Economia, Gran Bretagna, Lavoro, Occupazione

Economia britannica, Disoccupazione al 4%, minimo da febbraio 1975. C’è piena occupazione fuori dall’euro.

Il mercato del lavoro britannico si è teso ulteriormente all’inizio del 2019, malgrado le prove di un diffuso rallentamento di un’economia sotto pressione per le incertezze della Brexit e i timori per i commerci globali.

Il tasso di disoccupazione britannico è rimasto stabile al minimo pluridecennale, mentre l’inflazione dei compensi, compresi i bonus, è rimasta invariata, secondo i dati ufficiali di questo martedì.

Il tasso di disoccupazione è rimasto invariato al 4,0% nel trimestre terminato a dicembre, in linea con le aspettative. Si tratta del minimo dal febbraio 1975.

Il numero di persone occupate nel Regno Unito è salito di 167.000 unità, più delle 152.000 previste.

Il numero delle richieste di sussidio, ossia della variazione nel numero delle persone che chiedono un sussidio di disoccupazione, è salito di 14.200 unità a gennaio dalle 20.800 di dicembre.

Gli economisti si aspettavano un incremento di 12.300 unità.

I compensi medi, esclusi i bonus, continuano a salire al tasso più rapido dalla crisi finanziaria di oltre 10 anni fa, schizzando del 3,4% nel trimestre terminato a dicembre. Il dato è in linea con le previsioni e col tasso rivisto di novembre.

Compresi i bonus, la crescita dei compensi è salita al tasso annuo del 3,4%, meno delle aspettative di un aumento del 3,5%. A novembre aveva registrato +3,4%.

La Banca d’Inghilterra ha parlato dell’aumento dei compensi e della sua pressione rialzista sull’inflazione dei prezzi al consumo per giustificare la necessità di alzare i tassi di interesse gradualmente, ma l’incremento dell’incertezza per quanto riguarda l’esito delle trattative sulla Brexit con l’Unione Europea ha convinto la banca centrale a non intervenire.

Nell’ultimo aggiornamento delle sue previsioni, la banca ha tagliato le stime di crescita britannica per via della Brexit e del rallentamento dell’economia globale. Gli analisti affermano che le ultime previsioni implicano due aumenti di un quarto di punto nei prossimi due anni, uno in meno rispetto a quanto stimato a novembre.

Nell’eventualità di una Brexit senza accordo, l’economista della BoE Gertjan Vlieghe ha affermato di aspettarsi che la BoE lasci i tassi invariati per un periodo più lungo o che possa persino tagliarli per supportare l’economia.

Fonte: Investing.it

Concorrenza sleale, Economia, Unione Europea

Paesi Europei dell’Est: la concorrenza sleale che danneggia l’Italia

ROMA – “Lascio l’Italia e ritorno in Polonia perché ormai qui non ho più lavoro e come me sono andati via, negli ultimi quattro anni, moltissimi polacchi. Il nostro Paese è in forte crescita e abbiamo speranza di ricostruirci una vita”. La storia di Magda Gyzov, una donna polacca di quarant’anni che, dopo diciotto anni vissuti in una piccola cittadina alle porte di Roma, ha deciso di lasciare l’Italia per ritornare in Polonia, è una storia che fa luce sulle molte contraddizioni di un’Europa che sta creando enormi squilibri all’interno degli stessi Paesi membri.

Ma cosa è accaduto negli ultimi venti anni per cui Paesi come l’Italia o la Spagna che hanno vissuto una forte immigrazione di persone che provenivano dall’Est Europa, ora vengono sorpassate proprio da quegli stessi paesi dell’Europa orientale da cui milioni di persone erano andate via?

È accaduto che dalla fine degli anni ‘80, con la caduta del muro di Berlino, la Germania ha puntato il suo sguardo verso i Paesi centrali e dell’Est (PECO – Paesi dell’Europa Centrale e Orientale) e con la fine dell’Unione Sovietica avvenuta nel 1991 ha fatto leva sulla sua forza economica per diventare la testa di ponte di una nuova egemonia in un’area che va dalla Repubblica Ceca all’Austria, all’Olanda, alle Repubbliche Baltiche, all’Ungheria, Polonia, Croazia, Slovenia e Slovacchia.

È accaduto poi che paesi come l’Italia, la Francia, la Spagna hanno anche dato il lasciapassare perché ciò accadesse dando il via libera ad una diminuzione di finanziamenti europei verso l’area del Mediterraneo a tutto vantaggio verso le aree di interesse della Germania.

Già negli anni ‘90 il Consiglio d’Europa ridusse del 35% i finanziamenti verso i Paesi Mediterranei proposti dalla Commissione per il periodo 1992-1996 incrementandoli verso la zona est-europea. Ma questi aiuti sono poi aumentati di anno in anno.

Il caso Polonia

Un esempio per tutti è proprio quanto accaduto in Polonia, paese confinante con la Germania e quindi strategico per l’apertura di nuovi mercati economici e finanziari verso la zona est europea. Il Paese è soprannominato la regina dell’Est ed è lo Stato che più di tutti ha beneficiato di una pioggia di aiuti europei dal 1989 ad oggi.

  • Nel 2004-2006 ha ricevuto circa 14,2 mld di euro dei quali 5,2 mld sono stati utilizzati per l’ammodernamento della rete dei trasporti che, sottosviluppata, aumentava i costi delle merci. Geograficamente la Polonia è il punto di passaggio per tutte le merci in transito fra Russia, Bielorussia, Ucraina e i tre stati balcanici con il resto dell’Europa.
  • Nel quinquennio 2007-2013 ha ricevuto dall’Unione Europea 81,2 miliardi di Euro. Nel bilancio europeo 2007-2013 la priorità dell’UE è stata quella di riavvicinare gli standard di vita dei nuovi Stati membri alla media europea.

Questa pioggia di aiuti finanziari dell’Unione Europa hanno permesso una forte crescita in termini di aumento delle infrastrutture, calo della disoccupazione e aumento dell’export. Oggi la Polonia è un paese in fortissima crescita. È la più grande economia orientale dell’UE e la produttività è seconda solo al Giappone. Attira il maggior numero di investimenti stranieri e sono presenti grandi multinazionali come la Hyundai, la Volkswagen, la Peugeot, la Nestlé e molte aziende italiane come la Fiat, l’Unicredit, la Ferrero, la Indesit, la Mapei. Multinazionali attirate dalle condizioni vantaggiose e da un salario mensile lordo di €881. La crescita del Pil è stata del 5,4 % (2004-2008) e del 2,2% nel 2013 a causa della crisi dell’area euro mentre la disoccupazione si è dimezzata in 10 anni passando dal 15,2% nel 2004, anno di ingresso nell’UE, al 7,7% nel 2014. Si calcola che grazie ai fondi europei sono stato creati, tra il 2004-2006, 320mila nuovi posti di lavoro (il 38% del totale) e che le imprese sono cresciute del 58%.

In totale sono state aiutate 2,6 milioni di polacchi grazie all’Unione Europea. E, ancora, sono stati creati sessanta nuovi parchi industriali e scientifici e oggi la Polonia è ancora un cantiere in costruzione. È l’unico paese dell’UE a non essere mai entrato in recessione dal 2008 e vanta anche un debito pubblico molto basso pari al 50,1% del Pil nel 2014.

Con questi numeri è facile immaginare perché la Polonia sia diventata meta di migranti. E non solo di polacchi che ritornano in patria, ma anche di giovani qualificati dell’Europa meridionale schiacciata dal debito, dalla recessione e dall’iper-rigore alla tedesca. Varsavia è considerata la nuova Berlino.

Non solo, dunque, cresce l’Europa del Nord, ma anche quella dell’Est entrata a far parte in blocco in Europa nel 2004 grazie alla enorme spinta politica della Germania. In quell’anno l’Unione Europea inglobò l’Estonia, la Lettonia, la Lituania, la Polonia, la Repubblica Ceca, la Slovacchia, la Slovenia e l’Ungheria oltre a Malta e Cipro dell’area Mediterranea. In un sol colpo entrarono a far parte dell’Unione Europea ben otto paesi dell’Est spalancando così le porte ad una valanga di soldi, presi ovviamente dai contribuenti di tutti i paesi europei, e destinati alla rinascita di questi paesi. Ma ciò che risulta inaccettabile è che questi aiuti sono stati elargiti senza obbligare i paesi a sottoscrivere memorandum o politiche di austerità poiché, non facendo parte dell’Eurozona, non sono sottoposti ai vincoli della BCE.

Concorrenza sleale a danno delle nostre economie

E cosa significa tutto questo? Significa che in Europa si è creata una situazione di concorrenza sleale per cui viene avvantaggiata enormemente un’area a totale discapito di altre aree.

I paesi dell’Est d’Europa sono stati trasformati dalle multinazionali europee in un processo di delocalizzazione industriale e produttiva in cui si realizza a basso costo del lavoro. In tal maniera una parte del tessuto industriale dell’Europa Mediterranea si è delocalizzata verso nuove aree d’integrazione dell’Unione Europea, dell’Est Europa o verso il centro dell’Europa.

Il caso Electrolux

Il caso emblematico avvenuto in Italia della multinazionale svedese Electrolux chiarisce molto bene quello che sta accadendo. Nel 2014 l’azienda minaccia di chiudere uno dei quattro stabilimenti con sede in Italia per trasferire la produzione in Polonia poiché, come spiega l’amministratore delegato, Ernesto Ferrario, durante un’audizione al Senato “Il divario crescente di competitività rispetto a Polonia e Romania ha portato una migrazione di volumi di circa il 60% che vengono prodotti nell’Est Europa. Questo riguarda un fenomeno progressivo che non vede un arresto. In Francia e Spagna è quasi scomparsa la produzione dell’elettrodomestico, quindi il fenomeno è abbastanza chiaro”. Insomma, la differenza di costo di 30 Euro tra una lavatrice prodotta in Italia e la stessa lavatrice prodotta in Polonia, legittima l’azienda a minacciare i lavoratori italiani ad un taglio drastico dei salari di circa 130 Euro al mese attraverso la riduzione delle ore lavorate da otto a sei, il blocco dei pagamenti delle festività, la riduzione del 50% delle pause e dei permessi sindacali e lo stop agli scatti di anzianità. Tutte misure che si chiede vengano applicate ai quattro stabilimenti italiani. A conti fatti, bisogna lavorare di più per aumentare la produzione e guadagnare di meno. Insomma, il conto della concorrenza sleale, frutto di una politica che viene da lontano e che ha messo l’uno contro l’altro paesi Europei, viene presentata ai lavoratori che devono farsi carico dell’enorme differenza del costo dei salari tra un Paese Europeo che fa parte dell’eurozona e un Paese Europeo che invece è fuori dall’Eurozona, come appunto la Polonia. E la politica che dovrebbe assumere quel ruolo nobile e importante di essere al servizio della collettività per tutelarla, resta schiacciata dagli interessi delle multinazionali al punto che nei giorni in cui aumentò la protesta dei dipendenti dell’Electrolux che non ci stavano ai ricatti dell’azienda, l’allora Ministro dello Sviluppo Economico Flavio Zanonato dichiarò che: “I prodotti italiani nel campo dell’elettrodomestico sono di buona qualità ma risentono dei costi produttivi, soprattutto per quanto riguarda il lavoro, che sono al di sopra di quelli che offrono i nostri concorrenti: è necessario dunque ridurre i costi di produzione”. A maggio 2014 la dura battaglia avviata dai sindacati chiuse la vertenza Electrolux con un accordo che sarà accettato dall’80% dei lavoratori e in base al quale resterà aperto lo stabilimento di Porcia in provincia di Pordenone a fronte di una riduzione dei permessi sindacali del 60%, alla decontribuzione dei contratti di solidarietà, a finanziamenti per la ricerca e a una maggiore flessibilità del lavoro. L’obiettivo dell’accordo è abbattere di 3 euro l’ora i costi degli impianti, in modo da renderli competitivi con quelli polacchi, come richiesto dall’azienda per non de-localizzare. La forte mobilitazione dei lavoratori insieme all’attenzione della Regione Friuli-Venezia Giulia hanno comunque consentito il raggiungimento di un risultato a metà strada tra le richieste dei lavoratori e quelle dell’azienda. Fatto sta che i dipendenti si sono dovuti in gran parte adeguare alle condizioni imposte dall’azienda poiché la concorrenza che arriva dai paesi dell’Est è talmente forte che, in un libero mercato, non ci sono strade alternative che sottomettersi alla logica del capitalismo.

Aiuti europei insieme a riforme strutturali hanno permesso alla Polonia di raggiungere dei livelli di benessere molto elevati, scalzando addirittura la Gran Bretagna in alcuni settori come l’istruzione. Ma oltre alla Polonia chi è il Paese che ha più beneficiato di questa crescita? Ovviamente la Germania che è diventato il principale partner economico, commerciale e industriale della Polonia a scapito della Russia con un interscambio pari a 37,10 mld di Euro contro la Russia pari a 11,76 mld di Euro. Ma la Germania è anche il primo partner per l’Ungheria, la Repubblica Ceca e le Repubbliche Baltiche. Dunque, Berlino gode indirettamente degli aiuti che l’Unione concede a Varsavia, che ritornano in territorio tedesco sotto forma di ordini commerciali e commesse. E ora la strategia della Merkel sembrerebbe essere quella di compattare i paesi della Nuova Europa intorno alla centralità del ruolo tedesco nell’UE soprattutto perché in diversi paesi dell’Europa dell’est sta crescendo la convinzione che l’avvenire economico non sia più indissolubilmente legato all’UE, soprattutto in seguito alla crisi economica.

Fonte: Tiziana Alterio

Austerity, Economia

Negli ultimi 20 anni il mondo va sempre meglio, mentre l’europa va sempre peggio (dal blog di Antonio Socci)

Andiamo sempre peggio, si sente dire al Bar del pensiero luogocomunista. Si ripete: i poveri sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi, e poi violenze, inquinamento, catastrofi, esaurimento delle risorse, fame e malattie, sottosviluppo, inevitabili migrazioni di massa.

“Questa è l’immagine che quasi tutti gli occidentali vedono nei media e si imprimono nella mente. Io la chiamo visione iperdrammatica del mondo, una concezione stressante e ingannevole”. Così scrive Hans Rosling  in “Factfulness” (Rizzoli).

Questo libro, il cui autore è membro dell’Accademia di Svezia e fondatore della sezione svedese di Medici senza frontiere,
elenca una serie impressionante di dati che dimostrano l’esatto contrario. 

Ovvero che il mondo va sempre meglio, l’umanità ha compiuto progressi spettacolari  e ha conseguito un benessere inimmaginabile.

Quindi i media ci danno una rappresentazione totalmente ribaltata  della situazione? La risposta è: sì. Ma c’è un’altra rappresentazione ribaltata  della realtà (e, in questo caso è più difficile trovare i dati veri che ci fanno scoprire la verità): si tratta del tema Europa/Italia

Quando si parla dell’Unione Europea i media vanno in sollucchero. Fin da quando è stata varata – circa 25 anni fa – si predisse che questo esperimento politico (con la moneta unica) ci avrebbe portato nella terra promessa dove scorre latte e miele, ci avrebbe fatto ricchi e ci avrebbe protetto da tutte le intemperie finanziarie e politiche. 

E’ accaduto l’esatto contrario (vedremo i dati) e va sempre peggio, ma la rappresentazione mediatica continua a raccontare la favola della propaganda iniziale. 

C’è un nesso fra i due fenomeni, quello globale (positivo) e quello euro-italiano (negativo)? Certo che c’è. Ma prima vediamo un po’ di numeri.

Sono dati ufficiali della grandi istituzioni internazionali. Ecco qualche esempio. 

BUONE NOTIZIE DAL MONDO

Nel 1800l’85% della popolazione mondiale viveva nella condizione di povertà estrema. Venti anni fa era il 29% e oggi il 9%. Un successo strepitoso (con un balzo eccezionale negli ultimi 20 anni), eppure nessuno se ne rende conto.

Scrive Rosling: “Nel 1800, quando gli svedesi morivano di fame e i bambini britannici lavoravano nelle miniere di carbone, l’aspettativa di vita era di circa 30 anni in tutto il mondo. Il dato era sempre stato questo. Circa metà dei bambini moriva durante l’infanzia. Quasi tutti gli altri perdevano la vita tra i 50 e i 70 anni. Perciò la media si aggirava intorno ai 30”. Oggi nel mondo l’aspettativa di vita media è di 72 anni (da noi sopra gli 80). 

Consideriamo poi “tutte le vittime di inondazioni, terremoti, tempeste, siccità, incendi e temperature estreme, nonché i decessi durante gli sfollamenti e le pandemie che seguono questi episodi”. 

Oggi, spiega Rosling, il numero annuale di decessi dovuti a tali calamità è solo il 25% di quello di un secolo fa, ma siccome la popolazione è aumentata di 5 miliardi da allora, il crollo dei decessi è ancora più clamoroso: abbiamo solo il 6% dei decessi di cent’anni
fa
. Grazie agli enormi progressi che ci permettono di difenderci.

Un dato che esemplifica il miglioramento della qualità della vita: oggi l’80% delle persone ha un qualche accesso all’elettricità

Inoltre si ripete che l’Africa è una bomba a orologeria, che, con il boom demografico, la fame, le malattie e il sottosviluppo porteranno in Europa milioni di migranti. 

Si ignora invece che in questi anni, in cui i paesi europei stentano a far crescere il pil dell’1%, in Africa la crescita è ben superiore e paesi come Ghana, Nigeria, Kenya o Etiopia (come il Bangladesh in Asia) sono cresciuti sopra al 5 %

E ci sono paesi come Tunisia, Algeria, Marocco, Libia ed Egitto che “hanno aspettative di vita superiori alla media mondiale di 72 anni. In altre parole, si trovano dove la Svezia era nel 1970”.

Rosling elenca pure una serie di cose orrende che sono sparite o stanno sparendo dal mondo: dalla schiavitù legale ai paesi con casi di vaiolo, ai morti in incidenti aerei. 

In fortissima diminuzione  la percentuale di persone denutrite (passate dal 28% del 1970 all’11% del 2015), le armi nucleari (da 64 mila del 1986 a 9 mila del 2017), le sostanze nocive per l’ozono (da 1663 del 1970 a 22 del 2016, in migliaia di tonnellate), il lavoro minorile, l’inquinamento  derivante da piombo nella benzina e incidenti con perdite di petrolio.

Invece cresce nel mondo la resa cerearicola per ettaro (da 1.400 KG per ettaro del 1961 a 4 mila del 2014), la superficie terrestre protetta da parchi, l’alfabetizzazione (dal 10% del 1800 all’86% del 2016) per non parlare della ricerca scientifica, della democrazia (e del voto femminile).

Si potrebbero elencare molti altri indici, riportati da Rosling. Ovviamente sono indici di benessere prevalentemente economico, che non escludono l’esistenza di altri problemi umani o fatti molto negativi.

PESSIME NOTIZIE EURO-ITALIANE

Veniamo invece al caso euroitaliano: perché da noi – al contrario del resto del mondo – le cose sono andate indietro 

Bastino due dati: nel 1999 il prodotto interno lordo dell’eurozona era il 22% di quello mondiale. Nel 2017 è ormai al 16%. Una caduta micidiale.

Nel 2000 l’economia USA superava del 13% quella dell’eurozona, nel 2016 questa percentuale era raddoppiata: al 26%.

Anche se i media continuano a raccontare la favola dell’UE felice, la gente comune  si è accorta dell’inganno, paga sulla propria pelle il peggioramento della qualità della vita e comincia a protestare, nelle urne (Italia e Gran Bretagna) o nelle piazze (Francia).

C’è un nesso fra i due fenomeni, quello globale (positivo) e quello (negativo) relativo a Italia/Europa? Sì. Il nesso si chiama globalizzazione. Fino alla caduta del Muro di Berlino si è avuto un progresso globale ordinato e regolato, guidato e trainato dagli Stati Uniti e dall’Europa occidentale.

Dagli anni Novanta si è imposta una globalizzazione selvaggia, con un Mercato globale senza regole e, per esempio, l’ingresso di colpo sulla scena di un gigante come la Cina che, di fatto, fa concorrenza sleale a tutti.

La follia europea è stata quella di legarsi le mani con i Trattati di Maastricht (che hanno al centro il mercato e l’inflazione, anziché il lavoro e la crescita economica) e con una moneta unica che, oltre a impedire le preziose politiche monetarie nazionali, ha regalato alla Germania un marco super-svalutato e a noi una lira sopravvalutata.

Così i tedeschi hanno vampirizzato le altre economie europee, specie quella italiana. Infatti in 18 anni di euro la manifattura italiana è crollata del 16%, quella tedesca è cresciuta del 30%.

Ecco perché nel 1999 – all’ingresso nell’euro – il reddito pro-capite degli italiani era il 96% di quello tedesco, mentre nel 2015 dopo sedici anni di euro il reddito degli italiani è il 76% di quello dei tedeschi. 

Il nostro reddito pro capite è addirittura diminuito  da 34.802 dollari del 1999 a 34.752 del 2017. Negli anni ottanta, un italiano risparmiava in media 1/4 del suo reddito: oggi quasi zero.

L’Italia che, fra 1960 e 1979, vedeva crescere il Pil del 4,8% medio annuo (ed era ancora al 2% fra 1980 e 1999), dal 2000 al 2018 è ferma : la crescita media annua allo 0,2% significa che siamo in coma.

E questo si paga salatamente nella qualità della vita. Significa più disoccupazione e povertà, meno investimenti in infrastrutture, nell’educazione e nella sanitàSignifica blocco del cosiddetto “ascensore sociale”

Significa avere giovani senza un futuro, senza possibilità di fare un progetto di vita e significa anche gravissima denatalità. E’ la via del declino irreversibile.

.

Fonte: “Libero”, 10 febbraio 2019, Articolo di Antonio Socci (qui)

Economia, Europa, Politica, Unione Europea, Verso le elezioni europee

La crisi che verrà, cambierà ancora lo scenario politico interno. E l’Europa franco-tedesca sarà sempre più forte.

Riprendo un articolo di Roberto Marchesi apparso sul sito de il Fatto quotidiano (qui) dal titolo “Questo ciclo economico è alla fine. Un’altra recessione è alle porte”. Ma anche altri annunciavano la recessione nel 2019. Nella speranza che la recessione resti tecnica e non si traduca in una nuova crisi economica, segno della chiusura del ciclo economico di crescita. Dimenticavo un crisi ora ci colpirebbe in modo drammatico non essendo come sistema paese riusciti a ritornare alla situazione pre-crisi 2008. Un dato è incontrovertibile, la recessione tecnica conseguenza di diversi fattori, tra i quali l’insufficienza delle politiche della precedente legislatura e del Governo Gentiloni troppo appiattite sui modelli imposti di austerità, consente, nostro malgrado di verificare se le misure messe in campo dal Governo del cambiamento sono state adeguate e sufficienti o dovranno essere implementate sforando quel limite anacronistico del 3% imposto da Bruxelless. D’ora in poi verificheremo cosa il Governo Conte sarà in grado di fare per affrontare la recessione e capire quali correttivi saranno adottati alla politica economica gialloverde. Spero sicuramente in una manovra correttiva, ma non di aumento delle imposte, semmai di espansione, a deficit, della spesa produttiva e degli investimenti necessari per stimolare l’economia in recessione. Un anno bellissimo lo ha definito il Presidente Conte, lui è consapevole che saremo pronti a osannarli se ci salveremo, ma anche pronti a spazzarli via se falliranno. E’ indubbio che le crisi economiche hanno già fatto vittime illustri. Nel 2008 la grande crisi ed il governo Berlusconi in carica proprio dal 2008 è finito con Governo in vitro guidato da Monti. Siamo nel 2019 e la recessione tecnica, rischia di diventare una seconda crisi che metterà a dura prova i debiti sovrani. Ma Draghi non interverrà prontamete. Attenderà che la crisi si evidenzierà in modo chiaro prima di proporre un nuovo QE alle cui condizioni gli Stati non metteranno ostacoli. Altra cessione di sovranità, in cambio di una ombrello protettivo. Uno scenario che speriamo sia scongiurabile. L’Europa delle banche sarà pronta ad approfittarne e vorrà la rivincita sui populismi. Arriverà la proposta di Debito pubblico europeo (di figli e figliastri ovviamente). E l’accordo di Aquisgrana tra Francia e Germania recentemente siglato sarà messo in atto. Saranno loro a governare il debito pubblico dell’area euro. Saranno loro a pretendere un”Unione europea a due velocità. Un’Europa che illusoriamente si presenterà con due facce, ma il risultato non sarà altro che quello che è già prestabilito, un ulteriore passo verso l’integrazione europea a guida franco-tedesca, dove la parte tedesca continuerà a guidare le politiche europee e la parte mediterranea continuerà a restare su quel piano inclinato quanto basta per non scivolare nell’abisso. Un colonialismo interno vestito da cooperazione solidaristica. Ma il punto è il seguente: la nostra attuale classe politica si accoderà o farà saltare il tavolo?

Quando si parla di borsa e mercati, parlare di “fine di un ciclo” significa innanzitutto dire che una burrasca per i risparmiatorista arrivando. In questa occasione non si tratterà di una semplice “correzione” (riaggiustamento dei valori, nda) ma sarà certamente una fase recessiva probabilmente lunga e pesante, visto che, oltre ai fenomeni soliti (di seguito descritti), questa avrà caratteristiche globali molto più ampie e contemporanee. Sarà perciò impossibile, nello spazio breve di questo articolo, descrivere compiutamente l’intero intreccio di tutti questi fenomeni, e le responsabilità di chi li governa, ma colgo l’occasione di un chiarissimo articolo pubblicato questo mese dalla popolare rivista americana Fortune, sotto il titolo: “The end is near for the economic boom” (La fine è vicina per il boom economico), per suonare anche qui le sirene, perché quando una crisi arriva negli Usa diventa sempre globale.

Vediamo dunque quali sono questi indicatori economici che fanno scattare l’allarme.

Il primo è il Treasury yield curve (vedi grafico sotto), quello che segna la differenza tra il rendimento delle obbligazioni di medio-lungo periodo da quelle a breve scadenza. E’ un classico: quando questo indicatore arriva all’inversione, cioè quando i bond di breve periodo danno rendimento maggiore di quelli a lunga scadenza, significa che il mercato è arrivato al punto di “correzione” ovvero: l’ottimismo deve essere sostituito dalla prudenza.

L’altro sicuro indicatore che preannuncia l’inversione di tendenza, e l’imminente entrata in recessione, è quello della disoccupazione.

Davvero curioso questo indicatore, perché è come guardarsi allo specchio, ti vedi al contrario di come sei in realtà e di come ti vedono tutti gli altri. Quando esso segnala il massimo del bel tempo significa che è in arrivo la tempesta! E’ davvero strano, ma finora non ha mai fallito!

L’anomalia sta (forse) nel fatto che, essendo un indicatore molto seguito anche a livello popolare, il bassissimo livello dei disoccupati consente all’indice della “confidenza”, cioè il gradimento popolare, di volare alto anche se in realtà, proprio sul piano economico, segnala “brutto tempo in arrivo” a causa dello squilibrio che si viene a creare per l’eccessivo ottimismo.

Un indicatore che invece tutti capiscono è quello dell’indebitamento, sia pubblico che privato che sta salendo senza freni e senza alcun serio motivo. Geoff Colvin, l’autore dell’articolo di Fortune citato sopra, attribuisce questa imprudenza all’eccesso di confidenza, ma sulla crescita della spesa pubblica la responsabilità (anzi, l’irresponsabilità) non può essere d’altri che di Trump, che evidentemente cura altri interessi invece che quelli della nazione.

Ma anche l’indebitamento privato è arrivato ad un livello preoccupante, e non otterrà grandi benefici dalla “flat tax” di Trump, dato che non ce n’era bisogno. Infatti le imprese, mediamente, si sono indebitate senza che ve ne fosse reale bisogno dato che il loro boom economico dura da decenni avendo attraversato senza gravi danni tutte le recessioni incontrate. “Bonanza” è cominciata per loro da Reagan in poi e dal 1997 (anno della completa liberalizzazione delle banche) la media annuale degli utili (fino al 2017) è stata del 7,2% (indice S&P).

Non sapendo come investire proficuamente quella “manna” dal cielo optano in gran parte sul “buy-back”, cioè l’acquisto di azioni proprie che, pur dando maggiore solidità finanziaria all’impresa (spesso non necessaria), non trova poi fattivo utilizzo imprenditoriale. Sono come la medicina data a chi non ne ha bisogno. Finirà col far male invece che bene.

Infatti, con una disoccupazione così bassa questa orgia di utili inutili produrrà solo inflazione, che la Banca Centrale (la Fed) sarà disarmata a quel punto a contrastare, perché Trump sta già usando dissennatamente tutti gli strumenti di politica economica al solo scopo di produrre (per se stesso) “armi di distrazione di massa” senza benefici reali per l’economia e per la gente, che anzi viene sempre più mortificata dalle sue scelte strampalate.

Persino Bernanke, l’ex presidente Fed repubblicano che si è trovato nel 2008 proprio nel vortice della prima “Grande Recessione” della storia economica, e ha trovato nella sperimentazione su larga scala del Quantitative Easing la via per accompagnare coerentemente il presidente Obama fuori dalla crisi, ha avuto parole di forte critica per Trump: “Questi stimoli all’economia arrivano nel momento sbagliato, Wile E. Coyote is going to go off the cliff” (mentre Willy Coyote vola giù dal precipizio).

Ci sarebbe ancora molto da dire ancora sulle politiche di Trump: la guerra dei dazil’autarchial’arroganza politica con cui vuole trattare nemici e alleati allo stesso modo, ecc. ecc. ma qui non ho più spazio. Questo ciclo economico va ad esaurirsi proprio nel momento peggiore. Ci sono già tutti i segnali della depressione in arrivo (ma non aspettatevi, avverte Geoff Colvin, che siano gli economisti a suonare la sirena, “loro non lo fanno mai!”), tuttavia, inspiegabilmente, la cosa non sembra interessare l’amministrazione Trump.

Tra pochi giorni (il 15 settembre) saranno dieci anni esatti dal grande crollo in Borsa del 2008 che ha accompagnato il fallimento di Lehman Brothers. Speriamo che la storia non si ripeta.