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Agricoltura, Politica, Rifiuti, Salute

Agricoltura, spandimento fanghi da depurazione. La Lombadia ne vieta l’impiego in 170 comuni. Anche a Montichiari.

La Regione Lombardia ha vietato per l’anno campagna 2018/19 l’impiego per uso agronomico dei fanghi da depurazione in 170 Comuni del territorio regionale.
Il decreto definitivo con l’elenco dei Comuni è stato firmato questa mattina e riguarderà il 22 per cento della superficie agricola utile in Lombardia.

“Si tratta di una iniziativa che conferma il cambio di passo deciso da parte della Regione Lombardia in difesa del nostro territorio, della nostra agricoltura e dei nostri prodotti
agroalimentari – dichiara Fabio Rolfi, assessore regionale all’Agricoltura, Alimentazione e Sistemi verdi, promotore del provvedimento. Dove c’è concime animale a sufficienza non sarà più possibile spandere fanghi in Lombardia. I fanghi di uso civile non hanno nulla in più rispetto al letame delle nostre stalle, che è già più che sufficiente per concimare e arricchire i nostri terreni e devono essere considerati come integrativi e
non sostitutivi della materia organica”.

PIANURA FERTILE GRAZIE A ZOOTECNIA – “La pianura padana è fertile grazie al supporto della zootecnia – sottolinea Rolfi -, a differenza di altri territori che nel corso degli anni sono stati arricchiti, per esigenza, con fertilizzanti chimici e oggi si trovano ad affrontare problematiche relative all’inaridimento del suolo”.
“Non possono essere i campi la soluzione unica allo smaltimento – ammonisce l’assessore -: è necessario stimolare lo studio e la realizzazione di nuove tecnologie. Alcuni Paesi del nord Europa già estraggono il fosforo dai fanghi per poi procedere all’incenerimento. Questa è la strada da percorrere anche nel nostro Paese”.

IL DECRETO – Con questo decreto si prevede che l’impiego per uso agronomico dei fanghi sia autorizzato solo sui terreni che non siano territorialmente localizzati in Comuni in cui la produzione di effluenti da allevamento dovuta al carico zootecnico insistente sugli stessi, correlato alle coltivazioni presenti sul territorio comunale, supera il limite fissato dalla Direttiva nitrati e dalla norma regionale di settore (170 kg N/ha/anno per le zone vulnerabili; 340 kg N/ha/anno per le zone non vulnerabili). Di fatto, laddove si verifica una sovrabbondanza di liquami animali rispetto alla superficie
coltivata, si giustifica la priorità verso gli effluenti zootecnici rispetto ai fanghi da depurazione.
Per ogni comune lombardo è stata definita l’idoneità o la non idoneità alla distribuzione dei fanghi attraverso uno studio tecnico effettuato dall’Ente Regionale per i Servizi all’Agricoltura e alle Foreste.

IMPEGNO ASSESSORATO CON UE – “L’Assessorato è impegnato a chiedere sulla Direttiva nitrati alla Commissione europea che il limite allo spandimento venga innalzato oltre l’attuale limite di 250 kg/ha concesso fino a oggi per le aziende in deroga – aggiunge il responsabile regionale dell’Agricoltura – e consentire di utilizzare ancora di più in modo efficiente e sostenibile la materia organica delle stalle come concime. Oggi fatto 100 il bisogno di azoto dei nostri terreni, circa il 60 per cento viene dato dalla materia organica, 30-35 per cento dal concime chimico e solo il 5 per cento dai fanghi a testimonianza di quanto sia basso il loro elemento arricchente”.
“Alzare il quantitativo – conclude Rolfi – significa rifornire più correttamente il terreno, agevolando le aziende allo smaltimento del letame riducendo l’urea e i fanghi con maggiori benefici ambientali”.

I COMUNI INTERESSATI DAL DIVIETO – Di seguito l’elenco dei Comuni lombardi dove non sarà più possibile spandere fanghi sui terrenti agricoli.

PROVINCIA DI BERGAMO (28 Comuni)
Antegnate, Arzago D`Adda, Barbata, Brignano Gera D`Adda, Calcio, Canonica D`Adda, Caravaggio, Castel Rozzone, Cividate Al Piano, Cologno Al Serio, Cortenuova, Covo, Credaro, Fontanella, Fornovo San Giovanni, Ghisalba, Isso, Lallio, Martinengo, Morengo, Mornico Al Serio, Mozzanica, Palosco, Pumenengo, Romano Di Lombardia, Telgate, Torre Pallavicina, Zanica.

PROVINCIA DI BRESCIA (62 Comuni)
Acquafredda, Bagnolo Mella, Barbariga, Bedizzole, Berlingo, Borgo San Giacomo, Calcinato, Calvisano, Capriano Del Colle, Carpenedolo, Castegnato, Castrezzato, Cazzago San Martino, Chiari, Cigole, Coccaglio, Comezzano – Cizzago, Corzano, Dello, Fiesse, Flero
Gambara, Ghedi, Gottolengo, Isorella, Leno, Lograto, Lonato Del Garda, Maclodio, Mairano, Manerbio, Milzano, Montichiari, Montirone, Nuvolento, Offlaga, Orzinuovi, Orzivecchi, Ospitaletto, Paderno Franciacorta, Pavone Del Mella, Pompiano, Poncarale, Pontevico, Pontoglio, Pralboino, Quinzano D`Oglio, Remedello, Roccafranca, Roncadelle, Rovato, Rudiano, San Gervasio Bresciano, San Paolo, San Zeno Naviglio, Seniga, Travagliato, Urago D`Oglio, Verolanuova, Verolavecchia, Villachiara, Visano.

PROVINCIA DI COMO (3 Comuni)
Brunate, Bulgarograsso, Novedrate.

PROVINCIA DI CREMONA (41 Comuni)
Agnadello, Bagnolo cremasco, Camisano, Capergnanica, Cappella Cantone, Capralba
Casale cremasco – Vidolasco, Casaletto ceredano, Casaletto di Sopra, Casaletto Vaprio, Castel Gabbiano, Castelleone, Chieve, Cingia de` Botti, Crotta d`Adda, Cumignano sul Naviglio, Dovera, Formigara, Gerre de`Caprioli, Gombito, Izano, Monte cremasco, Moscazzano, Palazzo pignano, Pandino, Pessina cremonese, Pieve San Giacomo, Pizzighettone, Ricengo, Ripalta Guerina, Rivolta d`Adda, Robecco d`Oglio, Romanengo
San Bassano, Sergnano, Soncino, Spino d`Adda, Stagno lombardo, Ticengo, Trigolo, Vescovato.

PROVINCIA DI LODI (9 Comuni)
Abbadia Cerreto, Bertonico, Brembio, Castelgerundo, Corte Palasio, Maccastorna, Ospedaletto lodigiano, Secugnago, Turano lodigiano.

PROVINCIA MONZA BRIANZA (2 Comuni)
Lesmo, Triuggio.

PROVINCIA DI MILANO (4 Comuni)
Bellinzago Lombardo, Bresso, Bussero, Sedriano.

PROVINCIA DI MANTOVA (15 Comuni)
Bagnolo San Vito, Borgo Virgilio, Canneto sull`Oglio, Casaloldo, Castiglione delle Stiviere, Goito, Gonzaga, Guidizzolo, Marmirolo, Motteggiana, Pegognaga, Piubega, Rodigo, Roverbella, San Martino dall`Argine.

PROVINCIA DI PAVIA (2 Comuni)
Bascape’, Costa De Nobili.

PROVINCIA DI VARESE (4 Comuni)
Arcisate, Besnate, Lozza, Olgiate Olona.

Fonte: mi-lorenteggio.com (qui)

Europa vs Stati, Politica, Verso le elezioni europee

Come nell’ex Unione sovietica. Pedicini (M5s) vs Tajani: “Se vuole fare campagna elettorale, si dimetta”. E il presidente del Parlamento europeo attacca il Governo italiano.

Una legittima presa di posizione sui continui attacchi al Governo da parte di un Presidente del Parlamento europeo e dunque rappresentativo di tutti i cittadini europei e italiano, anche di quelli che sostengono il Governo giallo-verde. Ma Tajani no, non crede proprio al suo ruolo istituzionale. Ma cosa succederebbe se il Presidente della Camera, Fico, eletto in nel collegio elettorale di Napoli, ogni giorno attaccasse il Presidente della Campania De Luca? Dunque l’osservazione è più che corretta, ma la reazione del Presidente Tajani è da esponente della nuova Unione Sovietica. Rincara la dose e zittisce il deputato. Benvenuti al Congresso del Partito comunista sovietico.

“Lei continua a criticare pubblicamente il governo. Per il ruolo che riveste, non può farlo. Se vuole fare campagna elettorale, si dimetta”. A dirlo, rivolto direttamente al presidente del Parlamento europeo, è stato l’eurodeputato del M5s, Piernicola Pedicini. Antonio Tajani ha risposto, infuriandosi: “Io sono sempre stato imparziale nel svolgere la mia attività. E difendo la libertà di stampa in tutta Europa dagli attacchi vergognosi dei rappresentanti del governo italiano”.

Fonte: ilfattoquotidiano.it (qui)

Mafia, Politica

‘Ndrangheta, 24 arresti a Lamezia Terme. L’ex sottosegretario Giuseppe Galati ai domiciliari.

Dodici indagati sono finiti in carcere e altri dodici agli arresti domiciliari. Nell’inchiesta, coordinata dal procuratore Nicola Gratteri e dal procuratore aggiunto Vincenzo Capomolla, sono coinvolti anche funzionari pubblici legati al mondo della sanità. Sequestrati dieci milioni di euro. I clan conoscevano in anticipo quali pazienti stavano per morire e imponevano i loro servizi di onoranze funebri.

“Oh! Grande compare mio, ma poi sei andato a Catanzaro? Non mi hai fatto sapere niente”. “No, io poi ti avevo chiamato ed ero andato a Catanzaro… si sono andato, ci ho parlato”. “Tutto a posto, si!”. “Diciamo di si”. A parlare sono l’ex deputato di centrodestraGiuseppe “Pino” Galati e il consigliere comunale di Lamezia Terme, Luigi Muraca. La guardia di finanza li ha intercettati entrambi. Galati e Muraca, infatti, sono due delle 24 persone destinatarie dell’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip su richiesta della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro.

Nelle carte dell’operazione “Quinta Bolgia” vengono definiti gli intermediari grazie ai quali le aziende legate alle cosche avevano il monopolio di molti servizi all’interno dell’ospedale di Lamezia Terme. A partire da quello delle ambulanze sostitutive al servizio pubblico, ma anche delle imprese che si occupavano delle onoranze funebri, della fornitura di materiale sanitario e del trasporto sangue.

Dentro l’ospedale di Lamezia potevano lavorare solo aziende legate alla cosca Iannazzo-Daponte-Cannizzaro, riconducibili alla famiglia mafiosa Giampà, che tramite i due politici erano riusciti ad ottenere l’appalto delle ambulanze nel 2010. Un appalto per un anno che, però, senza alcun bando pubblico, è stato prorogato fino al 2017.

Tutto grazie al politico locale Luigi Muraca, consigliere comunale fino allo scioglimento per mafia avvenuto l’anno scorso, e all’ex deputato Pino Galati, parlamentare dal 1996 al 2018: candidato con la lista Noi con l’Italia al Senato, alle ultime politiche non è stato rieletto. Nella sua carriera, Galati ha ricoperto anche incarichi di governo: è stato, infatti, più volte sottosegretario quando a Palazzo Chigi sedeva Silvio Berlusconi e segretario dell’ufficio di presidente della Camera dei Deputati. Nel 2010, inoltre, è stato vicepresidente della Commissione per le questioni economiche e dello sviluppo del Consiglio d’Europa oltre che sottosegretarioall’Istruzione.

Condotta dal Nucleo di polizia economico-finanziaria della guardia di finanza di Catanzaro e dallo Scico di Roma, l’indagine ha dimostrato come l’ospedale di Lamezia era di fatto occupato militarmente dalla ‘ndrangheta attraverso i gruppi Putrino e Rocca, veri e propri mattatori di appalti. Per l’accusa agivano sotto l’egida di Vincenzo Torcasio, boss dei Giampà, che in un’intercettazione conferma tutti i sospetti della procura: “Compà – dice inconsapevole di essere intercettato – Pugliese, il direttore amministrativo di Catanzaro, lo abbiamo messo noi”. Con lui c’era il consigliere Luigi Muraca e l’imprenditore Pietro Putrino che ribatte: “Ce l’ha messo Galati”. “E non lo so?” Se ce l’ha messo Pino?” “Ci chiami e gli dici che vado io domani”. “Gli dico: ‘deve andare lo zio Pietro là che deve parlare con Pugliese”. Secca la risposta del boss: “E si deve risolvere questo problema”.

Il problema alla fine è stato risolto. Come scrive la guardia di finanza: “Il gruppo Putrino ha continuato ad operare all’interno dell’ospedale di Lamezia Terme in assenza di una gara formale”. Nell’ordinanza di custodia cautelare, il gip scrive che “i due personaggi ‘politici’ sono il necessario trait d’union tra i Putrino e gli esponenti apicali dell’Asp di Catanzaro, senza il cui interessamento non sarebbe stato possibile ottenere gli illeciti vantaggi”.

Ai domiciliari sono finiti anche l’ex direttore generale del’Asp Giuseppe Perri, l’ex direttore amministrativo Giuseppe Pugliese e il responsabile del Suem 118 Elieseo Ciccone. Tutti sono accusati di numerosi episodi di abuso d’ufficio. L’intreccio tra ‘ndranghetae sanità pubblica ha danneggiato soprattutto gli utenti dell’ospedale di Lamezia Terme dove venivano utilizzate ambulanze fatiscenti che non avevano nemmeno i requisiti tecnici per circolare. Alcuni mezzi, infatti, erano senza freni e con i motori danneggiati. Per non parlare dell’ossigeno scaduto che veniva somministrato ai malati soccorsi da personale non autorizzato e senza alcuna preparazione medica.

Grazie ad accordi corruttivi con i tre dirigenti dell’Asp catanzarese, il sodalizio criminale aveva ottenuto le certificazioni di qualità richieste per l’affidamento del servizio autoambulanze sulla base di una semplice verifica documentale, senza le necessarie operazioni di riscontro fisico dello stato dei mezzi, delle dotazioni e delle strutture aziendali. I due gruppi imprenditoriali avevano instaurato un regime di sottomissione del personale medico e paramedico. Basta pensare che le chiavi di alcuni reparti erano custodite dalle ditte mafiose e non dai medici che dovevano lavorare in quei reparti.

Per esempio, le ditte Putrino e Rocca avevano libero accesso al deposito farmaci dedicato alle urgenze del pronto soccorso, situazione questa ben nota alla dirigenza dell’azienda sanitaria. Le imprese della ‘ndrangheta, inoltre, avevano le password per accedere ai dati sensibili dei pazienti e verificare le loro condizioni di salute. Questo serviva alle imprese del clan di conoscere in anticipo quali pazienti stavano per morire in modo da poter imporre i loro servizi di onoranze funebri.

Nel corso della conferenza stampa, il procuratore Nicola Gratteriha spiegato il coinvolgimento dell’ex parlamentare Pino Galati: “Durante le indagini abbiano ricostruito diversi incontri tra il politico e gli altri arrestati. A un certo punto si accorge di essere pedinato e a Roma denuncia che ha paura per la sua vita e quindi chiede di sapere cosa sta accadendo. Si è accorto che l’indagine la stava conducendo la guardia di finanza”. “Dall’inchiesta emerge un quadro inquietante. Si esercitavano le funzioni pubbliche in modo corrispondente agli interessi privati”, ha dichiarato il procuratore aggiunto Vincenzo Capomolla. “C’erano servizi – ha sottolineato il generale Alessandro Barbera, comandante dello Scico – che venivano eseguiti in maniera indegna di un paese civile”.

Sulle ambulanze fatiscenti, Gratteri non vuole sentire alibi: “Era una questione di calcolo. Loro sapevano che non avevano concorrenti quindi potevano usare anche un calesse. Questa  è un’indagine che ci lascia più tristi del solito. Pensare che c’è gente spregiudicata che vive nell’agiatezza lucrando sui morti, sui funerali. C’era una sorta di racket. Imponevano la propria agenzia con il coinvolgimento di impiegati dell’ospedale che sostanzialmente regolamentavano anche i tempi di consegna del cadavere per dare tempo a queste agenzie di imporre il loro carro funebre. Questo è abbastanza triste e agghiacciante. Quando parliamo dei vertici dell’Asp, sono funzionari che non agiscono per stato di necessità. Hanno uno stipendio che gli consentiva di vivere bene e non c’è nessuna giustificazione per poter aderire a richieste seppur di gente mafiosa o borderline”.

Fonte: ilfattoquotidiano.it (qui)

Altaitalia, Economia, Imprese, Microimprese, Politica

Lega, occhio al Nord.

Nel tessuto produttivo del polmone elettorale leghista, inizia a serpeggiare qualcosa di più del malumore per il governo del “non cambiamento”.

Milano, 18 ottobre 2018. Teatro alla scala. È nel tempio della lirica che quello che sembrava un’opera impeccabile improvvisamente si spezza. In platea ascoltano un tenore molto particolare. Si chiama Carlo Bonomi, di mestiere, tra le altre cose, fa il presidente di Assolombarda. Suona uno spartito per qualcuno a Roma cacofonico: “Il governo del cambiamento non ha prodotto una manovra di vero cambiamento. Tutti comprendiamo che il dividendo che si ricerca è quello elettorale, non quello della crescita”. Crack.

Nella capitale drizzano le orecchie. Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti che si accorgono che è un momento di cesura. L’associazione che raccoglie le imprese di Milano, Lodi e Monza Brianza è considerata una sorta di polmone verde del consenso della Lega nel profondo Nord. Un polmone che sembra ora avviluppato dall’asma.

C’è una narrazione che vede il governo gialloverde come un ente indissolubile, che tra scontri, armistizi e sprazzi di serenità muove le proprie pedine all’unisono nel grande risiko d’Italia. Ma c’è un secondo livello di lettura, nel quale il Carroccio è pur sempre un prodotto del centrodestra italiano, con una propria specificità territoriale nonostante il dilagare verso il sud del paese, che malgrado il vento in poppa dei sondaggi sta vedendo crescere un blocco coeso di opposizione interna, composto da quegli stessi tessuti produttivi che sono stati il volano del boom elettorale.

“Il ministero dello Sviluppo economico il grosso del lavoro continua a farlo con Confindustria e le grandi imprese. Qui serve un ministero per le piccole e medie imprese, gliel’ho detto a Salvini”. A parlare è Paolo Agnelli. Non proprio uno qualunque. Guida Confimi, la Confederazione dell’Industria Manifatturiera Italiana e dell’Impresa Privata. Non vi dice niente? Mettetela così: Rappresenta circa 34 mila imprese per 440 mila dipendenti con un fatturato aggregato di 71 miliardi di euro, il valore di due leggi di bilancio. Il leader della Lega coccola quello che sa essere un rapporto fondamentale. Lo scorso 15 ottobre è volato all’assemblea generale dell’associazione, delegando a Giorgetti la presenza a un fondamentale vertice a Palazzo Chigi. Ha incassato le critiche, ha sdrammatizzato: “Io quest’uomo lo amo”. Perché sa che c’è qualcosa che non va.

“Il 99,5% del mondo produttivo italiano è rappresentato dalle Pmi – spiega Agnelli – fatturano 2mila miliardi all’anno. Non c’è attenzione a tutto quello che le circonda”. Il grande elefante nel salotto è l’alleanza con il Movimento 5 stelle. Tra i corridoi di Confindustria lombarda i dirigenti guardavano sbigottiti i flash delle agenzie che battevano la notizia di Luigi Di Maio alla guida del Mise. “Quando vengono a parlare con noi, i 5 stelle ci guardano come marziani – spiega ad Huffpost uno di loro – noi li consideriamo incompetenti. Con la Lega invece si parla lo stesso linguaggio”. Raccontano che il presidente degli industriali lombardi, Marco Bonometti, si senta tradito: “È furibondo. E dire che lui è sì un uomo di destra, ma è anche molto pragmatico. Matteo Renzi è andato da lui quando gli serviva. Eppure la deriva di politiche economiche e del lavoro che sta mettendo in campo il governo li ha completamente bypassati”.

Il primo scricchiolio è arrivato in autunno, con la lettera dei 600 imprenditori veneti contro il decreto dignità. Ne abbiamo raggiunto uno, è tranchant: “Per due barconi in meno Salvini ci abbandona. Noi da anni facciamo fatica a investire, a innovare, ad andare all’estero. E non arriva nessun investimento per le imprese in difficoltà, mentre i soldi vanno ai disoccupati meridionali”.

Gianluca Tacchella è l’amministratore delegato di Carrera jeans, piedi e radici piantate dagli anni ’60 nella pancia del Veneto. “L’economia la fanno le aziende, la mettono in moto le aziende, non lo stato. Se mi dici che crei pil facendo debito pubblico, facendo il reddito cittadinanza è una scemenza. I soldi che dai ai milioni di cittadini che prenderanno il reddito poco c’entra con il pil”. Risponde dalla macchina, mentre solca la nebbiolina serale della padana. Il suo tono è un misto di combattività e rassegnazione: “Non vedo nulla per le aziende. Cosa penso della legge di bilancio? Prendo solo atto che abbiamo perso ulteriore occasione per fare qualcosa per le pmi. Sono molto deluso, ogni volta si fa una manovra e ci trascurano. E ogni anno è tempo che si perde, quindi va sempre peggio”. Poi mette giù in chiaro una cosa che tanti come lui pensano ma non hanno il coraggio di mettere nero su bianco: “Non voglio dare giudizi politici specifici. Ma come sempre abbiamo chi elettoralmente promette di fare grandi cose e poi non fa niente”.

Quando Giorgetti e il viceministro dell’Economia Massimo Garavaglia tornano nella provincia verde si sentono sempre più spesso dire la stessa cosa: “Vi abbiamo dato fiducia, basta seguire i 5 stelle”. Antonio Calabrò, vicepresidente di Assolombarda, ha tirato una bordata alla compagine di Luigi Di Maio non più di qualche giorno fa. “Le piccole imprese italiane contro le grandi… Le strutture produttive diffuse sui territori contro i “poteri forti” e i “salotti buoni”… Le fabbrichette contro le multinazionali… – ha scritto su Huffpost – Chi non conosce affatto il tessuto industriale italiano usa questi schemi fuori dalla realtà per provare a riscrivere politiche industriali, come si pensa in ambienti di governo a proposito dei contenuti della manovra a sostegno delle imprese”.

Un imprenditore lombardo spiega la reazione tipo dei vertici leghisti a queste critiche: “Ti allargano le braccia e ti dicono il quadro politico è questo, che possono farci poco. Quando gli dici che ci si augura che duri il meno possibile sorridono”. La perplessità delle prime settimane si sta trasformando in rabbia e sconcerto. Perché la Lega sta velocemente dilapidando il patrimonio di stima che quel mondo aveva nei suoi riguardi. “La parte larga tessuto imprenditoriale in Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna ha votato Carroccio – ci spiega un dirigente confindustriale veneto – Forte della considerazione che amministrando sono stati bravi, di una straordinaria concretezza. Della Lega ci si fida, si parlano linguaggi analoghi”. Da qui nasce l’irritazione: “Ora li vediamo comportarsi diversamente. Devono tornare a fare la Lega dei territori”.

Il patrimonio di credito acquisito si sta erodendo ma non è ancora del tutto evaporato. Spiega uno dei vertici di Confindustria Lombardia: “Con i 5 stelle è diverso. Li riempiamo di carte e documenti, ma numeri e fatti non li riguardano”. In tanti citano come unica eccezione Stefano Buffagni, sottosegretario lombardo in quota M5s al ministero degli Affari Regionali, un passato al Pirellone. Troppo poco. Per capire qual è la cifra leghista che fa presa da quelle parti basta citare un episodio. Quando Agnelli ha incontrato Salvini gli ha chiesto di poter approfondire il tema in un colloquio a Roma. Bene, la settimana dopo era in agenda, ha preso un aereo e ha incontrato il vicepremier. È questo che ha reso la Lega benvoluta nel profondo Nord. Questo, insieme al fatto che dgli incontri seguiva un’immediata operatività. Che ora sta venendo a mancare.

Luca Scordamaglia non è solo il presidente di Ferderalimentare, ma anche l’amministratore delegato del gruppo Cremonini, colosso nel campo delle carni, un impero che tra i suoi marchi comprende Manzotin, Chef Express e Roadhouse. “Non penso che il decreto dignità abbia portato alla creazione di posti di lavoro, ma nemmeno alla loro scomparsa – spiega – Il vero rimprovero è non aver sburocratizzato un sistema in cui vige l’assenza di flessibilità e politiche attive. Le faccio un esempio: il 33% di tecnici specializzati cercati nel nord non si riescono a coprire”. Il Ceo è tra i pochi a non vedere nero sul reddito di cittadinanza. Ma con dei caveat dirimenti: “Se non si parlerà di limite geografico per l’accettazione delle offerte di lavoro, che francamente non ha senso, se si parlerà di detrazione per chi assume, allora avrà una valenza diversa, avvicinandosi agli strumenti inclusivi che esistono in Germania e nelle socialdemocrazie”. Il punto cruciale è sugli investimenti: “Quelli pubblici sono fondamentali, 3 miliardi l’anno mi sembrano un po’ pochini. Ben venga per esempio lo sblocco del Tap, fondamentale per la diversificazione nel nostro paese”.

Le grandi opere e le infrastrutture sono un altro nodo dolente. La piazza dei sì-Tav stracolma di gente a Torino è un segnale chiarissimo. Rosario De Luca, Presidente della Fondazione Studi Consulenti del lavoro, spiega: “Un imprenditore veneto ha bisogno di una rete viaria funzionante e che lo leghi all’Europa. Così rendiamo paese competitivo e creiamo lavoro. Penso a Tav e alla Pedemontana, per esempio. Se si fermano investimenti e infrastrutture siamo un paese bloccato”.

Un tema che si lega a quello del lavoro. Perché il già citato decreto dignità, tanto voluto da Di Maio, è un vero e proprio nodo dolente per la Lega e la sua ricerca di consenso in quel mondo. Agnelli su questo ci va giù durissimo: “Non è la legge che ci fa assumere a tempo indeterminato, ma le commesse che riceviamo. Se non ho lavoro prendo uno per un anno e vediamo come si muovono le cose. A me non interessano i contributi e gli sgravi, chi se ne frega, io voglio il lavoro”. Flavia Frittelloni, area Politiche del Lavoro e Welfare della Confcommercio di Roma, su questo è stata drammaticamente chiara in un incontro pubblico di qualche giorno fa: “In questo caos normativo e soprattutto dopo il reinserimento delle causali il mio consiglio agli imprenditori che ci chiedono lumi purtroppo è uno solo: fate contratti di soli 12 mesi”. Due suoi colleghi di due grandi città del nord non vogliono essere citati, ma la risposta è sostanzialmente la stessa: “È la stessa cosa che stiamo facendo noi, non c’è altra soluzione”.

I dirigenti leghisti girano il nord a spiegare che una risposta sarà la riforma della legge Fornero, che ai tanti pensionati corrisponderanno migliaia di nuovi assunti. Tacchella, che a breve farà i conti con il ricaduto empirico dell’enunciato, è scettico: “Tanti non saranno sostituiti. C’è sicuramente bisogno di ricambio. Ma non sarei sicuro che a un pensionato corrisponderà un giovane. Se oggi avessi bisogno di un modellista non potrei assumerlo, perché in Italia la professione non esiste più. Stiamo sbalinando. Non trovo uno nel tessile, sono sparite le scuole”.

L’ad di Carrera jeans fa un esempio che più chiaro non si può delle risposte che non stanno arrivando dal partito del “prima gli italiani”: “Zalando sta per aprire a Verona 100mila metri quadri magazzino perché vuole conquistare il mercato. Darà lavoro a magazzinieri e autisti. E il comune lo glorifica”. Per lui è una prospettiva distopica: “Per trecento magazzinieri e altrettanti autisti, manodopera di basso livello e di basso costo, non si sa quanti professionisti del settore chiuderanno. Mi dica lei se è un modello di sviluppo”.

La città di Romeo e Giulietta è un paradigma. Lì il centrodestra ufficiale ha sconfitto al ballottaggio il centrodestra alternativo di Flavio Tosi. Nonostante ciò anche su quei lidi lo scontento sta iniziando ad aver presa. Perché in manovra per quella galassia ci sono le briciole, mentre servivano soldi veri. Agnelli, bergamasco, mette in fila un po’ di dati: “Per noi il costo energia rispetto a quello europeo è dell’87% in più. Questo ti mette fuori gioco. Il costo del lavoro si attesta sull’11% in più di media, ma mette in mezzo paesi come Romania e Polonia, dove il rapporto è uno a quattro. Così noi non possiamo competere”.

Tanti non si vogliono esporre apertamente, ma il mood che inizia a girare con sempre più insistenza negli ambienti industriali e produttivi dal Rubicone in su si fa sempre più insistente. E recita più o meno così: Salvini scarichi Di Maio, perché l’unica speranza per noi è che ritorni un governo di centrodestra. Ma un centrodestra vero.

Fonte: huffingtonpost.it (qui)

Politica, Verso le elezioni europee

La sfida della Lega al Ppe. Fontana(Lega): “Uniremo Conservatori e Sovranisti”.

Il piano per le europee, per i leghisti l’alleanza con Marine Le Pen non si tocca: “Non entreremo mai nel gruppo dei Conservatori e riformisti”.

“Non entreremo mai nel gruppo dei Conservatori e riformisti. Piuttosto, dopo il voto di maggio, puntiamo a unire questo gruppo con quello sovranista, dove ci siamo noi della Lega, ci sono gli eletti del Front National e tanti altri”. Parola di Lorenzo Fontana, ministro leghista alla famiglia e disabilità, ex eurodeputato del Carroccio. Conversando con Huffpost, Fontana chiarisce così quali sono i piani di Matteo Salvini in vista dell’importante appuntamento con le europee di maggio 2019: l’alleanza con Marine Le Pen non si tocca.

Il ragionamento di Fontana smonta i desiderata di Forza Italia, almeno per ora. La parte italiana del Ppe infatti sta lavorando affinché anche gli eletti della Lega a Strasburgo entrino nei Conservatori e Riformisti (Ecr), gruppo che a gennaio 2017 – insieme ai Liberali – ha sostenuto la corsa di Antonio Tajani alla presidenza del Parlamento Europeo. Al prossimo giro l’Ecr rischia. Attualmente conta 73 deputati, ma nel 2019 perderà la sua rappresentanza più folta: i britannici, che non si ripresenteranno alle europee causa Brexit. Con chi rimpiazzarli?

Giorgia Meloni ha già deciso: i suoi eletti entreranno nell’Ecr, ma – sondaggi alla mano – è poca roba. Inoltre, con lo sbarramento al 4 per cento previsto per le europee, i partiti piccoli come Fratelli d’Italia rischiano di non entrare a Strasburgo. Il bottino invece sta dalle parti della Lega: se gli eletti di Salvini entrassero nell’Ecr, il Ppe farebbe bingo. Soprattutto gli italiani, determinati a riconfermare Tajani alla presidenza dell’Europarlamento. Ma Salvini non ci sta. Se per Forza Italia l’ingresso di Meloni nell’Ecr è buon auspicio per aprire la porta anche ai leghisti, per il vicepremier del Carroccio invece l’arrivo di Giorgia tra i Conservatori prepara solo il terreno per un futura fusione con i sovranisti. Del resto, è stato lui – qualche settimana fa – a lanciare Meloni come candidata sindaco a Roma, se Virginia Raggi fosse inciampata nei guai giudiziari. Così non è stato, ma l’interesse politico resta.

La Lega punta a unire i Conservatori (o quel che rimane dopo l’uscita dei britannici) con l’Enf, l’attuale gruppo dei leghisti, degli eletti del Front National e altri. Ce lo spiega Fontana, mente del nuovo volto sovranista della Lega, ideatore con Matteo Salvini della svolta che 5 anni fa ha riportato in auge un partito finito. Sostanzialmente si tenta di fare massa comune. Un ultimo sondaggio assegna il 7,7 per cento all’Ecr e l’8,9 per cento all’Enf: è quasi il 15 per cento, non tantissimo ma quanto basta per condizionare il Ppe, ancora primo partito nelle rilevazioni ma in calo dal 32 al 25,4 per cento.

Di certo, i Popolari avranno bisogno di una mano per formare una maggioranza a Strasburgo. Ed escluderanno le ricerche a sinistra, tra i socialisti (anche loro al minimo storico, al 19 per cento), come ha deciso il congresso di Helsinki che la scorsa settimana ha eletto Manfred Weber spitztenkandidat del Ppe per il dopo Juncker alla presidenza della Commissione. Guarderanno invece a destra, con l’auspicio di tenere testa ai nazionalisti ed epurarli dalle frange più dure, tipo Le Pen o tipo Salvini. Per il leader della Lega però Forza Italia sta cercando di farsi garante presso i Popolari stranieri, usando l’argomento che i tanti eurodeputati della Lega saranno necessari per la maggioranza in Parlamento, utile all’elezione del presidente (Tajani) ma anche per l’ok finale di Strasburgo alla nuova Commissione Ue decisa dai capi di Stato e governo.

Salvini si ritrae e non si stacca da Le Pen. Del resto, in questi giorni sta prendendo le distanze anche da Silvio Berlusconi che, sull’onda della manifestazione pro-Tav di Torino, affonda contro l’asse di governo della Lega insieme al M5s parlando di rischio “dittature”. Il Carroccio punta le sue fiches sui sovranisti per sfidare al voto delle europee sia i Popolari che gli alleati pentastellati. I quali non hanno ancora una ‘casa’ europea dove approdare l’anno prossimo. Quella attuale, il variegato gruppo dell’Efdd, potrebbe non esistere più. E non è escluso che una parte confluisca con i sovranisti, a ingrossare le ambizioni di Salvini.

Fonte: huffingtonpost.it (qui)

Democrazia, Sovranità, Stati vs Europa

Scontro Ue/Governo italiano, Sapir: “non è un dibattito su cifre o percentuali. Riguarda la società in cui vogliamo vivere”.

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Dopo lo straordinario successo dell’edizione 2018 del convegno annuale organizzato dall’associazioneAsimmetrie– quest’anno intitolato “Euro, mercati, democrazia – Sovrano sarà lei!” – tenuta a Montesilvano (Pescara) il 10 e 11 novembre scorsi, presentiamo la traduzionedell’intervento di Jacques Sapir, giàdirettore degli studi all’École des hautes études en science sociales di Parigi, direttore del Centre d’études des modes d’industrialisation e membro straniero dell’Accademia Russa delle Scienze. Il discorso ha aperto due intense giornate di conferenze e dibattiti, che hanno coinvolto ottocento spettatori in attento e partecipato ascolto di venti relatori tra economisti, giornalisti, politici e scrittori, italiani ed europei. E dimostra come la sovranità sia un elemento necessario, anche se non sufficiente, alla stessa democrazia.

L’attuale crisi che oppone l’Italia e la Commissione europea sulla manovra di bilancio italiana, dopo la sua pubblicazione[1], apparentemente verte su alcune percentuali[2]. In realtà, si tratta della questione essenziale di sapere chi è legittimato a decidere del bilancio italiano: il governo, costituito dopo elezioni democratiche, o la Commissione e le sue varie appendici, che pretendono di imporre regole provenienti dai trattati?

Una questione che oggi è fondamentale: si governa in nome del popolo o in nome delle regole? Essa ha implicazioni evidenti: chi ha il potere di governare, il legislatore la cui legittimità deriva dalla sovranità democratica, o il giudice che governa nel nome di un diritto?

 

Dietro la questione della percentuale di deficit consentito o rifiutato al governo italiano non c’è solo la questione della fondatezza della decisione italiana[3], ma anche quella di sapere se l’Italia è ancora una nazione sovrana. Questo spiega perché il sostegno al governo italiano sia giunto da tutti i partiti per i quali la sovranità è uno dei fondamenti della politica, e in particolare da France Insoumise[4]. La questione della sovranità è quindi di centrale importanza in questo conflitto.

L’aspirazione alla sovranità dei popoli si esprime oggi in molti Paesi e in forme diverse. Eppure questa sovranità è messa in discussione dal comportamento delle istituzioni dell’Unione Europea. Ne sono una prova le dichiarazioni fatte da Jean-Claude Juncker in occasione delle elezioni greche del gennaio 2015[5].

 

Sovranità fondamentale

Il conflitto tra la sovranità delle nazioni, e quindi dei popoli, e la logica della governance dell’Unione europea non è nuovo.

Ciò che il comportamento dell’ Unione Europea e delle istituzioni dell’Eurozona mette in discussione è fondamentalmente quella garanzia di democrazia e libertà che è la sovranità[6]. Se le nostre decisioni di cittadini dovessero essere fin dall’inizio limitate da un potere  superiore, a cosa servirebbe fare causa comune? E se non c’è più utilità né necessità per i cittadini di fare causa comune, di unirsi intorno a questa “Res publica”, così cara agli antichi Romani[7], quali saranno le barriere di fronte all’ascesa del comunitarismo, nonché di fronte all’ anomia che distruggerà le nostre società?

Mantenere questo passaggio dall’individuale al collettivo è in realtà una necessità imperiosa di fronte alle crisi – sia economiche e sociali, sia politiche e culturali – che attraversiamo. E la democrazia, nell’esercizio delle scelte, implica che possano essere prese decisioni e che queste ultime non possano essere limitate a priori da regole o trattati. La Commissione ricorda regolarmente che i trattati sono stati firmati, da Maastricht a Lisbona. Bisogna ricordarsi che nessuna generazione ha il diritto di incatenare le seguenti alle proprie scelte, come ha scritto uno dei padri della costituzione americana[8].

 

Ma la sovranità è anche fondamentale per la distinzione tra ciò che è giusto e legale, tra lalegittimitàe lalegalità, come mostra Carl Schmitt nella sua opera del 1932[9]. Fondamentalmente, essere sovrani è avere la capacità di decidere[10], come lo stesso Carl Schmitt ha espresso anche nella forma “È sovrano colui che decide in una situazione eccezionale”[11]. Poiché la costrizione intrinseca in ogni atto giuridico non può essere giustificata solo dal punto di vista dellalegalità, che, per definizione, è sempre formale. Il presunto primato che il positivismo giuridico[12]intende conferire allalegalitàporta in realtà a un sistema totale, impermeabile a qualsiasi contestazione. Questo ha storicamente permesso la giustificazione di regimi iniqui, come quello dell’Apartheidin Sudafrica, come viene illustrato nell’opera di David Dyzenhaus[13]. Ma questo positivismo giuridico ha un vantaggio decisivo nell’attuale mondo politico. È esso che consente – o che dovrebbe consentire – a un politico “liberale” di rivendicare la purezza originale e non alle mani sporche del Principe di una volta, come mostra bene Bellamy[14].

Sovranità e Democrazia

 

Vediamo dunque che la questione della sovranità è fondamentale. È questa sovranità che permette la libertà della comunità politica, di ciò che viene chiamato il popolo, ossia l’insieme dei cittadini, di quegli individui che si riconoscono nelle istituzioni politiche, legato che abbiamo ereditato dai Romani[15]. La nozione di “popolo” è quindi principalmente politica, e questo si estende naturalmente alla cultura che proviene dalle istituzioni, e non etnica[16]. Dobbiamo quindi capire che cosa costituisce un “popolo”. Quando parliamo di un “popolo” non parliamo di una comunità etnica o religiosa, ma di quella comunità politica di individui riuniti che prendono in mano il proprio futuro[17], almeno, dalle origini della Repubblica.

Questa libertà politica passa allora dalla libertà dell’insieme territoriale su cui vive questo popolo e del suo governo. Non si può pensare “popolo” senza pensare, nello stesso movimento, “Nazione”. Quest’ultima si è sostituita alla “Città” degli antichi. È illuminante una citazione di Cicerone: « Ogni popolo che su tale raduno di una moltitudine (…) ogni città che è l’organizzazione del popolo; ogni Res Publica che è, come ho detto, la cosa del popolo, deve essere guidata da un consiglio per poter durare »[18]. Ciò che è importante qui è il modo in cui Cicerone classifica gerarchicamente il passaggio dalla “moltitudine” al popolo, con l’esistenza di interessi comuni, e poi presenta la Città, che egli concepisce come un insieme di istituzioni e non come un luogo di abitazione (la città non è l’oppidum), come quadro organizzativo di questo “popolo”. La nozione di sovranità è quindi fondamentale, ma anche centrale, per l’esistenza dellaRes Publica. Questa “cosa pubblica”, decisiva per le rappresentazioni politiche dei Romani, può essere costituita solo attraverso l’uguaglianza giuridica dei cittadini che assicura loro (o deve assicurare) un pari diritto alla partecipazione politica, alle scelte nella vita della “Città”[19].

 

Questo, il Presidente Emmanuel Macron non sembra averlo capito. Infatti, insiste a parlare di “sovranità europea”[20]. Ma dov’è il popolo europeo? Dov’è la cultura politica comune, frutto dell’accumulo di centinaia di anni di lotte, compromessi, istituzioni ? La sovranità implica un “popolo”, dobbiamo ricordarlo, e non esiste un popolo europeo, come era stato stabilito dalla Corte Costituzionale di Karlsruhe. La sentenza del 30 giugno 2009 sancisce effettivamente che, dati i limiti del processo democratico in Europa, solo gli Stati-Nazioni sono i depositari della legittimità democratica[21]. Dire che ne sono i custodi non è in alcun modo contraddittorio con la sovranità popolare.

 

Allo stesso modo, a Roma, l’imperatore era delegato della sovranità popolare, ma non l’aveva né abolita né sostituita[22]. Gli imperatori romani sono spesso rappresentati come sovrani onnipotenti. Questo equivale a  dimenticare troppo in fretta da dove proviene la loro sovranità. Nella legge di investitura dell’imperatore Vespasiano (69-79 D.C.), laLex de imperio Vespasiani, la ratifica degli atti dell’imperatore compiutaprimadella sua investitura formale era definita Come se tutto fosse stato compiuto in nome del popolo»[23]. Si coglie che l’origine della sovranità risiede nel popolo, anche se quest’ultimo ne ha delegato l’esercizio all’imperatore. Il concetto di “sovranità popolare”, che alcuni ritengono sia stato “inventato” dalla Rivoluzione Francese, esisteva già a Roma, e consisteva nel controllo popolare sui magistrati[24]. Quindi c’era realmente un sistema che stabiliva il primato del “popolo”, come nei casi in cui era il  “popolo“ a decidere se un uomo poteva venire eletto a esercitare delle funzioni più alte rispetto alle sue precedenti competenze.

 

E dunque la libertà del “popolo” nel contesto della “Nazione” si chiama appunto sovranità. La Nazione è dunque il quadro in cui si organizza il corpo politico che è il popolo. Questa sovranità è la capacità di decidere. Ecco perché la sovranità è essenziale all’esistenza della democrazia ; è la sua condizione necessaria, anche se non sufficiente. La sovranità è una e non va divisa, ma i suoi usi sono molteplici. Dunque, parlare di sovranità di “sinistra” o di “destra” non ha senso. Ci sono state, certamente, nazioni sovrane nelle quali il popolo non era libero. Ma non si è mai visto un popolo libero in una nazione schiava. La formazione dello Stato come principio indipendente dalla proprietà del principe è avvenuta in un doppio movimento di formazione della Nazione come entità politica e del popolo come attore collettivo. Le forme che questa costituzione assume possono variare in funzione dei fattori storici e culturali, ma rispondono agli stessi principi fissi: quelli del doppio movimento di costituzione sia della Nazione sia del Popolo. Ed è per questo che la sovranità è ormai un concetto fondamentale e decisivo nelle lotte politiche attuali. Difendere la sovranità di un paese, ieri la Grecia e oggi l’Italia, è dunque oggi un imperativo assoluto per chi difende la democrazia e la libertà.

 

Un “momento sovranista”?

Stiamo vivendo da ormai più di tre anni un “momento sovranista”. Questa parola, ieri maledetta, è oggi sulla bocca di tutti, compresi coloro che non capiscono cosa questo comporti, come il presidente Emmanuel Macron. Questo “momento sovranista” si inscrive nel grande ritorno delle nazioni, conseguente al fallimento degli Stati Uniti nel costruire un’egemonia duratura, come da me sottolineato nel 2008[25]. Questo movimento assume tuttavia un senso particolare in Europa. Questo è dovuto al fatto che le istituzioni dell’Unione Europea, che troppo spesso vengono confuse con il concetto di Europa, hanno gradualmente violato sia la democrazia che la sovranità.

Più di dieci anni fa, per la precisione nel 2005, il popolo francese e quello dei Paesi Bassi hanno respinto con i loro voti il progetto di trattato costituzionale, redatto con grande dispendio dalle élite politiche. Non hanno respinto questo progetto per motivi contingenti, assolutamente. Il rifiuto è stato il rifiuto di un progetto; rifletteva un movimento di fondo[26]. Da allora, passo dopo passo, abbiamo invaso la libertà politica dei popoli, fino ad arrivare allo scandalo inaudito costituito dal confronto tra un governo democraticamente eletto, quello della Grecia, e le istituzioni europee.

 

Dobbiamo ricordare che cosa fu questo scandalo. Non fu più un semplice voto che venne poi violato, perché la posizione del popolo greco, espressa il 25 gennaio, elezione che portò SYRIZA al potere, fu rinforzata dal risultato del referendum del 5 luglio che diede al “No” al memorandum quasi il 62% dei voti.

Quello che venne violato, con l’impudenza cinica di un Jean-Claude Juncker o di un Dijsselbloem, fu in realtà la sovranità di un Paese. Eppure, quando avevamo visto, dopo le elezioni del 25 gennaio 2015 in Grecia, il partito della sinistra radicale SYRIZA scegliere di allearsi con un partito di destra, certo, ma sovranista, e non con il centro-sinistra (To Potami) né con i socialisti del PASOK, si sarebbe potuto pensare che la questione della sovranità fosse stata completamente integrata dalla direzione di SYRIZA. Il corso della crisi ha dimostrato che anche all’interno di questo partito vi erano importanti divergenze e una mancanza significativa di chiarezza. È l’esistenza di queste divergenze che ha permesso alle istituzioni europee di trovare la leva sulla quale premere per costringere Alexis Tsipras, primo ministro, a rinnegare se stesso[27].  Questa è una lezione che tutti coloro che vogliono vivere liberi dovrebbero imparare a memoria e che ancora oggi ossessiona gli spiriti di coloro che aspirano a riconquistare questa sovranità.

 

Ricordiamo allora questa citazione di Jean-Claude Juncker, il successore dell’ineffabile Barroso, a capo della commissione europea: ” Non vi può essere alcuna scelta democratica contro i trattati europei ». Questa dichiarazione rivelatrice risale alle elezioni greche del 25 gennaio 2015, che vide appunto la vittoria di SYRIZA. In poche parole, venne detto tutto. È stata l’affermazione tranquilla e soddisfatta della superiorità di istituzioni non elette sul voto degli elettori, della superiorità del principio tecnocratico sul principio democratico. Riprendono, che lo sappiano o no, il discorso dell’Unione Sovietica riguardo ai Paesi dell’Est nel 1968, in occasione dell’intervento del Patto di Varsavia a Praga: è la famosa teoria della sovranità limitata. Ostentano di considerare i Paesi membri dell’Unione Europea come colonie, o più precisamente dei “domini”, la cui sovranità era soggetta a quella della metropoli (Gran Bretagna). Solo che in questo caso non ci sono metropoli. L’Unione Europea sarebbe quindi un sistema coloniale senza metropoli. Questo ci porta a pensare che la sovranità è, fra tutti i beni, quello più prezioso, e a trarne le conseguenze che la logica impone. Qualcuno lo ha fatto, come Stefano Fassina In Italia[28]. Ma bisognerà trarne le conseguenze, tutte le conseguenze[29].

 

La sovranità non è sufficiente

Ma la sovranità non è sufficiente. Definirsi un popolo sovrano significa porre immediatamente la questione di cosa fare e di quali decisioni prendere. La sovranità è valida solo attraverso il suo esercizio[30]. Essa non può quindi sostituire il dibattito politico naturale sulle scelte da adottare, sulle condizioni stesse di tali decisioni. E si vede chiaramente che su questo punto le polemiche saranno aspre e numerose. Come è logico che siano. Le istituzioni in cui viviamo, istituzioni che sono del resto cambiate molte volte, sono il prodotto di questi conflitti, a volte messi da parte, ma mai estinti[31].

 

La democrazia implica conflitto, implica lotta politica e implica, dopo il momento della lotta e del conflitto, il compromesso, creatore esso stesso di istituzioni[32]. Perché questi conflitti si manifestino, perché le opinioni si affrontino e perché possa emergere un compromesso temporaneo, bisogna essere liberi di farlo. Liberi, naturalmente, nel senso di libertà di espressione e di manifestazione. Ma, più fondamentalmente, non ci devono essere limiti all’espressione e allo svolgimento del conflitto politico. Qualsiasi tentativo di limitare preventivamente il conflitto politico, di assegnargli un corso programmato in anticipo, come se si volesse incanalare un corso d’acqua, porta, alla fin fine, a limitare le scelte e ad uccidere la democrazia[33]. È questo il problema che pongono le norme europee sul deficit di bilancio e altro. Sì, la democrazia è fragile, come ha dichiarato recentemente Pierre Moscovici[34]. Ma non nel senso che crede lui. Perché la democrazia non si limita al dibattito, per quanto importante esso possa essere. La democrazia implica che vengano prese delle decisioni e che quest’ultime non possano essere limitate preventivamente. È questo che implica l’esistenza preliminare della sovranità. Ecco perché essa è un principio necessario, anche se non sufficiente. Essere sovrani, va ricordato, è avere la capacità di decidere; Carl Schmitt l’ha ripetuto più volte nella sua opera. Ecco perché non dobbiamo esitare a confrontarci su questa questione della sovranità e a leggere Carl Schmitt[35].

 

La questione del rapporto tra la decisione e le regole e norme è un fattore sostanziale del dibattito sulla sovranità. Dire che viviamo oggi un momento sovranista equivale a dire che il sistema di regole e norme stabilite in passato viene considerato ormai come una costrizione insopportabile. Così fu in un altro famoso dibattito, quello che negli Stati Uniti oppose i sostenitori della schiavitù agli abolizionisti. I fautori dell’”istituzione speciale” sostennero che erano state stabilite delle regole, le quali costringevano la decisione politica. Arrivarono ad invocare il principio di proprietà per difendere l’indifendibile. Ma questo non fece altro che infiammare il dibattito, rendendolo ancora più inconciliabile. Voler imporre ciò che un autore americano ha definito con grande precisione delle regole-bavaglio, o “gag-rules”, divieti di discussione, regole delle quali possiamo capire l’utilità in rapporto ai limiti cognitivi di ciascun individuo, porta solamente alla guerra civile[36]. Regole e norme sono necessarie, naturalmente, anche solo per il fatto che non si può allo stesso tempo discutere di tutto. La nozione di saturazione delle capacità cognitive degli individui deve essere ben compresa, se non si vuole parlare di democrazia in modo ingenuo[37]. Tuttavia, questa stessa nozione implica che non si possano far durare all’infinito queste norme e queste regole e che esse possano essere rimesse in discussione.

 

Il legale e il legittimo

Questo rimetterle in discussione pone allora la questione della distinzione tra legalitàelegittimità. Va inteso che ogni regola non vale solo per le condizioni di stabilità che essa  consente, ma anche per le condizioni in cui è stata emanata. Oltre a ciò, la regola è valida proprio perché può essere contestata. Ciò impone di distinguere la legalità, in altre parole le condizioni nelle quali questa regola viene rispettata, dalla legittimità, in altre parole le condizioni in cui è stata emanata e da chi. Che cosa spinge gli individui a piegarsi a delle regole e rispettare delle norme? Non è mai la funzionalità di queste regole e norme, benché essa sia ovvia. Il rispetto delle regole implica un’istanza di forza che rende costosa la rottura con questa stessa regola[38], che sia su un piano monetario, materiale o anche simbolico. Il rispetto delle regole richiede pertanto un’autorità, cioè, la combinazione di unpoteredi punire e sanzionare, e unalegittimitàa farlo. Porre la questione della legittimità ci riporta immediatamente alla questione della sovranità, perché senza la sovranità non c’è e non ci può essere legittimità.

 

Tuttavia, l’ossessione per il rispetto delle regole, un’ossessione che vediamo oggi nel discorso della Commissione europea, rimanda a due logiche, distinte ma convergenti. La prima si basa sulla sostituzione della tecnica alla politica. Questo tema è antico. Carl Schmitt, ancora lui, ma anche Max Weber, hanno scritto pagine ammirevoli su questo argomento. Ma il cosiddetto “argomento tecnico” lo è spesso soltanto in apparenza. Questo argomento di solito è presentato nei panni di un tecnicismo reale, in economia quello che si chiama econometria[39], il cui scopo reale, però, è quello di mascherare la volontà profondamente politica di questo argomento[40]sotto gli orpelli di metodi matematici complessi[41].

 

Quello che questi economisti presentano come considerazioni tecniche, e che spesso non sono altro che una pallida imitazione della fisica del XIX secolo[42], in particolare le considerazioni monetarie, sono in realtà tentativi di limitare le forme di governo degli uomini. Gli argomenti di alcuni economisti, ci riferiamo particolarmente ai cosiddetti “neoclassici”, sono fondamentalmente politici. Ma solo raramente si dichiarano come tali. Questo discorso mira ad eliminare il principio di sovranità, come appare chiaramente in Robert Lucas[43]. Questo autore è arrivato ad affermare che l’economia ha cessato di esistere non appena è comparsa l’incertezza[44], che è come ammettere la pretesa probabilistica di una certa economia.

 

È un pensiero fondamentalmente ostile a tutto ciò che può rappresentare l’irruzione della politica, ma questa ostilità deriva da motivazioni che sono – queste sì – fondamentalmente politiche. Questo è visibile chiaramente nelle riflessioni tardive di Hayek[45]. Il filosofo italiano Diego Fusaro lo dice riguardo all’Euro[46]. Non è solo una moneta, ma una forma di governo, o più precisamente, di pressione sui governi, per ottenere da essi una conformità politica. Non possiamo far altro che essere d’accordo con lui. Ma questa pressione è ancora più pericolosa in quanto si cela sotto la pretesa di una cosiddetta razionalità economica.

 

Ma l’ossessione per le regole riguarda anche un’altra patologia. Gli studi di casi proposti nell’opera di David Dyzenhaus, La costituzione del diritto,giungono, in ultima analisi, a mettere in evidenza una critica del positivismo. Questa è fondamentale. Aiuta a capire come l’ossessione per la Rule of Law (ossia la legalità formale) e la fedeltà al testo vada spesso a vantaggio delle politiche governative, nonché sovra-governative. Più volte, questo autore evoca la propria analisi delle perversioni del sistema giuridico dell’ Apartheid[47], ricordando come questa giurisprudenza umiliante fosse meno legata alle convinzioni razziste dei giudici sud-africani che al loro “positivismo»[48]. In linea di  principio, questo positivismo rappresenta un tentativo di superare il dualismo di cui parla Schmitt tra la norma e l’eccezione. Ma possiamo ben vedere che è un tentativo insufficiente e superficiale.

 

Si ferma a metà strada e arriva, in questo senso, ad esiti che sono di gran lunga peggiori delle posizioni apertamente schmittiane (come quelle di Carl J. Friedrich[49]). In quantovia di mezzo, il positivismo fallisce perché non prende abbastanza sul serio l’eccezione. Continua a concepire le detenzioni e le deroghe come atti perfettamente “legali”, concretizzando norme più generali e prendendo da esse l’autorizzazione. È quindi possibile, sulle orme di David Dyzenhaus, considerare che il potere di eccezione risiede nel potere di cui dispongono tutti i cittadini, e il governo in primo luogo, di adottare misure che consentano il ritorno più veloce possibile alla normalità. Benché diffuso, questo potere non sfugge alla Rule of Law, perché una volta che il segnale d’allarme sarà spento, le autorità e gli individui dovranno essere in grado di dimostrare che hanno agito secondo la stretta necessità.

 

Il tema della sovranità quindi innerva in profondità il dibattito che oppone attualmente il governo italiano e la Commissione europea. Questo dibattito non è un dibattito su cifre o percentuali. È un dibattito fondamentale per determinare in che società vogliamo vivere. Il tema della sovranità conduce logicamente alla questione della democrazia, ma anche al rapporto che può esistere tra la legalitàe la legittimità. Per questo motivo è assolutamente fondamentale per il futuro delle nostre società.

Fonte: vocidallestero.it (qui) di Jacques Sapir, 10 novembre 2018 Traduzione di Etienne Ruzic.

Note

[1] Vedi Sul progetto di bilancio Italia piano 2019, pubblicato lunedì 15 ottobre sul sito ufficiale www.MEF.gov.it

[2] https://www.NewEurope.eu/article/will-Italy-Destroy-The-Eurozone-2/

[3] Vedi il recente articolo A. Mode, l’ex vicedirettore del dipartimento di ricerca del FMI. https://www.Bloomberg.com/opinion/Articles/2018-10-26/Italy-s-budget-isn-t-As-Crazy-As-It-Seems

[4]https://www.valeursactuelles.com/politique/Budget-italien-melenchon-prend-le-parti-de-Salvini-100250

[5] John MEVEL Pollici in Le Figaro, 29 gennaio 2015, Jean-Claude Juncker: “La Grecia deve rispettare l’Europa”. http://www.lefigaro.fr/international/2015/01/28/01003-20150128ARTFIG00490-jean-claude-juncker-la-grece-doit-respecter-l-europe.php Le sue dichiarazioni sono ampiamente riprese nel settimanale Politis, disponibile online: http://www.politis.fr/Juncker-dit-non-a-la-Grece-et,29890.html

[6] Evans-Pritchards A., “L’Alleanza europea dei fronti della liberazione nazionale emerge per vendicare la sconfitta greca”, Le Telegraph, 29 luglio 2015, http://www.telegraph.co.uk/finance/economics/11768134/European-allince-of-national-liberation-fronts-emerges-to-avenge-Greek-defeat. html

[7] Moatti C. Res publica-Storia romana della cosa pubblica, Parigi, Fathi, coll. Ouvertures, 2018.

[8] Jefferson T., “Note sullo stato della Virginia,” in, Writtings-a cura di Mr. Peterson, Biblioteca d’America, New York, 1984.

[9] Schmitt C., Legalità, Legittimità, tradotto dal tedesco da W. Gueydan De Roussel, Bookstore generale di legge e giurisprudenza, Parigi, 1936; Edizione tedesca, 1932.

[10] Schmitt C., Legalità, legittimità, Op. cit.

[11] Schmitt C., Teologia politica, Parigi, Gallimard, 1988, p. 16.

[12] Il cui rappresentante più eminente è stato Hans Kelsen, Kelsen H., Teoria generale delle norme, Parigi, PUF, 1996.

[13] Dyzenhaus D, Casi difficili in cattivi sistemi giuridici. Diritto sudafricano nella prospettiva della filosofia giuridica, Oxford, Clarendon Press, 1991.

[14] Signora R., « Mani sporche e guanti puliti: ideali liberali e politica reale “, Giornale europeo di pensiero politico, vol. 9, no. 4, pp. 412 – 430, 2010,

[15] Moatti C., Res Pubblica, op. cit., p. 35

[16]  È ciò che ho sottolineato in Sovranità, Democrazia, Laicità, Parigi, Michalon, 2016.

[17] Ammettiamo qui più che un’influenza di Lukacs G., Storia e coscienza di classe. Saggi di dialettica marxista. Parigi, Les Éditions de Minuit, 1960, 383 pagine. CollezioneArguments

[18] Cicerone La Repubblica [De re publica], T-1, trad. Esther Breguet, Parigi, Les Belles Lettres, 1980, I. 26,41.

[19]  Signora M., Politica nell’antica Roma-cultura e prassi, Roma, Feltrinelli, 1997.

[20]http://www.Slate.fr/Story/163862/souverainete-EUROPEENNE-Emmanuel-macron-probleme-legitimite-elitaire E https://www.la-croix.com/France/Politique/Macron-lEurope-instaurer-souverainete-europeenne-2018-05-03-1200936391

[21] Veda H. Haenel, “Rapporto di informazione”, no. 119, Senato, sessione ordinaria 2009-2010, Parigi, 2009.

[22]  Moatti C., Res Publica, op. cit., p. 254.

[23] Vedi Breton M. Storia del diritto romano, Parigi, edizioni Delga, 2016, p. 215.

[24] Wiseman T.P, “Lo stato a due teste”. “Come Romans ha spiegato le guerre civili” in Breed M.C., Damon C. e Rossi A. (ED), I cittadini della discordia: Roma e le sue guerre civili, Oxford-New York, Oxford University Press, 2010, p. 25-44

[25] Sapir J., Il nuovo ventunesimo Secolo, Le Seuil, Parigi, 2008.

[26] Sapir J., La fine dell’euroliberalismo, Parigi, Le Seuil, 2006.

[27] Sapir J., “Capitolazione”, nota pubblicata nella rubrica RussEurope, il 13 luglio 2015,  http://russeurope.HYPOTHESES.org/?p=4102

[28] Vedi “Il testo di Fassina” Nota pubblicata nella rubrica Russeurope Il 24 agosto 2015, http://russeurope.HYPOTHESES.org/4235

[29] Sapir J., “Sulla logica dei Fronti”, nota pubblicata nella rubrica RussEurope, il 23 agosto 2015, http://russeurope.HYPOTHESES.org/4232

[30] Schmitt C., Teologia politica, Parigi, Gallimard, 1988.

[31] Vedi la presentazione scritta di Pierre Rosenvallon a François Guizot, Storia della civiltà in Europa, reediz. del testo del 1828, Parigi, Hachette, coll. “Pluriel”, 1985.

[32] A. Bentley, Il processo governativo (1908), Evanston, Principia Press, 1949.

[33] Elster J. e R. Slagstad, Costituzionalismo e democrazia, Cambridge University Press, Cambridge, 1993

[34] Vedi la sua dichiarazione: https://www.BFMTV.com/politique/Pierre-Moscovici-traite-de-fasciste-l-EURODEPUTE-italien-qui-a-pietine-ses-notes-1552571.html

[35] Barry G., Il nemico: un ritratto intellettuale di Carl Schmitt, Verso, 2002. Vedi anche Kervégan J-F, Cosa fare con Carl Schmitt, Parigi, Gallimard, coll. Tel che, 2011.

[36] Holmes S., “Gag-rules o la politica dell’omissione”, in J. Elster & R. Slagstad, Costituzionalismo e democrazia, op. cit., p. 19-58.

[37] Sapir J., Quale economia per il XXI Secolo?, Odile Jacob, Parigi, 2005

[38] Spinoza B., Trattato Teologico-politico, Traduzione P-F. Moreau e F. Lagrée, PUF, Parigi, coll. Epithémée, 1999, XVI, 7.

[39] Haavelmo T. L’approccio di probabilità in economia, Econometrica, 12, 1944, pp. 1-118.

[40] Myrdal G., L’elemento politico nello sviluppo della teoria economica,  Harvard University Press, Cambridge, Mass., 1954

[41] Guerrien B. L’illusione economica, Omniprésence, 2007.

[42] MIROWSKI P., Più calore che luce, Cambridge University Press, Cambridge, 1990

[43] Lucas R.E. Jr., “Le aspettative e la neutralità del denaro”, Giornale di teoria economica, vol. 4, 1972, p 103-124.

[44] Lucas R.E. Jr., Studi in teoria del ciclo di affari, Cambridge, pressa del MIT, 1981, p. 224.

[45] Bellamy R., (1994). “Politica detronizzare”: liberalismo, costituzionalismo e democrazia nel pensiero di F. A. Hayek. Rivista di scienza politica britannica, 24, pp 419-441.

[46] Fusaro D., Il futuro è nostro. Filosofia d’azione, Bompiani, Milano 2014.

[47] Dyzenhaus D, Casi difficili in cattivi sistemi giuridici. Diritto sudafricano nella prospettiva della filosofia giuridica, op. cit.

[48] Dyze Dyzenhaus D., La costituzione della legge. Legalità in tempo di emergenza, Cambridge University Press, Londres-New York, 2006, p. 22.

[49] Il presidente della Corte Suprema Friedrich, L’uomo e il suo governo: una teoria empirica della politica, New York, McGraw-Hill, 1963

Montichiari, Politica locale, Territorio bresciano

I tassisti di Montichiari dimenticati dalle istituzioni. Se il Comune latita, la Regione, non ha più scuse, è il tempo di includere l’Aeroporto D’Annunzio nel sistema lombardo.

I tassisti di Montichiari ancora non hanno trovato sollievo alla loro oramai incredibile situazione. Un recente servizio di Striscia la Notizia (qui) ha risollevato la questione.

A parole tutti sembrano disponibili ad aggiungere i pochi tassisti di Montichiari nei servizi presso gli aeroporti lombardi, ma nessuno si preoccupa della questione. Nel 2013 i tassisti di Montichiari si rivolsero all’Amministrazione Zanola rispetto alla loro situazione e procedemmo ad avviare due iniziative parallele per addivenire ad una soluzione.

Da un lato si cercò di attivare accordi tra Montichiari ed altri enti locali per consentire ai tassisti monteclarensi di poter svolge il proprio servizio anche fuori dal territorio comunale nell’ambito di un servizio di trasporto integrato e con valenza provinciale. Un progetto che coinvolgesse diversi enti locali, in particolare quelli con attrattività turistica, per contribuire a formare un servizio taxi il più esteso possibile tenuto conto che gli accordi tra enti avrebbero consentito ai titolari di licenze rilasciate dai comuni aderenti di poter partecipare al sistema integrato provinciale di trasporto. A tale progetto si è sempre dichiarato estraneo il Comune di Brescia.

Dall’altro la richiesta avanzata alla Regione Lombardia di modificare la  propria normativa al fine di includere anche Montichiari ed il relativo Aeroporto nel sistema aeroportuale lombardo in modo tale che automaticamente si estendesse ai tassisti di Montichiari la possibilità di svolgere il proprio servizio anche nei comuni convenzionati al sistema regionale. Proposta presentata in sede di audizione nella Commissione regionale Territorio circa quattro anni fa a cui ho partecipato insieme ad una rappresentanza dei tassisti monteclarensi.

Altro tentativo fu quello di chiedere al Comune di Brescia la sottoscrizione di una convenzione con il Comune di Montichiari per consentire ai tassitsti monteclarensi di poter svolgere il proprio servizio anche nel capoluogo tenuto conto che le norme consentivano implicitamente ai tassisti di Brescia di svolgere il proprio servizio presso l’aeroporto di Montichiari, ma non il contrario.

Tale situazione veniva svolta con una sovrapposizione di fatto con i tassisti monteclarensi con l’effetto di ridurre ulteriormente le già ridotte opportunità di reddito.

Proprio per tutelare i tassisti di Montichiari, l’amministrazione Zanola presentò e approvò un un regolamento comunale che in virtù del decreto legislativo n. 447/97  secondo cui i tassisti di Brescia potessero svolgere il servizio a Montichiari (e dunque presso l’Aeroporto) solo a seguito di un accordo tra enti locali come la legge citata letteralmente prevede. Accordo che il Comune di Brescia ignorò. Costringendo il Comune di Montichiari a richiedere un intervento della Regione Lombardia sempre in forza del medesimo decreto legislativo che prevedeva il potere commissariale del Presidente della Regione per i comuni che non trovavano accordo.

Nel frattempo l’Amministrazione Zanola venne sostituita, a seguito delle elezioni amministrativa da quella del Sindaco Fraccaro e sul tema, appena più di quattro anni fa, il 03/11/2014, il Consiglio comunale di Montichiari assunse, attraverso una delibera votata all’unanimità dei gruppi consiliari, la richiesta alla Regione Lombardia di “… inserimento dell’aeroporto di Montichiari nel bacino di traffico del sistema aeroportuale del servizio taxi della Regione Lombardia;” tenuto conto che ancora attualemente per poter aderire è necessario che l’aeroporto monteclarense superi i 2 milioni di passeggieri equivalenti. Salvo alcune deroghe previste,

Nel frattempo i tassisti di Brescia ricorsero al Tribunale amministrativo di Brescia contro il regolamento comunale approvato. Lo stesso TAR di Brescia, pubblica l’esito del ricorso il 14/01/2015 e, pur riconoscendo l’originalità del caso sollevato proprio per l’assenza di precedent,  dunque di giurisprudenza in merito, si pronuncia scegliendo di far prevalere l’interpretazione dei singoli operatori privati (i tassisti di Brescia) per due ragioni: la consolidata propensione del TAR di Brescia di favorire i privati rispetto agli enti pubblici, e nel caso specifico l’intervento nella normativa nazionale delle c.d. liberalizzazioni (L. 1/2012) che pur senza modificare il citato d.Lgs. n. 477/97 venne di fatto utilizzata per sostenere che si era innanzi  limitazione regolamentare troppo stringente nell’ambito di un servizio in parte liberalizzato. Pertanto il TAR di Brescia scelse di annullare le limitazioni, ma nulla indicando verso quelle limitazioni che, ancora oggi, i tassisti di Montichiari sono costretti a subire in ordine all’impossibiliotà di svolgere il proprio servizio nella Città di Brescia secondo il principio di reciprocità che per altro la normativa acquisisce come principio.

Il Tar di Brescia proprio per l’assenza di giurisprudenza e per l’opinabilità della scelta di far prevalere una tesi rispetto all’altra non se la sentì di attribuire al Comune di Montichiari gli oneri delle spese legali della parte vincente. E dunque preferì disporre la compensazione delle spese legali.

Tale fatto è sintomatico in quanto di norma, la parte soccombente rifonde le spese legali alla parte vincente. In questo caso i tassisti di Brescia, nonostante abbiano prevalso, si sono dovuti pagare le spese legali ed il Comune di Montichiari non ha dovuto rifondere tali spese, ma solo farsi carico delle proprie.

Tale situazione avrebbe dovuto far intendere all’Amministrazione Fraccaro, che la situazione particolare ed originale avrebbe dovuto avrere l’opportunità di essere posta all’attenzione del Consiglio di Stato. Organo che nell’ambito della giustizia amministrativa è deputato a formare giurisprudenza, a differenza dei tribunali amministrativi regionali le cui sentenze non svolgono tale funzione. Ma la Giunta Fraccaro non ha concesso tale opportunità ai tassisti di Montichiari non comprendendo che la questione era rilevante anche sul piano istituzionale. La motivazione fu, secondo i tassisti di Montichiari, che il Comune non aveva i fondi per opporsi al Consiglio di Stato.

Dalla sentenza del Tar di Brescia ad oggi, il Comune di Montichiari sembra aver dormito sonni profondi sul tema. Ora i tassisti hanno dovuto interpellare la trasmissione Striscia la Notizia per portare alla ribalta la questione. Come è possibile che 4 tassisti non possano svolgere il proprio lavoro presso gli altri aeroporti lombardi? Perchè non possono svolgere il proprio lavoro presso il Comune di Brescia mentre i tassisti di Brescia possono presentarsi presso l’Aeroporto di Montichiari e offrire il servizio di trasporto?

Non è una guerra tra tassisti, è in realtà la pretesa che tutti i tassisti siano trattati nello stesso modo, se è vero che le liberalizzazioni hanno superato le limitazioni territoriali come sostiene il TAR di Brescia, non pare proprio che sia così.

In questa storia di ordinaria follia nei confronti dei cittadini perpretata dalla pubblica amministrazione, in questo caso, dei tassiti di Montichiari, il tema dei tassisti, in realtà apre, un altra questione ovvero lo sviluppo aeroportuale di Montichiari che non può più essere rinviato.

La Regione Lombardia può (ma oramai deve) includere l’aeroporto D’Annunzio nel sistema aeroportuale modificando la norma regionale o derogando da essa. Quello che si chiede alle istituzioni locali e regionali è di fare la propria parte.