Elezioni, Esteri, Europa, Germania

Assia tragica per la Merkel

Le elezioni in Assia confermano la parcellizzazione del consenso politico, una tendenza che in Germania si è consolidata da oltre un anno. Anche nella regione di Francoforte continua l’emorragia di voti per i cristiano democratici (27,8 per cento) e per i socialdemocratici (19,5); i due principali partiti tedeschi perdono rispettivamente oltre dieci punti percentuali. Continuano la loro ascesa i Verdi (19,5) che anche qui hanno raggiunto un altro record. Sebbene in Assia fossero tradizionalmente forti (in questa regione giurò come primo Ministro verde nella storia della Repubblica Federale Joschka Fischer) mai avevano raggiunto queste percentuali. I Verdi sono indiscutibilmente i vincitori di queste elezioni perché senza di loro non è possibile, realisticamente, alcuna coalizione. Triplica i voti anche la destra nazionalista di AfD (12,5) che proprio in Assia si presentò per la priva volta in un’elezione regionale e conferma sostanzialmente il consenso ottenuto in questa regione alle elezioni nazionali di poco più di un anno fa. Dopo queste elezioni AfD è presente in tutti i Parlamenti regionali della Repubblica Federale. Aumentano i propri consensi anche i liberali che con il 7,9 diventano ora decisivi per la formazione del governo regionale. Discreto anche il risultato (6 per cento) della sinistra tedesca (Die Linke) che migliora il risultato di un punto percentuale ma non beneficia delle gravi perdite della SPD, a conferma che oramai i due elettorati sono molto distanti.

La distribuzione dei seggi permetterebbe forse al governo uscente nero-verde (CDU-Verdi) di continuare a governare ma con maggioranza limitata a un solo seggio. Probabilmente troppo poco per garantire un governo di cinque anni. Esclusa l’opzione della Grande Coalizione (CDU-SPD), in considerazione della scarsissima popolarità di cui gode attualmente in Germania, l’unica reale possibilità resta una coalizione Giamaica (CDU, Verdi e liberali) che improvvisamente torna centrale nella politica tedesca dopo il fallimento delle trattative per il governo nazionale di un anno fa. Il leader dei liberali Christian Lindner ha manifestato la disponibilità dei liberali ad una trattativa con conservatori e Verdi in Assia, ma ha, al contempo, attaccato ancora una volta la cancelliera Merkel. Qualunque trattativa deve essere in discontinuità con la politica di Angela Merkel (ha invece elogiato l’altra coalizione Giamaica nel Land dello Schleswig-Holstein). Proprio Lindner ha letto il risultato in Assia come un chiaro messaggio di sfiducia alla cancelliera (e alla Grande Coalizione). Una dichiarazione che non deve essere piaciuta al Presidente uscente del Land e leader della CDU in Assia, Volker Bouffier, un fedelissimo della Cancelliera.

Il risultato delle elezioni in Assia, nell’immediato, non metterà in discussione il governo di Berlino ma la posizione di Merkel e della SPD è sempre più debole. Per il destino della Cancelliera bisognerà aspettare il 7-8 dicembre quando si svolgerà il congresso della CDU ad Amburgo. Diversa la posizione della SPD che si trova in una delle più difficili crisi della sua storia e ha ormai perso la dimensione di partito di massa che nella storia della repubblica tedesca le ha garantito un ruolo e una funzione centrale. La leader Andrea Nahles non ha lasciato intendere che la Spd intende concludere l’esperienza della Große Koalition a Berlino ma ha annunciato che domani presenterà un piano per rilanciare l’attività di governo. La Grande Coalizione tedesca continua a non trovare pace.

Fonte: huffingtonpost.it (qui) Articolo di U. Villani-Lubelli

Economia, Esteri, Lavoro, Tecnocrazia, Tecnologia

Se il lavoro arriva dall’algoritmo

In Austria un software calcolerà la probabilità di un disoccupato di trovare un impiego e stabilirà quali oferte proporgli. Molti temono discriminazioni verso le donne e gli stranieri.

In Austria farà presto parte della quoti- dianità un sistema che valuta i disoccupati e li divide in gruppi. L’Arbeits- marktservice (Ams), l’agenzia governativa del lavoro, userà un algoritmo per calcolare la probabilità che un disoccupato trovi un lavoro. Molti, però, temono che il software possa discriminare le donne, gli anziani e gli stranieri. Il programma funzio- na grazie alla combinazione di diversi dati personali, tra cui informazioni sul livello d’istruzione e sulle esperienze lavorative, ma contano anche l’età, il genere e la citta- dinanza. Quando qualcuno cerca un lavoro, l’algoritmo calcola la sua probabilità di suc- cesso, fornendo una percentuale. In seguito, sulla base di questo valore, il programma divide le persone in tre gruppi: chi ottiene dal 66 per cento in su è inserito in una fascia “alta”, che ha buone opportunità; chi ha un valore inferiore al 25 per cento inisce nella fascia “bassa”; tutti gli altri entrano nella fascia “media”. In un documento dell’Ams si possono leggere le caratteristiche che l’algoritmo giudica negative o positive. Le donne e le persone più anziane, per esempio, hanno un indice negativo. Su questo punto sono scoppiate le critiche più accese. L’obiettivo principale del programma è aumentare l’eicienza dell’Ams. Ma valutare un genere, una certa età o la provenienza come potenziali svantaggi per la ricerca di un lavoro non signiica discriminare?

Secondo Johannes Kopf, presidente dell’Ams, il sistema mostra solo le discriminazioni che esistono già nel mercato del lavoro. Se si ignorassero queste realtà, sarebbe, per esempio, impossibile assicurare alle donne il sostegno necessario. L’Ams è obbligato a spendere il 50 per cento delle sue risorse in misure di sostegno alle donne, anche se nel 2017 erano donne solo il 43,3 per cento delle persone in cerca di lavoro. “Un fedele quadro della realtà non può essere discriminatorio”, conclude Kopf.

Carla Hustedt, che dirige il progetto Eti- ca degli algoritmi per la fondazione Bertelsmann, non la pensa così. Partire da alcuni dati per arrivare a precise conclusioni può essere un problema, “perché così non si fa che riprodurre i pregiudizi esistenti”. Amazon ha eliminato un algoritmo per la selezione delle candidature perché pena- lizzava sistematicamente le donne: dai dati usati come base di calcolo, in parte vecchi di dieci anni, emergeva che i candidati con più probabilità di successo erano gli uomi- ni. Un fenomeno difuso nel settore tecno- logico, che “bisogna riconoscere e combat- tere con misure adeguate”, dice Hustedt.

Fattore vincolante

Kopf è convinto che l’Ams sia pronto ad af- frontare questo tipo di problemi. I suoi dipendenti cominceranno a usare il program- ma dal 15 novembre. Disporranno della percentuale di successo di ogni disoccupato e conosceranno i fattori che l’hanno in- luenzata, ma inizialmente la useranno solo per discutere con chi cerca lavoro. Dal 2020, invece, la probabilità di successo sarà un fattore vincolante e determinante nella va- lutazione dei disoccupati, anche se la scelta delle misure adatte sarà sempre presa da un consulente in carne e ossa, assicurano all’Ams.

Dal 2020, inoltre, a chi fa parte della fa- scia bassa saranno oferti corsi di formazio- ne meno complessi e intensivi. In pratica, chi ha meno opportunità riceverà di meno: tutto nel nome dell’eicienza. La spiegazio- ne di Kopf è che i corsi di formazione spe- cialistici sono cari e spesso i partecipanti abbandonano prima della ine, quindi quei soldi potrebbero essere usati meglio. Pro- prio tra le persone di fascia bassa i corsi base hanno più successo e, dato che costano me- no, possono essere frequentati da più candidati, dice Kopf.

Il problema non è il software in sé, os- serva Hustedt: “La responsabilità è scari- cata tutta sull’algoritmo, ma la questione di chi debba ricevere più aiuto in una società solidale e politica”. Invece il dibattito è sostituito dall’algoritmo, “visto da alcuni come il male assoluto e da altri come una benedizione”. Bisognerebbe parlare delle sfumature. Kopf promette proprio di fare questo: il software dovrà essere controllato e migliorato costantemente. Saranno valUtati i posti di lavoro assegnati e il successo delle misure adottate, ma anche come si comportano i dipendenti dell’Ams con l’al- goritmo. “Faremo in modo che i nostri consulenti non attribuiscano un valore ec- cessivo alla probabilità di successo”, conclude.

Fonte: Valentin Dornis, Süddeutsche Zeitung, Germania

Economia, Esteri, Politica

Il resto del mondo politiche espansive in deficit. Dagli USA alla Cina, fino al Giappone. E l’Europa? Ancora austerity.

Gli Stati Uniti fanno politiche fiscali espansive (più deficit) con la disoccupazione già al 4%. La Cina, di fronte al rallentamento del PIL, ha annunciato un ulteriore taglio delle tasse la scorsa notte pari all’1 per cento del PIL (ah, appena dopo l’annuncio del governo cinese la borsa ha registrato un +4%).

Il Giappone se ne frega di avere limiti al disavanzo o al debito pubblico. Tant’è che il suo debito è sopra il 230% del PIL. Poi c’è l’Europa, che preferisce auto-distruggersi e mettere alla gogna un paese che dopo 20 anni di avanzi primari chiede di fare un disavanzo maggiore per lo 0.8% del PIL (dall’1,6 al 2,4%) di fronte a un rallentamento dell’economia, rimanendo peraltro sotto il 3%. E gli altri paesi appoggiano questa linea folle invece di seguire. Se posso dare un consiglio a Conte, Salvini e Di Maio, suggerirei di chiedere più deficit per tutti i paesi euro. Un punto percentuale per tutti.

Fonte: Post di Davide Della Bona Facebook

DISCLAIMER: Non sto sottostimando, sminuendo o ignorando i problemi che derivano dall’avere uno spread e rendimenti sui titoli di stato più elevati dentro il sistema monetario chiamato Euro area. Dove, ricordo:  1) La BCE non garantisce in maniera esplicita il debito pubblico degli Stati aderenti. 2) Un downgrade deciso da agenzie di rating private dei titoli di stato di un paese aderente implica un haircut maggiore applicato ai suddetti titoli nelle operazioni di rifinanziamento della BCE. 3) La garanzia eventuale da parte della BCE è condizionale al rispetto delle regole del Patto di Stabilità, che prescrivono il raggiungimento di un saldo strutturale in pareggio (saldo strutturale = saldo nominale corretto per la componente ciclica, che a sua volta è determinata dall’output gap calcolato dalla Commissione europea secondo un modello basato su tutta una serie di assunti teorici dove si va a stimare il Pil potenziale dei vari paesi aderenti – vedi qui: http://ec.europa.eu/…/publications/e…/2010/pdf/ecp420_en.pdf. A titolo informativo aggiungo che ogni banca d’investimento e ogni istituzione economica che produce una stima del Pil potenziale fornisce un dato diverso l’uno dall’altro, che può variare anche anche di vari punti percentuali di Pil; quindi nel caso dell’Italia anche di 20/30 miliardi di deficit nominale in più consentito oppure no, stando sempre alle regole del Patto di Stabilità. Fra le predette istituzioni e banche d’investimento, la stima della Commissione risulta essere in genere quella meno favorevole a consentire un deficit nominale più ampio)

Esteri

Ci sono le prove: così lo speculatore Soros influenza la politica (anche quella italiana)

Non è più solo complottismo salviniano. Un quotidiano illustre come il Wall Street Journal e persino l’ex presidente del Consiglio Mario Monti lo confermano.

Per anni sono state bollate come complottismo populistico, smentite da chi le considerava solo maligni sospetti di Matteo Salvini e dei suoi, screditate come ipotesi di fantapolitica. Solo oggi vengono fuori le prove, le ammissioni dei diretti interessati, le clamorose conferme. C’è davvero la mano di George Soros, il controverso speculatore e magnate ungherese, e della sua Open Society dietro alle ingerenze poco giustificabili nella politica internazionale, compresa quella italiana.

Il finanziamento alle proteste Usa
La prima notizia arriva da un giornale al di sopra di ogni sospetto, una testata illustre del mondo finanziario come il Wall Street Journal. Un articolo scritto dalla giornalista indiana Asra Quratulain Nomani conferma ciò che il presidente americano Donald Trump aveva sempre sostenuto: che Soros avesse pagato i manifestanti che avevano preso d’assalto il Campidoglio per protestare contro la nomina del suo candidato Brett Kavanaugh a giudice della Corte Suprema. «I detrattori di Trump lo hanno accusato di proporre teorie cospirative e persino di antisemitismo contro Soros, un benefattore miliardario per le cause liberali – scrive il Wall Street Journal – Eppure lui aveva ragione. Le proteste al Campidoglio di sabato sono state organizzate da gruppi di cui il signor Soros è un importante mecenate». La giornalista racconta che, dagli striscioni alle magliette, dagli slogan agli hashtag di Twitter, tutto l’armamentario dei militanti faceva «parte di una rete ben orchestrata e ben finanziata che ha prenotato autobus, camere d’albergo e chiese per tale agitazione». Come volevasi dimostrare.

Quella telefonata a Monti
La seconda notizia è ancora più pazzesca, perché riguarda proprio il nostro Paese. È nientemeno che Mario Monti a confessare di essere stato contattato al telefono da Soros, ai microfoni di Otto e mezzo di Lilli Gruber: «Soros mi chiamò poco dopo che ero diventato presidente del Consiglio. Era preoccupatissimo che l’Italia potesse cadere finanziariamente e mi suggerì di chiedere aiuto all’Europa e al Fondo monetario – ha rivelato – ma noi volevamo evitare di essere commissariati dalla troika e non seguimmo quel consiglio. Ma Soros era molto preoccupato per la situazione italiana». I dubbi, in merito, non sono pochi. A che titolo l’affarista dava consigli non richiesti al neo presidente del Consiglio dopo la caduta di Berlusconi? E per ottenere quale risultato? Di fronte a queste ammissioni, diventa difficile dare torto a Salvini quando ipotizza che dietro la salita dello spread ci sia proprio la speculazione finanziaria di Soros o di altri finanzieri del genere. Del resto, Enrico Mentana, qualche settimana fa, aveva rinfrescato la memoria alla sinistra sui social: «Almeno nel nostro Paese, Soros può purtroppo essere citato come speculatore senza bisogno di virgolette, per l’ attacco alla lira del settembre 1992 che ci costrinse alla più dura manovra economica della nostra storia e fruttò allo stesso Soros un guadagno astronomico per aver scommesso contro l’Italia». E oggi, quali piani ha in mente George Soros?

Fonte: diariodelweb.it Articolo di F. Corgnati (qui)

America, Economia, Esteri

Sapir: “E quindi Donald Trump fa meglio dei socialdemocratici…”

In questo articolo di fine agosto 2018 l’economista francese Jacques Sapir commenta l’accordo firmato dal Presidente USA Trump col Messico come un accordo rivoluzionario, in quanto per la prima volta osa introdurre il principio della protezione sociale negli accordi commerciali internazionali. Cose spesso proclamate dalla sinistra intellettuale, che tuttavia non ha mai neanche pensato di metterle in pratica in tanti anni di governo.  In questo contesto, colpisce la “demonizzazione a prescindere” di Trump da parte della grande stampa che, gravemente malata di partigianeria e incapace di valutare e distinguere, riconferma di aver del tutto abbandonato la sua originaria funzione di informazione al servizio della democrazia.

Un nuovo accordo commerciale in sostituzione del NAFTA è stato appena firmato tra gli Stati Uniti e il Messico [1]. Era noto sin dalla sua investitura che il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, voleva che questo accordo venisse rivisto. E dunque lo ha fatto, intanto con il Messico. Con il Canada, i negoziati sembrano più complicati. Nel nuovo accordo, vi è una clausola che attira l’attenzione: quella che stabilisce una forma di salario minimo per una parte dei lavoratori dell’automobile [2]. A quanto mi risulta, si tratta di una clausola rivoluzionaria negli accordi commerciali bilaterali o multilaterali. Risponde in parte alla proposta da me avanzata nel mio libro La Démondialisation [3] e segna l’ingresso del sociale e della lotta contro le delocalizzazioni negli accordi commerciali.

Le innovazioni contenute nell’accordo

Prima di tutto, dobbiamo osservare attentamente questa clausola.Di che si tratta? È scritto che dal 40% al 45% delle componenti delle automobili che circoleranno sotto questo accordo dovranno essere state fabbricate da lavoratori pagati con un salario minimo di almeno 16 dollari l’ora. Questo è un punto molto importante, ma non è l’unico.

L’accordo

In effetti, questo punto elimina in parte il vantaggio che le aziende possono avere a trasferire la loro produzione in Messico, per poi reimportarla negli Stati Uniti senza pagare i diritti dognali. In effetti, nel 2017 i salari medi in questo settore erano di $ 2.25 per ora. [4] Un contratto collettivo stipulato dalla filiale Volkswagen in Messico fissava dei salari che andavano da $ 1 a $ 4 all’ora. Nei fatti, nonostante i ripetuti scioperi, i produttori stabiliti in Messico, sia europei (VW, Audi) che americani o giapponesi, hanno resistito ferocemente alle richieste di aumenti salariali dei loro lavoratori. L’industria automobilistica era riuscita a creare in Messico ciò che il sito Business Insider ha giustamente definito un “Nirvana dei bassi salari”. [5] Infatti, anche relativamente alla produttività (che naturalmente negli Stati Uniti è più elevata), il salario in Messico rimane molto basso.

Livello dei salari in dollari USA in Messico su un periodo di 10 anni

Ma questo accordo non si limita a fissare un minimo salariale. Comprende anche, come leggiamo, delle clausole di tutela in materia di contrattazione collettiva. Tali clausole serviranno principalmente a proteggere i lavoratori messicani, esposti a una repressione brutale e spesso omicida. Ovviamente sarebbe meglio determinare il salario minimo in base al costo del lavoro reale, cioè non tenendo conto solo dello stipendio, ma anche dei contributi sociali, e mettendo in relazione questa somma con la produttività di ciascun paese. Analogamente, occorrerebbe aumentare la percentuale dei prodotti in questione, ad esempio dal 40-45% al 70-75%. Dunque questo accordo non è “perfetto”, ma è un enorme passo avanti nella giusta direzione. Ed è anche un passo che conferma come sia possibile – a condizione, naturalmente, di averne la volontà – introdurre delle clausole di protezione sociale negli accordi commerciali. È una lezione, e una lezione che merita di essere tenuta in considerazione.

Un freno alle delocalizzazioni?

Questo accordo limiterà le delocalizzazioni e servirà come base per un aumento dei salari in Messico. Corrisponde ai meccanismi immaginati nel contesto del “protezionismo di solidarietà” difeso da France Insoumise [6], o a quello che avevo immaginato alla fine del mio libro dedicato alla de-globalizzazione. Ricordiamo, qui, che il termine fu inventato molti anni fa da Bernard Cassen, ex presidente di ATTAC e responsabile di Le Monde Diplomatique. Ed era stato ripreso da Jaques Généreux, in un’intervista a L’Economie Politique [7].

Il libero scambio ha dimostrato di essere una straordinaria macchina di sfruttamento dei lavoratori dipendenti e di distruzione di gran parte della legislazione sociale affermatasi dalla Seconda Guerra Mondiale. Oggi è fortemente contestato all’interno dello stesso mondo accademico, sia per quel che riguarda il “paradosso di Leontief [8]” che per i suoi assunti irrealistici. Con l’emergere della nuova teoria del commercio internazionale (Krugman), possiamo considerare che il protezionismo ha recuperato la sua dignità [9] e Krugman stesso ha riconosciuto che potrebbe essere formulato un vero e proprio atto d’accusa contro la globalizzazione. [10] Fenomeni come il massiccio ricorso all’internazionalizzazione non erano stati previsti, e hanno considerevolmente modificato l’approccio alla globalizzazione [11].

In termini concreti, l’azione futura dovrebbe svilupparsi in tre direzioni. Innanzitutto, dovrebbero essere adottate misure protettive per compensare gli effetti del vero e proprio “dumping sociale ed ecologico” in cui alcuni paesi sono coinvolti.

Si potrebbero quindi immaginare delle imposte importanti alle frontiere che riportino in equilibrio il costo reale del lavoro, ma penalizzino anche le produzioni realizzate secondo standard ambientali che oggi non sono più accettabili. All’interno dell’UE, queste tasse potrebbero essere sostituite da degli importi compensativi di tipo sociale ed ecologico. Queste tasse, aumentando il costo delle importazioni, ripristinerebbero la competitività dei produttori nazionali. Le entrate che dovrebbero essere in grado di generare potrebbero quindi essere utilizzate per raccogliere fondi nei paesi interessati da tali imposte e consentire loro di progredire nel campo sociale ed ecologico[12].

Il paradosso di Trump

Infine, c’è il paradosso di vedere Donald Trump mettere in atto una misura richiesta per anni proprio dalla sinistra. Non nascondo il fatto che nutro profonde divergenze, a dir poco, con altri aspetti della sua politica, che si tratti di politica internazionale o di politica interna. Ma c’è qualcosa di indecente nel “massacro di Trump” in cui è impegnata gran parte della stampa francese. Dopotutto, delle misure di questo tipo avrebbero potuto essere incluse negli accordi dell’UE o nei trattati firmati tra l’UE e altri paesi, eppure, mai, i nostri “socialisti”, gli Hollande, Hamon, Moscovici ed altri, ed i loro alleati ecologisti (EELV), ci hanno neanche provato. Eppure, queste persone sono state al potere per molti anni (1997-2002 e 2012-2017). Allo stesso modo, che merito può essere dato a Emmanuel Macron per la sua cosiddetta “difesa del pianeta” (ricordate la sua formula Make our planet great again) quando si scopre che il suo governo è al soldo delle lobby più reazionarie su questo tema, come ha affermato questo 28 agosto il suo ex ministro Nicolas Hulot su France-inter.

Quindi, se possiamo avere ragione a criticare Trump su certe questioni, dobbiamo anche riconoscere quel che c’è di positivo nella sua azione e applaudirlo, perché no, quando mette in discussione la mortificante logica del libero scambio.

Fonte: vocidallestero.it (qui)

[3] Sapir J., La démondailisation, Paris, Le Seuil, 2010.
[8] Voir F. Duchin, « International Trade: Evolution in the Thought and Analysis of Wassily Leontief », 2000, disponible sur www.wassily.leontief.net/PDF/Duchin.pdf, p. 3.
[9] Voir A. MacEwan, Neo-Liberalism or Democracy?: Economic Strategy, Markets and Alternatives For the 21st Century, New York, Zed Books, 1999.
[10] P. Krugman, « A Globalization Puzzle », 21 février 2010, disponible sur
http :www.krugman.blogs.nytimes.com/2010/02/21/a-globalization-puzzle .
[11] Voir R. Hira, A. Hira, avec un commentaire de L. Dobbs, « Outsourcing America: What’s Behind Our National Crisis and How We Can Reclaim American Jobs », AMACOM/American Management Association, mai 2005 ; P. C. Roberts, « Jobless in the USA », Newsmax.com, 7 août 2003, www.newsmax.com/archives/articles/2003/8/6/132901.shtml.
[12] C’est le principe du « protectionnisme altruiste » défendu entre autres par Bernard Cassen.
Esteri, Europa, Politica

Non è l’immigrazione che fa crescere la destra. L’analisi del voto in Svezia visto da sinistra.

Il successo elettorale dei Democratici svedesi è stato attribuito solo all’aumento della xenofobia. Ma dietro ci sono gli effetti della crisi e le riforme liberiste.

Possiamo non condividere in tutto le proposte di Åsa Linderborg, per la sua impronta di sinistra, ma l’analisi è impeccabile e presenta analogie con quanto avvenuto in Italia con le elezioni del 4 marzo scorso. Anologie che esprimono il profondo senso del fatto che ricondurre la “rivolta” del popolo contro l’establishment semplicisticamente alla questione delle fallimentari politiche migratorie dei governi di centrosinitra e/o alle richieste “assistenzialiste” provenienti dal mezzogiorno. Analisi approfondita che la sinistra, in particolare il Partito democratico, non ha ancora avuto il coraggio di fare alla luce del sole.

Alle elezioni del 9 settembre i Democratici svedesi hanno ottenuto un risultato inferiore al previsto, ma non hanno certo fallito. Quasi uno svedese su cinque ha votato per il partito di estrema destra, in un periodo in cui l’economia va a gonie vele. È il momento di individuare le responsabilità: com’è potuto succedere? Ci vuole una buona dose di autocritica se non vogliamo dire che dipende tutto dall’immigrazione, come fanno i Democratici svedesi. Ci sono molti altri fattori da valutare. In Svezia diciamo che la crisi finanziaria del 2008 non ha mai colpito veramente il paese, ma il suo impatto è stato pesante. Nell’industria sono scomparsi centomila posti di lavoro. La scuola, la sanità e la polizia hanno subìto tagli pesanti. Dieci anni dopo le conseguenze sono evidenti. Il tessuto sociale è lacerato.

Dopo la crisi, in una parte sempre più grande della popolazione si è difusa l’opinione che l’immigrazione è un problema. Diverse ricerche mostrano una tendenza simile in tutta Europa e negli Stati Uniti. È diicile creare consenso su una politica migratoria “generosa” se non si finanzia in modo altrettanto generoso lo stato sociale.

L’aumento vertiginoso delle disuguaglianze in Svezia non è avvenuto per caso, ma è il risultato di anni di decisioni politiche. Negli anni novanta le riforme neoliberiste del sistema pensionistico hanno portato centinaia di migliaia di persone alla disperazione economica. Mentre i lavoratori con redditi alti ottenevano generose detrazioni fiscali, i disoccupati hanno dovuto accettare qualunque oferta di lavoro per non perdere i sussidi. È stato proprio questo gruppo ad avvicinarsi di più ai Democratici svedesi. Le ricchezze dei miliardari svedesi sono quasi pari alla somma del patrimonio netto dello stato e di tutti i fondi pensione. Perché non ci chiediamo mai da dove vengono quei soldi?

In campagna elettorale i candidati non hanno dovuto rispondere a domande fondamentali su potere e ricchezza. È stato davvero giusto abolire le imposte patrimoniali? È giusto che le aziende private del settore assistenziale realizzino profitti così elevati? Quanta evasione fiscale può tollerare la Svezia? Se i mezzi d’informazione non parlano di queste cose, per i Democratici svedesi è un gioco da ragazzi additare i richiedenti asilo come “sanguisughe”.

La Svezia è un paese ricco, ma a che serve la ricchezza se non viene più ridistribuita? L’unico ad averlo capito è il Partito della sinistra, il vero vincitore di queste elezioni, che si è presentato agli elettori con una proposta precisa: colmare le fratture sociali.

Sono sempre di più le persone che mettono in discussione la sindrome di Maria Antonietta: un’apartheid sociale in cui chi ha un reddito alto non prova né empatia né si sente responsabile verso chi è meno fortunato. Se continuiamo a credere che in Svezia tutti abbiano più o meno gli stessi standard economici, resta una sola spiegazione al populismo di destra: una popolazione viziata non vuole spartire le sue ricchezze con i richiedenti asilo. Ma questo argomento può essere facilmente ribaltato: i viziati sono i difensori delle disuguaglianze, quelli che non vogliono pagare tasse più alte ma sbandierano idee progressiste secondo cui tutti gli esseri umani hanno lo stesso valore.

Enormi fratture attraversano le città e separano i quartieri ricchi di Stoccolma dal resto della Svezia. La lotta contro la chiusura del reparto maternità nel paese di Solleffteå è riuscita a ottenere l’attenzione dei mezzi d’informazione, ma di solito queste cose passano inosservate. Nelle periferie i servizi sociali continuano a peggiorare, ma la cronaca parla solo delle bande criminali. La capitale ha accentrato le risorse, mentre gli abitanti delle aree rurali sono etichettati come retrogradi ignoranti. Per spiegare l’attuale tendenza politica questo fattore è più importante della xenofobia. Il populismo di destra può crescere anche nei paesi dove non c’è immigrazione.

Per comprendere l’avanzata del populismo di destra bisogna fare qualche passo indietro, tornare alla caduta del muro di Berlino e al trionfo del neoliberismo. La proprietà pubblica è diminuita e si prendono meno decisioni condivise. In trent’anni i liberisti hanno soffocato la democrazia, consegnando il potere politico alle banche e alle grandi aziende. Non sorprende che la gente non creda più nella democrazia nel senso in cui la intendono i liberisti.

La gente non vuole meno democrazia, ne vuole di più. Secondo un recente studio otto svedesi su dieci pensano di non avere nessun controllo sulla politica. I cittadini sentono di essere liberi di scegliere, ma di non avere alternative, sanno che possono esercitare il diritto di voto, ma che non hanno voce in capitolo. Otto svedesi su dieci – la classe operaia e la classe media messe insieme – hanno ragione: abbiamo un’influenza marginale sulla politica. Ogni quattro anni andiamo a votare, ma durante la legislatura solo gli interessi di pochi saranno tutelati. L’Unione europea, gli accordi di libero scambio, gli esperti “indipendenti” e l’espansione della proprietà privata significano che non importa quale governo sia in carica: il liberismo è parte integrante del sistema. Per la democrazia questo è un problema più serio delle poche centinaia di nazisti che riempiono le cronache.

Non si può gridare che la democrazia è in pericolo e poi evitare il dibattito. I cambiamenti sociali provocano curiosità e inquietudine. Anche chi difende il diritto a portare il velo può chiedersi perché una bambina di otto anni debba vestirsi come la madre. Anche chi si oppone al divieto di accattonaggio può essere a disagio se ogni volta che esce da un negozio si trova di fronte una persona che chiede l’elemosina.

Il moralismo manicheo ha respinto domande complesse come fossero semplici pregiudizi, alimentando un clima angosciato, aggressivo e polarizzato. I mezzi d’informazione danno un’immagine unilaterale del mondo: un punto di vista ovviamente liberista, di classe media e centrato su Stoccolma. Si pensa che la gente sia insoddisfatta perché è “male informata”, ma il problema è che non viene neanche presa in considerazione.

 

Tempi duri

Non bisogna dare una pacca sulla spalla a chi ha votato i Democratici svedesi, come se non capissero cosa hanno fatto. Lo sanno bene. Hanno scelto consapevolmente una concezione del mondo di estrema destra. Questa situazione richiede umiltà. La Svezia è un paese fantastico, ma molti – anche chi non voterebbe mai i Democratici svedesi – hanno fondati motivi per essere insoddisfatti. C’è una sana rabbia che i Socialdemocratici avrebbero dovuto trasformare in energia, ma hanno preferito perdere le elezioni che portare avanti una classica politica socialdemocratica. Sono andati oltre le aspettative e sono ancora uno dei partiti socialdemocratici più forti in Europa, ma il loro risultato rispecchia la crisi del movimento in tutto il continente.

I Socialdemocratici sono corresponsabili per aver consentito che il liberismo demolisse quello che un tempo era il paese più ugualitario del mondo. Hanno portato avanti liberalizzazioni e privatizzazioni e non hanno afrontato i problemi emersi dopo la crisi. Non propongono soluzioni contro gli effetti della globalizzazione, il capitalismo predatorio, l’urbanizzazione estrema e le conseguenze della ripartizione dei grandi flussi migratori. Non hanno idea di cosa fare, e gli elettori se ne sono accorti.

Qualunque governo uscirà da queste elezioni, ci aspettano tempi duri. Né una coalizione di centrodestra sostenuta dai Democratici svedesi né una grande coalizione potrebbero risolvere i problemi sociali che hanno determinato questo risultato. Per fermare il populismo di destra non serve uno spostamento a destra, ma un’offensiva di sinistra. Una grande coalizione significherebbe il crollo totale dei Socialdemocratici alle prossime elezioni. All’opposizione Moderati, Democratici svedesi e Cristiani democratici formerebbero un blocco reazionario che metterebbe ai primi posti la lotta al multiculturalismo e un nazionalismo retrogrado. Il mondo imprenditoriale spinge già perché i Democratici svedesi vadano al governo nel 2022.

La sinistra ha dunque otto anni di tempo per rilettere e organizzarsi. Ovunque la generazione nata negli anni novanta, che ha conosciuto solo l’austerità, si sta mobilitando per rivendicare una società equa. Il compito della sinistra è creare un movimento critico, ampio, intelligente, vivace e abbastanza integro da afrontare le proprie debolezze. Giovani e anziani, operai e laureati, uomini e donne che si mobilitano per resistere all’egemonia neoliberista.

Fonte: Articolo di Åsa Linderborg (una scrittrice e storica svedese. Dirige la sezione cultura del quotidiano di sinistra Aftonbladet, Svezia) sul numero 1273 di Internazionele.

Elezioni, Esteri, Sovranisti

In Svezia, estrema destra al destra al 17,6% cresce, ma non sfonda. Incertezza sulla futura maggioranza di governo.

Scendono ma non crollano i socialdemocratici. In calo anche i Moderati. Un elettore su cinque per l’estrema destra arriva da sinistra. E i comunisti raddoppiano i voti.

Il principale partito socialdemocratico scende, l’estrema destra euroscettica in ascesa (senza tuttavia sfondare), l’ipotesi concreta di una Grosse Koalition e un quadro politico altamente frammentato. Il voto in Svezia delinea un processo politico già visto alle elezioni di altri Paesi dell’Unione Europea: il declino dei partiti tradizionali e il consenso crescente per le formazioni radicali. Anche nella civile e accogliente Stoccolma, con un tasso di crescita costantemente discreto, standard di vita alti e una disoccupazione ben al di sotto delle due cifre intorno al 6%, i principali partiti dei socialdemocratici e dei moderati perdono voti rispetto a quattro anni fa. Il partito del premier socialdemocratico uscente Stefan Loefven si conferma primo ma arretrando al 28,2%. I conservatori di Ulf Kristersson confermano lo scettro di secondo partito svedese (19,7%), tallonati ma ancora distanti dai Democratici Svedesi, euroscettici e anti-immigrati, di Jimmie Akesson che viaggiano intorno al 17,7 a spoglio in corso (13% nel 2014).

La campagna elettorale che ha preceduto il voto per il rinnovo del Parlamento è stata tesa e difficile e si è incentrata essenzialmente su come frenare l’arrivo di nuovi stranieri, tema ‘forte’ ovunque in Europa, e cavalcato abilmente dagli Svedesi Democratici. Solo nel 2015 erano stati accolti più di 160mila nuovi migranti, un’enormità per un paese di 10 milioni di abitanti.

Come in Italia e prima ancora in Germania, il quadro politico è altamente frammentato a causa del crollo dei partiti tradizionali. Le due coalizioni non raggiungono la maggioranza e anche una Grosse Koalition tra moderati e socialisti non supera quota 175 seggi, prospettando per Stoccolma un nuovo governo di minoranza con i Democratici Svedesi ancora più agguerriti di quattro anni fa.

Rispetto al 2014, il 41% degli elettori ha cambiato il suo voto: è il segnale del profondo malcontento che ha spinto l’ascesa dell’estrema destra (ma anche gli ex comunisti con il 9%, il doppio rispetto a quattro anni fa) e ha affossato i socialdemocratici nelle urne. Basti pensare questo: se è plausibile che il 18% dei voti per i Democratici Svedesi arrivi da chi quattro anni fa ha votato a destra per i Moderati, certamente sorprendente è che una quota analoga – un elettore su cinque – arrivi dal principale partito di sinistra. Il declino della socialdemocrazia che attraversa i Paesi europei non risparmia neanche la Svezia.

Al termine di una tornata elettorale, che ha tenuto l’Europa con il fiato sospeso il futuro governo di Stoccolma è al momento un enigma: se si escludono accordi con la destra populista, il blocco di centrodestra avrebbe – secondo l’ultimo exit poll – il 39,6% dei consensi, mentre il centrosinistra raggiungerebbe il 39,4.

E senza l’ipotesi di una Gross Koalition tra i partiti tradizionali e filo-europei, i contatti con il partito anti-Ue del giovane leader Jimmie Akesson appaiono inevitabili. Un altro messaggio a Bruxelles prima della stagione primaverile che porta con sé il voto europeo, mai così incerto e insidioso.

Fonte: HuffingtonPost.it (qui)