Europa, Germania

Se cade la Germania, cade l’Unione Europea

Riflessioni sulle possibili crisi e opportunità dei dati economico-politici della nazione tedesca.

La Francia è momentaneamente caduta in disgrazia, per di più in un momento politico decisamente propizio per quelle forze politiche che spingono in direzione del sovranismo. È propizio perché in concomitanza con il periodo che precede le elezioni Europee, che potrebbero determinare una fase più fertile di cambiamenti in senso reazionario o rivoluzionario a seconda di come le forze in gioco sapranno sfruttarlo.

E dunque oggi, dopo la Brexit e la protesta dei gilet jaunes, è la Germania l’unica vera stabile nazione promotrice del progetto europeista, nonostante la (ri)proposizione dell’asse franco-tedesco segnato dal patto di Aquisgrana. Essa cova al suo interno delle contraddizioni molto forti: basti pensare al grosso nodo rappresentato dalla situazione in cui versa Deutsche Bank con le sue scommesse in derivati per 48,26 trilioni di euro, pari a quindici volte il Pil della Germania. Se anche una piccola parte di queste scommesse dovesse risultare perduta, sarebbe un serio problema per la sua economia interna, nonché per la tanto declamata “tenuta dell’Euro”. Gli squilibri interni all’assetto tedesco sono sempre stati calmierati da interventi pubblici di una vera e propria cassa di Depositi e Prestiti (la KFW) i cui sovvenzionamenti vengono esentati dal computo del Deficit, mentre le altre Nazioni Europee venivano sottoposte a rigide limitazioni sull’interventismo pubblico.

Quello della Germania è un impero di carta, fragile, che gioca da vent’anni sulle opportunità offerte dai peggiori difetti della moneta unica e che ai propri vantaggi ha sacrificato il suo medesimo progetto: esempio paradigmatico è la conduzione della crisi greca. Non è esagerato affermare che se domani finisse l’Euro, la Germania sarebbe tra i maggiori imputati del suo fallimento. Ad un quadro complesso si aggiungono i recenti dati economici che hanno visto la Germania sfiorare la recessione nel 2018 e la revisione al ribasso di tutte le sue stime di crescita, di cui Il motivo principale consiste nel rallentamento dello sviluppo dell’economia cinese, che sta trascinando tutti i Paesi fortemente esportatori (la Germania lo è molto più dell’Italia, con un surplus commerciale da più di venti miliardi). Anche questo è un altro tema su cui riflettere: la distorta dipendenza dell’economia Occidentale dall’economia cinese, già manifestatasi nel crollo della Apple di inizio gennaio, molto sentita negli Usa e oggetto di campagna elettorale dell’attuale Presidente Donald Trump, che ha risposto con una politica sui dazi. Tutti indici di debolezza sul fronte della politica estera ed interna, per quello che è ad oggi il Paese cardine dell’Unione, che potrebbero segnare una svolta radicale, se propiziate da condizioni favorevoli.

Una forte crisi dell’economia tedesca significherebbe la fine dell’Euro? Si può dire che con le attuali variabili ciò è altamente probabile, ma che oggi tale crisi è poco più che un’ombra. Ciò che è sicuro, è che se l’amalgama “populista” non si darà una direzione chiara soccomberà, con nemici forse meno potenti di quello che sembrano, ma certamente molto più organizzati.

Fonte: L’Intellettuale Dissidente (qui) Articolo di P. Maruotti del18 febbraio 2019.

Economia, Italexit

Stiglitz (Premio Nobel): “L’Italia deve uscire dall’euro”. Dimon (Jp Morgan): “Al fianco dell’Italia. Uscire dall’euro una catastrofe”. E voi a chi credete?

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Proprio così. Voi a chi credete? A Joseph EugeneStiglitz, economista e saggista statunitense, Nobel per l’Economia nel 2003, che non ha dubbi e dichiara: “L’Eurozona ha bisogno di una riforma radicale, ma visto che questa non ci sarà a causa dell’opposizione della Germania, l’Italia farebbe bene a uscire dalla moneta unica, una mossa sì rischiosa ma che porterebbe vantaggi chiari, lineari e considerevoli”.

Oppure a Jamie Dimon, ceo e chairman di J.P. Morgan Chase & Co., che è stato in visita a Roma nei giorni scorsi, a conferma dell’ «impegno totale» della banca verso l’Italia, i governi, gli imprenditori, le istituzioni finanziarie italiani. «La nostra attività qui sta crescendo», afferma in una intervista sul quotidiano ilSole24Ore. E che non ha dubbi. Non vede vie d’uscita dall’euro senza «catastrofi» ma vede i benefici che l’Unione europea e l’Unione monetaria europea portano e hanno portato agli europei: è favorevole alla Banking Union e a banche paneuropee più grandi e più forti. Insomma J.P. Morgan megafono delle politiche dell’Unione Europea e delle riforme legate a integrazione e sottrazione progressiva della sovranità degli Stati membri a vantaggio delle istituzioni europee prima fra tutte della banca centrale europea. Ultimamente in Italia si è riaperta la discussione sui pro e sui contro di una possibile “exit” dall’Eurozona. Che cosa pensa lei di questo?
Il ceo e chairman di J.P. Morgan Chase & Co., Dimon, è chiaro:Penso che uscire dall’unione monetaria europea sia molto difficile, non è possibile scardinarla senza causare effetti catastrofici. Per come è stata disegnata, l’uscita non è stata prevista. Questo non significa che l’Europa non possa migliorare; ci sono molte problematiche di carattere regolamentare ancora aperte; il fatto che Brexit sia accaduta dovrebbe rendere il dialogo tra i paesi Europei più facile.”.

Facile far notare che se è vero che un referendum sull’Euro, quand’anche fosse possibile, attraverso una legge costituzionale, decretasse la volontà degli italiani di uscire dalla moneta unica, il Parlamento ed il Governo si troverebbero impossibilitati a mettere in pratica l’Italexit proprio per la mancanza nel Trattato dell’Unione di una clausole di uscita. Infatti è solo prevista la clausola di recesso dall’appartenenza all’Unione europea.

Tornando al premio Nobel Stiglitz il consiglio all’Italia, lo mette in forma scritta, sulle pagine web di Politico, in cui commenta le posizioni di Salvini e Di Maio circa la riforma, sempre più necessaria, dell’Europa che, parole sue, “ha fortemente bisogno di essere riformata”, peccato che Bruxelles, invece di attuare questi cambiamenti vitali, “abbia introdotto forti restrizioni su debiti e deficit” che rappresentano ulteriori ostacoli alla ripresa economica. L’economista a stelle e strisce punta il dito contro Berlino, che ritiene primo responsabile dell’attuale impasse europeo: “Il problema è la riluttanza della Germania che blocca ogni cambiamento” chiosa Stiglitz. Da qui l’invito all’Italia di uscire dall’Eurozona e recuperare la propria piena sovranità monetaria per ritornare competitiva.

A chi credere dunque? Al Ceo di una banca d’affari e speculativa o ad un premio Nobel per l’Economia. A voi la decisione.