Democrazia, Politica

Mattarella, Veneziani: “Lo vedo in tv e sento lui come il commissario, il proconsole inviato dalla Ue nel protettorato dell’Italistan per sedare le popolazioni ribelli”.

Non so di quali gravi problemi psicologici io soffra ma ogni volta che vedo in tv il presidente Mattarella mi sento uno straniero in patria. Anzi peggio, sento lui come il commissario, il proconsole inviato dalla Ue nel protettorato dell’Italistan per sedare le popolazioni ribelli. Nel mio stato allucinatorio lo vedo come un regnante assiro-babilonese, frutto di altre epoche e di altri mondi e il suo stile, il suo linguaggio, il suo incedere, il suo sontuoso copricapo bianco mi sembrano confermarlo. Sarà sicuramente una mia debolezza mentale, un trauma infantile o prenatale, ma non riesco mai a riconoscermi in quello che dice. Anzi penso quasi sempre il contrario di quel che dice, a parte il fondo inevitabile di ovvietà atmosferica e istituzionale con cui incarta il tutto e che è retaggio del suo ruolo protocollare.

Ma è possibile, mi chiedo preoccupato, che tutto quel che dice e persino il tono con cui lo dice, mi sembra sempre negare quel che mi sembra la realtà dei fatti, la storia vissuta, la vita reale dei popoli, il sentire comune, il disagio diffuso, la memoria storica, la percezione comune della realtà, oltre che le mie convinzioni ideali? Possibile che anche quando affronta temi che dovrebbero essere condivisi, come l’amor patrio o la celebrazione delle feste nazionali, lui riesca a dire il contrario di quel che mi aspetto da un Capo dello Stato e dal presidente degli italiani? L’Italia per lui non è la nostra patria ma il luogo d’accoglienza universale, una specie di gigantesca tenda da campo predisposta dalle autorità europee. Le identità dei popoli, per lui, sono un cancro da sradicare, un muro da abbattere. Vanno bene le identità individuali o di genere, ma non quelle nazionali, popolari, civili. Le migrazioni per lui vanno accolte e benedette; le diversità culturali e religiose vanno ammesse se riguardano gli stranieri, vanno invece rimosse se ricordano le nostre radici, altrimenti siamo intolleranti. Le nazioni per lui sono solo il preambolo funesto ai nazionalismi che sono la vera piaga del mondo; quando a me pare invece che i mali della nostra epoca siano piuttosto legati al suo contrario, allo sradicamento universale, alla cancellazione forzata delle identità, dei popoli e dei territori, al dominio cinico e apolide del capitale finanziario che non ha patria ma solo profitti; e ai flussi migratori incontrollati che in generale impoveriscono i paesi che lasciano e inguaiano quelli che invadono. Se un gruppo di migranti stupra una ragazza lui tace, se gli italiani dicono una sciocchezza contro i migranti o le donne, lui interviene per condannare. Non si perde mezza celebrazione che riguardi l’antifascismo e l’antirazzismo, è sempre lì a commemorare coi suoi discorsi, mentre salta vagoni di ricorrenze cruciali, di anniversari patriottici, di caduti per l’Italia, di vittime del comunismo, dei bombardamenti alleati, delle dominazioni altrui.

Se gli capita un IV novembre tra i piedi lui non ricorda la Vittoria ma solo la fine della guerra e non commemora l’Italia e i suoi soldati ma l’Europa. E se proprio deve celebrare un patriota, celebra l’eroe nazionale degli albanesi o di chivoletevoi, non un patriota dell’Italia. E sostiene come l’ultimo militante dell’Anpi che il fascismo è il male assoluto e non ha fatto neanche una cosa buona, negando l’evidenza storica: una cosa del genere non riuscirei a dirla neanche di Mao e Stalin che sono i recordman mondiali di sterminio, per giunta dei propri connazionali e per colmo in tempo di pace; notizie che al Quirinale non risultano mai pervenute.

E non c’è giorno che non ci sia una sua dichiarazione ecumenica e curiale nella forma ma velenosa e ostile nella sostanza contro il Demonio Assoluto: il populismo e il sovranismo, ossia il governo in carica, e tutto sommato, il voto maggioritario degli italiani. È una continua allusione polemica a ogni cosa che dice, fa e pensa Salvini. Poco manca che non insignisca la Isoardi di un cavalierato al merito per aver scacciato il drago da casa sua.

Ma possibile che il Capo dello Stato debba essere così opposto al comune sentire? Non mi aspetterei certo che dicesse il contrario di quel che pensa e del materiale bio-storico di cui è composto; non chiedo che si metta a gareggiare in demagogia tribunizia, ma è possibile che il presidente degli italiani la pensa solo come quelli che votano Pd, e sempre dalla parte opposta dei restanti italiani? Non è stato informato che quel Renzi che lo volle al Quirinale nel frattempo è caduto e non lo vogliono neanche nel Pd? Non sa che in Italia, in Europa, nel Mondo, quella visione politica che lui depreca ogni giorno, conquista maggioranze di consensi popolari in libere elezioni democratiche ed esprime i maggiori governi e capi dello stato? Mai uno sforzo, lui che dovrebbe essere l’arbitro super partes, garante di tutti, per capire e riconoscere quell’altra Italia, quell’altro mondo, che non la pensa come lui. Sta lì, nel cuore di Roma, come se il Quirinale fosse uno Stato Vaticano ai tempi del non expedit, rispetto all’Italia che lo circonda.

Naturalmente nei momenti di lucidità capisco che tutto questo è frutto di un mio stato di alterazione mentale, gli italiani invece sono entusiasti di Nuvola Bianca e dei suoi moniti, si bevono come oro colato le sue prediche indispensabili e lo considerano un santo, un sapiente e un oracolo. Però, non capisco perché quella mia allucinazione presidenziale mi fa quell’effetto eversivo-lassativo…

Fonte: maurizioveneziani.it (qui), Articolo pubblicato su Il Tempo 9 novembre 2018

Centrodestra, Politica

Berlusconi: “Clima illiberale, anticamera della dittatura”. Salvini: “Sciocchezze da burocrati Ue e frustrati di sinistra”

Scontro a distanza tra Silvio Berlusconie Matteo Salvini. Il primo colpo è arrivato dall’ex Cavaliere che, parlando davanti ai giovani di Forza Italia, ha detto: “C’è un’aria di illibertà, siamo in una democrazia illiberale, anticamera della dittatura, se continua così”. Ha pure detto che “il governo cadrà” e che “gli alleati della Lega non deluderanno gli elettori”. Ma l’alleato vicepremier Salvini, a margine del salone delle due ruote di Milano, ha gelato Berlusconi: “Io certe sciocchezze le lascerei dire ai burocrati di Bruxelles e ai frustrati di sinistra. Chi parla di rischio dittatura in Italia non ha ben presente che l’Italia sta bene. Mi dispiace che Berlusconi usi le parole che di solito usano i Renzi, le Boldrini e gli Juncker”.

Intanto continuano le polemiche per gli attacchi ai giornalisti del Movimento 5 stelle dopo l’assoluzione di Virginia Raggi. Il candidato alla segreteria Pd Nicola Zingaretti ha chiesto ai 5 stelle di scusarsi: “Sono contento che Virginia Raggi sia stata assolta”, ha scritto su Facebook. “Lo sono dal punto di vista personale e umano. E lo sono politicamente perché ho sempre sostenuto nella mia vita il rifiuto totale di scorciatoie giudiziarie per affrontare nodi e battaglie che sono politiche. Ora tutti si aspettano che, comunque, a Roma si volti pagina perché così non si può andare avanti. Noi siamo pronti a dare una mano. Ma, per cortesia, vergognatevi per la vostra aggressività questa volta verso i giornalisti”.

Fonte: ilfattoquotidiano.it (qui)

Democrazia, Economia, Politica, Stati vs Europa

Previsioni Ue, Tria all’attacco: “Analisi non attenta e parziale della manovra. Dispiaciuto della loro défaillance”

“Le previsioni della Commissione europea relative al deficit italiano sono in netto contrasto con quelle del Governo italiano e derivano da un’analisi non attenta e parziale del Documento Programmatico di Bilancio, della legge di bilancio e dell’andamento dei conti pubblici italiani, nonostante le informazioni e i chiarimenti forniti dall’Italia”. Il ministro dell’Economia Giovanni Tria va all’attacco di Bruxelles dopo la pubblicazione delle stime d’autunno secondo cui il deficit/pil l’anno prossimo toccherà il 2,9% e nel 2020 sfonderà il tetto del 3 per cento. Il titolare del Tesoro in una nota ufficiale si dice “dispiaciuto” della “défaillance tecnica della Commissione”. “Rimane il fatto”, aggiunge, “che il Parlamento italiano ha autorizzato un deficit massimo del 2,4% per il 2019 che il Governo, quindi, è impegnato a rispettare”.

Il commissario europeo agli Affari Economici Pierre Moscovici poco prima, durante la conferenza stampa sulle previsioni d’autunno, aveva ammonito sul fatto che “la qualità del lavoro della Commissione Ue e la sua imparzialitànon possono essere messe in causa” per cui le stime di Bruxelles, diverse da quelle del governo italiano, “non devono prestarsi alla minima polemica“. “L’Italia non è stata oggetto di un trattamento particolare ma ha avuto lo stesso di tutti gli altri Paesi”, con cui “sono abituali scarti tra le previsioni”, ha detto il commissario. “L’Italia non è sola in questa situazione”, c’è già stata anche “con i governi precedenti”.

Moscovici ha spiegato che la differenza di stima sulla crescita 2019 (1,2% della Ue contro 1,5% del Governo) è dovuta al fatto che “le nostre stime sono più prudenti, come quelle delle altre organizzazioni internazionali”, e si basano sul deterioramento della situazione nel terzo trimestre e inizio del quarto. Sul deficit invece (2,9% della Ue contro 2,4% del Governo) “se togliamo gli arrotondamenti la differenza è solo 0,4%”, perché ci saranno meno entrate fiscali a causa della crescita più bassa e questo pesa per uno 0,2%. Inoltre, ci sono le spese maggiori per il servizio del debito, che aumentano dell’1% del Pil. “Questi scarti sono abituali tra le previsioni della Commissione e degli Stati, ed era già successo anche con il precedente Governo italiano”.

Fonte: ilfattoquotidiano.it (qui)

Austerity, Europa vs Stati

Il Consiglio d’Europa: “Picchi di Hiv, boom di disturbi mentali, sanità pubblica sull’orlo del collasso. L’austerità in Grecia viola i diritti umani”. Ed i criminali sono ancora a Bruxelles

Un allarmante report del Consiglio d’Europa svela gli effetti delle misure di austerity sulla popolazione greca.

Il 4 luglio scorso il Commissario Ue Pierre Moscovici annunciava senza nascondere un leggero autocompiacimento: “Alla fine dei tre programmi di salvataggio la Grecia è di nuovo un Paese normale dell’Eurozona”. Solo pochi giorni prima, il 29 giugno, la Commissaria per i diritti umani del Consiglio d’Europa Dunja Mijatović aveva concluso la sua missione in Grecia. Tre giorni fa è stato diffuso il report del suo viaggio e il responso è spietato: le misure di austerità attuate da Atene su ”richiesta” della Troika hanno integrato una violazione dei diritti umani. Dal 2010 al 2018 lo Stato ellenico ha beneficiato (si fa per dire) di 288,7 miliardi di aiuti da parte di Commissione Ue, Fmi e Bce, vincolati all’approvazione di quindici pacchetti di austerità approvati dal Governo greco. Secondo Moscovici, “le vaste riforme condotte hanno gettato le basi per una ripresa sostenibile”, consentendo alla Grecia di essere “di nuovo un Paese normale”.

Per capire quanto sia “normale” la vita dei cittadini greci dopo l’iniezione violenta di austerità, in particolare nelle fasce più deboli della popolazione, bastano alcuni dati ben riassunti dall’indagine svolta dalla Commissaria Mijatović del Consiglio d’Europa, la principale organizzazione (estranea alle istituzioni di Bruxelles) in difesa dei diritti umani, democrazia e Stato di diritto.

Proviamo a metterli in fila: in sei anni il numero dei senzatetto è quadruplicato, passando da 11mila a 40mila; i furti di elettricità da parte di cittadini impossibilitati a pagare le bollette sono aumentati di quasi il 1000% dal 2008 al 2016; il sistema sanitario greco è gravemente sottofinanziato, con una spesa sanitaria pubblica di circa il 5,2% del PIL, molto inferiore alla media UE del 7,5%; più della metà dei greci nel 2017 soffriva di problemi di salute mentale, con stress, insicurezza e delusione tra le cause più citate; i suicidi sono aumentati del 40% tra il 2010 e il 2015, con la mortalità per suicidio arrivata al tasso medio annuo del 7,8%, rispetto all’1,6% prima della crisi; il finanziamento degli ospedali pubblici è diminuito più della metà dal 2009 al 2015.

In pratica, uno scenario apocalittico. Secondo Mijatović, in Grecia l’austerità ha messo a rischio in particolare il diritto alla salute e il diritto all’istruzione. Quanto al primo, è stata paralizzata “la capacità del sistema sanitario di rispondere ai bisogni della popolazione, aumentando allo stesso tempo le necessità di cure”. E aggiunge: “Come ha rilevato la Panhellenic Medical Association, il sistema sanitario è sull’orlo del collasso”.

L’impatto delle misure economiche restrittive ha avuto effetti devastanti anche sulla salute mentale dei cittadini greci, “notevolmente deteriorata, con la depressione particolarmente diffusa a causa della crisi economica”. Non solo: “Di conseguenza, la maggior parte degli ospedali psichiatrici è sovraffollata, il che contribuisce al deterioramento delle condizioni all’interno di queste strutture”. I rapporti studiati dalla commissaria per i diritti umani indicano anche che dal 2010, anno dell’inizio del periodo di austerity, il numero di ricoveri forzati è “aumentato drammaticamente”: la maggior parte di questi pazienti è fatta da persone disoccupate, ex uomini d’affari poi finiti in bancarotta o genitori che non sanno più come sfamare i propri figli, scrive Mijatović. Pazienti che, beninteso, in precedenza non hanno mai mostrato segni di insanità mentale.

Il Commissario ha poi rilevato come nel corso degli anni più difficili siano stati segnalati “picchi nei tassi di HIV e di tubercolosi tra i consumatori di droghe” dopo il taglio di un terzo dei finanziamenti ai programmi di assistenza per i giovani a rischio. In sintesi, conclude Mijatović, le misure d’austerità e le loro conseguenze concrete sulla popolazione “minano il diritto alla salute sancito dall’articolo 11 della Carta sociale europea, di cui la Grecia è parte”.

Un capitolo a parte è poi dedicato all’istruzione, altro diritto che i tagli al bilancio pubblico hanno messo a rischio. Le risorse destinate al Ministero dell’Istruzione greco sono state ridotte da 5.645 milioni di euro nel 2005 a 4.518 milioni di euro nel 2017. “Pertanto, i tagli al bilancio hanno gravemente colpito il personale docente, che è stato significativamente ridotto, così come la retribuzione degli insegnanti pur vedendo esteso il loro orario di lavoro”. La crisi economica ha avuto un impatto negativo, secondo il Consiglio d’Europa, sulla qualità dell’istruzione e sull’apprendimento. La commissaria, in più parti del suo report, si dice “particolarmente preoccupata” per le condizioni della popolazione greca. Per fortuna, a Bruxelles c’è chi ritiene ad Atene e dintorni la vita sia tornata alla normalità.

Fonte: huffingtonpost.it (qui)

America

Trump vincerebbe ancora le elezioni. I Dem senza leader, mentre il Gop più compatto e trumpiano.

I Democratici hanno conquistato la Camera. Trump ha conquistato il Senato. In termini assoluti, se si fosse trattato delle presidenziali, Donald avrebbe vinto di nuovo, ma come tappa intermedia di valutazione dei rapporti di forza, le Midterm danno un verdetto di equilibrio, una quasi cartesiana divisione di spazi. Nelle cui pieghe si nasconde una serie di effetti il cui impatto appare oggi lieve, ma la cui capacità di innescare cambiamenti è molto alta. Primo fra tutti: il ruolo del voto delle donne, che si conferma il pivot intorno a cui ruota il sistema elettorale; e la sconfitta di ogni previsione apocalittica sul futuro della democrazia.

La democrazia funziona. I Democratici sono ritornati a contare, nonostante Trump sia sempre più forte. Hanno rimesso un piede nel potere, senza essere aiutati da nessun evento deflagrante, nessuna rivelazione sui rapporti con Putin, o una richiesta di impeachment. Sono rientrati in gioco semplicemente organizzando una buona campagna elettorale e scegliendo candidati migliori. Il che smentisce ogni catastrofismo, provando che la democrazia è ancora ottimamente funzionante, in Usa (e forse altrove?), a patto che venga nutrita da giuste decisioni politiche. Forse è la più importante prova uscita dalle urne.

Le donne decisive. Le candidature femminili e il loro successo hanno segnato stavolta un numero record. Diventando il motore della vittoria dei democratici. È l’effetto di due anni di mobilitazione iniziata fin dalla inaugurazione di Trump con marce in tutte le città. Ma è anche l’onda lunga della sconfitta di Hillary e dei modi con cui è avvenuta – la rappresentazione della umiliazione delle donne messa in atto dai modi con cui l’attuale Presidente ha condotto la battaglia contro di lei. Inoltre, Hillary, la cui condotta e i cui valori politici sono sempre stati avvertiti in molti settori del mondo femminile come estranei (troppo elitismo, troppo denaro, troppi compromessi di potere) pure è diventata un simbolo per tutte le donne della classe media, con alto livello di istruzione, e ancora spesso umiliate o limitate nella vita professionale e nei ruoli privati.

Archiviata Hillary non è stata archiviata la politica. Le numerose candidature di donne hanno portato a vari successi: in Pennsylvania dove non c’era nessuna donna nella delegazione al Congresso, ne sono entrate stavolta quattro. E molte donne sono state elette in Stati che pure hanno dato la vittoria ai Repubblicani. La prima donna di colore al Congresso eletta in Massachusetts, la prima donna musulmana in Michigan e la prima donna nativa Americana in New Mexico.

Non di successo è invece stata la presenza femminile nella corsa a Governatore nei vari Stati. Provando forse che per ruoli di gestione diretta la fiducia nelle donne non è ancora alta?

Un partito Repubblicano più Trumpiano. Un partito Dem più articolato. Dalle urne esce, come si vede già solo da questi primi dati un rivelante aggiustamento del profilo dei due partiti.

Trump ha fatto fuori, aiutato anche dall’età dei senatori, quasi tutto il gruppo originario dei repubblicani che lo avevano combattuto. E i suoi nuovi candidati sono riusciti a consolidare nel Senato la vittoria che il Presidente aveva ottenuto nel 2016. Un grande ruolo ha giocato in questo rafforzamento la battaglia sui valori – il più simbolico dei quali è quello antiaborto. Molti dei nuovi senatori sono antiabortisti, come ad esempio i repubblicani che hanno strappato la elezione in Stati democratici, quali Indiana, North Dakota, Missouri. E così è successo nella corsa al ruolo di Governatore in Iowa, Florida, Georgia e Ohio. Il partito repubblicano è oggi dunque non solo più conservatore, ma anche più coerente, e dunque più compatto intorno al Presidente.

I democratici anche sono cambiati. Decisamente spezzato il filo del legame con i Clinton, e in parte resosi molto labile anche quello con Obama, che non è riuscito a far eleggere nemmeno la governatrice nera che era andato a visitare ad alcune ore dal voto.

L’identità dei dem attuali non è necessariamente più di sinistra (anche se Sanders ha avuto un solido successo), è nella varietà e novità delle candidature. Un mix razziale e di gender molto forte – uomini bianchi, donne tantissime come si diceva, multirazzialità accentuata – unito alla mobilitazione al voto di una classe media ricca e cittadina. Che ha fatto convergere il suo voto accanto a quello delle minoranze. La affermazione dem dentro le classi sociali medio alte nei luoghi del Paese a maggiore concentrazione di sviluppo economico proietta nel futuro una crescita del voto, perché queste sono aree molto dinamiche.

Non si tratta ancora di una rinascita per i dem. La loro debolezza in rapporto ai Repubblicani è ancora evidente. I Democratici si sono rafforzati alla Camera ma hanno perso Stati in cui erano forti, e mancato la conquista di Stati decisive, come Florida e Ohio. Male è andata la scalata all’incarico di Governatori. Il risultato finale per i Dem è dunque di segno misto: al successo alla Camera corrisponde, ad esempio, il fatto che, non a caso, da questo voto non esce nessuna nuova star, non emerge nessuna potenziale nuova leadership. Ma il movimento e l’articolazione trovata nelle candidature sono una sorta di ripartenza. Un processo di rinnovamento solo iniziato, aiutato dal fatto che le candidature in Usa vengono scelte con le primarie e non decise dai boss dei voti nelle stanze chiuse del comitato elettorale.

Un rischio paralisi, e perché non ci sarà. Una tale simmetrica divisione di potere fra Dem e Repubblicani, può produrre la paralisi di Washington. Non che la Capitale Usa non abbia già sperimentato alla grande questa condizione – la distonia fra Casa Bianca e Congresso è stata una costante nella vita di molti Presidenti, non ultimo Barack Obama. In questo caso, però, è possibile che l’equilibrio di forze porti piuttosto alla possibilità di una Guerra di posizioni, utile a entrambi i lati.

Alla Camera cui tocca il primo passaggio dell’attività legislativa, i Democratici potranno bloccare le proposte di Trump. È facile così immaginare che il Presidente non porterà a termine una serie di progetti che gli sono cari e che sono il simbolo della sua Presidenza – il definitivo smantellamento della riforma sanitaria, la legalizzazione del Muro, ulteriori tax break. Così come è facile immaginare che ci sarà un fiorire di inchieste, commissioni ad hoc, proposte di azioni legali contro Trump. Non da poco come potere democratico.

D’altra parte a Donald, entrato ora nel suo terzo anno, serve relativamente poco la compiutezza dei suoi progetti sul piano legislativo perché nei primi due anni ha già “spremuto” tutti gli effetti che voleva dai suoi interventi.

Il controllo del Senato basta e avanza per agire sul terreno che più ha impatto sul futuro del suo lavoro: la nomina dei giudici. Quelli costituzionali, di cui oggi può nominare un terzo, e a cascata i giudici su tutto il territorio. Un investimento di lungo periodo che mette al sicuro, questo sì, la parte “valoriale” dei suoi elettori conservatori. Temi cari, in posizione inversa, anche ai democratici che però potranno fare poco.

Più che una paralisi si profila una Guerra irregolare combattute da due fortezze, in cui ogni parte ha il potere solo di bloccare l’avversario; ma in cui ognuna delle parti ha un territorio proprio in cui ha mani libere. Per essere lo scenario che prepara le elezioni fra due anni non è male. Per nessuno dei lati.

Fonte: huffingtonpost.it (qui)

Legge di Bilancio, Politica

Flat tax, Borghi a SkyTG24: serve tempo, più facile partire da imprese

Il deputato leghista ha ammesso che estendere alle famiglie l’aliquota fissa “è una questione piuttosto complicata”. Si è poi concentrato sui vantaggi: “Necessaria a semplificare di molto il sistema fiscale”

“Io spero e farò di tutto perché tutto il pacchetto della flat tax venga fatto quest’anno”. Lo ha detto a SKY TG24 Economia il deputato della Lega Claudio Borghi in merito ai tempi di applicazione dell’aliquota fissa (COS’È LA FLAT TAX). “La parte più facile di gestione della flat tax è quella di riduzione delle aliquote per le imprese, e in parte di estensione alle partite iva che non beneficiano dell’Ires. Dall’altra parte, per estenderla alle famiglie c’è una questione piuttosto complicata. Nel caso non si riuscisse a fere tutto, si farà quello che si può fare”, ha aggiunto. Proprio i tempi per l’introduzione del nuovo sistema fiscale hanno diviso il Carroccio, non trovando d’accordo i due senatori Alberto Bagnai e Armando Siri. Il primo ha detto che si partirà nel 2019 per le imprese e nel 2020 per le famiglie. Il secondo ha precisato che per le imprese esiste già e che dal 2019 si comincerà a estenderla.

“Flat tax, vantaggi maggiori per la classe media”

Daremo priorità alle imprese “perché è più facile. Cambiare totalmente il sistema fiscale – ha spiegato Borghi – non è una passeggiata. E per motivi che non erano dipendenti dalla nostra volontà, rispetto alla data delle elezioni, siamo andati un po’ avanti. Ci vogliono dei tempi per partire. E non siamo ancora partiti perché non c’è ancora la fiducia al governo”. Borghi si è poi concentrato sui vantaggi della “tassa piatta”, “necessaria a semplificare di molto il sistema fiscale”. “Ma soprattutto succede che, se facciamo la proporzione tra numero di persone e sgravio, la maggior pare del ritorno è sui lavoratori dipendenti. Il lavoratore dipendente di classe media, il funzionario, il quadro, saranno quelli che avranno il maggior beneficio. La grande maggioranza di quelli che avranno uno sgravio sono quelli della famosa classe media che stava sparendo”, ha continuato l’esponente leghista.

“L’aumento dell’Iva deve essere congelato”

“È evidente che nel contratto di governo c’è scritto chiaramente che l’aumento dell’Iva deve essere congelato”. Borghi ha così smentito qualsiasi ipotesi di alzare l’imposta sul valore aggiunto per finanziare altre misure fiscali, come la flat tax. Un’ipotesi sostenuta prima della formazione del governo dal neo ministro dell’Economia Giovanni Tria, che si era dichiarato favorevole a far scattare le clausole di salvaguardia per garantire l’entrata in vigore dell’aliquota fissa. Il deputato milanese si è poi scagliato contro la narrazione che ruota intorno alle misure economiche che il nuovo governo vuole intraprendere. “Se continuiamo a dire che una cosa ci costa, suona male”, mentre “quello che costa dal punto di vista del bilancio, è un guadagno dal punto di vista del cittadino”. “Abbiamo la necessità di mettere in circolo denaro”, ha concluso.

Fonte: skytg24 (qui)

Economia, Politica, Stati vs Europa

Savona risponde a Draghi: «Fare scendere lo spread è compito della Bce»

“Ognuno si assuma le sue responsabilità”. Così il ministro per  gli Affari europei Paolo Savona, commenta, a margine del Consiglio dei ministri, le parole del presidente della Bce Mario Draghi, che ha ricordato come l’Eurotower non possa per mandato finanziare i deficit. Nessuno, per la verità, ha mai sostenuto una cosa simile. Ma, se la Bce non deve finanziarie i deficit, di cosa, alla fine, si deve occupare oltre che tenere sotto controllo il tasso di inflazione? Savona non ha dubbi: “Calmierare lo spread è compito della Banca centrale europea”.

“Sul condono fiscale Savona si dice poi convinto della buone ragioni del governo. “Perché non dovremmo farlo? È  una redistribuzione del reddito dai ricchi ai poveri”, azzarda il ministro.

“La vera scommessa – dice in conclusione Savona – ‘è che l’Italia, dopo aver fatto una serie di leggi che vincolano gli investimenti, deve uscire da questa situazione, la manovra presentata contiene un impegno politico in questo senso. Noi stiamo vivendo al di sotto delle risorse e per gli investimenti ci sono più risorse di quanto scritto nella manovra”.

Fonte: secoloditalia.it (qui)