Innovazione, Intelligenza artificiale, Rivoluzione digitale

Fca, Elkann: “Primi al mondo con Google per l’auto a guida autonoma. Pronti per il primo servizio di robot-taxi al mondo”.

Se il fenomeno Uber ha sollevato le proteste della categoria dei taxi tradizionali per concorrenza senza le prescritte autorizzazioni. I robot-taxi saranno ancora più insidiosi per il mercato tradizionale.  Ci prova Fiat Chrisler Automobiles in alleanza con Google.

Fca è pronta ad affrontare le sfide dell’auto del futuro, a partire dalla guida autonoma e dalle vetture ecologiche “che saranno immaginate e prodotte in Italia”. E lo farà “con lo stesso spirito coraggioso e visionario del passato”. Parola del presidente John Elkann, che parla di innovazione al Museo Nazionale dell’Automobile davanti ai Cavalieri del Lavoro. E annuncia, grazie alla collaborazione con Google, il primo servizio di robot-taxi.

“Per quanto riguarda la guida autonoma – spiega Elkann – è un po’ come andare su Marte. Tra tutti i costruttori di auto, soltanto Fca ha già un prodotto la Pacifica Waymo, a guida autonoma. La nostra partnership con Waymo, che è la società di Google dedicata alle vetture autonome, è in continua evoluzione, tanto che quest’anno abbiamo annunciato la fornitura di altre 62.000 Pacifica ibride, che verranno usate per il primo servizio di robot-taxi al mondo”. Elkann sottolinea che “le auto che si guidano da sole possono aumentare la sicurezza, ridurre il traffico e potenzialmente azzerare gli incidenti causati da errore umano. E possono anche offrire un nuovo livello di indipendenza e di qualità della vita per le persone anziane e disabili”.

Anche sul fronte dell’auto ecologica Fca ha “una esperienza vasta e profonda”. “Sei anni fa – dice Elkann – abbiamo lanciato la 500 elettrica in California, dove i regolamenti impongono un livello minimo di veicoli a ‘emissioni zero’. Il sistema è stato inserito dalla rivista Wards tra i 10 migliori motori elettrici. La Pacifica Hybrid è il primo e unico minivan elettrico del settore, anch’esso nominato da Wards tra i migliori motori elettrici. Per due anni di fila. Questa è la strada su cui intendiamo proseguire. Le soluzioni tecniche che stiamo sviluppando ci permetteranno di stare al passo con i requisiti normativi, di ridurre le emissioni in modo significativo, e anche di valorizzare i punti di forza dei nostri marchi.

Intendiamo lanciare una famiglia 500 ‘verde’, che sia rispettosa dell’ambiente, con motori ibridi ed elettrici. E queste vetture ecologiche saranno immaginate e prodotte proprio qui nel nostro Paese. Il futuro ha in serbo altri cambiamenti e nuove sorprese, ma noi vediamo questi cambiamenti in maniera estremamente positiva”.

Fonte: repubbica.it (qui)

Il Commento

Siamo di fronte ad una svolta rivoluzionaria o all’ennesima edizione del gattopardo? Quali possibili conseguenze possono derivare dal 2,4% di deficit?

Con drammi e patemi d’animo degni della miglior commedia all’italiana, la manovra del popolo è divenuta finalmente realtà mettendo in scacco la linea-Tria con un roboante deficit di bilancio programmato del 2.4%. All’interno della fredda percentuale galleggiano i fantasmi del reddito di cittadinanza, la riforma delle pensioni (fatidica quota 100), l’avvio della riforma tributaria e la cosiddetta pace fiscale tra Stato e debitori. More solito, i provvedimenti del governo gialloverde hanno scatenato le reazioni bavose dell’establishment liberal-europeista, a ruota seguiti dai fedeli cani da cortile del giornalismo perbene e moderato. Non staremo qui ad annoiare il lettore: tra evocazioni spettrali del terribile spread, giugulatorie piangenti per il crack prossimo venturo dell’INPS e conati pieni di livore dei nostri Hayek alla matriciana il materiale è tanto e tale da riempire le infinite pagine del bestiario nazionale. Dedichiamo il nostro tempo ad altro. Dal punto di vista politico, il provvedimento finanziario dell’esecutivo Conte rappresenta una novità? Quali possibili conseguenze possono derivare dal 2,4% di deficit? Siamo di fronte a una svolta rivoluzionaria o all’ennesima edizione del gattopardo?

A nostro modesto avviso, la manovra del popolo non è altro che un atto di interlocuzione, una pausa delle operazioni belliche in vista di una battaglia probabilmente decisiva ancora al di là dal venire. Spieghiamoci meglio. Il deficit al 2,4% si inserisce in perfetta continuità con la dinamica degli ultimi dieci anni, risultando addirittura inferiore alle perfomance del dottor morte Monti (all’epoca non si ricordano vesti stracciate e pianti da parte dei nostri media, ma si sa, la coerenza dei fatti fa sempre a pugni con il vento dell’opportunismo). Siamo ancora entro i parametri di Maastricht, smentendo dunque i malumori della commissione Juncker. In sostanza, non esiste soluzione di continuità tra l’ultima finanziaria Padoan e la prima Tria. E lo spread? E la volatilità dei mercati?

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Qui casca l’asino, nel senso che Imercati – rigorosamente attaccati e in maiuscola come si suole con le divinità – possono avere tanti difetti, ma scemi non sono e certo non vanno dietro ai timori da educande della nostra stampa. Il differenziale tra btp e bund tedeschi, infatti, sconta il rischio di uscita dell’Italia dall’euro, compensando ex ante la possibile ridenominazione in nuove lire dei titoli di stato con conseguente svalutazione per il creditore estero del capitale. Come sempre, è un fatto politico, a maggior ragione esasperato dalla prossima fine del quantitative easing e dal fine-mandato di Mario Draghi. Il Regno Unito ha prodotto per anni corposi deficit di bilancio, come del resto realtà con debiti pubblici monstre come USA e Giappone, ma nessun finanziere ha mai speculato sui titoli di quei paesi per il semplice fatto che la sovranità monetaria copriva totalmente ogni rischio di insolvibilità. Non disponendo di una banca centrale prestatrice di ultima istanza – come il piano Savona prevede e nessuno in Ue realmente vuole… – risulta invece un gioco da ragazzi speculare su nazioni ridotte al rango di debitori insolventi.

Il problema fondamentale resta quindi l’euro, costruzione folle e criminale frutto di trent’anni di subordinazione della Repubblica ai diktat dell’asse franco-tedesco. Non si spiega altrimenti come e perché misure non certo leniniste come la riforma pensionistica e il reddito di cittadinanza (cioè una riforma del contributo di disoccupazione) debbano mettere in ambasce le piazze finanziarie e ricattare le scelte politiche di uno stato come l’Italia, in grado nonostante tutto di avere una bilancia dei pagamenti in attivo e mantenere un grado di ricchezza delle famiglie tra i primi al mondo nonostante due recessioni di gravità inaudite. In questo scenario, la manovra risulta interlocutoria proprio perché tenta, all’interno dei vincoli imposti dall’unione monetaria, da un lato di rianimare per quanto possibile il mercato interno e dall’altro evidenzia non andando oltre la condizione di colonia a cui s’è ridotta la patria. Inoltre, se un provvedimento sì moderato trovasse comunque i falchi di Bruxelles contrari e pronti alla procedura d’infrazione, il governo e le forze politiche che lo compongono avrebbero ottenuto un duplice successo: evidenziare la dittatura U€ (e con le europee a maggio non è certo poco) e portare, nel caso estremo ma non del tutto improbabile, a uno scontro totale tra Roma e Berlino con esiti pressappoco esplosivi per la moneta unica.

Il tanto rumore per nulla dei nostri media seri e boriosi ci permette di concludere con un’ultima riflessione. Più il malessere degli italiani si trasforma in fiducia nelle forze populiste, interpreti nonostante tutto di un genuino odio di classe nei confronti degli affamatori degli ultimi trent’anni, più emerge il livore e la miseria umana e morale di tutta una classe, quella del grande capitale italiano, che non riesce a pensare il proprio ruolo dominante al di fuori delle logiche di sfruttamento, svilimento e alienazione. Gli straccioni con mille zeri in banca sono oggi in grado di tifare spread – cioè la completa colonizzazione dell’Italia alla finanza internazionale sul modello della povera Grecia – pur di non dividere financo le briciole con le classi del Lavoro che sono la vera e unica forza produttiva del paese. A simil marmaglia, e ai loro inutili megafoni propagandistici, presto o tardi occorrerà tagliare gli artigli, pena la stasi e la fine di qualunque programma di liberazione nazionale.

Fonte: lintellettualedissidente.it (qui) Articolo di A. Romani del 29 settembre 2018.

Diritti fondamentali, Emergenza, Polmonite, Salute

Polmonite, il Codacons lancia un’azione collettiva per far valere i diritti di chi è stato contagiato in sede di procedimento penale aperto dalla Procura per epidemia colposa.

Il Coordinamento delle associazioni per la difesa dell’ambiente e la tutela dei diritti di utenti e consumatori lancia un’azione collettiva per consentire a chi è stato contagiato dal batterio della legionella, responsabile dell’epidemia di polmonite, nella bassa bresciana. Ecco il testo pubblicato sul sito codacons.it (qui).

SEI STATO CONTAGIATO DAL BATTERIO DELLA LEGIONELLA RESPONSABILE DELL’EPIDEMIA DI POLMONITE NEL BRESCIANO?

La Procura di Brescia ha aperto un fascicolo contro ignoti sul caso della diffusione del batterio della Legionella nella zona della Provincia di Brescia, che ha causato moltissimi contagi da polmonite e tre morti accertate. Il Codacons interviene e mette a disposizione la nomina di persona offesa, necessaria per chiedere il risarcimento dei danni subiti.

I FATTI

A Brescia il numero di casi di polmonite desta preoccupazione: nel corso delle prime settimane di settembre sono state numerose le persone giunte presso gli ospedali dell’area della Provincia di Brescia con la medesima diagnosi di polmonite, sino al punto che la vicenda ha assunto i contorni chiari dell’epidemia.

La zona interessata si estende sino al confine col mantovano e riguarda molti comuni, tra cui Calvisano, Carpenedolo, Acquafredda, Montichiari, Gavardo, Desenzano.

I contagi riguardano più di 400 residenti, con un numero di ricoveri per la stessa diagnosi in costante aggiornamento e più di una morte presumibilmente dovuta a polmonite. Solo lunedì 17 settembre ci sarebbero stati, secondo le notizie diffuse, altri 23 casi di polmonite.

LA LEGIONELLA

Gli accertamenti compiuti da Ats – Agenzia per la tutela della Salute di Brescia – e istituzioni hanno portato ad affermare che responsabile dell’epidemia di polmonite è il batterio della Legionella. Per quanto riguarda le cause dell’epidemia, dopo una prima ipotesi che ipotizzava una contaminazione dell’acqua, è emerso che, invece, l’infezione si sarebbe trasmessa per via aerea, a causa della presenza della legionella nelle torri di raffreddamento di tre grandi impianti industriali della zona: una cartiera a Montichiari, un’acciaieria a Calvisano e un’azienda meccanica di Carpenedolo.

Si legge dalla stampa che il direttore generale di Ats avrebbe spiegato che “Il batterio può aver proliferato nel serbatoio d’acqua di una di queste aziende chiuse per ferie in agosto, aiutato dalle elevate temperature estive”: con la ripresa delle attività il batterio potrebbe essersi propagato per chilometri, trasportato dal vento e dai temporali. Altre torri di raffreddamento potrebbero aver creato un effetto eco, “rilanciando”l’aerosol contagioso.

LE INDAGINI

A fronte di questa gravissima e preoccupante situazione, la Procura di Brescia ha aperto un fascicolo contro ignoti per epidemia colposa ed è in attesa dei risultati dell’autopsia disposta la scorsa settimana su due pazienti per i quali si sospetta la morte per legionella: un 69enne morto all’ospedale di Gavardo, nel Bresciano, e un anziano deceduto alla clinica Poliambulanza in città a Brescia.

Qualora nell’ambito del procedimento penale fossero accertate precise responsabilità per quanto sta accadendo, si aprirebbe per tutti i danneggiati la possibilità di richiedere il risarcimento del grave danno alla salute subito.

L’INIZIATIVA CODACONS

L’Associazione, per tutelare tutti i residenti nella Provincia di Brescia che sono stati contagiati dal batterio della Legionella, mette a disposizione la nomina di persona offesa da inviare alla Procura della Repubblica di Brescia.

È il primo atto che permette di segnalare la propria posizione agli inquirenti. In caso di rinvio a giudizio tutti gli aderenti all’iniziativa del Codacons saranno ricontattati per effettuare la costituzione di parte civile allo scopo di ottenere il risarcimento dei danni subiti.

Per maggiori informazioni o per aderire accedi al sito del codacons.it Sezione “Azioni collettive” (qui).

Intelligenza artificiale, Sicurezza, Tecnologia

SARI: Intelligenza Artificiale per la Polizia Italiana. Saremo tutti tracciati?

In un recente caso di cronaca (la rapina di Lanciano) la Polizia Scientifica di Brescia ha potuto arrestare due sospettati grazie SARI (Sistema automatico di un riconoscimento immagini), un sistema di riconoscimento facciale introdotto l’anno scorso al servizio della Polizia Di Stato. Si tratta di un sistema di Intelligenza Artificiale che mette a confronto e cerca di riconoscere i volti.

SARI ha due modalità di funzionamento, come si può intuire dalla bozza di contratto pubblicata sul sito della Polizia: la modalità Enterprise che confronta una fotografia con un database di grandi dimensioni (nell’ordine di 10 milioni di immagini) e genera “una lista di volti simili al volto ricercato”.

E una modalità Real Time “per il riconoscimento in tempo reale di volti presenti in flussi video provenienti da telecamere IP, con relativo confronto dei volti presenti nei flussi video con quelli di una “watch-list” (con una grandezza dell’ordine di 100.000 soggetti) e trasmissione di un alert in caso di match positivo”.

È un sistema concettualmente simile a quello che ognuno di noi può sperimentare in Google Photo, su iOS, su Amazon Photo o in tanti altri sistemi simili. Il software non solo sa riconoscere i volti umani, ma riesce anche a distinguere tra l’uno e l’altro. Quello che non si trova nei software commerciali, naturalmente, è il confronto con un database esterno composto da centinaia di migliaia o anche milioni di immagini; ciò che permette a SARI di dire questa foto potrebbe essere Tizio.

Nella fattispecie, SARI è sviluppato dall’azienda Parsec 3.26 con sede a Lecce ed è probabilmente basato sul loro prodotto commerciale Reco – Face Recognition System. Il database usato per il confronto è la banca dati SsA del sistema AFIS, e include 16 milioni di immagini grazie ad “altri database”.

Finora non è stato possibile chiarire da dove vengono le altre immagini, tant’è che il Deputato Federico D’Incà ha chiesto chiarimenti tramite un’interrogazione parlamentare ufficiale. C’è chi si domanda da dove arrivino quei sedici milioni di immagini e come siano state raccolte, e per ora sono domande senza risposta. Con il timore che i cittadini italiani siano stati inclusi a loro insaputa.

Altra criticità riguarda i falsi positivi. Fermo restando che la responsabilità ultima resta all’agente, questi sistemi di sorveglianza se la cavano piuttosto bene con le fotografie, ma quando si passa alle videocamere in tempo reale la precisione è discutibile nel migliore dei casi, disastrosa in quello peggiore.

L’altro problema riguarda la privacy di tutti: le videocamere registrano immagini e le conservano per chiunque passi sotto il loro occhio elettronico. Che si tratti di criminali incalliti o di cittadini perfettamente onesti, non cambia nulla: le immagini vengono conservate a lungo, mesi o anche anni a volte (dipende dalla legislazione e dagli eventi).

In Gran Bretagna, in occasione di una partita, un sistema simile ha individuato 2297 persone che sono state fermate e interrogate per errore. Ognuna di queste persone si è vista dunque convocare dalla polizia e poi ha subito un interrogatorio. Non è quindi solo una questione di principio, ma anche di problemi reali, dalla perdita di tempo al trauma emotivo.

Alcuni non ci vedono nessun problema, anzi magari si sentono più sicuri; altri invece credono che sia un’illecita violazione della privacy e della libertà individuale. Torniamo quindi a un’antica dicotomia mai davvero risolta, quella che contrappone libertà individuale e sicurezza pubblica. Per com’è andata la Storia recente, pare che siano due grandezze inconciliabili e inversamente proporzionali. Per avere una bisogna rinunciare all’altra e viceversa.

Fonte: tom’shardware (qui)

America, Economia, Esteri

Sapir: “E quindi Donald Trump fa meglio dei socialdemocratici…”

In questo articolo di fine agosto 2018 l’economista francese Jacques Sapir commenta l’accordo firmato dal Presidente USA Trump col Messico come un accordo rivoluzionario, in quanto per la prima volta osa introdurre il principio della protezione sociale negli accordi commerciali internazionali. Cose spesso proclamate dalla sinistra intellettuale, che tuttavia non ha mai neanche pensato di metterle in pratica in tanti anni di governo.  In questo contesto, colpisce la “demonizzazione a prescindere” di Trump da parte della grande stampa che, gravemente malata di partigianeria e incapace di valutare e distinguere, riconferma di aver del tutto abbandonato la sua originaria funzione di informazione al servizio della democrazia.

Un nuovo accordo commerciale in sostituzione del NAFTA è stato appena firmato tra gli Stati Uniti e il Messico [1]. Era noto sin dalla sua investitura che il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, voleva che questo accordo venisse rivisto. E dunque lo ha fatto, intanto con il Messico. Con il Canada, i negoziati sembrano più complicati. Nel nuovo accordo, vi è una clausola che attira l’attenzione: quella che stabilisce una forma di salario minimo per una parte dei lavoratori dell’automobile [2]. A quanto mi risulta, si tratta di una clausola rivoluzionaria negli accordi commerciali bilaterali o multilaterali. Risponde in parte alla proposta da me avanzata nel mio libro La Démondialisation [3] e segna l’ingresso del sociale e della lotta contro le delocalizzazioni negli accordi commerciali.

Le innovazioni contenute nell’accordo

Prima di tutto, dobbiamo osservare attentamente questa clausola.Di che si tratta? È scritto che dal 40% al 45% delle componenti delle automobili che circoleranno sotto questo accordo dovranno essere state fabbricate da lavoratori pagati con un salario minimo di almeno 16 dollari l’ora. Questo è un punto molto importante, ma non è l’unico.

L’accordo

In effetti, questo punto elimina in parte il vantaggio che le aziende possono avere a trasferire la loro produzione in Messico, per poi reimportarla negli Stati Uniti senza pagare i diritti dognali. In effetti, nel 2017 i salari medi in questo settore erano di $ 2.25 per ora. [4] Un contratto collettivo stipulato dalla filiale Volkswagen in Messico fissava dei salari che andavano da $ 1 a $ 4 all’ora. Nei fatti, nonostante i ripetuti scioperi, i produttori stabiliti in Messico, sia europei (VW, Audi) che americani o giapponesi, hanno resistito ferocemente alle richieste di aumenti salariali dei loro lavoratori. L’industria automobilistica era riuscita a creare in Messico ciò che il sito Business Insider ha giustamente definito un “Nirvana dei bassi salari”. [5] Infatti, anche relativamente alla produttività (che naturalmente negli Stati Uniti è più elevata), il salario in Messico rimane molto basso.

Livello dei salari in dollari USA in Messico su un periodo di 10 anni

Ma questo accordo non si limita a fissare un minimo salariale. Comprende anche, come leggiamo, delle clausole di tutela in materia di contrattazione collettiva. Tali clausole serviranno principalmente a proteggere i lavoratori messicani, esposti a una repressione brutale e spesso omicida. Ovviamente sarebbe meglio determinare il salario minimo in base al costo del lavoro reale, cioè non tenendo conto solo dello stipendio, ma anche dei contributi sociali, e mettendo in relazione questa somma con la produttività di ciascun paese. Analogamente, occorrerebbe aumentare la percentuale dei prodotti in questione, ad esempio dal 40-45% al 70-75%. Dunque questo accordo non è “perfetto”, ma è un enorme passo avanti nella giusta direzione. Ed è anche un passo che conferma come sia possibile – a condizione, naturalmente, di averne la volontà – introdurre delle clausole di protezione sociale negli accordi commerciali. È una lezione, e una lezione che merita di essere tenuta in considerazione.

Un freno alle delocalizzazioni?

Questo accordo limiterà le delocalizzazioni e servirà come base per un aumento dei salari in Messico. Corrisponde ai meccanismi immaginati nel contesto del “protezionismo di solidarietà” difeso da France Insoumise [6], o a quello che avevo immaginato alla fine del mio libro dedicato alla de-globalizzazione. Ricordiamo, qui, che il termine fu inventato molti anni fa da Bernard Cassen, ex presidente di ATTAC e responsabile di Le Monde Diplomatique. Ed era stato ripreso da Jaques Généreux, in un’intervista a L’Economie Politique [7].

Il libero scambio ha dimostrato di essere una straordinaria macchina di sfruttamento dei lavoratori dipendenti e di distruzione di gran parte della legislazione sociale affermatasi dalla Seconda Guerra Mondiale. Oggi è fortemente contestato all’interno dello stesso mondo accademico, sia per quel che riguarda il “paradosso di Leontief [8]” che per i suoi assunti irrealistici. Con l’emergere della nuova teoria del commercio internazionale (Krugman), possiamo considerare che il protezionismo ha recuperato la sua dignità [9] e Krugman stesso ha riconosciuto che potrebbe essere formulato un vero e proprio atto d’accusa contro la globalizzazione. [10] Fenomeni come il massiccio ricorso all’internazionalizzazione non erano stati previsti, e hanno considerevolmente modificato l’approccio alla globalizzazione [11].

In termini concreti, l’azione futura dovrebbe svilupparsi in tre direzioni. Innanzitutto, dovrebbero essere adottate misure protettive per compensare gli effetti del vero e proprio “dumping sociale ed ecologico” in cui alcuni paesi sono coinvolti.

Si potrebbero quindi immaginare delle imposte importanti alle frontiere che riportino in equilibrio il costo reale del lavoro, ma penalizzino anche le produzioni realizzate secondo standard ambientali che oggi non sono più accettabili. All’interno dell’UE, queste tasse potrebbero essere sostituite da degli importi compensativi di tipo sociale ed ecologico. Queste tasse, aumentando il costo delle importazioni, ripristinerebbero la competitività dei produttori nazionali. Le entrate che dovrebbero essere in grado di generare potrebbero quindi essere utilizzate per raccogliere fondi nei paesi interessati da tali imposte e consentire loro di progredire nel campo sociale ed ecologico[12].

Il paradosso di Trump

Infine, c’è il paradosso di vedere Donald Trump mettere in atto una misura richiesta per anni proprio dalla sinistra. Non nascondo il fatto che nutro profonde divergenze, a dir poco, con altri aspetti della sua politica, che si tratti di politica internazionale o di politica interna. Ma c’è qualcosa di indecente nel “massacro di Trump” in cui è impegnata gran parte della stampa francese. Dopotutto, delle misure di questo tipo avrebbero potuto essere incluse negli accordi dell’UE o nei trattati firmati tra l’UE e altri paesi, eppure, mai, i nostri “socialisti”, gli Hollande, Hamon, Moscovici ed altri, ed i loro alleati ecologisti (EELV), ci hanno neanche provato. Eppure, queste persone sono state al potere per molti anni (1997-2002 e 2012-2017). Allo stesso modo, che merito può essere dato a Emmanuel Macron per la sua cosiddetta “difesa del pianeta” (ricordate la sua formula Make our planet great again) quando si scopre che il suo governo è al soldo delle lobby più reazionarie su questo tema, come ha affermato questo 28 agosto il suo ex ministro Nicolas Hulot su France-inter.

Quindi, se possiamo avere ragione a criticare Trump su certe questioni, dobbiamo anche riconoscere quel che c’è di positivo nella sua azione e applaudirlo, perché no, quando mette in discussione la mortificante logica del libero scambio.

Fonte: vocidallestero.it (qui)

[3] Sapir J., La démondailisation, Paris, Le Seuil, 2010.
[8] Voir F. Duchin, « International Trade: Evolution in the Thought and Analysis of Wassily Leontief », 2000, disponible sur www.wassily.leontief.net/PDF/Duchin.pdf, p. 3.
[9] Voir A. MacEwan, Neo-Liberalism or Democracy?: Economic Strategy, Markets and Alternatives For the 21st Century, New York, Zed Books, 1999.
[10] P. Krugman, « A Globalization Puzzle », 21 février 2010, disponible sur
http :www.krugman.blogs.nytimes.com/2010/02/21/a-globalization-puzzle .
[11] Voir R. Hira, A. Hira, avec un commentaire de L. Dobbs, « Outsourcing America: What’s Behind Our National Crisis and How We Can Reclaim American Jobs », AMACOM/American Management Association, mai 2005 ; P. C. Roberts, « Jobless in the USA », Newsmax.com, 7 août 2003, www.newsmax.com/archives/articles/2003/8/6/132901.shtml.
[12] C’est le principe du « protectionnisme altruiste » défendu entre autres par Bernard Cassen.
Economia, Politica

Mattarella preoccupato per i conti pubblici cita l’art. 97, ma dimentica l’art. 1. Salvini: “Presidente stia tranquillo”

Le perplessità del Colle sul deficit imposto dalla manovra: “Conti pubblici solidi indispensabili per il futuro dei giovani”.

“Avere conti pubblici solidi e in ordine è una condizione indispensabile di sicurezza sociale, soprattutto per i giovani e per il loro futuro”. Lo afferma il Presidente Sergio Mattarella, in occasione dell’incontro con i partecipanti all’iniziativa “Viaggio in bicicletta intorno ai 70 anni della Costituzione Italiana”.

La Costituzione “rappresenta la base e la garanzia della nostra libertà, della nostra democrazia” e all’articolo 97 “dispone che occorre assicurare l’equilibrio di bilancio e la sostenibilità del debito pubblico. Questo per tutelare i risparmi dei nostri concittadini, le risorse per le famiglie e per le imprese, per difendere le pensioni, per rendere possibili interventi sociali concreti ed efficaci”.

Ma il presidente dimentica l’art. 1 che recita: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.”

Il primo articolo che non può essere subordinato logicamente al 97esimo.

A replicare al Capo dello Stato ci ha pensato direttamente il ministro dell’Interno Matteo Salvini: “La Costituzione non impedisce un cambio rotta coraggioso” – Non si è fatta attendere la risposta del governo alle parole di Mattarella. A difendere la Manovra è “sceso in campo” Matteo Salvini. “La Costituzione impedisce forse di cambiare la legge Fornero, di ridurre le tasse alle Partite Iva e alle imprese, di aumentare le pensioni di invalidità, di assumere migliaia di poliziotti, carabinieri e pompieri, di aiutare i giovani a trovare un lavoro? Non mi pare”, ha detto il vicepremier e ministro dell’Interno.

Salvini: “Mattarella stia tranquillo, Manovra equilibrata” – “Stia tranquillo il Presidente, dopo anni di Manovre economiche imposte dall’Europa che hanno fatto esplodere il debito pubblico (giunto ai suoi massimi storici) finalmente si cambia rotta e si scommette sul futuro e sulla crescita. Con equilibrio, con orgoglio e con coraggio. Prima gli Italiani, si passa dalle parole ai fatti”, ha quindi aggiunto.

Salvini: “Di Bruxelles me ne frego” – Salvini è poi passatto all’attacco della Ue, spiegando che quella su cui lavora il governo “è una Manovra che investe su coloro che soldi non ne hanno: pensionati, giovani disoccupati. Se a Bruxelles mi dicono che non lo posso fare me ne frego e lo faccio lo stesso”.

Fonte: huffingtonpost.it (qui) e tgcom24.mediaset.it (qui).

Austerity, Crescita, Economia, Politica

Ecco il video. Renzi nel 2017 proponeva “il deficit al 2,9% per cinque anni è l’unico modo per rafforzare la crescita, creare occupazione e pagare meno tasse”.

E ora il PD si oppone al DEF di un governo che fa quello che volevano fare loro, ma che non hanno avuto il coraggio di fare. Sapevano quale strada prendere, ma la loro appartenenza alla famiglia dell’elite finanziaria dominante e della idolatria eurista, li ha convinti che era meglio mantenere la strada del l’austerity che quella della prosperità indicata dalla nostra carta costituzionale. Per questo tradimento provato e consumato subiranno il destino più cruento: quello dell’autoalienazione e dell’estinzione dal panorama politico.

Pubblicato il 12 lug 2017

(Agenzia Vista) – Roma, 12 Luglio 2017 – L’ex Presidente del Consiglio e segretario del PD, Matteo Renzi, al MAXXI per presentare il suo libro “Avanti”.

Fonte: YouTube.com