Democrazia diretta, Rivoluzione digitale, Tecnocrazia

L’utopia del tecnostato

Nel Cile di Salvador Allende ci fu un esperimento per migliorare il governo attraverso la tecnologia. In anticipo sulla rivoluzione digitale dei nostri giorni.

Nell’epoca della digitalizzazione si direbbe che spesso il futuro si lanci all’attacco del presente. Chi abita il mondo contemporaneo si sente circondato dalla fantascienza, da visioni che lo teletrasportano in un domani che nemmeno sapeva di sognare così ardentemente. Di recente l’innovatore per eccellenza della Silicon valley, Elon Musk, ha realizzato qualcosa che simboleggia bene questa sorprendente eccentricità. Prefigurando in modo straordinario futuri viaggi su marte, ha sparato in orbita un razzo SpaceX con a bordo un’auto tesla Roadster. Da allora un “astronauta” ruota intorno al globo terrestre in diretta streaming: un misto tra Ritorno al futuro e Guida galattica per autostoppisti. Si aprono prospettive magnifiche: luttuare nello spazio privo di gravità “all watched over by machines of loving grace”, come nella poesia di Richard Brautigan.

Anche al di là di questi fanciulleschi as- salti al cielo siamo costantemente messi di fronte alle potenzialità del futuro. Inquie- tanti alleanze tra le grandi aziende tecnologiche e i governi – un misto di multinazionali, centri studi e istituzioni statali – generano continuamente utopie “inaudite”, con tanto di promesse digitali che ci rimandano a una società smart in modalità “benessere automatico”.

Ma osservandoli da vicino, questi orizzonti fantastici hanno già l’aspetto di seplici cicli che si ripetono. Il luccichio di tante pretese d’innovazione serve solo a occultare un passato pieno di costellazioni di idee che fanno apparire le città e gli stati completamente digitalizzati di oggi come fantasmi tornati vivi e agghindati. Da molto tempo ormai i pionieri della tecnologia non fanno che sognare uno stato reso perfetto dagli strumenti tecnologici. Quindi è più facile valutare gli scenari futuristici di oggi dando uno sguardo alla storia. Per esempio al Cile socialista di Salvador Allende, tra il 1970 e il 1973, un periodo in cui non solo i conini tra fantascienza e scienza erano labili, ma gli ideali erano davvero nuovi.

Tra i protagonisti c’era uno dei perso- naggi più notevoli della storia della cibernetica e allo stesso tempo il suo enfant terrible: lo studioso e consulente aziendale britannico Staford Beer. I suoi scritti non solo misero le ali all’immaginazione scientiica degli anni cinquanta e sessanta del novecento e ispirarono musicisti come David Bowie e Brian eno. Stanno anche tornando alla ribalta. Recentemente, per esempio, Geof mulgan, l’esperto d’innovazione sociale e del centro studi Nesta, ha sottolineato quanto siano ancora attuali la igura di Beer, la sua “teoria grandiosa” e i suoi “brillanti lampi di genio”. Secondo mulgan, ancora oggi Beer riesce a spingere i governi a “creare nuovi collegamenti tra le componenti del sistema e a fare poi il salto verso un nuovo modo di fare le cose”.

Lo stesso Staford Beer oscillava tra due estremi: da un lato era uno spirito inquieto, barba lunga e tendenze socialiste, che dipingeva a olio, praticava yoga e scriveva poesie memorabili, anche sul calcolo costi- beneici. Dall’altro era noto per essere un appassionato di Rolls Royce e sigari, e per chiedere diarie da 500 sterline che, al cambio di allora, corrispondevano a circa 4.300 euro. Fece carriera fino a diventare uno dei consulenti aziendali più richiesti del suo tempo a livello internazionale. Non a caso si arrivò a parlare di lui come dell’uomo che avrebbe potuto governare il mondo.

Questo ambiguo gaudente, però, non deve la sua popolarità all’aura carismatica, se non secondariamente, ma al suo spiccato interesse per le organizzazioni e i sistemi complessi. L’ingegnere con il pallino dei computer seppe applicare eicacemente all’ambito aziendale quello che aveva ap- preso dal matematico Norbert Wiener sulla cibernetica, la scienza del controllo e della trasmissione delle informazioni negli esseri viventi e nelle macchine. Negli anni cinquanta Beer fondò l’istituto di ricerca operativa più grande del mondo, sviluppò sistemi informatici tecnologici per fabbriche fondati sulla logica del feedback. Più avanti scritti come Cybernetics and management e Brain of the irm ne fecero l’inventore della cibernetica per l’amministrazione.

I successi di Beer in campo economico suscitarono l’interesse dei governi per la sua innovativa teoria dell’organizzazione, incoraggiandone le ambizioni. All’inizio degli anni settanta, su incarico del presi- dente cileno Salvador Allende, Beer diventò il padre spirituale del progetto Cybersyn, una macchina per la democrazia diretta. Un progetto in cui non solo si manifestò lo spirito che segretamente avrebbe animato le successive fantasie di controllo dello stato digitale, ma che, senza averne intenzione, riuscì anche a sfiorare il grado zero della politica.

Cybersyn era un’utopia nata dalla necessità: un’“internet socialista” per dare nuovo ordine alla precaria situazione economica cilena che, in seguito alla svolta socialista, aveva afrontato riforme agrarie, nazionalizzazioni di banche e un embargo commerciale da parte degli Stati Uniti. Come ha scritto il teorico dell’informazione Claus Pias, c’era bisogno di una “rivoluzione per mettere ine alla rivoluzione”. ma come poteva funzionare? Da un lato Allende, che si barcamenava tra destra e sinistra, conservazione e progresso; dall’altro Beer, stretto tra eicienza e inefficienza, ordine e disordine. Da un lato Allende, che considerava la libertà un princi- pio regolatore; dall’altro Beer, che la considerava solo “una funzione programmabile dell’eicienza”. eppure, proprio a causa di questi contrasti, il futuro ministro dell’economia cileno Fernando Flores ritenne che Beer fosse la scelta ideale per rendere la complessa teoria dei sistemi una “scienza al servizio dell’uomo”.

L’algoritmo perfetto

Sulla carta politici cibernetici come Karl Deutsch già negli anni sessanta fantasticavano sul governo come sistema autonomo. A partire dalla fine del 1971 in Cile una squadra di designer, ingegneri e programmatori si dedicò a mettere in pratica questa teoria. In quanto condizione della “paciica via cilena al socialismo”, l’impresa avrebbe dovuto rendere possibile addirittura il coordinamento cibernetico della produzione, la mano visibile del mercato. Usando le classi- che formule sintetiche di oggi forse diremmo che si cercava un algoritmo perfetto capace di dare sostegno allo stato.

Per svolgere l’incarico, Beer si lasciò guidare da due idee cardine: quella di un sistema decisionale basato su informazioni trasmesse in tempo reale (la liberty machine) e quella di una struttura di sistemi parzialmente autonomi capaci di adattarsi in modo lessibile a situazioni contingenti (il viable system model). Partendo da questi elementi fu progettato il cosiddetto Cybernet, una rete informatica di telescriventi che connetteva le fabbriche del paese e che – come una sorta di sistema satellitare – trasmetteva via radio i dati della produzione al grande calcolatore centrale a Santiago.

Il pezzo forte di Cybersyn era la sua visione, in anticipo sui tempi, di una centrale operativa futuristica in cui raccogliere, aggregare ed elaborare i dati economici del paese: la leggendaria Opsroom. A guardarla sembra la fusione di una cupola geodetica in stile hippy, dell’astronave Discovery One di Kubrick e della passerella della nave stellare enterprise; mancavano gli extraterrestri, ma in compenso bastavano le sedie tulip rosse a trasmettere ben più di un sentore di futuri felici.

La loro disposizione circolare non era gerarchica ma ugualitaria e i loro accessori – un posacenere per i sigari e un portabic- chiere da cocktail – si adattavano perfetta- mente allo stile di vita lussuoso dell’inventore. Il designer tedesco Gui Bonsiepe, coinvolto nel progetto, parlava con entusiasmo della leggera “atmosfera da salotto” in “bui colori”: nella centrale di comando da cui gestire l’economia di un intero stato non vedeva solo un future panel, ma anche un “bar per il pisco sour e cose simili”.

La massima di questo circolo era: “la forma segue la funzione”. Numero e design delle sette sedie girevoli avrebbero dovuto stimolare la nascita di una “squadra massimamente creativa” (Beer), ofrendo lo spazio necessario all’attività degli spiriti liberi ma soprattutto aprendo una prospettiva a tutto tondo. Ovunque ci si girasse, gli schermi incastonati nelle pareti fornivano

in tempo reale dati sui livelli della produzione, sulla circolazione delle informazioni e sulle interruzioni nella distribuzione. In questo nuovo regime del sapere luido, il burocrate lento e poco trasparente era una sorta di nemico di classe: la carta, scriveva Beer con convinzione, d’ora in poi è “bandita”. La risposta era il lusso di dati.

Con i lussi di dati si voleva ricondurre il caos all’ordine, velocizzare l’amministrazione e condurre il governo in acque più calme e navigabili, nel dolce ronzio dei calcolatori. tutto questo seguendo princìpi progressisti: ogni lavoratore, non solo un’élite appositamente formata, doveva poter dirigere la “macchina delle decisioni” (Beer) usando i dieci bottoni colorati posti nel bracciolo di ciascuna sedia. La trasparenza e chiarezza erano importanti quanto la validità dei dati, e perciò lo stesso design della rete andava incontro all’utente (non molto diverso dallo slogan della Apple let’s make it simple, facciamola semplice), aiutandolo a risolvere i problemi in maniera veloce, pragmatica e quasi intuitiva. Insomma, “decisione e controllo” non era solo il titolo di un libro di Beer, ma anche una buona pratica.

Anche il programma Cyberfolk, vero e proprio predecessore degli attuali feedback in tempo reale come quelli di Facebook, faceva parte di quella dotazione a misura di cittadino che caratterizzava il progetto. Si trattava di uno strumento per misurare gli umori politici che rendeva possibile il “governo psicocibernetico della società” (Pias), consentendo a cittadine e cittadini, per esempio durante un comizio trasmesso in diretta, di comunicare le loro reazioni emotive positive e negative attraverso un tasto sul televisore. mentre le votazioni dell’“assemblea popolare elettrica” venivano mostrate al popolo cileno, i “desideri delle persone” (Beer) sarebbero apparsi in forma matematicamente valutabile anche sullo schermo felice/infelice nella Opsroom. In questo modo lo stato cibernetico, legittimato attraverso la democrazia diretta, si sarebbe potuto dirigere da una metaprospettiva sistemica – cioè comodamente seduti sulle confortevoli poltroncine – e senza neanche dover lasciare il pianeta terra.

La visione a 360 gradi che Beer progettò per la stazione di controllo non doveva mostrare solo gli umori momentanei e i dati sulla produzione. Come indicava già il previsore antiaereo di Norbert Wie- ner, doveva rendere calcolabile anche quello che non c’era ancora, rendere gestibili gli imprevisti. Insomma la cibernetica, che è anche alla base delle attuali stazioni di controllo digitali, è un’arte di governo basata su anticipazioni e interventi quasi impercettibili; è un modo di procedere che mira al dominio dei lussi d’informazione e, se serve, aggiusta i lussi di dati. Di conse- guenza ai controllori nell’Opsroom non si richiedeva l’imposizione autoritaria di quello che era stato pianiicato, ma l’adattamento alle circostanze, la lessibilità in caso di anomalie: rivedere, riprogrammare, migliorare. Lo scopo primario era sempre la tenuta del sistema.

La prova

Nell’autunno del 1972 arrivò il banco di pro- va per la tenuta del sistema di Allende. Cybernet fu usato con successo per la prima volta, ma sarebbe stata anche l’ultima. Decine di migliaia di trasportatori scioperaro- no per settimane mettendo a rischio l’approvvigionamento della popolazione. ma la rete delle telescriventi consentì di coordinare la produzione evitando così il caos no-ziale emancipatorio della tecnica sono rimaste ino a oggi insuperate.

Nella storia di questo “sogno speciale di un socialismo cibernetico” (eden medina), l’ironia sta nel fatto che i semi di Beer porta- no nuovi e discutibili frutti solo nel nostro presente integralmente votato al capitalismo della sorveglianza, in cui davvero tutto è connesso e collegato. È vero che anche oggi ioriscono teorie postcapitaliste sulla “necessità” di una post-work society, una società del postlavoro (Paul mason o Nick Srnicek) o addirittura di un “comunismo di lusso totalmente automatizzato”. ma non sono certo solo le concezioni socialromantiche a sostenere che la raccolta di grandi quantità di dati e gli algoritmi siano una so- luzione catartica, principalmente al “problema” della politica.

Proprio negli ambienti della scienza politica più pragmatica si sostiene spesso che il mondo sia ormai troppo complesso per forme di rappresentanza democratica tradizionale. I dibattiti classici sarebbero trop- po lenti e pressoché incapaci di produrre decisioni. Insomma, non ci sorprende che versioni sempre più ambiziose di uno stato tecnologicamente soisticato si afaccino sul mercato delle idee.

Governo snello

La “tecnocrazia diretta” del consulente po- litico Parag Khanna e lo “stato intelligente” proposto da Beth Noveck, direttrice del centro di ricerche GovLab ed ex consigliera di Barack Obama, seguono gli approcci più rivoluzionari del governo snello: sono concezioni che applicano alla politica le con- quiste del mondo della comunicazione digitale, sposando in toto la tendenza neoliberale per cui i compiti dello stato sono affidati a servizi privati. È vero che la continua intromissione delle multinazionali tecnologiche sul terreno della sovranità degli stati – si pensi a Google, che sta ristrutturando il sistema della scuola pubblica statunitense e ricostruendo secondo le sue necessità un intero quartiere di toronto – continua a provocare una strisciante inquietudine nell’opinione pubblica più critica. D’altra parte chi teorizza uno stato caratterizzato dalla partnership pubblico-privato, ritiene ancora che una piattaforma come Facebook, che ha più di due miliardi di utenti, sia una vivace fonte d’ispirazione per aggiornare Cybersyn in modo intelligente. e ritiene che lo scandalo di Cambridge Analytica sia solo una fastidiosa sbavatura.

Nei suoi modelli Noveck concepisce lo stato stesso come un social network, le cui istituzioni e i cui servizi non solo sono automatizzati, ma possono anche essere valutati direttamente dal cittadino attraverso lo smartphone come “esperienza di governo incentrata sull’utente”.

Come in un negozio online, seguendo la logica delle recensioni si potrebbero aggiungere facilmente stelline, pollici alzati e commenti critici in un esteso sistema di interconnessioni passando per la “macchina decisionale” individuale. Insomma, anche Beth Noveck vorrebbe che, con l’aiuto di social network come Linkedin o twitter, l’individuo avesse finalmente la possibilità di “partecipare al governo”. Le procedure amministrative in questo modo sembrerebbero più trasparenti e aperte e avrebbero maggiore legittimazione. Come imma- gina Khanna per il suo stato ideale, le procedure potrebbero seguire complessivamente i Key performance indicator, gli indicatori di prestazione che si usano nelle aziende.

Dialettica e contrattazione

Se una volta tutti sapevano che la politica implicava dei grandi grattacapi, l’interconnessione globale ha aperto l’epoca della liquidità smart, in cui sembra possibile una postideologica “democrazia senza politica”. Questa condizione permette di governare in modo efficiente e senza attriti, e infatti Khanna non è solo un grande ammiratore della Cina e di Singapore, ma anche della Svizzera, perché lì, dice, gli scioperi creano pochi disagi. È vero che nella “democrazia come dati” di Khanna le elezioni sono ancora previste, ma secondo lui sono “retrograde” e non sono lo “strumento migliore per cogliere l’umore prevalente”. Sarebbero più utili analisi immediate in tempo reale basate sui social network o dati di controllo tratti dall’economia e dalla società, “tendenzialmente più signiicativi” di qualsiasi plebiscito. In ultima istanza, gli “algoritmi intelligenti” sembrano “preferibili ai politici stupidi”, e perciò Khanna, di fronte a fenomeni d’irrazionalità politica come l’elezione di Donald trump, onnipresente su twitter, consiglia la partecipazione diretta al governo da parte di Watson, il supercomputer, una versione ben più potente del predecessore cileno.

Una delle utopie più radicali è stata formulata recentemente dalla star degli inve- stimenti tim O’Reilly, che ha proposto di ridisegnare le “vecchie” istituzioni, del resto nient’altro che “distributori di bevande”, secondo la concezione del “governo come piattaforma”. Negli ultimi tempi idee simili hanno trovato un certo seguito perfino nell’ambito di serissimi congressi specialistici tedeschi: anche qui sono stati illustrati lo “stato come piattaforma per gli ecosistemi” o, ricordando Noveck, “lo svolgimento online delle pratiche burocratiche come esperienza personalizzata”. ma il modello di stato proposto da O’Reilly prevede un sistema operativo più ampio: un meccanismo di algoritmi sul modello di Airbnb, che organizzi e soprattutto gestisca la società intera seguendo le valutazioni e il costante flusso di punteggi che producono. Lo scopo sembra essere una sorta di “magazzino di credito sociale” che, unendo spirito capitalista e controllo cibernetico, sostituisca la democrazia rappresentativa parlamentare e infine la superi.

Se Beer ancora metteva in guardia con insistenza dall’inclusione delle imprese private nel processo politico (dato che non hanno come scopo il bene comune), se i signori seduti nelle sedie tulip dell’Opsroom erano ancora rappresentanti eletti dal popolo, nel nostro presente interamente pervaso dalla merciicazione la sua progettualità cibernetica finisce per tradursi in un nuovo tipo di tecnocrazia: una cabina di regia neocibernetica, dove ad avere voce in capitolo non sono più gli “esperti”, ma la tecnica stessa.

Di fronte a questi deliri efficientisti non bisogna subito pensare agli abissi audacemente distopici della serie tv Black mirror. Eppure il traguardo ultimo dell’interconnessione totale è un decisivo cambio di paradigma che conduce a un ordinamento numerico in cui non c’è spazio per la politica, ma al limite per la logistica: qui le decisioni si prendono usando cicli continui di valutazioni automatizzati. Usando le parole di Khanna, in questa res publica ex machina il motto è “la connettività è destino”.

Questo è lo sfondo che fa del progetto Cybersyn, a discapito di tutte le sue aspirazioni emancipatorie, il primo vero momento di svolta a partire dal quale una convinzione si è inscritta sempre più a fondo nell’immaginario collettivo: l’idea che la tecnica possa fornire le migliori soluzioni ai problemi politici; che, come dice lo slogan “prima il digitale, poi le perplessità”, quel legno storto di cui è fatto l’uomo si

possa raddrizzare solo attraverso un sur- plus di interconnessione, di automatizzazione e di loop di valutazioni.

Da Noveck a O’Reilly, le più recenti narrazioni paradigmatiche sembrano riflettere in maniera stranamente distorta gli ideali di Beer. Sono utopie nel vero senso della parola: non-luoghi che spacciano un’architettura del controllo per democrazia totale, per elettronica elastica della vita quotidiana, a cui, in fondo, può partecipare solo chi si connette condividendo. La politica appare dunque non più pensata a partire dall’individuo, ma a partire dai suoi apparati. e così dipendiamo interamente “dalle creature che abbiamo messo al mondo” (Goethe).

In tutto ciò passa inosservato – e queste linee di frattura si rilettono già nella “fantascienza governativa” cilena (Burkhardt Wolf ) – il fatto che la democrazia non è appunto semplice tecnica organizzativa, non si può concepire come una tirannia delle quantità o come un lusso continuo di like e di clic. La democrazia si oppone a un pensiero che assolutizza l’eicienza, perché rimane fragile e sfugge a qualsiasi calcolo; perché continua a suscitare dibattiti e non si può deinire una volta per tutte. Al centro di quest’ordine politico, che pur essendo deicitario è migliore di ogni altro, dovrebbero rimanere la dialettica degli antagonismi, i processi di comprensione, la contrattazione delle posizioni politiche e la distribuzione del potere, non un mondo 2.0 che deve solo essere amministrato.

In questa prospettiva l’utopia cilena sembra l’ombra di un futuro ormai passato che, per un momento, ha promesso più di quanto non po- tesse mantenere. È una lezione di storia: parafrasando marx si è data la prima volta come tragedia per ripetersi ora come farsa. È una lezione che ci mostra come un ritorno a utopie tecnologiche realmente gravide di futuro sia ben più dificile del ritorno a casa dell’astronauta di Elon Musk. ma forse, alla fin fine, lo scopo di questo spensierato pilota automatico è proprio questo: preferisce fluttuare lontano, godersi la vista della nera assenza di gravità e girare eternamente intorno al sole sulle note di Space oddity, seguendo una traiettoria stabilita sempre in anticipo.

 

Da Republik articolo di Anna-Verena Nosthof e Felix Maschewski

Innovazione, Rivoluzione digitale, Società

Senso civico a punti. Un ranking per tutti. La sperimentazione a Suqian (Cina). Ecco come il Governo cinese controllerà la popolazione.

 

Shuyang_City_View_02

A Suqian, una metropoli di cinque milioni di abitanti, si sta sperimentando un sistema di valutazione dei cittadini basato sui crediti. E su nuovi strumenti di sorveglianza.

Ha i capelli neri corti che comin- ciano a ingrigire sulle tempie, le sopracciglia spesse e le rughe sulla fronte, e sembra preoccupato. Il giorno della sua foto identiicativa Jiang indossava una camicia a quadri rossi e neri. Il 3 maggio alle 11h 01’ 16’’, all’incrocio tra Weishanhu lu e Renmin Dadao, a Suqian, Jiang ha attraversato con il semaforo rosso. Il giorno dopo il suo volto compariva su schermi di tre metri quadrati sistemati in corrispondenza di decine di incroci della città. La sua foto si alternava a quella di Li e di altri passanti che avevano attraversato con il rosso. Il 3 maggio Jiang e Li, di cui sono stati resi noti solo i cognomi, hanno già perso 20 dei mille punti della loro pagella di aidabilità. Per recuperare i “crediti socia- li” dovranno dimostrare il loro senso civico donando il sangue, distinguendosi come lavoratori modello o compiendo delle “buone azioni”.

A Suqian, una città con cinque milioni di abitanti nella regione costiera di Jiangsu, a nord di Shanghai, si sta sperimentando un sistema di valutazione per migliorare la fiducia tra i cittadini. Dando un voto ai comportamenti, le autorità vorrebbero spingere i cittadini a essere più “civili” e corretti.

Si stanno provando diversi sistemi. Le istituzioni cinesi (banche, assicurazioni, tribunali, aziende di trasporti) sono invitate a stilare liste di persone che hanno viaggiato senza biglietto, non hanno saldato un debito o hanno danneggiato qualcuno; persone a cui è vietato prendere un treno ad alta velocità o un aereo, o alloggiare in albergo. In alcune città anche le imprese devono superare un esame e ricevere una valutazione prima di poter partecipare a una gara d’appalto. Il progetto più inquietante, ma più vago, prevede di estendere il sistema di valutazione a tutti i cinesi.

Limiti legali

La città di Suqian è un ottimo esempio della politica del governo e dei suoi limiti. Il 20 aprile tutti gli abitanti tranne quelli con precedenti penali hanno ricevuto una valutazione su una scala da zero a mille punti in base alle loro azioni. Donare il sangue fa guadagnare cinquanta punti, come anche fare volontariato, ricevere un’onoriicenza da “lavoratore modello” o soccorrere qual- cuno in diicoltà. Al contrario pagare le bollette in ritardo può far perdere tra i quaranta e gli ottanta punti.

A quanto pare avere precedenti penali o aver commesso delle infrazioni costa tra i cento e i trecento punti. Un voto positivo dà diritto a riduzioni sull’abbonamento ai mezzi pubblici, a un accesso prioritario all’ospedale, a ingressi gratuiti nelle strutture sportive della città. Un voto negativo, invece, non cambia niente: a questo stadio il sistema svolge solo una funzione d’incoraggiamento, a diferenza di quello che sembrerebbe affermare la propaganda, anche a Suqian.

All’ingresso del municipio su un grande schermo rosso scorrono slogan in giallo. Uno recita: “Le persone aidabili possono camminare serenamente sotto il cielo, chi non è degno di fiducia non può muovere un solo passo”. È tratto dal documento che presenta il progetto, pubblicato dal consiglio degli affari di stato nel 2014.

La realtà però è più complessa. “Forse a qualcuno del governo piacerebbe avere una sorta di panottico, un occhio in grado di vedere tutto, ma altri si sono resi conto che non sarebbe legale e che i cittadini non approverebbero il progetto”, sottolinea Jeremy Daum, ricercatore specializzato in diritto cinese e autore del blog china law traslate, che si occupa spesso del tema. “Il progetto è dovuto passare al vaglio di giuristi, consapevoli che è impossibile introdurre delle sanzioni senza alcun fondamento legale. Per renderlo conforme alla legge hanno dovuto ridimensionarlo”.

Resoconto di affidabilità

Al municipio di Suqian, un grande ediicio moderno, hanno creato uno sportello unico per le questioni relative ai crediti sociali. Dietro a una scrivania una giovane impiegata sorridente mostra l’app sul suo cellulare: ha 1020 punti. gli utenti sono soprattut- to imprenditori o insegnanti che devono farsi rilasciare il loro “resoconto di affidabilità” per proporsi per un posto di lavoro o avviare un’impresa. ma questo documento, con valore legale, si limita a indicare che è tutto in regola. Le persone intervistate giudicano positivo il sistema e ripetono in coro la propaganda uiciale.

Il sistema non è un po’ intrusivo? “Sono informazioni che l’amministrazione possiede già”, minimizza una quarantenne dai lunghi capelli neri che vuole aprire un salone di parrucchiere. “non vedo cosa ci sia di male, così le persone saranno incentivate a essere più educate e a fare più attenzione”. Lin Junyue, il teorico del sistema dei crediti sociali, respinge ogni accusa: “In cina sono le persone famose, le élite, gli uomini d’affari a chiedere il rispetto della privacy. I contadini e gli operai se ne fregano della vita privata”.

L’aiuto dei big data

In principio il sistema era stato pensato per il mondo dell’economia. La rilessione sul tema era cominciata alla ine degli anni no- vanta, nel mezzo della crisi dei mercati asiatici. Il rallentamento economico aveva fatto emergere dei problemi di fondo, na- scosti ino a quel momento da una forte crescita. “In passato la cina si fondava sul co- munismo, con meccanismi di controllo molto rigidi. ma la rivoluzione culturale ha fatto precipitare il paese nel caos. Dopo il periodo delle riforme e dell’apertura, dal 1978 in poi, la cina è entrata nell’economia di mercato senza stabilire dei criteri di aidabilità. Le persone si sono arricchite, ma la iducia non c’è: secondo una ricerca recente condotta dall’Accademia delle scienze so- ciali cinese, il 70 per cento dei cinesi non si fida dei connazionali né delle istituzioni pubbliche”, precisa Lin Junyue, oggi direttore del dipartimento dei crediti sociali per china market society, un centro studi go- vernativo.

Il padre del progetto, che ci lavora da 19 anni, riconosce i limiti delle sperimentazioni attuali. “Le amministrazioni locali a volte ricorrono a misure eccessive contro chi ha commesso delle infrazioni, per esempio esponendo il suo nome su megaschermi. Questo però ha accelerato il pagamento delle multe in un caso su quattro. con i mezzi legali abituali si sarebbero avuti questi risultati? gli eccessi sono comprensibili, il sistema è in fase sperimentale, serviranno vent’anni, forse cinquanta perché sia messo a punto. nell’attesa, chi pensa di aver subìto un torto può comunque fare causa alle autorità locali”, dice.

Il progetto non ha fatto molti progressi ino al 2012, quando il presidente hu Jintao ha accennato a un sistema di valutazione del livello di aidabilità delle persone, delle imprese e delle amministrazioni locali. nel 2014 è stato pubblicato un piano d’azione e il progetto è stato portato avanti dal suo successore, Xi Jinping, che continua a raforzare l’autorità del Partito comunista e il controllo della società. L’era dei big data, la digitalizzazione e l’abbon- danza di dati disponibili lo aiutano. Il termine “credito” è diventato però anche un concetto alla moda, usato per designare progetti di ogni genere, pubblici o privati, come il “credito sesamo”, rilasciato dal gigante del commercio online Alibaba ai clienti delle sue piattaforme.

I voti alle aziende

A Suqian si valutano anche le aziende. come le società quotate in borsa o gli stati, giudicati da agenzie di rating, le imprese locali che vogliono partecipare a gare d’ap- palto devono prima essere valutate da agenzie specializzate che daranno un voto da AAA a D. Finora una ventina di aziende si sono sottoposte a questo esame, che riguarda sia l’area inanziaria sia la conformità delle loro pratiche alle norme sociali e ambientali. La Suqian Tongchuang credit guarantee è l’unica agenzia di valutazione di stato. Una garanzia di qualità, assicura una giovane impiegata.

Sullo stesso piano dello sportello unico, un altro dipartimento propone prestiti alle aziende. In una stanza c’è una parete coper- ta di schermi che trasmettono in diretta le immagini delle telecamere di sorveglianza installate nelle fabbriche dei clienti. “I prestiti sono garantiti dagli inventari dei nostri clienti. Li teniamo sempre sotto controllo”, spiega un giovane impiegato seduto davan- ti agli schermi. “Se un imprenditore disonesto tentasse di vendere tutto per poi sparire, noi potremmo agire rapidamente”, spiega. Il controllo dei clienti è molto serrato. “Se l’ammontare del prestito è alto, mandiamo anche dei nostri dipendenti nelle fabbriche”. In cina non regna la fiducia.

Da Le Monde, Articolo di Simon Leplatre

Cultura, Economia

Ezra Pound e l’economia

EzraPound
Riscoprire il pensiero economico di Pound è l’unico modo per smettere di adorare la moneta come un dio, abbandonare la finanza e non essere più costretti a far guerre per gli ignobili capricci degli usurai.

In Italia, a dispetto di quello che una certa storiografia vorrebbe farci credere, il periodo che intercorse tra le due guerre fu tra i più fecondi e pregni di confronto ideologico. Pur all’interno di quelle che oggi verrebbero considerate limitazioni inaccettabili delle libertà personali, il dibattito culturale fu animato da una profonda e autentica sete di conoscenza. Tra i vari campi, l’economia spicca sicuramente tra le discipline più approfondite e dibattute. Lo stesso Massimo Finoia, storico del pensiero economico, scrive a chiare lettere: A testimonianza che questi anni non sono un periodo di autarchia culturale basta esaminare i dodici volumi, pubblicati dal ’32 al ’37, dalla -Nuova collana di economisti stranieri e italiani- della Utet, diretta da Bottai e Arena.

Nomi classici dell’economia come Jevons, Menger e Marx, insieme ai più contemporanei Keynes, Shumpeter, Hicks o Frisch volavano di bocca in bocca nell’ambiente economico dell’epoca e senza quel pregiudizio di superiorità a cui gli ambienti accademici-finanziari ci hanno abituato ai giorni nostri. Un confronto autentico che raggiunse il suo massimo nella prima, e ancora libera da implicazioni politiche, apparizione italiana di Ezra Pound. Il poeta americano fu infatti invitato dalla Bocconi di Milano e dalla rivista Rassegna Monetaria ad esprimere il proprio punto di vista riguardo la particolare congiuntura economica del periodo.

L’occhio attento di un cittadino americano di non comune spessore intellettuale non fu di certo disprezzato e il ciclo di conferenze bocconiane insieme agli articoli su Rassegna Monetaria diedero le risposte che il mondo economico italiano cercava in merito alla crisi di sovrapproduzione  del ’29. Nei suoi scritti e nei suoi discorsi, Pound, tratteggia il proprio pensiero economico infarcendolo di visioni poetiche e storiche ravvivando la lugubre scienza con quel calore umano che l’imposizione ortodossa gli ha sempre negato. Giano Accame sottolinea benissimo questo aspetto in un saggio di qualche anno fa:

[…] anche se della lugubre scienza sono intrisi i Cantos, al punto che è impossibile capirli senza conoscere le sue teorie economiche.

Ma andiamo con ordine e analizziamo la base culturale del pensiero poundiano. L’insieme delle tesi, diciamo così, rivoluzionarie di fine ‘800 fanno da sfondo e impalcatura a quelle del nostro e personaggi come gli inglesi Orange e Douglas e l’austriaco Gesell riuscirono finalmente ad attirare l’attenzione del mondo economico. Del primo venne ricordata l’ideazione di un socialismo corporativo e del secondo la differenza tra credito reale e finanziario che insieme al concetto di proprietà popolare della moneta di Gesell stigmatizzano il pensiero economico del poeta.

Pound critica aspramente le divisioni del mondo economico eterodosso, un mondo che, a detta sua, non riuscì mai ad imporsi proprio per la sua enorme litigiosità:

Non insisto sulle marchette. Posso ben vivere senza il piacere di adoperare una seconda varietà di francobolli.

Il riferimento è all’idea di Gesell, che ogni settimana voleva tassare le sue banconote applicandovi una marca per centesimo del loro valore, indubbiamente un tentativo di difficile realizzazione e che distraeva l’attenzione dal vero problema, riportare la moneta al servizio del popolo e non viceversa. Quest’ultima idea fu sempre al centro dei pensieri e della poetica di Pound, come liberare l’uomo comune dal cappio della proprietà della moneta, come liberarlo dall’usura dell’anima?

Domande ardite a cui la netta separazione tra lavoro, o credito, reale con il profitto derivante da attività finanziaria in senso stretto permise di cominciare a rispondere. Il credito reale per Pound è l’insieme della popolazione di una nazione, la sua capacità produttiva ma anche la sua cultura, le sue tradizioni che in nessun modo potevano e dovevano essere contaminate da profitti di origine squisitamente finanziaria, gli interessi sul capitale non sono frutto del lavoro e come tali non esigibili. Del resto il popolo americano aveva più di qualcosa da rinfacciare al mondo finanziario di quel periodo e lasciando parlare sempre Pound è difficile non notare che

[…] il grande inconveniente per la metà del mio popolo è che non può permettersi di acquistare quello che produce l’altra metà […] in un paese dove l’abbondanza affama.

Concetti chiari e netti che non lasciano spazio a dubbie interpretazioni e che non potevano non spostare l’attenzione del loro ideatore sul primo tentativo di renderli possibili. Del resto è impossibile non fare accostamenti tra il pensiero economico/sociale di Pound e quello che l’Italia fascista cercava di inculcare ai vari strati della sua società in quel periodo. Sempre per citare Accame:

[…] la politica economica italiana fu tra le più ricche di interventi originali contro gli effetti indotti della grande depressione; con l’impiego pre-keynesiano dei lavori pubblici come valvola di decompressione della disoccupazione, i salvataggi di banche ed industrie, una notevole inventiva istituzionale nella creazione di enti economici a sostegno dell’azione pubblica.

Pound non fu di certo cieco di fronte al titanico sforzo italiano di liberare l’economia dalle pastoie liberali di inizio ‘900 tanto da presentare il fascismo come la variante più equilibrata ed attuabile del socialismo reale. In un altra sua opera del periodo, Jefferson e Mussolini, possiamo infatti leggere:

Quanto ai costumi finanziari, direi che un paese dove tutto era praticamente in vendita, è stato in dieci anni trasformato da Mussolini in un paese dove sarebbe estremamente pericoloso tentare di compare il governo.

Una scelta di campo ben precisa e che, come è noto, lo porterà ad affrontare con enorme dignità anche la prigionia in manicomio nel secondo dopoguerra. Una scelta di campo dettata dalla visone del fascismo come eticità e ponderazione umana nei confronti del bestiale binomio capitalismo-comunismo. Una scelta di campo per lo spirito e contro la materia, dove per spirito bisogna intendere l’insieme di sentimenti e aspettative di un popolo tutto, non importa se italiano o americano, basta che sia quello del sangue, basta che sia quello che sceglie la tradizione umana a dispetto delle false sirene dell’oro.

…Usura soffoca il figlio nel ventre

arresta il giovane drudo,

cedo il letto a vecchi decrepiti,

si frappone tra i giovani sposi

                                  CONTRO NATURA

Ad Eleusi han portato puttane

Carogne crapulano

ospiti d’usura.

Da l’Intellettuale Dissidente Articolo di A. Scaraglino (qui)

Giustizia

“La verità, vi prego, su chi ha ucciso mio padre”. Le 13 domande di Fiammetta Borsellino

La figlia del giudice che fece tremare la mafia solleva, dalle colonne di Repubblica, tutti gli interrogativi sull’attentato che costò la vita al padre.

094540490-13d1f615-6fe3-412b-9daa-bdedc7b3f7b1.jpg
Paolo Borsellino (Foto AGF)

Tredici domande, un dito puntato tredici volte per chiedere, oggi come allora, la verità su uno dei delitti di mafia più ricordati. Ricordata, la strage di via D’Amelio del luglio di 26 anni fa, ma non conosciuta, perché sconosciute restano ancora troppe cose, e Fiammetta Borsellino, figlia di Paolo, l’uomo che fece tremare la mafia, torna a chiedere dalle colonne de La Repubblica che si diano delle risposte certe.

Con tredici dure e dirette domande. Eccole:

1. Perché le autorità locali e nazionali preposte alla sicurezza non misero in atto tutte le misure necessarie per proteggere mio padre, che dopo la morte di Falcone era diventato l’obiettivo numero uno di Cosa nostra?

2. Perché per una strage di così ampia portata fu prescelta una procura composta da magistrati che non avevano competenze in ambito di mafia? L’ufficio era composto dal procuratore capo Giovanni Tinebra, dai sostituti Carmelo Petralia, Annamaria Palma (dal luglio 1994) e Nino Di Matteo (dal novembre ’94).

3. Perché via D’Amelio, la scena della strage, non fu preservata consentendo così la sottrazione dell’agenda rossa di mio padre? E perché l’ex pm allora parlamentare Giuseppe Ayala, fra i primi a vedere la borsa, ha fornito versioni contraddittorie su quei momenti?

4. Perché i pm di Caltanissetta non ritennero mai di interrogare il procuratore capo di Palermo Pietro Giammanco, che non aveva informato mio padre della nota del Ros sul “tritolo arrivato in città” e gli aveva pure negato il coordinamento delle indagini su Palermo, cosa che concesse solo il giorno della strage, con una telefonata alle 7 del mattino?

5. Perché nei 57 giorni fra Capaci e via D’Amelio, i pm di Caltanissetta non convocarono mai mio padre, che aveva detto pubblicamente di avere cose importanti da riferire?

6. Cosa c’è ancora negli archivi del vecchio Sisde, il servizio segreto, sul falso pentito Scarantino (indicato dall’intelligence come vicino ad esponenti mafiosi) e sul suo suggeritore, l’ex capo della squadra mobile di Palermo Arnaldo La Barbera?

7. Perché i pm di Caltanissetta non depositarono nel primo processo il confronto fatto tre mesi prima fra il falso pentito Scarantino e i veri collaboratori di giustizia (Cancemi, Di Matteo e La Barbera) che lo smentivano? Il confronto fu depositato due anni più tardi, nel 1997, solo dopo una battaglia dei difensori degli imputati.

8. Perché i pm di Caltanissetta furono accomodanti con le continue ritrattazioni di Scarantino e non fecero mai il confronto tra i falsi pentiti dell’inchiesta (Scarantino, Candura e Andriotta), dai cui interrogatori si evinceva un progressivo aggiustamento delle dichiarazioni, in modo da farle convergere verso l’unica versione?

9. Perché la pm Ilda Boccassini (che partecipò alle prime indagini, fra il giugno e l’ottobre 1994), firmataria insieme al pm Sajeva di due durissime lettere nelle quali prendeva le distanze dai colleghi che continuavano a credere a Scarantino, autorizzò la polizia a fare dieci colloqui investigativi con Scarantino dopo l’inizio della sua collaborazione con la giustizia?

10. Perché non fu mai fatto un verbale del sopralluogo della polizia con Scarantino nel garage dove diceva di aver rubato la 126 poi trasformata in autobomba? Perché i pm non ne fecero mai richiesta? E perché nessun magistrato ritenne di presenziare al sopralluogo?

11. Chi è davvero responsabile dei verbali con a margine delle annotazioni a penna consegnati dall’ispettore Mattei a Scarantino? Il poliziotto ha dichiarato che l’unico scopo era quello di aiutarlo a ripassare: com’è possibile che fino alla Cassazione i giudici abbiano ritenuto plausibile questa giustificazione?

12. Il 26 luglio 1995 Scarantino ritrattava le sue dichiarazioni con un’intervista a Studio Aperto. Prima ancora che l’intervista andasse in onda, i pm Palma e Petralia annunciavano già alle agenzie di stampa la ritrattazione della ritrattazione di Scarantino, anticipando il contenuto del verbale fatto quella sera col falso pentito. Come facevano a prevederlo?

13. Perché Scarantino non venne affidato al servizio centrale di protezione, ma al gruppo diretto da La Barbera, senza alcuna richiesta e autorizzazione da parte della magistratura competente?

Da Agi qui
Economia, Separazione Bancaria

Il Glass Steagall Act italiano: la legge c’era basta reintrodurla.

speculazione-bancaria1

La riforma bancaria del 1936 permise di arginare la deregolamentazione che avviliva il settore creditizio. Deregolamentazione che però ha avuto la meglio.

Analizzare l’eziologia degli odierni squilibri economici è un’operazione complessa. Per tale ragione, sarà impossibile ricondurre gli squilibri ad una causa univoca, sanabile con una altrettanto univoca soluzione. Ritornare ad appropriarsi della leva monetaria e di quella valutaria, infatti,  non significherà godere di una panacea contro i mali economici che assillano il sistema internazionale. Un esempio? Il lungo lavoro che attenderà le generazioni future (ipotizzando che esse siano avverse all’autolesionismo) in materia di regolamentazione bancaria. Non sarà necessario un lavoro ex novo: si è solitamente portati a dire “le leggi ci sono, basta applicarle”, ma in questa specifica fattispecie sarebbe più consono affermare “le leggi c’erano, basta reintrodurle”.

La crisi statunitense del 1929  si abbattè anche in Europa, esacerbata dalla sempre più stretta interdipendenza delle due economie a seguito degli investimenti scaturienti dal Piano Dawes. La giurisprudenza americana rispose con il famoso Glass Steagall Act, legge che impose la separazione delle banche commerciali dalle banche di investimento, in nome della tutela del risparmio e dei risparmiatori. Le banche commerciali dovevano specializzarsi in operazioni di breve periodo, dal basso richio, limitandosi ad erogare credito alle famiglie e alle imprese. Le banche di investimento avevano invece un’ottica di medio-lungo periodo, agendo da intermediari fra i settori in surplus e quelli in deficit; esse erano più avverse al rischio, potendosi garantire una più vasta varietà di titoli e strumenti finanziari. Strumenti finanziari come i derivatitra cui gli illustri credit default swap (CDS) protagonisti di un’altra crisi, quella della 2008. La ring fencing, la separazione delle funzioni all’interno del sistema bancario, si contrappone alla visione tedesca di banca universale, ovvero despecializzata.

In Italia, tre anni dopo il Glass Steagall  Act, fu introdotta una (prima) riforma bancaria che, nonostante l’avversione dei regimi di destra radicale verso le plutocrazie, si indirizzava esattamente nella stessa direzione della norma americana. Vi è da dire che il fascismo fu sempre ostile alla daneistocrazia, prediligendo un controllo pubblico quasi monopolistico della gestione del credito. La riforma, sulla falsa riga del Glass Steagall Act, discerneva fra aziende di credito (banche commerciali) e istituti di credito (banche d’investimento). Si istituì una categoria creditizia sotto la voce di  Banche di interesse nazionale: esse costituivano il concretizzarsi della difesa del risparmio dei cittadini come interesse pubblico. Le banche di interesse nazionale erano infatti regolamentante dal diritto pubblico, erano ovviamente banche commerciali e non di investimento e non potevano fare credito al settore industriale, nè detenere partecipazioni presso aziende. Si può tranquillamente affermare che tale impostazione riuscì a calmierare il sistema creditizio italiano per tutto il dopoguerra, a parte rare eccezioni come lo scandalo del Banco Ambrosiano. La convizionzione che il risparmio dei cittadini sia interesse pubblico apparve però anacronistica, soprattutto a chi trainava le riforme neoliberiste partorite agli albori degli anni 80′ del secolo scorso.

Il sistema era diventato ormai obsoleto e l’integrazione europea, progenie dell’ammodernamento economico e statuale iniziato con la Thatcher, ci chiedeva di cambiarlo. Già, ce lo chiedeva l’Europa. Ecco perchè nel 1993 l’entrata in vigore del Testo unico bancario, abrogava la differenziazione fra banche commerciali e banche di investimento. Dieci anni dopo lo scandalo Mps riempirà i rotocalchi. Negli Usa il Glass Steagall Act fu abolito nel 1999 da un governo democratico, quello Clinton (l’involuzione delle sinistre, a quanto pare, è un fatto globale). Chissà dov’era Clinton alla fine del 2006, quando “esplodevano le bolle”. Gli operatori finanziari sono operatori razionali, non etici: emettere strumenti finanziari dove de facto si scommetteva che i propri clienti non riuscissero a ripagare il mutuo pur di coprirsi dal rischio ne è un esempio lampante. Se il disinteresse pubblico nel settori creditizio è da tutti auspicato, quando si tratta di svuotare le casseforti da titoli più tossici di una copertura di eternit le banche non esitano a sbracciarsi, animatamente, per attirare l’attenzione del salvifico Stato.

Dall’Intellettuale dissidente qui

Cultura

Relativismo culturale e nichilismo dei valori

Relativismo e nichilismo non sono la stessa cosa, se il primo (facendo riferimento a tradizioni di studi antichi) prospetta una sorta di pluralismo culturale, il secondo (estremizzazione del primo), è negazione della cultura stessa.

Quello di relativismo culturale è un concetto filosofico-culturale ed anche antropologico che trova la sua comparsa già in epoca molto antica. Già i sofisti, ed in particolare Gorgia e Protagora, con la loro totale negazione dell’esistenza ontologica di verità certe ed in senso universale, fecero dell’ idea relativista il fulcro del loro pensiero. Il relativismo è, infatti,  quella posizione di pensiero,  opposta all’universalismo che fa della verità un qualcosa di meramente arbitrario , convenzionale e, soprattutto, continente. È una corrente di pensiero molto poco spiritualista , in quanto è proprio in ragione al fatto che gli eventi e la storia non siano altro che il prodotto di concatenazioni materiali e frutto del caso materiale che non può esistere una ragione universale (a perno della storia) che guidi gli eventi. Le teorie relativiste , tuttavia, sono molteplici e racchiuderle in questa definizione sarebbe un’operazione riduttivista. In particolare la forma di relativismo maggiormente nota è quella del relativismo culturale (posizione di pensiero portata avanti, soprattutto, da uno tra i più grandi studiosi di civiltà e società umane del Novecento, Claude Lèvi- Strauss).

Lèvi – Strauss fornì  notevolissimi contributi allo sviluppo degli studi in campo antropologico e sociale sulle civiltà umane (in particolare su quelle primitive) e, ponendosi sulla linea dello strutturalismo, alla concezione delle culture umane come del prodotto di determinate strutture di potere in grado di determinare le tradizioni,  gli usi e costumi, le concezioni religiose ed i comportamenti abituali dei singoli popoli.  Nel  corso del Novecento, il concetto di relativismo culturale,  ha assunto una progressiva e sempre più decisiva attenzione. Il Novecento, infatti  , se vogliamo, può essere per molti versi considerato il secolo del relativismo. Tutti quelli che erano stati i dogmi, i perni, le strutture portanti della società liberal-borghesi (e di tutta l’impalcatura culturale del positivismo), a partire dal secolo breve in poi,  iniziano inesorabilmente a vacillare. Tutte quelle certezze, che dall’ illuminismo in poi, avevano caratterizzato l’ossatura della cultura borghese e della morale di stampo occidentale, divengono sempre più labili,  e la morale stessa diviene sempre più un fatto di contingenza e casualità e non più quel saldo riferimento incontestabile portato avanti dalla cultura di stampo cristiano.

Il Novecento è il secolo dei totalitarismi, della profezia dell’ uomo nuovo che si rigenera confutando i valori del suo tempo e, con essi, della trasformazione radicale della concezione antropologica dell’umanità. Si assiste così all’emergere di fiorenti avanguardie culturali (in grado di mettere in discussione il valore quasi divino di certi assunti dell’epoca), lo sviluppo della teoria marxista  (con l’introduzione dei concetti di struttura e sovrastruttura ) ed il successo continuo della filosofia di Nietzsche (con la sua negazione assoluta della morale cristiana e la sua visione , appunto, relativistica della storia dell’uomo). Il fascismo ed il nazionalsocialismo stessi, se vogliamo , a differenza ad esempio di un certo socialismo più illuminista (per così dire) furono dei perfetti esempio di espressione della nuova tendenza relativista del XX secolo. Alla base della concezione antropologica del fascismo e del nazismo, ed  in particolare,  della loro visione dei rapporti di forza e di potere si può notare una concezione della cultura e dei valori come un fatto di contingenza di causalità. La storia altro non è che un insieme di rapporti di forza,  guidata dallo scontro continuo tra popoli e culture, e determinata dell’emergere di una a discapito di un’altra.

In questo contesto di pensiero,  dunque,  la morale viene  evidentemente ad assumere un ruolo di assoluta contingenza materiale, in quanto se essa non è più il prodotto di un preciso disegno originario e non più la continuazione di una progressiva linearità storica ma, al contrario, il prodotto di casualità materiale (storico-sociali), anche la sua consistenza va ad assumere una natura sempre più  dissolubile e facilmente confutabile. È proprio nel Novecento,  dunque, che il relativismo culturale inizia ad assumere una fisionomia sempre più marcata e che le teorie di determinati studiosi, appartenenti al filone del cosiddetto “strutturalismo” (tra i quali appunto Levi-Strauss), prendono sempre più piede. Dal dopoguerra in poi, in particolare, dopo il periodo della de-colonizzazione, il relativismo culturale si afferma con sempre maggior autorevolezza, ed anche quell’eurocentrismo assoluto (prodotto diretto delle strutture di potere imperialiste) inizia ad assumere un valore sempre più discutibile. Il problema del relativismo è quando sfocia nella sua posizione più radicale: il nichilismo.

Talvolta, il  concetto filosofico di relativismo culturale viene, erroneamente, confuso con quello – più estremo e radicale- di nichilismo. Quest’ultimo,  infatti, rappresenterebbe, per così dire,  un’estremizzazione portata ai massimi livelli del relativismo culturale,  alludendo a quelle posizioni di pensiero che, per l’ appunto, non intravedono alcun senso nelle cose e concepiscono i valori alla stregua di fluide costruzioni mentali prive di consistenza. Confondere il nichilismo (l’assenza assoluta di valori) col relativismo (la presa di coscienza del pluralismo di valori) è un errore dal punto di vista concettuale. Il nichilismo, per sua natura, prospetta una sorta di liberazione totale rispetto a quelle che sono le norme di comportamento, i valori di riferimento, gli indicatori esistenziali d’ogni etica, poggiando le proprie valutazioni sull’idea secondo la quale l’intera realtà sarebbe priva di senso alcuno. Il nostro tempo attuale (per la precisione nell’ambito del contesto occidentale ), sta assistendo ad un vero e proprio eccedere del nichilismo (inteso proprio come assenza di riferimento e consegna della vita degli uomini all’ arbitrario flusso dell’ indefinito e del liberissimo arbitrio scriteriato).

L’esplodere del consumismo di massa, con annesso imporsi del modello culturale unicamente liberista e libertario ha, di fatto, innescato nella società occidentale questa condizione di vuoto esistenziale profondo, rendendo le vite degli uomini sempre più in balìa dell’indifferenza e della passività. La società occidentale attuale, a differenza di quanto una certa analisi contemporanea vuole cogliere, forse , non è preda del relativismo culturale, bensì del nichilismo, inteso come forma estrema di un mondo totalmente svuotato dalla cultura e vittima della mercificazione delle cose. Il male della nostra società è, infatti,  l’assenza totale di riferimenti storici ed identitari, processo storico che la cultura dominante del circuito politicamente corretto  (liberale) tenta di portare a compimento con la negazione e la demonizzazione dei concetti di “nazione “ e “tradizione “, ultimi baluardi in difesa del pluralismo e differenzialismo culturale.

Dall’Intellettuale dissidente qui