Concorrenza sleale, Economia, Unione Europea

Paesi Europei dell’Est: la concorrenza sleale che danneggia l’Italia

ROMA – “Lascio l’Italia e ritorno in Polonia perché ormai qui non ho più lavoro e come me sono andati via, negli ultimi quattro anni, moltissimi polacchi. Il nostro Paese è in forte crescita e abbiamo speranza di ricostruirci una vita”. La storia di Magda Gyzov, una donna polacca di quarant’anni che, dopo diciotto anni vissuti in una piccola cittadina alle porte di Roma, ha deciso di lasciare l’Italia per ritornare in Polonia, è una storia che fa luce sulle molte contraddizioni di un’Europa che sta creando enormi squilibri all’interno degli stessi Paesi membri.

Ma cosa è accaduto negli ultimi venti anni per cui Paesi come l’Italia o la Spagna che hanno vissuto una forte immigrazione di persone che provenivano dall’Est Europa, ora vengono sorpassate proprio da quegli stessi paesi dell’Europa orientale da cui milioni di persone erano andate via?

È accaduto che dalla fine degli anni ‘80, con la caduta del muro di Berlino, la Germania ha puntato il suo sguardo verso i Paesi centrali e dell’Est (PECO – Paesi dell’Europa Centrale e Orientale) e con la fine dell’Unione Sovietica avvenuta nel 1991 ha fatto leva sulla sua forza economica per diventare la testa di ponte di una nuova egemonia in un’area che va dalla Repubblica Ceca all’Austria, all’Olanda, alle Repubbliche Baltiche, all’Ungheria, Polonia, Croazia, Slovenia e Slovacchia.

È accaduto poi che paesi come l’Italia, la Francia, la Spagna hanno anche dato il lasciapassare perché ciò accadesse dando il via libera ad una diminuzione di finanziamenti europei verso l’area del Mediterraneo a tutto vantaggio verso le aree di interesse della Germania.

Già negli anni ‘90 il Consiglio d’Europa ridusse del 35% i finanziamenti verso i Paesi Mediterranei proposti dalla Commissione per il periodo 1992-1996 incrementandoli verso la zona est-europea. Ma questi aiuti sono poi aumentati di anno in anno.

Il caso Polonia

Un esempio per tutti è proprio quanto accaduto in Polonia, paese confinante con la Germania e quindi strategico per l’apertura di nuovi mercati economici e finanziari verso la zona est europea. Il Paese è soprannominato la regina dell’Est ed è lo Stato che più di tutti ha beneficiato di una pioggia di aiuti europei dal 1989 ad oggi.

  • Nel 2004-2006 ha ricevuto circa 14,2 mld di euro dei quali 5,2 mld sono stati utilizzati per l’ammodernamento della rete dei trasporti che, sottosviluppata, aumentava i costi delle merci. Geograficamente la Polonia è il punto di passaggio per tutte le merci in transito fra Russia, Bielorussia, Ucraina e i tre stati balcanici con il resto dell’Europa.
  • Nel quinquennio 2007-2013 ha ricevuto dall’Unione Europea 81,2 miliardi di Euro. Nel bilancio europeo 2007-2013 la priorità dell’UE è stata quella di riavvicinare gli standard di vita dei nuovi Stati membri alla media europea.

Questa pioggia di aiuti finanziari dell’Unione Europa hanno permesso una forte crescita in termini di aumento delle infrastrutture, calo della disoccupazione e aumento dell’export. Oggi la Polonia è un paese in fortissima crescita. È la più grande economia orientale dell’UE e la produttività è seconda solo al Giappone. Attira il maggior numero di investimenti stranieri e sono presenti grandi multinazionali come la Hyundai, la Volkswagen, la Peugeot, la Nestlé e molte aziende italiane come la Fiat, l’Unicredit, la Ferrero, la Indesit, la Mapei. Multinazionali attirate dalle condizioni vantaggiose e da un salario mensile lordo di €881. La crescita del Pil è stata del 5,4 % (2004-2008) e del 2,2% nel 2013 a causa della crisi dell’area euro mentre la disoccupazione si è dimezzata in 10 anni passando dal 15,2% nel 2004, anno di ingresso nell’UE, al 7,7% nel 2014. Si calcola che grazie ai fondi europei sono stato creati, tra il 2004-2006, 320mila nuovi posti di lavoro (il 38% del totale) e che le imprese sono cresciute del 58%.

In totale sono state aiutate 2,6 milioni di polacchi grazie all’Unione Europea. E, ancora, sono stati creati sessanta nuovi parchi industriali e scientifici e oggi la Polonia è ancora un cantiere in costruzione. È l’unico paese dell’UE a non essere mai entrato in recessione dal 2008 e vanta anche un debito pubblico molto basso pari al 50,1% del Pil nel 2014.

Con questi numeri è facile immaginare perché la Polonia sia diventata meta di migranti. E non solo di polacchi che ritornano in patria, ma anche di giovani qualificati dell’Europa meridionale schiacciata dal debito, dalla recessione e dall’iper-rigore alla tedesca. Varsavia è considerata la nuova Berlino.

Non solo, dunque, cresce l’Europa del Nord, ma anche quella dell’Est entrata a far parte in blocco in Europa nel 2004 grazie alla enorme spinta politica della Germania. In quell’anno l’Unione Europea inglobò l’Estonia, la Lettonia, la Lituania, la Polonia, la Repubblica Ceca, la Slovacchia, la Slovenia e l’Ungheria oltre a Malta e Cipro dell’area Mediterranea. In un sol colpo entrarono a far parte dell’Unione Europea ben otto paesi dell’Est spalancando così le porte ad una valanga di soldi, presi ovviamente dai contribuenti di tutti i paesi europei, e destinati alla rinascita di questi paesi. Ma ciò che risulta inaccettabile è che questi aiuti sono stati elargiti senza obbligare i paesi a sottoscrivere memorandum o politiche di austerità poiché, non facendo parte dell’Eurozona, non sono sottoposti ai vincoli della BCE.

Concorrenza sleale a danno delle nostre economie

E cosa significa tutto questo? Significa che in Europa si è creata una situazione di concorrenza sleale per cui viene avvantaggiata enormemente un’area a totale discapito di altre aree.

I paesi dell’Est d’Europa sono stati trasformati dalle multinazionali europee in un processo di delocalizzazione industriale e produttiva in cui si realizza a basso costo del lavoro. In tal maniera una parte del tessuto industriale dell’Europa Mediterranea si è delocalizzata verso nuove aree d’integrazione dell’Unione Europea, dell’Est Europa o verso il centro dell’Europa.

Il caso Electrolux

Il caso emblematico avvenuto in Italia della multinazionale svedese Electrolux chiarisce molto bene quello che sta accadendo. Nel 2014 l’azienda minaccia di chiudere uno dei quattro stabilimenti con sede in Italia per trasferire la produzione in Polonia poiché, come spiega l’amministratore delegato, Ernesto Ferrario, durante un’audizione al Senato “Il divario crescente di competitività rispetto a Polonia e Romania ha portato una migrazione di volumi di circa il 60% che vengono prodotti nell’Est Europa. Questo riguarda un fenomeno progressivo che non vede un arresto. In Francia e Spagna è quasi scomparsa la produzione dell’elettrodomestico, quindi il fenomeno è abbastanza chiaro”. Insomma, la differenza di costo di 30 Euro tra una lavatrice prodotta in Italia e la stessa lavatrice prodotta in Polonia, legittima l’azienda a minacciare i lavoratori italiani ad un taglio drastico dei salari di circa 130 Euro al mese attraverso la riduzione delle ore lavorate da otto a sei, il blocco dei pagamenti delle festività, la riduzione del 50% delle pause e dei permessi sindacali e lo stop agli scatti di anzianità. Tutte misure che si chiede vengano applicate ai quattro stabilimenti italiani. A conti fatti, bisogna lavorare di più per aumentare la produzione e guadagnare di meno. Insomma, il conto della concorrenza sleale, frutto di una politica che viene da lontano e che ha messo l’uno contro l’altro paesi Europei, viene presentata ai lavoratori che devono farsi carico dell’enorme differenza del costo dei salari tra un Paese Europeo che fa parte dell’eurozona e un Paese Europeo che invece è fuori dall’Eurozona, come appunto la Polonia. E la politica che dovrebbe assumere quel ruolo nobile e importante di essere al servizio della collettività per tutelarla, resta schiacciata dagli interessi delle multinazionali al punto che nei giorni in cui aumentò la protesta dei dipendenti dell’Electrolux che non ci stavano ai ricatti dell’azienda, l’allora Ministro dello Sviluppo Economico Flavio Zanonato dichiarò che: “I prodotti italiani nel campo dell’elettrodomestico sono di buona qualità ma risentono dei costi produttivi, soprattutto per quanto riguarda il lavoro, che sono al di sopra di quelli che offrono i nostri concorrenti: è necessario dunque ridurre i costi di produzione”. A maggio 2014 la dura battaglia avviata dai sindacati chiuse la vertenza Electrolux con un accordo che sarà accettato dall’80% dei lavoratori e in base al quale resterà aperto lo stabilimento di Porcia in provincia di Pordenone a fronte di una riduzione dei permessi sindacali del 60%, alla decontribuzione dei contratti di solidarietà, a finanziamenti per la ricerca e a una maggiore flessibilità del lavoro. L’obiettivo dell’accordo è abbattere di 3 euro l’ora i costi degli impianti, in modo da renderli competitivi con quelli polacchi, come richiesto dall’azienda per non de-localizzare. La forte mobilitazione dei lavoratori insieme all’attenzione della Regione Friuli-Venezia Giulia hanno comunque consentito il raggiungimento di un risultato a metà strada tra le richieste dei lavoratori e quelle dell’azienda. Fatto sta che i dipendenti si sono dovuti in gran parte adeguare alle condizioni imposte dall’azienda poiché la concorrenza che arriva dai paesi dell’Est è talmente forte che, in un libero mercato, non ci sono strade alternative che sottomettersi alla logica del capitalismo.

Aiuti europei insieme a riforme strutturali hanno permesso alla Polonia di raggiungere dei livelli di benessere molto elevati, scalzando addirittura la Gran Bretagna in alcuni settori come l’istruzione. Ma oltre alla Polonia chi è il Paese che ha più beneficiato di questa crescita? Ovviamente la Germania che è diventato il principale partner economico, commerciale e industriale della Polonia a scapito della Russia con un interscambio pari a 37,10 mld di Euro contro la Russia pari a 11,76 mld di Euro. Ma la Germania è anche il primo partner per l’Ungheria, la Repubblica Ceca e le Repubbliche Baltiche. Dunque, Berlino gode indirettamente degli aiuti che l’Unione concede a Varsavia, che ritornano in territorio tedesco sotto forma di ordini commerciali e commesse. E ora la strategia della Merkel sembrerebbe essere quella di compattare i paesi della Nuova Europa intorno alla centralità del ruolo tedesco nell’UE soprattutto perché in diversi paesi dell’Europa dell’est sta crescendo la convinzione che l’avvenire economico non sia più indissolubilmente legato all’UE, soprattutto in seguito alla crisi economica.

Fonte: Tiziana Alterio

Svizzera

La Svizzera chiude il 2018 con 2,9 miliardi di utile, mentre la pressione fiscale sui salari è al 21,8%

Il gettito fiscale è stato di 2,2 miliardi superiore alle attese, merito soprattutto degli utili delle imprese. Ma la pressione fiscale della Confederazione è tra le più basse dell’Ocse.

La casse dello stato svizzero hanno chiuso il 2018 con un «utile» di 2,9 miliardi di franchi, pari a circa 2,6 miliardi di euro. Il surplus del bilancio pubblico superano nettamente le previsioni formulate dodici mesi fa, che parlavano di un avanzo di appena 300 milioni di franchi. Una cifra che consente al governo di Berna di guardare con tranquillità al futuro almeno fino al 2022 e che sembra appartenere a un altro mondo rispetto all’Italia alle prese con deficit, debito pubblico in crescita e voci sempre più insistenti di una manovra correttiva entro la fine dell’anno.

L’avanzo del 2018 è stato comunicato da una nota ufficiale del governo elvetico diffusa pochi giorni fa. Il risultato, dice la comunicazione giunta da Berna «è dovuta all’evoluzione positiva delle entrate e alla grande disciplina mantenuta sul fronte delle uscite». In particolare il gettito fiscale è stato di 2,2 miliardi superiori al preventivo, con un forte contributo arrivato dall’aumento degli utili delle imprese. Le spese invece hanno registrato un «risparmio» di 500 milioni e una diminuzione rispetto all’anno precedente dell’1,8%. Tra le minori uscite vengono citate quelle per il persone (-150 milioni) per beni e servizi (-390 milioni) per le richieste di asilo politico (-160 milioni). Per il 2020 viene messo in conto un «bonus» di 400 milioni mentre sei mesi fa si prevedeva il medesimo importo ma con il segno meno.

La Svizzera, per abitudine, imposta il bilancio statale con molta prudenza (specie sul fronte delle spese) in modo da avere più probabilità di ritrovarsi a fine anno con una avanzo di bilancio. Il risultato del 2018 è però macroscopico avendo superato di quasi 10 volte le previsioni. Ma cosa può aver contribuito al surplus di 2,9 miliardi? L’economia elvetica, che non è arretrata nemmeno negli ani peggiori della crisi mondiale, ha continuato a marciare e l’ultimo dato disponibile parla di una crescita dell’1,6% del pil. Sul gettito ha continuato a far sentire i suoi effetti l’amnistia fiscale che nell’arco di più anni ha portato nelle casse di Berna oltre 31 miliardi di franchi (principalmente rientrati dal Liechtenstein). Da notare che secondo i dati dell’Ocse la pressione fiscale sui salari in Svizzera è del 21,8%.

Fonte: corriere.it

Europa, Germania

Se cade la Germania, cade l’Unione Europea

Riflessioni sulle possibili crisi e opportunità dei dati economico-politici della nazione tedesca.

La Francia è momentaneamente caduta in disgrazia, per di più in un momento politico decisamente propizio per quelle forze politiche che spingono in direzione del sovranismo. È propizio perché in concomitanza con il periodo che precede le elezioni Europee, che potrebbero determinare una fase più fertile di cambiamenti in senso reazionario o rivoluzionario a seconda di come le forze in gioco sapranno sfruttarlo.

E dunque oggi, dopo la Brexit e la protesta dei gilet jaunes, è la Germania l’unica vera stabile nazione promotrice del progetto europeista, nonostante la (ri)proposizione dell’asse franco-tedesco segnato dal patto di Aquisgrana. Essa cova al suo interno delle contraddizioni molto forti: basti pensare al grosso nodo rappresentato dalla situazione in cui versa Deutsche Bank con le sue scommesse in derivati per 48,26 trilioni di euro, pari a quindici volte il Pil della Germania. Se anche una piccola parte di queste scommesse dovesse risultare perduta, sarebbe un serio problema per la sua economia interna, nonché per la tanto declamata “tenuta dell’Euro”. Gli squilibri interni all’assetto tedesco sono sempre stati calmierati da interventi pubblici di una vera e propria cassa di Depositi e Prestiti (la KFW) i cui sovvenzionamenti vengono esentati dal computo del Deficit, mentre le altre Nazioni Europee venivano sottoposte a rigide limitazioni sull’interventismo pubblico.

Quello della Germania è un impero di carta, fragile, che gioca da vent’anni sulle opportunità offerte dai peggiori difetti della moneta unica e che ai propri vantaggi ha sacrificato il suo medesimo progetto: esempio paradigmatico è la conduzione della crisi greca. Non è esagerato affermare che se domani finisse l’Euro, la Germania sarebbe tra i maggiori imputati del suo fallimento. Ad un quadro complesso si aggiungono i recenti dati economici che hanno visto la Germania sfiorare la recessione nel 2018 e la revisione al ribasso di tutte le sue stime di crescita, di cui Il motivo principale consiste nel rallentamento dello sviluppo dell’economia cinese, che sta trascinando tutti i Paesi fortemente esportatori (la Germania lo è molto più dell’Italia, con un surplus commerciale da più di venti miliardi). Anche questo è un altro tema su cui riflettere: la distorta dipendenza dell’economia Occidentale dall’economia cinese, già manifestatasi nel crollo della Apple di inizio gennaio, molto sentita negli Usa e oggetto di campagna elettorale dell’attuale Presidente Donald Trump, che ha risposto con una politica sui dazi. Tutti indici di debolezza sul fronte della politica estera ed interna, per quello che è ad oggi il Paese cardine dell’Unione, che potrebbero segnare una svolta radicale, se propiziate da condizioni favorevoli.

Una forte crisi dell’economia tedesca significherebbe la fine dell’Euro? Si può dire che con le attuali variabili ciò è altamente probabile, ma che oggi tale crisi è poco più che un’ombra. Ciò che è sicuro, è che se l’amalgama “populista” non si darà una direzione chiara soccomberà, con nemici forse meno potenti di quello che sembrano, ma certamente molto più organizzati.

Fonte: L’Intellettuale Dissidente (qui) Articolo di P. Maruotti del18 febbraio 2019.

Politica

Il popolo M5s grazia Salvini. Di Maio polemizza con i sindaci stellati, la Taverna: “Chi non è d’accordo se ne vada”

Il 59% dice no al processo. Il leader in un’assemblea tesa si gioca tutto: salvare il governo e trasformare il Movimento con una “struttura verticale”

“Quando i sindaci si fanno strumentalizzare mi cadono le braccia”. Luigi Di Maio è davanti ai suoi parlamentari. Li guarda in faccia. Ha aspettato che da Milano gli comunicassero l’esito del voto su Rousseau. Il 59% di 52mila iscritti ha deciso, dopo rallentamenti, crash e quesiti involuti, di salvare Matteo Salvini e salvare il governo. Solo dopo ha varcato le porte della Camera dove gli oltre trecento onorevoli con le 5 stelle appuntate al bavero lo aspettavano.

E si è tolto qualche sassolino dalla scarpa. L’irritazione per la prima pagina del Fatto quotidiano non si è stemperata nelle lunghissime ore della giornata. Difficilmente poteva farlo. Il Movimento è scosso da spasmi, la base si è spaccata sul blog, una fetta consistente di parlamentari critica con virulenza la base. “Il Movimento è spaccato”, ripetono come all’unicono Paola Nugnes e Elena Fattori. Anche il presidente della commissione Bilancio del Senato Daniele Pesco condivideva le ragioni del sì al processo. Alberto Airola, che si è speso pubblicamente, esce da Montecitorio livido e si infila senza fiatare nell’umida notte romana.

Una frangia la cui ampiezza è tutta da verificare, che ha trovato “casa” nel quotidiano diretto da Marco Travaglio. Che ha sbattuto in prima pagina gli interventi per il no all’immunità dei tre sindaci pentastellati più importanti: Virginia Raggi, Filippo Nogarin e Chiara Appendino. Con quest’ultima che poi è corsa a rettificare, e che in serata è corsa a diramare la sua felicità per la prova di democrazia e il rispetto della volontà del tribunale di Rousseau.

Parlamentari M5S: “Voto online è sovrano, tutti lo rispetteremo”

Il caos della votazione online che nelle prime ore del mattino è andato a singhiozzo, la palpabile irritazione dell’alleato, la contriarietà di Giuseppe Conte a come è stata gestita la vicenda prima filtrata e poi smentita quasi con violenza. E un’assemblea che inizia sul tema del rinnovamento, della nuova “struttura verticale” (copyright Di Maio) da innervare sottopelle a un Movimento (almeno teoricamente) liquido. Al punto che dopo una quarantina di minuti da dentro trapela nervosismo: “Questo (sic.) la tira per le lunghe. Non ci vuole far parlare della Diciotti”.

E invece alla fine il tema arriva, disvelando tutta la criticità del momento. I capannelli pro-sì vengono guardati con un misto di prudenza e diffidenza. E vengono investiti da Paola Taverna: “Chi non è d’accordo se ne vada”. C’è dentro tutto. Più volte si è scritto – anche su queste colonne – che il Movimento 5 stelle ha cambiato pelle. E ancora. E ancora. Mai però come questa volta il passo è lungo. Mettere nel cassetto l’intransigenza giustizialista del “tutti uguali davanti alla legge” e sostituirla con i sempre disprezzati sofismi della legge e delle garanzie costituzionali. E trasformare il Movimento in partito. Tutto in una volta, tutto in una sera.

La strada è azzardata, forse troppo, le soluzioni non convincono groupie e analisti, ma non si può dire che a Di Maio il coraggio non manchi. Andando dai paladini della partecipazione dal basso, dell’uno vale uno, a offrire un modello verticista quale panacea salvifica. Svolta che incassa apprezzamenti enormemente più ampi di quel che si sarebbe potuto immaginare appena qualche giorno fa. Escono in batteria i sottosegretari Mattia Fantinati e Manlio Di Stefano, applaudono. Quest’ultimo si spinge addirittura a proporre l’esperienza nelle amministrazioni locali come pre requisito per la candidatura in Parlamento, e tanti saluti alla regola del doppio mandato. L’assemblea applaude. Ha visto i sondaggi. Quello di Tecnè che manda in onda Quarta Repubblica su Rete4 ad assemblea in corso inchioda i 5 stelle al 23,2%, dieci punti sotto alla Lega. E il paradosso è che si configura come una boccata d’aria, visto che qualche ora prima Swg aveva mostrato sul Tg di La7 una tabella con scolpito il 22%. Da qualche parte bisognerà pur ripartire.

Lo start è fissato per martedì, al massimo mercoledì, quando la Giunta dovrà scrivere nero su bianco il primo voto sulla Diciotti. Un voto che potrebbe scuotere una polveriera, pronta a esplodere. Il capo politico prova a gettare acqua sulle polveri: “Dobbiamo andare casa per casa a spiegare reddito e quota 100”. Cita, non è dato sapere quanto consapevolmente, l’ultimo drammatico discorso di Enrico Berlinguer. Qualche settimana dopo il Pci toccò il suo picco elettorale. Era il voto per l’Europarlamento. Auspici, presagi, che sfumano via dopo mezzanotte, quando la riunione si scioglie. Con la consapevolezza che su questa sfida Di Maio si gioca tutto: spaccarsi o ripartire.

Fonte: Huffington Post Articolo di P. Salvatori del 18 febbraio 2019.

Banche

Il nervosismo di Macron? La più grande Banca francese è andata…

Se andate a Parigi, non scordatevi di fare un giro anche alla Défense, il quartiere coi grattacieli che sembra Manhattan. Vi sembrerà di stare in Europa, ma al contempo anche in America e potrete ammirare i manager in completo Armani che fanno su e giù con le loro valigette 24ore. Lì ha anche sede Société Générale, il gruppo francese che sta crollando mentre tutti in Europa parlano di Maduro e dei gilet gialli (quando va bene) e di egiziani canterini (quando va male).

Che gli sciagurati dell’austerity abbiano mandato tutta l’Europa a gambe all’aria oramai è agli atti. Ma ora si esagera, i francesi con Société Générale rischiano davvero grosso e fanno correre gravi pericoli anche a noi italiani tramite la Banca Nazionale del Lavoro, che ormai è BNP Paribas, controllata dall’istituto francese.

Ma andiamo con ordine.

BREVE PREMESSA. Secondo Reuters, per fronteggiare la crisi del 2008 la Société générale ha ricevuto un prestito dallo Stato di 1,7 miliardi di euro. Ha successivamente ricevuto nel 2009 un altro finanziamento di simile importo. Alla fine dello stesso anno, peraltro, la Société générale ha rimborsato l’intero montante di questi prestiti, ovvero 3,4 miliardi di euro più interessi

Già indebolita dalla crisi dei subprimes, la Société générale nel 2008 ha annunciato di essere rimasta vittima di una frode sul mercato dei contratti a termine messa in atto da uno dei suoi operatori sul mercato, Jérôme Kerviel. La liquidazione delle posizioni gestite da Kerviel ha generato 4,9 miliardi di perdite. Se si imputa a Jérôme Kerviel la responsabilità di tale perdita, si tratterebbe della più grossa truffa di tutti i tempi che sia stata messa in atto da un rogue trader, dipendente di un’istituzione finanziaria .

Al termine dei vari gradi di giudizio, nel 2016, Jérôme Kerviel è stato riconosciuto unico colpevole dei fatti ed è stato condannato a cinque anni di carcere nonché al risarcimento dei danni alla Banca, quantificati in un “solo” milione di euro. (fonte)

Venendo ai giorni nostri, Société Générale è crollata del 12 per cento in borsa in un solo mese, mentre il resto del mercato ha tenuto. Anzi, il Cac 40, cioè l’indice borsistico francese, è cresciuto bene, ma la loro banca principale crolla vistosamente. Tutti lo vedono, tranne ovviamente i tifosi proUe e i declinisti italiani del gruppo +Europa, che continuano a criticare il governo e l’euroscetticismo fingendo di non vedere le vere cause del declino.

TREND MENSILE CAC40
TREND MENSILE SOC.GENERALE

L’amministratore delegato di DoubleLine Capital, Jeffrey Gundlach, ha usato parole molto dure per il capo della Société Générale di Parigi dopo che le sue azioni sono scese giovedì al minimo da cinque anni.

La banca francese ha detto che sta riducendo le sue attività di mercato e tagliando ulteriori 500 milioni di euro di costi per combattere una rotta che ha fatto crollare le entrate commerciali.

Oudea (ceo di SocGen) continua a non avere idea di cosa sta facendo tranne che affossare la banca.

Con queste inequivocabili parole su twitter, riprese anche da Bloomberg, il guru finanziario Gundlach mette il dito nella piaga della Francia. Il richio di un crollo serio è imminente e tutte le azioni di Macron sono tentativi di distrarre l’opinione pubblica, non ultima la bagatella con l’Italia. E’ una strategia che sembra funzionare. Il ragionamento di alcuni francesi è questo: “Macron non sarà un granchè, ed i gilet lo stanno contenstando, ma è pur sempre il nostro Capo e gli italiani lo stanno attaccando, dunque sosteniamolo”

Poveretti, non hanno idea di quanti soldi dovranno sborsare per salvare la loro decrepita banca principale. Nostro dovere urlarlo, prima che finiscano per travolgere anche noi.

Fonte: micidial.it

Federalismo, Politica, Riforme

2014, Quando Beppe Grillo faceva il leghista: “Ci vogliono le macroregioni”. E’ ora di riaprire il dibattito!

Era il 7 marzo 2014, in un post sul suo blog il garante dei 5 stelle sembra invocare un federalismo molto estremo.

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“E se domani” l’Italia si dividesse, “alla fine di questa storia, iniziata nel 1861, funestata dalla partecipazione a due guerre mondiali e a guerre coloniali di ogni tipo, dalla Libia all’Etiopia?”. Così, sul suo blog, Beppe Grillo esprime la sua previsione, definendo l’Italia “un’arlecchinata di popoli, di lingue, di tradizioni che non ha più alcuna ragione di stare insieme”.

Grillo: "E se l'Italia si dividesse?"

“Quella iniziata nel 1861” – ha scritto Grillo – “è una storia brutale, la cui memoria non ci porta a gonfiare il petto, ma ad abbassare la testa. Percorsa da atti terroristici inauditi per una democrazia assistiti premurosamente dai servizi deviati (?) dello Stato. Quale Stato? La parola “Stato” di fronte alla quale ci si alzava in piedi e si salutava la bandiera è diventata un ignobile raccoglitore di interessi privati gestito dalle maitresse dei partiti”.

“E se domani – si legge ancora – quello che ci ostiniamo a chiamare Italia e che neppure più alle partite della Nazionale ci unisce in un sogno, in una speranza, in una qualunque maledetta cosa che ci spinga a condividere questo territorio che si allunga nel Mediterraneo, ci apparisse per quello che è diventata, un’arlecchinata di popoli, di lingue, di tradizioni che non ha più alcuna ragione di stare insieme? La Bosnia è appena al di là del mare Adriatico. Gli echi della sua guerra civile non si sono ancora spenti. E se domani i Veneti, i Friulani, i Triestini, i Siciliani, i Sardi, i Lombardi non sentissero più alcuna necessità di rimanere all’interno di un incubo dove la democrazia è scomparsa, un signore di novant’anni decide le sorti della Nazione e un imbarazzante venditore di pentole si atteggia a presidente del Consiglio, massacrata di tasse, di burocrazia che ti spinge a fuggire all’estero o a suicidarti, senza sovranità monetaria, territoriale, fiscale, con le imprese che muoiono come mosche”.

“E se domani, invece di emigrare all’estero come hanno fatto i giovani laureati e diplomati a centinaia di migliaia in questi anni o di ‘delocalizzare’ le imprese a migliaia, qualcuno si stancasse e dicesse ‘Basta!’ con questa Italia, al Sud come al Nord? Ci sarebbe un effetto domino. Il castello di carte costruito su infinite leggi e istituzioni chiamato Italia scomparirebbe. E’ ormai chiaro che l’Italia non può essere gestita da Roma da partiti autoreferenziali e inconcludenti. Le regioni attuali sono solo fumo negli occhi, poltronifici, uso e abuso di soldi pubblici che sfuggono al controllo del cittadino. Una pura rappresentazione senza significato. Per far funzionare l’Italia è necessario decentralizzare poteri e funzioni a livello di macroregioni, recuperando l’identità di Stati millenari, come la Repubblica di Venezia o il Regno delle due Sicilie. E se domani fosse troppo tardi? Se ci fosse un referendum per l’annessione della Lombardia alla Svizzera, dell’autonomia della Sardegna o del congiungimento della Valle d’Aosta e dell’Alto Adige alla Francia e all’Austria? Ci sarebbe un plebiscito per andarsene. E se domani…”, conclude il post di Grillo.

Ma il domani è arrivato. Oggi le regioni più avanzate hanno chiesto maggiore autonomia. Oggi il tema federalista può tornare seriamente. Esiste una questione meridionale, come un’altrettanta tipica questione settentrionale. Il primo passa dovrebbe essere quello di accettare la dualità del Paese. Accettare che Roma non può più essere il centro dell’universo politico nazionale, che il Paese potrà rimanere insieme la politica romana riconoscerà il policentrisco italiano e agirà di conseguenza.