America, Economia

Economia Usa, fiducia consumatori: indice Conference Board (in crescita) a 137,9. Effetto Trump.

 A ottobre, gli statunitensi si sono dimostrati più ottimisti sull’economia, sorprendendo gli analisti, anche se va detto che molti di costoro ”gravitano” nell’area politica del Partito Democratico, avendo molti gruppi finanziari di Wall Street finanziato la campagna elettorale della sconfitta Hillary Clinton, e quindi propensi a valutare negativamente, a ridosso delle elezioni di midterm, i dati economici per non valorizzare l’operato del presidente Trump e del Partito Repubblicano. L’indice sulla fiducia redatto mensilmente dal Conference Board, gruppo di ricerca privato, è salito dai 135,3 punti di settembre a 137,9 punti, mantenendosi a livelli visti l’ultima volta nel 2000, al colmo del boom economico Usa. I suddetti analisti attendevano un dato a 136,5 punti. La componente che misura le aspettative per il futuro è salita da 112,5 a 114,6 punti; quella sulla situazione attuale è salita da 169,4 a 172,8 punti. Risultato, il record da 18 anni a questa parte.

Fonte: SoldiOnline.it (qui)

America, Immigrazione

Usa, Ius soli: ecco perché la cittadinanza americana per nascita sarà automatica solo per figli nati da genitori americani.

Ogni anno, sono circa 400.000 i bambini nati negli Stati Uniti da immigrati clandestini. Questo costituisce all’incirca il 10% del totale delle nascite. Il governo considera questi bambini come cittadini americani, con gli stessi identici diritti dei figli di cittadini americani. Lo stesso vale per i bambini nati da turisti e altri stranieri che sono presenti negli Stati Uniti in uno status immigratorio legale ma temporaneo.

Poiché il turismo su larga scala e l’immigrazione clandestina di massa sono fenomeni relativamente recenti, non è chiaro per quanto tempo il governo americano abbia seguito questo principio dello ius soli, ovvero di “diritto alla cittadinanza per nascita”, senza tener conto della durata o legalità della presenza della madre o il padre.

Ius Sanguinis e Ius Soli

I paesi generalmente adottano uno dei due sistemi per concedere la cittadinanza ai bambini: ius sanguinis o ius soli. La maggior parte dei paesi pratica lo ius sanguinis, noto anche come cittadinanza per discendenza, o cittadinanza per “diritto di sangue”. Secondo questo sistema, un bambino acquisisce la cittadinanza dei genitori alla nascita. Alcuni paesi determinano la cittadinanza del bambino in base alla cittadinanza del padre, mentre altri secondo quella della madre.

I paesi che adottano lo ius sanguinis non concedono automaticamente la cittadinanza a un bambino nato all’interno dei loro confini se quel bambino è nato da genitori stranieri. Questo vale sia per gli immigrati legali sia quelli clandestini. Il bambino mantiene la cittadinanza straniera del genitore.

Un limitato numero di paesi adotta lo ius soli, o cittadinanza per “diritto di suolo”. Secondo questo sistema, un bambino acquisisce automaticamente la cittadinanza del paese in cui ha luogo la nascita. Questa cittadinanza è generalmente concessa senza condizioni, e la cittadinanza e lo status d’immigrazione dei genitori sono irrilevanti.

Alcuni eminenti giuristi e professori universitari, tra cui il giudice della Corte d’appello federale Richard Posner, si sono chiesti se il quattordicesimo emendamento della costituzione americana debba essere interpretato a favore di una politica di cittadinanza così permissiva.

I sostenitori del mantenimento dello ius soli sostengono che il significato letterale della clausola di cittadinanza del quattordicesimo emendamento preveda il diritto automatico alla cittadinanza per nascita sul suolo americano per tutti i bambini, inclusi sia quelli nati da stranieri illegali e temporanei. Tuttavia, diversi giuristi che hanno approfondito la storia del quattordicesimo emendamento, hanno concluso che la frase “soggetto alla giurisdizione” non ha un chiaro significato, e che l’attuale applicazione dello ius soli è ingiustificato.

Solo 30 dei 194 paesi del mondo garantiscono la cittadinanza automatica ai bambini nati da stranieri clandestini. Delle economie avanzate, il Canada e gli Stati Uniti sono gli unici paesi che concedono la cittadinanza automatica ai bambini nati da immigrati clandestini. Nessun paese europeo garantisce la cittadinanza automatica ai bambini di stranieri clandestini. La tendenza globale è quella della dissociazione dal concetto dello dello ius soli, e non la sua adozione, come vorrebbero farci credere alcuni politici italiani.

Negli ultimi anni, la tendenza internazionale è stata quella di abolire lo is soli. Tra i paesi che lo hanno abolito ci sono il, Regno Unito (1983), Australia (1986), India (1987), Malta (1989), Irlanda (2004), la Nuova Zelanda (2006), e la Repubblica Dominicana (2010).

I motivi per cui questi paesi hanno abolito lo ius soli erano essenzialmente l’aumento dell’immigrazione clandestina. Il turismo di cittadinanza è stato uno dei motivi per cui l’Irlanda ha abolito lo ius soli nel 2004. Se gli Stati Uniti non dovessero più concedere la cittadinanza americana ai figli d’immigrati clandestini, non farebbero altro che seguire la tendenza internazionale.

ius soli
Mappa dei paesi che adottano lo ius soli

 

La verità è che il quattordicesimo emendamento della costituzione americana non era stato promulgato al fine di favorire l’immigrazione clandestina, o per conferire diritti a bambini nati da immigrati clandestini.

I due benefici di cittadinanza che hanno attirato la maggiore attenzione nel dibattito su una possibile abolizione dello ius soli negli Stati Uniti sono:

  • L’assistenza governativa e altri benefici a cui una famiglia di immigrati clandestini non avrebbe altrimenti accesso;
  • Il diritto del bambino, al raggiungimento della maggiore età, di fare ottenere il permesso di soggiorno ai suoi genitori, i fratelli nati all’estero, e un eventuale coniuge nato all’estero. Questi potranno, a loro volta, sponsorizzare i propri genitori e fratelli nati all’estero, che a loro volta potranno sponsorizzare i propri coniugi stranieri (e così via), generando una catena migratoria virtualmente inesauribile.

Questi benefici hanno contribuito alla crescita di un’industria del “turismo delle nascite”.

Il giudice della Corte federale d’appello Richard Posner ha dichiarato in una recente sentenza che la politica di concessione della cittadinanza per nascita ai figli d’immigrati illegali e temporanei dovrebbe essere cambiata, e che gli Stati Uniti non dovrebbero incoraggiare gli stranieri a venire negli Stati Uniti solo per consentire ai loro figli di acquisire la cittadinanza americana.

Il Dipartimento di Stato americano non è autorizzato a negare il visto da turista a una donna solo perché incinta. Di conseguenza, lo ius soli consente di trasformare un’apparente visita di piacere in un aumento dell’immigrazione e concessione di cittadinanza che non erano necessariamente contemplate o accolte dai cittadini americani. Un recente sondaggio ha rilevato che solo il 33% degli americani appoggia la pratica di concedere la cittadinanza automatica ai bambini nati da immigrati clandestini.

Quale legge giustifica la concessione automatica della cittadinanza americana per nascita? Deve essere concessa ai figli d’immigrati clandestini secondo la costituzione? La risposta sembrerebbe essere “no”. Nessun articolo o emendamento della Costituzione americana affronta specificamente come devono essere trattati i figli degli immigrati in merito alla cittadinanza.

Il quattordicesimo emendamento conferisce la cittadinanza attraverso “naturalizzazione” o per nascita, a persone “soggette alla giurisdizione” degli Stati Uniti, mentre non c’è alcuna indicazione su quando uno straniero debba essere considerato soggetto alla giurisdizione degli Stati Uniti.

La clausola di cittadinanza del quattordicesimo emendamento

Secondo il primo paragrafo del quattordicesimo emendamento della Costituzione americana, noto anche come Clausola di cittadinanza:

“Tutte le persone nate o naturalizzate negli Stati Uniti e soggette alla loro giurisdizione, sono cittadini degli Stati Uniti e dello Stato in cui risiedono”.

Questa clausola contiene due requisiti per ottenere la cittadinanza americana per nascita:

  1. La nascita deve essere avvenuta negli Stati Uniti; e
  2. La persona nata deve essere soggetta alla giurisdizione degli Stati Uniti.

I sostenitori della concessione della cittadinanza automatica ai bambini di immigrati clandestini si concentrano sul primo requisito, sostenendo che la nascita sul suolo statunitense, da sola, garantisce la cittadinanza americana. Secondo questa teoria, “soggetto alla giurisdizione” significa semplicemente essere suscettibili all’autorità di polizia (cioè essere obbligati a seguire le leggi e pagare multe per eventuali violazioni).

Tuttavia, una tale interpretazione crea una ridondanza nel quattordicesimo emendamento, poiché tutte le persone nate negli Stati Uniti sono soggette alle leggi americane. Accettando la premessa che “soggetto alla giurisdizione” significa, semplicemente, essere “soggetto al potere di polizia” trasforma una parte cruciale e attentamente scritta della Clausola di cittadinanza in una mera ridondanza.

L’indagine, quindi, si concentra sull’intento di chi ha scritto la clausola, e se un bambino nato negli Stati Uniti da un immigrato clandestino è una persona che è “soggetta alla giurisdizione” degli Stati Uniti, e di conseguenza un cittadino del paese.

Nessuno dubita che lo scopo principale del quattordicesimo emendamento fosse di garantire che gli schiavi liberati fossero riconosciuti come cittadini americani. Quindi, molti sostengono che i bambini di immigrati clandestini dovrebbero avere stesso privilegio.

Ma quando fu emanato il quattordicesimo emendamento, il processo d’immigrazione era estremamente semplice, e solo in pochissimi non avevano modo di ottenere il permesso di soggiorno. Inoltre, dati i costi e i rischi di un viaggio intercontinentale, i turisti e gli altri visitatori temporanei erano veramente pochi.

In sostanza, non c’è alcuna prova diretta che il Congresso americano abbia mai voluto conferire la cittadinanza ai figli di visitatori temporanei o illegali. Il trend internazionale è quello di abolire lo ius soli, e non di introdurlo.

Fonte: simonebertollini.com (qui)

America, Immigrazione

Donald Trump contro lo ius soli: “È ridicolo, pronto a firmare un ordine esecutivo per bloccarlo”

The Donald contro il 14° emendamento che assegna la cittadinanza ai bimbi nati sul suolo americano. Ma secondo molti costituzionalisti non basta un atto del presidente.

“Siamo l’unico Paese al mondo dove una persona viene, ha un figlio e questo bambino diventa cittadino degli Stati Uniti per 85 anni con tutti i benefici”. Donald Trump attacca lo ius soli, garantito dal 14° emendamento alla Costituzione americana, che sancisce che è cittadino americano chiunque nasca nel Paese, e che è stato l’architrave della costruzione nazionale degli Stati Uniti come terra di immigrati.

“È ridicolo e deve finire, è stato avviato il processo e lo faremo con un ordine esecutivo”, ha detto Trump intervistato da Axios per un documentario in quattro puntate che andrà in onda, a partire da domenica prossima su Hbo. “Mi è sempre stato detto che c’è bisogno di un emendamento costituzionale, ma sapete cosa? Non c’è bisogno”, ha aggiunto Trump, sfidando le critiche e le obiezioni che arriveranno dai costituzionalisti. “Si può definitivamente fare con un atto del Congresso, ma ora mi dicono che si può fare anche con un decreto esecutivo”.

Donald Trump cavalca il tema immigrazione in vista delle elezioni di midterm del 6 novembre. Il presidente non precisa quando intende procedere ma sottolineando che il piano “è in corso di svolgimento e accadrà”. Trump aveva duramente criticato questo diritto anche in campagna elettorale. Diversi altri Paesi, incluso il Canada, hanno una politica di cittadinanza legata alla nascita.

Fonte: huffingtonpost.it (qui)

Economia, Politica

Economia stagnante. Istat stima Pil invariato nel terzo trimestre. Salvini: “Rallenta perché quelli di prima obbedivano a Bruxelles, è motivo in più per tirare avanti”.

La crescita tendenziale è pari allo 0,8%. La variazione acquisita per il 2018 è pari a +1%. Si complica così il target del +1,2% nel 2018 fissato dal Governo.

Nel terzo trimestre del 2018 l’Istat stima che il Pil sia rimasto invariato rispetto al trimestre precedente, nei dati preliminari corretti per gli effetti di calendario e destagionalizzati. Un dato che delude le attese degli analisti, che si attendevano un +0,2%. Il tasso tendenziale di crescita è pari allo 0,8%. Il terzo trimestre del 2018 ha avuto due giornate lavorative in più rispetto al trimestre precedente e lo stesso numero rispetto al terzo trimestre del 2017.

La variazione acquisita per il 2018, che si otterrebbe in presenza di una variazione congiunturale nulla nell’ultimo trimestre dell’anno, è pari all’1%. Si complica quindi il target del +1,2% nel 2018 fissato dal Governo nella Nadef.

“Nel terzo trimestre del 2018 la dinamica dell’economia italiana è risultata stagnante, segnando una pausa nella tendenza espansiva in atto da oltre tre anni” commenta l’Istat. “Giunto dopo una fase di progressiva decelerazione della crescita, – continua l’istituto – tale risultato implica un abbassamento del tasso di crescita tendenziale del Pil, che passa allo 0,8%, dall’1,2% del secondo trimestre”.

Dopo la diffusione dei dati sul Pil lo spread tra Btp e Bund tedeschi risale deciso e recupera quota 310.

Le reazioni:

Conte: “L’avevamo previsto”.

“Vedrete che con la ‘manovra del popolo’ non solo il Pil ma anche la felicità dei cittadini si riprenderà”, con queste parole Luigi Di Maio ha commentato i dati Istat sul prodotto interno lordo dell’Italia. Si tratta di numeri non proprio confortanti: i dati, infatti, attestano lo stallo dell’economia italiana, contrariamente alle previsioni degli analisti che si aspettavano +0,2%. Ma il vicepremier è sicuro che con la manovra pensata dal governo gialloverde cambierà tutto. E l’evoluzione sarà tale che anche la gente sarà più felice.

Non è proprio della stessa idea Matteo Renzi che si è detto preoccupato per i dati Istat: “Dopo quattro anni di crescita, l’Italia si è bloccata. Per la prima volta dopo quattro anni il Pil torna a zero. Salvini e Di Maio stanno sfasciando l’Italia. Fermatevi! Paga il Popolo”. Per Di Maio, però, la colpa della mancata crescita sarebbe proprio del Pd: “A chi ci attacca, come il bugiardo seriale Renzi, ricordiamo che il risultato del 2018 dipende dalla Manovra approvata a dicembre 2017, che è targata Partito Democratico”, ha scritto sul blog delle Stelle. “Se il Pil rallenta perché quelli di prima obbedivano a Bruxelles è motivo in più per tirare avanti”, ha sostenuto Matteo Salvini.

Pessimista Carlo Cottarelli, direttore dell’Osservatorio sui conti pubblici della Cattolica: ha osservato che l’economia italiana non solo non raggiungerà la stima di crescita dell’1,2% nel 2018, indicata dal governo nella nota di aggiornamento al Def, ma difficilmente riuscirà a registrare nel 2019 una performance dell’1,5%.

Per Vincenzo Boccia, presidente di Confindustria, il risultato diffuso dall’Istat era prevedibile: “L’abbiamo detto da tempo, l’economia globale comincia a rallentare c’è una questione interna di un’Italia che deve reagire – ha sostenuto – (..) è colpa esclusiva di questo governo e della politica economica che realizza, non di altre. Noi siamo a disposizione del paese e del governo per fare proposte intelligenti e di buon senso che non antepongano questioni ideologiche alle spiegazioni economiche di un grande paese come l’Italia”.

Per il premier Conte i dati sul Pil non sono una sorpresa. Il governo, ha sostenuto a margine dei lavori del Tech Summit, aveva previsto un arresto della crescita e per questo ha messo a punto la manovra ‘del popolo’: “È uno stop congiunturale, l’avevamo previsto. Per questo abbiamo deciso una manovra espansiva. La manovra mira a invertire questo trend”.

Fonte: huffingtonpost.it (qui) e (qui)

Centrodestra, Politica

Europee, Salvini fa ripartire la destra ma (per ora) senza Forza Italia. Berlusconi: “Molli il M5s o stop a elezioni insieme”

Il segretario leghista invita la Meloni per un faccia a faccia su Europee e Roma. Ma ignora gli azzurri. E l’ex Cavaliere lo avverte: “Dateci una data per la fine di questo governo che tradisce il programma”. La leader di Fratelli d’Italia, che flirta con il governo da mesi, sogna un posto di rilievo a fianco del vicepremier del Carroccio e mette in guardia il mondo che ancora gravita intorno ad Arcore: “Molto spesso le posizioni di FI, ora che si parla di Ue, ho fatica a condividerle”.

Matteo Salvini riorganizza il campo del centrodestra. E il punto di partenza è Giorgia Meloni che invita a un faccia a faccia per parlare di elezioni Europee e di Roma. E a sua volta la Meloni allarga la squadra ai presidenti di Liguria e Sicilia Giovanni Toti e Nello Musumeci, protagonisti di vittorie e esperienze amministrative ben salde a destra, ma in allontanamento progressivo da Arcore. Ma a mancare in questa foto di gruppo per il momento è proprio lui, l’ex leader della coalizione, il fondatore e ideatore del centrodestra: Silvio Berlusconi. E il presidente degli azzurri, che ha cominciato a vedere l’isolamento suo e del suo partito, ha provato un avvertimento: “Ci saranno tra poco elezioni regionali e cittadine e non so come potremo andare ancora a queste elezioni”. Certamente la posizione di Berlusconi non è più quella di forza e le elezioni in Trentino e in Alto Adige hanno aggravato la situazione. Ma in molti Comuni del Nord Forza Italia è fondamentale per governare. Una situazione che in qualche modo c’entra anche con la tenuta del governo, almeno di riflesso. Tutto questo avviene a sette mesi dalle elezioni europee e a otto dalle elezioni amministrative in città importanti (da Bergamo a Bari, da Livorno a ReggioEmilia e Perugia) e in 5 Regioni (Abruzzo, Sardegna, Piemonte, Calabria più l’Emilia Romagna in autunno). Sulla scena c’è pure l’incognita Roma e le eventuali dimissioni di Virginia Raggi per le vicende giudiziarie in cui è coinvolta: se così fosse, un centrodestra unito potrebbe giocarsi più di una chance su più tavoli.

Salvini non appare spaventato e tira dritto cercando di dare forma al fronte dei sovranisti: quel progetto di cui si sente già uno dei leader in Europa, a fianco di Marine Le Pen, e che invece in patria fatica a decollare. Il punto di partenza è l’asse con Fratelli d’Italia, che anche in Parlamento – pure dall’opposizione – è il partito più “collaborativo” con l’esecutivo guidato da Giuseppe Conte e sostenuto dalla maggioranza formata da Lega e M5s. Una cooperazione che viene da lontano, già dalle ore successive alla formazione del governo e al presunto strappo con gli azzurri. Fdi addirittura non avrebbe disdegnato di entrare nell’esecutivo giallo-verde, salvo poi essere sacrificato sull’altare dallo stesso Salvini: Luigi Di Maio poteva convincere i suoi a fare alleanze con il Carroccio, ma non con l’estrema destra di Giorgia Meloni. Ora però che le carte si rimescolano in vista delle prossime corse elettorali, è un po’ come ricominciare da zero e vale tutto. “Sono contento di aver fatto con Giorgia Meloni la corsa alle comunali di Roma”, è stato il segnale di distensione del vicepremier della Lega in un’intervista a Night Tabloid, “l’altra volta eravamo soli contro il mondo e soprattutto per merito di Giorgia siamo arrivati a tanto così dal vincere. Col senno di poi anche i romani avrebbero preferito che andasse in maniera diversa: troviamoci per ragionare di Europa, visto che arriva, e anche di Roma”. E ha concluso: “Dobbiamo vederci presto“. L’interessata intanto scalpita e, per quanto la riguarda, lancia avvertimenti neanche troppo velati a Forza Italia: “Federatrice del centrodestra? Ho perso un po’ la pazienza. Io se devo dire che credo ancora che il futuro del centrodestra sia nei tre partiti come li abbiamo visti fino ad ora, dico no. E io stessa sto lavorando per allargare il fronte di Fratelli d’Italia perché possa arrivare a condividere il proprio percorso con tutti quelli che sono del campo del centrodestra. Un progetto più ampio con quelli che ci vogliono essere. Ho fatto un appello anche al governatore Toti, uno al governatore Musumeci, ci sono tanti sindaci e consiglieri regionali”. Berlusconi? “Io guardo a quello che dobbiamo fare noi. Molto spesso oggi le posizioni di Forza Italia, soprattutto ora che si parla di Europa, ho difficoltà a condividerle”.

Fonte: ilfattoquotidiano.it (qui)

Economia, Legge di Bilancio, Politica

S&P conferma rating Italia, Di Maio : ‘andiamo avanti’

“Il piano economico del governo – sostiene l’agenzia – rischia di indebolire la performance di crescita dell’Italia”, rappresenta una “inversione” rispetto al consolidamento di bilancio e “in parte torna indietro sulla precedente riforma delle pensioni”.

“Io non ho litigato con Draghi. Ho solo espresso un parere, come lui esprime i suoi. E credo che questo sia un Paese libero in cui tutti possiamo esprimere la nostra opinione”. Lo ha detto Luigi Di Maio a margine di un sopralluogo a Paternò, col capo dipartimento della Protezione civile, Angelo Borelli, prima tappa di incontri in paesi del Catanese, dell’Ennese e del Siracusano colpiti dal terremoto e dall’alluvione delle settimane scorse.

“Standard and Poor’s non ci ha declassati. Siccome bisogna leggere il negativo anche dove non c’e, stamattina tutti dicono che ci ha ‘mazzolati’. Invece deve essere ben chiara una cosa: questo Governo non arretra, si farà il reddito di cittadinanza, si farà la pensione di cittadinanza, si farà la quota 100 per mandare in pensione le persone” ribadisce il ministro dello Sviluppo economico.

La parola d’ordine dunque è tranquillizzare i mercati. Come? “Dicendo che non usciamo dall’euro. Perché tutti si sono convinti, a causa di una narrazione sbagliata che qualcuno ha voluto fare, e non noi del governo, che l’Italia voglia uscire dall’euro e dall’Europa. Noi non soltanto ci stiamo bene, ma tra alcuni mesi si vota per le europee e quindi l’Europa diventa di nuovo quella dei cittadini”. “Io sono sicuro che a livello europeo – ha aggiunto Di Maio – tutti i cittadini provocheranno una scossa forte, politica, per mandare a casa questa classe dirigente che in questi anni ha tagliato la nostra sanità, le nostre pensioni, il welfare ed i servizi ai Comuni, con il debito pubblico che è perfino aumentato”.

Rating confermato ma outlook negativo. Il verdetto dell’ agenzia Standard & Poor’s sulla sostenibilità finanziaria del sistema italiano arriva alle dieci di sera e suona come un campanello di allarme, materializzando i timori di un percorso sempre più a ostacoli per il governo italiano alle prese con la presentazione della legge di bilancio.

“Il piano economico del governo – fa sapere S&P – rischia di indebolire la performance di crescita dell’Italia”. Nel mirino anche la riforma delle pensioni, che rappresenta “una minaccia ai conti pubblici”. Per ora però il declassamento non c’è, mantenendo l’Italia a due lunghezze di distanza dal livello ‘spazzatura’ (BBB).

Il nuovo test è atteso per lunedì, alla riapertura dei mercati, quando gli occhi saranno di nuovo sullo spread e la tenuta dei bancari. “S&P lascia invariato il suo rating. Riteniamo che questo giudizio sia corretto alla luce della solidità economica del Paese: l’Italia è la 7/a potenza industriale al mondo e la 2/a manifattura Ue. La competitività delle imprese ci permette di avere un surplus commerciale consistente e il risparmio delle famiglie è solido. Sulla decisione di portare in negativo l’outlook e su alcuni giudizi negativi sulla manovra economica, siamo fiduciosi che mercati e istituzioni internazionali comprenderanno la bontà delle nostre misure”.

Tutto un “film già visto”, commenta Matteo Salvini che assicura che in Italia non salteranno “né banche né imprese”.

E poco dopo, su Twitter, Luigi Di Maio assicura che il governo è pronto ad andare avanti: “chi aspettava Standard&Poor’s per continuare a remare contro il governo oggi ha avuto una brutta sorpresa”.

 

Fatto sta che per l’agenzia di rating Usa le stime del governo non tornano: la crescita, sostengono gli analisti americani, viene rivista al ribasso (1,1%) e il deficit è più alto di quello messo nero su bianco da Roma e pari al 2,7%. Dopo giorni in cui i due vicepremier hanno sostenuto ripetutamente di non essere disponibili a cambiare manovra e strategia in politica economia, non è però detto che non diventi più forte la posizione di chi sostiene la necessità di qualche ritocco, con un occhio in particolare alle banche che potrebbero subire più di altri il peso del differenziale fra i Btp e i Bund. La partita certo resta complicata, anche per i toni accesi scelti dagli alleati. Solo poche ore prima della valutazione negativa di S&P, Luigi DI Maio aveva infatti assicurato di non temere le agenzie di rating. Ma non solo. Il leader pentastellato sceglie anche di andare allo scontro con il governatore della Banca centrale europea Mario Draghi, che ha messo in guardia dalle ricadute dell’innalzamento dello spread proprio sugli istituti di credito. “Siamo in un momento in cui bisogna tifare Italia – osserva – e mi meraviglio che un italiano si metta in questo modo ad avvelenare il clima ulteriormente”. Riescono a mostrare “molto più rispetto” addirittura i ministri tedeschi, è la chiosa.

Vero è che gli istituti bancari sono da giorni al centro di riflessioni da parte del governo, dove si registrano spesso anche approcci diversi fra gli alleati. L’Italia è pronta a tirare su un muro difensivo, “costi quel che costi”, è la tesi di Matteo Salvini. “Nessuna banca salterà. Se qualcuno pensa – prosegue il leader della Lega – di speculare sulla pelle dei risparmiatori e degli italiani, sappia che c’è un governo e c’è un paese pronto a difendere le sue imprese, le sue banche e la sua economia”. Ma questo, aveva puntualizzato un paio di ore prima l’altro vicepremier (Di Maio), “non significa prendere soldi dagli italiani”. Qualsiasi intervento che ricadesse in qualche modo sui risparmiatori sarebbe d’altro canto difficile da giustificare per il governo giallo-verde che della loro difesa ha fatto una bandiera. Una strada possibile, secondo Salvini, potrebbe essere allora proprio quella delle fusioni: “se ci sono le condizioni economiche, perché no?”, osserva il leader della Lega. Intanto Roma continua a essere alle prese anche con Bruxelles, che in settimana ha bocciato la manovra: anche su questo fronte non si registra al momento alcuna volontà di cambiare rotta ma il confronto resta aperto, fa sapere il presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker.

Fonte: ansa.it (qui)

Imprese, Innovazione, Intelligenza artificiale

Robot e lavoro in Italia: le aziende dicono sì all’intelligenza artificiale

Per l’89% delle aziende i robot e l’intelligenza artificiale non potranno mai sostituire del tutto il lavoro delle persone e hanno un impatto migliorativo del lavoro.

Il 61% delle aziende italiane è pronto ad introdurre sistemi di intelligenza artificiale e robot nelle proprie organizzazioni. Solo l’11% si dichiara totalmente contrario. Tra le ragioni principali che spingo le aziende favorevoli ad introdurre tali sistemi la convinzione che il loro utilizzo rende il lavoro delle persone meno faticoso e più sicuro (93%), fa aumentare l’efficienza e la produttività (90%) e ha portato a scoperte e risultati un tempo impensabili (85%). Questi alcuni dei dati di fondo emersi dal Primo Rapporto AIDP-LABLAW 2018 a cura di DOXA su Robot, Intelligenza artificiale e lavoro in Italia, che verrà presentato a Roma domani 23 ottobre 2018 presso il CNEL.

Le aziende e i manager sono convinti a stragrande maggioranza (89%) che i robot e l’IA non potranno mai sostituire del tutto il lavoro delle persone e che avranno un impatto positivo sul mondo del lavoro e delle aziende: permetterà, infatti, di creare ruoli, funzioni, e posizioni lavorative che prima non c’erano (77%); stimolerà lo sviluppo di nuove competenze e professionalità (77%); consentirà alle persone di lavorare meno e meglio (76%). Avrà un impatto molto forte nei lavori a più basso contenuto professionale: favorirà, infatti, la sostituzione dei lavori manuali con attività di concetto (per l’81% del campione). I manager e gli imprenditori ritengono, infatti, che al di là dei benefici in termini organizzativi, l’introduzione di queste tecnologie, potrà avere effetti negativi sull’occupazione e l’esclusione dal mercato del lavoro di chi è meno scolarizzato e qualificato. In quest’ottica va letto il dato negativo sulle conseguenze in termini di perdita di posti di lavoro indicata dal 75% dei rispondenti.

Un dato di grande interesse riguarda le modalità con cui i sistemi di intelligenza artificiale e robot si sono «integrati» in azienda. Per il 56% delle aziende l’impiego di queste tecnologie è stato a supporto delle persone, a riprova che queste sono da considerarsi principalmente un’estensione delle attività umane e non una loro sostituzione. Per il 33%, inoltre, tali sistemi sono stati impiegati per svolgere attività nuove mai realizzate in precedenza. Per il 42% delle aziende, invece, l’IA e i robot hanno sostituito mansioni prima svolte da dipendenti. Questi dati confermano la rivoluzione in atto nelle organizzazioni del lavoro e nelle attività di guida di tali processi che i direttori del personale saranno chiamati a svolgere ed è questa una delle ragioni principali che ha spinto l’AIDP ad investire nella realizzazione annuale di un rapporto che fornisca dati e informazione utili a capire meglio il futuro del lavoro nell’era dei robot e dell’intelligenza artificiale.

In generale l’intelligenza artificiale e i robot migliorano molti aspetti intrinseci del lavoro dipendente perché hanno favorito una maggiore flessibilità dell’orario di lavoro in entrata e in uscita (38%); la riorganizzazione degli spazi di lavoro/uffici (35%); la promozione di servizi di benessere e welfare per i lavoratori (31%); il lavoro a distanza e smart working (26%); la riduzione dell’orario di lavoro (22%).

Le differenze tra percezione e realtà. Il Rapporto AIDP-LABLAW 2018, inoltre, ha messo a confronto l’opinione delle aziende che hanno già introdotto sistemi di Robot e intelligenza artificiale con quelle che non lo hanno ancora fatto. Le differenza principali che emergono riguarda l’atteggiamento verso queste tecnologie: molto positivo (75%) da parte delle aziende robotizzate, meno positivo (47%) per le aziende non robotizzate. In generale le aziende che non hanno introdotto sistemi di Robot e IA tendono a «sovrastimare» una serie di conseguenze negative che la pratica delle aziende robotizzate, invece, smentisce nei fatti. C’è quindi un tema di percezione delle criticità legate all’introduzione di queste tecnologie eccessivamente elevata rispetto alla condizione reale delle aziende chi le utilizza che al contrario, evidenzia soprattutto gli aspetti positivi.

«I risultati della ricerca, fanno capire che la digitalizzazione non è mai solo una questione tecnologica ma strategica – spiegaIsabella Covili Faggioli, Presidente AIDP -. C’è sempre più la consapevolezza che a nulla serviranno le tecnologie se non ci riappropriamo del pensiero che nulla succede se le persone no lo fano accadere e che sono le persone che fanno la differenza, sempre e comunque, ottimizzando le innovazioni e dando loro il ruolo che hanno, un ruolo di supporto e di miglioramento della qualità della vita. Sono tre secoli che il rapporto uomo macchina è complicato perché basato sulla paura. Paura che le macchine, in questo caso i robot, sostituiranno le persone mentre si è poi sempre verificato che è solo migliorata la qualità della vita e che si sono venute a creare nuove professionalità.» 

«A fronte dei risultati della ricerca AIDP-LABLAW emerge chiaramente un tema di nuove relazioni industriali, di nuovi rapporti tra imprese e lavoratori – spiega Francesco Rotondi, Giuslavorista e co-founder di LabLaw –. Ci troviamo di fronte la possibilità di un’integrazione tra processi fisici e tecnologia digitale mai vista in precedenza. Il processo in atto lascia presagire la nascita di un modello nel quale l’impresa tenderà a perdere la propria connotazione spazio-temporale, in favore di un sistema di relazioni fatto di continue interconnessioni tra soggetti (fornitori, dipendenti, clienti, chiamati ad agire in un ambito territoriale che superi la dimensione aziendale e prescinda dal rispetto di un precostituito orario di lavoro ».

Fonte: diariodelweb.it (qui) Articolo di V. Ferrero del 23 ottobre 2018.

Economia, Globalizzazione

FCA tradisce l’Italia. Magneti Marelli ai giapponesi. Ceduto un altro pezzo di economia reale ad altissimo contenuto tecnologico.

Ci risiamo. Un’altra azienda italiana se ne va in mani straniere. Ma questa è la volta della Magneti Marelli, storica azienda italiana oggi multinazionale da 7,9 miliardi di fatturato e 43 mila dipendenti, di cui 10mila in Italia, azienda controllata da Fca. Ad andarsene quindi non è una qualsiasi azienda di abbigliamento, che al massimo si porta via il know how di come realizzare un bell’abitino, ma un’industria nel settore cruciale dell’auotomotive, altissimo tasso di tecnologia, fiore all’occhiello di vecchie e nuove innovazioni italiane.

La realtà (o la triste necessità) è che: Fca deve fare cassa (tecnicamente: molti debiti, bilanci incerti, patrimonio di fatto già inferiore all’indebitamento); gli azionisti sono poco orientati a tirare fuori soldi, anzi vorrebbero portare a casa altri dividendi; in giro si dice che i denari della vendita dovrebbero servire a investire per aumentare la produzione di Fca, ma l’impressione è che al massimo Fiat potrà farsi comprare da qualcun altro più grosso, non certo rilevare altre case automobilistiche. E poi Marchionne era contrario alla vendita di Magneti Marelli, ma l’aria è cambiata in Corso Torino.

Magneti Marelli è un gioiello dell’industria italiana che conta su 85 unità produttive e 15 centri di ricerca e sviluppo in tutto il mondo. Ha la sua sede centrale a Corbetta, nel milanese, produce anche ad Amaro, dalle parti di Udine, ad Atessa (Chieti), a Bologna e a Venaria Reale (Torino). Lavora per tutti i maggiori produttori automobilistici, in almeno otto rami: dai sistemi di illuminazione a quelli di controllo dei motori e ai cambi robotizzati; dai quadri di bordo, ai sistemi di sospensioni e a quelli di scarico; collabora ai massimi vertici con i settori della competizione motoristica e non da ultimo produce sensori per il controllo dell’automobile, essenziali per la realizzazione di auto a guida autonoma. Insomma, prima di venderla ai giapponesi o a chicchessia era meglio farci un pensierino, che so sentire il governo, far capire al Paese che per queste cose si potrebbe anche fare squadra (come invece fanno i tedeschi), non solo cassa.

Invece no. Sono stati sufficienti 6,2 miliardi dai giapponesi di Calsonic, un gruppo più piccolo di Magneti Marelli, tra l’altro controllato dal fondo Usa Kkr, con tutti i caveat che volete (la produzione dovrebbe restare in Italia, per alcuni anni il management sarà ancora quello attuale etc.), ma la sostanza non muta, il danno è fatto: tecnologia italiana di alto livello andrà a portare acqua al mulino di altri Paesi e di altri capitali (e solo Dio sa quanto invece avremmo bisogno di conservare e se possibile aumentare gli investimenti italiani in tecnologia).

Poi se pensiamo alle frasi (pro domo sua) pronunciate alcuni giorni fa dai vertici confindustriali che sollecitavano il governo a investire in tecnologia e innovazione anziché nel reddito di cittadinanza, ci viene da sorridere e da chiederci, ma perché non applicare (a se stessi) lo stesso metro anche per Magneti Marelli? Perché i grandi industriali fanno sentire la loro voce solo quando si tratta di chiedere e sono assenti quando invece si deve investire (e magari rischiare) in prima persona?

Sfortunatamente la sfida della trasformazione dell’industria automobilistica è ormai entrata nel pieno della competizione e forse Magneti Marelli poteva servire a questa battaglia. Ad esempio, anziché pensare alla sua cessione, perché non fare nuovi investimenti nella storica azienda italiana per trasformarla in uno dei produttori più importanti nel campo dei motori elettrici e delle batterie relative? Scelte strategiche e progetti che mancano, che in ogni caso invece avrebbero potuto dare una mano al paese, e anche a Fca, pesantemente indietro nella corsa per l’elettrificazione della proprio parco modelli. Magneti Marelli era un concorrente di Bosch, ma Bosch è in Germania, dove gli imprenditori (con l’aiuto dello stato) ragionano in un’altra maniera.

Fonte: ilfattoquotidiano.it (qui) Articolo di S. Noto del 22 ottobre 2018.

Economia, Esteri, Politica

Il resto del mondo politiche espansive in deficit. Dagli USA alla Cina, fino al Giappone. E l’Europa? Ancora austerity.

Gli Stati Uniti fanno politiche fiscali espansive (più deficit) con la disoccupazione già al 4%. La Cina, di fronte al rallentamento del PIL, ha annunciato un ulteriore taglio delle tasse la scorsa notte pari all’1 per cento del PIL (ah, appena dopo l’annuncio del governo cinese la borsa ha registrato un +4%).

Il Giappone se ne frega di avere limiti al disavanzo o al debito pubblico. Tant’è che il suo debito è sopra il 230% del PIL. Poi c’è l’Europa, che preferisce auto-distruggersi e mettere alla gogna un paese che dopo 20 anni di avanzi primari chiede di fare un disavanzo maggiore per lo 0.8% del PIL (dall’1,6 al 2,4%) di fronte a un rallentamento dell’economia, rimanendo peraltro sotto il 3%. E gli altri paesi appoggiano questa linea folle invece di seguire. Se posso dare un consiglio a Conte, Salvini e Di Maio, suggerirei di chiedere più deficit per tutti i paesi euro. Un punto percentuale per tutti.

Fonte: Post di Davide Della Bona Facebook

DISCLAIMER: Non sto sottostimando, sminuendo o ignorando i problemi che derivano dall’avere uno spread e rendimenti sui titoli di stato più elevati dentro il sistema monetario chiamato Euro area. Dove, ricordo:  1) La BCE non garantisce in maniera esplicita il debito pubblico degli Stati aderenti. 2) Un downgrade deciso da agenzie di rating private dei titoli di stato di un paese aderente implica un haircut maggiore applicato ai suddetti titoli nelle operazioni di rifinanziamento della BCE. 3) La garanzia eventuale da parte della BCE è condizionale al rispetto delle regole del Patto di Stabilità, che prescrivono il raggiungimento di un saldo strutturale in pareggio (saldo strutturale = saldo nominale corretto per la componente ciclica, che a sua volta è determinata dall’output gap calcolato dalla Commissione europea secondo un modello basato su tutta una serie di assunti teorici dove si va a stimare il Pil potenziale dei vari paesi aderenti – vedi qui: http://ec.europa.eu/…/publications/e…/2010/pdf/ecp420_en.pdf. A titolo informativo aggiungo che ogni banca d’investimento e ogni istituzione economica che produce una stima del Pil potenziale fornisce un dato diverso l’uno dall’altro, che può variare anche anche di vari punti percentuali di Pil; quindi nel caso dell’Italia anche di 20/30 miliardi di deficit nominale in più consentito oppure no, stando sempre alle regole del Patto di Stabilità. Fra le predette istituzioni e banche d’investimento, la stima della Commissione risulta essere in genere quella meno favorevole a consentire un deficit nominale più ampio)

Economia

Scandalo Subprime. Moody’s, maxi-multa negli Usa, avevano gonfiato i rating sui mutui subprime.

Agenzie di rating. Continuano a giudicare, ma la loro indipendenza è funzionale alle grandi banche d’affari. Anche oggi. Nulla è cambianto rispetto al passato.

Patteggiamento da 864 milioni di dollari con il Dipartimento della Giustizia. È il secondo dopo quello da 1,37 miliardi a carico di S&P. Moody’s ha ammesso di aver violato per incassare più commissioni i propri standard di rating sui titoli tossici legati ai mutui che portarono alla grande crisi del 2008-2009.

L’agenzia internazionale Moody’s ha patteggiato il pagamento di circa 864 milioni di dollari alle autorità federali e statali Usa per porre fine all’inchiesta nata dall’accusa di aver gonfiato il rating di mutui ipotecari «tossici» negli anni che hanno portato alla crisi finanziaria del 2008-2009. L’accordo è stato raggiunto col Dipartimento di giustizia, al quale andranno 437,5 milioni di dollari, e con le autorità giudiziarie di 21 stati Usa più il District of Columbia dove si trova la capitale Washington, ai quali andranno i restanti 426,3 milioni di dollari.

Moody’s, insieme alle altre due grandi agenzie di rating internazionali Standard & Poor’s e Fitch, è dagli anni della crisi sotto i riflettori e al centro delle critiche con l’accusa di aver favorito il terremoto finanziario partito dai mutui subprime avendo assegnato una bassa eventualità di default a titoli invece molto rischiosi: il motivo erano le grandi commissioni che le riconoscevano le banche d’affari, che quei titoli tossici emettevano. Moody’s ha riconosciuto di non aver seguito i suoi standard di giudizio, anche se il patteggiamento non implica ammissioni di responsabilità o di violazioni della legge. Nell’ambito del patteggiamento Moody’s ha anche preso l’impegno ad adottare misure che assicurino l’integrità dei rating futuri, compresa quella di non far partecipare gli analisti ai colloqui commerciali con i clienti, il cui rispetto dovrà essere certificato dal ceo del gruppo per almeno 5 anni.Nel 2015 era stata S&P a dover pagare una maxi-sanzione da 1,375 miliardi di dollari per chiudere l’inchiesta penale federale, che aveva avanzato una richiesta di sanzione per 5 miliardi di dollari. Nel caso di Moody’s non si è mai arrivati all’inchiesta federale. A muovere per primo la causa contro Moody’s era stato lo stato del Connecticut nel 2010 accusando Moody’s di avere alterato i rating, gonfiando volontariamente il giudizio sull’affidabilità dei titoli tossici collegati ai mutui. Moody’s l’avrebbe fatto perché il desiderio di incassare commissioni da parte delle banche di investimento che emettevano quei titoli, a costo di sacrificare l’indipendenza e la obiettività di giudizio.

Fonte: corriere.it (qui) Articolo di F. Massaro del 14 gennaio 2017.

Giustizia, Immigrazione, Politica

Diciotti, smontata la tesi dei pm: “Salvini non ha commesso reati”

Il pm di Palermo indagò Salvini per sequestro aggravato. Il tribunale dei ministri: “Il ministro ha tutelato l’interesse nazionale”.

Il caso della nave Diciotti e quello che ha portato (in termini giudiziari) al ministro dell’Interno Matteo Salvini è fatto saputo e risaputo.

L’inchiesta era partita con il pm di Agrigento, Luigi Patronaggio. Il leader della Lega era stato indagato per sequestro aggravato di persona, sequestro di persona, abuso d’ufficio e arresto illegale per non aver fatto scendere subito i migranti a bordo della nave Diciotti. Poi gli ultimi tre reati erano decaduti e restava solo il sequestro aggravato di persona. Gli atti erano così stati mandati a Palermo e poi sarebbe dovuto arrivare il giudizio definitivo del tribunale dei ministri. Ma all’improvviso è arrivato un colpo di scena: il pm Patronaggio e la procura di Agrigento non sono competenti per giudicareil caso perché la Diciotti è stata fermata quando l’imbarcazione era ancora in acque di competenza catanese. Così la palla (giudiziaria) è passata da Palermo a Catania.

Ma ora arriva il vero colpo di scena. Da chi? Dal tribunale dei ministri di Palermo. I giudici scagionano Matteo Salvini. “Nei primi giorni di intervento della nave Diciotti al largo di Lampedusa, per il salvataggio dei 190 migranti che si trovavano a bordo di un barcone proveniente dalla Libia, non sono emersi reati. Fu anzi difeso meritoriamente dalla Guardia costiera l’interesse nazionale”, questo è il risultato dell’analisi che il tribunale dei ministri di Palermo ha consegnato nei giorni scorsi alla Procura dello stesso capoluogo siciliano perché trasmettesse gli atti alla corrispondente Procura di Catania. Nessun reato, quindi. Solo difesa dell’Italia.

Un vero e proprio cambia di rotta per quella inchiesta che tanto aveva e stava facendo discutere e indignare. Nell’analisi, quindi, il collegio palermitano, presieduto da Fabio Pilato, Filippo Serio e Giuseppe Sidoti, divide in due il periodo in cui la Diciotti aveva a bordo i migranti. Vediamoli per capire come hanno scagionato il ministro dell’Interno. Il primo, dal 15 al 20 agosto, dove secondo le toghe c’è stato “solo una attività di pressione diplomatica nei confronti di Malta, perché adempisse i doveri previsti dalle convenzioni internazionali che regolano il salvataggio e l’accoglienza dei flussi migratori. Poi la nave fece uno scalo nei pressi di Lampedusa, dove, con alcune motovedette, furono sbarcati 13 migranti ammalati. Gli altri 177, sempre in quella prima fase, non furono oggetto di alcun reato, men che meno il sequestro di persona, perché nei primi giorni si stava cercando una soluzione diplomatica per l’accoglienza, che poi non fu trovata”. Quindi nessun sequestro di persona, ma solo una soluzione diplomatica.

Arriva poi il secondo periodo, quello fra il 20 al 25 agosto. I magistrati palermitani rimettono qualsiasi riferimento a possibili reati che non individuano, passando la possibilità di valutazione ai colleghi catanesi. In ogni caso sottolineano che “la Guardia Costiera, cercando una soluzione per lo sbarco a Malta, fece l’interesse del Paese al rispetto delle convenzioni da parte dei partner europei”.

Matteo Salvini, quindi, ha fatto soltanto il suo lavoro di ministro: ha tutelato l’Italia e i suoi cittadini.

Il commento di Matteo Salvini

“Quando la nave Diciotti è arrivata nei pressi di Lampedusa, lo scorso agosto, non sono stati commessi reati ma anzi sono stati meritoriamente difesi i confini. Non lo dico io, che per questa vicenda sono incredibilmente accusato di sequestro di persona, ma il tribunale dei ministri di Palermo: la partita giudiziaria non è ancora chiusa, però è un primo passo significativo – afferma il ministro -. In ogni caso, giudici o non giudici, non arretro di un millimetro!”.

Fonte: ilgiornale.it (qui) Articolo di S. Pizzi.

Fisco, Politica

La pace fiscale in 5 punti

 

 

Cambia la pace fiscale. Dopo l’intesa raggiunta ieri durante il Cdm – con l’eliminazione della non punibilità penale e lo scudo per i capitali all’estero dal decreto fiscale – il condono viene riscritto. Confermata la rottamazione-ter, la cancellazione dei debiti sotto i mille euro, la dichiarazione integrativa per i redditi non dichiarati, la chiusura delle vertenze fiscali e il ‘saldo e stralcio’ che non è presente ancora nel dl ma arriverà con un emendamento in Parlamento.

ROTTAMAZIONE TER– Con la rottamazione-ter sarà possibile ridefinire il proprio debito con il fisco accumulato tra il 2000 e il 2017 dilazionando i pagamenti in cinque anni e 20 rate trimestrali, senza pagare interessi e sanzioni. Il modulo per aderire sarà pubblicato sul sito dell’Agenzia delle Entrare.

SALDO E STRALCIO – Nel decreto fiscale ancora non c’è. Ma il saldo e stralcio delle cartelle arriverà in sede di conversione di decreto per chi si trova “in oggettive e certificate difficoltà economiche”. In sostanza, sarà consentito un ‘ravvedimento operoso’ per i piccoli contribuenti in difficoltà economica. A seconda della situazione in cui si trovano, i contribuenti potranno pagare da un minimo del 6% a un massimo del 25% del dovuto con un’aliquota intermedia del 10%.

DICHIARAZIONE INTEGRATIVA – Si tratta di una sorta di piccolo condono dei debiti aperti con il fisco concesso fino a un massimo di 100 mila euro. Il provvedimento licenziato dal governo stabilisce un’aliquota al 20% per sanare la parte non dichiarata e riservata a coloro che hanno presentato la dichiarazione dei redditi. Con la dichiarazione integrativa sarà possibile far emergere fino a un massimo del 30% in più rispetto alle somme già denunciate e comunque con un tetto di 100mila euro annuali.

MINI DEBITI CANCELLATI – Resta invariata la rottamazione delle minicartelle che prevede il saldo e lo stralcio per le cartelle di importo inferiore a mille euro ricevute dal 2000 al 2010, come bolli auto e multe. La misura interesserà dieci milioni di contribuenti e coinvolgerà il 25% del magazzino dell’Agenzia delle Entrate-Riscossione.

LITI FISCALI – Resta invariata anche la chiusura delle vertenze fiscali. In caso di un contenzioso legale con il fisco i contribuenti potranno sanare la loro posizione pagando il 50% del non dichiarato in caso di vittoria in primo grado e il 20% in 5 anni al secondo grado, senza sanzioni e interessi.

Fonte: Adnkronos.com (qui), Facebook

 

Economia, Legge di Bilancio, Politica

Manovra, “piace al 59% degli italiani. Pace fiscale ok per elettori M5s. Misura più gradita? Taglio alle pensioni d’oro”

Il sondaggio a firma Nando Pagnoncelli realizzato da Ipsos per il Corriere della Sera: quasi sei intervistati su dieci esprimono giudizio positivo sulla legge di Bilancio. Tra le misure principali, solo reddito di cittadinanza e pace fiscale convincono meno della metà delle persone e ottengono consenso solo nella maggioranza.

La legge di Bilancio 2019 presentata dal governo gialloverde piace alla maggioranza degli italiani. Il 59%, secondo il sondaggio a firma Nando Pagnoncelli realizzato da Ipsos per il Corriere della Sera. Al di là della risposta dell’Unione europea, delle tensioni tra maggioranza e opposizioni e della reazione dei mercati, le opinioni degli italiani sulla manovra sono sostanzialmente positive. Tra le misure bandiera del testo presentate dal governo Conte, le uniche che convincono meno della metà degli intervistati sono il reddito di cittadinanza e la pace fiscale, protagonista degli attriti interni alla maggioranza fino al Consiglio dei ministri conciliatore di sabato pomeriggio. Il 73% degli elettori M5s però gioisce per l’introduzione del reddito minimo garantito e il 64% accetta anche le norme sul fisco. Il provvedimento più apprezzato invece è il taglio alle pensioni d’oro: piace al 68% degli intervistati, più della riforma della Fornero (58%).

Il giudizio sulla manovra – Rispetto al sondaggio di tre settimane fa, evidenzia Pagnoncelli sul Corriere, aumenta dal 41% al 45% la quota di chi ritiene che la manovra non metterà a repentaglio la tenuta dei conti pubblici. In generale a ritenere la legge di Bilancio almeno sufficiente sono appunto quasi sei intervistati su dieci. L’insieme delle misure ottiene un plebiscito(81%) sia tra gli elettori pentastellati che tra quelli della Lega. Pure il 56% di chi vota Forza Italia e Fratelli d’Italia apprezza la manovra che invece viene bocciata dal 75% degli elettori del Partito democratico. D’altro canto, significa che un elettore su quattro del centrosinistra ha espresso invece un giudizio positivo.

Reddito di cittadinanza – Prevalgono invece le valutazioni negative per quel che riguarda il provvedimento fortemente voluto dai Cinquestelle. Oltre agli stessi grillini, solo gli elettori del Carroccio per la maggioranza (53%) promuovono il reddito di cittadinanza, “odiato” soprattutto dai democratici che per l’85%esprimono un voto negativo. In generale, la misura riceve il sì del 42% degli intervistati: principalmente sono disoccupati, lavoratori esecutivi, residenti nelle regioni centromeridionali ma anche i dipendenti del settore pubblico e casalinghe. Mentre, si legge sul Corriere, viene osteggiata da dirigenti e impiegati del settore privato, dai lavoratori autonomi, dalle persone più istruite e dai residenti delle regioni settentrionali.

Pace fiscale – L’altra misura più divisiva è la pace fiscale che, seppur promossa da pentastellati e leghisti (entrambi gli elettorati per il 64% esprimono un giudizio positivo), in generale piace solo al 49% degli italiani. Anche in questo caso pesa il parere negativo di otto elettori del centrosinistra su dieci. Ma è anche chi vota “altre liste” per il 69% boccia la pace fiscale. La misura ottiene consenso, stando al rilevamento di Ipsos, tra gli astensionisti (42%), come pure tra i ceti meno istruiti, le casalinghe, gli operai, i residenti nel Nord-est e al Sud.

Flat tax e pensioni – L’estensione della tassazione forfettariaal 15% a tutte le partite Iva con ricavi fino a 65mila euro ottiene il 55% di voti favorevoli. Più della flat tax però, sono graditi i provvedimenti sulle pensioni. La revisione della legge Fornero e il passaggio al sistema della “quota 100” riceve il giudizio positivo del 58% degli intervistati. Ancora più apprezzato il taglio alle “pensioni d’oro” – sopra i 4.500 euro netti mensili – che piace al 68% degli italiani.

Fonte: ilfattoquotidiano.it (qui)

Europa, Legge di Bilancio

Manovra, non solo Italia: le lettere negative della Ue sulle leggi di bilancio. I casi di Parigi, Madrid, Atene e Helsinki

Fa parte delle modalità con cui la Commissione europea comunica i suoi rilievi sulle bozze di piani di bilancio che tutti gli Stati inviano inviano prima del passaggio nei rispettivi Parlamenti. La più indigesta, per l’Italia, fu quella recapitata il 5 agosto del 2011

Annunciata o meno, ricevere una lettera è sempre una piccola o grande emozione. In Europa devono esserne ben consapevoli, visto che da anni tra Bruxelles, Francoforte e capitali dei paesi euro è in atto uno scambio di missive vorticoso e di lettere è punteggiata la storia dell’unione monetaria. Le parole uscite dalla busta indirizzata al ministro Giovanni Tria, perentorie e insolitamente dure nei toni, hanno il sapore di uno schiaffo verbale anche se, ma da un punto di vista procedurale, l’uso di una lettera è la norma. Fa parte delle modalità con cui Bruxelles comunica i suoi rilievi sulle bozze di piani di bilancio che tutti gli Stati inviano alla Commissioneprima del passaggio nei rispettivi Parlamenti. È quindi anche un modo usato dalla Commissione per esercitare una sorta di “moral suasion” sulle varie assemblee legislative. Sempre via lettera, i Governi possono naturalmente replicare. Se non si raggiunge un’ intesa e lo Stato “inadempiente” insiste sulla sua linea, la Commissione può avviare l’iter sanzionatorio previsto dal patto si stabilità e crescita. Nulla di terribile. Nella peggiore delle ipotesi multe e richieste di depositi vincolanti per un valore pari a circa lo 0,5% del Pil oltre al blocco dei finanziamenti della Banca europea per i finanziamenti.

Nella determinazione con cui Bruxelles porta avanti questa opzione rimane comunque sempre una buona dose di discrezionalità politica come insegnano alcuni precedenti. Nel 2003 sia la Francia che la Germania sforarono i limiti di deficit per il terzo anno consecutivo. L’allora commissario all’Economia Pedro Solbes minacciò sanzioni e inviò raccomandate a Parigi e Berlino. Ma poi tutto si fermò quando l’Eurogruppo (consesso dei ministri economico finanziari dell’area euro) decise di graziare i due pesi massimi del Vecchio Continente con il voto favorevole anche dell’Italia. Un precedente disastroso per il messaggio che portava con se: le istituzioni centrali europee non avevano il coraggio politico di imporsi ai membri più importanti.

I carteggi tra Commissione e cancellerie sono insomma all’ordine del giorno. Per l’Italia, e qualche altro paese, in particolare. Limitandosi agli anni più recenti, rilievi sui piani di bilancio sono stati messi neri su bianco nella lettera inviata al ministro Pier Carlo Padoan nel 2017. Nel 2016 le buste di Bruxelles presero il volo per Roma, Parigi, Madrid, Helsinki oltre che per il Belgio, la Croazia e la Romania. Anche nel 2014 i commissari europeo presero carta e penna per scrivere a Roma, a Parigi e ad altre due capitali. Busta e francobollo sono il primo atto di procedure che possono portare a provvedimenti di varia natura e per motivi diversi. Un fitto carteggio con Budapest ha ad esempio preceduto l’inizio delle procedure sanzionatorie contro l’Ungheria per le sue politiche migratorie.

I toni particolarmente duri della lettera arrivata al ministero dell’Economia giovedì costituiscono un segnale preoccupante soprattutto in chiave politica. Se la Commissione usa certe formule “deviazione senza precedenti, mai nessuno così lontano dagli obiettivi è anche perché sa di avere le spalle coperte. L’Italia risulta sempre più isolata in Europa e in questi giorni le varie cancellerie, a cominciate da quelle che alcune parti del Governo ritengono più “amiche”, hanno fatto a gara a chiedere un trattamento severo nei confronti di Roma. Non è certo la prima volta che in Italia arrivano missive difficili da digerire. La più indigesta fu quella recapitata il 5 agosto del 2011, inizialmente segreta, in cui il presidente della Banca centrale europea Jean Claude Trichet e il successore designato Mario Draghiintimavano all’Italia di avviare politiche di rigore come condizione per ottenere il sostegno di Francoforte contro l’attacco dei mercati che infuriava. Le indicazioni abbastanza puntuali della lettera come riforme di pensioni e pubblica amministrazione e liberalizzazione del mercato del lavoro, furono (e)seguite solo in parte. I diktat di Francoforte contribuirono a scavare una distanza tra il presidente del Consiglio e il ministro dell’Economia di allora, Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti che fu una delle cause della fine anticipata dell’Escutivo da lì a pochi mesi. Negli stessi giorni una lettera quasi identica nei contenuti, ma a firma di Trichet e del governatore della banca centrale spagnola Miguel Ángel Fernández Ordóñez , fu inviata anche al governo di Mariano Rajoy che ne accolse abbastanza pedissequamente le indicazioni.

Di lettere spedite è ricca anche la recente crisi greca. Per anni molte delle richieste della “Troika” (Commissione Ue, Bce ed Fmi) sono arrivate per posta. Nel marzo 2015 il premier Alexis Tsipras scrisse alla cancelliera tedesca Angela Merkel per chiedere condizioni meno punitive per gli aiuti al paese, nel 2015 ai creditori del paese. Alla fine del luglio 2015, sempre via lettera, la sostanziale capitolazione di Atene con l’ok indirizzato a Mario Draghi, Jean Claude Juncker e Chistine Lagrde alle misure di austerity richieste al Paese.

Fonte: ilfattoquotidiano.it (qui) Articolo di A. Del Corno

Debito pubblico, Economia, Politica

Della Luna: finanziare a deficit 20 anni di futuro, o è la fine

Dove porta la legge finanziaria sovranista? Per i prossimi 25 anni la produttività (efficienza produttiva) italiana è prevista in costante declino; il che implica il passaggio dell’Italia al Terzo Mondo (molto prima di 25 anni), perché l’Italia continuerà a perdere competitività, quindi a dover ridurre i salari e le prestazioni sociali per compensare tale perdita, non potendo lasciar svalutare la sua moneta dato che l’euro blocca l’aggiustamento fisiologico dei cambi. Continueranno il calo della domanda interna, la crescita delle insolvenze, il calo e/o lo scadimento dell’occupazione, la fuga di aziende, capitali e cervelli, il take-over da parte dei capitali stranieri. Per uscire da questa linea di declino, l’Italia dovrebbe fare investimenti infrastrutturali di lungo termine, cioè almeno ventennali, e idonei a far risalire la produttività: ricerca, tecnologie, ammodernamento, formazione del personale, infrastrutture, sistemazione idrogeologica. Ma per fare tali investimenti si dovrebbe vincere la resistenza e i vincoli europei, che sono stati formulati proprio per mantenere l’Italia (e gli altri paesi poco efficienti) in uno stato di crisi e involuzione controllate permanenti, onde poterne rastrellare fino al fondo le risorse finanziarie, aziendali, professionali per trasferirle in Germania e Francia (questo è il piano della cosiddetta integrazione europea).

E bisognerebbe vincerli non solo per il prossimo anno né per un anno alla volta né per tre alla volta, bensì per un programma di almeno vent’anni, concordato e accettato con Bruxelles. Con un programma ventennale di investimenti, gli imprenditori Genovaprivati, potendo contare su lunghi e grossi appalti pubblici, investiranno i loro soldi in attrezzature e assunzioni, facendo partire un grande circolo virtuoso ed espansivo anche di domanda interna. Il permesso per finanziare un tale piano è alquanto difficile da conseguire, perché gli interessi e il piano europeisti sono nel senso che l’Italia debba continuare il suo declino e la cessione di aziende, capitali, professionisti ai paesi egemoni; e i garanti interni di questo piano europeista – Quirinale, magistrati interventisti (anche nella Corte Costituzionale), apparati ministeriali, mass media – sono già stati mobilitati, e dovranno organizzare qualcosa per fermare l’attuale governo tra qui e le elezioni europee, cioè prima che i partiti sovranisti possano vincere. Per fermare un governo sostenuto dal 62% degli italiani, e con moltissimi osservatori già contro-mobilitati per denunciare ogni tentativo di nuovo golpe ordito sia dall’interno che dall’estero. Una bella partita.

Ma quand’anche si riesca a varare un programma ventennale di investimenti, vuoi attraverso una vittoria sovranista alle imminenti elezioni europee, vuoi attraverso una modificazione negoziata dei trattati, vuoi attraverso l’uscita dall’euro e il recupero della sovranità monetaria che consenta una spesa pubblica mediante un’emissione di debito protetto dalla garanzia di acquisto da parte della banca centrale italiana, resterà da vedere se il sistema-paese Italia sia o non sia capace di fare tali investimenti in modo efficace, ossia tale da aumentare adeguatamente la produttività, anziché ancora una volta all’italiana, peggiorando le cose. L’esperienza ormai settantennale con investimenti di analogo scopo nel Mezzogiorno è in senso  negativo, così come l’esperienza della ricostruzione dopo i recenti terremoti, nonostante tutte le promesse e garanzie di strettaL'esultanza dei gialloverdi per il Def con il deficit al 24%sorveglianza: gli investimenti sono stati inefficaci perché mal progettati, eseguiti disorganicamente, diretti principalmente da scopi clientelari e con metodi criminali.

Anche coloro che promettevano che “l’Europa” e l’euro, con le loro regole, avrebbero risanato il sistema-paese Italia, liberandolo dai suoi vizi storici e rendendolo efficiente attraverso vincoli e pressioni dall’esterno, sono stati smentiti: dapprima, l’introduzione dell’euro, con la possibilità per il settore pubblico di finanziarsi a tassi bassi, ha aumentato la spesa clientelare e parassitaria, quindi l’indebitamento pubblico; con la crisi del 2007-2008, essendo venuti meno gli spazi e i fondi per progetti di crescita e prospettandosi invece un lungo, indefinito declino, politici e amministratori si sono ancor più dedicati alla lotta per spartirsi le decrescenti risorse e alla collaborazione con le operazioni di rastrellamento suddette, senza interesse per l’efficacia della spesa stessa. E’ da questa condizione che deve cercare di ripartire l’attuale governo. Se il sistema-paese Italia ancora una volta risulterà incapace di investire produttivamente le risorse di cui dispone, sarà giustificato il piano Funk, ossia il suddetto piano “europeista” di trasferimento forzato delle Marco Della Lunamedesime risorse da essa ai paesi che le sanno mettere a frutto, come unico piano atto a costruire un’Europa unitaria e ben funzionante, sia pur col sacrificio dei popoli inferiori  in quanto ad efficienza.

Questo ovviamente vale su scala macro, mentre su scala individuale, con soluzione al problema-Italia, si confermerebbe l’indicazione dell’emigrazione di chiunque abbia capacità e risorse valorizzabili all’estero. Qualora si arrivi alla rottura con la Bce, raccomando al governo di considerare quanto segue per il nuovo assetto monetario da dare al paese. Dato che la sua inefficienza è dovuta a ragioni storiche inveterate e consolidate di clientelismo, nepotismo, parassitismo, inseriti nei meccanismi di consenso politico, e che tali cause sono eliminabili solo nelle fantasie degli imbonitori, dei velleitari e degli utopisti, l’Italia avrebbe bisogno, per vivere al meglio secondo le sue reali possibilità e con i suoi difetti: di uscire dall’euro ritornando alla sovranità monetaria; di ritornare al libero aggiustamento dei cambi (ossia alla svalutazione competitiva); di dotarsi di una banca centrale com’era prima del 1981, che assicuri l’acquisto del debito pubblico e bassi tassi di interesse, così che lo Stato possa immettere soldi (con gli investimenti a deficit) nell’economia reale anziché toglierli (con gli avanzi primari): infatti l’Italia, come ogni motore vecchio, per funzionare e non grippare ha bisogno di abbondante olio perché ne brucia molto.

Fonte: libreidee.org (qui) (Articolo di Marco Della Luna, “Deficit di bilancio e deficit di efficienza”, dal blog di Della Luna del 30 settembre 2018).

Inquinamento, Salute

Avviso ai cittadini: Lo smog accorcia la vita, “annebbia” la mente e rende più stupidi.

Un team di ricerca sino-americano ha dimostrato che l’inquinamento atmosferico ha un impatto negativo e diretto sulle nostre facoltà cognitive, riducendole proporzionalmente in base all’età e ai livelli di esposizione. Gli studiosi hanno condotto un’indagine con 20mila partecipanti sottoposti a test matematici e linguistici.

Lo smog riduce le nostre capacità cognitive e ci rende meno intelligenti. L’effetto dell’inquinamento atmosferico è particolarmente marcato sugli uomini meno istruiti, inoltre cresce proporzionalmente con l’età: più invecchiamo e più diventiamo stupidi a causa dell’aria contaminata che respiriamo. A determinarlo un team di ricerca internazionale composto da studiosi cinesi e americani della Scuola di Statistica dell’Università Pechino e della Scuola di Salute Pubblica dell’Università di Yale. Gli scienziati, coordinati dal professor Xi Chen, docente presso il Dipartimento di Gestione e Politiche della Salute dell’ateneo statunitense, sono giunti a questa conclusione dopo aver analizzato i dati di oltre 20mila cittadini cinesi. Si è trattato del più ampio e approfondito studio di questo genere.

Ma come hanno dimostrato il legame tra smog e impatto sul livello cognitivo? Chen e colleghi hanno innanzitutto calcolato i livelli di inquinamento respirati da tutti i partecipanti sulla base degli indirizzi di residenza. Tra le sostanze prese in esame vi erano il particolato sottile inferiore al PM10 (quello con particelle di 10 micrometri), l’anidride solforosa (biossido di zolfo) e il biossido di azoto; altre come l’ozono e il pericolosissimo monossido di carbonio non sono state invece integrate nei calcoli statistici. Dopo aver determinato effettivamente i livelli di smog respirati da ciascun partecipante, di entrambi i sessi e tutti con un’età uguale o superiore ai 10 anni, hanno sottoposto loro dei test matematici e linguistici (rispettivamente con 24 e 34 domande) per misurarne le capacità cognitive. Dall’analisi dei dati è emerso chiaramente che maggiori erano i livelli di smog e peggiori erano i punteggi nei test cognitivi, con i risultati più scarsi ottenuti dagli uomini più anziani e meno istruiti. Secondo gli scienziati ciò è dovuto al fatto che questa categoria di uomini spesso è impegnata in lavori manuali all’aperto, dunque è più soggetta all’influenza dell’inquinamento atmosferico.

Poiché si è trattato di uno studio di osservazione, Chen e colleghi non hanno trovato un rapporto di causa-effetto tra l’inquinamento e impatto negativo sull’intelligenza, tuttavia i risultati collimano con quelli ottenuti da altre indagini simili. Un team di ricerca dell’Università di Barcellona, ad esempio, aveva dimostrato che lo smog può ‘rallentare’ il cervello dei bambini, riducendo la loro capacità di attenzione e la memoria, mentre un altro studio spagnolo ha evidenziato che i bambini che vanno a scuola a piedi e sono più esposti al particolato sottile PM2.5 manifestano una riduzione nella memoria di lavoro.

L’inquinamento atmosferico, dunque, oltre a essere pericolosissimo per la salute fisica – uccide più di 6 milioni di persone ogni anno, 500mila solo in Europa – deteriora anche quella mentale, anche se non sono ben chiari i meccanismi. La teoria più accredita risiede comunque nel trasporto di tossine nel cervello attraverso il particolato sottile. I dettagli dello studio sino-americano sono stati pubblicati sull’autorevole rivista scientifica PNAS.

Fonte: scienze.fanpage.it (qui)

Inoltre, respirare aria inquinata accorcia la vita di più di un anno, scrive Environmental Science & Technology Letters. Un nuovo studio ha stimato l’impatto delle polveri sottili Pm 2,5 sulle aspettative di vita in 185 paesi, usando i dati del rapporto Global burden of disease. È stata calcolata una riduzione media dell’aspettativa di vita di 1,2 anni a livello globale. I paesi più penalizzati sono Bangladesh, Egitto e Niger, con due anni di vita persi, mentre i migliori sono Svezia, Australia e Nuova Zelanda, con uno o due mesi persi. Inalare polveri sottili aumenta il rischio di tumori, ictus, malattie cardiache e respiratorie.

Fonte: Internazionale 31 agosto 2018.

Ci siamo mai chiesti perché la lotta all’inquinamento è poco convinta? Gli effetti interessano alle élite che mantengono il potere sulle masse “annebbiate”, alle corporation farmaceutiche per tutto l’indotto delle malattie causate dall’inquinamento, alle grandi case automobilistiche che vogliono sfruttare fino in fondo le tecnologie basate sui carburanti tradizionali.

Ricordiamoci queste élite sono contro i popoli.

Economia, Europa, Politica

Bilancio italiano: il braccio di ferro in atto con l’Unione Europea di Jacques Sapir | Scenarieconomici.it

La presentazione del DEF italiano sta sollevando un problema di compatibilità con le istituzioni europee (sull’ampiezza del deficit) così come una polemica vivace in Italia. È ormai chiaro che si va’ verso una grande crisi tra l’Unione Europea e l’italia.

Il Ministro dell’Interno italiano e Vice-primo ministro Matteo Salvini aveva dichiarato alla fine del mese di settembre che avrebbe sostenuto una proposta di “limitazione del deficit” intorno al 2%. Questa dichiarazione era importante, perché pronunciata da un dirigente che aveva fatto propaganda su una rottura sincera con le regole dell’Unione Europea. In più, i sondaggi realizzati in Italia mostravano (e continuano a mostrare) che Salvini gode di un’incontestabile popolarità (tra il 60% e 75% di opinioni favorevoli) e che il suo partito, la Lega, sembra avere il vento in poppa. Ha ottenuto il 17% dei suffragi alle ultime elezioni, ma attualmente è accreditato a più del 32% nei sondaggi.

Questa dichiarazione aveva suscitato naturalmente numerosi commenti. Infatti, certuni si sono rallegrati e altri si sono preoccupati che Matteo Salvini abbia fatto ciò che appare come dichiarazioni rassicuranti su un eventuale deficit per il 2019 prima dell’incontro previsto da lunga data tra Giovanni Tria ed i membri dell’ECOFIN e dell’EUROGRUPPO. Ciò poteva sembrare accomodante per gli altri dirigenti europei ed i dirigenti dell’UE.

In realtà non era così. Innanzitutto, conviene notare che queste dichiarazioni erano solamente l’inizio di un negoziato sulle cifre che l’Italia doveva mettere nel documento di pianificazione di bilancio. Inoltre, questa dichiarazione è stata determinata da un gioco delicato condotto dalle parti in seno all’élite politica italiana. Le cifre ora sono state pubblicate e indicano che il governo italiano si orienta molto verso una prova di forza con l’Unione Europea.

L’ampiezza e le cause del deficit

Di fatto, il governo italiano ha finito per optare per una soglia di deficit del 3,0% del PIL, fermandosi solamente al 2,4% per il 2019. Questo obiettivo è in completa contraddizione con il quadro di bilancio delle finanze pubbliche fissate dall’Unione europea per l’Italia, che fissa il deficit massimale intorno al 0,7%. Ancora più importante è che nelle dichiarazioni del governo italiano non si fa menzione alcuna di raggiungere un equilibrio di bilancio per i tre anni successivi. Nei fatti ciò significa che ca. 24 miliardi di euro dovrebbero essere finanziati se ci si atteneva alle regole di bilancio dell’UE e non lo sono nella realtà. Di questa somma, 12,4 Mld saranno utilizzati per ridurre molto l’IVA, ciò che corrisponde ad una promessa della campagna elettorale; 1,5 Mld dovrebbero essere destinati alla ristrutturazione bancaria al fine di compensare le perdite dei risparmiatori; per finanziare l’abolizione della legge sulle pensioni e i pensionamenti anticipati per ca.400 000 lavoratori sono previsti 8 Mld. Peraltro, 10 Mld saranno destinati al reddito (di cittadinanza) di 6,5 milioni di persone su 10 anni; infine bisogna tenere conto della riduzione delle tasse ciò che equivarrà ad una diminuzione del gettito fiscale da 3,5 a 4,5 Mld.

La decisione del governo è importante. Questa decisione è stata convalidata interamente dal Ministro dell’economia Giovanni Tria, il quale veniva presentato come un sostenitore delle regole dell’UE. O ci si è sbagliati sulle idee di Tria oppure lui sembra aver ceduto alla volontà di Di Maio e Salvini. Questa previsione di spesa è chiaramente un bilancio di rilancio che combina un sostegno alla domanda con una riduzione delle tasse. Il fatto che l’essenziale di queste diminuzioni porta sull’IVA mostra bene la dinamica sociale di questo budget. Su 24 Mld di deficit supplementare previsto nel progetto di bilancio, quasi 20 miliardi dovrebbero andare verso le famiglie più povere così come verso le classi medie.

Un’agenda molto densa

La presentazione degli obiettivi di bilancio è tuttavia solamente il primo passo in un processo più complesso. L’ufficio parlamentare del bilancio, l’UPB che è un’agenzia indipendente del governo, deve esprimere il suo parere. Sarà probabilmente negativo. Ma il governo può non tenerne conto. Ben più importante sarà la reazione dell’Unione Europea. In quest’ottica conviene avere bene in vista le scadenze delle relazioni tra il governo italiano e l’UE. Il 15 ottobre il governo dovrà mandare il progetto di legge di bilancio a Bruxelles. Il 20 ottobre, il bilancio sarà reso pubblico nella sua interezza e non solo negli obiettivi di deficit. Il 22 ottobre, la Commissione manderà una prima lettera al governo italiano in cui si dichiarerà probabilmente preoccupata per l’evoluzione della situazione e proporrà una settimana di proroga per procedere agli aggiustamenti necessari e sottomettere di nuovo il progetto. Se il governo modificherà il DEF (come è accaduto nel 2014) la situazione ridiverrebbe normale e conforme. Se tuttavia il governo mantiene il suo progetto di bilancio, e le ultime dichiarazioni vanno in questo direzione, il conflitto sarà inevitabile. Se dunque il governo italiano non dà seguito alle riserve della commissione europea e mantiene gli obiettivi e il bilancio iniziale, il 29 ottobre ci sarà un rigetto ufficiale da parte della Commissione. Durante le tre settimane successive il governo avrà tuttavia sempre la possibilità di modificare il bilancio ma sembra ferma la volontà del governo di mettere in esecuzione i suoi piani qualunque sia il parere della Commissione europea. Conseguentemente il 21 novembre saranno presentati i pareri ufficiali sui progetti di bilancio dei paesi membri al Comitato economico e finanziario, il comitato junior dell’Ecofin. Il Comitato potrebbe formulare allora una raccomandazione formale come è richiamato dall’articolo 126, paragrafo 3 che costituisce la prima tappa per mettere l’Italia in procedura di deficit eccessivo. Altri passi ufficiali dovrebbero seguire. In caso di dibattito politico, e ci sarà certamente un dibattito importante dato che l’Italia ha degli alleati in seno al Comitato economico e finanziario, il tempo dovrebbe essere sufficiente tale da permettere ai ministri di prendere le loro decisioni all’inizio di dicembre e poi al Consiglio europeo alla fine dell’anno. Ma la decisione dovrebbe essere la stessa all’inizio del 2019: una dichiarazione di mancanza di conformità e il probabile avvio della procedura di deficit eccessivo. Allo stesso tempo, il parlamento italiano approverà probabilmente il bilancio, visto che il governo beneficia di una maggioranza sufficiente. Il presidente Mattarella che ha lanciato già un avvertimento dovrebbe allora dire che il bilancio non è compatibile con il quadro di bilancio nazionale (che in realtà non è che una fotocopia del bilancio europeo) e dovrebbe rigettarlo. La procedura prevede tuttavia che il governo può chiedere un nuovo voto al Parlamento. Quest’ultimo dovrebbe allora riaffermare il suo sostegno al DEF. A questo punto il presidente non avrebbe altra scelta che firmarlo. È solamente in un momento successivo che la Corte costituzionale potrebbe rigettare il DEF dichiarandolo incostituzionale. Tuttavia, ciò richiederebbe parecchi mesi per ragioni pratiche ma soprattutto provocherebbe una grave crisi politica in Italia che potrebbe portare probabilmente a nuove elezioni. Queste ultime potrebbero, se si crede ai sondaggi fatti di recente, vedere una vittoria massiccia del M5S e della Lega (accreditati rispettivamente al 27% e al 33% delle intenzioni di voto). Questo potrebbe tradursi in una maggioranza dei due-terzi alla Camera e al Senato, cosa che permetterebbe al governo di procedere a modifiche della Costituzione.

Il futuro in forse

Occorre, beninteso, aggiungere a ciò il comportamento delle agenzie di rating e i probabili aumenti dei tassi di interessi sul debito italiano che rappresenta il 133% del PIL. Questo aumento del debito potrebbe condurre del resto ad un aggravamento della crisi tra l’Unione Europea e l’Italia. Il governo di quest’ultimo potrebbe decidere di utilizzare dei buoni del Tesoro di piccolo taglio (Minibot) come moneta parallela, avviando così il processo di uscita dall’Euro.

L’Italia sarà sottoposta dunque ad una forte pressione, tanto dalle autorità dell’UE che al suo interno (la stampa attualmete è scatenata contro il governo) e pressione proveniente dai mercati finanziari. Ma il governo italiano sembra essere preparato a resistere. Può contare sui presidenti delle due commissioni economiche della Camera e del Senato (Claudio Borghi e Alberto Bagnai) le cui convinzioni euroscettiche sono ben note, su membri del governo (da Salvini a Savona) ma anche su sostegni esterni e, più importante ancora, sulla maggioranza degli italiani.

Il fatto che la riunione annuale del Centro di ricerca dell’Università di Pescara (che Alberto Bagnai ha diretto fino alla sua entrata in politica) che avrà luogo il 10 e 11 novembre si annuncia molto seguita (più di 600 partecipanti paganti si sono iscritti in appena 5 giorni) è anche una buona indicazione del sostegno che incontra il governo italiano nel suo braccio di ferro con l’Unione Europea. Il fatto che Stefano Fassina, un dirigente storico del sinistra italiana che si era dimesso dal governo (Letta) e rotto col PD di Matteo Renzi e che eletto all’assemblea di Liberi ed Uguali, abbia annunciato la sua partecipazione a questa riunione è anche un segno che questo sostegno potrebbe ben trascendere dalle divergenze politiche.

Traduzione di Viola Ferrante

https://www.les-crises.fr/russeurope-en-exil-budget-italien-le-bras-de-fer-avec-lunion-europeenne-est-engage-par-jacques-sapir/

Fonte: scenarieconomici.it (qui)

Debito pubblico, Economia

Jp Morgan resta fedele ai BTp: “La sostenibilità del debito non è in dubbio. Lo spread non andrà oltre 400”

La decisione del governo di fissare il rapporto deficit/Pil al 2,4% ha colto di sorpresa quei fondi esteri che a settembre avevano comprato BTp sulla scommessa che l’esecutivo avrebbe adottato una linea prudente in tema di conti pubblici. Ma se in questi giorni molti investitori esprimono timori riguardo la possibile deriva della crisi italiana non manca, nel panorama dei grandi fondi, chi vede nel recente crollo delle valutazioni dei BTp un’opportunità. Tra questi c’è Jp Morgan AM, il braccio di asset management della banca americana. Un peso massimo nell’industria del risparmio gestito, con asset per 1.700 miliardi di dollari e un portafoglio obbligazionario da 484 miliardi. «I fondamentali dell’Italia restano buoni, nonostante l’incertezza politica. Per questo, per noi, l’impennata dello spread italiano rappresenta un’opportunità di investimento», dichiara Nick Gartside, capo della divisione reddito fisso e commodities, che Il Sole 24 Ore ha incontrato in occasione del meeting annuale organizzato nel quartier generale europeo della società, nei pressi del Blackfriars bridge di Londra.

Gli investitori esteri hanno ridotto significativamente la loro esposizione in titoli di Stato italiani per l’incertezza legata alle scelte di politica economica del nuovo governo. Voi come gestite il rischio Italia?

Le nostre strategie di investimento sono da sempre orientate dai fondamentali e dalla valutazione sul rapporto rischio/rendimento. Ad oggi crediamo che l’incertezza politica sia adeguatamente remunerata: per questo alcuni dei nostri fondi stanno aumentando l’esposizione in BTp. I problemi dell’Italia sono ben noti ma non si possono trascurare i punti di forza come il surplus della bilancia commerciale e l’avanzo primario.

Non vi preoccupa la decisione del governo di portare il deficit al 2,4%?

Non eccessivamente. Tanti governi, a partire da quello americano, stanno facendo deficit spending. Non vedo nulla di strano nel fatto che anche l’Italia faccia altrettanto. È una tendenza che andrà ad aumentare nei prossimi anni. Per compensare la riduzione dello stimolo monetario si utilizzerà sempre di più la leva fiscale.

Ma l’Italia se lo può permettere? Non vede rischi sulla sostenibilità del debito se la crescita non dovesse adeguarsi alle previsioni ottimistiche del governo?

Il problema numero uno per l’Italia è il debito ma, allo stato attuale, la sua sostenibilità non è in discussione. La variabile chiave sarà la crescita economica e crediamo che le misure messe in atto dal governo possano essere di stimolo per l’economia.

Vi preoccupa la prospettiva di un declassamento del rating? 

Una bocciatura da parte di Moody’s è già scontata dai mercati ma ritengo assai improbabile che il rating dell’Italia scenda a quota “junk”. C’è da aspettarsi molta volatilità, questa sì, in vista delle decisioni delle agenzie.

Diversi investitori non comprano BTp perché li ritengono eccessivamente volatili. Qual è la vostra posizione in merito?

La volatilità è tornata e bisognerà farci l’abitudine. È un fenomeno strettamente correlato alla riduzione degli stimoli monetari da parte delle banche centrali e all’incertezza politica. Oggi c’è volatilità sui BTp ma lo stesso è successo con i Gilt britannici in occasione della Brexit o con gli Oat prima delle presidenziali francesi. Noi crediamo che, se adeguatamente gestita, possa essere un’opportunità. Altrimenti non compreremmo BTp.

Ma l’instabilità finanziaria può avere conseguenze anche molto importanti. L’eccessivo deprezzamento dei titoli di Stato italiani, ad esempio, può comportare l’erosione del capitale degli istituti di credito. Non vede il rischio di una nuova crisi bancaria?

C’è uno stretto legame tra banche e titoli di Stato, che va monitorato con molta attenzione. Ritengo tuttavia improbabile, allo stato attuale, una crisi bancaria perché credo che lo spread Bund-BTp non si attesterà oltre la soglia di allarme dei 400 punti.

Come giudica l’idea dei Cir, i conti individuali di risparmio, che il governo vuole varare per incentivare l’investimento in titoli di Stato da parte dei risparmiatori privati?

È una strategia che anche altri governi, ad esempio il Regno Unito, hanno adottato e che mi pare sensata. Tutto ciò che può servire a stabilizzare le fonti di rifinanziamento del debito è positivo per un governo come quello italiano, molto indebitato. Il modello di riferimento è il Giappone dove il debito (oltre il 250% del Pil, ndr) è in stragrande maggioranza detenuto da investitori domestici.

Fonte: ilsole24ore.it (qui) Articolo di A. Franceschi dell’11 ottobre 2018

Economia, Europa, Politica

Savona ovvero il volto presentabile dei gialloverdi. Alla stampa estera difende il Def (più di Tria) e provoca Draghi

Il ministro a tratti sembra quasi un intruso al governo: “Se Bruxelles boccia il mio progetto di riforma, dà fiato ai sovranisti”.

Di sé dice di avere “la pelle dura, da buon sardo abituato agli ovili”. La verità è che sempre più Paolo Savona si afferma come il volto presentabile del sovranismo italiano che arriva finanche a contestare il sovranismo pur di presentarsi. E’ l’ambasciatore scelto per trattare con l’Europa alle condizioni del governo gialloverde. Dopo un tour a Strasburgo la scorsa settimana, il ministro degli Affari Europei viene a presentare il suo progetto di riforma dell’Ue (‘Una politeia per un’Europa diversa, più forte e più equa’) alla sede della stampa estera a Roma. “Se l’Ue risponde al mio progetto, allora recuperiamo i sovranisti”, dice. E qui già strabuzzi gli occhi. Ma lui continua: “Non accogliere il mio progetto vorrebbe dire dar fiato ai sovranisti”.

Ma come? I sovranisti non sono i suoi alleati di governo? Sì. Proprio questa mattina Matteo Salvini ha rilanciato la sua internazionale sovranista al fianco di Marine Le Pen in un incontro a Roma. Appunto. E allora per chi gioca Savona, l’uomo sul quale si stava impiccando l’alleanza gialloverde ai suoi albori, a maggio, di fronte al no secco di Sergio Mattarella che non lo voleva ministro dell’Economia?

“Non si può capire il def senza conoscere i contenuti del mio documento sull’Europa”, dice il ministro agli Affari Europei, mettendo in chiaro che la sua partita è la stessa del governo. Piuttosto: il suo attivismo intorno all’Europa rivela che anche i sovranisti italiani dei toni alti hanno bisogno di un volto diplomatico per tentare di portare i partner europei sulle loro posizioni. “E’ giusto quanto diceva Roth: bisogna parlare con l’altro, non contro”, dice Savona, lo stesso che governa con Di Maio e Salvini, che hanno costruito un credo intorno a toni duri e agli insulti. Possibile? Kafkiano, ma questo è. Più parti nella stessa commedia con l’Ue: riuscirà?

Lo stesso Savona non ne è sicuro. Basti ascoltare cosa dice a proposito della fine del Quantitative easing (a fine anno), a proposito della Bce e di Mario Draghi. “Non ho perso la fiducia: nessuno ha interesse a mandare un paese in crisi. Siccome Draghi sta lì per quasi tutto il 2019, penso che a un certo punto lui ci penserà per evitare una grande crisi in Europa”. Insomma, ‘Draghi aiutaci tu’, proprio lui: l’uomo nero per cinquestelle e Lega, il banchiere che la settimana scorsa è salito al Quirinale a esprimere le sue forti preoccupazioni sulla manovra economica italiana.

Ma Savona non è sicuro di vincere la sfida anche perché di alleati in Europa ancora non ne ha. “Dissensi per ora non ne ho avuti”, dice. “Quanto agli scetticismi li ho sempre superati”, aggiunge, citando il Machiavelli con cui – tra l’altro – apre il suo documento per l’Ue, 17 pagine di proposte sulla politica monetaria, quella fiscale, crescita e investimenti.

Ma certo le europee di maggio, ragiona il ministro, sono più un intralcio che un’opportunità: “Con le elezioni alle porte, non riesci a parlare serenamente con nessuno…”, ammette. Pazzesco, visto che i suoi partner di governo, sia Salvini che Di Maio, non fanno altro che invocare il voto dell’anno prossimo come ‘D-day’ per cambiare il volto dell’Europa.

Ecco, invece per Savona bisognerebbe farlo prima. Prima che vincano i sovranisti con la loro idea di rifondare un’Europa in cui ogni Stato si sceglie la sua economia e si controlla i suoi confini, come hanno esposto chiaramente stamattina Salvini e Le Pen. Prima che sia troppo tardi, insomma. Laddove il ‘tardi’ è evidentemente la conquista della maggioranza in Parlamento europeo da parte di Salvini e del suo fronte nazionalista. Si fa fatica a non pensare che Savona remi contro, ma evidentemente a lui tocca la parte più diplomatica per raggranellare di più.

E infatti spiega che di fronte alla manovra economica contestata a Bruxelles, “i mercati hanno reagito in maniera moderata: noi stesso pensavamo peggio. Il problema è lo scontro politico tra forze conservatrici e chi vuole il cambiamento. Noi la scelta l’abbiamo fatta: vogliamo una Ue cambiata. Credo e ho sempre creduto nel mercato, lo ritengo più sano dello scontro politico”.

Di nuovo si fa fatica a seguire il filo che lo lega comunque al governo. Savona dice semplicemente l’esatto contrario di quanto vanno predicando i due vicepremier. Ancora: “Cerco di restare sordo a tutto ciò che accade intorno a me in termini di chiacchiere ma nel governo nessuno vuole lasciare l’Ue”, aggiunge il ministro agli Affari Europei come se fosse un chiarimento. Non lo è. E per giunta annuncia che non farà campagna elettorale per le europee: “Per tutta la vita mi sono tenuto fuori dalla lotta politica e quindi non partecipo ad alcuna campagna elettorale, per età e per formazione personale. Per chi voto? Per chi farà proprio il mio programma di crescita e investimenti”.

Un po’ vago ma è questa la scommessa per vincere la sfida con Bruxelles sul deficit al 2,4 per cento del pil per il 2019. “Strillano per lo 0,4 perché in fondo fino al 2 per cento era eredità del governo precedente e io dovevo correggere gli errori degli altri?”, aggiunge. E per una volta sembra in linea. Non dura molto: “Padoan è stato un grande ministro”. Bene, addio.

Cosa ne sarà? Nel lungo incontro alla stampa estera, Savona rivela pure di aver messo sul piatto le sue dimissioni per fare abbassare lo spread. Ora al governo aspettano la fine del mese per il responso delle agenzie di rating. “Ma loro si basano sulle previsioni europee – dice Savona – E quando una previsione viene cambiata ogni tre mesi, non c’è più previsione e le agenzie di rating lo capiranno… Se ci bocciano dovranno spiegare perché…”. Già, perché?

Fonte: huffingtonpost.it (qui)