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Gran Bretagna, Immigrazione, Politica

Corbyn: l’immigrazione di massa ha distrutto le condizioni dei lavoratori britannici.

Il leader del Labour Jeremy Corbyn dichiara esplicitamente quello che nel nostro paese una “sinistra” allo sbando non vuole ammettere: che l’immigrazione incontrollata serve a distruggere le condizioni del lavoro, sostituendo con manodopera sottopagata i lavoratori locali. A vantaggio unicamente delle imprese. Corbyn, immediatamente accusato di essere “ukippista” (e, si può immaginare, lo sarebbe di essere leghista qui da noi), fa una proposta razionale: l’immigrazione deve essere basata sui posti di lavoro disponibili e sulle capacità di svolgere quel lavoro. Per questo, ritiene indispensabile che con l’uscita dall’UE la Gran Bretagna esca anche dal mercato unico, che prevede la libera circolazione delle persone. Insomma, la Brexit a quanto pare ha schiarito le idee ai Labour, che pure erano per il Remain: meglio tardi che mai (a parte i molti lavoratori che ci hanno già rimesso il posto).

Il leader del Labour ha dichiarato ad Andrew Marr che il suo partito vuole lasciare il mercato unico.

L’immigrazione di massa dall’Unione Europea è stata utilizzata per “distruggere” le condizioni dei lavoratori inglesi, ha dichiarato oggi Jeremy Corbyn.

Il leader del Labour è stato incalzato a proposito della posizione del suo partito nei confronti dell’immigrazione durante il programma televisivo di Andrew Marr. E ha ribadito la sua convinzione che la Gran Bretagna debba lasciare il mercato unico, sostenendo che “il mercato unico dipende dall’adesione all’UE… le due cose sono inestricabilmente legate“.

Corbyn ha dichiarato che il Labour sostiene invece un “accesso al libero commercio senza dazi“. Tuttavia, altri paesi che hanno stretto questo tipo di accordo, come la Norvegia, hanno accettato le “quattro libertà” del mercato unico, che includono la libera circolazione delle persone. Il parlamentare laburista Chuka Umunna ha condotto un tentativo in parlamento di far restare la Gran Bretagna nel mercato unico, sostenendo che il 66 per cento dei membri del Labour vogliono rimanere. Nicola Sturgeon, del SNP (partito nazionale scozzese, ndT), ha affermato che “l’incapacità del Labour di schierarsi dalla parte del buon senso sulla questione del mercato unico li renderà colpevoli del disastro della Brexit quanto i Tories“.

Perorando la causa dell’uscita dal mercato unico, Corbyn ha usato un linguaggio che raramente gli abbiamo sentito usare – accusando l’immigrazione di avere delle ripercussioni sulla vita dei lavoratori britannici.

Il leader del Labour ha affermato che anche dopo l’uscita dall’Unione europea, comunque resterebbero lavoratori europei in Gran Bretagna e viceversa. E ha aggiunto: “Quella che cesserebbe sarebbe l’importazione all’ingrosso di lavoratori sottopagati dall’Europa centrale, per distruggere le condizioni del lavoro, in particolare nel settore edile”.

Corbyn ha affermato che proibirebbe alle agenzie di pubblicizzare offerte di lavoro in Europa centrale – chiedendo loro di “pubblicizzarle prima nella loro zona”. Questa idea si basa sul  “modello Preston”, adottato in questa località dalle autorità locali, nell’intento di dare la priorità alle imprese locali per i contratti del settore pubblico. Le norme dell’UE impediscono questo sistema, considerandolo una forma di discriminazione.

In futuro, i lavoratori stranieri “verrebbero da noi in base ai posti di lavoro disponibili e alla loro capacità di svolgerli. Quello che non permetteremmo più è questa pratica delle agenzie, svolta in modo piuttosto vergognoso – reclutare forza lavoro a salario basso e portarla qui, per licenziare la forza lavoro già esistente nell’industria edile, e poi sottopagarla. È spaventoso, e le uniche a trarne vantaggio sono le imprese”.

Corbyn ha anche affermato che un governo guidato da lui “garantirebbe il diritto dei cittadini dell’UE a rimanere qui, incluso il diritto al ricongiungimento familiare” e spererebbe in una disposizione reciproca da parte dell’UE per i cittadini britannici all’estero.

Matt Holehouse, corrispondente UK / UE per MLex, ha dichiarato che il modo di parlare di Corbyn era “Ukippista”.

Quando Andrew Marr gli ha chiesto se avesse simpatizzato per gli euroscettici – dopo avere votato in passato contro i precedenti trattati dell’UE, come quello di Maastricht – Corbyn ha chiarito la sua posizione sull’UE: è contrario a un “mercato libero senza regole in Europa”, ha affermato, ma ha sostenuto gli aspetti “sociali” dell’UE, come il sostegno ai diritti dei lavoratori. Tuttavia, non ha apprezzato il divieto di dare aiuti di Stato all’industria.

Sulle tasse universitarie, è stato chiesto a Corbyn: “Cosa intendeva quando ha detto che se ne occuperà?”. La risposta è stata che “riconosceva” che i laureati devono affrontare un enorme fardello per pagare le loro tasse, ma che non si impegnava a cancellare tutti i debiti degli anni precedenti. Tuttavia, il Labour una volta al governo abolirebbe le tasse universitarie. Se avesse vinto le elezioni del 2017, gli studenti nel 2017/18 non avrebbero pagato le tasse universitarie (o sarebbero stati rimborsati).

L’intervista ha anche riguardato il divario legato al genere negli stipendi della BBC. Corbyn ha affermato che il Labour punta a esaminare il problema del divario di stipendio legato al genere con audit in tutte le imprese e a introdurre una proporzione salariale – in un’impresa nessuno può ricevere uno stipendio più di 20 volte maggiore di quello del dipendente con il salario più basso. “La BBC deve guardare a se stessa… il divario retributivo è astronomico“, ha aggiunto.

Ha aggiunto che non pensava fosse “sostenibile” per il governo assegnare al DUP (partito politico protestante di estrema destra dell’Irlanda del Nord, ndT) un miliardo e mezzo di sterline  e di aspettare con impazienza un’altra elezione.

Fonte: vocidallestero.it (qui) articolo di Helen Lewis, 23 luglio 2017

Lobby, Politica

Trasparenza, al Senato lobby senza regole In Parlamento ferme sei proposte per una legge che tutti vogliono (solo a parole)

Dopo sei mesi Palazzo Madama resta la prateria per i “portatori di interessi”. Non ci sono registri né regole, e neppure la volontà di introdurli. Alla Camera resta il tentativo maldestro inaugurato dalla Boldrini che si conferma inutile ai fini di far capire il reale scopo degli incontri. Una normativa nazionale? Sei proposte nelle commissioni parlamentari, per nessuna è partita la discussione.

A parole la chiedono tutti, nei fatti nessuno la vuole. L’Italia continua a non avere una legge nazionale sulle lobby. Perfino in Parlamento, il tempio stesso delle leggi, si fatica a istituire una disciplina seria ed efficace, lasciando ampi margini ai cosiddetti “portatori di interesse”. Alla Camera da due anni c’è il Regolamento con relativo registro che ad ogni occasione di verifica si rivela un flop. In Senato non c’è nulla di nulla e – come vedremo – neppure l’intenzione di dotarsi di una qualche forma di autoregolamentazione, fosse anche di facciata. Con l’M5S al governo, forte anche di una ampia componente parlamentare, sembrava la legislatura della svolta. Nei primi sei mesi, il cielo dei lobbisti in Parlamento continua a splendere e nessuno sembra preoccupato di intervenire contro le pressioni sugli eletti e sul processo legislativo.

Dal 23 marzo sono state depositate sei proposte di legge, quattro al Senato e due Camera. Nessuna di iniziativa governativa. Sono assegnate alle rispettive commissioni Affari Costituzionali ma nessuna ha cominciato l’esame. I proponenti sono perlopiù del Pd,  i cui deputati e senatori (Madia, Verducci, Valente, Misiani) hanno ripresentato vecchie proposte rimaste appese alla scorsa legislatura, che ne aveva partorite addirittura 18 senza che una arrivasse in aula. Anche Riccardo Nencini del Misto ha riproposto la sua al Senato. M5S ha elaborato una proposta sulle lobby, a firma del deputato Massimo Baroni, ma è limitata al settore della salute, volta cioè a regolare i rapporti tra organizzazioni sanitarie e produttori di dispositivi medici e farmaci. Sul fronte dei “palazzi” niente. Un dato sorprendente.

Alla Camera l’incompiuta
In mancanza di una legge nazionale, resta la via dell’autoregolamentazione inaugurata alla Camera per volontà dell’allora presidente Laura Boldrini a marzo 2017, quando Montecitorio adottò per la prima volta un regolamento e Registro delle lobby. Le resistenze dei deputati furono tali da condizionare il testo: senza  sanzioni e obblighi, il regolamento è rimasto un libro delle buone intenzioni, come ha dimostrato la disamina di OpenPolis e la prova “sul campo” di Fq Millennium, coi finti-lobbisti che spacciandosi per emissari di una lobby inesistente hanno strappato promesse ai deputati fuori del “recinto” dei portatori di interesse, bypassando l’abc del codice.

Correttivi in vista, non se ne vedono. Al  momento si contano sei proposte di modifica del regolamento, nessuna relativa al registro delle lobby. Se ne contano invece due volte a dare un contributo essenziale cambiando la denominazione delle commissioni parlamentari: la XII che da Affari Sociali diventa “Salute e politiche sociali” e la VII che aggiunge alla dicitura Cultura, scienza e istruzione anche ricerca, editoria e sport. Fermare i lobbisti non è una priorità. Eppure un tagliando servirebbe eccome.

In una recente analisi Open Polis racconta che le schede anagrafiche e le relazioni relazioni annuali delle 200 realtàiscritte sfiorano la presa in giro. L’art. 4 del regolamento prevede che la struttura accreditata “dia conto dei contatti effettivamente posti in essere, degli obiettivi perseguiti e dei soggetti nel cui interesse l’attività è stata svolta, con le eventuali variazioni intervenute, nonché dei dipendenti o collaboratori che hanno partecipato all’attività”. Informazioni che mancano del tutto in alcuni casi, “come Cattaneo&Zanetto o la Comin&Partnersche sono due delle società di lobbying più grandi in Italia, non sono rese disponibili le relazioni sull’attività del 2017”. Primarie realtà come Eni, Leonardo, Philip Morris, British american tobacco, Unipol e altre hanno depositato la loro relazione annuale, ma come si vede dal sito della Camera sono così generiche da non fornire alcun contributo conoscitivo in merito alle persone incontrate e alle motivazioni dell’incontro. 

Senato, praterie per i lobbisti
Il vero scandalo è però nell’altro ramo del Parlamento, dove neppure si palesa l’intenzione di regolare in qualche modo i “gruppi di pressione”, anche per  contrarietà del presidente Maria Alberti Casellati. Se a Montecitorio registro e regolamento sono giusto qualcosa, il “niente” nell’altro ramo parlamentare lo vanifica, perché in un sistema bicamerale le pressioni più meno debite sventate da una parte si concentrano facilmente dall’altra. In altre parole, basta appostarsi davanti alle commissioni del Senato e prima o poi arriveranno i testi sui quali agire. E l’occasione di abbordare, condizionare, influenzare è servita su piatti d’argento.

Ci sono segnali su una volontà, anche minoritaria, di cambiare le cose? Nei primi sei mesi della XVIIIesima legislatura neppure l’ombra, né sul fronte dei questori, né presso l’ufficio di presidenza e neppure per iniziativa di uno soltanto dei 315 eletti alla camera alta. Le proposte di modifica regolamentare trasmesse finora sono soltanto due, una chiede di istituire una “Commissione permanente per il Sud e le isole”, l’altra volta a rendere omogenea la disciplina degli emendamenti tra Camera e Senato. Queste sono priorità, non arginare le pressioni che alterano leggi e democrazia.

Fonte: ilfattoquotidiano.it (qui)
Politica, Sondaggi

Sondaggi, Lega allunga sul M5s. E Conte interpella la Merkel

Le polemiche intorno al caso SeaWatch 3, che vedono ancora una volta Matteo Salvini protagonista di uno stop allo sbarco di poche decine di migranti salvati da una Ong, non hanno intaccato il consenso della Lega nei sondaggi. Nel corso dell’ultima settimana, al contrario, le intenzioni di voto portano il Carroccio 1,1 punti più in alto rispetto alla precedente rilevazione Swg, al 32,6%.

La linea dura sui migranti, piuttosto, sembra nuocere al Movimento 5 Stelle, in calo di otto decimali al 24,9% dei consensi.
Perdono quota, nella settimana conclusa il 28 gennaio, anche i partiti “tradizionali”. Negli ultimi sondaggi il Pd ha ceduto 0,7 punti al 17,2%, Forza Italia è arretrata di mezzo punto all’8,1%. Modesto incremento, infine, per Fratelli d’Italia che acquisisce un decimale al 4,5%.

L’istituto Swg, che ogni settimana compila un sondaggio politico per il Tg La7, ha calcolato il consenso potenziale del nuovo cartello politico lanciato da Carlo Calenda in vista delle elezioni dell’Europarlamento. Il listone “Siamo Europei” comprenderebbe Pd, +Europa, Verdi e altre liste civiche.

Il progetto progressista e filo europeista godrebbe di un consenso compreso fra il 20 e il 24%, equivalente più o meno la somma dei consensi riconosciuti ai singoli partiti. Un risultato discreto, ma insufficiente a scalzare M5S o Lega alle europee di fine maggio.

La crescita della Lega non lo si deve soltanto al successo della politica sull’immigrazione (perlomeno sotto il profilo dell’immagine). Sembra dovuta anche a un consenso più trasversale del provvedimento economico di bandiera del governo sulle pensioni: Quota 100.

Conte chiede consigli a Merkel su come arginare la crescita della Lega

Secondo il sondaggio Quorum/YouTrend trasmesso su SkyTg24, infatti, la finestra di pensionamento anticipato fortemente voluta dalla Lega piace al 60,8% degli italiani. Al contrario, il Reddito di Cittadinanza, il cavallo di battaglia dei Cinque Stelle, convince solo il 45,3% del campione (che in maggioranza si dice contrario al sussidio di disoccupazione).

L’approvazione del cosiddetto Reddito di Cittadinanza, non costerebbe invece consensi alla Lega, in quanto l’89,8% del suo elettorato approva questa misura. Questo nonostante il fatto che a beneficiarne pare che sarà soprattutto il Mezzogiorno. È al Sud infatti che il tasso di povertà, specie tra i giovani, è più elevato.

Insomma, il fatto che al World Economic Forum di Davos il premier Giuseppe Conte abbia confidato ad Angela Merkel che il M5s è “preoccupato”, non è poi così stupefacente. La perdita di terreno nei confronti dell’alleato Salvini continua, nonostante l’avvio del Reddito di cittadinanza.

Elezioni, Politica, Sondaggi

Sardegna. I primi sondaggi. Solinas (Cdx) in testa segue Zedda (Csx). M5S al 23,5%, PD al 12,6%, Lega al 14,6% e FI al 6,3%.

Sono i risultati di Swg pubblicato oggi dal quotidiano La Nuova Sardegna sulle intenzioni di voto dei sardi per le regionali del 24 febbraio.

Il candidato del centrodestra Christian Solinas avanti, anche se in calo rispetto a tre mesi fa e quello del centrosinistra Massimo Zedda che insegue al secondo posto staccando Francesco Desogus del M5s, terzo. Sono i risultati di un sondaggio di Swg pubblicato oggi dal quotidiano La Nuova Sardegna sulle intenzioni di voto dei sardi per le regionali del 24 febbraio.

Un’indagine che vede gli altri quattro aspiranti governatori molto lontani dai primi tre, mentre gli indecisi sono il 27%. Solinas, sulla base di una stima effettuata il 26 gennaio, avrebbe tra il 33% e il 37% dei consensi, in diminuzione rispetto alla ‘forbice’ del 36-40% del 26 ottobre 2018.

Zedda si attesterebbe tra il 29% e il 33%, in recupero rispetto al 27-31% di tre mesi fa. In calo anche Desogus che partiva a ottobre da un 26-30% di dichiarazioni di voto mentre a gennaio si riduce a un 22-26%. Molto lontani gli altri: Mauro Pili (Sardi Liberi) al 4-6%, Paolo Maninchedda (Partito dei Sardi) 1-3%, Andrea Murgia (Autodeterminatzione) 1-3% e Vindice Lecis (Sinistra Sarda) 0-2%. Nel complesso, la coalizione di centrodestra risulta abbondantemente in testa col 38,8% dei consensi (+7,7% rispetto alle politiche del 4 marzo scorso) mentre il centrosinistra si ferma al 29,3% (+8,6% nei confronti delle politiche).

Il Movimento 5 Stelle e’ accreditato di un 23,5% con un vero e proprio crollo – secondo il sondaggio – rispetto alle elezioni di un anno fa quando aveva ottenuto il 42,5% dei consensi. Tra i partiti – sempre secondo il sondaggio pubblicato da La Nuova Sardegna – crolla anche Forza Italia che passa dal 14,8% delle politiche al 6,3% e continua a perdere voti anche il Pd con il 12,6 % dei consensi a fronte del 14,8% del 4 marzo 2018.

La Lega, invece, cresce di quasi quattro punti passando dal 10.8% delle politiche al 14,6% delle intenzioni di voto del sondaggio Swg. L’alleato Partito Sardo d’Azione e’ accreditato di un 3,1%: non e’ possibile un raffronto con le politiche in quanto correva con la Lega ma solo con le regionali del 2014 quando aveva ottenuto il 4,7% dei voto. Per quanto riguarda l’orientamento di voto ai partiti gli indecisi sono il 28%.

Fonte: sardegnalive.net (qui)

Magistratura, Politica

Diciotti, Dagospia: la lettera di Matteo Salvini scritta da Giulia Bongiorno.

Non ci sarebbe Carlo Nordio, ma Giulia Bongiorno dietro alla svolta di Matteo Salvini, svolta segnata dalla lettera al Corriere della Sera in cui il vicepremier della Lega afferma che non deve essere processato e che dunque l’autorizzazione a procedere nei suoi confronti richiesta dal tribunale dei ministri di Catania non deve essere accolta. La bomba la sgancia Daospia, che ricorda come l’avvocato Bongiorno, “che ben conosce l’ambiente dei magistrati, sa che vogliono farla pagare” a Salvini. E ancora: “La sentenza sui 49 milionidella Lega, le indagini sui fondi all’estero, le piste sui rapporti con la Russia: i filoni sono tanti ma finora nessuno ha davvero attecchito”. Ma in questo caso, secondo Dago, sarebbe diverso: “Se tre giudici chiedono l’imputazione coatta dopo che un pm (Zuccaro) ha chiesto l’archiviazione, vuol dire che hanno in mano qualcosa di giuridicamente solido“, spiega l’articolo.

E quel qualcosa di solido potrebbe stare nel fatto che la Diciotti era una nave della Guardia di Finanza, mentre la Sea Watch è una nave battente bandiera olandese si una Ong tedesca. Le argomentazioni giuridiche che in questi giorni Salvini usa contro l’Olanda potrebbero non reggere, dunque, nel caso della Diciotti. Insomma, la possibilità che Salvini rischi qualcosa in quel processoesistono. E se scattasse una condanna superiore ai cinque anni, come è noto, scatterebbe l’interdizione dai pubblici uffici. Inoltre, la legge Severino aggiungerebbe la sospensione dalla carica fino a 18 mesi, nonché l’ineleggibilità per chi ha condanne definitive superiori ai due anni. Queste le ragioni che, secondo Dagospia, avrebbero spinto la Bongiorno ad inserirsi nella vicenda e, soprattutto, a scrivere la lettera al Corriere della Sera, poi firmata da Salvini.

Debito pubblico

Titoli di Stato, venduti in asta 6,5 miliardi di Bot e 5,2 miliardi di Btp. Tassi in calo, quelli sui semestrali tornano negativi

I rendimenti dei quinquennali sono scesi all’1,49% dall’1,79% del collocamento di dicembre, quelli dei decennali dal 2,7 al 2,6%. Per i Bot a sei mesi tassi in calo di 24 punti base a -0,025%. Secondo gli analisti hanno avuto un impatto positivo sia l’accordo tra governo e Ue per evitare la procedura d’infrazione sia l’impegno della Bce a mantenere una politica monetaria accomodante.

Andamento positivo per le ultime aste di titoli di Stato di gennaio. Martedì il Tesoro ha assegnato tutti i 5,25 miliardi di euro di Btp a 5 e 10 anni offerti in asta, con tassi in discesa. Il rendimento medio del quinquennale è sceso all’1,49% dall’1,79% del collocamento di dicembre e quello del decennale, che tra ottobre e novembre aveva superato il 3,6%, si è fermato al 2,6% (dal 2,7% del mese scorso). In totale la domanda ha superato i 7 miliardi di euro. Lunedì erano stati collocati 6,5 miliardi di Bot semestrali, con rendimenti in calo ancora più marcato: sono tornati in territorio negativo (-0,025%) per la prima volta dall’aprile 2018, diminuendo di 24 punti base rispetto alla tornata del 27 dicembre (0,215%). La domanda è stata pari a 1,82 volte l’importo offerto, in rialzo rispetto all’1,33 di dicembre. All’asta del 29 agosto il rendimento aveva toccato lo 0,438 per cento.

Il vicepremier e ministro dell’Interno Matteo Salvini ha commentato dicendo: “Significa che, sia in Italia che all’estero, si fidano della manovra economica e di questo governo: abbiamo cominciato a guadagnare il terreno perso da altri. L’Italia è un Paese sano”. Secondo gli analisti, il rientro delle tensioni sui titoli del debito pubblico italiano è legato da un lato all’accordo tra governo e Unione europea che a ridosso di Natale ha evitato la procedura d’infrazione, dall’altro all’impegno della Banca centrale europea a mantenere una politica monetaria accomodante alla luce dei rischi al ribasso per le economie dell’Eurozona.

Intanto è calato anche lo spread tra Btp e Bund tedeschi: mercoledì il differenziale si è ridotto a 241 punti base, rispetto ai 243 registrati in apertura, con un rendimento al 2,61%, il minimo da settembre 2018.

Fonte: ilfattoquotidiano.it (qui)

Investimenti, Territorio bresciano

Toninelli: «Corda molle, tram, aeroporto e Tav le priorità bresciane»

Di seguito la recente intervista, dell’ottimo giornalista Gorlani del Corriere Brescia, al Ministro delle Infrastrutture Toninelli. Avevamo già sollecitato sul tema dell’Aeroporto di Montichiari e sulla situazione di palese disimpegno del gestore verso gli obblighi di attuazione e sviluppo dello scalo monteclarense.

Il ministro: «Resta altissima la mia attenzione sulla situazione delle ferrovie lombarde. Lo scorso novembre ho incontrato personalmente Rfi, la Regione e Trenord per definire il piano degli interventi e degli investimenti da oggi ai prossimi due anni».

A che punto è l’analisi costi-benefici della linea Tav Brescia-Verona? È possibile che si opti per il quadruplicamento della linea storica anziché il nuovo tracciato? A quanto ammontano le eventuali penali per la rinuncia all’opera?
«L’analisi costi-benefici sul Tav Brescia-Verona arriverà a breve. Come per le altre grandi opere sottoposte a questa procedura verrà poi valutata anche l’analisi giuridica e si procederà quindi ad una decisione politica sulla realizzazione o meno. Come è stato per il Terzo Valico e come sarà a strettissimo giro per il Tav Torino-Lione. A quel punto potrò rispondere puntualmente sia sulla questione penali sia sull’eventualità di un progetto alternativo».

Nodo autostrada di Valtrompia: l’ex ad di Anas, Gianni Vittorio Armani, aveva promesso l’avvio dei lavori entro agosto 2019. L’opera è voluta dalla Lega, dai sindaci del territorio, dagli industriali. I 5 Stelle sono contrari e siedono anche nel comitato «No autostrada, sì metrobus» che chiede il prolungamento del metrò fino a Concesio. Qual è la scelta del ministero? 
«Su quest’opera si stanno valutando soluzioni che siano efficienti e al tempo stesso non impattanti, nella certezza che le opere vadano fatte se servono a chi le usa, non a chi le costruisce». 

Nell’ottica di un potenziamento della mobilità sostenibile il Comune di Brescia ha inoltrato al suo Ministero la richiesta di 200 milioni di contributi per realizzare tre linee di tram di superficie nelle zone della città non coperte dal metrò. Secondo Lei un progetto valido e finanziabile?
«Il bando per la presentazione delle istanze di finanziamento per interventi di mobilità sostenibile da parte dei Comuni si è chiuso il 31 dicembre scorso. Gli uffici preposti del Mit stanno ora valutando tutte le richieste arrivate e verrà dunque stilata una graduatoria per il riparto dei 2,4 miliardi di euro disponibili per questi interventi. Anche il Comune di Brescia sarà dunque all’interno di questa graduatoria, in base ai requisiti richiesti dal bando, e disponibili sul sito del Mit». 

La gestione veneta dell’aeroporto di Montichiari è fallimentare: lo scalo conta 8 mila passeggeri l’anno (quelli che Orio al Serio fa in sei ore) ed è crollato il traffico di merci. Intende mettere a gara europea la concessione, come aveva indicato il Tar nel 2014? Per il nuovo piano nazionale aeroporti, quello Bresciano è uno scalo strategico? Se non lo è, perché non chiuderlo?
«Nell’ambito degli Stati generali del trasporto aereo, che verranno svolti a breve, saranno valutate le azioni necessarie per una revisione generale del piano degli aeroporti. In tale contesto sarà opportunamente valutata la questione relativa all’aeroporto di Brescia Montichiari».

Da anni si attende la conclusione della Corda Molle, la bretella autostradale che collega Ospitaletto a Montichiari. Il tratto tra Azzano Mella e Ospitaletto (13 km), ad una sola corsia per senso di marcia, è molto pericoloso. Ha contezza della tempistica? Autovie Padane ha presentato il progetto esecutivo?
«Gli uffici del Ministero mi hanno comunicato che allo stato attuale la concessionaria sta predisponendo la nuova progettazione. Continueremo a monitorare la situazione». 

Dal 2010 Orzivecchi attende il completamento della tangenziale: sotto il suo sedime sono state smaltite scorie di acciaieria e per la bonifica e il completamento dei lavori servono 10 milioni, che la Provincia fatica a reperire. Potrebbero arrivare risorse extra dal ministero?
«Il Ministero non è direttamente competente per la tangenzialina di Orzivecchi. Approfondiremo comunque se, nelle more delle risorse disponibili a bilancio, sia possibile o meno un intervento del genere». 

Sarà certamente a conoscenza delle fortissime criticità delle linee ferroviarie locali: la Brescia-Parma è ancora a binario unico e con locomotori diesel. È ancora valido il progetto della riqualificazione di questa linea?
«Resta altissima la mia attenzione sulla situazione delle ferrovie lombarde. Lo scorso novembre ho incontrato personalmente Rfi, la Regione e Trenord per definire il piano degli interventi e degli investimenti da oggi ai prossimi due anni, così da trovare una soluzione efficace e definitiva ai problemi che affliggono da anni il trasporto ferroviario in Lombardia. C’è già un incremento di mezzi e di personale. Certamente non basta, ma l’impegno inizia a produrre i primi frutti».

Questione smog: perché non abbassare il limite massimo di velocità (a 110 km orari) nel tratto cittadino dell’autostrada A4 nei giorni di eccessivo inquinamento, come proposto dal Comune di Brescia? Provvedimenti simili sono stati adottati in Canton Ticino ma anche a Bolzano. Non è possibile un impegno del ministero in tal senso superando la contrarietà dei concessionari autostradali?
«Su questo l’Italia dovrebbe mettersi al passo con altri Paesi esteri dove esistono regole che obbligano gli automobilisti a rallentare in autostrada nei giorni in cui le emissioni sforano i valori stabiliti. Ma se vogliamo avere cura del pianeta, serve più di tutto una riconversione verso l’elettrico dei veicoli su gomma. E gli incentivi inseriti nella Legge di Bilancio che prevedono bonus, fino a 6 mila euro, per l’acquisto di auto elettriche e ibride, vanno esattamente in questa direzione».

Fonte: corriere.it edizione Brescia (qui) Articolo di P. Gorlani