Politica

Per spazzare via l’establishment ci vogliono le elezioni con un mandato pieno al governo giallo-verde. La critica severa di Barnard. “Dimettetevi, per salvare il cambiamento promesso”.

Di Paolo Barnard (articolo ripeso da Libreidee.org qui)

di-maio-salvini-jpgNon vi lasciano lavorare? E allora dimettetevi: solo così, dopo nuove elezioni, potrete finalmente varare il “governo del cambiamento”, quello vero, che risolleverà l’Italia, sottraendola alla morsa di Bruxelles. E’ scettico, Paolo Barnard, sulla faticosa guerra di trincea nella quale sembrano invischiati Lega e 5 Stelle, letteralmente imbrigliati da un establishment ben deciso a impedire qualsiasi rottura dei vincoli Ue, ben sapendo che proprio il rifiuto del rigore di bilancio è indispensabile per finanziare Flat Tax e reddito di cittadinanza. «Doveva essere il “governo del cambiamento”, e già dopo soli due mesi è diventato il “governo del meglio di niente”», scrive Barnard nel suo blog. «E’ esattamente dal governo Amato del 1992, passando per Prodi, D’Alema, Berlusconi, i ‘tecnici’ e Renzi – aggiunge – che ci fanno vivere i #governidelmegliodiniente, cioè i soliti esecutivi impiccati ad aule parlamentari da mercato-delle-vacche, e dove gli elettori vincenti si contentano della logica “Ok, ma è sempre meglio che avere gli altri”. E sono esecutivi che mai nulla di concreto hanno dato all’Italia, infatti qualcuno provi a citare una sola riforma in positivo degli ultimi 26 anni che sia ricordata nella cultura politica, nel welfare, nel lavoro e nei portafogli italiani come uno spartiacque. Zero, solo una e tragicamente in negativo: la perdita della moneta sovrana lira con l’adesione all’euro».

La rottura – almeno nelle promesse – è finalmente arrivata con le elezioni del 4 marzo 2018: la Lega che annuncia la volontà di uscire dall’euro e di metter fine agli sbarchi illimitati dei migranti, e i 5 Stelle che annunciano «lo storico ritorno dell’Italia all’espansione della spesa pubblica contravvenendo le austerità della Ue». Due mesi dopo il voto nasce il governo Conte, ma si scopre che «non esiste accordo fra i due partiti di maggioranza sulla ripresa delle sovranità italiane perdute in Ue e su una Italexit dall’Eurozona». Non solo: «Non esistono i numeri in Parlamento per snelli voti di maggioranza per una vera governabilità». Peggio: non c’è traccia, nel governo gialloverde, «di una strategia dal potere di fuoco sufficiente per neppure minimamente arginare il potere di Bruxelles di schiacciarci al primo segno di disubbidienza». Sia il presidente del Consiglio che il fondamentale ministro delle finanze «sono due pragmatici interamente allineati allo status quo del “rigore dei conti” di Bruxelles e dei “mercati”». E la disponibilità di cassa del nostro Tesoro, sempre denominata in euro, «rimane catastrofica e asfissiante». Secondo Barnard, non occorre un politologo per capire che tutto questo «porta con certezza matematica alla semi-paralisi di governabilità, e di conseguenza all’altrettanto certo deragliamento di due delle promesse primarie, le quali a loro volta trascinano nell’oblio grandi fette del noto “contratto” per il “governo del cambiamento”».

Per Barnard, questo esecutivo è destinato ad annaspare a ogni proposta, decreto, voto, conto di cassa. Non ha chance, nel confronto con l’Europa: «Ciò sarà lampante nella prossima legge di bilancio, come d’altro canto ha detto chiaro il ministro Tria al G20 col lapidario “Manterremo ovviamente quei limiti di bilancio necessari per conservare la fiducia dei mercati”: cioè addio rinascita dei grandi interventi nell’interesse pubblico, ma solo micro-manovre, tagli di qui e mancette di là, piccola cosmesi politica esattamente come fu destino dei #governidelmegliodiniente di Berlusconi, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni». In particolare, sempre secondo Barnard, «è deceduta ogni velleità sovranista di una Italexit dall’Eurozona». Conclusione a cui Barnard perviene dopo un lungo scambio col leghista Claudio Borghi, ora presidente della commissione bilancio della Camera. «La linea dell’economista della Lega, messo di fronte a quanto sopra, è di ammettere la semi-paralisi per mancanza di governabilità, per poi però affermare che sia lui che l’altro economista anti-euro, Bagnai, e naturalmente Salvini, rimangono nel Palazzo per costruire dall’interno la riscossa contro l’Europa».

Argomentazione insulsa, secondo Barnard: significa arrampicarsi sugli specchi, pur di non ammettere la cocente realtà. Ovvero: in aula non ci sono i numeri, per un vero cambio di marcia. E, nel caso si trovassero, come farebbero i leghisti – lottando in minoranza dall’interno – ad allestire «le difese finanziarie dell’Italia contro le ‘atomiche’ di Bruxelles e dei mercati», dovendo fare i conti con Tria e la Banca d’Italia che remano contro? E in queste condizioni, come potrebbero «estorcere all’Ue gli allentamenti dei soffocanti vincoli di bilancio con cui poi finanziare il “contratto” per il “governo del cambiamento”, quando Conte ha confermato appieno tutti quei vincoli firmando il Semestre Europeo?». In assenza di risposte, a Barnard «si riconferma il sospetto che i tre eminenti ‘Padani’ alla fine siano solo incollati alle poltrone». Fra l’altro, Borghi ha ammesso che un sistema di potere cementato su posizioni avverse – come lo sono oggi ampie fette delle due Camere, con Bankitalia e Tesoro – non si può cambiare dall’interno. «Lo disse, in un clamoroso paradosso, riferendosi proprio all’ipotesi che una vittoria elettorale avesse proiettato lui, Bagnai e Salvini in un governo costretto a lavorare dall’interno per cambiare l’Europa, cosa infatti accaduta». Ammise Borghi: «Io posso provare a mentire agli elettori e dire: vinciamo e vediamo di cambiare l’Europa dall’interno, ma sarebbe marketing». E oggi, dunque?

Se Di Maio, Salvini, Borghi e Bagnai fossero davvero stati «materiale inedito per i consolidati rituali della buffonesca politica italiana, a fronte di numeri parlamentari così disastrosi non avrebbero dovuto neppure accettare gli incarichi», scrive Barnard. Lega e 5 Stelle «avrebbero dovuto denunciare al paese l’ingovernabilità che costringe a tradire il “contratto”». Ergo: nuove elezioni, alla ricerca dei numeri per poterlo fare davvero, il “governo del cambiamento”. Ora, sostiene Barnard, «possono ancora strappare l’ultima dignità dimettendosi oggi, a seguito di una clamorosa denuncia di chi fra i loro ranghi rema contro la piena realizzazione del loro “contratto” coi cittadini». Secondo il giornalista «sarebbe, per la prima volta dal 1948, un segnale di tale dirompenza e straordinaria fedeltà agli elettori che questi, con ogni probabilità, tornerebbero alle urne a dargli esattamente la maggioranza che serve al paese: allora sì che sarebbero presi sul serio, sulle loro tre promesse primarie in campagna elettorale». Ma non accade e non accadrà, profetizza Barnard, perché sono gli stessi elettori gialloverdi a dimostrarsi felici di avere un bel “governo del meglio di niente”, illudendosi che il “meno peggio” basti per “costruire dall’interno la riscossa contro l’Europa”, col paese che intanto perde l’ennesimo treno.

Democrazia diretta, Rivoluzione digitale, Tecnocrazia

L’utopia del tecnostato

Nel Cile di Salvador Allende ci fu un esperimento per migliorare il governo attraverso la tecnologia. In anticipo sulla rivoluzione digitale dei nostri giorni.

Nell’epoca della digitalizzazione si direbbe che spesso il futuro si lanci all’attacco del presente. Chi abita il mondo contemporaneo si sente circondato dalla fantascienza, da visioni che lo teletrasportano in un domani che nemmeno sapeva di sognare così ardentemente. Di recente l’innovatore per eccellenza della Silicon valley, Elon Musk, ha realizzato qualcosa che simboleggia bene questa sorprendente eccentricità. Prefigurando in modo straordinario futuri viaggi su marte, ha sparato in orbita un razzo SpaceX con a bordo un’auto tesla Roadster. Da allora un “astronauta” ruota intorno al globo terrestre in diretta streaming: un misto tra Ritorno al futuro e Guida galattica per autostoppisti. Si aprono prospettive magnifiche: luttuare nello spazio privo di gravità “all watched over by machines of loving grace”, come nella poesia di Richard Brautigan.

Anche al di là di questi fanciulleschi as- salti al cielo siamo costantemente messi di fronte alle potenzialità del futuro. Inquie- tanti alleanze tra le grandi aziende tecnologiche e i governi – un misto di multinazionali, centri studi e istituzioni statali – generano continuamente utopie “inaudite”, con tanto di promesse digitali che ci rimandano a una società smart in modalità “benessere automatico”.

Ma osservandoli da vicino, questi orizzonti fantastici hanno già l’aspetto di seplici cicli che si ripetono. Il luccichio di tante pretese d’innovazione serve solo a occultare un passato pieno di costellazioni di idee che fanno apparire le città e gli stati completamente digitalizzati di oggi come fantasmi tornati vivi e agghindati. Da molto tempo ormai i pionieri della tecnologia non fanno che sognare uno stato reso perfetto dagli strumenti tecnologici. Quindi è più facile valutare gli scenari futuristici di oggi dando uno sguardo alla storia. Per esempio al Cile socialista di Salvador Allende, tra il 1970 e il 1973, un periodo in cui non solo i conini tra fantascienza e scienza erano labili, ma gli ideali erano davvero nuovi.

Tra i protagonisti c’era uno dei perso- naggi più notevoli della storia della cibernetica e allo stesso tempo il suo enfant terrible: lo studioso e consulente aziendale britannico Staford Beer. I suoi scritti non solo misero le ali all’immaginazione scientiica degli anni cinquanta e sessanta del novecento e ispirarono musicisti come David Bowie e Brian eno. Stanno anche tornando alla ribalta. Recentemente, per esempio, Geof mulgan, l’esperto d’innovazione sociale e del centro studi Nesta, ha sottolineato quanto siano ancora attuali la igura di Beer, la sua “teoria grandiosa” e i suoi “brillanti lampi di genio”. Secondo mulgan, ancora oggi Beer riesce a spingere i governi a “creare nuovi collegamenti tra le componenti del sistema e a fare poi il salto verso un nuovo modo di fare le cose”.

Lo stesso Staford Beer oscillava tra due estremi: da un lato era uno spirito inquieto, barba lunga e tendenze socialiste, che dipingeva a olio, praticava yoga e scriveva poesie memorabili, anche sul calcolo costi- beneici. Dall’altro era noto per essere un appassionato di Rolls Royce e sigari, e per chiedere diarie da 500 sterline che, al cambio di allora, corrispondevano a circa 4.300 euro. Fece carriera fino a diventare uno dei consulenti aziendali più richiesti del suo tempo a livello internazionale. Non a caso si arrivò a parlare di lui come dell’uomo che avrebbe potuto governare il mondo.

Questo ambiguo gaudente, però, non deve la sua popolarità all’aura carismatica, se non secondariamente, ma al suo spiccato interesse per le organizzazioni e i sistemi complessi. L’ingegnere con il pallino dei computer seppe applicare eicacemente all’ambito aziendale quello che aveva ap- preso dal matematico Norbert Wiener sulla cibernetica, la scienza del controllo e della trasmissione delle informazioni negli esseri viventi e nelle macchine. Negli anni cinquanta Beer fondò l’istituto di ricerca operativa più grande del mondo, sviluppò sistemi informatici tecnologici per fabbriche fondati sulla logica del feedback. Più avanti scritti come Cybernetics and management e Brain of the irm ne fecero l’inventore della cibernetica per l’amministrazione.

I successi di Beer in campo economico suscitarono l’interesse dei governi per la sua innovativa teoria dell’organizzazione, incoraggiandone le ambizioni. All’inizio degli anni settanta, su incarico del presi- dente cileno Salvador Allende, Beer diventò il padre spirituale del progetto Cybersyn, una macchina per la democrazia diretta. Un progetto in cui non solo si manifestò lo spirito che segretamente avrebbe animato le successive fantasie di controllo dello stato digitale, ma che, senza averne intenzione, riuscì anche a sfiorare il grado zero della politica.

Cybersyn era un’utopia nata dalla necessità: un’“internet socialista” per dare nuovo ordine alla precaria situazione economica cilena che, in seguito alla svolta socialista, aveva afrontato riforme agrarie, nazionalizzazioni di banche e un embargo commerciale da parte degli Stati Uniti. Come ha scritto il teorico dell’informazione Claus Pias, c’era bisogno di una “rivoluzione per mettere ine alla rivoluzione”. ma come poteva funzionare? Da un lato Allende, che si barcamenava tra destra e sinistra, conservazione e progresso; dall’altro Beer, stretto tra eicienza e inefficienza, ordine e disordine. Da un lato Allende, che considerava la libertà un princi- pio regolatore; dall’altro Beer, che la considerava solo “una funzione programmabile dell’eicienza”. eppure, proprio a causa di questi contrasti, il futuro ministro dell’economia cileno Fernando Flores ritenne che Beer fosse la scelta ideale per rendere la complessa teoria dei sistemi una “scienza al servizio dell’uomo”.

L’algoritmo perfetto

Sulla carta politici cibernetici come Karl Deutsch già negli anni sessanta fantasticavano sul governo come sistema autonomo. A partire dalla fine del 1971 in Cile una squadra di designer, ingegneri e programmatori si dedicò a mettere in pratica questa teoria. In quanto condizione della “paciica via cilena al socialismo”, l’impresa avrebbe dovuto rendere possibile addirittura il coordinamento cibernetico della produzione, la mano visibile del mercato. Usando le classi- che formule sintetiche di oggi forse diremmo che si cercava un algoritmo perfetto capace di dare sostegno allo stato.

Per svolgere l’incarico, Beer si lasciò guidare da due idee cardine: quella di un sistema decisionale basato su informazioni trasmesse in tempo reale (la liberty machine) e quella di una struttura di sistemi parzialmente autonomi capaci di adattarsi in modo lessibile a situazioni contingenti (il viable system model). Partendo da questi elementi fu progettato il cosiddetto Cybernet, una rete informatica di telescriventi che connetteva le fabbriche del paese e che – come una sorta di sistema satellitare – trasmetteva via radio i dati della produzione al grande calcolatore centrale a Santiago.

Il pezzo forte di Cybersyn era la sua visione, in anticipo sui tempi, di una centrale operativa futuristica in cui raccogliere, aggregare ed elaborare i dati economici del paese: la leggendaria Opsroom. A guardarla sembra la fusione di una cupola geodetica in stile hippy, dell’astronave Discovery One di Kubrick e della passerella della nave stellare enterprise; mancavano gli extraterrestri, ma in compenso bastavano le sedie tulip rosse a trasmettere ben più di un sentore di futuri felici.

La loro disposizione circolare non era gerarchica ma ugualitaria e i loro accessori – un posacenere per i sigari e un portabic- chiere da cocktail – si adattavano perfetta- mente allo stile di vita lussuoso dell’inventore. Il designer tedesco Gui Bonsiepe, coinvolto nel progetto, parlava con entusiasmo della leggera “atmosfera da salotto” in “bui colori”: nella centrale di comando da cui gestire l’economia di un intero stato non vedeva solo un future panel, ma anche un “bar per il pisco sour e cose simili”.

La massima di questo circolo era: “la forma segue la funzione”. Numero e design delle sette sedie girevoli avrebbero dovuto stimolare la nascita di una “squadra massimamente creativa” (Beer), ofrendo lo spazio necessario all’attività degli spiriti liberi ma soprattutto aprendo una prospettiva a tutto tondo. Ovunque ci si girasse, gli schermi incastonati nelle pareti fornivano

in tempo reale dati sui livelli della produzione, sulla circolazione delle informazioni e sulle interruzioni nella distribuzione. In questo nuovo regime del sapere luido, il burocrate lento e poco trasparente era una sorta di nemico di classe: la carta, scriveva Beer con convinzione, d’ora in poi è “bandita”. La risposta era il lusso di dati.

Con i lussi di dati si voleva ricondurre il caos all’ordine, velocizzare l’amministrazione e condurre il governo in acque più calme e navigabili, nel dolce ronzio dei calcolatori. tutto questo seguendo princìpi progressisti: ogni lavoratore, non solo un’élite appositamente formata, doveva poter dirigere la “macchina delle decisioni” (Beer) usando i dieci bottoni colorati posti nel bracciolo di ciascuna sedia. La trasparenza e chiarezza erano importanti quanto la validità dei dati, e perciò lo stesso design della rete andava incontro all’utente (non molto diverso dallo slogan della Apple let’s make it simple, facciamola semplice), aiutandolo a risolvere i problemi in maniera veloce, pragmatica e quasi intuitiva. Insomma, “decisione e controllo” non era solo il titolo di un libro di Beer, ma anche una buona pratica.

Anche il programma Cyberfolk, vero e proprio predecessore degli attuali feedback in tempo reale come quelli di Facebook, faceva parte di quella dotazione a misura di cittadino che caratterizzava il progetto. Si trattava di uno strumento per misurare gli umori politici che rendeva possibile il “governo psicocibernetico della società” (Pias), consentendo a cittadine e cittadini, per esempio durante un comizio trasmesso in diretta, di comunicare le loro reazioni emotive positive e negative attraverso un tasto sul televisore. mentre le votazioni dell’“assemblea popolare elettrica” venivano mostrate al popolo cileno, i “desideri delle persone” (Beer) sarebbero apparsi in forma matematicamente valutabile anche sullo schermo felice/infelice nella Opsroom. In questo modo lo stato cibernetico, legittimato attraverso la democrazia diretta, si sarebbe potuto dirigere da una metaprospettiva sistemica – cioè comodamente seduti sulle confortevoli poltroncine – e senza neanche dover lasciare il pianeta terra.

La visione a 360 gradi che Beer progettò per la stazione di controllo non doveva mostrare solo gli umori momentanei e i dati sulla produzione. Come indicava già il previsore antiaereo di Norbert Wie- ner, doveva rendere calcolabile anche quello che non c’era ancora, rendere gestibili gli imprevisti. Insomma la cibernetica, che è anche alla base delle attuali stazioni di controllo digitali, è un’arte di governo basata su anticipazioni e interventi quasi impercettibili; è un modo di procedere che mira al dominio dei lussi d’informazione e, se serve, aggiusta i lussi di dati. Di conse- guenza ai controllori nell’Opsroom non si richiedeva l’imposizione autoritaria di quello che era stato pianiicato, ma l’adattamento alle circostanze, la lessibilità in caso di anomalie: rivedere, riprogrammare, migliorare. Lo scopo primario era sempre la tenuta del sistema.

La prova

Nell’autunno del 1972 arrivò il banco di pro- va per la tenuta del sistema di Allende. Cybernet fu usato con successo per la prima volta, ma sarebbe stata anche l’ultima. Decine di migliaia di trasportatori scioperaro- no per settimane mettendo a rischio l’approvvigionamento della popolazione. ma la rete delle telescriventi consentì di coordinare la produzione evitando così il caos no-ziale emancipatorio della tecnica sono rimaste ino a oggi insuperate.

Nella storia di questo “sogno speciale di un socialismo cibernetico” (eden medina), l’ironia sta nel fatto che i semi di Beer porta- no nuovi e discutibili frutti solo nel nostro presente integralmente votato al capitalismo della sorveglianza, in cui davvero tutto è connesso e collegato. È vero che anche oggi ioriscono teorie postcapitaliste sulla “necessità” di una post-work society, una società del postlavoro (Paul mason o Nick Srnicek) o addirittura di un “comunismo di lusso totalmente automatizzato”. ma non sono certo solo le concezioni socialromantiche a sostenere che la raccolta di grandi quantità di dati e gli algoritmi siano una so- luzione catartica, principalmente al “problema” della politica.

Proprio negli ambienti della scienza politica più pragmatica si sostiene spesso che il mondo sia ormai troppo complesso per forme di rappresentanza democratica tradizionale. I dibattiti classici sarebbero trop- po lenti e pressoché incapaci di produrre decisioni. Insomma, non ci sorprende che versioni sempre più ambiziose di uno stato tecnologicamente soisticato si afaccino sul mercato delle idee.

Governo snello

La “tecnocrazia diretta” del consulente po- litico Parag Khanna e lo “stato intelligente” proposto da Beth Noveck, direttrice del centro di ricerche GovLab ed ex consigliera di Barack Obama, seguono gli approcci più rivoluzionari del governo snello: sono concezioni che applicano alla politica le con- quiste del mondo della comunicazione digitale, sposando in toto la tendenza neoliberale per cui i compiti dello stato sono affidati a servizi privati. È vero che la continua intromissione delle multinazionali tecnologiche sul terreno della sovranità degli stati – si pensi a Google, che sta ristrutturando il sistema della scuola pubblica statunitense e ricostruendo secondo le sue necessità un intero quartiere di toronto – continua a provocare una strisciante inquietudine nell’opinione pubblica più critica. D’altra parte chi teorizza uno stato caratterizzato dalla partnership pubblico-privato, ritiene ancora che una piattaforma come Facebook, che ha più di due miliardi di utenti, sia una vivace fonte d’ispirazione per aggiornare Cybersyn in modo intelligente. e ritiene che lo scandalo di Cambridge Analytica sia solo una fastidiosa sbavatura.

Nei suoi modelli Noveck concepisce lo stato stesso come un social network, le cui istituzioni e i cui servizi non solo sono automatizzati, ma possono anche essere valutati direttamente dal cittadino attraverso lo smartphone come “esperienza di governo incentrata sull’utente”.

Come in un negozio online, seguendo la logica delle recensioni si potrebbero aggiungere facilmente stelline, pollici alzati e commenti critici in un esteso sistema di interconnessioni passando per la “macchina decisionale” individuale. Insomma, anche Beth Noveck vorrebbe che, con l’aiuto di social network come Linkedin o twitter, l’individuo avesse finalmente la possibilità di “partecipare al governo”. Le procedure amministrative in questo modo sembrerebbero più trasparenti e aperte e avrebbero maggiore legittimazione. Come imma- gina Khanna per il suo stato ideale, le procedure potrebbero seguire complessivamente i Key performance indicator, gli indicatori di prestazione che si usano nelle aziende.

Dialettica e contrattazione

Se una volta tutti sapevano che la politica implicava dei grandi grattacapi, l’interconnessione globale ha aperto l’epoca della liquidità smart, in cui sembra possibile una postideologica “democrazia senza politica”. Questa condizione permette di governare in modo efficiente e senza attriti, e infatti Khanna non è solo un grande ammiratore della Cina e di Singapore, ma anche della Svizzera, perché lì, dice, gli scioperi creano pochi disagi. È vero che nella “democrazia come dati” di Khanna le elezioni sono ancora previste, ma secondo lui sono “retrograde” e non sono lo “strumento migliore per cogliere l’umore prevalente”. Sarebbero più utili analisi immediate in tempo reale basate sui social network o dati di controllo tratti dall’economia e dalla società, “tendenzialmente più signiicativi” di qualsiasi plebiscito. In ultima istanza, gli “algoritmi intelligenti” sembrano “preferibili ai politici stupidi”, e perciò Khanna, di fronte a fenomeni d’irrazionalità politica come l’elezione di Donald trump, onnipresente su twitter, consiglia la partecipazione diretta al governo da parte di Watson, il supercomputer, una versione ben più potente del predecessore cileno.

Una delle utopie più radicali è stata formulata recentemente dalla star degli inve- stimenti tim O’Reilly, che ha proposto di ridisegnare le “vecchie” istituzioni, del resto nient’altro che “distributori di bevande”, secondo la concezione del “governo come piattaforma”. Negli ultimi tempi idee simili hanno trovato un certo seguito perfino nell’ambito di serissimi congressi specialistici tedeschi: anche qui sono stati illustrati lo “stato come piattaforma per gli ecosistemi” o, ricordando Noveck, “lo svolgimento online delle pratiche burocratiche come esperienza personalizzata”. ma il modello di stato proposto da O’Reilly prevede un sistema operativo più ampio: un meccanismo di algoritmi sul modello di Airbnb, che organizzi e soprattutto gestisca la società intera seguendo le valutazioni e il costante flusso di punteggi che producono. Lo scopo sembra essere una sorta di “magazzino di credito sociale” che, unendo spirito capitalista e controllo cibernetico, sostituisca la democrazia rappresentativa parlamentare e infine la superi.

Se Beer ancora metteva in guardia con insistenza dall’inclusione delle imprese private nel processo politico (dato che non hanno come scopo il bene comune), se i signori seduti nelle sedie tulip dell’Opsroom erano ancora rappresentanti eletti dal popolo, nel nostro presente interamente pervaso dalla merciicazione la sua progettualità cibernetica finisce per tradursi in un nuovo tipo di tecnocrazia: una cabina di regia neocibernetica, dove ad avere voce in capitolo non sono più gli “esperti”, ma la tecnica stessa.

Di fronte a questi deliri efficientisti non bisogna subito pensare agli abissi audacemente distopici della serie tv Black mirror. Eppure il traguardo ultimo dell’interconnessione totale è un decisivo cambio di paradigma che conduce a un ordinamento numerico in cui non c’è spazio per la politica, ma al limite per la logistica: qui le decisioni si prendono usando cicli continui di valutazioni automatizzati. Usando le parole di Khanna, in questa res publica ex machina il motto è “la connettività è destino”.

Questo è lo sfondo che fa del progetto Cybersyn, a discapito di tutte le sue aspirazioni emancipatorie, il primo vero momento di svolta a partire dal quale una convinzione si è inscritta sempre più a fondo nell’immaginario collettivo: l’idea che la tecnica possa fornire le migliori soluzioni ai problemi politici; che, come dice lo slogan “prima il digitale, poi le perplessità”, quel legno storto di cui è fatto l’uomo si

possa raddrizzare solo attraverso un sur- plus di interconnessione, di automatizzazione e di loop di valutazioni.

Da Noveck a O’Reilly, le più recenti narrazioni paradigmatiche sembrano riflettere in maniera stranamente distorta gli ideali di Beer. Sono utopie nel vero senso della parola: non-luoghi che spacciano un’architettura del controllo per democrazia totale, per elettronica elastica della vita quotidiana, a cui, in fondo, può partecipare solo chi si connette condividendo. La politica appare dunque non più pensata a partire dall’individuo, ma a partire dai suoi apparati. e così dipendiamo interamente “dalle creature che abbiamo messo al mondo” (Goethe).

In tutto ciò passa inosservato – e queste linee di frattura si rilettono già nella “fantascienza governativa” cilena (Burkhardt Wolf ) – il fatto che la democrazia non è appunto semplice tecnica organizzativa, non si può concepire come una tirannia delle quantità o come un lusso continuo di like e di clic. La democrazia si oppone a un pensiero che assolutizza l’eicienza, perché rimane fragile e sfugge a qualsiasi calcolo; perché continua a suscitare dibattiti e non si può deinire una volta per tutte. Al centro di quest’ordine politico, che pur essendo deicitario è migliore di ogni altro, dovrebbero rimanere la dialettica degli antagonismi, i processi di comprensione, la contrattazione delle posizioni politiche e la distribuzione del potere, non un mondo 2.0 che deve solo essere amministrato.

In questa prospettiva l’utopia cilena sembra l’ombra di un futuro ormai passato che, per un momento, ha promesso più di quanto non po- tesse mantenere. È una lezione di storia: parafrasando marx si è data la prima volta come tragedia per ripetersi ora come farsa. È una lezione che ci mostra come un ritorno a utopie tecnologiche realmente gravide di futuro sia ben più dificile del ritorno a casa dell’astronauta di Elon Musk. ma forse, alla fin fine, lo scopo di questo spensierato pilota automatico è proprio questo: preferisce fluttuare lontano, godersi la vista della nera assenza di gravità e girare eternamente intorno al sole sulle note di Space oddity, seguendo una traiettoria stabilita sempre in anticipo.

 

Da Republik articolo di Anna-Verena Nosthof e Felix Maschewski

Innovazione, Rivoluzione digitale, Società

Senso civico a punti. Un ranking per tutti. La sperimentazione a Suqian (Cina). Ecco come il Governo cinese controllerà la popolazione.

 

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A Suqian, una metropoli di cinque milioni di abitanti, si sta sperimentando un sistema di valutazione dei cittadini basato sui crediti. E su nuovi strumenti di sorveglianza.

Ha i capelli neri corti che comin- ciano a ingrigire sulle tempie, le sopracciglia spesse e le rughe sulla fronte, e sembra preoccupato. Il giorno della sua foto identiicativa Jiang indossava una camicia a quadri rossi e neri. Il 3 maggio alle 11h 01’ 16’’, all’incrocio tra Weishanhu lu e Renmin Dadao, a Suqian, Jiang ha attraversato con il semaforo rosso. Il giorno dopo il suo volto compariva su schermi di tre metri quadrati sistemati in corrispondenza di decine di incroci della città. La sua foto si alternava a quella di Li e di altri passanti che avevano attraversato con il rosso. Il 3 maggio Jiang e Li, di cui sono stati resi noti solo i cognomi, hanno già perso 20 dei mille punti della loro pagella di aidabilità. Per recuperare i “crediti socia- li” dovranno dimostrare il loro senso civico donando il sangue, distinguendosi come lavoratori modello o compiendo delle “buone azioni”.

A Suqian, una città con cinque milioni di abitanti nella regione costiera di Jiangsu, a nord di Shanghai, si sta sperimentando un sistema di valutazione per migliorare la fiducia tra i cittadini. Dando un voto ai comportamenti, le autorità vorrebbero spingere i cittadini a essere più “civili” e corretti.

Si stanno provando diversi sistemi. Le istituzioni cinesi (banche, assicurazioni, tribunali, aziende di trasporti) sono invitate a stilare liste di persone che hanno viaggiato senza biglietto, non hanno saldato un debito o hanno danneggiato qualcuno; persone a cui è vietato prendere un treno ad alta velocità o un aereo, o alloggiare in albergo. In alcune città anche le imprese devono superare un esame e ricevere una valutazione prima di poter partecipare a una gara d’appalto. Il progetto più inquietante, ma più vago, prevede di estendere il sistema di valutazione a tutti i cinesi.

Limiti legali

La città di Suqian è un ottimo esempio della politica del governo e dei suoi limiti. Il 20 aprile tutti gli abitanti tranne quelli con precedenti penali hanno ricevuto una valutazione su una scala da zero a mille punti in base alle loro azioni. Donare il sangue fa guadagnare cinquanta punti, come anche fare volontariato, ricevere un’onoriicenza da “lavoratore modello” o soccorrere qual- cuno in diicoltà. Al contrario pagare le bollette in ritardo può far perdere tra i quaranta e gli ottanta punti.

A quanto pare avere precedenti penali o aver commesso delle infrazioni costa tra i cento e i trecento punti. Un voto positivo dà diritto a riduzioni sull’abbonamento ai mezzi pubblici, a un accesso prioritario all’ospedale, a ingressi gratuiti nelle strutture sportive della città. Un voto negativo, invece, non cambia niente: a questo stadio il sistema svolge solo una funzione d’incoraggiamento, a diferenza di quello che sembrerebbe affermare la propaganda, anche a Suqian.

All’ingresso del municipio su un grande schermo rosso scorrono slogan in giallo. Uno recita: “Le persone aidabili possono camminare serenamente sotto il cielo, chi non è degno di fiducia non può muovere un solo passo”. È tratto dal documento che presenta il progetto, pubblicato dal consiglio degli affari di stato nel 2014.

La realtà però è più complessa. “Forse a qualcuno del governo piacerebbe avere una sorta di panottico, un occhio in grado di vedere tutto, ma altri si sono resi conto che non sarebbe legale e che i cittadini non approverebbero il progetto”, sottolinea Jeremy Daum, ricercatore specializzato in diritto cinese e autore del blog china law traslate, che si occupa spesso del tema. “Il progetto è dovuto passare al vaglio di giuristi, consapevoli che è impossibile introdurre delle sanzioni senza alcun fondamento legale. Per renderlo conforme alla legge hanno dovuto ridimensionarlo”.

Resoconto di affidabilità

Al municipio di Suqian, un grande ediicio moderno, hanno creato uno sportello unico per le questioni relative ai crediti sociali. Dietro a una scrivania una giovane impiegata sorridente mostra l’app sul suo cellulare: ha 1020 punti. gli utenti sono soprattut- to imprenditori o insegnanti che devono farsi rilasciare il loro “resoconto di affidabilità” per proporsi per un posto di lavoro o avviare un’impresa. ma questo documento, con valore legale, si limita a indicare che è tutto in regola. Le persone intervistate giudicano positivo il sistema e ripetono in coro la propaganda uiciale.

Il sistema non è un po’ intrusivo? “Sono informazioni che l’amministrazione possiede già”, minimizza una quarantenne dai lunghi capelli neri che vuole aprire un salone di parrucchiere. “non vedo cosa ci sia di male, così le persone saranno incentivate a essere più educate e a fare più attenzione”. Lin Junyue, il teorico del sistema dei crediti sociali, respinge ogni accusa: “In cina sono le persone famose, le élite, gli uomini d’affari a chiedere il rispetto della privacy. I contadini e gli operai se ne fregano della vita privata”.

L’aiuto dei big data

In principio il sistema era stato pensato per il mondo dell’economia. La rilessione sul tema era cominciata alla ine degli anni no- vanta, nel mezzo della crisi dei mercati asiatici. Il rallentamento economico aveva fatto emergere dei problemi di fondo, na- scosti ino a quel momento da una forte crescita. “In passato la cina si fondava sul co- munismo, con meccanismi di controllo molto rigidi. ma la rivoluzione culturale ha fatto precipitare il paese nel caos. Dopo il periodo delle riforme e dell’apertura, dal 1978 in poi, la cina è entrata nell’economia di mercato senza stabilire dei criteri di aidabilità. Le persone si sono arricchite, ma la iducia non c’è: secondo una ricerca recente condotta dall’Accademia delle scienze so- ciali cinese, il 70 per cento dei cinesi non si fida dei connazionali né delle istituzioni pubbliche”, precisa Lin Junyue, oggi direttore del dipartimento dei crediti sociali per china market society, un centro studi go- vernativo.

Il padre del progetto, che ci lavora da 19 anni, riconosce i limiti delle sperimentazioni attuali. “Le amministrazioni locali a volte ricorrono a misure eccessive contro chi ha commesso delle infrazioni, per esempio esponendo il suo nome su megaschermi. Questo però ha accelerato il pagamento delle multe in un caso su quattro. con i mezzi legali abituali si sarebbero avuti questi risultati? gli eccessi sono comprensibili, il sistema è in fase sperimentale, serviranno vent’anni, forse cinquanta perché sia messo a punto. nell’attesa, chi pensa di aver subìto un torto può comunque fare causa alle autorità locali”, dice.

Il progetto non ha fatto molti progressi ino al 2012, quando il presidente hu Jintao ha accennato a un sistema di valutazione del livello di aidabilità delle persone, delle imprese e delle amministrazioni locali. nel 2014 è stato pubblicato un piano d’azione e il progetto è stato portato avanti dal suo successore, Xi Jinping, che continua a raforzare l’autorità del Partito comunista e il controllo della società. L’era dei big data, la digitalizzazione e l’abbon- danza di dati disponibili lo aiutano. Il termine “credito” è diventato però anche un concetto alla moda, usato per designare progetti di ogni genere, pubblici o privati, come il “credito sesamo”, rilasciato dal gigante del commercio online Alibaba ai clienti delle sue piattaforme.

I voti alle aziende

A Suqian si valutano anche le aziende. come le società quotate in borsa o gli stati, giudicati da agenzie di rating, le imprese locali che vogliono partecipare a gare d’ap- palto devono prima essere valutate da agenzie specializzate che daranno un voto da AAA a D. Finora una ventina di aziende si sono sottoposte a questo esame, che riguarda sia l’area inanziaria sia la conformità delle loro pratiche alle norme sociali e ambientali. La Suqian Tongchuang credit guarantee è l’unica agenzia di valutazione di stato. Una garanzia di qualità, assicura una giovane impiegata.

Sullo stesso piano dello sportello unico, un altro dipartimento propone prestiti alle aziende. In una stanza c’è una parete coper- ta di schermi che trasmettono in diretta le immagini delle telecamere di sorveglianza installate nelle fabbriche dei clienti. “I prestiti sono garantiti dagli inventari dei nostri clienti. Li teniamo sempre sotto controllo”, spiega un giovane impiegato seduto davan- ti agli schermi. “Se un imprenditore disonesto tentasse di vendere tutto per poi sparire, noi potremmo agire rapidamente”, spiega. Il controllo dei clienti è molto serrato. “Se l’ammontare del prestito è alto, mandiamo anche dei nostri dipendenti nelle fabbriche”. In cina non regna la fiducia.

Da Le Monde, Articolo di Simon Leplatre

Cultura, Economia

Ezra Pound e l’economia

EzraPound
Riscoprire il pensiero economico di Pound è l’unico modo per smettere di adorare la moneta come un dio, abbandonare la finanza e non essere più costretti a far guerre per gli ignobili capricci degli usurai.

In Italia, a dispetto di quello che una certa storiografia vorrebbe farci credere, il periodo che intercorse tra le due guerre fu tra i più fecondi e pregni di confronto ideologico. Pur all’interno di quelle che oggi verrebbero considerate limitazioni inaccettabili delle libertà personali, il dibattito culturale fu animato da una profonda e autentica sete di conoscenza. Tra i vari campi, l’economia spicca sicuramente tra le discipline più approfondite e dibattute. Lo stesso Massimo Finoia, storico del pensiero economico, scrive a chiare lettere: A testimonianza che questi anni non sono un periodo di autarchia culturale basta esaminare i dodici volumi, pubblicati dal ’32 al ’37, dalla -Nuova collana di economisti stranieri e italiani- della Utet, diretta da Bottai e Arena.

Nomi classici dell’economia come Jevons, Menger e Marx, insieme ai più contemporanei Keynes, Shumpeter, Hicks o Frisch volavano di bocca in bocca nell’ambiente economico dell’epoca e senza quel pregiudizio di superiorità a cui gli ambienti accademici-finanziari ci hanno abituato ai giorni nostri. Un confronto autentico che raggiunse il suo massimo nella prima, e ancora libera da implicazioni politiche, apparizione italiana di Ezra Pound. Il poeta americano fu infatti invitato dalla Bocconi di Milano e dalla rivista Rassegna Monetaria ad esprimere il proprio punto di vista riguardo la particolare congiuntura economica del periodo.

L’occhio attento di un cittadino americano di non comune spessore intellettuale non fu di certo disprezzato e il ciclo di conferenze bocconiane insieme agli articoli su Rassegna Monetaria diedero le risposte che il mondo economico italiano cercava in merito alla crisi di sovrapproduzione  del ’29. Nei suoi scritti e nei suoi discorsi, Pound, tratteggia il proprio pensiero economico infarcendolo di visioni poetiche e storiche ravvivando la lugubre scienza con quel calore umano che l’imposizione ortodossa gli ha sempre negato. Giano Accame sottolinea benissimo questo aspetto in un saggio di qualche anno fa:

[…] anche se della lugubre scienza sono intrisi i Cantos, al punto che è impossibile capirli senza conoscere le sue teorie economiche.

Ma andiamo con ordine e analizziamo la base culturale del pensiero poundiano. L’insieme delle tesi, diciamo così, rivoluzionarie di fine ‘800 fanno da sfondo e impalcatura a quelle del nostro e personaggi come gli inglesi Orange e Douglas e l’austriaco Gesell riuscirono finalmente ad attirare l’attenzione del mondo economico. Del primo venne ricordata l’ideazione di un socialismo corporativo e del secondo la differenza tra credito reale e finanziario che insieme al concetto di proprietà popolare della moneta di Gesell stigmatizzano il pensiero economico del poeta.

Pound critica aspramente le divisioni del mondo economico eterodosso, un mondo che, a detta sua, non riuscì mai ad imporsi proprio per la sua enorme litigiosità:

Non insisto sulle marchette. Posso ben vivere senza il piacere di adoperare una seconda varietà di francobolli.

Il riferimento è all’idea di Gesell, che ogni settimana voleva tassare le sue banconote applicandovi una marca per centesimo del loro valore, indubbiamente un tentativo di difficile realizzazione e che distraeva l’attenzione dal vero problema, riportare la moneta al servizio del popolo e non viceversa. Quest’ultima idea fu sempre al centro dei pensieri e della poetica di Pound, come liberare l’uomo comune dal cappio della proprietà della moneta, come liberarlo dall’usura dell’anima?

Domande ardite a cui la netta separazione tra lavoro, o credito, reale con il profitto derivante da attività finanziaria in senso stretto permise di cominciare a rispondere. Il credito reale per Pound è l’insieme della popolazione di una nazione, la sua capacità produttiva ma anche la sua cultura, le sue tradizioni che in nessun modo potevano e dovevano essere contaminate da profitti di origine squisitamente finanziaria, gli interessi sul capitale non sono frutto del lavoro e come tali non esigibili. Del resto il popolo americano aveva più di qualcosa da rinfacciare al mondo finanziario di quel periodo e lasciando parlare sempre Pound è difficile non notare che

[…] il grande inconveniente per la metà del mio popolo è che non può permettersi di acquistare quello che produce l’altra metà […] in un paese dove l’abbondanza affama.

Concetti chiari e netti che non lasciano spazio a dubbie interpretazioni e che non potevano non spostare l’attenzione del loro ideatore sul primo tentativo di renderli possibili. Del resto è impossibile non fare accostamenti tra il pensiero economico/sociale di Pound e quello che l’Italia fascista cercava di inculcare ai vari strati della sua società in quel periodo. Sempre per citare Accame:

[…] la politica economica italiana fu tra le più ricche di interventi originali contro gli effetti indotti della grande depressione; con l’impiego pre-keynesiano dei lavori pubblici come valvola di decompressione della disoccupazione, i salvataggi di banche ed industrie, una notevole inventiva istituzionale nella creazione di enti economici a sostegno dell’azione pubblica.

Pound non fu di certo cieco di fronte al titanico sforzo italiano di liberare l’economia dalle pastoie liberali di inizio ‘900 tanto da presentare il fascismo come la variante più equilibrata ed attuabile del socialismo reale. In un altra sua opera del periodo, Jefferson e Mussolini, possiamo infatti leggere:

Quanto ai costumi finanziari, direi che un paese dove tutto era praticamente in vendita, è stato in dieci anni trasformato da Mussolini in un paese dove sarebbe estremamente pericoloso tentare di compare il governo.

Una scelta di campo ben precisa e che, come è noto, lo porterà ad affrontare con enorme dignità anche la prigionia in manicomio nel secondo dopoguerra. Una scelta di campo dettata dalla visone del fascismo come eticità e ponderazione umana nei confronti del bestiale binomio capitalismo-comunismo. Una scelta di campo per lo spirito e contro la materia, dove per spirito bisogna intendere l’insieme di sentimenti e aspettative di un popolo tutto, non importa se italiano o americano, basta che sia quello del sangue, basta che sia quello che sceglie la tradizione umana a dispetto delle false sirene dell’oro.

…Usura soffoca il figlio nel ventre

arresta il giovane drudo,

cedo il letto a vecchi decrepiti,

si frappone tra i giovani sposi

                                  CONTRO NATURA

Ad Eleusi han portato puttane

Carogne crapulano

ospiti d’usura.

Da l’Intellettuale Dissidente Articolo di A. Scaraglino (qui)

Consulta, Giustizia, Politica

Un magistrato in aspettativa può candidarsi, ma stop ad iscrizioni a partiti o assumere cariche. Così la Consulta sul caso Emiliano.

No alla partecipazione sistematica dei magistrati. La decisione della Corte costituzionale sulla vicenda Emiliano (magistrato in aspettativa) riconosce il diritto alla candidatura in un’istituzione, ma un no netto alla vita di partito e quindi certamente un no all’iscrizione allo stesso partito, o addirittura ad assumere cariche interne di vertice.

Consulta versus Michele Emiliano, ex sindaco di Bari e attuale governatore della Puglia. Ma non solo: Consulta versus l’ambiguità di una toga che, pur mantenendo il suo abito anche se temporaneamente nell’armadio, calca la scena politica. L’ex presidente e segretario del Pd pugliese, ed esponente della sinistra Dem, ha perso l’ultima battaglia – dai più peraltro considerata già perduta in partenza – sulla possibilità di restare, al contempo, sia magistrato, seppure in aspettativa, sia esponente politico. I giudici costituzionali ribadiscono la loro stessa giurisprudenza, già stabilita per un altro magistrato, il napoletano Luigi Bobbio di An, e confermano che rientra nel novero degli illeciti disciplinari iscriversi a un partito politico, anche se ciò avviene quando il magistrato è in aspettativa.

Il caso di Emiliano appunto. Che nel 2004 lascia il posto di pubblico ministero a Bari, dove pure aveva diretto inchieste importanti anche sulla politica, e si candida, vincendo, a sindaco della stessa città. La sua, nel Pd, è un’escalation, al punto che eccolo diventare anche presidente regionale del partito. Convinto che un giudice in aspettativa, quindi temporaneamente fuori dalle funzioni strettamente giudiziarie, possa sentirsi libero al punto da fare politica attivamente.

Proprio su questo la Corte costituzionale prende una decisione definitiva, ribadisce l’attualità dell’illecito disciplinare, fissato nell’ordinamento giudiziario voluto dal governo Berlusconi quando ministro Guardasigilli era il leghista Roberto Castelli, e approvato poi nel 2006 quando in via Arenula sedeva Clemente Mastella. Tra gli illeciti, puntigliosamente indicati, vi è anche il divieto dell’iscrizione ai partiti.

Singolarmente, per oltre dieci anni, né i ministri della Giustizia che si sono succeduti, né tantomeno il procuratore generale della Cassazione – entrambi titolari dell’azione disciplinare – sembrano accorgersi del caso Emiliano. Che pure è lì, sotto gli occhi di tutti.

Se ne avvede, per l’appunto dieci anni dopo, l’ex Pg Pasquale Ciccolo, che mette Emiliano sotto processo disciplinare, per aver violato la legge. Si apre il caso al Csm, dove il governatore pugliese sceglie un difensore di punta, il procuratore di Torino Armando Spataro. E proprio Spataro invita il Csm a sollevare una questione di costituzionalità davanti alla Consulta, eccependo che Emiliano, quando faceva vita di partito, era senza la toga addosso, era quindi un uomo “libero”, che poteva anche iscriversi a un partito. Un anno fa il Csm fa propria l’istanza di Spataro e si rivolge alla Corte. Che oggi ribadisce la sentenza che era stata firmata dall’ex vice presidente Paolo Maddalena: una toga, anche in aspettativa, deve rispettare le regole che valgono per i magistrati in servizio. Sì alla candidatura in un’istituzione, ma un no netto alla vita di partito e quindi certamente un no all’iscrizione allo stesso partito, fino a diventarne addirittura presidente.

La decisione della Consulta assume, proprio in questo momento politico, un significato importante. Perché il Guardasigilli grillino Alfonso Bonafede ha già annunciato, giusto una settimana fa davanti al Csm, che farà una legge per bloccare le cosiddette “porte girevoli”, la possibilità per i magistrati di candidarsi e poi rientrare nella funzione giudiziaria. Una legge che da molte legislature si cerca di approvare, ma che si è sempre bloccata all’ultimo step. Adesso Bonafede potrà citare, come ulteriore pezza di appoggio, anche la decisione su Emiliano. Sintetizzabile così: il magistrato non può portare due casacche, la toga sulle sue spalle esclude che egli possa indossare sopra un altro vestito.

Da laRepubblica.it Articolo di L. Milella qui

Europa

Direttiva Copyright, no dell’Europarlamento al mandato. Riforma rinviata

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La Plenaria del Parlamento europeo ha respinto l’avvio del mandato a negoziare un compromesso con il Consiglio Ue sulla riforma del diritto d’autore. Il testo che avrebbe dovuto dare il via libera all’inizio del negoziato, messo a punto dalla Commissione giuridica di Strasburgo, è stato bocciato dall’aula. I voti contrari sono stati 318, i favorevoli 278, gli astenuti 31. Il testo sarà di nuovo all’esame della Plenaria e sarà votato nella prossima sessione di settembre.

I deputati hanno quindi respinto il mandato negoziale proposto dalla commissione giuridica il 20 giugno scorso e di conseguenza, la posizione del Parlamento sarà discussa, emendata e votata nel corso della prossima sessione plenariadi settembre, sempre a Strasburgo tra il 10 e il 14 settembre.

Il Regolamento del Parlamento europeo prevede che se almeno il 10% dei deputati si oppone all’avvio di negoziati con il Consiglio sulla base del testo votato in commissione, si procede a una votazione in seduta plenaria. Martedì, entro la mezzanotte, il numero di deputati necessario ha presentato le proprie obiezioni e dunque il testo e’ arrivato al voto dell’assemblea che ha respinto l’avvio del negoziato.

Da Agi qui

Giustizia

“La verità, vi prego, su chi ha ucciso mio padre”. Le 13 domande di Fiammetta Borsellino

La figlia del giudice che fece tremare la mafia solleva, dalle colonne di Repubblica, tutti gli interrogativi sull’attentato che costò la vita al padre.

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Paolo Borsellino (Foto AGF)

Tredici domande, un dito puntato tredici volte per chiedere, oggi come allora, la verità su uno dei delitti di mafia più ricordati. Ricordata, la strage di via D’Amelio del luglio di 26 anni fa, ma non conosciuta, perché sconosciute restano ancora troppe cose, e Fiammetta Borsellino, figlia di Paolo, l’uomo che fece tremare la mafia, torna a chiedere dalle colonne de La Repubblica che si diano delle risposte certe.

Con tredici dure e dirette domande. Eccole:

1. Perché le autorità locali e nazionali preposte alla sicurezza non misero in atto tutte le misure necessarie per proteggere mio padre, che dopo la morte di Falcone era diventato l’obiettivo numero uno di Cosa nostra?

2. Perché per una strage di così ampia portata fu prescelta una procura composta da magistrati che non avevano competenze in ambito di mafia? L’ufficio era composto dal procuratore capo Giovanni Tinebra, dai sostituti Carmelo Petralia, Annamaria Palma (dal luglio 1994) e Nino Di Matteo (dal novembre ’94).

3. Perché via D’Amelio, la scena della strage, non fu preservata consentendo così la sottrazione dell’agenda rossa di mio padre? E perché l’ex pm allora parlamentare Giuseppe Ayala, fra i primi a vedere la borsa, ha fornito versioni contraddittorie su quei momenti?

4. Perché i pm di Caltanissetta non ritennero mai di interrogare il procuratore capo di Palermo Pietro Giammanco, che non aveva informato mio padre della nota del Ros sul “tritolo arrivato in città” e gli aveva pure negato il coordinamento delle indagini su Palermo, cosa che concesse solo il giorno della strage, con una telefonata alle 7 del mattino?

5. Perché nei 57 giorni fra Capaci e via D’Amelio, i pm di Caltanissetta non convocarono mai mio padre, che aveva detto pubblicamente di avere cose importanti da riferire?

6. Cosa c’è ancora negli archivi del vecchio Sisde, il servizio segreto, sul falso pentito Scarantino (indicato dall’intelligence come vicino ad esponenti mafiosi) e sul suo suggeritore, l’ex capo della squadra mobile di Palermo Arnaldo La Barbera?

7. Perché i pm di Caltanissetta non depositarono nel primo processo il confronto fatto tre mesi prima fra il falso pentito Scarantino e i veri collaboratori di giustizia (Cancemi, Di Matteo e La Barbera) che lo smentivano? Il confronto fu depositato due anni più tardi, nel 1997, solo dopo una battaglia dei difensori degli imputati.

8. Perché i pm di Caltanissetta furono accomodanti con le continue ritrattazioni di Scarantino e non fecero mai il confronto tra i falsi pentiti dell’inchiesta (Scarantino, Candura e Andriotta), dai cui interrogatori si evinceva un progressivo aggiustamento delle dichiarazioni, in modo da farle convergere verso l’unica versione?

9. Perché la pm Ilda Boccassini (che partecipò alle prime indagini, fra il giugno e l’ottobre 1994), firmataria insieme al pm Sajeva di due durissime lettere nelle quali prendeva le distanze dai colleghi che continuavano a credere a Scarantino, autorizzò la polizia a fare dieci colloqui investigativi con Scarantino dopo l’inizio della sua collaborazione con la giustizia?

10. Perché non fu mai fatto un verbale del sopralluogo della polizia con Scarantino nel garage dove diceva di aver rubato la 126 poi trasformata in autobomba? Perché i pm non ne fecero mai richiesta? E perché nessun magistrato ritenne di presenziare al sopralluogo?

11. Chi è davvero responsabile dei verbali con a margine delle annotazioni a penna consegnati dall’ispettore Mattei a Scarantino? Il poliziotto ha dichiarato che l’unico scopo era quello di aiutarlo a ripassare: com’è possibile che fino alla Cassazione i giudici abbiano ritenuto plausibile questa giustificazione?

12. Il 26 luglio 1995 Scarantino ritrattava le sue dichiarazioni con un’intervista a Studio Aperto. Prima ancora che l’intervista andasse in onda, i pm Palma e Petralia annunciavano già alle agenzie di stampa la ritrattazione della ritrattazione di Scarantino, anticipando il contenuto del verbale fatto quella sera col falso pentito. Come facevano a prevederlo?

13. Perché Scarantino non venne affidato al servizio centrale di protezione, ma al gruppo diretto da La Barbera, senza alcuna richiesta e autorizzazione da parte della magistratura competente?

Da Agi qui