica e universitaria più aggiornata possibile che li presenti al mondo del lavoro come appetibili; per i secondi l’impegno di Stato e aziende nella riqualificazione, ma a vita… I governi giocano qui il ruolo principale con interventi generosi nei bilanci”.

Ma ahimè gli analisti ci pongono un altro problema critico: la velocità di sviluppo delle nuove tecnologie per il lavoro è talmente forsennata che è già stato calcolato che diversi skills – così si chiamano le competenze centrali per la Disruption – che vengono insegnati agli studenti oggi, tempo che gli studenti si presenteranno ai colloqui di lavoro in aziende saranno già obsoleti. In parole semplici: mentre tu studi intensamente un’applicazione di Machine Learning per l’edilizia, Machine Learning ne ha scovata una migliore, tu ti presenti al colloquio di lavoro e il datore se ne fa poco di te. Scrive il Massachusetts Institute of Technology Initiative on the Digital Economy: “Le tecnologie cambiano i modelli di business e molto spesso questi si traducono in uno sconvolgimento simultaneo del set di skills che le aziende necessitano. I business leaders sono concordi nel segnalare che già oggi questo gli crea difficoltà nell’assumere”. Questa non è una finezza che colpirà gli super specializzati: sarà un problema enorme proprio sul mercato del lavoro dei giovani, e altrettanto enorme per eventuali programmi di apprendistato, che rischiano di diventare degli autogoal con sprechi di finanziamenti enormi.

Ma la soluzione c’è, ed è la prima azione di partnership fra governo e aziende che va assolutamente chiesta dagli elettori. PROPOSTA 1.

Nel capitolo “DISRUPTING LA POLITICA DOMESTICA COME MAI PRIMA. BIG DATA”, nella seconda parte di questo articolo, davo conto dell’inimmaginabile potere di efficiente governanace che le tecnologie di Big Data possono oggi dare al governo. La stessa Cloud prevista in quel dirompente progetto dovrà essere usata da tutto il sistema produttivo italiano di beni e servizi in un dialogo diretto, proprio in tempo reale, col Ministero dell’Istruzione Ricerca e Università (MIUR), che gli segnali esattamente come sta cambiando la natura degli skills dentro le aziende, gli ospedali, e le varie istituzioni. Il MIUR, come sollecitano gli esperti internazionali, dovrà avere l’elasticità e prontezza di riflessi di trasmettere immediatamente a scuola e università il messaggio dei datori di lavoro, affinché il MIUR stesso in collaborazione con i docenti si attrezzi per cambiare in corso d’opera l’insegnamento degli skills ai giovani futuri dipendenti. Questo è il tipo di ambizioso progetto che un Paese oggi deve essere in grado d’intraprendere se davvero è serio sulla difesa del lavoro. Un salto innovativo in linea con gli attori vincenti nella Disruption. Scrive McKinsey Global: “I governi devono totalmente riconsiderare i modelli scolastici odierni. La questione è urgente, e devono mostrare una leadership di grande coraggio nel riscrivere i curricula. E’ un’elasticità che da decenni il mondo del lavoro attende”.

IL RESKILLING E’ SULLA BOCCA DI TUTTI. MA DEVE ESSERE INTELLIGENTE.

Come detto nel capitolo precedente “L’impresa del reskilling (riqualificazione) di milioni d’italiani non è un optional, è l’aria da respirare, e ogni singolo analista al mondo oggi lo dice chiaro: i governi giocano qui il ruolo principale con un intervento generoso nei bilanci”. Purtroppo su dove l’Italia degli asfittici bilanci dell’Eurozona troverà le risorse per riqualificare masse di lavoratori e per evitarci una vera catastrofe sociale soprattutto fra i dipendenti maturi, non ho la più pallida idea.  Su come procedere strategicamente gli esperti sono chiari. PROPOSTA 2.

Sarà un lavoro di reskilling (o di upskilling) dei lavoratori a vita, per ogni settore che fa PIL italiano. Dovrà essere intelligente, il che significa innanzi tutto che va fatto in partnership con il settore privato dell’Italia, il quale deve saper dimostrare una Vision ben oltre la sua tradizionale e provinciale parcellizzazione. Ma soprattutto le tecnologie di Big Data (di nuovo) dovranno essere usate da governo e datori di lavoro per “better forecasting data and planning metrics”, cioè saper prevedere le svolte e pianificare con largo anticipo la richiesta dei talenti, su cui poi appunto lanciare in tutto il Paese programmi di reskilling (o diupskilling) con chirurgica precisione (come indicato nella PROPOSTA 1).

PUNTARE SU ENABLING, E AVVISARE SU REPLACING.

Dunque l’Italia è alla storica sfida dell’Occupazione & Disruption. Il potere globale di quest’ultima è senza limiti, ma i governi possono governarla per tutelare l’impiego nella colossale tempesta dei cambiamenti, e di questo sto trattando qui. In questo sforzo il governo deve comprendere un aspetto cruciale che distingue le tecnologie della Disruption: esse si dividono in due rami, quelle di tipo Enabling e quelle di tipo Replacing. Come spiegato nel capitolo precedente, la Disruption porterà sia una richiesta di lavori già esistenti riformulati in nuove versioni, che proprio nuove professioni che oggi non esistono. In questo caso essa permetterà– sarà Enabling – vasti bacini di posti di lavoro. Ma è anche vero che essa spazzerà via schiere di mestieri perché le macchine ‘pensanti’ li rimpiazzeranno – sarà quindi Replacing. Ne consegue una scelta politica. PROPOSTA 3.

E’ totalmente futile ed economicamente distruttivo continuare a spendere sia fondi pubblici che fondi privati (delle famiglie) per formare giovani, o per incoraggiare lavori, destinati alla categoria dove le tecnologie saranno di tipo Replacing, poiché significa destinare esseri umani a un suicidio lavorativo certo. Ho trattato in modo esaustivo quali sono i settori professionali più favoriti e quali invece i più condannati dalla Disruption nel capitolo precedente. Occorre dunque una campagna di consapevolezza a carico del governo italiano che sia capillare e immediata nel tempo, così da permettere sia al settore pubblico che alle famiglie di agire cambiamenti in questo senso. Dall’altra parte l’Italia dovrà investire massicciamente nell’adozione del maggior numero di tecnologie Enabling per ovvi motivi di creazione di lavoro, ma dovrà anche essere scaltra nell’incoraggiare quelle che si adattano meglio alla struttura sociale, alla conformazione territoriale e produttiva del nostro Paese. Un esempio concreto: siamo uno dei popoli più longevi del mondo, perciò la cura extra ospedaliera dei nostri anziani arricchita dalle nuove tecnologie Enabling del settore è garanzia di creazione d’innumerevoli mansioni a ogni livello di complessità (settore del Personal Care). Sono mansioni che saranno utili a nuovi impieghi sia per i cittadini meno skilled che per gli specialisti. La medesima strategia va applicata alla nostra struttura architettonica, geografica, energetica et al., per di nuovo generare ampio impiego.

STATISTI, GRANDI IDEE: GLI INVESTIMENTI DELLA VISION NAZIONALE.

Non siamo, purtroppo, una nazione che si è mai distinta nella Storia moderna per la Vision, che è la dote degli Statisti di rilanciare in avanti con grandi idee su investimenti strategici, lungimiranti e dirompenti. Governare un Paese è un compito che comprende in sé migliaia di micro aspetti, micro politiche, micro nomine e un lavoro legislativo che di conseguenza è sfinente fra micro regolamenti, decreti, normative. Ma il vero mestiere del leader è quello proprio di dettare alla nazione le grandi ambiziose direttive, cioè appunto le Vision, che davvero disegneranno il futuro di milioni di cittadini. Oggi con la Disruption l’esistenza di queste grandi ambiziose direttive non è più un fiore all’occhiello per una nazione, al contrario, fa la differenza fra esistere o perire, fra potersi permettere una democrazia compiuta o languire nella servitù moderna. PROPOSTE 4,5,6,7.

Ho già pubblicato nella seconda parte di questo articolo quattro proposte di ampiezza nazionale e dirompenti per l’economia e per l’occupazione dell’Italia che il governo dovrebbe con urgenza considerare. Le trovate coi seguenti titoli:

DISRUPTING LA POLITICA DOMESTICA COME MAI PRIMA. BIG DATA.

DISRUPTING L’INTERO PIL ITALIANO COME MAI PRIMA: L’ESERCITO DEI DEVELOPERS.

DISRUPTING LA STORIA DEL COMMERCIO IN ITALIA: GLI SMART LOGISTIC NETWORKS.

DISRUPTING L’OCCUPAZIONE IN ITALIA: I PUNTI PRECEDENTI E LA SCUOLA DELLA DISRUPTION.

In questi tre interventi a puntate su Occupazione & Disruption ci sono abbastanza chiarimenti, dati, e proposte innovative per tutelare due generazioni d’Italiani a fronte del più dirompente cambiamento occupazionale dal 1775 a oggi. Continuo a ripeterlo: le soluzioni a problemi sistemici devono essere sistemiche, il resto sono truffe vendute da politici cinici a un pubblico stupido, i cui figli poi piangeranno per generazioni.

Economia, Rivoluzione digitale

Occupazione & Disruption: Cosa devono sapere i tuoi figli. Lavoro sì, Lavoro no.

di Paolo Barnard (qui)

PARTE SECONDA

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Riprendo dalla parte precedente. Nel vitale tema di Disruption & Mondo del Lavoro abbiamo già elencato dei fatti chiari.

A): La Disruption sta piombando sul mercato del lavoro con un grande pericolo: una violenta disparità nei redditi fra chi nella forza lavoro la saprà cavalcare e chi meno.

B): Ci sarà un effetto di trasformazione di questi tutte le professioni esistenti, principalmente per l’effetto di Artificial Intelligence (AI) e di Machine Learning, che rappresentano molto di più di ciò che l’arrivo dei personal computers rappresentò per tutte le professioni 40 anni fa. Questa trasformazione farà però nascere lavori che oggi non esistono.

C): Alcune professioni saranno eliminate del tutto. Le più a rischio di sparizione sono quelle caratterizzate da mansioni ripetitive, perché per esse l’AI è un portento.

D): Per mettere al riparo i nostri figli, e i giovani già oggi al lavoro, dai maggiori rischi c’è una sola arma concreta: per i primi una formazione scolastica e universitaria più aggiornata possibile che li presenti al mondo del lavoro come appetibili; per i secondi l’impegno di Stato e aziende nella riqualificazione, ma a vita.

E): L’idea di risolvere ogni problema di esclusione dal mondo del lavoro a causa della Disruption impiegando i Redditi di Cittadinanza è in ogni caso precaria, ma nell’Italia ingabbiata da limiti di spesa pubblica soffocanti (Eurozona), essa è fallimentare.

F): Diffidate di chiunque si esprima su questo tema di Disruption & Mondo del Lavoro in termini in bianco e nero, come chi dice: “Sarà un paradiso di nuovi lavori per tutti” vs “Sarà la fine del lavoro e vivremo emarginati mentre le macchine faranno tutto”.

Capire le tendenze in modo intelligente è ciò che salverà i vostri figli studenti, o i giovani occupati, da enormi incertezze nel mondo del lavoro. E io scrivo per permettervelo. Continuiamo con più dettagli sui quali lavori sono a rischio e quali invece no.

DOVE CADRA’ LA SCURE E DOVE INVECE CI SARA’ RICHIESTA.

Leggendo i grandi studi su Disruption & Mondo del Lavoro delle maggiori Consultancies del mondo, come PwC UK, Deloitte, McKinsey, o Accenture e di alcuni top accademici del settore – loro sono i massimi esperti, avanti anni rispetto ai Ministeri del Lavoro e molto più scientifici – si nota un accordo di tutti su quanto segue. Almeno nella prima fase della Disruption, i settori dove le perdite d’impiego saranno più forti a causa dell’AI, della robotica, e in genere delle nuove tecnologie, sono (in ogni settore cadranno diversi mestieri):

Impiegati, contabili e amministrativi; manifatturiero e manodopera produttiva; costruzioni ed estrazioni; avvocatura e giudici; installazioni e manutenzione; operatori gru e trattoristi; alcune mansioni in agricoltura; meccanici e riparatori; le arti, design, intrattenimento, settore sport e media; alcune mansioni in hotel e viaggi.

Quelli che invece guadagneranno maggior impiego in assoluto sono:

Business e finanza; managers; informatica e matematica; architettura e ingegneria; rappresentanti; istruzione e formazione; farmacisti; infermieri e OSS; assistenti all’infanzia; camerieri; pensatori creativi e manager per la Disruption.

Tutti gli altri settori coi loro mestieri stanno nel mezzo, ma, come già detto, nessuno sarà risparmiato dalle nuove tecnologie. Però attenti, frenate subito.

E’ dunque vero che schiere di persone perderanno il loro lavoro così come l’hanno sempre conosciuto, ma la Disruption anche in questi casi offre possibilità di recupero, nella riqualificazione, nell’aumento di richiesta per certe professioni, e nel fatto che nasceranno lavori che oggi non esistono.

Tutto qui dipende da due fattori in ordine d’importanza: la velocità dei governi nel legiferare misure per cavalcare la Disruption e per favorire la nascita dei nuovi lavori; e l’intelligenza dei datori di lavoro nel capire che l’epoca dell’egoismo del profitto è morta, gli porterà solo fallimenti certi e che invece il futuro digitale impone intelligenza, che significa coordinamento fra aziende, e fra di esse e lo Stato.

E’ per questo che io oggi ‘grido’ a voi elettori/genitori di capire cosa sta accadendo subito, ora, non domattina, e di agire di conseguenza presso i partiti di riferimento e la stampa. Pena lo scempio dell’occupazione giovanile, ma anche di molti altri, in Italia.

RE-IMPIEGO E NUOVE PROFESSIONI.

Entro il 2030 si stima che fino a 375 milioni di posti di lavoro globalmente dovranno essere reskilled, cioè riqualificati. Ad esempio: nel manifatturiero e nella manodopera produttiva, dicono gli esperti, cadranno mansioni nelle mani dell’AI e robotica, ma il lavoratore potrà essere re-impiegato in fasi diverse del lavoro aumentando la produttività. Gli servirà solo un reskilling. Il colosso cinese dell’e-commerce Alibaba ha calcolato che i suoi robot da magazzino risparmiano a ogni magazziniere almeno 50.000 mosse fisiche al giorno, riducendone molto lo stress fisico ma soprattutto liberandogli tempo per aumentare la produttività, e senza lavorare un minuto di più nell’orario regolare. Naturalmente Alibaba li ha reskilled. Quindi l’impresa del reskilling di milioni di italiani non è un optional, è l’aria da respirare, e ogni singolo analista al mondo oggi lo dice chiaro: i governi giocano qui il ruolo principale con un intervento generoso nei bilanci.

Ma una nazione con vincoli di budget al limite del sadismo sociale (citaz. Sapelli) come diavolo farà a riqualificare sul lavoro due o tre milioni d’italiani? Oltretutto gli studi ci avvisano di una cosa: si è detto che il reskilling è l’ordine di scuderia di chiunque, ma va fatto velocemente, perché lasciare languire nella terra di nessuno i lavoratori in transito, significa perderli per strada con danni economici enormi. Vi dico subito fin da ora che addossare questo immane compito ai datori di lavoro, blandendoli con sconticini fiscali e mezze misure come i mini-bot, è prima di tutto ingiusto, ma poi tecnicamente impossibile. Come farà l’Italia soffocata nei bilanci dall’Eurozona, quando, come ho già scritto diverse volte, tutti gli esperti mondiali invocano chiaramente interventi di governo?

Si è detto che esiste un consenso generale degli analisti sul fatto che nasceranno nuove professioni, o vi sarà più richiesta di alcune. Partiamo dalle seconde. Già ora la Disruption, nelle parole di 20.000 imprenditori europei da tutti i settori principali e intervistati dalle Cosultancies, sta imponendo un aumento vertiginoso nella richiesta di alcune professioni, che si prestano per assorbire sia una quota di futuri licenziati (reskilled), che i giovani post laurea. Offro tre esempi rappresentativi di altri per non dilungarmi con trenta, in ordine crescente di complessità:

1) Rappresentanti. I prodotti di domani stanno nascendo in queste ore o sono sconosciuti oggi, oppure saranno gli stessi di oggi ma radicalmente innovati. Occorrono disperatamente venditori che siano formati prima di tutto a spiegare quei prodotti, poi a venderli a privati e governi, ma anche per raggiungere nuove fasce di clienti alle quali l’azienda non è abituata.

2) Gli analisti dei dati. Non occorre un dottorato per questa mansione, ma di certo un buon reskilling anche in assenza di laurea. Le aziende oggi sanno che Big Data è la scoperta nucleare del commercio di prodotti e di servizi, cioè saper analizzare e trarre conclusioni intelligenti dall’immane massa di dati che la Disruption gli mette a disposizione. Il successo si gioca qui, nel terzo millennio. La richiesta di analisti dei dati è destinata a esplodere fra pochissimi anni.

3) Per i laureati brillanti c’è già ora spazio per ricoprire un ruolo dirigente richiestissimo nei maggiori settori di commercio e servizi, cioè il Manager della Disruption. E’ colui che si specializza nel guidare l’azienda (piccola, media, grande), ma anche il settore pubblico, nella tempesta di cambiamenti che l’era digitale porta ogni minuto.

In generale grazie alla Disruption sono previsti globalmente entro il 2030: 130 milioni di nuove assunzioni in Sanità generale e assistenza agli anziani; 50 milioni nelle tecnologie; 20 milioni nel settore energetico.

Le professioni del tutto nuove che si prevede nascano grazie allaDisruption, sono (non chiedete i nomi esatti di questi mestieri perché neppure ancora esistono):

Gli specialisti intra-umani, cioè intelligenza emotiva, capacità di persuasione, gestori delle emozioni umane nel sociale, e i creatori di motivazione; i pensatori creativi in ogni settore, sia scientifico che industriale che amministrativo, poiché  essere super specializzati ma ottuse ‘scatole di dati’ non innova nulla in azienda; gli ottimizzatori delle energie rinnovabili; gli operatori nella lotta al cambiamento climatico.

Come scritto nel riquadro sopra, e non smetterò mai di sottolinearlo, ogni singolo esperto in Occupazione & Disruption esistente ‘grida’ sempre la medesima cosa, che la Consultancy McKinsey&Co. ha espresso nel dicembre 2017 con una frase lapidaria: “La moltiplicazione dei lavori potrebbe più che compensare le perdite a causa dell’automazione. Ma nulla accadrà per magia – richiederà che i governi e il business sappiano creare le opportunità”. E qui non posso che ripetermi: è per questo che io oggi ‘grido’ a voi elettori/genitori di capire cosa sta accadendo subito, ora, non domattina, e di agire di conseguenza presso i partiti di riferimento e la stampa. Pena lo scempio dell’occupazione giovanile, ma anche di molti altri, in Italia. Non fate l’errore di pensare “…dai, c’è tempo, oggi abbiamo ben altro a cui pensare“, equivale a iscriversi come Paese alla classe dei perdenti, e di nuovo: chi piangerà saranno i nostri giovani e giovanissimi.

Fine seconda parte

Economia, Rivoluzione digitale

Occupazione & Disruption: Cosa devono sapere i tuoi figli.

di Paolo Barnard (qui)

PRIMA PARTE

Definizione di Technological Disruption: un cambiamento in tecnologia così potente da trasformare in breve la vita umana sul Pianeta Terra. Nella Storia: il fuoco, l’agricoltura, la matematica, la stampa, le macchine a vapore, l’elettricità. Oggi per Technological Disruption s’intende l’arrivo delle nuove tecnologie digitali potenziate dall’Artificial Intelligence, che stanno cambiando davvero tutto.

INQUADRARE IL PROBLEMA. COSA STA ACCADENDO ALLE NOSTRE VITE.

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Quando nel 1775 lo scozzese James Watt diede vita alla più dirompente Disruption della Storia con l’invenzione della macchina a vapore, ecco cosa accadde alle nostre vite:

La cosa mozzafiato di questo grafico (Brynjolfsson-McAfee, 2014) è il dato sul grado di sviluppo sociale umano, che significa benessere e quindi possibilità democratiche. Per 9.700 anni filati le condizioni di vita del popolo comune rimasero sostanzialmente identiche, a un livello abominevole, spesso peggio degli animali selvatici. Poi arrivò la Disruption di Watt – e delle scienze post Galileo con l’elettromagnetismo di Faraday e di Maxwell – e in Occidente tutto cambiò di colpo, perché cambiò il lavoro, aumentarono i redditi e con essi la rivendicazione dei diritti. E’ vero che la Disruption di allora si portò dietro una buona dose di lacrime e sangue prima di darci la modernità del benessere, che tuttavia furono nulla confronto a 9.700 anni di standard di vita abietti oltre l’immaginabile. Ma l’altra faccia, gloriosa, di quell’esplosione tecnologica fu di fornire alle lotte sociali mezzi tecnologici di diffusione, e quindi di successo, impensabili prima, fino appunto alla moderna civiltà.

Oggi la Disruption delle nuove tecnologie digitali potenziate dall’Artificial Intelligence (AI) sta scatenando un’altra storica impennata dell’umanità, che è però di molto superiore a quella di Watt per l’enorme potere tecnologico odierno. E di nuovo tutto si gioca su come cambierà il lavoro. Entro il 2035, quindi parliamo soprattutto del destino dei nostri figli ma anche dei trentenni di oggi, avremo questo:

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Il grafico c’illustra il grado di penetrazione delle più dirompenti tecnologie della Disruption nel mondo di tutti i giorni, cioè nel lavoro. Davvero tutto sta cambiando, esattamente come tutto cambiò dopo macchina a vapore ed elettromagnetismo, ma mi rendo conto che voi, come i contemporanei di Watt e Maxwell, fate una grande fatica a rendervene conto. Tuttavia il rischio fatale e, non esagero, tragico per l’Italia del lavoro è di rimanere indietro. Significherebbe un prossimo secolo di arretratezza e bassa economia per tutti i nostri giovani e per i loro figli. Nel 2016 Il World Economic Forum lo disse senza mezzi termini:

Con cambiamenti così veloci, la capacità di anticipare la futura richiesta di competenze, di nuovi lavori e i loro effetti sull’occupazione è sempre più cruciale per i governi e per il business… Chi non si prepara affronterà costi sociali ed economici enormi“. Scrollare le spalle da scettici e illudersi che “…dai, c’è tempo, oggi abbiamo ben altro a cui pensare“, equivale ad iscriversi come Paese alla classe dei perdenti, e di nuovo: chi piangerà saranno i nostri giovani e giovanissimi.

L’articolo che precede questo vi ha spiegato l’AI e per un buon motivo: essa cambierà il mondo del lavoro esattamente come la scoperta del linguaggio ha cambiato la storia della specie umana. Perché intelligenza è tutto, muove tutto, interpreta tutto, serve in tutto. Demis Hassabis, CEO di Google DeepMind cioè l’azienda che sta al centro della galassia AI, ha detto:

Il nostro goal è di conquistare l’intelligenza. Poi di usarla per risolvere tutti gli altri problemi”.

INQUADRARE IL PERICOLO: DISRUPTION & DISEGUAGLIANZA DEI REDDITI PER CHI RIMANE INDIETRO.

Il pessimismo delle prossime righe è realismo necessario a capire quale sfida affrontiamo come nazione, ma su di esso è nostro dovere cercare poi i rimedi possibili, ed esistono per fortuna.

Quando si parla di Disruption e AI in relazione al mondo del lavoro, tutti subito corrono a pensare ai robot e agli operai licenziati. Di certo questo sarà un problema, ma non tanto quanto s’immagina. Più avanti ne parlerò. In realtà il vero grande pericolo nella Disruption è che essa, ad oggi, sempre più è sinonimo di questo: un vertiginoso aumento della disparità dei redditi, più che perdita incontrollabile del lavoro.

Il primo campanello d’allarme che deve suonare nelle orecchie dei genitori italiani viene da una serie di dati americani, che come sempre da 60 anni anticipano quelli europei. Nei primi 15 anni di digitalizzazione dell’economia USA, le disparità di redditi fra colletti blu (licenza liceale) e colletti bianchi (lauree) schizzò in alto, perché i secondi grazie alla formazione digitale universitaria poterono approfittare dei nuovi lavori ben pagati, gli altri no e subirono in pieno l’impatto devastante del crash bancario del 2008. Addirittura il fenomeno ha raggiunto un livello di gravità tale che fra i colletti blu in America c’è un’epidemia di suicidi per disperazione, descritti in uno studio del Premio Nobel Angus Deaton e di Anne Case nel 2014.

Vero è che gli Stati Uniti sono un incubo d’abbandono sociale dei deboli, dove il Welfare quasi non esiste, ma l’Europa delle Austerità sta demolendo il suo Welfare ogni giorno di più, e i criminosi limiti di spesa pubblica che impone agli Stati membri escludono in via categorica che i vari schemi di Reddito di Cittadinanza abbiano un potere di fuoco sufficiente a evitare al nostro Paese un’Apartheid fra inclusi ed esclusi nella Disruption. Paradossalmente invece ha senso che negli Stati Uniti, detentori di moneta sovrana e sovrani nel Parlamento, molti economisti dell’era digitale stiano parlando di Universal Basic Income (un tipo di Redd. di Citt.) proprio per salvare gli esclusi: loro se lo potrebbero permettere, noi no.

Per i gravi motivi detti sopra, assolutamente non fatevi ingannare da chi, come questo governo, rassicura milioni di giovani con queste soluzioni. No: finché Eurozona sarà, il realismo mi costringe a dirvi che l’unica arma che rimane ai vostri figli per difendersi dal destino denunciato da Angus Deaton e Anne Case è una formazione solidissima ai nuovi lavori della Disruption (che non sono solo tecnologia, come spiegherò successivamente).

Dunque è chiarissimo il messaggio per genitori e ragazzi, che riassumo:

La seconda ondata di digitalizzazione in corso oggi con la Disruption porta soprattutto con sé il pericolo di un enorme divario nei redditi, oltre a una sostanziale dose di lavori perduti. Questo non solo fra colletti blu e colletti bianchi, ma anche fra i nostri presenti e futuri colletti bianchi, dove chi all’università ha studiato gli skills (competenze) avanzati per la digitalizzazione (non solo tecnici ma anche umani) avrà i lavori migliori, chi ha comunque un laurea ma priva di quel sapere sarà lasciato indietro con forti rischi economici.

Allora diventa prioritario per tutti, genitori e ragazzi, sapere quali sono quegli skills e se le scuole superiori e università italiane sono davvero attrezzate per insegnarli. Dei primi parlerò in altro momento, ma la risposta alla seconda domanda è no.

Il Ministero dell’Istruzione Università e Ricerca (MIUR) ammette oggi a denti stretti, nel rapporto Scuola Digitale, una situazione formativa italiana desolante a fronte della Disruption. Ecco alcuni fatti pubblicati dal MIUR:

– I dati OCSE dicono che ogni quindicenne italiano usa il computer in classe molto al di sotto della media europea, molto meno dei greci, e quasi un terzo del tempo di un australiano.

– Sempre media OCSE: i docenti italiani son in assoluto i meno preparati all’era digitale.

– Nel Digital Economy Index l’Italia languisce al 25mo posto su 28 Paesi, ha lacune dappertutto, e nella velocità di connessione alla Rete è in fondo alla classifica europea con un umiliante 9.2 Mbps, davanti solo a Grecia e Cipro. Nelle aule si soffre moltissimo di questo.

– Il MIUR scrive di suo pugno: “… il processo di diffusione della scuola digitale negli ultimi anni è stato piuttosto lento… azioni spesso non incisive e non complessive”. (si consideri che un Ministero sempre abbellisce la realtà, quindi…)

Sapere è lavoro, ma un buon lavoro oggi, nella Disruption, significa sapere molto. Con una situazione del genere c’è da mettersi le mani nei capelli e di certo le misurette post Job Act tipiche di questo governo, almeno per ora, sono inadeguate alla realtà. E la realtà è questa:

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Questa mappa ci racconta tutto. L’Italia non solo sprofonda nell’economia tradizionale (a causa soprattutto dell’Eurozona), ma colpevolmente i suoi governi degli ultimi 15 anni l’hanno tenuta fuori dalla realtà, cioè dalla Disruption, e infatti siamo gialli, cioè quasi ultimi nell’innovazione, e dunque fra gli ultimi nelle prospettive di lavoro dei nostri figli. Questo è quanto, purtroppo. Le più estensive ricerche sull’impatto delle nuove tecnologie sul lavoro (Deloitte,Accenture, McKinsey&Co., MIT et al.) includono il seguente dato: globalmente da 1 miliardo a 2 miliardi di lavoratori perderanno il lavoro entro il 2030, la maggioranza in Occidente, e molti dovranno essere ri-formati. Con limiti di spesa pubblica drammatici, chi si farà carico di questo? Inoltre viene posto un altro problema: la scuola deve avere una conoscenza avanzatissima della Disruption in continuo aggiornamento, perché è molto probabile che una parte degli skills insegnati oggi saranno obsoleti per il mondo del lavoro nel giro di 5-8 anni in media. Con un ritardo nelle scuole e università italiane di questo genere cosa farà l’Italia? Il presente governo ha piani adeguati nei programmi? Io non li ho trovati.

INQUADRARE QUALI LAVORI SONO A RISCHIO, QUALI MUTERANNO RADICALMENTE.

Il campo qui è vastissimo, perché sappiamo che generalmente un Paese moderno ospita oltre 900 mestieri, e siccome una buona parte delle nuove tecnologie della Disruption stanno sbocciando in queste ore o sbocceranno appena domani, è impossibile davvero essere precisi. Ma una cosa è più che evidente: la tecnologia su cui già ora si possono fare previsioni certe è proprio l’AI di Machine Learning che vi ho appena spiegato qui. Questo perché è una tecnologia perfetta per sostituire i lavori ripetitivi d’ufficio, per far funzionare la logistica aziendale, per far ‘pensare’ i robot nelle industrie, ma anche per sostituirsi all’umano in compiti complessi all’interno di molti mestieri sofisticati.

La MIT Initiative on the Digital Economy per dare al pubblico un’idea del grado di penetrazione praticamente ovunque di Machine Learning, cioè del fatto che davvero saranno pochissimi i lavori di domani che non avranno almeno in qualche segmento una AI a sostituire qualcosa o qualcuno, afferma che il mestiere in assoluto più ‘blidato’ contro la Disruption è il… massaggiatore. All’altro estremo invece le mansioni che sembrano davvero destinate a essere falcidiate sono gli impiegati, i contabili, gli amministrativi in generale. Ma andiamo più nello specifico, perché mentre è scontato che fra i colletti blu tanto dovrà cambiare, molti genitori e studenti ancora non comprendono purtroppo cosa accadrà alle professioni dei colletti bianchi, degli specializzati, che siano medici, avvocati, commercialisti, o persino ingegneri informatici (esempio estremo, ma anche fra loro cadranno teste con l’AI).

Fine prima parte.