Austerity, Europa, Politica

Recessione Europa: decisione politica, firmata Ue e Bce

Dal sito libreidee.org (qui) – I dati sulla produzione industriale che vengono man mano proposti sono sempre più inquietanti e lasciano intravvedere una situazione tutt’altro che positiva. L’area euro segna un -3,3% di produzione industriale, con un picco di -5,1% della Germania. E l’Italia, una volta tanto, fa un po’ meglio della media Ue, con 2,6% in meno. Si prevede un secondo trimestre 2018 con valori negativi per il Pil tedesco. Un disastro che non potrà non avere ripercussioni sull’andamento economico. In realtà tutto questo non è dovuto, per lo meno non ancora, ad una crisi finanziaria: mentre nel 2007-08 la crisi dei mutui subprime Usa portò a una crisi dell’economia reale per l’enorme distruzione di ricchezza finanziaria collegata, in questo caso la causa delle crisi economica sarà la volontà europea di crearla. Anche se l’innesco è stato un calo nei volumi del commercio internazionale, la risposta europea, che ripercorre quella post-crisi del debito interno ex 2011, non fa che accentuare, in modo pro-ciclico, questa variazione.

Dopo la crisi del 2009 l’Europa, terrorizzata dal proprio debito, ha perso il percorso della crescita strutturale in modo permanente. Stretta dalle paure del proprio debito, terrorizzata, guidata da una classe di economisti che, mi dispiace dirlo, inaltri momenti non avrebbero guidato neanche gli assessorati al bilancio di una grossa città italiana, l’Europa, ma soprattutto l’Eurozona, hanno abbandonato un percorso di crescita rischiando di intraprendere un cammino di involuzione e di riduzione della possibilità di crescita economica. La concentrazione unica su obiettivi di deficit invece che di crescita sta portando a un decadimento permanente e strutturale, non recuperabile nel medio periodo, della struttura economico-industriale dell’Euroarea, realizzando al contrario le fauste previsioni fatte dai firmatari del patto di Maastricht.

L’Eurozona si sta sempre di più rivelando come un’area di depressione economica e di conflitto sociale, non di crescita, giungendo al limite della repressione politica come in Francia. Siamo ancora in tempo per tornare indietro? No, senza una profonda revisione ideologica dei fondamenti europei; un cammino veramente difficile, perchè dovrebbe condurre al superamento di pregiudizi intellettuali (e, francamente, razziali) profondamente radicati. Significherebbe, in un certo senso, superare se stessa: e questa è la vera sfida del futuro. Per ora, purtroppo, governano sempre gli assessori provinciali…

Fonte: Guido da Landriano, “La recessione è una decisione politica di Bruxelles e Francoforte”, da “Scenari Economici” del 15 gennaio 2019.

Politica, Società

Quando parliamo di élite

Un invito alla lettura. Di seguito un articolo apparso sul sito Wittgenstein.it

Tra le risposte che Repubblica sta pubblicando all’articolo di Baricco su “popolo ed élite” (diciamo), ha avuto più attenzioni e consensi quella di ieri di Mariana Mazzucato, un po’ perché più polemica, un po’ perché propone letture assai diverse. A me pare che le sue critiche siano legate soprattutto a una diversa idea del significato di “élite” e che i due articoli quindi parlino di cose differenti (succede quando si usano parole semplici per etichettare cose complesse e poi si scivola a parlare delle etichette invece che delle cose complesse): fino a che si dà a élite una connotazione negativa (anzi, lo si usa proprio per disprezzare qualcosa) è ovviamente inutile discutere costruttivamente del ruolo delle élite e anzi – come mi pare pensi Mazzucato – è stupido persino provarci. Qui ne scrive anche Massimo Mantellini. Ma siccome – comunque la si pensi – l’equivoco è ricorrente, visto che se ne parlava su Twitter e visto che ognuno cita un suo libro, riprendo questa parte “etimologica” e logica da Un grande paese. Almeno abbiamo presente di cosa parliamo e perché non ci capiamo: detto che è prezioso provarci e parlarne, e che questo è – merito di Baricco e Repubblica – uno dei rari casi in cui se ne discute cercando di spiegare un cambiamento di cui molti parlano solo con grande vaghezza e povertà di analisi.

Per capire cosa sia successo – in America ma anche in Italia, ci arriviamo – bisogna prendere in considerazione l’uso di una manciata di -ismi, maneggiati da politologi, sociologi e commentatori con significati di volta in volta diversi o che si accavallano: elitismo, populismo, elitarismo, antielitismo, pluralismo, egualitarismo. Cerco di essere sintetico, che questa è la parte noiosa, ma ci sono rischi di equivoci con le parole di cui ci dobbiamo liberare.
Storicamente l’elitismo è stato due cose assai diverse: una teoria «descrittiva» di una realtà oppure un pensiero e un progetto. La prima constata e sostiene che il potere politico sia sempre in mano a un’élite di qualche tipo, a un gruppo di persone che lo detiene per censo o per appartenenza a un sistema, indipendentemente dai procedimenti democratici che glielo hanno consegnato. Quest’analisi può essere neutra, o più frequentemente critica, nelle sue banalizzazioni: spesso diventa sinonimo di «comandano sempre gli stessi», e genera quindi un «antielitismo» (rafforzato da «è tutto un magna magna») che predica la necessità di cambiare questo stato di cose. Però la teoria dell’elitismo può anche essere positiva, e trasformarsi allora in un’idea costruttiva e un pensiero politico: sostenendo che è giusto che a compiti straordinari si dedichino persone di qualità straordinarie a patto che ci sia un ricambio che garantisce la continuità di quelle qualità. Definendo quindi positivamente le élite come contenitori rinnovabili di qualità, merito e competenza.

Come si capisce, lo scarto tra i due modi di intendere l’elitismo deriva dal diverso modo di intendere la composizione delle élite e dai processi storici che le hanno formate: dove, come prevalentemente avviene oggi in Italia, le si ritengano consorterie di potere aliene da punti di merito e chiuse al ricambio, esse divengono un nemico da smantellare, e legittimano gli antielitismi. Se invece si dà al termine un significato più nudo e proprio, che definisce gli «eletti», non solo nel senso democratico (quelli che sono stati eletti) ma nel senso per cui si dice anche «il popolo eletto», ovvero coloro che hanno talenti e qualità eccezionali e superiori rispetto a un compito o un destino, l’elitismo che mira a promuoverli assume una connotazione positiva (migliori risultati nelle scelte delle classi dirigenti si avranno quindi quando gli eletti dalle loro qualità coincideranno con gli eletti dai voti: sintomo della realizzazione di una democrazia informata).

È interessante come l’accezione della parola cambi nelle varie lingue su Wikipedia. La pagina italiana si barcamena ma suggerisce l’accezione negativa:

L’elitismo è una teoria politica basata sul principio minoritario, secondo il quale il potere è sempre in mano a una minoranza. Si fonda sul concetto di élite, dal latino eligere, cioè scegliere (quindi scelta dei migliori). Termini interscambiabili con quello di élite sono aristocrazia, classe politica, oligarchia.

La pagina angloamericana è molto chiara sui due significati, privilegiando quello positivo ma mimetizzando il discutibile «ricchezza» in mezzo agli altri e più apprezzabili «attributi particolari» propri delle élite:

L’elitismo è l’idea o la pratica per cui gli individui che sono considerati membri di un’élite – un gruppo selezionato di persone con capacità personali superiori, dotate di intelletto, ricchezza, competenza o esperienza, o altri attributi particolari – sono quelli le cui opinioni su una materia devono essere prese in maggior considerazione o aver maggior peso; i cui giudizi o le cui azioni sono più probabilmente costruttivi per la società; o le cui straordinarie abilità o saggezze li rendono più adatti al governo. Alternativamente, il termine elitismo può essere usato per descrivere una situazione nella quale il potere è concentrato nelle mani di un’élite.

Al tempo stesso, Wikipedia in inglese ha una pagina dedicata alla «teoria delle élite» che corrisponde di più a quella italiana sull’elitismo.

La teoria delle élite è una teoria che cerca di descrivere i rapporti di potere nella società moderna. Sostiene che una piccola minoranza, formata da membri dell’élite economica e di apparati politici, detiene gran parte del potere indipendentemente dai processi democratici di uno Stato.

Wikipedia francese (elitismo deriva dal francese élite, che a sua volta deriva dal latino eligere) non ha una pagina dedicata all’elitismo, e affronta i possibili equivoci rimpiazzandola accortamente con la pagina «Elitismo in Francia»:

In Francia l’elitismo è l’attitudine a favorire la formazione di un’élite e l’accesso degli individui giudicati migliori ai posti di responsabilità. Si tratta in questo senso di un valore repubblicano riassunto in un motto rivoluzionario – «La carriera aperta ai talenti» – in opposizione alla selezione per nascita. Più recentemente ha acquistato una seconda accezione, di senso negativo, che indica la creazione di una distanza – politica o culturale – tra una classe dirigente e coloro che ne sono governati, in spregio alla volontà di una maggioranza.

«Un valore repubblicano», e «rivoluzionario». Più recentemente, ha acquistato una seconda accezione. Chissà se tra cinquant’anni – laddove si mantenesse la tendenza recente – le definizioni di Wikipedia saranno ancora queste, o se la «seconda accezione» avrà prevalso in tutte le lingue. D’ora in poi, per questo libro che cerca di immaginare una rivoluzione possibile, l’elitismo sarà quello dei francesi (quello per cui non ci vuole un grande pennello ma un pennello grande): «l’attitudine a favorire la formazione di un’élite e l’accesso degli individui giudicati migliori ai posti di responsabilità».

Mettiamoci allora d’accordo di chiamare invece «elitarismo» ciò che i critici dell’elitismo imputano all’elitismo: ovvero la tendenza a mantenere il potere all’interno di cerchie immutabili e prive di reali meriti e competenze, che non si possono quindi definire «elette». «Caste» sarebbe una parola adeguata, non fosse stata sputtanata dal recente periodo di qualunquismo demagogico (per quanto il libro di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo che l’ha resa popolare abbia molti meriti e non pecchi di qualunquismo). Oligarchie, forse.

Comunque, staccate tutto questo castello di accezioni dal significato del termine elitismo.
«Antielitismo» è il termine che invece indica l’opposizione all’elitismo in quanto tale: è antielitista chi contesta l’idea che a ruoli di potere e responsabilità debbano accedere persone di qualità superiori e straordinarie. Può sembrare sulle prime impensabile che esista una simile opinione, ma invece prospera per diverse ragioni. Una è la repulsione che presso alcuni suscita l’idea che ci siano persone di qualità superiori rispetto ad altre, repulsione dovuta a un eccesso di «correttezza morale», a un malinteso senso di uguaglianza. Dove l’uguaglianza è soppiantata dall’egualitarismo: invece di chiedere pari diritti e pari opportunità che ogni singolo possa sfruttare per ottenere dei risultati, queste persone chiedono che siano sempre pari anche i risultati. Un’altra ragione di adesione all’antielitismo è il meno leale fastidio nei confronti di qualunque élite a cui non si appartenga (le élite sono minoranze, i loro critici maggioranze anche se fingono di no): i sentimenti di invidia, frustrazione, competizione sono umani, e ancora di più lo è la percezione di una superiorità esibita e di una mancanza di umiltà da parte delle élite, per quanto capaci e competenti siano (parlo dopo della nostra difficoltà ad accettare le qualità altrui che non abbiamo, e ancora di più ad accettare «lezioni»). Un’altra spiegazione ancora è un equivoco «antielitarista», a cui sfugge la differenza tra le élite e le caste, soprattutto quando le seconde prevalgono e trascinano nelle loro indegnità tutto e tutti, spingendo a buttare l’acqua pulita assieme ai bambini sporchi (lo so, l’idea che i fallimenti di certe presunte élites non mettano in discussione l’elitismo somiglia molto alla tesi di quelli che dicevano che il fallimento del comunismo si dovesse alla sua mancata realizzazione, mentre il progetto era buono: ma la differenza è invece vistosa, in termini di successi storicamente dimostrati o no). Alcuni commentatori propongono che il contrario dell’elitismo sia il populismo, e si può dire in effetti che il populismo comprenda l’antielitismo. Ma nell’uso del termine populismo c’è anche un forte riferimento ai modi con cui il messaggio politico è trasmesso, principalmente attraverso la demagogia, ovvero l’assecondare (soprattutto a parole) le aspettative dei cittadini per ottenerne consenso, qualunque esse siano. Tanto è vero che oggi nel dibattito politico e giornalistico la parola populismo è usata spesso come sinonimo di demagogia. Ma un’altra accezione importante del termine populismo è quella che si riferisce all’esaltazione del mondo popolare e a tutto ciò che ne viene, in contrapposizione a ciò che è prodotto dalle élite. Quando gli esponenti politici di sinistra che hanno appena denunciato il «populismo» di Silvio Berlusconi dicono che bisogna imparare a recuperare il consenso, stare più a contatto col «territorio» e con la «gente», il loro è ugualmente populismo: che può anche essere una buona cosa (in teoria, in una democrazia, ciò che fa appello alla volontà di una maggioranza potrebbe essere buona cosa) a patto che il popolo sia informato, presupposto della democrazia.

Occhio che questo è lo snodo principale di tutti gli equivoci che si sviluppano intorno alle esaltazioni della democrazia, sincere o strumentali che siano. Una democrazia è un sistema di funzionamento delle comunità auspicabile, efficace e giusto perché consente che le opinioni e le scelte di tutti pesino, ma lo è solo se quelle opinioni e scelte sono informate, se nascono da dati sufficientemente completi e non falsi. Altrimenti è solo un sistema giusto, ma fallimentare e controproducente: una democrazia disinformata genera mostri maggiori di una dittatura illuminata, per dirla grossa. Funzionano bene le democrazie in cui i cittadini sono informati correttamente, e male quelle in cui non lo sono. Come diceva Goffredo Parise, «Credo nella pedagogia insieme alla democrazia, perché non c’è l’una senza l’altra». Frequente nel populismo è invece l’appello alla volontà popolare coordinato con un investimento deliberato sulla disinformazione dei cittadini.

Per completezza: spesso in relazione con questi -ismi si parla anche di pluralismo, ovvero della condizione tipica di molte società occidentali moderne in cui il potere non è concentrato ma diffuso in un ampio numero di luoghi e gruppi e comunità. Il pluralismo non è quindi in conflitto con l’elitismo, e anzi ne è complementare, nel senso che ho descritto finora.

Fonte: Wittgenstein.it (qui)

Europa, Politica

Ashoka Mody: “L’euro: un’idea insensata”

Intervistato da Tim Black di “Spiked”, Ashoka Mody – professore di economia a Princeton e già dirigente presso il Fondo monetario internazionale – conferma quello che gli economisti sanno, ma la stampa spesso nega: l’euro è stata fin dall’inizio una pessima idea sia economica sia politica. La rigidità intrinseca dei tassi di cambio, le folli regole fiscali, il dominio delle nazioni forti che impongono regole riservate a quelle deboli, creano i presupposti per la divergenza economica e l’inimicizia politica tra le nazioni, anziché promuovere prosperità e pace come propagandano i sostenitori del progetto europeo. Non sono quindi i populisti a essere euroscettici: sono gli euristi che vivono in una bolla di irrealtà, ignorando i più elementari ragionamenti economici e politici.

“Si è trattato di uno sforzo un po’ solitario”, dice Ashoka Mody – professore di economia presso l’Università di Princeton, e già vicedirettore del dipartimento europeo del Fondo monetario internazionale (Fmi) –  parlando di ”Eurotragedia: un dramma in nove atti”, la sua brillante, magistrale storia della Ue e dello sviluppo dell’eurozona. “La gran parte dell’establishment europeo” continua Mody “o ha tentato di ignorare o ha contestato quelli che mi sembrano principi e dati economici assolutamente basilari”.

È facile capire perché l’establishment europeo potrebbe essere stato incoraggiato a farlo. Eurotragedia è un atto d’accusa all’intero progetto europeo postbellico, una dissezione meticolosa e abrasiva di tutto quello che è caro all’establishment europeo. Ed è anche un attacco allo stesso establishment, al pensiero di gruppo dei suoi membri, ai loro deliri, alla loro arroganza tecnocratica. Inoltre, tutto questo viene dal principale rappresentante del Fmi in Irlanda durante il suo salvataggio dopo le crisi bancaria post-2008 – una persona cioè che ha visto dall’interno  i meccanismi fiscali della Ue.

Spiked ha intervistato Mody per capire meglio la sua analisi critica del progetto europeo, i difetti fatali dell’eurozona e perché l’integrazione europea sta dividendo i popoli.

Spiked: Lei pensa che il suo lavoro su Eurotragedia sia stato solitario perché, dopo la Brexit e altri movimenti populisti, l’establishment Ue è al momento molto arroccato sulla difensiva?

Ashoka Mody: Sono sicuro che in parte la ragione è questa. Ma penso che la natura dell’intero progetto sia molto difensiva. Pensate alla dichiarazione di Robert Schuman del 9 maggio 1950, che mise le basi per la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio due anni dopo – disse che una fonte comune di sviluppo economico doveva diventare il fondamento della federazione europea. Questa idea di una federazione europea è stata screditata molto velocemente, ma i leader europei hanno continuato a corteggiarla in diverse maniere – “unione sempre più stretta”, “unità nella diversità”, nonché quella frase particolarmente priva di senso che usa il presidente francese Emmanuel Macron: “Sovranità europea”. L’intero linguaggio è problematico e mistificatorio.

Ma la questione più seria è il concetto di sviluppo economico comune come base per l’Europa. Questo è stato vero per un breve periodo dopo il trattato di Roma del 1957, che ha aperto le frontiere, ma lo slancio si è esaurito nel giro di due decenni. Puoi aprire le frontiere, ma una volta che le hai aperte, non c’è molto altro che tu possa fare. Perfino i vantaggi del cosiddetto mercato unico sono molto limitati al di là di un certo punto, ogni economista lo capisce.

Riguardo all’euro, non c’è mai stato alcun dubbio sul fatto che fosse una cattiva idea. Nicholas Kaldor, economista dell’Università di Cambridge, scrisse nel marzo 1971 che quella della moneta unica era un’idea terribile, sia economicamente che politicamente. E Kaldor ha avuto ragione molte volte.

Ma l’intero establishment europeo ignora semplicemente ogni ennesimo avvertimento proveniente da economisti di grande fama, e produce contro-narrazioni difensive. Per esempio, sento spesso dire che l’Europa ha bisogno di tassi di cambio fissi per avere un mercato unico. Perché mai? La Germania commercia con la Polonia, l’Ungheria e la Repubblica Ceca, che sono all’interno del mercato unico, ma hanno differenti monete. Queste fluttuano, ma il commercio prosegue. Non c’è bisogno di un’unica moneta per avere un mercato unico.

Spiked: Quando è emersa la sua critica al progetto europeo? È stato durante il suo coinvolgimento nel salvataggio dell’Irlanda?

Mody:  Quando il mio lavoro al Fmi è finito, progettavo di scrivere un libro sull’eurocrisi. E ho iniziato a scriverlo come farebbe un economista del Fmi – cosa è successo prima del crash, la bolla, l’esplosione della bolla, il panico, il fatto che non fu gestito bene, e così via. Ma mi sono presto reso conto che qualcosa non andava.

E così ho passato due anni a ricostruire la storia dell’euro, ponendomi una domanda: cosa ha portato all’esistenza dell’euro nella sua forma attuale? Capite, il problema non è solo che esiste l’euro. C’è l’euro, che è una moneta unica, in una unione monetaria incompleta, con un apparato di regole fiscali che sono evidentemente ridicole sotto il profilo economico – e nessuno mette in dubbio il fatto che siano economicamente ridicole, che manchino di un necessario paracadute fiscale e della necessaria unione fiscale. Perciò, perché l’euro esiste?

In quel momento ho iniziato a scrivere, in effetti, uno storia postbellica dell’Europa,  un compendio, se vogliamo, del libro di Tony Judt: ”Dopoguerra: storia dell’Europa dal 1945”. Ecco quando ho compreso che l’euro non era solo una cattiva idea economica, ma anche una cattiva idea politica. Non solo era chiaro che avrebbe causato divisioni politiche, ma non c’era nemmeno alcun piano su come rimediare a queste divisioni, come reagire ad esse. Quindi è nata questa mitologia dell’euro, che lo ha trasfigurato in uno strumento di pace, un mezzo per unire gli europei, una necessità per il mercato unico. Tutti questi aspetti della mitologia sono nati sopra e intorno al progetto europeo per sostenere quella che è, effettivamente, un’idea insensata.

Spiked: Lei ne parla quasi come del trionfo di un’illusione politica. Che cosa ha spinto i suoi architetti? Che cosa ha permesso loro di portare avanti un progetto che molti economisti consideravano una follia?

Mody: Scrivendo il libro, ho imparato due cose riguardo alla storia. La prima è che nella storia esistono momenti critici, in cui un individuo diventa eccezionalmente potente, e ottiene un potere esecutivo sproporzionato alle sue abilità. In secondo luogo, un simile individuo ha anche il potere di creare una narrazione, una favola, una mitologia. Ed è la combinazione delle due cose che ha creato l’euro. Ecco perché Helmut Kohl è così importante, non solo perché ha guidato questo progetto fino alla sua realizzazione, [ma anche perché] ci ha lasciato in eredità un linguaggio che ha giustificato l’euro fino a oggi. Penso che se Kohl non fosse esistito, o se non fosse rimasto cancelliere negli anni ’90, questo non sarebbe successo – non ci sarebbe stato l’euro.

Spiked: Quello che è sorprendente è che durante questo processo di integrazione lungo decenni solo raramente coloro che ne erano a capo interpellavano gli elettorati nazionali. Se li interpellavano, poi semplicemente ignoravano la risposta che veniva data, così come fecero fin dal 1992, con i referendum in Danimarca e in Francia sul trattato di Maastricht. Lei pensa che questo sia uno dei difetti fatali del progetto europeo – il fatto che esso prosegue, a dispetto delle opinioni dei cittadini?

Mody: Assolutamente, si tratta di un difetto fatale. Fino al 1992 e al trattato di Maastricht c’è stata l’idea del tacito assenso. Questa idea prevedeva che i leader europei dovessero prendere le buone decisioni in nome dei popoli dell’Europa, che non erano proprio in grado di capire la complessità del governare. Si fidavano dei leader, perché loro sapevano la maniera giusta di andare avanti. E alla fine sarebbero stati validati e legittimati dai frutti che avrebbero portato.

Ma questo tacito assenso stava già cadendo a pezzi mentre veniva firmato il trattato di Maastricht. Come hai detto, abbiamo avuto il referendum danese, e specialmente quello francese del 1992. Il referendum francese, in particolare, ha un’importanza storica, perché il popolo (49 per cento) che votò contro Maastricht è lo stesso che oggi protesta con il gilet giallo. Pensateci. Per un periodo di circa trenta anni, un gruppo consistente di persone continuavano a farsi sentire, dicendo che c’era un problema. Dicevano che il vero problema era in casa, che il popolo veniva lasciato indietro e che tu, governo, sembri non avere idea di ciò che vuole il popolo.

Il fatto che i cittadini europei volessero o meno più Europa non è stato mai veramente discusso in una qualsivoglia forma significativa. Non è mai stato chiaro a che cosa servisse l’euro. Di sicuro non ha portato maggiore prosperità. E la mancanza di consultazione del popolo ha creato un’ansia ribollente, di segno opposto nelle diverse nazioni. In Germania l’ansia è legata alla possibilità che i tedeschi potrebbero ritrovarsi a dover pagare i debiti di altre nazioni. In gran parte del Sud Europa la gente è ansiosa perché la Germania è diventata troppo dominante, e perché, nei periodi di crisi, il cancelliere tedesco potrebbe diventare di fatto il cancelliere europeo.

Non esiste alcun meccanismo elettorale che garantisca responsabilità e legittimazione. Pertanto l’intero processo è intrinsecamente antidemocratico – la gente che viene colpita dalle decisioni non può votare per rimuovere coloro che prendono queste decisioni.

Spiked: Alcuni sostengono che l’eurozona ha creato un certo grado di prosperità, certamente a partire dalla fine degli anni ’90 fino a metà degli anni 2000. Lei pensa che questa fosse un’illusione di prosperità, sostenuta nel caso dell’Europa dalla bolla bancaria?

Mody: Certo, assolutamente. È un vero peccato che quei dieci anni siano stati completamente travisati in due modi. Il primo è che, quando i tassi di interesse sui debiti pubblici sono scesi, questo fu celebrato come un’integrazione finanziaria, mentre era in effetti un problema, perché i paesi che beneficiavano di questi tassi così bassi stavano permettendo il formarsi di una bolla di debito.

In secondo luogo, l’altra cosa che è avvenuta, specialmente tra il 2004 e il 2007, è che il commercio mondiale era in una fase di boom. In primo luogo, perché l’America stava spendendo troppo, e quindi stava importando largamente merci dal resto del mondo, e in secondo luogo, perché la Cina stava entrando nel mercato del commercio globale in grande stile e, diventando un esportatore di grande rilievo, diventava anche un rilevante importatore. Pertanto negli anni tra il 2004 e il 2007 si è avuta una crescita del commercio globale più alta che in qualsiasi periodo nella memoria recente. E quando il commercio globale aumenta, il commercio europeo cresce rapidamente.

Quindi la combinazione della convergenza dei tassi di interesse, che diede l’impressione dell’integrazione finanziaria, e la crescita del commercio globale, che diede alla gente un’impressione di prosperità, ha portato alcuni a concludere che sì, la cosa aveva funzionato. Quindi nel giugno 2008 abbiamo Jean-Claude Trichet, l’allora presidente della Banca Centrale Europea, che dichiarava che l’eurozona era un grande successo. Quello era in realtà il momento in cui la crisi dell’eurozona stava per colpire forte. Solo che la Bce non se ne rendeva conto.

Come disse George Orwell su quello che veniva riportato della Guerra Civile Spagnola, che la storia veniva scritta come si pensava che dovesse andare, e non come andava realmente: questa è la maniera in cui il primo decennio dell’eurozona è stato raccontato.

Spiked: La crisi inizia a farsi sentire nell’eurozona dal 2009. Perché lei era così contrario alle politiche di austerità che la Troika impose a Grecia e Irlanda?

Mody: Io comprendo che se un paese ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità debba stringere la cinghia. Non voglio contestarlo. Quello che contestavamo io e altri, e continuiamo a contestarlo nel caso dell’Italia, è il momento di inizio e la velocità del consolidamento fiscale. Quando un’economia sta sprofondando in una recessione, l’austerità fiscale rende peggiori le cose. Le tasse imposte dal governo aumentano mentre i consumi diminuiscono, e quindi la recessione si approfondisce. Non è certo un mistero.

Quindi la mia posizione è che, sì, la Grecia aveva chiaramente bisogno di un certo grado di austerità, ma bisognava applicarla a un ritmo inferiore. Se un paziente con un trauma entra in un reparto di chirurgia, non gli viene chiesto di correre intorno all’isolato un paio di volte come gesto di buona volontà prima dell’intervento. È un discorso semplicissimo. L’austerità perciò ha reso il problema greco infinitamente peggiore.

Spiked: È sorprendente che la Ue sembri così attaccata a regole fiscali e di budget stringenti, sicuramente lo è stata nel caso della Grecia. Perché lei pensa che ciò accada?

Mody: Vorrei essere in grado di dare una risposta semplice. La mia risposta storica è che la Ue non è poi così attaccata alle regole. Quando le regole non fanno comodo a quelli che comandano, le regole vengono violate, e per buone ragioni. L’abbiamo visto nel 2002 e nel 2003 quando la Germania, nel mezzo di una recessione, ha fatto “marameo” alle regole fiscali per evitare di peggiorarla. Il ministro delle finanze tedesco Hans Eichel, per giustificare la decisione, scrisse sul Financial Times un editoriale che Yanis Varoufakis avrebbe dovuto avere il buon senso di recitare quando sosteneva la necessità di un allentamento delle regole di bilancio per la Grecia.

Le regole vengono tirate fuori solo quando la bilancia del potere si sposta in direzione opposta, e allora  vengono usate come strumento per rimettere in riga le nazioni cosiddette ribelli, che sia la Grecia o l’Italia.

Spiked: Lei definisce l’Italia la “linea di faglia” del progetto europeo. Perché crede che sia così importante?

Mody: Non c’è dubbio che l’Italia sia e rimanga la linea di faglia dell’Europa, per molte ragioni. In primo luogo, è una nazione grande – il suo Pil è otto o nove volte quello della Grecia; e i suoi asset finanziari sono dello stesso ordine di grandezza di quelli della Germania o della Francia. Inoltre, l’Italia ha una crescita della produttività cronicamente bassa – da quando è entrata nell’eurozona, la produttività e scesa di qualcosa tra il 10 e il 15%. Ora, non tutto è colpa dell’eurozona. La bassa produttività in Italia è, in larga parte, un problema italiano, dovuto a una grande mancanza di slancio all’interno dell’economia italiana, e a una serie di governi incapaci di affrontare il problema.

Ma un paese con bassa crescita della produttività ha bisogno dell’aiuto di occasionali svalutazioni della moneta. Questo nessuno lo mette in dubbio. E nessuno contesta il fatto che, se non sei produttivo, diventi meno competitivo, e, se sei meno competitivo, hai bisogno di deprezzare il tuo tasso di cambio. Ma l’Italia è in trappola. Non può svalutare il tasso di cambio contro il marco tedesco perché le due valute sono rigidamente fissate all’interno dell’eurozona, e, poiché la politica monetaria della Bce rimane relativamente stretta, l’euro non si è deprezzato contro il dollaro Usa rispetto a venti anni fa. Pertanto la lira, essendo incorporata nell’euro, non si è svalutata contro il marco tedesco o contro il dollaro Usa negli ultimi venti anni, durante i quali la produttività ha continuato a scendere. Pertanto, come farà questo Paese a ripagare il grande ammontare del suo debito, senza crescere?

Ecco il cuore del problema italiano. La produttività italiana ha bisogno di un investimento generazionale in scuola, in ricerca, nel riportare a casa le persone che sono emigrate, per costruire un nuovo senso di autostima, che in questo momento manca enormemente.

Spiked: Quando sono stato in Italia, recentemente, sono stato colpito dal numero di graffiti anti-tedeschi. Pensa che una delle più grandi ironie di questo progetto, che avrebbe dovuto portare integrazione economica e politica, sia che esso ha in realtà favorito l’inimicizia tra le nazioni europee, piuttosto che l’unità?

Mody: Come ho detto, Nicholas Kaldor predisse esattamente questo nel 1971. Disse che una moneta unica avrebbe amplificato le divergenze economiche e, se lo avesse fatto, avrebbe aggravato le divisioni politiche. Citò persino Abraham Lincoln: “Una casa divisa al suo stesso interno non può stare in piedi”. Il fantasma di Kaldor perseguita oggi l’eurozona.

Spiked: Lei pensa che ripristinare un certo grado di sovranità nazionale per le nazioni europee potrebbe effettivamente riunire insieme i popoli europei?

Mody: Sì, lo penso. Mi chiedo: cos’è che unisce i popoli europei? Qual è la ragione fondante per gli europei di pensarsi come europei? Quasi settant’anni fa, Schuman chiese che il fondamento comune per creare una federazione fosse lo sviluppo economico. L’idea di uno stato federale è morta, così come il concetto di un fondamento sullo sviluppo economico. Pertanto, dobbiamo ritornare all’altra affermazione di Schuman: gli europei hanno bisogno di stare uniti nell’interesse della pace. In senso moderno, questo può essere esteso alla protezione e conservazione della democrazia, e alla promozione dei diritti umani. Gli europei devono chiedersi se credono ancora in questi valori – i valori di una società aperta – e sono disposti a lavorare per la creazione di una società aperta in cui la pace, la democrazia e i diritti umani vengono promossi. Se non è questo lo scopo dell’Europa oggi, allora non mi è chiaro quale sia lo scopo dell’Europa.

Fonte: vocidallestero.com (qui) Articolo di Ashoka Mody, 2 gennaio 2019

Politica, Terremoto

Terremoto, Rosato in tv sbaglia i numeri: “Ad Accumoli già aperti 2mila cantieri”. Ma sono solo tre, la ricostruzione è ferma

Uno sguardo unico e tragico dopo il sisma proprio dentro la zona rossa. Accumoli uno dei paesi più devastati dal terremoto.

“Da sindaco di Accumoli posso garantire che qui non abbiamo 2mila cantieri ma tre e tutti privati”. Il primo cittadino Stefano Petrucci non usa giri di parole: “L’onorevole Rosato dà i numeri, forse ha preso i dati dei comuni di tutto il cratere, francamente non so. Ma quella uscita in diretta tv è suonata come l’ennesima presa in giro da parte di chi meglio d’altri dovrebbe conoscere la situazione, almeno meglio di chi si incontra per strada”. Petrucci, al telefono col fattoquotidiano.it, si unisce così ai concittadini della cittadina laziale colpita dal sisma del 2016 che da mercoledì sera riversano il loro sdegno all’indirizzo del vicepresidente della Camera, Ettore Rosato, reo di aver difeso in tv l’operato del precedente governo Pd con numeri campati in aria.

Rosato era ospite della trasmissione “Stasera Italia” dedicata alla ricostruzione post sisma. In collegamento alcuni residenti che denunciano lo “stato d’abbandono” in cui versano case e famiglie nonostante promesse e impegni assunti sin dal precedente governo e mai mantenuti. Rosato è stizzito e risponde alle polemiche, numeri alla mano: “Solo ad Accumoli – scandisce leggendo alcuni fogli – ci sono 2mila cantieri aperti e 402 immobili privati già ricostruiti, nei quali sono tornate le famiglie”. Solo che i numeri non sono certo quelli di Accumoli e lasciano i residenti del cratere con l’amaro in bocca. Stridono per giunta con i dati in possesso dei comitati civici nati subito dopo il sisma, che dichiarano: “Solo il 10% delle pratiche per la ricostruzione sono state approvate”.

“Qui non c’è ricostruzione, qui non ci sono case ma solo bungalow. Qui non c’è lavoro, qui gli anziani vivono isolati dentro casa senza neppure una linea telefonica fissa. Rosato venga a prendersi un caffè da noi. Ma ben coperto, qui le temperature arrivano a -12. E purtroppo rischia di stare senza riscaldamentovisto che a causa del freddo i boiler si bloccano e di camini… non ne abbiamo”, dichiarano Sabrina Fantauzzi e Rita Marocchi del Comitato Illica Vivecommentando l’epic fail del vicepresidente di Montecitorio. “Siamo sinceramente tramortite. Informiamo Rosato che i fogli che leggeva in trasmissione contengono falsità”. Sulla bacheca del deputato Pd fioccano reazioni indignate: “Quando parla dei terremotati in televisione si rende conto che la sentono dire eresie?”. Rosato non replica sul punto, non chiede scusa, al cellulare non risponde.

Composta, ma non meno ferma, la reazione del sindaco Petrucci, al terzo mandato in scadenza a maggio. “Rosato è caduto sui numeri, un lapsus diciamo. Lo scivolone è però indice della poca cura di chi, promettendo di aiutarci, ci ha poi lasciati soli spingendoci verso il baratro”. Pur avendo patito danni enormi, Accumoli è rimasta a lungo in ombrarispetto ad altri comuni e lo stallo in cui si trova da tempo sta compromettendo il tentativo di arginare lo spirito di resa tra gli abitanti. Questa la fotografia della situazione. “Sono tornate qui circa 200 famiglie in case provvisorie, le agibilitàsi contano sulle dita di una mano, cinqueo sei di qualche azienda agricola realizzata recentemente”.

E la ricostruzione? “Sono stai rilasciati tre decreti della ricostruzione privata, lo sgombero macerie è al 60-70% ma le attività propedeutiche alla ricostruzione si devono cominciare da zero”. L’incaglio è tra norme e fondi, e questo sarà oggetto del confronto con il neodelegato alla ricostruzione Vito Crimi che lunedì sarà in visita nel comune reatino. “La speranza è che almeno lui ci ascolti. Da 15 mesi abbiamo finanziati circa 35 milioni di opere pubbliche formalmente impegnati dal precedente governo ma nulla si muove, ma se non ci sarà uno snellimento normativo non saranno mai spesi. Chiaro poi che se il vicepresidente della Camera va in tv a dire che tutto va a gonfie vele la ricostruzione di Accumoli sarà difficile”.

Fonte: ilfattoquotidiano.it (qui)

Banche, Politica

Carige, Paragone (M5s): “Pd tutelava padri, amici e salotti: noi i risparmiatori. Ora i dem stiano zitti”

“I risparmiatori si stanno scagliando contro le recenti dichiarazioni degli esponenti Pd che tacciavano Di Maio e Salvini di “Vergonosa ipocrisia”. La verità è che loro tutelavano padri, amici e salotti. Noi i risparmiatori. Ora stiano zitti”. A dirlo, in un video su Facebook, il senatore del M5s, Gianluigi Paragone, sul caso Carige.

Fonte: youtube.com

Il punto sul caso Carige:

Carige, sulla strada della soluzione di mercato l’ostacolo dei crediti deteriorati.

Di Maio e Salvini a favore dell’ingresso dello Stato. Tria preferisce il modello delle due venete, regalate a Intesa e “ripulite” grazie ai contribuenti. L’istituto ha in pancia crediti malati netti per 2,3 miliardi, il 15% sul portafoglio impieghi.

Non c’è voluto molto tempo. Passati pochi giorni dal commissariamento, il governo ha assunto una posizione molto esplicita. Carige può, o meglio deve, essere “nazionalizzata”. Di Maio ieri è stato tranchant. “Quel che posso dire è che crediamo nella nazionalizzazione, l’unica strada percorribile per il M5S”. Anche il fronte leghista pare essere sulla stessa lunghezza d’onda. Giancarlo Giorgetti ha risposto sì a una domanda sull’eventuale pubblicizzazione della banca: “La nazionalizzazione è un’eventualità prevista dal decreto se non si verificano alcune condizioni, quindi se nessun privato ci mette i soldi arriverà”, ha dichiarato. “L’obiettivo è salvarla sotto lo Stato. Se ci saranno utili ci guadagnerà lo Stato”, ha rimarcato Matteo Salvini. Più cauti il ministro dell’Economia Giovanni Tria – per cui la soluzione di mercato è la via preferibile (e nel caso l’ingresso dello Stato sarebbe “temporaneo”) – che il commissario di Carige Pietro Modiano, che ritiene l’ingresso dello Stato un’opzione “residuale” e “più che astratta”.

Fin qui la cronaca politica della giornata. Ma sul piano tecnico, quello cioè dello stato di effettiva salute della banca di Genova e del suo immediato futuro, quanto è giustificabile una nuova nazionalizzazione dopo quella di Mps? È davvero l’unica strada percorribile?

La banca ligure non è mai stata di fatto risanata dal suo vero tallone d’Achille, le sofferenze e i crediti malati lasciati in eredità da Giovanni Berneschi. Nonostante 4 anni di pulizie e vendite parziali di prestiti marci costate già 3 miliardi di svalutazioni, Carige si ritrova con 4,8 miliardi di crediti deteriorati lordi. Valgono ben il 27,5% dell’intero portafogliocrediti. Certo le rettifiche già compiute hanno coperto il 51% di questo ammontare. Ma non basta dato che i crediti malati netti sono tuttora di 2,3 miliardi, un livello del 15% sul portafoglio impieghi, doppio rispetto alla media del sistema bancario italiano.

È qui l’anomalia mai sanata dai tre amministratori delegati succedutisi alla guida della banca sotto la gestione del primo socio, Vittorio Malacalza. Per riportare tassi di sofferenze in linea con la media del sistema devi di nuovo mettere mano al portafogli, cedendo almeno un miliardo di prestiti malandati netti: ovviamente il prezzo sarà una percentuale (il 20-30% del nominale secondo i corsi del mercato) con una perdita secca di almeno 700 milioni. Ecco perché tutti sanno che occorrono nuovi capitali per far uscire Carige definitivamente dal cono d’ombra: il patrimonio netto oggi è di 1,8 miliardi e verrebbe eroso pesantemente dalla vendita delle sofferenze. Trovare un privato disposto a rilevare l’istituto ligure con questa cambiale in scadenza pare non facile. Certo potrebbe accollarsi il peso il Fondo interbancario che diverrebbe il nuovo padrone della banca semplicemente convertendo il bond da 320 milioni in capitale. Ma ve li immaginate un consorzio di banche come nuovo socio forte? Strada irta di ostacoli.

L’altra alternativa di mercato, quella che preferirebbero Tria e i neo-commissari, è il matrimonio con un solo cavaliere bianco. Si ripeterebbe il copione Intesa-banche venete. E quel copione dice che chiunque chiederebbe che la parte malata delle sofferenze resti in capo allo Stato, magari alla Sga. L’onere del peso dei crediti marci rimarrebbe in capo ai contribuenti e di fatto si regalerebbe la parte sana a un diretto concorrente. Tra un onere comunque pubblico, accompagnato da un regalo a un privato (linea Tria), forse a questo punto è meglio che il pubblico si tenga tutto il pacco, compresi depositi, impieghi sani e quel che di buono c’è in Carige (linea Di Maio & C).

Guardando al passato, invece, quel che colpisce è l’inettitudine e il tempo lasciato scorrere invano: mentre Malacalza litigava coi suoi timonieri aziendali, la banca si inabissava. I prestiti sono stati tagliati passando da oltre 21 miliardi a soli 16: con un credit crunch del genere puoi vendere quante sofferenze vuoi, ma il rapporto coi crediti malati resterà sempre troppo alto (in anni di presunta cura è sceso solo dal 34 al 27,5%). E se la banca viene frenata così violentemente non puoi che avere ricadute sui ricavi, calati del 30% sotto Malacalza. Si sono tagliati i costi, ma la caduta dei ricavi è tale che oggi la prima voce si mangia il 90% delle entrate (la media è al 65%). Tutti i parametri fuori controllo quindi: da quelli di conto economico alla tenuta patrimonale per la spada di Damocle inevitabile che sarà la pulizia definitiva dei crediti malati. La soluzione pubblica potrà non piacere, ma il principio di realtà dice che oggi è l’unica strada percorribile.

Fonte: ilfattoquotidiano.it (qui)

Democrazia, Fake News, Giornalismo, Politica

Corsera, Caizzi vs Fontana. Accuse al direttore: “Notizia inesistente (fake news) in prima su procedura infrazione Ue-Italia”.

L’inviato a Bruxelles, Ivo Caizzi, scrive una lettera al comitato di redazione e alla redazione del quotidiano di via Solferino chiedendo di “verificare e valutare” il comportamento del direttore Luciano Fontana nella copertura della trattativa tra il governo italiano e l’Unione Europea sulla manovra. Riportati 4 episodi dello scorso novembre, tra i quali il titolo d’apertura: “Quella notizia era inesistente”. Ecco la sua lettera integrale.

Con una lettera inviata al comitato di redazione del Corriere della Sera e a tutta la redazione del quotidiano di via Solferino, il corrispondente da Bruxelles Ivo Caizzi chiede di “verificare e valutare” il comportamento del direttore Luciano Fontana nella copertura della trattativa tra il governo italiano e l’Unione Europea sulla manovra. Il giornalista ha prodotto tutti gli articoli sui quali ritiene sia necessario fare chiarezza, ad iniziare da un titolo in prima pagina dell’edizione dello scorso 1 novembre che a suo avviso riportava una notizia “inesistente” oltre che “tecnicamente impossibile in quella data”. Ecco la lettera integrale inviata da Caizzi ai suoi colleghi.

Cari colleghi del Cdr del Corriere
p.c. alla Redazione e alla Direzione

Nella solita massima trasparenza interna, chiedo al Comitato di redazione – in base al suo dovere di tutela dell’attendibilità e dell’indipendenza del Corriere e dei suoi giornalisti – di verificare e valutare il comportamento del direttore Luciano Fontana nella copertura della trattativa tra Unione europea e Italia sulla manovra di bilancio 2019,  in relazione a quanto documentalmente provato con 5 allegati.

Inizio dall’1 novembre scorso, quando Fontana apriva il giornale titolando in prima pagina su una “procedura d’infrazione” Ue contro l’Italia (foto 1) inesistente, oltre che tecnicamente impossibile, in quella data. In trenta anni non ricordo un’altra “notizia che non c’è” simile in quella collocazione sul Corriere. Anche perché Fontana potrebbe aver dato il massimo risalto possibile a quello “scoop” pur sapendo che non si era mai arrivati nemmeno alla fase iniziale della proposta tecnica dei commissari Ue. Aggiungeva, infatti, in piccolo in prima: “a meno di cambiamenti di rotta sostanziali”. In pratica si strilla nel titolo “L’ITALIA PERDERA’” e si infila tra le righe “se non vince o pareggia”. In questo modo si potrebbero fare “scoop” simili in serie: “IL PREMIER CADRA’, se non resterà in sella”, “L’IMPUTATO SARA’ CONDANNATO, se non verrà assolto”, “QUEL PRETE SARA’ BEATIFICATO, se non è un pedofilo”, “TIZIO MORIRA’, se non vivrà”.

Per fortuna al Corriere il direttore può sottovalutare e dare poco spazio a notizie certe, ma non eliminarle. Così:

1)  Il 4 novembre il Corriere rivelava (foto 2) che i governi più influenti avevano incaricato di mediare un compromesso con l’Italia – sulla manovra – il presidente dell’Eurogruppo Centeno, che guida l’organo politico che di fatto decide sull’eventuale procedura d’infrazione.

2)  Il 6 novembre il Corriere riportava (foto 3) – nel mini-spazio concesso dal direttore per un argomento di tale rilevanza e complessità – la conferma ufficiale di Centeno, a nome dei 19 ministri finanziari dell’Eurogruppo, sulla scelta del dialogo e del compromesso con l’Italia. E la smentita delle anticipazioni sulla procedura contro l’Italia da parte della Commissione Ue, che tramite Moscovici le bollava come “fake news” e indicava come prioritaria la linea del “dialogo, dialogo, dialogo” con Roma.

3)  Il  7 novembre il Corriere, sempre in uno spazio breve (allegato 4), informava sui 28 ministri finanziari dell’Ecofin, che devono ratificare le decisioni  dell’Eurogruppo, e che – tramite il presidente Loger – confermavano la trattativa e l’aspettativa di sviluppi positivi con l’Italia.

Ma Fontana, lo stesso 7 novembre, faceva pubblicare – con risalto e ampio spazio – un retroscena che iniziava con una incredibile smentita del pezzo della pagina precedente e degli altri due del Corriere già usciti sulla trattativa in corso perché le notizie non sarebbero esistite nell’Eurogruppo e nell’Ecofin (nonostante le conferme dei due presidenti).

Lo so, sembra incredibile. Ma leggete la foto 5: “Gli incontri dei ministri finanziari di questi giorni a Bruxelles hanno prodotto il risultato previsto e non ciò che, al contrario, NON E’ MAI NEPPURE STATO IN DISCUSSIONE. Non c’è stato nessun passo verso un compromesso fra la Commissione europea e l’Italia, né alcun vero negoziato. Al contrario, dall’Eurogruppo e dall’Ecofin è emerso solamente il sostegno di 18 Paesi dell’area euro e di tutti gli altri esterni alla moneta unica per la posizione della Commissione contro il bilancio del governo di Giuseppe Conte”.

Vi risparmio (pronto a integrare, se servisse) quanto poi successo con altre notizie sui positivi sviluppi della trattativa Ue-Italia, fino al Corriere di Fontana unico – tra i maggiori quotidiani – a non mettere in pagina un pezzo da Bruxelles quando la Commissione Ue ha ufficializzato l’esito positivo nella trattativa con l’Italia sulla manovra.

Quello che conta è che il Cdr – nell’interesse del Corriere, dei suoi giornalisti e dei suoi lettori – chiarisca:
a) Se il comportamento del direttore Fontana sia stato corretto.
b) Se si può aprire la prima pagina del Corriere con “una notizia che non c’è” del genere.
c) Se il direttore non debba limitarsi a imporre la sua linea attraverso editoriali, opinioni e commenti.
d) Se il direttore ritiene che le “notizie” con annuncio della procedura e smentita della trattativa UE-Italia possano aver influito – magari anche marginalmente e inconsapevolmente – sui mercati finanziari: favorendo di fatto mega-speculatori, che in quei giorni scommettevano capitali ingenti sulla destabilizzazione dell’Italia (e sui conseguenti crolli in Borsa e aumenti degli spread sui titoli di Stato italiani).
e) Se l’attendibilità del Corriere non vada difesa meglio, almeno per ridurre le perdite di copie (con la direzione Fontana siamo già a circa – 120 mila, secondo i dati Ads sulla diffusione totale).
f) Se possiamo augurarci che, dal 2019, il Corriere possa tornare a fare la sua tradizionale “informazione indipendente di qualità” garantendo sempre la massima attendibilità delle notizie: dalla prima all’ultima pagina.

Fonte: ilfattoquotidiano.it (qui)

Banche, Politica

Carige, Giorgetti: “Nazionalizzazione è possibilità concreta”

Di Maio: “Unica strada, il popolo sovrano si riappropria delle banche. Chiederemo elenco dei debitori”. Modiano frena: “Ricapitalizzazione non è sul tavolo, ma solo ipotesi residuale”

La nazionalizzazione di Carige è una possibilità concreta. Lo ha detto il sottosegretario alla presidenza Giancarlo Giorgettirispondendo a una domanda sul possibile ingresso nel capitale dell’istituto ligure da parte dello Stato. “Sì”, ha replicato a chi domandava se fosse concreta la posisbilità che l’istituto venga nazionalizzato in seguito alla ricapitalizzazione precauzionale prevista dal decreto appena varato. “La nazionalizzazione è un’eventualità prevista dal decreto se non si verificano alcune condizioni, quindi se nessun privato ci mette i soldi arriverà la nazionalizzazione”, ha aggiunto Giorgetti in un secondo momento. “L’obiettivo è salvarla sotto lo Stato. Se ci saranno utili ci guadagnerà lo Stato”. ha rimarcato invece Matteo Salvini.

Messaggio analogo dal vice presidente del consiglio Luigi Di Maio: “Quel che posso dire – ha spiegato all’Adnkronos – è che crediamo nella nazionalizzazione, l’unico intervento che si può fare, l’unica strada percorribile per il M5S. Il popolo sovrano si riappropria delle banche: questo è il primo caso in Europa in cui ci riprendiamo” un istituto di credito “per dare prestiti alle imprese e mutui più agevolati alle famiglie”. “Nelle prossime ore – ha aggiunto successivamente –  scriveremo al commissario straordinario di banca carige per chiedere gli elenchi dei debitori, li pubblicheremo e vogliamo vedere se ci sono legami particolari degli amministratori delegati di questi anni, chiederemo di promuovere un’azione di responsabilità contro chi ha fatto il buco di bilancio” DI Maio ha spiegato che “saranno puniti i banchieri, vedremo chi c’è lì dentro che ha avuto favori, gliela faremo pagare”.

Fonte: repubblica.it