Terrorismo islamico

STRASBURGO, SPARI NEL MERCATINO DI NATALE: ALMENO DUE MORTI E 11 FERITI

L’attentatore sarebbe ferito e sarebbe schedato come un radicalizzato. Lo scrivono i media locali, tra cui L’Alsace, che citano fonti vicine all’operazione di polizia.

Attentato con spari in diverse zone del centro a Strasburgo, nell’est della Francia. La Prefettura del Bas-Rhin conferma il bilancio della sparatoria, iniziata nei mercatini di Natale: 2 morti, 7 feriti gravi e 4 feriti lievi. E’ quanto riferisce la Prefettura sottolineando che l’autore della sparatoia è ‘fiché S’, cioè che era segnalato alle forze dell’ordine. La polizia ha inoltre confermato che l’autore degli spari è ancora in fuga ed è stato identificato. L’attentatore sarebbe ferito e sarebbe schedato come un radicalizzato. Lo scrivono i media locali, tra cui L’Alsace. In seguito, si è appreso che è un uomo di 29 anni, già noto alle forze dell’ordine per reati comuni. È stato isolato il Parlamento europeo. Il presidente francese Macron ha inviato il ministro dell’Interno Christophe Castaner a Strasburgo. Indaga la Procura antiterrorismo di Parigi.

Operazione polizia in corso a Neudorf
Un’operazione della polizia francese è in corso a Neudorf, quartiere di Strasburgo. Lo indica il sito di notizie locale Dna.fr, che specifica che la zona interessata è quella di rue d’Epinal, che la polizia aveva in precedenza chiesto di evacuare. Colpi di arma da fuoco e urla sono state avvertite in zona.

Tajani: attentatore nordafricano, c’è identikit
L’attentatore di Strasburgo è un nordafricano e c’è un identikit. Lo rende noto il Presidente dell’Europarlamento, Antonio Tajani, a Rainews24.

Il ministro dell’Interno inviato a Strasburgo
Castaner ha lasciato in fretta l’Eliseo, dove si trovava per un ricevimento insieme al presidente, dopo avere appreso la notizia della sparatoria. “Sto monitorando la situazione al centro di guardia del Ministero degli Interni con Nunez Laurent. I nostri servizi di sicurezza e di soccorso sono mobilitati. Non diffondere voci e seguite il consiglio delle autorità”, aveva scritto su Twitter Castaner.

Sindaco: uomo in fuga sarebbe l’autore della sparatoria
Il sindaco di Strasburgo, Roland Ries, ribadisce l’invito alla popolazione a barricarsi in casa. Il comune di Strasburgo aveva invitato in precedenza la cittadinanza a restare chiusi dentro casa, confermando la sparatoria in centro città.

Il mercatino di Natale a Strasburgo è stato evacuato dalla polizia dopo che erano stati segnalati degli spari. Lo riportano alcuni testimoni.

Controlli a confine Germania
Controlli al confine franco tedesco all’uscita della città di Strasburgo dopo la sparatoria nel centro storico. Lo riferiscono testimoni precisando che “una volta che abbiamo attraversato il ponte sul fiume Reno nella parte tedesca abbiamo notato che le forze dell’ordine stavano controllando le vetture in entrambi i sensi di marcia e tutte le auto procedevano una a una”.  

L’eurodeputato del Movimento cinque stelle, Dario Tamburrano, ha riferito in un tweet di “spari sulla folla ai mercatini” e che ci sarebbero dei “morti e feriti”.
Farnesina a italiani: evitate centro Strasburgo 
“L’Unità di Crisi raccomanda ai connazionali di evitare la zona del centro storico e consiglia di seguire le indicazioni delle autorità locali”. E’ quanto si legge in
un tweet dall’account del ministero degli Esteri. La Farnesina ha attivato l’unità di crisi, in seguito ai fatti di Strasburgo. Il numero di emergenza è +390636225.

Polizia rafforza controlli a frontiera
“Stiamo attualmente rafforzando i controlli al confine franco-tedesco”, in seguito all’attacco di Strasburgo. Lo ha reso noto su twitter la polizia della regione tedesca del Baden Wuerttemberg, land al confine con la Francia.

I precedenti attacchi a Strasburgo
Il mercatino di Strasburgo è finito più di una volta nel mirino dei terroristi. L’ultima nel novembre 2016, quando sette persone vennero fermate dalle forze speciali francesi prima che mettessero a segno un attentato. Nel maggio 2014, nella città venne smantellata una rete jihadista: si trattava anche in questo caso di sette persone che, si scoprì, erano state in Siria tra il dicembre 2013 e l’aprile 2014, e che vennero poi condannate a pene comprese tra i 6 e i 9 anni di carcere. Tra loro anche Karim Mohamed-Aggad, il cui fratello Foued venne successivamente identificato come uno dei kamikaze del Bataclan. Il mercato di Natale era già stato individuato come bersaglio di un progetto di attentato nel 2000: quattro algerini, poi condannati a pene tra i dieci e i dodici anni dal tribunale di Francoforte, avevano progettato di piazzare una bomba alla vigilia del Capodanno 2001 davanti alla Cattedrale, ma la strage fu evitata grazie alle informazioni fornite dai servizi segreti tedeschi. Nel ‘covo’ furono trovati armi ed esplosivi ed un video del mercato nel quale si dichiarava che vi si recavano nemici di Dio che sarebbero stati spediti all’Inferno.

Fonte: rainews24.it (qui)

Salute, Territorio bresciano

Legionella: «Serviranno due anni di analisi per avere risposte certe»

Nel frattempo resta aperta senza alcun indagato l’inchiesta della Procura per epidemia colposa.

«Ad oggi non abbiamo elementi sufficienti per creare una correlazione tra ciò che è accaduto nell’ambiente per le torri di raffreddamento delle aziende e la diffusione della legionella nell’uomo». Lo ha detto il direttore dell’Ats di Brescia Carmelo Scarcella parlando dell’epidemia che tra fine agosto ed inizio settembre ha provocato 880 casi di polmonite, di cui 70 per legionella, nella Bassa Bresciana e il Mantovano. Nemmeno l’Istituto Superiore di Sanità è stato in grado di dare risposte certe sulle cause di quanto accaduto. «Serviranno due anni di analisi per avere forse una risposta definitiva» ha aggiunto Scarcella. Nel frattempo resta aperta senza alcun indagato l’inchiesta della Procura per epidemia colposa.

Fonte: corriere.it edizione Brescia (qui)

Esteri, Politica, Stato Vs Popolo

Fitoussi: “Ho sostenuto Macron, ma è solo un imbecille”

L’economista francese al Fatto: “A Parigi non capiscono cosa accade in Francia, il presidente ha aiutato i ricchi e dimenticato poveri e sinistra”.

Un aggettivo per definire Emmanuel Macron? “Imbecille”. Jean-Paul Fitoussi non fa giri di parole. L’economista francese, di origini tunisine, ha sostenuto il presidente francese, ma ora lo boccia senza appello. “Lo ritenevo in gamba” dice in un’intervista al Fatto Quotidiano, ma “i francesi si sono accorti della verniciatura, neppure fatta bene, di un muro pieno di crepe”. Fitoussi demolisce l’azione del leader di En Marche all’Eliseo.

“Parigi non conosce la Francia e chi abita a Parigi non sapeva che milioni di francesi vivono difficoltà più estreme di quelle ipotizzabili. Ci si sveglia stupiti di questa rabbia, ma un politico che non conosce il suo Paese, che dirigente è?”.

La Francia è sconvolta dalla protesta dei gilet gialli e il presidente francese dovrebbe parlare stasera, dopo tanto silenzio.

“Macron aveva annunciato che il suo programma era costituito da due parti. Apriva alla destra, all’elite, alla borghesia imprenditoriale, garantendo la riduzione delle tasse sul capitale finanziario. E offriva però alla sinistra, al popolo, un miglioramento delle condizioni economiche. L’aiuto alla destra c’è stato subito. I ricchi e i ricconi si sono visti alleggerire le tasse sui capitali, ha lasciato intatte solo quelle sul patrimonio immobiliare. Ai poveri invece ha servito il nulla”. […] “L’aumento della benzina è stata una vera provocazione” […] “Quella provocazione, frutto dell’ignoranza sulle condizioni del territorio, ha scatenato la protesta. La gente ha pensato: questo qui toglie le tasse ai ricchi e le mette a noi poveri”.

La marcia indietro a Parigi è arrivata “troppo tardi”, secondo Fitoussi. Il futuro di Macron è però ancora nelle sue mani.

“La Francia ha le spalle solide e il presidente della Repubblica può dormire sonni tranquilli. Se vuole resterà fino al compimento dell’ultimo giorno del suo mandato. Altrimenti si può dimettere, se intuisce di non avere sufficiente caratura e forza politica”.

Fonte: huffingtonpost.com (qui)

Europa vs Stati, Politica

L’Italia, l’Unione europea e la caduta dell’impero romano.

Un articolo di Strategic Culture evidenzia come l’ossessione europea di tutelare i creditori – e schiacciare i debitori – stia producendo una società sempre più polarizzata e impoverita, tendente a un collasso simile a quello che subì l’impero romano. Le azioni della Ue volte a contenere le forze centrifughe finiranno per accelerare involontariamente il suo processo di disgregazione.

 I leader Ue stanno tentando di contenere una crisi che evolve a velocità crescente: la sfida comprende l’ascesa di Stati insubordinati (il Regno Unito, la Polonia, l’Ungheria e l’Italia) o di “blocchi culturali” storici ribelli (ovvero la Catalogna) – tutti quanti esplicitamente disillusi dall’idea di una convergenza forzata verso un “ordine” Ue uniforme, con la sua austera “disciplina” monetaria. Respingono anche la pretesa della Ue di essere, in qualche modo, depositaria di una raccolta privilegiata di valori morali.

Se, nel dopoguerra, la Ue rappresentò un tentativo di schivare l’egemonia anglo-americana, questi nuovi gruppi ribelli di “rinascita culturale” che cercano di posizionarsi come “spazi” indipendenti e sovrani rappresentano, a loro volta, un tentativo di sfuggire a un altro tipo di egemonia: quella dell’”uniformità” amministrativa della Ue.

Per uscire da questo particolare regime europeo (che originariamente si sperava fosse differente dall’imperialismo anglo-americano), l’Unione Europea fu tuttavia costretta ad appoggiarsi al costrutto archetipico della “libertà” come giustificazione all’imperialismo (ora mutato nelle “quattro libertà” Ue) sulle quali le stringenti “uniformità” Ue (le condizioni di equa concorrenza, il regolamento di tutti gli aspetti della vita, la tassazione e l’armonizzazione economica) sono state basate. Il “progetto” europeo è ora visto – ed in effetti è – come qualcosa che svuota le vecchie e differenti tradizioni identitarie.

Infatti, il fatto stesso che queste ribellioni vengano tentate a differenti livelli e in diverse regioni culturali e geografiche, indica che l’egemonia Ue si è già affievolita al punto che potrebbe non essere pienamente in grado di ostacolare questa nuova ondata. Quello che è in gioco per la Ue è se essa sarà in grado di rallentare e frenare in qualche modo l’emergere di questo processo di ri-sovranizzazione culturale, che ovviamente minaccia di far andare a pezzi la vantata “solidarietà” Ue, e di frammentare la sua matrice di unione doganale perfettamente gestita e area comune di commercio.

Tuttavia è stato Carl Schmitt – il filosofo politico – a mettere in guardia con forza contro la possibilità di quello che ha chiamato un acceleratore katechon negativo. Questa definizione sembrerebbe combaciare – perfettamente – con la situazione in cui si trova ora la Ue. Il concetto, usato in passato, sostiene che gli eventi storici spesso hanno una dimensione contraria nascosta – detto in altre parole, alcune azioni (fatte, per esempio, dalla Ue), potrebbero in effetti accelerare esattamente quei processi che dovevano essere rallentati o fermati. Per Schmitt, questo spiega il paradosso attraverso il quale una “azione frenante” (come quella che sta prendendo la Ue) potrebbe in realtà avere effetto inverso, sfociando in un’accelerazione preterintenzionale degli stessi processi che la UE intende contrastare. Schmitt lo chiamò effetto “involontario”, perché produceva effetti opposti all’intento originale. Per gli antichi, esso ricordava semplicemente che noi umani spesso siamo dei semplici oggetti della storia, e non i suoi agenti causali (qualcun altro direbbe “non si può fermare il vento con le mani…” NdVdE).

Potrebbe succedere che l’”azione frenante” imposta alla Grecia, all’Inghilterra, all’Ungheria – e ora all’Italia – porti precisamente verso il Katechon di Schmitt. L’Italia ha ristagnato in un limbo economico per decenni: il suo nuovo governo si è sentito in dovere di alleviare, in qualche modo, gli stress economici accumulati negli anni passati, e cercare di riavviare la crescita. Ma il paese ha un alto livello di debito/PIL, e la Ue insiste sul fatto che l’Italia deve sopportarne le conseguenze: deve obbedire alle “regole”.

Il professore Michael Hudson (nel suo nuovo libro) spiega come l’”azione frenante” della UE rispetto al debito italiano, rappresenti un tratto di rigidità psichica europea che ignora totalmente l’esperienza storica, e potrebbe esattamente portare come risultato il Katechon: l’opposto di ciò che si voleva. Intervistato da John Siman, Hudson ha detto:

“Nelle antiche società della Mesopotamia, era chiaro che la libertà veniva garantita proteggendo i debitori. Nel sistema economico delle società della Mesopotamia nel terzo e secondo millennio avanti Cristo esisteva e prosperava davvero un modello correttivo. Potremmo chiamarlo l’Amnistia totale… consisteva nel necessario e periodico condono dei debiti dei piccoli agricoltori – necessario perché questi agricoltori sono, in ogni società in cui vengono calcolati interessi sui prestiti, inevitabilmente soggetti a impoverimento, e poi confisca della loro proprietà, per finire ridotti in servitù… da parte dei loro creditori.

[Ed era anche necessario, dato che una] dinamica costante nella storia è la tendenza delle élite finanziarie ad appropriarsi del controllo e gestire l’economia in maniera parassitaria e predatoria. La loro apparente libertà viene ottenuta a spese delle autorità governative, e dell’economia in generale. Di conseguenza, essa diventa l’opposto della libertà – come era chiaro ai tempi dei Sumeri…

Quindi fu inevitabile [nei secoli successivi], che nella storia greca e romana, un numero crescente di piccoli agricoltori si indebitasse in maniera insostenibile, e perdesse la propria terra. Era perciò inevitabile che i loro creditori ammassassero enormi proprietà terriere e diventassero un’oligarchia parassitaria. Questa tendenza innata alla polarizzazione sociale – dovuta al non condonare i debiti – è la maledizione originale e incurabile della civiltà occidentale successiva all’ottavo secolo avanti Cristo, la lurida macchia che non può essere lavata via, né asportata.

Hudson sostiene che il lungo declino e la caduta di Roma siano cominciati non, come sostiene Gibbon, con la morte di Marco Aurelio, ma quattro secoli prima, dopo che Annibale devastò la campagna italiana durante la Seconda Guerra Punica (218-201 a.C.). Dopo la guerra, i piccoli contadini dell’Italia non recuperarono mai la propria terra, che veniva sistematicamente incamerata dai grandi oligarchi terrieri, come Plinio il Vecchio ha evidenziato. [Naturalmente, oggi sono le piccole e medie imprese italiane che vengono accaparrate dalle multinazionali oligarchiche e pan-europee].

Ma tra gli studiosi moderni, come sottolinea Hudson, “Arnold Toynbee è praticamente l’unico a dare importanza al ruolo del debito nella concentrazione della ricchezza romana e della proprietà terriera” (p. xviii) – e quindi nello spiegare il declino dell’Impero Romano…

“Le società della Mesopotamia non erano interessate all’uguaglianza” ha dichiarato all’intervistatore, “ma erano civilizzate. E possedevano la sofisticazione finanziaria sufficiente per capire che, dal momento che gli interessi sui prestiti aumentano esponenzialmente, mentre la crescita economica nella migliore delle ipotesi segue una curva a S, è inevitabile che i debitori, se non sono protetti da un’autorità centrale, finiranno per essere eterni debitori. Pertanto i re della Mesopotamia salvavano regolarmente i debitori che stavano venendo sommersi dai debiti. Sapevano che era una misura necessaria. Più e più volte, secolo dopo secolo. Proclamavano “complete amnistie”.

L’Ue ha punito la Grecia per la sua prodigalità – e si appresta a punire l’Italia se dovesse ignorare le regole fiscali Ue. L’Ue sta tentando quella che Schmitt definiva un’”azione frenante”, per mantenere la sua egemonia.

Tuttavia, questo è davvero un caso in cui la Ue vede la pagliuzza nell’occhio dell’Italia, mentre ignora la trave nel proprio occhio. L’istituto di ricerca del ciclo economico Lakshman Achuthan scrive che:

“L’insieme del debito di USA, Eurozona, Giappone e Cina è aumentato più di dieci volte rispetto a quanto è aumentato il loro PIL aggregato, nell’ultimo anno. È notevole come l’economia globale – che rallenta in sincronia, nonostante l’aumento del debito – si trovi in una situazione che ricorda l’effetto “Regina di Cuori”. Come la Regina di Cuori dice ad Alice, nel libro di Lewis Carroll Alice nello specchio: “Ora, qui, vedete, dovete correre più forte che potete per rimanere fermi. Se volete andare in un altro posto, dovete correre almeno al doppio di questa velocità!”.

Ma questo – correre di più, accumulare più debito – può solo, infine, risolversi in una bancarotta gigante (o inflazionando il debito). Guardiamo gli Stati Uniti: il loro PIL sta crescendo al 2,5%; il debito Federale USA è al 105% del PIL, il Tesoro USA spende 1,5 miliardi di dollari di interessi al giorno, e il debito cresce del 5-6% del PIL. La situazione non è sostenibile.

Le richieste di Grecia e Italia di sollievo dal debito possono essere considerate da alcuni come strumentali, per fronteggiare il precedente malgoverno economico; ma, come ci dice Hudson,  le richieste dei Sumeri e dei Babilonesi non si basavano su cose di questo tipo – ma piuttosto, sulla tradizione conservativa fondata sul rituale di rinnovo del cosmo che scandiva il calendario e le sue periodicità. L’idea della Mesopotamia di riforma non aveva nulla a che vedere con quello che chiameremmo “progresso sociale”. Al contrario, le misure che il re istituiva come “giubilei” del debito erano misure pensate per ripristinare il “contesto”, ristabilire un ordine nella società, detto “maat”. “Le regole del gioco non venivano cambiate, ma a ognuno veniva data una nuova mano di carte”.

Hudson fa notare che “i greci e i romani rimpiazzarono l’idea del tempo ciclico e del rinnovamento della società con quella del tempo lineare” [che converge verso la “fine dei tempi”]: “La polarizzazione economica divenne irreversibile, non solo temporanea” – perché l’idea di rinnovamento venne perduta. Hudson avrebbe potuto aggiungere che l’idea del tempo lineare, e la perdita dell’imperativo di smembrare e rinnovare, hanno giocato un ruolo di primo piano nel sostenere tutti i progetti universalistici dell’Europa di un percorso lineare verso la trasformazione umana (o, verso l’utopia).

Questa è la contraddizione essenziale: che l’inevitabile divaricazione e polarizzazione economica stanno trasformando l’Europa in un continente tormentato da contraddizioni interne irrisolvibili. Da una parte l’Europa punisce l’Italia per il suo debito, dall’altra è stata la Bce che ha perseguito politiche di “repressione” dei tassi di interesse fino a portarli in territorio negativo, e ha monetizzato il debito per un importo pari a un terzo dell’intera produzione economica europea. Come poteva l’Ue non aspettarsi che le banche e le imprese non si sarebbero caricate di un debito che si trascinava nel tempo? Come potevano aspettarsi che le banche non gonfiassero i propri bilanci con “debito gratuito” al punto di diventare “troppo grandi per fallire”?

L’esplosione globale del debito è un problema macro, che trascende ampiamente il microcosmo italiano. Come l’antico Impero Romano, la Ue si è atrofizzata nel suo “ordine” fino a diventare un ostacolo al cambiamento e, non avendo alternativa se non tenere duro con un’”azione frenante”, finirà per produrre effetti completamente opposti all’intento originale (ossia un Katechonnegativo involontario).

Fonte: vocidallestero.it (qui) Di Alastair Crookew, 3 dicembre 2018

Europa, Politica, Popoli, Stato Vs Popolo

Gilet gialli: “Macron ha mani e piedi legatio dall’Unione europea”

Le rivendicazioni dei Gilet Jaunes, legittime e condivisibili, rischiano di restare lettera morta se non accompagnate da un almeno altrettanto energico sforzo per liberarsi delle assurde restrizioni imposte da un sistema anti-democratico, elitista e imperialista come l’Unione Europea. Nessuna delle richieste ribadite in questi ultimi fine settimana a Parigi e nelle principali città francesi, e ora anche in altri paesi, è realizzabile all’interno del sistema di regole europee. Coralie Delaume, che in Francia gestisce il blog L’Arene nue, lo spiega senza mezzi termini in questo importante articolo pubblicato su Le Figaro.

Aumenti di SMIC (salario minimo orario, ndt) e pensioni, maggiore tassazione delle grandi società, protezione dell’industria francese, fine della politica di austerità e riorganizzazione dei servizi pubblici: queste sono le richieste dei gilet gialli comunicate la scorsa settimana attraverso la stampa. A ciò spesso si aggiunge anche la richiesta di ripristino di una vera democrazia.

Tra le parole d’ordine e gli slogan è invece assente l’Europa. Eppure nessuna delle richieste formulate è realizzabile nell’attuale Unione europea, con il Mercato unico e l’euro, che sono il confine entro il quale si attuano le politiche nazionali. I governi nazionali sono in ultima analisi solo dei volenterosi intermediari dell’Ue, mediatori di potere soddisfatti della loro impotenza.

Non ci può essere democrazia nell’Unione europea

L’Unione europea è qualcosa di più di un’organizzazione internazionale. Non è intergovernativa, ma sovranazionale. I giuristi affermano che la Corte di Giustizia della Comunità ha “elevato i trattati al rango costituzionale” con due sentenze, nel 1963 e nel 1964. In altre parole, la Corte ha creato un nuovo ordinamento giuridico e gettato le basi di un proto-federalismo senza che i popoli siano stati consultati – o persino avvertiti – sul concepimento di una quasi-Costituzione.

I francesi alla fine l’hanno saputo… ma solo quarant’anni dopo! Il referendum del 2005 sul Trattato costituzionale europeo consisteva in definitiva nel chiedere agli elettori di legittimare ex post una situazione che esisteva già da tempo. È questo uno dei motivi per cui il “no” francese (o il “no” olandese) non è stato preso in considerazione: il testo è stato ripresentato sotto il nome di “Trattato di Lisbona”. Per poter rispettare il verdetto delle urne, si rese necessario ammettere che era stato già deciso un processo di “federalizzazione sottobanco” dell’Europa, e in tal senso indietreggiare temporaneamente lungo il percorso.

Se la mutazione in senso costituzionale dei trattati è iniziata molto presto, il processo di svuotamento democratico è continuato in seguito. Il problema è stato aggravato, ad esempio, dall’abolizione del principio dell’unanimità nel Consiglio europeo. Come spiega il giurista tedesco Dieter Grimm, ciò ha spezzato la “catena di legittimazione” dal popolo al Consiglio, il cui anello essenziale erano i governi nazionali eletti. Con l’abolizione dell’unanimità, uno Stato può essere soggetto a una norma di legge che è stata esplicitamente respinta da uno degli anelli della catena di formazione della propria volontà nazionale, anche se in linea di principio il peso relativo della Francia nel Consiglio la rende immune da ciò.

Per rimediare all’immenso “deficit democratico” della costruzione comunitaria, il trattato di Lisbona ha aumentato i poteri del Parlamento europeo. Problema: questo Parlamento non è un organo unico. Non rappresenta il “popolo europeo” (dato che non esiste), ma si limita semplicemente a far coabitare i rappresentanti nazionali di ventotto stati. Per di più, a parte questo, non è neanche il principale produttore di diritto comunitario. Questo ruolo è di competenza della Corte di Lussemburgo, che emette norme a getto continuo, con valore giuridico e senza consultare nessuno. Infine, il Parlamento europeo non ha la possibilità di modificare i trattati, anche laddove questi contengono elementi di politica economica. Che l’Assemblea di Strasburgo abbia una maggioranza di “sinistra” o di “sovranisti”, ciò non darebbe luogo ad alcun riorientamento. Qualunque cosa accada nelle urne elettorali durante le elezioni europee del 2019, il combinato legislativo composto dai trattati e dalle sentenze della Corte continuerà ad imporre più libero scambio, più austerità, più concorrenza.

Non può esserci alcun cambio di rotta della politica economica nel contesto del mercato unico e dell’euro

I trattati europei sono la “costituzione economica” dell’Europa. La loro posizione predominante spiega perché la politica economica condotta in Francia non è cambiata dalla metà degli anni ’80, benché si siano succeduti alla testa dello Stato uomini di diverse posizioni. È “l’alternanza unica” secondo la definizione di Jean-Claude Michéa, lo stesso che segue il medesimo, dando l’apparenza del cambiamento. Finché si rimane nell’Unione europea, votare non cambia nulla.

Ecco perché l’ex commissario Viviane Reding ha potuto ad esempio affermare: “Diventa inesorabilmente necessario rendersi conto che non esistono più politiche interne nazionali”.

I governi dei paesi membri hanno a disposizione solo un numero molto limitato di strumenti di politica economica. Nessuna politica industriale proattiva è possibile poiché i trattati vietano “distorsioni della concorrenza” attraverso l’intervento dello Stato. Nessuna politica commerciale protezionista è possibile poiché la politica commerciale è una “competenza esclusiva” dell’Unione. Nessuna politica dei cambi è possibile perché nel contesto dell’euro i governi non possono attuali. Nessuna politica monetaria è possibile, dato che è la Banca centrale europea a guidarla. Infine, nessuna politica di bilancio pubblico è possibile, poiché i paesi che hanno adottato la moneta unica sono soggetti a “criteri di convergenza”, tra cui la famosa regola, del tutto arbitraria, del tetto del 3% al deficit pubblico. Inoltre, a partire dal 2010 e nell’ambito di un programma denominato “Semestre europeo”, la Commissione ha iniziato a supervisionare meticolosamente la preparazione dei bilanci nazionali.

In queste condizioni, sono solo due gli strumenti a disposizione dei governi nazionali: la tassazione e l’abbassamento del “costo del lavoro”.

Per quanto riguarda la tassazione, generalmente si decide di diminuire quella che pesa sul capitale suscettibile di delocalizzazione e di aumentare quella che grava sulle classi sociali che non possono sfuggire al fisco. Nel 1986 si è stabilito il principio della “libera circolazione dei capitali” nel mercato unico. Da allora il capitale ha acquisito il potere di esercitare su ciascuno Stato un vero e proprio ricatto, minacciando di fuggire verso gli Stati vicini. I paesi membri sono impegnati in una concorrenza fiscale sfrenata, alcuni (Lussemburgo, Irlanda) si sono persino trasformati in paradisi fiscali e vivono delle opportunità di evasione fiscale che offrono alle multinazionali.

Per quanto riguarda il reddito (e il diritto) al lavoro, sono uno dei bersagli privilegiati dell’organismo sovranazionale. Per rendersene conto basta leggere i documenti di orientamento prodotti dalla Commissione europea, dagli “Orientamenti per l’occupazione” alla “Indagine annuale sulla crescita” e le “Raccomandazioni del Consiglio” elaborate ogni anno durante il semestre europeo. Tutte le riforme del diritto del lavoro attuate nei paesi membri, dal Jobs Act in Italia alla legge di El Khomri in Francia, erano state previste in uno di questi grossi tomi [provenienti dalla Commissione].

Per finire, i principi della “libera circolazione delle persone” e della “libera prestazione di servizi” all’interno del mercato unico favoriscono il livellamento verso il basso. Nonostante l’ampia disparità nei livelli retributivi da un paese all’altro, queste “libertà” mettono in competizione tutti i lavoratori europei l’uno con l’altro. Favoriscono una serie di pratiche di dumping sociale, il più noto dei quali è l’utilizzi di lavoratori distaccati. Per i paesi con l’euro, è ancora più grave: non essendo in grado di svalutare la loro moneta per aumentare la loro competitività, sono costretti a praticare la “svalutazione interna”, ossia abbassare i salari.

Perché tutti i governi francesi che si sono susseguiti hanno contribuito a costruire questa Europa?

Per capire gli eventi attuali tornano utili le categorie tradizionali del marxismo. Se, come afferma Jérôme Sainte-Marie, il movimento dei gilet gialli riporta alla ribalta l’esistenza del conflitto di classe, è anche vero che questo non ha mai cessato di esistere. L’Europa dei mercati e delle valute è sempre stata un’Europa classista. Ha l’obiettivo di erodere incessantemente i redditi da lavoro e distruggere tutti gli strumenti redistributivi, in particolare i servizi pubblici, con il pretesto dell’”apertura alla concorrenza” da un lato, del “controllo della spesa pubblica” e della “riduzione del debito” dall’altro.

Come è già accaduto in passato, questa politica di classe si adatta bene a un “regime di occupazione” che consente alle classi dominanti di disfarsi e/o di affidare a qualcuno più forte di loro l’incombenza di garantire un certo Ordine. Poiché l’occupazione stricto sensu, da parte di una potenza straniera che invada militarmente il territorio, è ovviamente impensabile, le élite francesi cosmopolite hanno elaborato una modalità di occupazione “soft”. L’ex presidente della Commissione José Manuel Barroso ha dichiarato che l’Unione europea è un “impero non imperiale”, una formula che giustamente suggerisce che l’aggregazione dei territori all’impero sia stata fatta tramite l’economia e il diritto, non con la forza. Una volta raggiunta l’unificazione continentale, le regole comunitarie svolgono il loro ruolo: quello del vincolo esterno scelto in un regime di schiavitù volontaria.

Uno dei principali slogan sentiti durante le manifestazioni dei gilet gialli o nelle rotonde è “Macron dimettiti”. Ma nelle condizioni attuali, le dimissioni di un uomo sarebbero qualcosa di ampiamente insufficiente. Per ridiventare padroni del proprio destino, i francesi (e tutti i popoli d’Europa) devono esigere che le mappe europee siano profondamente rielaborate e che venga ripristinata la sovranità nazionale, un altro nome per “diritto dei popoli all’autodeterminazione”.

Infine, rassicuriamoci: la fine dell’Unione europea, che altro non è che un insieme contingente di regole e istituzioni poste al servizio di interessi particolari, non significherà la fine dell’Europa, vecchio continente, né dei paesi che la compongono.

Fonte: vocidallestero.it (qui) Di Coralie Delaume, 6 dicembre 2018

 

Cosmo

Ecco il suono del vento su Marte. Registrato dal lander Insight della Nasa

Un debole e cupo fruscio quasi impercettibile all’orecchio umano: è il suono del vento su Marte, registrato per la prima volta dal lander Insight della Nasa, arrivato il 27 novembre sul pianeta rosso.

L’incredibile risultato è stato ottenuto grazie al sismometro e al sensore di pressione dell’aria montati a bordo del lander, che hanno permesso di registrare le deboli vibrazioni generate dal vento che il primo dicembre soffiava a 16-24 chilometri orari.

Il sensore di pressione ha permesso di avere una registrazione diretta del vento, mentre il sismometro ha misurato le vibrazioni prodotte sui pannelli solari. “Il lander di Insight è come un grande orecchio”, spiega Tom Pike, membro del team scientifico della missione. “I panelli solari rispondono alle variazioni di pressione del vento. E’ come se Insight stesse drizzando le orecchie per sentire il vento. Quando abbiamo visto la direzione delle vibrazioni del lander che arrivavano dai pannelli solari, corrispondevano alla direzione attesa del vento nel sito di atterraggio”.

Per la Nasa il primo audio marziano rappresenta un “regalo inatteso”, come spiega Bruce Banerdt, responsabile di InSight presso il Jet Propulsion Laboratory (Jpl) a Pasadena, California. “Ma uno degli obiettivi della missione – precisa l’esperto – è misurare il movimento su Marte e naturalmente questo include anche quello causato dalle onde sonore”. Per farle ascoltare a tutti, l’agenzia spaziale statunitense ha pubblicato un video su YouTube, che in poche ore ha già ottenuto migliaia di visualizzazioni. Si apre con l’audio originale registrato dal sismometro, poi riproposto alzato di due ottave, e prosegue con l’audio registrato dal sensore di pressione, accelerato di un fattore 100 per renderlo più facilmente udibile.

Per ascoltare suoni marziani ancora più chiari e definiti bisognerà aspettare il rover della missione Mars 2020 della Nasa, che porterà a bordo due microfoni.

Fonte: ansa.it (qui), Youtube.com (qui)

Diritti umani

Addio a Lyudmila Alexeyeva, pioniera dei diritti umani nell’ex URSS

È morta all’età di 91 ann Lyudmila Alexeyeva, universalmente considerata come la pioniera e più illustre esponente del movimento per i diritti umani nell’ex Unione Sovietica. Nata in Crimea nel 1927, in piena epoca stalinista, nel 68 Alexeyeva fu espulsa dal Partito Comunista e dalla casa editrice in cui lavorava.

Nel 76 a Mosca fu la fondatrice del Comitato di Helsinki, la più antica organizzazione russa per la difesa dei diritti umani nonchè primo di una serie di gruppi nati in tutto il mondo per vigilare su rispetto degli accordi stipulati un anno prima nella capitale finlandese

Per questo, l’anno seguente fu costretta all‘esilio negli Stati Uniti, tornando in patria solo nell’89 senza aver mai smesso di battersi per il rispetto dei diritti dell’uomo.

Fonte: euronews.it (qui)