Democrazia diretta, e-Gov, Politica, Rivoluzione digitale

Giappone e USA sperimentano il voto via blockchain

Con l’avvento del bitcoin e delle cosiddette “criptovalute” (ovvero il sistema parallelo di valuta digitale criptata mediante l’utilizzo di un codice NdR) la tecnologia del blockchain, fino a quel momento destinata a far bella mostra di sé unicamente nei manuali informatici, pare essere tornata prepotentemente in auge, trovando applicazione in numerosissimi altri ambiti.

L’ultima proposta arriva direttamente dal Giappone dove, nella prefettura di Ibaraki (situata a circa 70 chilometri da Tokyo) si è attuata la prima sperimentazione al mondo di voto via blockchain.

Un ulteriore passo verso la cosiddetta e-democracy verrebbe da dire. Ma cos’è e soprattutto, come funziona tecnicamente una blockchain?

Il blockchain dagli albori fino alla concreta applicazione

Tecnicamente, una blockchain non è altro che un registro pubblico al cui interno sono registrate migliaia di transazioni crittografate ognuna delle quali è collegata ad un soggetto specifico (i cosiddetti “blocchi”) che, collegate tra loro attraverso un sistema di marche temporali, creano un vero e proprio database a catena (chain) in continuo aggiornamento e liberamente consultabile dagli utenti.

Nonostante la prima teorizzazione della blockchain sia avvenuta nei primi anni Novanta, ci sono voluti circa 27 anni per una sua concreta applicazione pratica: nel 2009 l’inventore (o gli inventori, in quanto sussistono ad oggi numerose teorie circa la reale identità) della criptovaluta bitcoin Satoshi Nakamoto distribuiva la prima blockchain con l’intento di creare un registro pubblico di tutte le transazioni.

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L’idea che sta alla base della blockchain è quella di creare un sistema di interscambio diffuso, in cui non vi è un amministratore che presiede e vigila sugli scambi, ma nel quale ogni componente della catena è esso stesso un amministratore: ogni blocco infatti è strutturato in modo tale da contenere al suo interno le informazioni che gli consentono di collegarsi al blocco precedente (ovvero attraverso l’utilizzo di un puntatore e di un timestamp, cioè una marca temporale).

Le applicazioni pratiche della blockchain oltre al bitcoin

Chiariti gli aspetti tecnici riguardanti il funzionamento della blockchain e del suo utilizzo principale per registrare le transazioni relative alle criptovalute, negli ultimi anni sono state sviluppate nuove applicazioni pratiche di questa tecnologia, da ultima quella relativa al voto elettronico.

Quest’ultimo tuttavia non è una novità, essendo, pur con le dovute differenze, una pratica che trova riscontro in diversi paesi del mondo.

Lo scorso 2 settembre, nella cittadina di Tsukuba si è quindi sperimentato l’impiego della blockchain nelle operazioni di voto. Sfruttando l’Individual Number (un sistema simile alla Social Security Card utilizzata negli USA), è possibile certificare l’identità dell’elettore, evitando così il rischio di compromissione dei dati raccolti: ciò avviene infatti attraverso un lettore ottico in grado di scansionare il documento d’identità del votante e consentirgli di esprimere la propria preferenza.

I media nipponici hanno tuttavia sottolineato come la sperimentazione sia stata per ora limitata alla scelta dei contributi da destinare ad opere di utilità sociale, con la previsione di estenderla in futuro anche per la scelta dei rappresentanti all’interno delle istituzioni.

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In questo modo, oltre a prevenire concretamente il rischio di brogli elettorali, si eliminano le code ai seggi e si consente anche alle persone non autosufficienti di partecipare concretamente al processo democratico, senza peraltro contare il notevole risparmio ottenuto in termini di personale impiegato durante le operazioni di verifica e di scrutinio.

I riflessi positivi di tale sperimentazione hanno pertanto spinto anche le democrazie occidentali ad adottare questo sistema per l’elezione diretta dei membri del Congresso e dei Governatori federali: in Virginia Occidentale, in occasione delle elezioni di medio termine verrà infatti consentito alle truppe impiegate in zone di conflitto di esprimere la propria preferenza utilizzando un’applicazione installata su un dispositivo mobile e un software di riconoscimento facciale in grado di verificare l’identità. I meccanismi di crittografia permetteranno quindi la registrazione del voto in forma anonima e il suo salvataggio all’interno della blockchain.

Tale innovazione è stata tuttavia accolta tra le polemiche di quanti temono che questo sistema non sia sufficientemente supportato da infrastrutture adeguate in grado di contenere l’enorme mole di dati che transitano sulla blockchain.

L’altra faccia della medaglia: i rischi connessi alle procedure di voto elettronico

Come avviene per qualsiasi procedura elettronica, rispetto ai sistemi tradizionali, il rischio risiede soprattutto negli accessi non autorizzati in grado di mettere a repentaglio la sicurezza dei dati contenuti nella blockchain: l’utilizzo indebito di sistemi di decrittazione dei dati infatti potrebbe infatti consentire di ricollegare la preferenza espressa da un soggetto ad un determinato candidato, con evidenti riflessi negativi e soprattutto in relazione alla privacy.

Lo scorso anno infatti la Election Systems & Software (ES&S) (una società che fornisce sistemi digitali di voto ad almeno 42 stati americani) ha confermato di aver subito un attacco hacker a danno dei propri sistemi, che ha causato la perdita di un milione e 800 mila documenti di altrettanti cittadini.

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Le successive indagini condotte dall’FBI hanno accertato come la sottrazione riguardasse dati relativi a nomi, indirizzi, date di nascita, patenti e tessere di partito conservati su un cloud di proprietà di Amazon Web Services (AWS).

Conclusioni: perché quindi utilizzare la blockchain?

L’evoluzione tecnologica e il progresso informatico comporteranno, almeno nel prossimo futuro, una necessaria evoluzione paritetica dei sistemi e delle infrastrutture in considerazione soprattutto dei numerosi vantaggi offerti dall’e-voting, dal risparmio ottenuto in termini di risorse finanziarie dato il minore impiego di personale, ad un decisivo incentivo alla partecipazione democratica, vittima negli ultimi decenni di un inarrestabile trend negativo.

La blockchain del resto, sta mostrando tutta la sua efficienza in ambito finanziario, arrivando a minacciare il monopolio della moneta tradizionale. Perché non sfruttare queste potenzialità per favorire la partecipazione dei cittadini alla vita politica del proprio Paese? “È la tecnologia, bellezza. E tu non puoi farci niente”.

Fonte: tom’shardware (qui)

Innovazione, Intelligenza artificiale, Rivoluzione digitale

Fca, Elkann: “Primi al mondo con Google per l’auto a guida autonoma. Pronti per il primo servizio di robot-taxi al mondo”.

Se il fenomeno Uber ha sollevato le proteste della categoria dei taxi tradizionali per concorrenza senza le prescritte autorizzazioni. I robot-taxi saranno ancora più insidiosi per il mercato tradizionale.  Ci prova Fiat Chrisler Automobiles in alleanza con Google.

Fca è pronta ad affrontare le sfide dell’auto del futuro, a partire dalla guida autonoma e dalle vetture ecologiche “che saranno immaginate e prodotte in Italia”. E lo farà “con lo stesso spirito coraggioso e visionario del passato”. Parola del presidente John Elkann, che parla di innovazione al Museo Nazionale dell’Automobile davanti ai Cavalieri del Lavoro. E annuncia, grazie alla collaborazione con Google, il primo servizio di robot-taxi.

“Per quanto riguarda la guida autonoma – spiega Elkann – è un po’ come andare su Marte. Tra tutti i costruttori di auto, soltanto Fca ha già un prodotto la Pacifica Waymo, a guida autonoma. La nostra partnership con Waymo, che è la società di Google dedicata alle vetture autonome, è in continua evoluzione, tanto che quest’anno abbiamo annunciato la fornitura di altre 62.000 Pacifica ibride, che verranno usate per il primo servizio di robot-taxi al mondo”. Elkann sottolinea che “le auto che si guidano da sole possono aumentare la sicurezza, ridurre il traffico e potenzialmente azzerare gli incidenti causati da errore umano. E possono anche offrire un nuovo livello di indipendenza e di qualità della vita per le persone anziane e disabili”.

Anche sul fronte dell’auto ecologica Fca ha “una esperienza vasta e profonda”. “Sei anni fa – dice Elkann – abbiamo lanciato la 500 elettrica in California, dove i regolamenti impongono un livello minimo di veicoli a ‘emissioni zero’. Il sistema è stato inserito dalla rivista Wards tra i 10 migliori motori elettrici. La Pacifica Hybrid è il primo e unico minivan elettrico del settore, anch’esso nominato da Wards tra i migliori motori elettrici. Per due anni di fila. Questa è la strada su cui intendiamo proseguire. Le soluzioni tecniche che stiamo sviluppando ci permetteranno di stare al passo con i requisiti normativi, di ridurre le emissioni in modo significativo, e anche di valorizzare i punti di forza dei nostri marchi.

Intendiamo lanciare una famiglia 500 ‘verde’, che sia rispettosa dell’ambiente, con motori ibridi ed elettrici. E queste vetture ecologiche saranno immaginate e prodotte proprio qui nel nostro Paese. Il futuro ha in serbo altri cambiamenti e nuove sorprese, ma noi vediamo questi cambiamenti in maniera estremamente positiva”.

Fonte: repubbica.it (qui)

Democrazia diretta, Rivoluzione digitale, Tecnocrazia

L’utopia del tecnostato

Nel Cile di Salvador Allende ci fu un esperimento per migliorare il governo attraverso la tecnologia. In anticipo sulla rivoluzione digitale dei nostri giorni.

Nell’epoca della digitalizzazione si direbbe che spesso il futuro si lanci all’attacco del presente. Chi abita il mondo contemporaneo si sente circondato dalla fantascienza, da visioni che lo teletrasportano in un domani che nemmeno sapeva di sognare così ardentemente. Di recente l’innovatore per eccellenza della Silicon valley, Elon Musk, ha realizzato qualcosa che simboleggia bene questa sorprendente eccentricità. Prefigurando in modo straordinario futuri viaggi su marte, ha sparato in orbita un razzo SpaceX con a bordo un’auto tesla Roadster. Da allora un “astronauta” ruota intorno al globo terrestre in diretta streaming: un misto tra Ritorno al futuro e Guida galattica per autostoppisti. Si aprono prospettive magnifiche: luttuare nello spazio privo di gravità “all watched over by machines of loving grace”, come nella poesia di Richard Brautigan.

Anche al di là di questi fanciulleschi as- salti al cielo siamo costantemente messi di fronte alle potenzialità del futuro. Inquie- tanti alleanze tra le grandi aziende tecnologiche e i governi – un misto di multinazionali, centri studi e istituzioni statali – generano continuamente utopie “inaudite”, con tanto di promesse digitali che ci rimandano a una società smart in modalità “benessere automatico”.

Ma osservandoli da vicino, questi orizzonti fantastici hanno già l’aspetto di seplici cicli che si ripetono. Il luccichio di tante pretese d’innovazione serve solo a occultare un passato pieno di costellazioni di idee che fanno apparire le città e gli stati completamente digitalizzati di oggi come fantasmi tornati vivi e agghindati. Da molto tempo ormai i pionieri della tecnologia non fanno che sognare uno stato reso perfetto dagli strumenti tecnologici. Quindi è più facile valutare gli scenari futuristici di oggi dando uno sguardo alla storia. Per esempio al Cile socialista di Salvador Allende, tra il 1970 e il 1973, un periodo in cui non solo i conini tra fantascienza e scienza erano labili, ma gli ideali erano davvero nuovi.

Tra i protagonisti c’era uno dei perso- naggi più notevoli della storia della cibernetica e allo stesso tempo il suo enfant terrible: lo studioso e consulente aziendale britannico Staford Beer. I suoi scritti non solo misero le ali all’immaginazione scientiica degli anni cinquanta e sessanta del novecento e ispirarono musicisti come David Bowie e Brian eno. Stanno anche tornando alla ribalta. Recentemente, per esempio, Geof mulgan, l’esperto d’innovazione sociale e del centro studi Nesta, ha sottolineato quanto siano ancora attuali la igura di Beer, la sua “teoria grandiosa” e i suoi “brillanti lampi di genio”. Secondo mulgan, ancora oggi Beer riesce a spingere i governi a “creare nuovi collegamenti tra le componenti del sistema e a fare poi il salto verso un nuovo modo di fare le cose”.

Lo stesso Staford Beer oscillava tra due estremi: da un lato era uno spirito inquieto, barba lunga e tendenze socialiste, che dipingeva a olio, praticava yoga e scriveva poesie memorabili, anche sul calcolo costi- beneici. Dall’altro era noto per essere un appassionato di Rolls Royce e sigari, e per chiedere diarie da 500 sterline che, al cambio di allora, corrispondevano a circa 4.300 euro. Fece carriera fino a diventare uno dei consulenti aziendali più richiesti del suo tempo a livello internazionale. Non a caso si arrivò a parlare di lui come dell’uomo che avrebbe potuto governare il mondo.

Questo ambiguo gaudente, però, non deve la sua popolarità all’aura carismatica, se non secondariamente, ma al suo spiccato interesse per le organizzazioni e i sistemi complessi. L’ingegnere con il pallino dei computer seppe applicare eicacemente all’ambito aziendale quello che aveva ap- preso dal matematico Norbert Wiener sulla cibernetica, la scienza del controllo e della trasmissione delle informazioni negli esseri viventi e nelle macchine. Negli anni cinquanta Beer fondò l’istituto di ricerca operativa più grande del mondo, sviluppò sistemi informatici tecnologici per fabbriche fondati sulla logica del feedback. Più avanti scritti come Cybernetics and management e Brain of the irm ne fecero l’inventore della cibernetica per l’amministrazione.

I successi di Beer in campo economico suscitarono l’interesse dei governi per la sua innovativa teoria dell’organizzazione, incoraggiandone le ambizioni. All’inizio degli anni settanta, su incarico del presi- dente cileno Salvador Allende, Beer diventò il padre spirituale del progetto Cybersyn, una macchina per la democrazia diretta. Un progetto in cui non solo si manifestò lo spirito che segretamente avrebbe animato le successive fantasie di controllo dello stato digitale, ma che, senza averne intenzione, riuscì anche a sfiorare il grado zero della politica.

Cybersyn era un’utopia nata dalla necessità: un’“internet socialista” per dare nuovo ordine alla precaria situazione economica cilena che, in seguito alla svolta socialista, aveva afrontato riforme agrarie, nazionalizzazioni di banche e un embargo commerciale da parte degli Stati Uniti. Come ha scritto il teorico dell’informazione Claus Pias, c’era bisogno di una “rivoluzione per mettere ine alla rivoluzione”. ma come poteva funzionare? Da un lato Allende, che si barcamenava tra destra e sinistra, conservazione e progresso; dall’altro Beer, stretto tra eicienza e inefficienza, ordine e disordine. Da un lato Allende, che considerava la libertà un princi- pio regolatore; dall’altro Beer, che la considerava solo “una funzione programmabile dell’eicienza”. eppure, proprio a causa di questi contrasti, il futuro ministro dell’economia cileno Fernando Flores ritenne che Beer fosse la scelta ideale per rendere la complessa teoria dei sistemi una “scienza al servizio dell’uomo”.

L’algoritmo perfetto

Sulla carta politici cibernetici come Karl Deutsch già negli anni sessanta fantasticavano sul governo come sistema autonomo. A partire dalla fine del 1971 in Cile una squadra di designer, ingegneri e programmatori si dedicò a mettere in pratica questa teoria. In quanto condizione della “paciica via cilena al socialismo”, l’impresa avrebbe dovuto rendere possibile addirittura il coordinamento cibernetico della produzione, la mano visibile del mercato. Usando le classi- che formule sintetiche di oggi forse diremmo che si cercava un algoritmo perfetto capace di dare sostegno allo stato.

Per svolgere l’incarico, Beer si lasciò guidare da due idee cardine: quella di un sistema decisionale basato su informazioni trasmesse in tempo reale (la liberty machine) e quella di una struttura di sistemi parzialmente autonomi capaci di adattarsi in modo lessibile a situazioni contingenti (il viable system model). Partendo da questi elementi fu progettato il cosiddetto Cybernet, una rete informatica di telescriventi che connetteva le fabbriche del paese e che – come una sorta di sistema satellitare – trasmetteva via radio i dati della produzione al grande calcolatore centrale a Santiago.

Il pezzo forte di Cybersyn era la sua visione, in anticipo sui tempi, di una centrale operativa futuristica in cui raccogliere, aggregare ed elaborare i dati economici del paese: la leggendaria Opsroom. A guardarla sembra la fusione di una cupola geodetica in stile hippy, dell’astronave Discovery One di Kubrick e della passerella della nave stellare enterprise; mancavano gli extraterrestri, ma in compenso bastavano le sedie tulip rosse a trasmettere ben più di un sentore di futuri felici.

La loro disposizione circolare non era gerarchica ma ugualitaria e i loro accessori – un posacenere per i sigari e un portabic- chiere da cocktail – si adattavano perfetta- mente allo stile di vita lussuoso dell’inventore. Il designer tedesco Gui Bonsiepe, coinvolto nel progetto, parlava con entusiasmo della leggera “atmosfera da salotto” in “bui colori”: nella centrale di comando da cui gestire l’economia di un intero stato non vedeva solo un future panel, ma anche un “bar per il pisco sour e cose simili”.

La massima di questo circolo era: “la forma segue la funzione”. Numero e design delle sette sedie girevoli avrebbero dovuto stimolare la nascita di una “squadra massimamente creativa” (Beer), ofrendo lo spazio necessario all’attività degli spiriti liberi ma soprattutto aprendo una prospettiva a tutto tondo. Ovunque ci si girasse, gli schermi incastonati nelle pareti fornivano

in tempo reale dati sui livelli della produzione, sulla circolazione delle informazioni e sulle interruzioni nella distribuzione. In questo nuovo regime del sapere luido, il burocrate lento e poco trasparente era una sorta di nemico di classe: la carta, scriveva Beer con convinzione, d’ora in poi è “bandita”. La risposta era il lusso di dati.

Con i lussi di dati si voleva ricondurre il caos all’ordine, velocizzare l’amministrazione e condurre il governo in acque più calme e navigabili, nel dolce ronzio dei calcolatori. tutto questo seguendo princìpi progressisti: ogni lavoratore, non solo un’élite appositamente formata, doveva poter dirigere la “macchina delle decisioni” (Beer) usando i dieci bottoni colorati posti nel bracciolo di ciascuna sedia. La trasparenza e chiarezza erano importanti quanto la validità dei dati, e perciò lo stesso design della rete andava incontro all’utente (non molto diverso dallo slogan della Apple let’s make it simple, facciamola semplice), aiutandolo a risolvere i problemi in maniera veloce, pragmatica e quasi intuitiva. Insomma, “decisione e controllo” non era solo il titolo di un libro di Beer, ma anche una buona pratica.

Anche il programma Cyberfolk, vero e proprio predecessore degli attuali feedback in tempo reale come quelli di Facebook, faceva parte di quella dotazione a misura di cittadino che caratterizzava il progetto. Si trattava di uno strumento per misurare gli umori politici che rendeva possibile il “governo psicocibernetico della società” (Pias), consentendo a cittadine e cittadini, per esempio durante un comizio trasmesso in diretta, di comunicare le loro reazioni emotive positive e negative attraverso un tasto sul televisore. mentre le votazioni dell’“assemblea popolare elettrica” venivano mostrate al popolo cileno, i “desideri delle persone” (Beer) sarebbero apparsi in forma matematicamente valutabile anche sullo schermo felice/infelice nella Opsroom. In questo modo lo stato cibernetico, legittimato attraverso la democrazia diretta, si sarebbe potuto dirigere da una metaprospettiva sistemica – cioè comodamente seduti sulle confortevoli poltroncine – e senza neanche dover lasciare il pianeta terra.

La visione a 360 gradi che Beer progettò per la stazione di controllo non doveva mostrare solo gli umori momentanei e i dati sulla produzione. Come indicava già il previsore antiaereo di Norbert Wie- ner, doveva rendere calcolabile anche quello che non c’era ancora, rendere gestibili gli imprevisti. Insomma la cibernetica, che è anche alla base delle attuali stazioni di controllo digitali, è un’arte di governo basata su anticipazioni e interventi quasi impercettibili; è un modo di procedere che mira al dominio dei lussi d’informazione e, se serve, aggiusta i lussi di dati. Di conse- guenza ai controllori nell’Opsroom non si richiedeva l’imposizione autoritaria di quello che era stato pianiicato, ma l’adattamento alle circostanze, la lessibilità in caso di anomalie: rivedere, riprogrammare, migliorare. Lo scopo primario era sempre la tenuta del sistema.

La prova

Nell’autunno del 1972 arrivò il banco di pro- va per la tenuta del sistema di Allende. Cybernet fu usato con successo per la prima volta, ma sarebbe stata anche l’ultima. Decine di migliaia di trasportatori scioperaro- no per settimane mettendo a rischio l’approvvigionamento della popolazione. ma la rete delle telescriventi consentì di coordinare la produzione evitando così il caos no-ziale emancipatorio della tecnica sono rimaste ino a oggi insuperate.

Nella storia di questo “sogno speciale di un socialismo cibernetico” (eden medina), l’ironia sta nel fatto che i semi di Beer porta- no nuovi e discutibili frutti solo nel nostro presente integralmente votato al capitalismo della sorveglianza, in cui davvero tutto è connesso e collegato. È vero che anche oggi ioriscono teorie postcapitaliste sulla “necessità” di una post-work society, una società del postlavoro (Paul mason o Nick Srnicek) o addirittura di un “comunismo di lusso totalmente automatizzato”. ma non sono certo solo le concezioni socialromantiche a sostenere che la raccolta di grandi quantità di dati e gli algoritmi siano una so- luzione catartica, principalmente al “problema” della politica.

Proprio negli ambienti della scienza politica più pragmatica si sostiene spesso che il mondo sia ormai troppo complesso per forme di rappresentanza democratica tradizionale. I dibattiti classici sarebbero trop- po lenti e pressoché incapaci di produrre decisioni. Insomma, non ci sorprende che versioni sempre più ambiziose di uno stato tecnologicamente soisticato si afaccino sul mercato delle idee.

Governo snello

La “tecnocrazia diretta” del consulente po- litico Parag Khanna e lo “stato intelligente” proposto da Beth Noveck, direttrice del centro di ricerche GovLab ed ex consigliera di Barack Obama, seguono gli approcci più rivoluzionari del governo snello: sono concezioni che applicano alla politica le con- quiste del mondo della comunicazione digitale, sposando in toto la tendenza neoliberale per cui i compiti dello stato sono affidati a servizi privati. È vero che la continua intromissione delle multinazionali tecnologiche sul terreno della sovranità degli stati – si pensi a Google, che sta ristrutturando il sistema della scuola pubblica statunitense e ricostruendo secondo le sue necessità un intero quartiere di toronto – continua a provocare una strisciante inquietudine nell’opinione pubblica più critica. D’altra parte chi teorizza uno stato caratterizzato dalla partnership pubblico-privato, ritiene ancora che una piattaforma come Facebook, che ha più di due miliardi di utenti, sia una vivace fonte d’ispirazione per aggiornare Cybersyn in modo intelligente. e ritiene che lo scandalo di Cambridge Analytica sia solo una fastidiosa sbavatura.

Nei suoi modelli Noveck concepisce lo stato stesso come un social network, le cui istituzioni e i cui servizi non solo sono automatizzati, ma possono anche essere valutati direttamente dal cittadino attraverso lo smartphone come “esperienza di governo incentrata sull’utente”.

Come in un negozio online, seguendo la logica delle recensioni si potrebbero aggiungere facilmente stelline, pollici alzati e commenti critici in un esteso sistema di interconnessioni passando per la “macchina decisionale” individuale. Insomma, anche Beth Noveck vorrebbe che, con l’aiuto di social network come Linkedin o twitter, l’individuo avesse finalmente la possibilità di “partecipare al governo”. Le procedure amministrative in questo modo sembrerebbero più trasparenti e aperte e avrebbero maggiore legittimazione. Come imma- gina Khanna per il suo stato ideale, le procedure potrebbero seguire complessivamente i Key performance indicator, gli indicatori di prestazione che si usano nelle aziende.

Dialettica e contrattazione

Se una volta tutti sapevano che la politica implicava dei grandi grattacapi, l’interconnessione globale ha aperto l’epoca della liquidità smart, in cui sembra possibile una postideologica “democrazia senza politica”. Questa condizione permette di governare in modo efficiente e senza attriti, e infatti Khanna non è solo un grande ammiratore della Cina e di Singapore, ma anche della Svizzera, perché lì, dice, gli scioperi creano pochi disagi. È vero che nella “democrazia come dati” di Khanna le elezioni sono ancora previste, ma secondo lui sono “retrograde” e non sono lo “strumento migliore per cogliere l’umore prevalente”. Sarebbero più utili analisi immediate in tempo reale basate sui social network o dati di controllo tratti dall’economia e dalla società, “tendenzialmente più signiicativi” di qualsiasi plebiscito. In ultima istanza, gli “algoritmi intelligenti” sembrano “preferibili ai politici stupidi”, e perciò Khanna, di fronte a fenomeni d’irrazionalità politica come l’elezione di Donald trump, onnipresente su twitter, consiglia la partecipazione diretta al governo da parte di Watson, il supercomputer, una versione ben più potente del predecessore cileno.

Una delle utopie più radicali è stata formulata recentemente dalla star degli inve- stimenti tim O’Reilly, che ha proposto di ridisegnare le “vecchie” istituzioni, del resto nient’altro che “distributori di bevande”, secondo la concezione del “governo come piattaforma”. Negli ultimi tempi idee simili hanno trovato un certo seguito perfino nell’ambito di serissimi congressi specialistici tedeschi: anche qui sono stati illustrati lo “stato come piattaforma per gli ecosistemi” o, ricordando Noveck, “lo svolgimento online delle pratiche burocratiche come esperienza personalizzata”. ma il modello di stato proposto da O’Reilly prevede un sistema operativo più ampio: un meccanismo di algoritmi sul modello di Airbnb, che organizzi e soprattutto gestisca la società intera seguendo le valutazioni e il costante flusso di punteggi che producono. Lo scopo sembra essere una sorta di “magazzino di credito sociale” che, unendo spirito capitalista e controllo cibernetico, sostituisca la democrazia rappresentativa parlamentare e infine la superi.

Se Beer ancora metteva in guardia con insistenza dall’inclusione delle imprese private nel processo politico (dato che non hanno come scopo il bene comune), se i signori seduti nelle sedie tulip dell’Opsroom erano ancora rappresentanti eletti dal popolo, nel nostro presente interamente pervaso dalla merciicazione la sua progettualità cibernetica finisce per tradursi in un nuovo tipo di tecnocrazia: una cabina di regia neocibernetica, dove ad avere voce in capitolo non sono più gli “esperti”, ma la tecnica stessa.

Di fronte a questi deliri efficientisti non bisogna subito pensare agli abissi audacemente distopici della serie tv Black mirror. Eppure il traguardo ultimo dell’interconnessione totale è un decisivo cambio di paradigma che conduce a un ordinamento numerico in cui non c’è spazio per la politica, ma al limite per la logistica: qui le decisioni si prendono usando cicli continui di valutazioni automatizzati. Usando le parole di Khanna, in questa res publica ex machina il motto è “la connettività è destino”.

Questo è lo sfondo che fa del progetto Cybersyn, a discapito di tutte le sue aspirazioni emancipatorie, il primo vero momento di svolta a partire dal quale una convinzione si è inscritta sempre più a fondo nell’immaginario collettivo: l’idea che la tecnica possa fornire le migliori soluzioni ai problemi politici; che, come dice lo slogan “prima il digitale, poi le perplessità”, quel legno storto di cui è fatto l’uomo si

possa raddrizzare solo attraverso un sur- plus di interconnessione, di automatizzazione e di loop di valutazioni.

Da Noveck a O’Reilly, le più recenti narrazioni paradigmatiche sembrano riflettere in maniera stranamente distorta gli ideali di Beer. Sono utopie nel vero senso della parola: non-luoghi che spacciano un’architettura del controllo per democrazia totale, per elettronica elastica della vita quotidiana, a cui, in fondo, può partecipare solo chi si connette condividendo. La politica appare dunque non più pensata a partire dall’individuo, ma a partire dai suoi apparati. e così dipendiamo interamente “dalle creature che abbiamo messo al mondo” (Goethe).

In tutto ciò passa inosservato – e queste linee di frattura si rilettono già nella “fantascienza governativa” cilena (Burkhardt Wolf ) – il fatto che la democrazia non è appunto semplice tecnica organizzativa, non si può concepire come una tirannia delle quantità o come un lusso continuo di like e di clic. La democrazia si oppone a un pensiero che assolutizza l’eicienza, perché rimane fragile e sfugge a qualsiasi calcolo; perché continua a suscitare dibattiti e non si può deinire una volta per tutte. Al centro di quest’ordine politico, che pur essendo deicitario è migliore di ogni altro, dovrebbero rimanere la dialettica degli antagonismi, i processi di comprensione, la contrattazione delle posizioni politiche e la distribuzione del potere, non un mondo 2.0 che deve solo essere amministrato.

In questa prospettiva l’utopia cilena sembra l’ombra di un futuro ormai passato che, per un momento, ha promesso più di quanto non po- tesse mantenere. È una lezione di storia: parafrasando marx si è data la prima volta come tragedia per ripetersi ora come farsa. È una lezione che ci mostra come un ritorno a utopie tecnologiche realmente gravide di futuro sia ben più dificile del ritorno a casa dell’astronauta di Elon Musk. ma forse, alla fin fine, lo scopo di questo spensierato pilota automatico è proprio questo: preferisce fluttuare lontano, godersi la vista della nera assenza di gravità e girare eternamente intorno al sole sulle note di Space oddity, seguendo una traiettoria stabilita sempre in anticipo.

 

Da Republik articolo di Anna-Verena Nosthof e Felix Maschewski

Innovazione, Rivoluzione digitale, Società

Senso civico a punti. Un ranking per tutti. La sperimentazione a Suqian (Cina). Ecco come il Governo cinese controllerà la popolazione.

 

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A Suqian, una metropoli di cinque milioni di abitanti, si sta sperimentando un sistema di valutazione dei cittadini basato sui crediti. E su nuovi strumenti di sorveglianza.

Ha i capelli neri corti che comin- ciano a ingrigire sulle tempie, le sopracciglia spesse e le rughe sulla fronte, e sembra preoccupato. Il giorno della sua foto identiicativa Jiang indossava una camicia a quadri rossi e neri. Il 3 maggio alle 11h 01’ 16’’, all’incrocio tra Weishanhu lu e Renmin Dadao, a Suqian, Jiang ha attraversato con il semaforo rosso. Il giorno dopo il suo volto compariva su schermi di tre metri quadrati sistemati in corrispondenza di decine di incroci della città. La sua foto si alternava a quella di Li e di altri passanti che avevano attraversato con il rosso. Il 3 maggio Jiang e Li, di cui sono stati resi noti solo i cognomi, hanno già perso 20 dei mille punti della loro pagella di aidabilità. Per recuperare i “crediti socia- li” dovranno dimostrare il loro senso civico donando il sangue, distinguendosi come lavoratori modello o compiendo delle “buone azioni”.

A Suqian, una città con cinque milioni di abitanti nella regione costiera di Jiangsu, a nord di Shanghai, si sta sperimentando un sistema di valutazione per migliorare la fiducia tra i cittadini. Dando un voto ai comportamenti, le autorità vorrebbero spingere i cittadini a essere più “civili” e corretti.

Si stanno provando diversi sistemi. Le istituzioni cinesi (banche, assicurazioni, tribunali, aziende di trasporti) sono invitate a stilare liste di persone che hanno viaggiato senza biglietto, non hanno saldato un debito o hanno danneggiato qualcuno; persone a cui è vietato prendere un treno ad alta velocità o un aereo, o alloggiare in albergo. In alcune città anche le imprese devono superare un esame e ricevere una valutazione prima di poter partecipare a una gara d’appalto. Il progetto più inquietante, ma più vago, prevede di estendere il sistema di valutazione a tutti i cinesi.

Limiti legali

La città di Suqian è un ottimo esempio della politica del governo e dei suoi limiti. Il 20 aprile tutti gli abitanti tranne quelli con precedenti penali hanno ricevuto una valutazione su una scala da zero a mille punti in base alle loro azioni. Donare il sangue fa guadagnare cinquanta punti, come anche fare volontariato, ricevere un’onoriicenza da “lavoratore modello” o soccorrere qual- cuno in diicoltà. Al contrario pagare le bollette in ritardo può far perdere tra i quaranta e gli ottanta punti.

A quanto pare avere precedenti penali o aver commesso delle infrazioni costa tra i cento e i trecento punti. Un voto positivo dà diritto a riduzioni sull’abbonamento ai mezzi pubblici, a un accesso prioritario all’ospedale, a ingressi gratuiti nelle strutture sportive della città. Un voto negativo, invece, non cambia niente: a questo stadio il sistema svolge solo una funzione d’incoraggiamento, a diferenza di quello che sembrerebbe affermare la propaganda, anche a Suqian.

All’ingresso del municipio su un grande schermo rosso scorrono slogan in giallo. Uno recita: “Le persone aidabili possono camminare serenamente sotto il cielo, chi non è degno di fiducia non può muovere un solo passo”. È tratto dal documento che presenta il progetto, pubblicato dal consiglio degli affari di stato nel 2014.

La realtà però è più complessa. “Forse a qualcuno del governo piacerebbe avere una sorta di panottico, un occhio in grado di vedere tutto, ma altri si sono resi conto che non sarebbe legale e che i cittadini non approverebbero il progetto”, sottolinea Jeremy Daum, ricercatore specializzato in diritto cinese e autore del blog china law traslate, che si occupa spesso del tema. “Il progetto è dovuto passare al vaglio di giuristi, consapevoli che è impossibile introdurre delle sanzioni senza alcun fondamento legale. Per renderlo conforme alla legge hanno dovuto ridimensionarlo”.

Resoconto di affidabilità

Al municipio di Suqian, un grande ediicio moderno, hanno creato uno sportello unico per le questioni relative ai crediti sociali. Dietro a una scrivania una giovane impiegata sorridente mostra l’app sul suo cellulare: ha 1020 punti. gli utenti sono soprattut- to imprenditori o insegnanti che devono farsi rilasciare il loro “resoconto di affidabilità” per proporsi per un posto di lavoro o avviare un’impresa. ma questo documento, con valore legale, si limita a indicare che è tutto in regola. Le persone intervistate giudicano positivo il sistema e ripetono in coro la propaganda uiciale.

Il sistema non è un po’ intrusivo? “Sono informazioni che l’amministrazione possiede già”, minimizza una quarantenne dai lunghi capelli neri che vuole aprire un salone di parrucchiere. “non vedo cosa ci sia di male, così le persone saranno incentivate a essere più educate e a fare più attenzione”. Lin Junyue, il teorico del sistema dei crediti sociali, respinge ogni accusa: “In cina sono le persone famose, le élite, gli uomini d’affari a chiedere il rispetto della privacy. I contadini e gli operai se ne fregano della vita privata”.

L’aiuto dei big data

In principio il sistema era stato pensato per il mondo dell’economia. La rilessione sul tema era cominciata alla ine degli anni no- vanta, nel mezzo della crisi dei mercati asiatici. Il rallentamento economico aveva fatto emergere dei problemi di fondo, na- scosti ino a quel momento da una forte crescita. “In passato la cina si fondava sul co- munismo, con meccanismi di controllo molto rigidi. ma la rivoluzione culturale ha fatto precipitare il paese nel caos. Dopo il periodo delle riforme e dell’apertura, dal 1978 in poi, la cina è entrata nell’economia di mercato senza stabilire dei criteri di aidabilità. Le persone si sono arricchite, ma la iducia non c’è: secondo una ricerca recente condotta dall’Accademia delle scienze so- ciali cinese, il 70 per cento dei cinesi non si fida dei connazionali né delle istituzioni pubbliche”, precisa Lin Junyue, oggi direttore del dipartimento dei crediti sociali per china market society, un centro studi go- vernativo.

Il padre del progetto, che ci lavora da 19 anni, riconosce i limiti delle sperimentazioni attuali. “Le amministrazioni locali a volte ricorrono a misure eccessive contro chi ha commesso delle infrazioni, per esempio esponendo il suo nome su megaschermi. Questo però ha accelerato il pagamento delle multe in un caso su quattro. con i mezzi legali abituali si sarebbero avuti questi risultati? gli eccessi sono comprensibili, il sistema è in fase sperimentale, serviranno vent’anni, forse cinquanta perché sia messo a punto. nell’attesa, chi pensa di aver subìto un torto può comunque fare causa alle autorità locali”, dice.

Il progetto non ha fatto molti progressi ino al 2012, quando il presidente hu Jintao ha accennato a un sistema di valutazione del livello di aidabilità delle persone, delle imprese e delle amministrazioni locali. nel 2014 è stato pubblicato un piano d’azione e il progetto è stato portato avanti dal suo successore, Xi Jinping, che continua a raforzare l’autorità del Partito comunista e il controllo della società. L’era dei big data, la digitalizzazione e l’abbon- danza di dati disponibili lo aiutano. Il termine “credito” è diventato però anche un concetto alla moda, usato per designare progetti di ogni genere, pubblici o privati, come il “credito sesamo”, rilasciato dal gigante del commercio online Alibaba ai clienti delle sue piattaforme.

I voti alle aziende

A Suqian si valutano anche le aziende. come le società quotate in borsa o gli stati, giudicati da agenzie di rating, le imprese locali che vogliono partecipare a gare d’ap- palto devono prima essere valutate da agenzie specializzate che daranno un voto da AAA a D. Finora una ventina di aziende si sono sottoposte a questo esame, che riguarda sia l’area inanziaria sia la conformità delle loro pratiche alle norme sociali e ambientali. La Suqian Tongchuang credit guarantee è l’unica agenzia di valutazione di stato. Una garanzia di qualità, assicura una giovane impiegata.

Sullo stesso piano dello sportello unico, un altro dipartimento propone prestiti alle aziende. In una stanza c’è una parete coper- ta di schermi che trasmettono in diretta le immagini delle telecamere di sorveglianza installate nelle fabbriche dei clienti. “I prestiti sono garantiti dagli inventari dei nostri clienti. Li teniamo sempre sotto controllo”, spiega un giovane impiegato seduto davan- ti agli schermi. “Se un imprenditore disonesto tentasse di vendere tutto per poi sparire, noi potremmo agire rapidamente”, spiega. Il controllo dei clienti è molto serrato. “Se l’ammontare del prestito è alto, mandiamo anche dei nostri dipendenti nelle fabbriche”. In cina non regna la fiducia.

Da Le Monde, Articolo di Simon Leplatre

Economia, Rivoluzione digitale

Occupazione & Disruption: Cosa devono sapere i tuoi figli. Le azioni di governo.

di Paolo Barnard (qui)

Ecco cosa Roma deve immediatamente iniziare a fare. Ma prima due parole essenziali.

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La definizione di Disruption, come già scritto, è di qualcosa che arriva e cambia tutto ciò che è esistito prima. Le politiche di creazione di lavoro in Occidente che i nostri padri e noi abbiamo conosciuto finora, oggi saltano con la Technological Disruption, assieme a tantissimo altro. Ma di nuovo: i contemporanei di un fenomeno epocale di cambiamento sempre faticano a svegliarsi di fronte al nuovo, e questo si traduce in drammi, sempre. Quanti italiani oggi leggono i giornali al mattino cercando ansiosamente notizie sulle politiche del lavoro del Ministro Di Maio per laDisruption? Nessuno. Eppure la leadership mondiale non ha più dubbi sul fatto che essa ribalterà, come mai prima nella Storia, proprio l’occupazione di numeri impressionanti nel globo.

Ma il disinteresse degli elettori si traduce direttamente in un’obbligata mancanza d’azione da parte dei politici e dei media sullo sviluppo dell’Italia nella Disruption. Politicanti e media devono ‘vendere’ in cambio di voti e di audience, e non venderanno mai cose che nessuno cerca nei giornali la mattina. Infatti i politici hanno il vincolo del breve mandato e l’ossessione cieca del voto-subito entro il mandato, per cui non s’impegneranno mai in politiche e dibattiti che all’italiano medio sembrano fantascienza, e dunque rimangono a rimestare sempre la stessa retorica acchiappa voti sui soliti temi. Idem per i media: essi sanno che la Disruption è una news che oggi si può vendere agli italiani solo al 300esimo posto dopo la Casta, la corruzione, il politici-ladri, gli immigrati, le polemiche Tv ecc, e trattano il tema principalmente come folklore da futuristi. Risultato: non un singolo organo di stampa italiano sta davvero informando su come sarà stravolta l’economia, la politica e la fabbrica sociale di ogni Paese moderno per mano della Disruption.

E così si compie un circolo vizioso devastante per l’Italia, che, come sempre accaduto, arriverà arrancando da fanalino di coda mentre Francia, Germania, Svezia, Svizzera, Gran Bretagna, Russia, Cina, Sud est asiatico e ovviamente gli USA si saranno già spartiti l’immensa torta del lavoro e del PIL da Disruption. Risultato: i giovani italiani nel precariato, disoccupazione, e ancora disperatamente dipendenti da quel rivolo che gli rimane del risparmio di nonni e genitori degli anni 70’-90’, prigionieri di un Paese sempre più PIGS. E non ho fatto un errore di battitura: proprio PIGS, Portogallo Italia Grecia Spagna, perché invece l‘Irlanda sta capendo e cavalcando la Disruption, è ha già preso il volo da quell’acronimo infame.

Ma non è destino degli Dei che debba andare così, tutto sta a voi assieme ai pochissimi divulgatori come me che vi mettono nelle mani gli strumenti per capire la Disruption e per sapere cosa farà al PIL e all’occupazione. Quindi ora vi elenco almeno le fondamentali idee su cosa, come elettori, dovete subito pretendere dalla politica come azioni, leggi, e investimenti. Per l’ultima volta: ne va dei vostri figli e dei giovani italiani appena giunti sul mercato del lavoro, ma anche di molti di voi non proprio anziani.

AZIENDA CHIAMA MINISTERO ISTRUZIONE… MA 24 SU 24, 7 SU 7.

Nel capitolo precedente ho riportato con insistenza ciò su cui ogni singolo esperto mondiale è concorde: “Per mettere al riparo i nostri figli, e i giovani già oggi al lavoro, dai maggiori rischi c’è una sola arma concreta: per i primi una formazione scolastica e universitaria più aggiornata possibile che li presenti al mondo del lavoro come appetibili; per i secondi l’impegno di Stato e aziende nella riqualificazione, ma a vita… I governi giocano qui il ruolo principale con interventi generosi nei bilanci”.

Ma ahimè gli analisti ci pongono un altro problema critico: la velocità di sviluppo delle nuove tecnologie per il lavoro è talmente forsennata che è già stato calcolato che diversi skills – così si chiamano le competenze centrali per la Disruption – che vengono insegnati agli studenti oggi, tempo che gli studenti si presenteranno ai colloqui di lavoro in aziende saranno già obsoleti. In parole semplici: mentre tu studi intensamente un’applicazione di Machine Learning per l’edilizia, Machine Learning ne ha scovata una migliore, tu ti presenti al colloquio di lavoro e il datore se ne fa poco di te. Scrive il Massachusetts Institute of Technology Initiative on the Digital Economy: “Le tecnologie cambiano i modelli di business e molto spesso questi si traducono in uno sconvolgimento simultaneo del set di skills che le aziende necessitano. I business leaders sono concordi nel segnalare che già oggi questo gli crea difficoltà nell’assumere”. Questa non è una finezza che colpirà gli super specializzati: sarà un problema enorme proprio sul mercato del lavoro dei giovani, e altrettanto enorme per eventuali programmi di apprendistato, che rischiano di diventare degli autogoal con sprechi di finanziamenti enormi.

Ma la soluzione c’è, ed è la prima azione di partnership fra governo e aziende che va assolutamente chiesta dagli elettori. PROPOSTA 1.

Nel capitolo “DISRUPTING LA POLITICA DOMESTICA COME MAI PRIMA. BIG DATA”, nella seconda parte di questo articolo, davo conto dell’inimmaginabile potere di efficiente governanace che le tecnologie di Big Data possono oggi dare al governo. La stessa Cloud prevista in quel dirompente progetto dovrà essere usata da tutto il sistema produttivo italiano di beni e servizi in un dialogo diretto, proprio in tempo reale, col Ministero dell’Istruzione Ricerca e Università (MIUR), che gli segnali esattamente come sta cambiando la natura degli skills dentro le aziende, gli ospedali, e le varie istituzioni. Il MIUR, come sollecitano gli esperti internazionali, dovrà avere l’elasticità e prontezza di riflessi di trasmettere immediatamente a scuola e università il messaggio dei datori di lavoro, affinché il MIUR stesso in collaborazione con i docenti si attrezzi per cambiare in corso d’opera l’insegnamento degli skills ai giovani futuri dipendenti. Questo è il tipo di ambizioso progetto che un Paese oggi deve essere in grado d’intraprendere se davvero è serio sulla difesa del lavoro. Un salto innovativo in linea con gli attori vincenti nella Disruption. Scrive McKinsey Global: “I governi devono totalmente riconsiderare i modelli scolastici odierni. La questione è urgente, e devono mostrare una leadership di grande coraggio nel riscrivere i curricula. E’ un’elasticità che da decenni il mondo del lavoro attende”.

IL RESKILLING E’ SULLA BOCCA DI TUTTI. MA DEVE ESSERE INTELLIGENTE.

Come detto nel capitolo precedente “L’impresa del reskilling (riqualificazione) di milioni d’italiani non è un optional, è l’aria da respirare, e ogni singolo analista al mondo oggi lo dice chiaro: i governi giocano qui il ruolo principale con un intervento generoso nei bilanci”. Purtroppo su dove l’Italia degli asfittici bilanci dell’Eurozona troverà le risorse per riqualificare masse di lavoratori e per evitarci una vera catastrofe sociale soprattutto fra i dipendenti maturi, non ho la più pallida idea.  Su come procedere strategicamente gli esperti sono chiari. PROPOSTA 2.

Sarà un lavoro di reskilling (o di upskilling) dei lavoratori a vita, per ogni settore che fa PIL italiano. Dovrà essere intelligente, il che significa innanzi tutto che va fatto in partnership con il settore privato dell’Italia, il quale deve saper dimostrare una Vision ben oltre la sua tradizionale e provinciale parcellizzazione. Ma soprattutto le tecnologie di Big Data (di nuovo) dovranno essere usate da governo e datori di lavoro per “better forecasting data and planning metrics”, cioè saper prevedere le svolte e pianificare con largo anticipo la richiesta dei talenti, su cui poi appunto lanciare in tutto il Paese programmi di reskilling (o diupskilling) con chirurgica precisione (come indicato nella PROPOSTA 1).

PUNTARE SU ENABLING, E AVVISARE SU REPLACING.

Dunque l’Italia è alla storica sfida dell’Occupazione & Disruption. Il potere globale di quest’ultima è senza limiti, ma i governi possono governarla per tutelare l’impiego nella colossale tempesta dei cambiamenti, e di questo sto trattando qui. In questo sforzo il governo deve comprendere un aspetto cruciale che distingue le tecnologie della Disruption: esse si dividono in due rami, quelle di tipo Enabling e quelle di tipo Replacing. Come spiegato nel capitolo precedente, la Disruption porterà sia una richiesta di lavori già esistenti riformulati in nuove versioni, che proprio nuove professioni che oggi non esistono. In questo caso essa permetterà– sarà Enabling – vasti bacini di posti di lavoro. Ma è anche vero che essa spazzerà via schiere di mestieri perché le macchine ‘pensanti’ li rimpiazzeranno – sarà quindi Replacing. Ne consegue una scelta politica. PROPOSTA 3.

E’ totalmente futile ed economicamente distruttivo continuare a spendere sia fondi pubblici che fondi privati (delle famiglie) per formare giovani, o per incoraggiare lavori, destinati alla categoria dove le tecnologie saranno di tipo Replacing, poiché significa destinare esseri umani a un suicidio lavorativo certo. Ho trattato in modo esaustivo quali sono i settori professionali più favoriti e quali invece i più condannati dalla Disruption nel capitolo precedente. Occorre dunque una campagna di consapevolezza a carico del governo italiano che sia capillare e immediata nel tempo, così da permettere sia al settore pubblico che alle famiglie di agire cambiamenti in questo senso. Dall’altra parte l’Italia dovrà investire massicciamente nell’adozione del maggior numero di tecnologie Enabling per ovvi motivi di creazione di lavoro, ma dovrà anche essere scaltra nell’incoraggiare quelle che si adattano meglio alla struttura sociale, alla conformazione territoriale e produttiva del nostro Paese. Un esempio concreto: siamo uno dei popoli più longevi del mondo, perciò la cura extra ospedaliera dei nostri anziani arricchita dalle nuove tecnologie Enabling del settore è garanzia di creazione d’innumerevoli mansioni a ogni livello di complessità (settore del Personal Care). Sono mansioni che saranno utili a nuovi impieghi sia per i cittadini meno skilled che per gli specialisti. La medesima strategia va applicata alla nostra struttura architettonica, geografica, energetica et al., per di nuovo generare ampio impiego.

STATISTI, GRANDI IDEE: GLI INVESTIMENTI DELLA VISION NAZIONALE.

Non siamo, purtroppo, una nazione che si è mai distinta nella Storia moderna per la Vision, che è la dote degli Statisti di rilanciare in avanti con grandi idee su investimenti strategici, lungimiranti e dirompenti. Governare un Paese è un compito che comprende in sé migliaia di micro aspetti, micro politiche, micro nomine e un lavoro legislativo che di conseguenza è sfinente fra micro regolamenti, decreti, normative. Ma il vero mestiere del leader è quello proprio di dettare alla nazione le grandi ambiziose direttive, cioè appunto le Vision, che davvero disegneranno il futuro di milioni di cittadini. Oggi con la Disruption l’esistenza di queste grandi ambiziose direttive non è più un fiore all’occhiello per una nazione, al contrario, fa la differenza fra esistere o perire, fra potersi permettere una democrazia compiuta o languire nella servitù moderna. PROPOSTE 4,5,6,7.

Ho già pubblicato nella seconda parte di questo articolo quattro proposte di ampiezza nazionale e dirompenti per l’economia e per l’occupazione dell’Italia che il governo dovrebbe con urgenza considerare. Le trovate coi seguenti titoli:

DISRUPTING LA POLITICA DOMESTICA COME MAI PRIMA. BIG DATA.

DISRUPTING L’INTERO PIL ITALIANO COME MAI PRIMA: L’ESERCITO DEI DEVELOPERS.

DISRUPTING LA STORIA DEL COMMERCIO IN ITALIA: GLI SMART LOGISTIC NETWORKS.

DISRUPTING L’OCCUPAZIONE IN ITALIA: I PUNTI PRECEDENTI E LA SCUOLA DELLA DISRUPTION.

In questi tre interventi a puntate su Occupazione & Disruption ci sono abbastanza chiarimenti, dati, e proposte innovative per tutelare due generazioni d’Italiani a fronte del più dirompente cambiamento occupazionale dal 1775 a oggi. Continuo a ripeterlo: le soluzioni a problemi sistemici devono essere sistemiche, il resto sono truffe vendute da politici cinici a un pubblico stupido, i cui figli poi piangeranno per generazioni.

Economia, Rivoluzione digitale

Occupazione & Disruption: Cosa devono sapere i tuoi figli. Lavoro sì, Lavoro no.

di Paolo Barnard (qui)

PARTE SECONDA

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Riprendo dalla parte precedente. Nel vitale tema di Disruption & Mondo del Lavoro abbiamo già elencato dei fatti chiari.

A): La Disruption sta piombando sul mercato del lavoro con un grande pericolo: una violenta disparità nei redditi fra chi nella forza lavoro la saprà cavalcare e chi meno.

B): Ci sarà un effetto di trasformazione di questi tutte le professioni esistenti, principalmente per l’effetto di Artificial Intelligence (AI) e di Machine Learning, che rappresentano molto di più di ciò che l’arrivo dei personal computers rappresentò per tutte le professioni 40 anni fa. Questa trasformazione farà però nascere lavori che oggi non esistono.

C): Alcune professioni saranno eliminate del tutto. Le più a rischio di sparizione sono quelle caratterizzate da mansioni ripetitive, perché per esse l’AI è un portento.

D): Per mettere al riparo i nostri figli, e i giovani già oggi al lavoro, dai maggiori rischi c’è una sola arma concreta: per i primi una formazione scolastica e universitaria più aggiornata possibile che li presenti al mondo del lavoro come appetibili; per i secondi l’impegno di Stato e aziende nella riqualificazione, ma a vita.

E): L’idea di risolvere ogni problema di esclusione dal mondo del lavoro a causa della Disruption impiegando i Redditi di Cittadinanza è in ogni caso precaria, ma nell’Italia ingabbiata da limiti di spesa pubblica soffocanti (Eurozona), essa è fallimentare.

F): Diffidate di chiunque si esprima su questo tema di Disruption & Mondo del Lavoro in termini in bianco e nero, come chi dice: “Sarà un paradiso di nuovi lavori per tutti” vs “Sarà la fine del lavoro e vivremo emarginati mentre le macchine faranno tutto”.

Capire le tendenze in modo intelligente è ciò che salverà i vostri figli studenti, o i giovani occupati, da enormi incertezze nel mondo del lavoro. E io scrivo per permettervelo. Continuiamo con più dettagli sui quali lavori sono a rischio e quali invece no.

DOVE CADRA’ LA SCURE E DOVE INVECE CI SARA’ RICHIESTA.

Leggendo i grandi studi su Disruption & Mondo del Lavoro delle maggiori Consultancies del mondo, come PwC UK, Deloitte, McKinsey, o Accenture e di alcuni top accademici del settore – loro sono i massimi esperti, avanti anni rispetto ai Ministeri del Lavoro e molto più scientifici – si nota un accordo di tutti su quanto segue. Almeno nella prima fase della Disruption, i settori dove le perdite d’impiego saranno più forti a causa dell’AI, della robotica, e in genere delle nuove tecnologie, sono (in ogni settore cadranno diversi mestieri):

Impiegati, contabili e amministrativi; manifatturiero e manodopera produttiva; costruzioni ed estrazioni; avvocatura e giudici; installazioni e manutenzione; operatori gru e trattoristi; alcune mansioni in agricoltura; meccanici e riparatori; le arti, design, intrattenimento, settore sport e media; alcune mansioni in hotel e viaggi.

Quelli che invece guadagneranno maggior impiego in assoluto sono:

Business e finanza; managers; informatica e matematica; architettura e ingegneria; rappresentanti; istruzione e formazione; farmacisti; infermieri e OSS; assistenti all’infanzia; camerieri; pensatori creativi e manager per la Disruption.

Tutti gli altri settori coi loro mestieri stanno nel mezzo, ma, come già detto, nessuno sarà risparmiato dalle nuove tecnologie. Però attenti, frenate subito.

E’ dunque vero che schiere di persone perderanno il loro lavoro così come l’hanno sempre conosciuto, ma la Disruption anche in questi casi offre possibilità di recupero, nella riqualificazione, nell’aumento di richiesta per certe professioni, e nel fatto che nasceranno lavori che oggi non esistono.

Tutto qui dipende da due fattori in ordine d’importanza: la velocità dei governi nel legiferare misure per cavalcare la Disruption e per favorire la nascita dei nuovi lavori; e l’intelligenza dei datori di lavoro nel capire che l’epoca dell’egoismo del profitto è morta, gli porterà solo fallimenti certi e che invece il futuro digitale impone intelligenza, che significa coordinamento fra aziende, e fra di esse e lo Stato.

E’ per questo che io oggi ‘grido’ a voi elettori/genitori di capire cosa sta accadendo subito, ora, non domattina, e di agire di conseguenza presso i partiti di riferimento e la stampa. Pena lo scempio dell’occupazione giovanile, ma anche di molti altri, in Italia.

RE-IMPIEGO E NUOVE PROFESSIONI.

Entro il 2030 si stima che fino a 375 milioni di posti di lavoro globalmente dovranno essere reskilled, cioè riqualificati. Ad esempio: nel manifatturiero e nella manodopera produttiva, dicono gli esperti, cadranno mansioni nelle mani dell’AI e robotica, ma il lavoratore potrà essere re-impiegato in fasi diverse del lavoro aumentando la produttività. Gli servirà solo un reskilling. Il colosso cinese dell’e-commerce Alibaba ha calcolato che i suoi robot da magazzino risparmiano a ogni magazziniere almeno 50.000 mosse fisiche al giorno, riducendone molto lo stress fisico ma soprattutto liberandogli tempo per aumentare la produttività, e senza lavorare un minuto di più nell’orario regolare. Naturalmente Alibaba li ha reskilled. Quindi l’impresa del reskilling di milioni di italiani non è un optional, è l’aria da respirare, e ogni singolo analista al mondo oggi lo dice chiaro: i governi giocano qui il ruolo principale con un intervento generoso nei bilanci.

Ma una nazione con vincoli di budget al limite del sadismo sociale (citaz. Sapelli) come diavolo farà a riqualificare sul lavoro due o tre milioni d’italiani? Oltretutto gli studi ci avvisano di una cosa: si è detto che il reskilling è l’ordine di scuderia di chiunque, ma va fatto velocemente, perché lasciare languire nella terra di nessuno i lavoratori in transito, significa perderli per strada con danni economici enormi. Vi dico subito fin da ora che addossare questo immane compito ai datori di lavoro, blandendoli con sconticini fiscali e mezze misure come i mini-bot, è prima di tutto ingiusto, ma poi tecnicamente impossibile. Come farà l’Italia soffocata nei bilanci dall’Eurozona, quando, come ho già scritto diverse volte, tutti gli esperti mondiali invocano chiaramente interventi di governo?

Si è detto che esiste un consenso generale degli analisti sul fatto che nasceranno nuove professioni, o vi sarà più richiesta di alcune. Partiamo dalle seconde. Già ora la Disruption, nelle parole di 20.000 imprenditori europei da tutti i settori principali e intervistati dalle Cosultancies, sta imponendo un aumento vertiginoso nella richiesta di alcune professioni, che si prestano per assorbire sia una quota di futuri licenziati (reskilled), che i giovani post laurea. Offro tre esempi rappresentativi di altri per non dilungarmi con trenta, in ordine crescente di complessità:

1) Rappresentanti. I prodotti di domani stanno nascendo in queste ore o sono sconosciuti oggi, oppure saranno gli stessi di oggi ma radicalmente innovati. Occorrono disperatamente venditori che siano formati prima di tutto a spiegare quei prodotti, poi a venderli a privati e governi, ma anche per raggiungere nuove fasce di clienti alle quali l’azienda non è abituata.

2) Gli analisti dei dati. Non occorre un dottorato per questa mansione, ma di certo un buon reskilling anche in assenza di laurea. Le aziende oggi sanno che Big Data è la scoperta nucleare del commercio di prodotti e di servizi, cioè saper analizzare e trarre conclusioni intelligenti dall’immane massa di dati che la Disruption gli mette a disposizione. Il successo si gioca qui, nel terzo millennio. La richiesta di analisti dei dati è destinata a esplodere fra pochissimi anni.

3) Per i laureati brillanti c’è già ora spazio per ricoprire un ruolo dirigente richiestissimo nei maggiori settori di commercio e servizi, cioè il Manager della Disruption. E’ colui che si specializza nel guidare l’azienda (piccola, media, grande), ma anche il settore pubblico, nella tempesta di cambiamenti che l’era digitale porta ogni minuto.

In generale grazie alla Disruption sono previsti globalmente entro il 2030: 130 milioni di nuove assunzioni in Sanità generale e assistenza agli anziani; 50 milioni nelle tecnologie; 20 milioni nel settore energetico.

Le professioni del tutto nuove che si prevede nascano grazie allaDisruption, sono (non chiedete i nomi esatti di questi mestieri perché neppure ancora esistono):

Gli specialisti intra-umani, cioè intelligenza emotiva, capacità di persuasione, gestori delle emozioni umane nel sociale, e i creatori di motivazione; i pensatori creativi in ogni settore, sia scientifico che industriale che amministrativo, poiché  essere super specializzati ma ottuse ‘scatole di dati’ non innova nulla in azienda; gli ottimizzatori delle energie rinnovabili; gli operatori nella lotta al cambiamento climatico.

Come scritto nel riquadro sopra, e non smetterò mai di sottolinearlo, ogni singolo esperto in Occupazione & Disruption esistente ‘grida’ sempre la medesima cosa, che la Consultancy McKinsey&Co. ha espresso nel dicembre 2017 con una frase lapidaria: “La moltiplicazione dei lavori potrebbe più che compensare le perdite a causa dell’automazione. Ma nulla accadrà per magia – richiederà che i governi e il business sappiano creare le opportunità”. E qui non posso che ripetermi: è per questo che io oggi ‘grido’ a voi elettori/genitori di capire cosa sta accadendo subito, ora, non domattina, e di agire di conseguenza presso i partiti di riferimento e la stampa. Pena lo scempio dell’occupazione giovanile, ma anche di molti altri, in Italia. Non fate l’errore di pensare “…dai, c’è tempo, oggi abbiamo ben altro a cui pensare“, equivale a iscriversi come Paese alla classe dei perdenti, e di nuovo: chi piangerà saranno i nostri giovani e giovanissimi.

Fine seconda parte

Economia, Rivoluzione digitale

Occupazione & Disruption: Cosa devono sapere i tuoi figli.

di Paolo Barnard (qui)

PRIMA PARTE

Definizione di Technological Disruption: un cambiamento in tecnologia così potente da trasformare in breve la vita umana sul Pianeta Terra. Nella Storia: il fuoco, l’agricoltura, la matematica, la stampa, le macchine a vapore, l’elettricità. Oggi per Technological Disruption s’intende l’arrivo delle nuove tecnologie digitali potenziate dall’Artificial Intelligence, che stanno cambiando davvero tutto.

INQUADRARE IL PROBLEMA. COSA STA ACCADENDO ALLE NOSTRE VITE.

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Quando nel 1775 lo scozzese James Watt diede vita alla più dirompente Disruption della Storia con l’invenzione della macchina a vapore, ecco cosa accadde alle nostre vite:

La cosa mozzafiato di questo grafico (Brynjolfsson-McAfee, 2014) è il dato sul grado di sviluppo sociale umano, che significa benessere e quindi possibilità democratiche. Per 9.700 anni filati le condizioni di vita del popolo comune rimasero sostanzialmente identiche, a un livello abominevole, spesso peggio degli animali selvatici. Poi arrivò la Disruption di Watt – e delle scienze post Galileo con l’elettromagnetismo di Faraday e di Maxwell – e in Occidente tutto cambiò di colpo, perché cambiò il lavoro, aumentarono i redditi e con essi la rivendicazione dei diritti. E’ vero che la Disruption di allora si portò dietro una buona dose di lacrime e sangue prima di darci la modernità del benessere, che tuttavia furono nulla confronto a 9.700 anni di standard di vita abietti oltre l’immaginabile. Ma l’altra faccia, gloriosa, di quell’esplosione tecnologica fu di fornire alle lotte sociali mezzi tecnologici di diffusione, e quindi di successo, impensabili prima, fino appunto alla moderna civiltà.

Oggi la Disruption delle nuove tecnologie digitali potenziate dall’Artificial Intelligence (AI) sta scatenando un’altra storica impennata dell’umanità, che è però di molto superiore a quella di Watt per l’enorme potere tecnologico odierno. E di nuovo tutto si gioca su come cambierà il lavoro. Entro il 2035, quindi parliamo soprattutto del destino dei nostri figli ma anche dei trentenni di oggi, avremo questo:

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Il grafico c’illustra il grado di penetrazione delle più dirompenti tecnologie della Disruption nel mondo di tutti i giorni, cioè nel lavoro. Davvero tutto sta cambiando, esattamente come tutto cambiò dopo macchina a vapore ed elettromagnetismo, ma mi rendo conto che voi, come i contemporanei di Watt e Maxwell, fate una grande fatica a rendervene conto. Tuttavia il rischio fatale e, non esagero, tragico per l’Italia del lavoro è di rimanere indietro. Significherebbe un prossimo secolo di arretratezza e bassa economia per tutti i nostri giovani e per i loro figli. Nel 2016 Il World Economic Forum lo disse senza mezzi termini:

Con cambiamenti così veloci, la capacità di anticipare la futura richiesta di competenze, di nuovi lavori e i loro effetti sull’occupazione è sempre più cruciale per i governi e per il business… Chi non si prepara affronterà costi sociali ed economici enormi“. Scrollare le spalle da scettici e illudersi che “…dai, c’è tempo, oggi abbiamo ben altro a cui pensare“, equivale ad iscriversi come Paese alla classe dei perdenti, e di nuovo: chi piangerà saranno i nostri giovani e giovanissimi.

L’articolo che precede questo vi ha spiegato l’AI e per un buon motivo: essa cambierà il mondo del lavoro esattamente come la scoperta del linguaggio ha cambiato la storia della specie umana. Perché intelligenza è tutto, muove tutto, interpreta tutto, serve in tutto. Demis Hassabis, CEO di Google DeepMind cioè l’azienda che sta al centro della galassia AI, ha detto:

Il nostro goal è di conquistare l’intelligenza. Poi di usarla per risolvere tutti gli altri problemi”.

INQUADRARE IL PERICOLO: DISRUPTION & DISEGUAGLIANZA DEI REDDITI PER CHI RIMANE INDIETRO.

Il pessimismo delle prossime righe è realismo necessario a capire quale sfida affrontiamo come nazione, ma su di esso è nostro dovere cercare poi i rimedi possibili, ed esistono per fortuna.

Quando si parla di Disruption e AI in relazione al mondo del lavoro, tutti subito corrono a pensare ai robot e agli operai licenziati. Di certo questo sarà un problema, ma non tanto quanto s’immagina. Più avanti ne parlerò. In realtà il vero grande pericolo nella Disruption è che essa, ad oggi, sempre più è sinonimo di questo: un vertiginoso aumento della disparità dei redditi, più che perdita incontrollabile del lavoro.

Il primo campanello d’allarme che deve suonare nelle orecchie dei genitori italiani viene da una serie di dati americani, che come sempre da 60 anni anticipano quelli europei. Nei primi 15 anni di digitalizzazione dell’economia USA, le disparità di redditi fra colletti blu (licenza liceale) e colletti bianchi (lauree) schizzò in alto, perché i secondi grazie alla formazione digitale universitaria poterono approfittare dei nuovi lavori ben pagati, gli altri no e subirono in pieno l’impatto devastante del crash bancario del 2008. Addirittura il fenomeno ha raggiunto un livello di gravità tale che fra i colletti blu in America c’è un’epidemia di suicidi per disperazione, descritti in uno studio del Premio Nobel Angus Deaton e di Anne Case nel 2014.

Vero è che gli Stati Uniti sono un incubo d’abbandono sociale dei deboli, dove il Welfare quasi non esiste, ma l’Europa delle Austerità sta demolendo il suo Welfare ogni giorno di più, e i criminosi limiti di spesa pubblica che impone agli Stati membri escludono in via categorica che i vari schemi di Reddito di Cittadinanza abbiano un potere di fuoco sufficiente a evitare al nostro Paese un’Apartheid fra inclusi ed esclusi nella Disruption. Paradossalmente invece ha senso che negli Stati Uniti, detentori di moneta sovrana e sovrani nel Parlamento, molti economisti dell’era digitale stiano parlando di Universal Basic Income (un tipo di Redd. di Citt.) proprio per salvare gli esclusi: loro se lo potrebbero permettere, noi no.

Per i gravi motivi detti sopra, assolutamente non fatevi ingannare da chi, come questo governo, rassicura milioni di giovani con queste soluzioni. No: finché Eurozona sarà, il realismo mi costringe a dirvi che l’unica arma che rimane ai vostri figli per difendersi dal destino denunciato da Angus Deaton e Anne Case è una formazione solidissima ai nuovi lavori della Disruption (che non sono solo tecnologia, come spiegherò successivamente).

Dunque è chiarissimo il messaggio per genitori e ragazzi, che riassumo:

La seconda ondata di digitalizzazione in corso oggi con la Disruption porta soprattutto con sé il pericolo di un enorme divario nei redditi, oltre a una sostanziale dose di lavori perduti. Questo non solo fra colletti blu e colletti bianchi, ma anche fra i nostri presenti e futuri colletti bianchi, dove chi all’università ha studiato gli skills (competenze) avanzati per la digitalizzazione (non solo tecnici ma anche umani) avrà i lavori migliori, chi ha comunque un laurea ma priva di quel sapere sarà lasciato indietro con forti rischi economici.

Allora diventa prioritario per tutti, genitori e ragazzi, sapere quali sono quegli skills e se le scuole superiori e università italiane sono davvero attrezzate per insegnarli. Dei primi parlerò in altro momento, ma la risposta alla seconda domanda è no.

Il Ministero dell’Istruzione Università e Ricerca (MIUR) ammette oggi a denti stretti, nel rapporto Scuola Digitale, una situazione formativa italiana desolante a fronte della Disruption. Ecco alcuni fatti pubblicati dal MIUR:

– I dati OCSE dicono che ogni quindicenne italiano usa il computer in classe molto al di sotto della media europea, molto meno dei greci, e quasi un terzo del tempo di un australiano.

– Sempre media OCSE: i docenti italiani son in assoluto i meno preparati all’era digitale.

– Nel Digital Economy Index l’Italia languisce al 25mo posto su 28 Paesi, ha lacune dappertutto, e nella velocità di connessione alla Rete è in fondo alla classifica europea con un umiliante 9.2 Mbps, davanti solo a Grecia e Cipro. Nelle aule si soffre moltissimo di questo.

– Il MIUR scrive di suo pugno: “… il processo di diffusione della scuola digitale negli ultimi anni è stato piuttosto lento… azioni spesso non incisive e non complessive”. (si consideri che un Ministero sempre abbellisce la realtà, quindi…)

Sapere è lavoro, ma un buon lavoro oggi, nella Disruption, significa sapere molto. Con una situazione del genere c’è da mettersi le mani nei capelli e di certo le misurette post Job Act tipiche di questo governo, almeno per ora, sono inadeguate alla realtà. E la realtà è questa:

Innovation EU chart copia.png

Questa mappa ci racconta tutto. L’Italia non solo sprofonda nell’economia tradizionale (a causa soprattutto dell’Eurozona), ma colpevolmente i suoi governi degli ultimi 15 anni l’hanno tenuta fuori dalla realtà, cioè dalla Disruption, e infatti siamo gialli, cioè quasi ultimi nell’innovazione, e dunque fra gli ultimi nelle prospettive di lavoro dei nostri figli. Questo è quanto, purtroppo. Le più estensive ricerche sull’impatto delle nuove tecnologie sul lavoro (Deloitte,Accenture, McKinsey&Co., MIT et al.) includono il seguente dato: globalmente da 1 miliardo a 2 miliardi di lavoratori perderanno il lavoro entro il 2030, la maggioranza in Occidente, e molti dovranno essere ri-formati. Con limiti di spesa pubblica drammatici, chi si farà carico di questo? Inoltre viene posto un altro problema: la scuola deve avere una conoscenza avanzatissima della Disruption in continuo aggiornamento, perché è molto probabile che una parte degli skills insegnati oggi saranno obsoleti per il mondo del lavoro nel giro di 5-8 anni in media. Con un ritardo nelle scuole e università italiane di questo genere cosa farà l’Italia? Il presente governo ha piani adeguati nei programmi? Io non li ho trovati.

INQUADRARE QUALI LAVORI SONO A RISCHIO, QUALI MUTERANNO RADICALMENTE.

Il campo qui è vastissimo, perché sappiamo che generalmente un Paese moderno ospita oltre 900 mestieri, e siccome una buona parte delle nuove tecnologie della Disruption stanno sbocciando in queste ore o sbocceranno appena domani, è impossibile davvero essere precisi. Ma una cosa è più che evidente: la tecnologia su cui già ora si possono fare previsioni certe è proprio l’AI di Machine Learning che vi ho appena spiegato qui. Questo perché è una tecnologia perfetta per sostituire i lavori ripetitivi d’ufficio, per far funzionare la logistica aziendale, per far ‘pensare’ i robot nelle industrie, ma anche per sostituirsi all’umano in compiti complessi all’interno di molti mestieri sofisticati.

La MIT Initiative on the Digital Economy per dare al pubblico un’idea del grado di penetrazione praticamente ovunque di Machine Learning, cioè del fatto che davvero saranno pochissimi i lavori di domani che non avranno almeno in qualche segmento una AI a sostituire qualcosa o qualcuno, afferma che il mestiere in assoluto più ‘blidato’ contro la Disruption è il… massaggiatore. All’altro estremo invece le mansioni che sembrano davvero destinate a essere falcidiate sono gli impiegati, i contabili, gli amministrativi in generale. Ma andiamo più nello specifico, perché mentre è scontato che fra i colletti blu tanto dovrà cambiare, molti genitori e studenti ancora non comprendono purtroppo cosa accadrà alle professioni dei colletti bianchi, degli specializzati, che siano medici, avvocati, commercialisti, o persino ingegneri informatici (esempio estremo, ma anche fra loro cadranno teste con l’AI).

Fine prima parte.