Economia, Europa

Quantitative easing, Corte Ue: “Il programma di acquisti non è illegittimo e non eccede il mandato della Bce”

Il quantitative easing, cioè il programma di acquisto di titoli di Stato avviato nel 2015, è “conforme al mandato” della Bce. Lo ha stabilito la Corte di Giustizia Europea, esprimendosi sul quesito presentato dalla Corte costituzionale tedesca a cui erano arrivati diversi ricorsi che contestavano la legittimità dell’intervento sostenendo che equivalesse a un finanziamento monetario del debito pubblico. Secondo la Corte il programma non viola il diritto dell’Unione, non eccede il mandato della Bce e non viola il divieto di finanziamento monetario.

La Banca centrale europea ha avviato il programma di acquisti il 4 marzo 2015 alla luce di vari fattori che aumentavano il rischio di calo dell’inflazione sotto il valore obiettivo della Bce, pari al 2%. L’obiettivo era facilitare l’accesso ai finanziamenti utili all’espansione dell’attività economica favorendo il ribasso dei tassi d’interesse reali e inducendo le banche commerciali a concedere maggior credito. Questo al fine di sostenere i consumi globali e le spese per investimenti nella zona euro. Il programma prevede che ciascuna banca centrale nazionale acquisti titoli idonei provenienti da emittenti pubblici statali, regionali o locali del proprio Paese. La durata di applicazione si estendeva inizialmente fino alla fine del mese di settembre 2016 ma è stata poi prorogata a più riprese.

Con la sua sentenza, la Corte di Giustizia constata che l’esame delle questioni sottoposte dal Bundesverfassungsgericht non ha rivelato alcun elemento idoneo ad inficiare la validità del programma, che rientra nel settore della politica monetaria per la quale l’Unione dispone di una competenza esclusiva, per gli Stati membri la cui moneta è l’euro, e rispetta il principio di proporzionalità. La Corte ricorda che una misura di politica monetaria non può essere equiparata a una misura di politica economica per il solo fatto che essa sia idonea a produrre effetti indiretti che possono essere ricercati anche nel quadro della politica economica. Inoltre, la Corte ricorda come risulti chiaramente dal diritto primario che la Bce e le banche centrali degli Stati membri possono, in linea di principio, intervenire sui mercati dei capitali acquistando e vendendo in via definitiva titoli di debito negoziabili denominati in euro.

Per quanto riguarda le modalità di applicazione del programma, la Corte sottolinea che non è selettivo e non soddisfa i bisogni specifici di finanziamento di singoli Stati membri della zona euro. Esso non permette l’acquisto di titoli con un livello di rischio elevato e prevede dei rigorosi limiti massimi di acquisto per emissione e per emittente. Oltre a questo, attribuisce la priorità all’acquisto dei titoli emessi da operatori privati. Secondo la Corte, non risulta in maniera manifesta che un programma di acquisto di titoli del debito pubblico più limitato nel volume o nella durata avrebbe potuto in modo altrettanto efficace e rapido assicurare un’evoluzione dell’inflazione simile a quella ottenuta dalla Bce.

La Corte sottolinea poi che il qe non viola il divieto di finanziamento monetario, perché non equivale all’acquisto di titoli sui mercati primari e non produce l’effetto di indurre gli Stati membri a non condurre una sana politica di bilancio. Oltre a ciò, non consente agli Stati membri di determinare la loro politica di bilancio senza tener conto del fatto che, a medio termine, la continuità dell’attuazione del programma non è in alcun modo garantita e che quindi potrebbero dover cercare finanziamenti sui mercati senza poter beneficiare dell’alleggerimento delle condizioni di finanziamento che l’attuazione del programma comporta.

Inoltre, gli effetti sulla convenienza a condurre una sana politica di bilancio sono limitati in virtù dell’imposizione di limiti al volume mensile complessivo degli acquisti di titoli del settore pubblico, del carattere sussidiario del programma, della ripartizione degli acquisti tra le banche centrali nazionali secondo lo schema di sottoscrizione del capitale della Bce, dei limiti di detenzione per emissione e per emittente e degli elevati criteri di idoneità fondati su una valutazione della qualità creditizia. La Corte precisa, poi, che il divieto di finanziamento monetario non osta alla detenzione di titoli fino alla loro scadenza e neppure all’acquisto di titoli con un rendimento a scadenza negativo.

Fonte: ilfattoquotidiano.it (qui)

Economia, Italexit

Ue-Italia, parla l’economista Bifarini: “Vi spiego perchè è il momento dell’Italexit”

Dopo la bocciatura definitiva della manovra da parte della Commissione europea con la prospettiva dell’apertura della procedura d’infrazione contro l’Italia per deficit eccessivo, da più parti ci si chiede quale strada percorrere. A questo punto, cosa converrebbe fare? Scendere a patti con Bruxelles come sembrerebbe chiedere il ministro degli Affari europei Paolo Savona, o andare avanti con il muro contro muro come chiedono invece Salvini e Di Maio? E soprattutto, è arrivato o no il momento di una rottura definitiva, magari avviando quel percorso di uscita dall’euro da molti auspicato? Lo Speciale lo ha chiesto all’economista Ilaria Bifarini.

Ha senso cercare ancora un accordo con l’Unione Europea sulla manovra?

“Credo a questo punto che non ci siano più le condizioni. C’è un accanimento da parte dell’Unione Europea nei confronti dell’Italia che è motivato più da ragioni ideologiche e politiche che da questioni economiche. La spesa a deficit prevista da questa manovra è assolutamente in linea con quanto attuato dai governi precedenti, anzi anche inferiore. Il debito pubblico, dovuto al pagamento degli interessi sul debito stesso, è cresciuto con lo stesso Monti, a riprova che le misure di austerity non funzionano, così come con Letta, Gentiloni e Renzi. Ma mai come con la coalizione giallo-verde c’era stato un attacco così duro e ostinato da parte sia di Bruxelles che dei media e di tutta la potente macchina della propaganda”.

Siamo come non mai di fronte ad un bivio? Uscire dall’euro o rassegnarsi alla sudditanza perenne?

“Già, è giunto il momento di scelte coraggiose. Continuare a sottostare a regole e parametri infondati assurti a dogmi significa rinunciare per sempre alla propria sovranità economica e politica. Una perdita di democrazia inaccettabile per i cittadini, che alle urne hanno espresso la loro volontà di cambiamento. C’è uno scollamento troppo forte ormai tra le istanze delle popolazioni e quelle dei tecnocrati di Bruxelles, che non le rappresentano.
Attraverso l’imposizione di parametri contabili si è creata una dittatura dei mercati che sta generando solo povertà e disoccupazione. L’unica possibile via d’uscita è recuperare la propria sovranità monetaria”.

E’ il momento propizio per tentare la strada dell’Italexit o sono ancora possibili soluzioni meno drastiche?

“Continuare a ‘trattare’ con l’UE che ci somministra la pillola mortifera dell’austerity significa condannarsi a una lenta e dolorosa agonia. Nonostante il terrorismo creato dal mainstream, tornare a una nostra moneta, che si chiami lira o qualsiasi altro nome, non rappresenterebbe nulla di trascendentale. Al mondo, a parte l’Eurozona e le ex colonie francesi che adottano il franco CFA, ogni Paese ha la propria moneta. Non si verificherebbe nessuna delle catastrofi prospettate da chi fa volutamente terrorismo. Lo spauracchio dell’inflazione, ad esempio, è infondato, perché attualmente ci troviamo in una situazione di deflazione con crisi della domanda e alta disoccupazione. Così come la corsa agli sportelli, essendo nell’epoca delle transazioni elettroniche. Insomma, niente cavallette”.

Il Ministro Paolo Savona dice che bisogna cambiare anche il governo, non soltanto la manovra. Che sta succedendo?

“Pare che le dichiarazioni siano state smentite, o comunque ridimensionate. Sicuramente c’è nervosismo, vista la situazione di forte scontro con l’UE. D’altra parte c’è una stampa e un apparato di comunicazione che tifa contro il governo e fa di tutto per ridicolizzarlo e delegittimarlo. Neanche ai tempi di Berlusconi c’era tanto accanimento. Questo tende a esacerbare lo scontro e a radicalizzare le posizioni, creando un clima per nulla favorevole”.

Fonte: ilariabifarini.com (qui)

Economia, Politica, Sovranità monetaria

Per salvarci da quest’Europa serve una moneta parallela e poi… addio euro (di Becchi e Zibordi)

Una famiglia o un’impresa per procurarsi più denaro deve lavorare o fatturare di più. Se un privato ha scarsità di soldi deve convincere un altro privato o un ente pubblico a spendere di più. Considerando l’insieme delle famiglie e delle imprese di un Paese, quando qualcuno incassa di più qualcun altro si ritroverà con meno soldi e quando qualcuno taglia le spese qualcun altro incassa di meno. Come si fa allora a far circolare più denaro nell’economia?

L’unico modo è che lo Stato, tramite la Banca Centrale e le banche ordinarie, metta in circolo denaro fresco. Le Banche Centrali possono crearlo dal niente senza debito, quelle ordinarie lo creano anche loro, ma sottoforma di debito da restituire. La prova che sia così è il denaro nei conti correnti che aumenta sempre, oggi è di circa 2 mila miliardi in Italia e una generazione fa era intorno a 500 miliardi per cui evidentemente qualcuno lo ha creato.

Se lo Stato però non crea denaro, perché tassa di più di quello che spende e allo stesso tempo le banche tagliano drasticamente il credito, allora l’economia frana. Questo è proprio quello che è successo in Italia: le tasse sono aumentate, soprattutto grazie a Monti, di circa 40 miliardi e il credito è stato tagliato di circa 180 miliardi. Sono venuti a mancare circa 200 miliardi e la produzione industriale è crollata e ancora oggi è del 20% inferiore ai livelli del 2007. Tagliando il credito alle imprese le banche hanno aggravato la situazione.

FISCAL COMPACT

Sottostare alle regole del Fiscal Compact, come l’Italia sinora ha fatto, è una strada senza uscita, che aggrava il suo declino. Lo Stato italiano deve invece tornare ad emettere moneta come fanno gli altri Stati indipendenti e se non può farlo tramite Bankitalia (la propria Banca Centrale) deve farlo emettendo una moneta parallela, visto che ritornare alla lira al momento è escluso dalle forze politiche al governo.

Quando si parla di una seconda moneta parallela all’euro – che siano gli accenni alle “Am Lire” di Berlusconi, la moneta fiscale di cui parlavano un tempo alcuni economisti vicini a Grillo o i “miniBot” della Lega, i quali sono persino nel contratto di governo, anche se nessuno più ne parla – si incontra subito l’obiezione che il problema vero in Italia non è la moneta ma l’inefficienza, lo spreco, la produttività, la corruzione e l’evasione fiscale. La spiegazione più diffusa è che siamo diventati meno produttivi ed è per questo che non ci possiamo permettere deficit maggiori, come ad esempio i francesi.

In Francia hanno tenuto deficit pubblici più alti dei nostri e le banche hanno continuato a creare credito mentre in Italia da dieci anni lo hanno ridotto. Il debito di famiglie e imprese in Francia è però il 233% del Pil e in Italia il 169%, molto più basso. Anche se si considera il debito pubblico, la Francia ha il 100% del Pil e noi il 133% per cui sommando debito pubblico e privato la Francia è più indebitata di noi. Inoltre l’Italia continua ad esportare bene ed ha un surplus estero del 2% del Pil, mentre la Francia ha un deficit estero del 2%. E la produzione industriale italiana resta anche oggi maggiore di quella francese. Non sembra quindi che siamo diventati di colpo meno “produttivi” dei francesi.

LE IMPRESE DEL NORD

Il fatto che in Italia ci sia spreco di denaro pubblico e tanti settori della Pa siano inefficienti non impedisce, oggi come venti anni fa, alle Pmi del Nord di esportare e produrre. Quello che le ammazza non è la corruzione ma sono le troppe tasse e il taglio del credito. L’Italia è penalizzata in Europa perché l’unico debito che conta è quello pubblico, e non quello privato. Questa regola è stata promossa da Paesi che hanno molto più debito privato, come appunto la Francia. Questa situazione, a noi svantaggiosa, giustifica che si cerchi una soluzione senza aspettare il consenso dell’Ue e l’unica soluzione praticabile è quella di creare in Italia una moneta parallela all’euro. L’idea è essenzialmente quella di emettere agevolazioni fiscali, simili a quelli per le ristrutturazioni edilizie, ma trasferibili e non vincolati ad una attività come rifare una casa. Lo Stato potrebbe emettere una certa quantità di denaro e usarla per ridurre le tasse. L’ufficio studi di Mediobanca nel 2016 in un suo studio aveva sponsorizzato l’idea parlando di emettere crediti o agevolazioni fiscali per 40 miliardi. Ogni lavoratore e impresa riceverebbe su una carta di credito ad hoc alcune migliaia di euro di agevolazioni fiscali, utilizzabili con un ritardo di uno o due anni e nel frattempo la gente le userebbe come una sorta di denaro. L’effetto sarebbe quello di introdurre denaro fresco nell’economia. Nel “contratto” tra Lega e M5S c’è la proposta dei “miniBot” che va in questa direzione. Si tratta di emettere Bot che vengono accettati per pagare le tasse con cui saldare i debiti accumulati dalla pubblica amministrazione verso le imprese.

Questa idee, qui solo abbozzate, vanno certo spiegate nel dettaglio. Venerdì 23 novembre a Roma presso l’Aula dei gruppi parlamentari si è svolto un incontro con diversi esperti che ha avuto un grande successo di pubblico. Segno che c’è la volontà di trovare soluzioni che possano aiutare l’Italia a difendersi dagli attacchi provenienti da Bruxelles.

Fonte: Blog di Paolo Becchi (qui) – Articolo di Paolo Becchi e Giovanni Zibordi su Libero, 24/11/2018

Crescita, Economia, Politica

Manovra, serve shock fiscale. Artom: “Deficit su al 3,4%, flat tax e cuneo da 17 miliardi”

La proposta rivoluzionaria di Arturo Artom, imprenditore considerato vicino a Casaleggio e tra i fondatori di Confapri.Ecco come affrontare la querelle con l’Ue.

“E’ una provocazione ma molto concreta. Non si può affrontare un 2019 con una procedura d’infrazione aperta, una spada di Damocle mentre il governo è soggetto a uno stillicidio continuo di notizie negative, anche riguardo ai rapporti fra governo e Commissione europea. Quindi o si chiude l’argomento prima dell’Ecofin del 22 gennaio, cedendo qualche cosa a Bruxelles dal punto di vista della manovra ed evitando la procedura oppure, a infrazione ormai avviata, il governo potrebbe mettere in cantiere un punto aggiuntivo di deficit/Pil (dal 2,4 al 3,4%, ndr) da impiegare per far partire subito, oltre al reddito di cittadinanza e il superamento della riforma Fornero, anche la flat tax alle imprese. E non soltato quella alle partite Iva”.

Lo spiega  Arturo Artom, imprenditore considerato vicino a Davide Casaleggio e tra i fondatori di Confapri (Confederazione delle attività produttive), intervistato da Affaritaliani.it per entrare nel dettaglio della sua proposta rivoluzionaria su come affrontare il delicato momento dello scontro fra l’Italia e Bruxelles. Una querelle che non sta aiutando l’economia italiana in “pesante rallentamento” (“il dato sul Pil del quarto trimestre sarà negativo“, dice) e che rischia di far peggiorare ulteriormente la situazione. “Anticipare gli interventi del programma di governo sulle imprese, come anche l’abbattimento del cuneo fiscale, interventi che la Lega voleva invece spalmare – aggiunge l’imprenditore grillino – consentirebbe al Paese di far ripartire subito anche gli investimenti privati“.

Un punto aggiuntivo di deficit/Pil, che arriverebbe così al 3,4%, rispetto al 2,4 fissato dall’esecutivo, sono circa 17-18 miliardi…
“Sì, dote da ripartire così: 7-8 miliardi per aumentare notevolmente la platea delle Pmi coinvolta nella flat tax e altri 9 per abbassare le altre componenti del cuneo fiscale e dell’Irap. Misure che darebbero un segnale di fiducia alle imprese che, spaventate per l’incertezza che regna attorno al Paese, stanno bloccando e ritardando gli investimenti. Oltretutto, l’Italia andrebbe a vincere la sfida sui mercati. Si tratta infatti di misure che gli investitori vogliono veder introdurre”.

Quindi, secondo lei, poi lo spread Btp-Bund si abbasserebbe?
“Sì, i mercati adorano gli shock fiscali espansivi: il differenziale fra i nostri titoli di Stato decenali e quelli tedeschi si è ridotto l’altro giorno subito dopo che la Commissione europea ha annunciato la bocciatura definitiva del documento programmatico di bilancio italiano, aprendo la strada alla procedura d’infrazione nei confronti del nostro Paese. Ciò significa che la vera sfida dell’Italia è con i mercati. A questo punto, è sbagliato andare ad ingaggiare una trattativa con Bruxelles, elemosinando ammontare e i tempi, da allungare, della comminazione delle sanzioni a procedura aperta a fronte di una rimodulazione delle misure economiche. E’ una strategia fallimentare. Un’autentica follia”.

Perché?
“Mantiene il clima d’incertezza sul fronte dei conti pubblici e nell’economia del nostro Paese. Se procedura d’infrazione sarà, è meglio anticipare alcune misure economiche del programma di governo facendo più deficit, scelta di politica economica espansiva, come il taglio delle tasse e maggiori investimenti. Misure che verrebbero apprezzate dai mercati e che consentirebbero all’Italia di vincere la sfida con l’Europa, neutralizzando dal punto di vista dello spread la procedura d’infrazione. La politica punitiva di Bruxelles verrebbe così depotenziata e l’Italia riuscirebbe a rilanciare fortemente la crescita in un clima di grande entusiasmo e di positività. L’alternativa è cedere qualcosa all’Ue, ma senza far scattare formalmente il 22 gennaio la procedura comunitaria”.

La sua proposta parte dal fatto che il clima economico del Paese si sta deteriorando…
“Sì, i dati che ho a disposizione sono molto brutti: nel comparto di produzione delle viti, settore che è a monte di ogni filiera, il calo si aggira nell’ordine del 15-20%, il retail fa -10% rispetto al novembre scorso e le richieste di mutui e prestiti sono sotto di una percentuale compresa fra il -5 e il -10. Nel quarto trimestre andremo incontro a una crescita negativa. Quindi, avremo un segno meno davanti al Pil, dopo la crescita zero del terzo trimestre. Annacquare politiche giuste come il reddito di cittadinanza – misure che, facendo emergere il lavoro nero, funzionano solo se c’è la crescita nel Paese – da giocare come merce di scambio per un annacquamento della procedura d’infrazione, fa sì che l’Italia alla fine rimanga cornuta e mazziata. Il motivo? Alla fine non cresce e, in più, si ritrova sul capo sanzioni contabili”.

Di chi è la colpa di questo deterioramento del clima di fiducia attorno all’Italia?
“La colpa principale ce l’ha la Commissione europea che ha deciso di far politica su di noi, andando contro quello che dovrebbe essere lo spirito dell’Ue. Si sta effettuando una battaglia, alzando la tensione, per uno 0,5% di deficit/Pil in più. Se fossimo rimasti all’1,9% non sarebbe successo niente. Ricordo che dal 2012 fino 2015, in soli tre anni, il rapporto debito/Pil è salito dal 116% al 132%, per rimanere poi stabile fino ad ora. E’ stato l’effetto di politiche di austerità imposte dall’Ue. Ora, Bruxelles si sta comportando come se avessimo portato il rapporto deficit/Pil al 5%, mentre lo abbiamo aumentato soltanto di uno 0,5%”.

Come laboratorio politico governativo, rappresentiamo un’assoluta novità in Europa. Per certi versi com’è stata la Grecia di Alexis Tsipras del 2012, in cui la sinistra radicale anti-establishment di Syriza rappresentava, al governo, un’autentica minaccia all’ordoliberismo tedesco e all’austerity comunitaria. Sappiamo com’è andata a finire. Può essere che ora Bruxelles abbia voluto prendere una posizione forte nei confronti di una nuova minaccia, quella del sovranismo nascente?
“Sì, l’Italia e la compagine governativa sono un laboratorio politico che in termini storici ha già cambiato l’Unione europea, facendo scattare, a breve, la procedura d’infrazione. Stiamo entrando in un campo inesplorato anche per la Commissione che sta cercando di usare i mercati come martello per bastonare le forze che adottano un approccio sovranista nei confronti di Bruxelles. Ma lo spread resta stabile a quota 300. Significa che l’esecutivo comunitario non ha assolutamente vinto”.

In tutto questo, il M5S denuncia anche un fuoco di fila mediatico…
“E’ indubbio che il governo Conte non ha avuto l’appoggio dei media, che amplificano il newsflow negativo. Ma non si tratta di un fattore determinante nel deterioramento del clima di fiducia generale. A questo punto, la chiave è da ricercare fuori dall’Italia. Lo scontro del Paese con l’Ue dev’essere risolto o in un modo o nell’altro”.

Assieme a Gianroberto Casaleggio, lei è stato uno degli ideatori della necessità d’istituire il reddito di cittadinanza. Negli ultimi giorni sono emerse delle perplessità sull’attuazione della misura anche fra alcuni esponenti del governo. Conferma la road-map per marzo?
“Ne sono convinto. La chiave, soprattutto al Sud, sarà quella della riforma dei centri per l’impiego che al momento bruciano 500 milioni con 8 mila addetti che sono allo sbando. Poi sarà necessario aprire un tavolo fra le Regioni per far sì che i sistemi informativi si parlino e per creare un reale coordinamento, spostare poi l’intermediazione dei centri per l’impiego dal 3% delle offerte al 10% e far ritornare del cricolo virtuoso del lavoro in bianco”.

Ma le offerte di lavoro arriveranno? Alla fine, il reddito di cittadinanza, che punta a formare i dicoccupati, si basa su questo…
“Tutto funziona se c’è la crescita economica. Ecco perché c’è bisogno di rimetterla in moto”.

Fonte: affariitaliani.it (qui)
Economia, Legge di Bilancio, Politica

Salvini rifletti: l’economia sta entrando in recessione e c’è il rischio che la manovra si riveli inadeguata. (di Becchi e Zibordi)

Ogni giorno che passa – bisogna pur dirlo – diminuisce la fiducia di imprenditori e dirigenti, operatori finanziari, artigiani, professionisti e investitori nel M5S. I sondaggi continuano a essere favorevoli più per la Lega che per il M5S, ma comunque – anche questo va detto – danno a entrambi sempre più del 60% del consenso, un consenso di cui pochi governi negli ultimi decenni hanno mai goduto.

Esiste però un altro tipo di consenso, quello del mondo economico, finanziario e imprenditoriale: questo è sempre più debole. Lo si vede dalla frana della Borsa e dei Btp (complessivamente da inizio anno chi avesse avuto 100milain Btp e azioni italiane avrebbe perso 17mila euro), dagli indici di fiducia delle imprese, in caduta brusca.

Dal punto di vista macroeconomico il dato drammatico è il taglio del credito, il bollettino di Bankitalia mostra che il «credito a residenti» (cioè imprese e famiglie) si è ridotto di 80 miliardi, da 2.400 a 2.320 miliardi da marzo. Le stime sulla crescita del Pil nel 2019 vengono riviste in basso quasi ogni settimana e mentre il governo parla di crescita intorno al 1,5% questa settimana la più importante banca americana, JP Morgan, ha drasticamente rivisto la previsione per l’Italia da 1,50% a 0,5%. Possono ovviamente sbagliare

Passando a dati più qualitativi, anche la manifestazione di Torino pro-Tav è il sintomo dell’opposizione crescente dei ceti professionali e imprenditoriali al M5S. Molta di questa gente al Nord votala nuova Lega di Salvini, ma ogni settimana che passa è sempre più sfiduciata riguardo la gestione della nostra economia. In termini economici in sei mesi il governo ha fatto pochino. La riduzione di tasse, «flat» o meno, è in pratica limitata alle «partite Iva» e le pensioni a 62 anni (revisione della “Fornero”) e il reddito di cittadinanza sono tuttora avvolte nel mistero su come e quando arriveranno.

Il deficit previsto dalla manovra è in realtà modesto, un 2,4% del Pil esattamente come accadeva sotto Renzi, ma nelle mani di Di Maio, Salvini, Conte e Tria è diventato un casus belli con la Ue e ha mosso i mercati (in basso). Le gaffe nei discorsi e dichiarazioni sono irrilevanti, se si guarda alle decisioni prese però non si può non constatare il caos della gestione del crollo del Ponte Morandi a Genova, il tentativo di cancellare la prescrizione, che Salvini ha cercato intelligentemente di parare, una finanziaria del 2,4% di deficit, rivolto però in prevalenza a pensioni e reddito per chi non lavora. Tutte cose che sono importanti, ma di poco aiuto per imprenditori, artigiani, professionisti.

Da parte degli avversari del governo, l’opinione che comincia a farsi strada è che conviene lasciare cucinare il governo nel suo brodo: l’economia andrà in recessione e il 60% e rotti di consenso di cui gode svanirà sotto il peso di una nuova crisi economica. Questo rischio è concreto perché, come abbiamo scritto su questo giornale, la congiuntura globale sta rallentando bruscamente, la Bce finisce (salvo ripensamenti) da dicembre di stampare moneta per comprare debito e i sintomi di recessione in Italia aumentano di giorno in giorno, anche a causa del calo della fiducia delle imprese.

Salvini dovrebbe riflettere sul fatto che il problema non è il deficit in sé, ma lo diventa se viene usato solo per pensionare dipendenti pubblici, pagare redditi a chi non lavora, lasciando poi cheilM5S renda più complicatala vita alle imprese e faccia, grazie a Toninelli, un gran casino nei lavori pubblici. Se la congiuntura economica fosse ancora favorevole Salvini potrebbe aspettare aumentando ancora i consensi per la Lega. Ma stiamo andando in recessione e gli italiani che fanno buste paga, producono fatturati e investono sono sempre più pessimisti. La Lega dovrebbe allora differenziarsi proponendo per il futuro qualcosa che vada oltre la legge di bilancio e che inverta il trend del pessimismo dei ceti produttivi. Che cosa si può fare lo scriveremo nel prossimo articolo.

Fonte: liberoquotidiano.it (qui) – Articolo di Paolo Becchi e Giovanni Zibordi

Economia, Good News

Melegatti, 35 dipendenti a lavoro da oggi: marchio e pandori “salvi”

L’azienda è ufficialmente di proprietà della famiglia vicentina Spezzapria, che ha rilevato e vuole ora rilanciare lo storico marchio dolciario italiano, che rischiava di scomparire definitivamente: 13,5 milioni di euro il costo d’acquisto.

Ha riaperto oggi la Melegatti, storica azienda veronese, il cui fondatore 124 anni fa inventò il pandoro. Da ieri, dopo la conclusione delle operazioni di cessione, la Melegatti è ufficialmente di proprietà della famiglia vicentina Spezzapria, che ha rilevato e vuole ora rilanciare lo storico marchio dolciario italiano, che rischiava di scomparire definitivamente: 13,5 milioni di euro il costo d’acquisto dell’azienda veronese.

La riapertura dello stabilimento veronese ha visto l’ingresso dai cancelli questa mattina di 35 dipendenti a tempo indeterminato, per lo più ex lavoratori dello storico marchio, ai quali seguiranno nei prossimi mesi ulteriori assunzioni, per assicurare la produzione del famoso pandoro (e del panettone), già per il prossimo Natale e della colomba Melegatti per la Pasqua 2019.

La società “Sominor srl” si è trasformata in “Melegatti 1894 Spa” e sono stati formalizzati gli incarichi all’interno del consiglio di amministrazione. Giacomo Spezzapria è il presidente della Melegatti e Denis Moro è l’amministratore delegato. La Melegatti d’ora in poi fa parte di un gruppo alimentare assieme a tre società di packaging, la vicentina “Eriplast”, la trentina “Fucine Film” e la modenese “Albertazzi G.”.

L’integrazione verticale della filiera alimentare consentirà economie di scala e ampliamento di competenze. “Terminate le procedure di acquisto da oggi saremo ancor più concentrati sul ritorno del tradizionale pandoro e panettone Melegatti sulle tavole degli italiani. Abbiamo puntato molto sullo sviluppo del territorio e sulla valorizzazione delle sue competenze. Ora la nostra presenza a Natale sarà importante perché dimostra la concreta volontà di ripartire con la tradizione, la qualità e il prestigio di un marchio dolciario unico in Italia e nel mondo” aveva dichiarato ieri Giacomo Spezzapria.

Fonte: ilfattoquotidiano.it (qui)

Economia, Mafie

Mafia e ‘ndrangheta si spartivano il mercato del gioco online: 68 arresti e sequestri per un miliardo di euro

Le mafie si sono spartite e controllano il mercato della raccolta illecita delle scommesse on line. È quanto emerso al termine di tre diverse indagini delle procure di Bari, Reggio Calabria e Catania, coordinate dalla Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo che hanno portato all’arresto di 68 persone e al sequestro di beni in Italia e all’estero per oltre un miliardo. Il volume delle giocate, riguardanti eventi sportivi e non, scoperto dagli investigatori di Guardia di Finanza, Polizia e Carabinieri, è superiore ai 4,5 miliardi.

I destinatari dei provvedimenti cautelari sono tutti importanti esponenti della criminalità organizzata pugliese, reggina e catanese, oltre a diversi imprenditori e prestanome. Guardia di Finanza, Polizia, Carabinieri e personale della Dia stanno inoltre eseguendo una ottantina di perquisizioni in diverse città.

I reati contestati, a vario titolo, vanno dall’associazione mafiosa al trasferimento fraudolento di valori, dal riciclaggio all’autoricilaggio, dall’illecita raccolta di scommesse on line alla fraudolenta sottrazione ai prelievi fiscali dei relativi guadagni.

Dalle indagini è emerso che i gruppi criminali si erano spartiti e controllavano, con modalità mafiose, il mercato delle scommesse clandestine on line attraverso diverse piattaforme gestite dalle stesse organizzazioni. Il denaro accumulato illegalmente, il cui percorso è stato monitorato dalla Guardia di Finanza, veniva poi reinvestito in patrimoni immobiliari e posizioni finanziarie all’estero intestati a persone, fondazioni e società, tutte ovviamente schermate grazie alla complicità di diversi prestanome. E proprio per rintracciare il patrimonio accumulato ed effettuare i sequestri è stata fondamentale la collaborazione di Eurojust e delle autorità giudiziarie di Austria, Svizzera, Regno Unito, Isola di Man, Paesi Bassi, Curacao, Serbia, Albania, Spagna e Malta.

Le nuove mafie hanno bisogno di “quelli che cliccano, che movimentano” i soldi facendoli transitare da un Paese all’altro senza lasciar traccia delle transazioni online, non di quelli che fanno “bam bam”, cioè di quelli che sparano.

A confermare il cambio di mentalità delle organizzazioni criminali è uno degli indagati nell’indagine di tre procure che ha portato all’arresto di 68 persone appartenenti a gruppi mafiosi che si erano spartiti il mercato online delle scommesse clandestine, intercettato dalla Guardia di Finanza mentre spiega quale sia la strategia giusta da attuare. “Io cerco i nuovi adepti nelle migliori università mondiali – lo sentono dire i finanzieri – e tu vai ancora alla ricerca di quattro scemi in mezzo alla strada vanno a fare così: ‘bam bam!'” “Io invece – aggiunge l’uomo – cerco quelli che fanno così: ‘Pin pin!!’. che cliccano, quelli che cliccano e movimentano. È tutta una questione di indice, capito?”.

Fonte: huffingtonpost.it (qui)