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Lega, occhio al Nord.

Nel tessuto produttivo del polmone elettorale leghista, inizia a serpeggiare qualcosa di più del malumore per il governo del “non cambiamento”.

Milano, 18 ottobre 2018. Teatro alla scala. È nel tempio della lirica che quello che sembrava un’opera impeccabile improvvisamente si spezza. In platea ascoltano un tenore molto particolare. Si chiama Carlo Bonomi, di mestiere, tra le altre cose, fa il presidente di Assolombarda. Suona uno spartito per qualcuno a Roma cacofonico: “Il governo del cambiamento non ha prodotto una manovra di vero cambiamento. Tutti comprendiamo che il dividendo che si ricerca è quello elettorale, non quello della crescita”. Crack.

Nella capitale drizzano le orecchie. Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti che si accorgono che è un momento di cesura. L’associazione che raccoglie le imprese di Milano, Lodi e Monza Brianza è considerata una sorta di polmone verde del consenso della Lega nel profondo Nord. Un polmone che sembra ora avviluppato dall’asma.

C’è una narrazione che vede il governo gialloverde come un ente indissolubile, che tra scontri, armistizi e sprazzi di serenità muove le proprie pedine all’unisono nel grande risiko d’Italia. Ma c’è un secondo livello di lettura, nel quale il Carroccio è pur sempre un prodotto del centrodestra italiano, con una propria specificità territoriale nonostante il dilagare verso il sud del paese, che malgrado il vento in poppa dei sondaggi sta vedendo crescere un blocco coeso di opposizione interna, composto da quegli stessi tessuti produttivi che sono stati il volano del boom elettorale.

“Il ministero dello Sviluppo economico il grosso del lavoro continua a farlo con Confindustria e le grandi imprese. Qui serve un ministero per le piccole e medie imprese, gliel’ho detto a Salvini”. A parlare è Paolo Agnelli. Non proprio uno qualunque. Guida Confimi, la Confederazione dell’Industria Manifatturiera Italiana e dell’Impresa Privata. Non vi dice niente? Mettetela così: Rappresenta circa 34 mila imprese per 440 mila dipendenti con un fatturato aggregato di 71 miliardi di euro, il valore di due leggi di bilancio. Il leader della Lega coccola quello che sa essere un rapporto fondamentale. Lo scorso 15 ottobre è volato all’assemblea generale dell’associazione, delegando a Giorgetti la presenza a un fondamentale vertice a Palazzo Chigi. Ha incassato le critiche, ha sdrammatizzato: “Io quest’uomo lo amo”. Perché sa che c’è qualcosa che non va.

“Il 99,5% del mondo produttivo italiano è rappresentato dalle Pmi – spiega Agnelli – fatturano 2mila miliardi all’anno. Non c’è attenzione a tutto quello che le circonda”. Il grande elefante nel salotto è l’alleanza con il Movimento 5 stelle. Tra i corridoi di Confindustria lombarda i dirigenti guardavano sbigottiti i flash delle agenzie che battevano la notizia di Luigi Di Maio alla guida del Mise. “Quando vengono a parlare con noi, i 5 stelle ci guardano come marziani – spiega ad Huffpost uno di loro – noi li consideriamo incompetenti. Con la Lega invece si parla lo stesso linguaggio”. Raccontano che il presidente degli industriali lombardi, Marco Bonometti, si senta tradito: “È furibondo. E dire che lui è sì un uomo di destra, ma è anche molto pragmatico. Matteo Renzi è andato da lui quando gli serviva. Eppure la deriva di politiche economiche e del lavoro che sta mettendo in campo il governo li ha completamente bypassati”.

Il primo scricchiolio è arrivato in autunno, con la lettera dei 600 imprenditori veneti contro il decreto dignità. Ne abbiamo raggiunto uno, è tranchant: “Per due barconi in meno Salvini ci abbandona. Noi da anni facciamo fatica a investire, a innovare, ad andare all’estero. E non arriva nessun investimento per le imprese in difficoltà, mentre i soldi vanno ai disoccupati meridionali”.

Gianluca Tacchella è l’amministratore delegato di Carrera jeans, piedi e radici piantate dagli anni ’60 nella pancia del Veneto. “L’economia la fanno le aziende, la mettono in moto le aziende, non lo stato. Se mi dici che crei pil facendo debito pubblico, facendo il reddito cittadinanza è una scemenza. I soldi che dai ai milioni di cittadini che prenderanno il reddito poco c’entra con il pil”. Risponde dalla macchina, mentre solca la nebbiolina serale della padana. Il suo tono è un misto di combattività e rassegnazione: “Non vedo nulla per le aziende. Cosa penso della legge di bilancio? Prendo solo atto che abbiamo perso ulteriore occasione per fare qualcosa per le pmi. Sono molto deluso, ogni volta si fa una manovra e ci trascurano. E ogni anno è tempo che si perde, quindi va sempre peggio”. Poi mette giù in chiaro una cosa che tanti come lui pensano ma non hanno il coraggio di mettere nero su bianco: “Non voglio dare giudizi politici specifici. Ma come sempre abbiamo chi elettoralmente promette di fare grandi cose e poi non fa niente”.

Quando Giorgetti e il viceministro dell’Economia Massimo Garavaglia tornano nella provincia verde si sentono sempre più spesso dire la stessa cosa: “Vi abbiamo dato fiducia, basta seguire i 5 stelle”. Antonio Calabrò, vicepresidente di Assolombarda, ha tirato una bordata alla compagine di Luigi Di Maio non più di qualche giorno fa. “Le piccole imprese italiane contro le grandi… Le strutture produttive diffuse sui territori contro i “poteri forti” e i “salotti buoni”… Le fabbrichette contro le multinazionali… – ha scritto su Huffpost – Chi non conosce affatto il tessuto industriale italiano usa questi schemi fuori dalla realtà per provare a riscrivere politiche industriali, come si pensa in ambienti di governo a proposito dei contenuti della manovra a sostegno delle imprese”.

Un imprenditore lombardo spiega la reazione tipo dei vertici leghisti a queste critiche: “Ti allargano le braccia e ti dicono il quadro politico è questo, che possono farci poco. Quando gli dici che ci si augura che duri il meno possibile sorridono”. La perplessità delle prime settimane si sta trasformando in rabbia e sconcerto. Perché la Lega sta velocemente dilapidando il patrimonio di stima che quel mondo aveva nei suoi riguardi. “La parte larga tessuto imprenditoriale in Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna ha votato Carroccio – ci spiega un dirigente confindustriale veneto – Forte della considerazione che amministrando sono stati bravi, di una straordinaria concretezza. Della Lega ci si fida, si parlano linguaggi analoghi”. Da qui nasce l’irritazione: “Ora li vediamo comportarsi diversamente. Devono tornare a fare la Lega dei territori”.

Il patrimonio di credito acquisito si sta erodendo ma non è ancora del tutto evaporato. Spiega uno dei vertici di Confindustria Lombardia: “Con i 5 stelle è diverso. Li riempiamo di carte e documenti, ma numeri e fatti non li riguardano”. In tanti citano come unica eccezione Stefano Buffagni, sottosegretario lombardo in quota M5s al ministero degli Affari Regionali, un passato al Pirellone. Troppo poco. Per capire qual è la cifra leghista che fa presa da quelle parti basta citare un episodio. Quando Agnelli ha incontrato Salvini gli ha chiesto di poter approfondire il tema in un colloquio a Roma. Bene, la settimana dopo era in agenda, ha preso un aereo e ha incontrato il vicepremier. È questo che ha reso la Lega benvoluta nel profondo Nord. Questo, insieme al fatto che dgli incontri seguiva un’immediata operatività. Che ora sta venendo a mancare.

Luca Scordamaglia non è solo il presidente di Ferderalimentare, ma anche l’amministratore delegato del gruppo Cremonini, colosso nel campo delle carni, un impero che tra i suoi marchi comprende Manzotin, Chef Express e Roadhouse. “Non penso che il decreto dignità abbia portato alla creazione di posti di lavoro, ma nemmeno alla loro scomparsa – spiega – Il vero rimprovero è non aver sburocratizzato un sistema in cui vige l’assenza di flessibilità e politiche attive. Le faccio un esempio: il 33% di tecnici specializzati cercati nel nord non si riescono a coprire”. Il Ceo è tra i pochi a non vedere nero sul reddito di cittadinanza. Ma con dei caveat dirimenti: “Se non si parlerà di limite geografico per l’accettazione delle offerte di lavoro, che francamente non ha senso, se si parlerà di detrazione per chi assume, allora avrà una valenza diversa, avvicinandosi agli strumenti inclusivi che esistono in Germania e nelle socialdemocrazie”. Il punto cruciale è sugli investimenti: “Quelli pubblici sono fondamentali, 3 miliardi l’anno mi sembrano un po’ pochini. Ben venga per esempio lo sblocco del Tap, fondamentale per la diversificazione nel nostro paese”.

Le grandi opere e le infrastrutture sono un altro nodo dolente. La piazza dei sì-Tav stracolma di gente a Torino è un segnale chiarissimo. Rosario De Luca, Presidente della Fondazione Studi Consulenti del lavoro, spiega: “Un imprenditore veneto ha bisogno di una rete viaria funzionante e che lo leghi all’Europa. Così rendiamo paese competitivo e creiamo lavoro. Penso a Tav e alla Pedemontana, per esempio. Se si fermano investimenti e infrastrutture siamo un paese bloccato”.

Un tema che si lega a quello del lavoro. Perché il già citato decreto dignità, tanto voluto da Di Maio, è un vero e proprio nodo dolente per la Lega e la sua ricerca di consenso in quel mondo. Agnelli su questo ci va giù durissimo: “Non è la legge che ci fa assumere a tempo indeterminato, ma le commesse che riceviamo. Se non ho lavoro prendo uno per un anno e vediamo come si muovono le cose. A me non interessano i contributi e gli sgravi, chi se ne frega, io voglio il lavoro”. Flavia Frittelloni, area Politiche del Lavoro e Welfare della Confcommercio di Roma, su questo è stata drammaticamente chiara in un incontro pubblico di qualche giorno fa: “In questo caos normativo e soprattutto dopo il reinserimento delle causali il mio consiglio agli imprenditori che ci chiedono lumi purtroppo è uno solo: fate contratti di soli 12 mesi”. Due suoi colleghi di due grandi città del nord non vogliono essere citati, ma la risposta è sostanzialmente la stessa: “È la stessa cosa che stiamo facendo noi, non c’è altra soluzione”.

I dirigenti leghisti girano il nord a spiegare che una risposta sarà la riforma della legge Fornero, che ai tanti pensionati corrisponderanno migliaia di nuovi assunti. Tacchella, che a breve farà i conti con il ricaduto empirico dell’enunciato, è scettico: “Tanti non saranno sostituiti. C’è sicuramente bisogno di ricambio. Ma non sarei sicuro che a un pensionato corrisponderà un giovane. Se oggi avessi bisogno di un modellista non potrei assumerlo, perché in Italia la professione non esiste più. Stiamo sbalinando. Non trovo uno nel tessile, sono sparite le scuole”.

L’ad di Carrera jeans fa un esempio che più chiaro non si può delle risposte che non stanno arrivando dal partito del “prima gli italiani”: “Zalando sta per aprire a Verona 100mila metri quadri magazzino perché vuole conquistare il mercato. Darà lavoro a magazzinieri e autisti. E il comune lo glorifica”. Per lui è una prospettiva distopica: “Per trecento magazzinieri e altrettanti autisti, manodopera di basso livello e di basso costo, non si sa quanti professionisti del settore chiuderanno. Mi dica lei se è un modello di sviluppo”.

La città di Romeo e Giulietta è un paradigma. Lì il centrodestra ufficiale ha sconfitto al ballottaggio il centrodestra alternativo di Flavio Tosi. Nonostante ciò anche su quei lidi lo scontento sta iniziando ad aver presa. Perché in manovra per quella galassia ci sono le briciole, mentre servivano soldi veri. Agnelli, bergamasco, mette in fila un po’ di dati: “Per noi il costo energia rispetto a quello europeo è dell’87% in più. Questo ti mette fuori gioco. Il costo del lavoro si attesta sull’11% in più di media, ma mette in mezzo paesi come Romania e Polonia, dove il rapporto è uno a quattro. Così noi non possiamo competere”.

Tanti non si vogliono esporre apertamente, ma il mood che inizia a girare con sempre più insistenza negli ambienti industriali e produttivi dal Rubicone in su si fa sempre più insistente. E recita più o meno così: Salvini scarichi Di Maio, perché l’unica speranza per noi è che ritorni un governo di centrodestra. Ma un centrodestra vero.

Fonte: huffingtonpost.it (qui)

Democrazia, Economia, Politica, Stati vs Europa

Previsioni Ue, Tria all’attacco: “Analisi non attenta e parziale della manovra. Dispiaciuto della loro défaillance”

“Le previsioni della Commissione europea relative al deficit italiano sono in netto contrasto con quelle del Governo italiano e derivano da un’analisi non attenta e parziale del Documento Programmatico di Bilancio, della legge di bilancio e dell’andamento dei conti pubblici italiani, nonostante le informazioni e i chiarimenti forniti dall’Italia”. Il ministro dell’Economia Giovanni Tria va all’attacco di Bruxelles dopo la pubblicazione delle stime d’autunno secondo cui il deficit/pil l’anno prossimo toccherà il 2,9% e nel 2020 sfonderà il tetto del 3 per cento. Il titolare del Tesoro in una nota ufficiale si dice “dispiaciuto” della “défaillance tecnica della Commissione”. “Rimane il fatto”, aggiunge, “che il Parlamento italiano ha autorizzato un deficit massimo del 2,4% per il 2019 che il Governo, quindi, è impegnato a rispettare”.

Il commissario europeo agli Affari Economici Pierre Moscovici poco prima, durante la conferenza stampa sulle previsioni d’autunno, aveva ammonito sul fatto che “la qualità del lavoro della Commissione Ue e la sua imparzialitànon possono essere messe in causa” per cui le stime di Bruxelles, diverse da quelle del governo italiano, “non devono prestarsi alla minima polemica“. “L’Italia non è stata oggetto di un trattamento particolare ma ha avuto lo stesso di tutti gli altri Paesi”, con cui “sono abituali scarti tra le previsioni”, ha detto il commissario. “L’Italia non è sola in questa situazione”, c’è già stata anche “con i governi precedenti”.

Moscovici ha spiegato che la differenza di stima sulla crescita 2019 (1,2% della Ue contro 1,5% del Governo) è dovuta al fatto che “le nostre stime sono più prudenti, come quelle delle altre organizzazioni internazionali”, e si basano sul deterioramento della situazione nel terzo trimestre e inizio del quarto. Sul deficit invece (2,9% della Ue contro 2,4% del Governo) “se togliamo gli arrotondamenti la differenza è solo 0,4%”, perché ci saranno meno entrate fiscali a causa della crescita più bassa e questo pesa per uno 0,2%. Inoltre, ci sono le spese maggiori per il servizio del debito, che aumentano dell’1% del Pil. “Questi scarti sono abituali tra le previsioni della Commissione e degli Stati, ed era già successo anche con il precedente Governo italiano”.

Fonte: ilfattoquotidiano.it (qui)

Economia, Politica, Stati vs Europa

Savona risponde a Draghi: «Fare scendere lo spread è compito della Bce»

“Ognuno si assuma le sue responsabilità”. Così il ministro per  gli Affari europei Paolo Savona, commenta, a margine del Consiglio dei ministri, le parole del presidente della Bce Mario Draghi, che ha ricordato come l’Eurotower non possa per mandato finanziare i deficit. Nessuno, per la verità, ha mai sostenuto una cosa simile. Ma, se la Bce non deve finanziarie i deficit, di cosa, alla fine, si deve occupare oltre che tenere sotto controllo il tasso di inflazione? Savona non ha dubbi: “Calmierare lo spread è compito della Banca centrale europea”.

“Sul condono fiscale Savona si dice poi convinto della buone ragioni del governo. “Perché non dovremmo farlo? È  una redistribuzione del reddito dai ricchi ai poveri”, azzarda il ministro.

“La vera scommessa – dice in conclusione Savona – ‘è che l’Italia, dopo aver fatto una serie di leggi che vincolano gli investimenti, deve uscire da questa situazione, la manovra presentata contiene un impegno politico in questo senso. Noi stiamo vivendo al di sotto delle risorse e per gli investimenti ci sono più risorse di quanto scritto nella manovra”.

Fonte: secoloditalia.it (qui)

Capitalismo, Economia, Globalizzazione, Imprese

Con la “fallita” liretta turca si portano via la Pernigotti. Chiude dopo 150 anni di storia. A casa 100 lavoratori.

I turchi Toksoz chiudono un pezzo dell’industria dolciaria italiana. Annunciati 100 licenziamenti.

È durata cinque generazioni, ma la storia di Pernigotti sembra essere arrivata al capolinea, dopo essere iniziata nel 1860, con l’apertura di una drogheria nel cuore di Novi Ligure.

Stefano Pernigotti ha poi dato vita ad una piccola fabbrica 8 anni dopo e nel 1882 l’azienda è diventata fornitore ufficiale del Re. Nel 900 diventa un simbolo dolciario, con la produzione degli storici giandujotti piemontesi e del torrone, dalla ricetta unica. Non è bastato. Nel 2013avviene il passaggio dello stabilimento di Novi Ligure dal gruppo italiano Averna a quello turco Toksoz, che aveva mostrato entusiasmo nell’assumerne la direzione. Ora l’annuncio del sindacato: le 100 persone ancora occupate nello stabilimento produttivo di Novi dovranno andare a casa. “L’amministratore delegato era accompagnato dai legali e ci ha comunicato che non sono interessati allo stabilimento. I pochi impiegati del settore commerciale che rimarranno saranno trasferiti a Milano”, hanno detto.

Pernigotti però non è l’unico caso di acquisizione: anche le calzature Lumberjack hanno richiamato l’interesse turco. L’azienda italiana fondata nel 1979 infatti è stata acquisita dal gruppo turco Ziylan nel 2012. Il Paese a metà tra Europa e Asia infatti ha iniziato a guardare sempre più all’Italia, con 100 milioni di euro di investimenti destinati alle aziende della Penisola, stanziati a partire dal 2014. Risale proprio all’aprile di quell’anno l’incontro “Destinazione Italia”, nel quale il Presidente dell’Unione delle Camere di commercio di Turchia aveva detto di prevedere investimenti turchi all’estero per quasi 100 miliardi di dollari indirizzati verso alcuni Paesi prescelti, tra i quali l’Italia. D’altronde, i brand italiani con la loro storia sono sempre risultati molto interessanti per le società turche, che invece sono ancora giovani e poco conosciute a livello di marchi.

Nonostante le aziende italiane che operano in Turchia siano molto più numerose delle aziende a capitale turco registrate in Italia, l’interesse degli imprenditori per il Belpaese è continuato e continua a crescere. In particolare, sono i settori del turismo, dei trasporti, dell’energia, delle tecnologie dell’informazione e del settore immobiliare ad attirare maggiormente gli investitori turchi. Ed in risposta a tale interesse Unicredit aveva lanciato insieme a YapiKredi, la controllata turca del gruppo bancario italiano, il portale virtuale Business Matching nel quale imprese italiane e turche avevano la possibilità di scegliersi per sviluppare nuovi business insieme.

Così l’azienda Falco di Codigoro, in provincia di Ferrara, è stata salvata dal gruppo turco Kastamonu Entegre, nel giugno 2017. E nell’aprile di quest’anno, la Sangalli Vetro di Manfredonia è stata acquisita dalla turca Sisecam, che già aveva acquisito lo stabilimento Sangalli di Porto Nogaro.

Fonte: quifinanza.it (qui)

Economia, Legge di Bilancio, Politica

Legge di Bilancio, dai fondi per reddito e quota 100 a flat tax e cabina di regia per gli investimenti: tutte le misure

I fondi per il reddito di cittadinanza e il superamento della Fornero, che saranno però normati con provvedimenti successivi. La flat tax al 15% per gli autonomi e una mini-Ires con la stessa aliquota sugli utili reinvestiti. La proroga degli sgravi per le assunzioni al Sud. Un aumento di 1 miliardo del fondo sanitario nazionale, 100 milioni in più per le politiche per la famiglia, la conferma dei bonus per le ristrutturazioni e del bonus verde, la novità dei terreni agricoli in concessione gratuita alle famiglie che fanno il terzo figlio. E poi assunzioni nella pubblica amministrazione e risorse per il rinnovo dei contratti, la riforma del percorso per diventare insegnanti, una nuova struttura per il coordinamento degli investimenti presso Palazzo Chigi e la nuova centrale per la progettazione delle opere pubbliche. Sono le principali misure contenute nei 108 articoli della legge di Bilancio bollinata il 30 ottobre dalla Ragioneria generale dello Stato e inviata alle Camere dopo la firma del capo dello Stato Sergio Mattarella.

La relazione tecnica alla legge contiene specifiche sulle due misure-emblema della manovra: il reddito di cittadinanza e la flat tax. La dotazione per l’introduzione della prima misura, cavallo di battaglia del M5s, è di 9 miliardi l’anno. Nel 2019 la maggiore spesa prevista si attesta a 6,8 miliardi, il resto arriva dai fondi già stanziati del reddito di inclusione che saranno inglobati. Analogo impegno – 6,7 miliardi – è previsto nel 2019 per gli interventi sulle pensioni mentre lo stop agli aumenti Iva che sarebbero scattati il primo gennaio impegna 12,471 miliardi di risorse. In termini normativi, il reddito di cittadinanza, così come la riforma delle pensioni con quota 100, resta fuori dalla legge di Bilancio e sarà introdotto nel dettaglio con “appositi provvedimenti“. Il testo non contiene alcuna norma per tagliare le pensioni d’oro. Sarà aggiunta in commissione durante l’esame della legge, hanno fatto sapere fonti di governo M5s, anticipando che il taglio “escluderà le pensioni maturate con il contributivo e le casse complementari” e riguarderà solo gli assegni a partire dai 90mila euro.

Flat tax per gli autonomi e cancellazione Ace e Iri – Capitolo flat tax: l’arrivo della “tassa piatta” forfait al 15% per i lavoratori autonomi il primo anno costerà solo 330 milioni, con un impatto sui soli versamenti Iva ma, dopo un rimbalzo di 1,9 miliardi di costo nel 2020, si attesterà su un impegno per lo Stato pari a 1,4 miliardi. Nel 2020, comunque, arriva anche la tassa al 20%tra i 65 e i 100 mila euro per imprenditori e negozianti: questa misura impegnerà 109 milioni nel 2020, 1,1 miliardi nel 2021 e 856 milioni nel 2022. Viene in compenso cancellata l’Ace (Aiuto alla crescita economica) ed è abrogata l’Iri che avrebbe dovuto entrare in vigore nel 2019.

Mini Ires su utili reinvestiti e nuove assunzioni – Il taglio di 9 punti dell’Ires, dal 24 al 15%, sarà garantito alle imprese che assumono personale non solo a tempo indeterminato, ma anche determinato. Le assunzioni dovranno essere incrementali rispetto al personale dipendente conteggiato al 30 settembre 2018 “al netto delle diminuzioni occupazionali verificatosi in società controllate o collegate”. I nuovi assunti dovranno inoltre essere destinati “per la maggior parte del periodo d’imposta” a strutture produttive localizzate in Italia. Nella misura vengono infatti fissati precisi paletti antidelocalizzazioni sia sul lato occupazionale che su quello degli investimenti. Beneficiarie dello sconto saranno infatti le imprese che realizzano investimenti – con l’esclusione di immobili e veicoli – “nel territorio dello Stato”. Avranno lo sconto anche le nuove imprese che assumono già negli ultimi tre mesi dell’anno.

Due miliardi per i centri per l’impiego – Nella bozza sono previsti due miliardi tra il 2019 e il 2020 (uno all’anno) per migliorare il funzionamento (assumendo personale e automatizzandoli) dei centri per l’impiego senza i quali la norma sul reddito di cittadinanza diventa impraticabile: “Nell’ambito del Fondo per il reddito di cittadinanza di cui al comma 1, fino a 1 miliardo di euro per ciascuno degli anni 2019 e 2020, è destinato ai centri per l’impiego al fine del loro potenziamento e, fino a 10 milioni di euro per l’anno 2019, è destinato al finanziamento del contributo per il funzionamento di ANPAL Servizi S.p.A”.

Credito di imposta dimezzato, rivisto l’iperammortamento – Dimezzato il tetto annuale del credito di imposta per attività di ricerca e sviluppo, che sarà nella misura del 50% solo per alcune spese (come personale e contratti con le università) mentre per le altre scenderà al 25%. Avrà invece 3 aliquote l’iperammortamento per i beni funzionali alla trasformazione tecnologica e/o digitale delle imprese in chiave Industria 4.0: 150% fino a 2,5 milioni di euro, al 100% fino 10 milioni e 50% fino a 20 milioni. Confermata la maggiorazione del 40% per i software. Scompare il superammortamento. Arriva una cedolare secca al 21% sugli affitti di immobili a uso commerciale, per i nuovi contratti del 2019, purché al 15 ottobre 2018 non risultino altri contratti.

Rinnovo contratti statali e assunzioni nella PA – Per il triennio sono stanziati 4,2 miliardi per il rinnovo dei contratti degli statali. Previste anche risorse per le assunzioni, destinate, in via prioritaria a nuovi concorsi per accelerare su digitalizzazione e gestione di fondi strutturali e investimenti. Nella manovra si dispone anche l’assunzione di 1.500 vigili del fuoco.

Così aumenteranno i fondi per la sanità – Per il 2019, il finanziamento al Servizio sanitario nazionale sale a 114,4 miliardi di euro, 1 miliardo in più sul 2018. Per il 2020 il Fondo è però incrementato di 2 miliardi e per il 2021 di un altro miliardo e mezzo. L’aumento delle risorse “è subordinato alla stipula, entro il 31 gennaio 2019, di una specifica intesa in sede di Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le Province autonome di Trento e di Bolzano per il Patto per la salute 2019-2021, che contempli misure di programmazione e di miglioramento della qualità delle cure e dei servizi erogati e di efficientamento dei costi”. Per attivare ulteriori borse di studio per i medici di medicina generale che partecipano ai corsi di formazione, vengono messi sul piatto altri 10 milioni di euro dal 2019. Per aumentare, invece, il numero dei contratti di formazione specialistica dei medici, “l’autorizzazione di spesa è incrementata di 22,5 milioni di euro per il 2019, di 45 milioni di euro per il 2020, di 68,4 milioni di euro per il 2021, di 91,8 milioni di euro per il 2022 e di 100 milioni di euro a decorrere dall’anno 2023”.

Banche, 1,5 miliardi per i risparmiatori truffati – E’ previsto un miliardo e mezzo per i risparmiatori “truffati dalle banche”, con fondi dai “conti correnti e dei rapporti bancari definiti come dormienti all’interno del sistema bancario nonché del comparto assicurativo e finanziario”. Nel testo si spiega che per questi risparmiatori “è istituito un Fondo di ristoro con una dotazione finanziaria iniziale di 525 milioni di euro per ciascuno degli anni 2019, 2020 e 2021″. Chi sono questi soggetti? “Coloro che hanno subìto un danno ingiusto, riconosciuto con sentenza del giudice o con pronuncia dell’Arbitro per le controversie finanziarie (Acf), in ragione della violazione degli obblighi di informazione, diligenza, correttezza e trasparenza previsti dal testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria” nella “prestazione dei servizi e delle attività di investimento relativi alla sottoscrizione e al collocamento di azioni emesse da banche aventi sede legale in Italia poste in liquidazione coatta amministrativa, dopo il 16 novembre 2015 e prima della data del 1 gennaio 2018, nello stato di previsione del Ministero dell’economia e delle finanze”.

Nasce “InvestItalia” per gli investimenti pubblici – Arriva una “struttura di missione per il supporto alle attività del presidente del Consiglio dei ministri di coordinamento delle politiche del governo e dell’indirizzo politico e amministrativo dei ministri in materia di investimenti pubblici e privati”:  la struttura prende il nome di ‘InvestItalià. La misura è “in attesa di valutazione politica“: proprio di questo si è discusso in una riunione ieri sera a Palazzo Chigi il cui esito sarebbe stato – viene referito da più fonti di governo – interlocutorio. Per la norma vengono stanziati 25 milioni all’anno dal 2019 e si prevede che la struttura sia istituita “con decreto del presidente del Consiglio dei ministri”, che operi alle dirette dipendenze del premier anche in raccordo con la Cabina di regia Strategia Italia prevista dal dl Genova.

Opere pubbliche, arriva la “Centrale di progettazione” – Arriva, dal primo gennaio 2019, la “centrale per la progettazione delle opere pubbliche”, che opera “in autonomia amministrativa, organizzativa e funzionale”. Saranno assunte 300 unità attraverso una procedura pubblica svolta da una commissione il cui presidente è designato dal premier e composta da 4 membri rispettivamente individuati dai ministri del Tesoro, del Mise, delle Infrastrutture e degli Affari regionali.

Tagli alle spese militari fino a 60 milioni all’anno – La bozza prevede tagli alle spese militari per 60 milioni all’anno dal 2019 e di ulteriori euro 531 milioni nel periodo dal 2019-2031. Nel testo si legge che sarà “il ministro della Difesa di concerto con il ministro dell’economia e delle finanze, entro il 30 gennaio 2019, a rideterminare i programmi di spesa dei settori interessati e le relative consegne”.

Scuola: stabilizzazione del personale Ata – Passano a tempo pieno gli assistenti tecnici e amministrativi (Ata) assunti nel 2018-19: “A decorrere dall’anno scolastico 2019/2020, è autorizzata la trasformazione, da tempo parziale a tempo pieno, del rapporto di lavoro degli assistenti amministrativi e tecnici assunti nell’anno scolastico 2018/2019”. Verranno inoltre tassate le ripetizioni: l’aliquota è stata stabilita nel 15%. Inoltre “dall’anno scolastico 2019/2020 – si legge – l’organico del personale docente dei licei musicali è incrementato di 400 posti”. “A tal fine – si legge nella bozza – è autorizzata la spesa di euro 4,85 milioni, per il 2019, di 18,16 milioni, per il 2020, di 23,56 milioni, per il 2021, di 19,96 milioni per ciascuno degli anni 2022, 2023, 2024 e 2025, di 20,49 milioni, per l’anno 2026 e di 21,56 milioni a decorrere dal 2027″.

Tre milioni in più al Fondo migrazioni. Sparisce il tavolo sul caporalato – Resta l’incremento di tre milioni l’anno del Fondo nazionale per le politiche migratorie, anche se il capitolo spending review prevede un risparmio di ben 400 milioni sulle risorse destinate ai centri di accoglienza. Non compare più, invece, il Tavolo per il contrasto del caporalatoprevisto dalle precedenti bozze. Sembra sparire, rispetto alle bozze, anche l’introduzione di un contributo dai 10 ai 100 euro per la pesca sportiva.

“Voucher manager” per le Pmi – Il testo prevede un “voucher manager” fino a 40mila euro per le Pmi che acquisiscono “prestazioni consulenziali” di natura specialistica con l’obiettivo si sostenere i processi di trasformazione tecnologica e digitale attraverso le tecnologie previste dal “Piano nazionale Impresa 4.0”. Si tratta di un contributo a fondo perduto non superiore al 50 per cento dei costi sostenuti a decorrere dal periodo di imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2018 e fino al 31 dicembre 2020. Gli stessi contributi sono concessi alle imprese che sottoscrivono o aderiscono a “un contratto di rete” che abbia nel programma “lo sviluppo di processi innovativi in materia di trasformazione tecnologica e digitale attraverso quanto previsto da Impresa 4.0”. In questo caso il voucher ha un tetto di 80mila euro.

Nasce il fondo ‘Blockchain e Internet of things” – La manovra, bollinata dalla Ragioneria dello Stato, prevede un nuovo fondo per “interventi in nuove tecnologie e applicazioni di intelligenza artificiale”, con risorse pari a 15 milioni l’anno per il triennio 2019-2021. L’obiettivo è finanziarie progetti di ricerca e innovazione da realizzare in Italia da opera di soggetti pubblici e privati.

Fuori dal testo i 180 milioni per le buche di Roma – Non entrano in manovra 180 milioni per riparare le buche delle strade della Capitale. E’ quanto si apprende da fonti di governo M5s. La richiesta, spiegano, era stata fatta pervenire al Mef dal ministro per le Infrastrutture Danilo Toninelli, raccogliendo gli auspici del Campidoglio. Si chiedeva, nel dettaglio, “l’erogazione diretta a Roma Capitale di 60 milioni per ciascuno degli anni 2019, 2020 e 2021”. Ma la norma “per ora – sottolineano le stesse fonti – è stata rifiutata“.

Fonte: ilfattoquotidiano.it (qui)

Austerity, Economia, Europa vs Stati, Politica

Dijsselbloem minaccia l’Italia: il rigetto della manovra? “non è la fine del processo, ma solo l’inizio”

Questa settimana in un’intervista alla CNBC, Jeroen Dijsselbloem, ex ministro delle finanze olandese e ex Presidente dell’Eurogruppo, ha dichiarato guerra al governo italiano.

L’establishment finanziario europeo è pronto a distruggere il sistema bancario e a  far implodere l’economia italiana. Come un boss della mafia, Dijsselbloem ha avvertito che l’Italia potrebbe trovarsi nei guai se non rientrerà entro le norme delle direttive di Bruxelles. Chiaramente, la sua affermazione era ammantata di linguaggio diplomatico:

 “Se la crisi italiana diventerà una crisi più importante, imploderà principalmente nella stessa economia italiana … e non si diffonderà in Europa”, ha affermato.

 “E’ per il modo in cui sono finanziate l’economia italiana e le banche italiane, che sarà un’implosione piuttosto che un’esplosione”.

 Per un uomo della sua caratura è insolito sentire parlare pubblicamente dell’Italia come di un paese in posizione negoziale debole o con espressioni allarmiste. Non abbiamo mai visto niente del genere, nemmeno lontanamente, per cui possiamo solo pensare che la sua enunciazione abbia avuto il solo scopo di dare il via libera ai mercati finanziari per orchestrare un attacco contro le obbligazioni italiane e spingere così  il rendimento italiano verso l’alto.

 “I mercati avranno un loro ruolo, voglio dire, se guardiamo a quanto denaro avrà bisogno l’Italia per finanziare  solo l’anno prossimo, parliamo di oltre 250 miliardi di euro, per rifinanziare parte del capitale del suo debito e anche, ovviamente, per i suoi nuovi piani di spesa. Quindi i mercati dovranno davvero guardare all’Italia in modo molto critico “.

 Ha ricordato anche al governo italiano che le banche italiane sono un obiettivo sotto osservazione per le autorità finanziarie europee. Per destabilizzare l’economia di un paese, si devono prima rompere le ossa della sua spina dorsale, cioè delle banche.

“Ci sarà anche un ruolo per le autorità bancarie che, nel loro ruolo da supervisore,  faranno vedere cosa può succedere alle banche italiane. Abbiamo già visto scendere le loro valutazioni azionarie” ha detto Dijsselbloem con un sorrisetto.

Sotto la guida di Jeroen Dijsselbleom, la Grecia è stata tagliata fuori dal TARGET 2, il sistema di pagamento europeo, facendo in modo che nemmeno un singolo euro potesse essere trasferito all’estero per parecchio tempo, ma l’Italia non è paragonabile alla Grecia. Lo stato italiano da anni ha un avanzo commerciale ed ha performance migliori della Francia, perché le esportazioni italiane superano le importazioni e il paese non dipende da finanziamenti esteri per le sue esigenze. Ma l’ex presidente dell’Eurogruppo non vuole che i suoi colleghi di Bruxelles abbiano qualche ripensamento e , per questo motivo,  ha usato la sua intervista alla CBNC per far sapere loro come devono procedere.

“Guardando a quello che ( i governanti italiani) hanno messo sul tavolo, la commissione non ha davvero nessun’altra scelta che rimandarla indietro, cosa che – comunque – non è la fine del processo, ma solo l’inizio”.

 “È piuttosto preoccupante, pensare che questo scontro ci sarà e, penso, che la commissione non avrà altra scelta che  prenderne atto  e accettare il confronto”.

 Questa dichiarazione di guerra è stata innescata dalla proposta di questo bilancio italiano. Il deficit del bilancio italiano è strutturale e il debito pubblico ammonta al 130% del PIL. L’economia italiana è paragonabile a quella del Giappone. Entrambi i paesi sono caratterizzati da una contrazione del consumo interno e da un surplus delle esportazioni. Proprio come il Giappone, l’Italia ha una popolazione in declino. La domanda di beni immobili e beni di consumo sta diminuendo, quindi la produzione industriale dovrà alla fine decelerare.

Il governo italiano, appoggiato dalla sua popolazione, si rifiuta di sottomettersi alla finanza europea. Il fatto che la popolazione sia in calo e che il debito pubblico aumenti sono fattori inevitabili e questi fatti non devono essere un problema fino a quando il paese produce abbastanza per pagare le sue importazioni. E questo avviene solo perché gli italiani non hanno una  valuta propria e sono costretti a obbedire ai loro padroni di Bruxelles e ai banchieri di Francoforte. L’introduzione di una moneta parallela e il ritiro dall’euro sembrano una soluzione logica e storicamente non sarebbe originale. La Repubblica ceca e la Slovacchia, le repubbliche, che prima erano russa e iugoslava,  precedentemente facevano parte di  una unione monetaria, e quando si sono staccate ed hanno preso la loro strada, anche le loro valute si sono separate ed hanno sostituito quelle vecchie.

Jeroen Dijsselbloem ha detto alla CNBC che l’unica soluzione concepibile per l’Italia è chiedere denaro al Fondo Europeo di sostegno, benché sia chiaro che questo fondo non può risolvere tutti i suoi problemi. Alla fine, Jeroen Dijsselbloem ha azzardato la previsione che non ci sarà nessun bail-out per l’Italia perché “politicamente e finanziariamente” questo non accadrà.

“Non vedo sostegno, diciamo, nella eurozona  “Questi ragazzi sono completamente fuori strada – aiutiamoli”  ha detto, aggiungendo cheun salvataggio dell’Italia  “spazzerebbe via”  l’ European Stability Mechanism fund  entro un paio di anni.”

Menzionando solo una possibile soluzione, il banchiere europeo invia a Roma il segnale che non verrà messa in discussione nessuna alternativa, che preveda un ritorno alla lira.

La dichiarazione fatta da Dijsselbloem alla CNBC è un ultimatum consegnato ai suoi Colleghi italiani. A Cipro, centinaia di piccoli investitori persero tutti i loro soldi quando  Dijselbloem era il capo dell’Eurogruppo.  Ora la cosa sembra ripetersi, più o meno allo stesso modo. La BCE vuole che Roma utilizzi il denaro di piccoli investitori, come i pensionati,  per salvare le banche italiane. Jeroen Dijselbloem è conosciuto per questi suoi modelli di bail-in ed ha anche  il coraggio di ammonire gli italiani:

“L’unico modo per uscire da questo  (la distruzione dell’economia italiana) è che l’Italia si renda conto e che i consumatori italiani e gli elettori lo comprendano (il crollo delle banche), e speriamo che con queste misure, la correzione dell’economia, cominci dall’interno. “

Ci chiediamo quali correzioni abbia in mente.La democrazia ha fatto il suo corso, gli elettori hanno già deciso, e secondo i sondaggi sono perfettamente d’accordo con il vice ministro italiano Matteo Salvini, la cui popolarità sta aumentando.

L’ex ministro olandese ha detto che le autorità europee non avrebbero nulla in contrario se avvenisse  un colpo di stato a Roma? O ha solo dato un consiglio a qualcuno per farla finita con Matteo Salvini?

Fonte: Zerohedge.com (qui) Traduzione a cura di Comedonchisciotte.it (qui)

Ecco il video dell’intervista in lingua orginale: (qui)

America, Economia

Economia Usa, fiducia consumatori: indice Conference Board (in crescita) a 137,9. Effetto Trump.

 A ottobre, gli statunitensi si sono dimostrati più ottimisti sull’economia, sorprendendo gli analisti, anche se va detto che molti di costoro ”gravitano” nell’area politica del Partito Democratico, avendo molti gruppi finanziari di Wall Street finanziato la campagna elettorale della sconfitta Hillary Clinton, e quindi propensi a valutare negativamente, a ridosso delle elezioni di midterm, i dati economici per non valorizzare l’operato del presidente Trump e del Partito Repubblicano. L’indice sulla fiducia redatto mensilmente dal Conference Board, gruppo di ricerca privato, è salito dai 135,3 punti di settembre a 137,9 punti, mantenendosi a livelli visti l’ultima volta nel 2000, al colmo del boom economico Usa. I suddetti analisti attendevano un dato a 136,5 punti. La componente che misura le aspettative per il futuro è salita da 112,5 a 114,6 punti; quella sulla situazione attuale è salita da 169,4 a 172,8 punti. Risultato, il record da 18 anni a questa parte.

Fonte: SoldiOnline.it (qui)