Elites vs Popoli, Europa, Politica

L’ombra del fallimento gialloverde di fronte all’Euro-establishment. Così Di Maio e Salvini rischiano la fine alla Tsipras ⎮ libreidee.org

«Diciamocelo: l’esperienza gialloverde sta fallendo. Lega e 5 Stelle rischiano grosso, di fronte alla cocente delusione degli elettori che avevano creduto nella loro scommessa». Parola di Gioele Magaldi, presidente del Movimento Roosevelt e autore del bestseller “Massoni” (Chiarelettere, 2014), che svela la natura supermassonica del vero potere, che in Europa si nasconde dietro la tecnocrazia di Bruxelles e le cancellerie che contano, Berlino e Parigi in primis. Spettacolo penoso, la retromarcia tattica del governo Conte di fronte alle minacce dell’euro-establishment, «come se il problema fosse davvero il deficit al 2,4%», che ora peraltro il governo si sta preparando a “sacrificare”. Linea perdente, dice Magaldi: guai, a cedere al ricatto. Perché siamo di fronte a una colossale farsa: tutti sanno benissimo che Bruxelles non ha affatto a cuore il benessere del sistema-Italia. L’unico vero obiettivo dei nostri censori – Moscovici e Juncker, Macron e Merkel – è stroncare sul nascere qualsiasi tentativo di rovesciare il paradigma neoliberista dell’austerity, propagandato e difeso “militarmente” a colpi di spread. Sul piano contabile non può far paura a nessuno, l’esiguo incremento del deficit inizialmente previsto dal Def per il 2019. Lo sanno Di Maio e Salvini, ma lo sanno anche i signori di Bruxelles. A inquietare gli oligarchi, semmai, è la bandiera della ribellione, sventolata dall’Italia per qualche settimana.

L’orgogliosa rivendicazione post-keynesiana del governo Conte, sottolineata dal richiamo al New Deal rooseveltiano da parte di Paolo Savona, poteva innescare un benefico contagio europeo, basato sulla richiesta di sovranità democratica. Se invece oraGioele Magaldil’Italia fa retromarcia e dice “abbiamo scherzato”, per Lega e 5 Stelle può essere l’inizio della fine, sostiene Magaldi, in web-streaming su YouTube con Fabio Frabetti di “Border Nights”. Una riflessione a tutto campo, quella del presidente del metapartitico Movimento Roosevelt, nato per rigenerare la politica italiana scuotendola dal torpore conformistico dell’equivoca Seconda Repubblica, durante la quale la finta alternanza dei partiti al potere – centrodestra e centrosinistra – ha costretto l’Italia a imboccare la via del declino, tra delocalizzazioni e privatizzazioni improntate alla “teologia” neoliberale che demonizza la spesa pubblica al solo scopo di trasferire potere e ricchezza ai grandi oligopoli privati. Magaldi è stato uno sponsor del governo Conte, che ha lungamente supportato e incoraggiato – a patto però che rompesse l’incantesimo che vieta all’Italia di riappropriarsi della sua sovranità, a cominciare da quella monetaria.

L’economista Nino Galloni, vicepresidente del Movimento Roosevelt, invoca il ricorso a una moneta parallela. Proprio la gestione dell’euro – monopolizzata dal cartello finanziario che detiene il controllo della Bce – è uno dei punti strategici su cui farà leva il “partito che serve all’Italia”, cantiere politico roosveltiano che il prossimo 22 dicembre a Roma comincerà a costruire un’agenda concreta. Le delusione di fronte al cedimento all’Ue non impedisce a Magaldi di continuare a considerare Lega e 5 Stelle gli unici interlocutori potenzialmente credibili: certo, se si alza bandiera bianca sul deficit 2019, la partita è destinata a slittare al 2020, dopo le europee, traguardo al quale il governo intende presentarsi senza avere sulle spalle il peso dell’eventuale procedura d’infrazione per eccesso di debito. Ma così, obietta Magaldi, non si può sperare di andare lontano. Per un motivo essenziale: è perdente, sempre e comunque, piegarsi a un ricatto. E quello degli oligarchi Ue è un ricatto ipocrita, Nino Gallonitravestito da economicismo: il rigore viene spacciato per strada maestra, quando gli stessi ideologi dell’austerity sanno perfettamente che il taglio della spesa produce solo recessione e disoccupazione.

La stessa manovra gialloverde non è certo impeccabile, annota Magaldi: non c’è ancora la più pallida idea di come applicare l’eventuale reddito di cittadinanza sbandierato da Di Maio, mentre – sul fronte leghista – siamo lontani anni luce dal decisivo sgravio fiscale promesso alle elezioni. «E’ di quello che hanno bisogno come il pane gli ambienti imprenditoriali che avevano sostenuto Salvini: cosa importa, alle aziende, del “decreto sicurezza” appena approvato? Oltretutto, quel decreto – davvero pessimo – potrebbe anche configurare pesanti e inaccettabili limitazioni alle libertà personali». Neppure nella versione con il deficit al 2,4%, insiste Magaldi, la manovra mostrava sufficienti investimenti nei settori in grado di rilanciare l’economia: un impegno troppo esiguo, non certo adeguato a garantire quel “moltiplicatore economico” di cui il paese ha bisogno. Premessa: «Aumentare il deficit è doveroso, per rimettere in moto l’economia, purché però si investa nei settori che garantiscano la crescita dell’occupazione». Si corre il rischio di fare «la stessa figura di Tsipras, che ha tradito i greci per piegarsi all’Ue». Altro paragone increscioso, quello con Matteo Renzi: «Era andato a Bruxelles facendo il fanfarone, annunciando svolte epocali per uscire dall’austerity di Monti e Letta, ma poi ha ceduto su tutta la linea».

Tsipras e Renzi sappiamo che fine hanno fatto. A Salvini e Di Maio, un analogo scivolone  costerebbe l’osso del collo. Anche perché ormai l’opinione pubblica italiana ha preso le misure, ai padreterni di Bruxelles: oggi, a Mario Monti ed Elsa Fornero l’italiano medio non stenderebbe più il tappeto rosso. S’è messo in moto qualcosa di profondo, nel paese, anche grazie alla politica pre-elettorale della Lega e dei 5 Stelle, carica di aspettative. Ora, come dire, sarebbe folle rimangiarsi la parola data. Guai ad arretrare, di fronte alle minacce dei burattini di quella che resta una cupola finanziaria supermassonica, la stessa che ha insediato all’Eliseo il micro-oligarca Macron, contro il quale oggi la Francia stessa si sta sonoramente ribellando. E l’Italia che fa, resta a guardare? Si lascia intimidire da uno spaventapasseri come Juncker dopo aver promesso cataclismi epocali? Gilet Gialli, la Francia in rivoltaGrave errore, sottolinea Magaldi, aver usato toni irridenti con l’Ue, se poi ci si prepara a genuflettersi a Bruxelles come Renzi e Gentiloni. Meglio un dialogo franco e leale, giusto per dire: cari amici, che ne direste di farla davvero, l’Europa?

Sottinteso: questo obbrobrio di Ue va cestinato, perché ha disastrato l’economia del continente seminando crisi su crisi. Da dove ripartire? Ovvio, dall’inizio: la parola chiave è antica, si chiama “democrazia”. E in questa pseudo-Europa, purtroppo, oggi è sinonimo di “rivoluzione”. Magaldi preferisce il termine “radicalismo”, ma il senso è quello: radere al suolo l’impalcatura (marcia dalle fondamenta) dell’attuale Disunione Europea, dove la Germania – come segnala l’imprenditore Fabio Zoffi – bacchetta l’Italia per il suo 130% di debito, mentre quello di Berlino (occulto) veleggia verso il 300% del Pil. Negli ultimi anni, a scuotere l’opinione pubblica hanno provveduto celebri “whistleblower” come Julian Assange (Wikileaks) e Edward Snowden (la disinvoltura della Nsa nella gestione dei Big Data, in termini di spionaggio di massa). Dal canto suo Magaldi – altro “insider”, se vogliamo, ma proveniente dal mondo delle Ur-Fabio ZoffiLodges – ha scoperchiato il vaso di Pandora delle quasi onnipotenti superlogge sovranazionali. Obiettivo: consentire al pubblico di aprire gli occhi, imparando a riconoscere la vera identità dei tanti oligarchi che si spacciano per guide illuminate.

L’Ue? Un loro prodotto. Movente: confiscare diritti, sovranità e democrazia, per organizzare il più grande trasferimento di ricchezza della storia, dal basso verso l’alto. Narrazione mainstream: è giusto tagliare lo Stato. Risultato scontato: sofferenze sociali. Parla da solo il caso italiano: 25 anni di decadenza ininterrotta, presentata come fisiologica. Una farsa colossale, abilmente inscenata da partiti “comprati” e disinformatori di corte. Poi è arrivato l’inciampo elettorale dei gialloverdi. E ora che fanno, tornano a casa con la coda tra le gambe? Sappiano, ribadisce Magadi, che non possono farlo: l’Italia non li perdonerebbe. Perché la vera sfida è solo all’inizio. E tutti i falsi dogmi del dominio – rigore, austerity, pareggio di bilancio – saranno spazzati via, il giorno che l’Europa nascerà davvero, con la sua Costituzione democratica e il suo governo federale, finalmente eletto dagli europarlamentari votati dai cittadini europei. Utopia? Non per Gioele Magaldi, intenzionato a incalzare «gli amici gialloverdi» senza fare sconti a nessuno, avendo chiaro «quello che serve davvero all’Italia». Non la diplomazia, con Bruxelles, ma il confronto (durissimo) che in tanti avevano sperato potesse essere inaugurato proprio da Salvini e Di Maio.

Fonte: libreidee.org (qui)

Elites vs Popoli

Come l’élite mette a tacere il dissenso

Bocciatura UE e spread? Armi delle élite. Bifarini: Creare occupazione. Ecco come la bocciatura Ue è uno spauracchio. L’Italia non cresce e le élites al potere vogliono tenerla nell’austerity. Il perché lo spiega l’economista Ilaria Bifarini.

Dopo che la commissione Ue ha bocciato la manovra del governo italiano (M5S-Lega) abbiamo intervistato l’economista Ilaria Bifarini, fresca del suo nuovo lavoro editoriale “I coloni dell’austerity”: “Le élites europee ed italiane vogliono mantenere lo status quo. Lo fanno per propagandare con il controllo dei media questo modello economico che risulta perdente, sminuendo e ridicolizzando ogni piano alternativo e anche chi la pensa in modo differente. Lo fanno fin nel dettaglio con un macchina del fango sistematica”, spiega ad Affaritaliani.

Il piano del nuovo governo non mi sembra così radicale da…

“Infatti non lo è ma occorre comunque ridicolizzarlo. E’ un primo passo e una manovra che va in un’altra direzione rispetto alle precedenti ma la ridicolizzazione è architettata fin nei minimi particolari, cosa che fanno anche nei confronti delle persone, è stato fatto anche a me, anche se chi la esercita è minoritario nel Paese. La maggioranza degli italiani non crede in queste ricette”.

L’abbiamo vista di recente ad Otto e mezzo su La 7. Ci sono stati degli strascichi?

“Pensi che dopo la serata sono stata bersagliata, intimidita, derisa da importanti giornalisti e potenti economisti, una sorta di bullismo mediatico, in modo così volgare da lasciarmi senza parole. Le faccio un esempio su un comportamento che ritengo significativo. Il vicepresidente del Parlamento europeo, David Sassoli (ex conduttore del Tg1 ed esponente del Pd, ndr) si è scomodato per me, bloccandomi su twitter e taggando il contenuto di un suo tweet al Parlamento Europeo, dove dice che se mi invitano in tv gli italiani potrebbero precipitarsi a ritirare i loro soldi dalle banca. Non pensavo di essere così potente. Si vede che la verità non si può dire in tv”.

Il tweet di David Sassoli.

E cosa ha detto?

“Ho detto che mettere in discussione l’Europa è necessario. Che l’austerity è una ricetta che non ha funzionato e non funziona. E’ un modollo adottato su scala universale in modo acritico e l’Europa ne è in questo momento la portatrice più avanzata. Tutti addossano alle politiche del governo l’aumento dello spread ma accade principalmente perchè il quantitative easing di Draghi e della Bce è agli sgoccioli. Però questo nessuno lo spiega”.

Secondo lei, perché questi attacchi?

“Perché viviamo in una delle società più inique di sempre. Un ristrettissimo numero di persone detiene la maggioranza del potere nel mondo e in questo Paese. La loro ricetta di gestione è questo fondamentalismo economico che è il neoliberismo e anche se non funziona non lo si può mettere in discussione con delle critiche. Chi ha in mano il potere detiene il controllo dei media che sembrano fare di tutto per mantenere lo status quo”.

Ma non bastava leggere il premio nobel Stiglitz del 2002 per sapere che le ricette di Banca Mondiale, Fondo monetario interneazionale o WTO (e vari altri organismi sovrannazionali) producono spesso effetti devastanti nei Paesi in cui vengono applicate?

“Ho moltissimi punti in comune con le teorie di Joseph Stiglitz ma nel contesto maistream la comprensione di questi temi non è passata. Con un martellamento a tappetto hanno convinto gli italiani che l’economia è sapere ogni giorno quali siano le oscillazioni dello spread e le dinamiche del debito. Ma questa non è economia. L’economia ha il compito di far star meglio le persone. I veri problemi dell’economia sono la mancanza di crescita e la disoccupazione. In Italia si dovrebbe anche iniziare a rivedere il meccanismo d’asta usato per il collocamento dei BTP. Il sistema di gestione del debito pubblico italiano va rivisto. La modalità del ‘prezzo marginale d’asta’ comporta che i titoli vengano assegnati al prezzo più basso offerto e quindi al tasso più alto. Ciò comporta un costo del debito pubblico elevatissimo. Basterebbe fare come in Germania dove esiste un importante sistema di banche pubbliche che intervengono nelle aste dei titoli pubblici”.

Come si esce da questa fase critica per i mercati?

“E’ questo continuo stato di tensione che ha effetti deleteri sui mercati. Dovrebbe cambiare l’approccio europeo. I mercati speculano sulle aspettative. La Bce dovrebbe preservare la stabilità dei mercati con politiche monetarie ad hoc”.

E in Italia cosa occorrerebbe fare?

“La classe politica ha tradito gli italiani con privatizzazioni che non vi dovevano essere o entrando nell’unione monetaria UE senza che vi fossero le condizioni. Pensi che in Francia si scende in strada per rivendicare istanze popolari che qui ogni giorno si disprezzano come populismo. Ma è normale, parliamo dei sistemi di privilegi che una casta vuole continuare a mantenere. Il vero problema è questa ideologia delle élites che costringe ampie masse europee all’austerity e alla povertà. Ora con arronganza aristrocratica chi detiene le redini di questo tipo di società vuole ancora preservare i propri privilegi”.

Come si crea la crescita?

“Con investimenti pubblici produttivi. Grandi investimenti e opere che creino lavoro. Con questi interventi ci occuperemmo dello stato di salute del nostro territorio che abbiamo visto in che condizione è, vedi il ponte di Genova e tutti i disastri che sono capitati anche ultimamente, e metteremmo in moto un circolo viruoso che procura crescita e benessere. Resta questo lo scopo dell’economia, non l’informazione giornaliera sullo spread. Lo Stato non può continuare a chiedere al cittadino più di quanto dà”.

Perché il suo ultimo libro “I coloni dell’austerity” è autoprodotto in self publishing e non ha una casa editrice?

Ho preferito così per avere una totale indipendenza su quanto è scritto e una gestione totale dei contenuti con tempi e modi che decido io. E’ importante per ottenere un lavoro ben fatto e poter anche pensare di fare altri libri in futuro.

Fonte: ilariabifadini.com (qui) – Intervista del giornalista e scrittore Antonio Amorosi per Affaritaliani, 21 novembre 2018

Elites vs Popoli, Europa

Commerzbank, Krämer: “Lasciare che i mercati castighino i populisti italiani”. Vorrebbero ripetere il 2011, ma al Governo non c’è il ricattabile Berlusconi.

Deutsche Bank e Commerzbank, la Bundesbank e il quotidiano finanziario Handelsblatt mettono Roma nel mirino: “Draghi non perda tempo”.

L’attenzione si è destata improvvisamente ancor prima che la lettera di risposta del Governo italiano venisse recapitata alla Commissione Europea. Nell’arco di 24 ore il principale quotidiano finanziario del Paese, i capo-economisti delle maggiori banche tedesche, il presidente della Banca centrale e – seppur con il bon ton suggerito dall’opportunità diplomatica – la cancelliera federale hanno espresso, all’unisono, un loro assillo comune: il debito pubblico italiano. Con una serie di interventi in rapida sequenza, ma con modi diversi, le principali autorità politiche ed finanziarie di Berlino preparano il terreno allo scontro che nei prossimi giorni impegnerà Roma e Bruxelles sulla legge di Bilancio, con toni che oscillano dall’avvertimento disinteressato alle minacce in senso stretto.

Prendiamo per esempio Jörg Krämer, capo-economista di Commerzbank, secondo istituto di credito della Germania. Il titolo del suo intervento pubblicato su Handelsblatt Global non lascia spazio all’interpretazione: “Lasciare che i mercati castighino i populisti italiani”. Sulla versione internazionale del quotidiano finanziario tedesco, Krämer auspica che l’Ue e la Bce “non indietreggino” di fronte all’ostinazione di Roma di lasciare sostanzialmente intatto il suo Documento di Bilancio. Anzi: “Devono sfruttare le pressioni che i mercati stanno esercitando sull’Italia”.

Stare fermi, e aspettare. A quel punto, sostiene il capo-economista di Commerzbank, in sofferenza di liquidità per finanziare il suo debito in seguito all’esplosione dello spread, Roma può rientrare nel programma di acquisti di titoli di uno Stato membro (l’Omt), una volta che a fine anno la Bce avrà sospeso il Quantitative easing. Com’è noto però, l’assistenza finanziaria dell’Omt non è a buon mercato: prevede infatti che il Governo che se ne avvale approvi un rigoroso piano di riforme (in pratica, tagli alla spesa pubblica) a cui l’erogazione dei finanziamenti della Bce è strettamente vincolata. “Difficilmente l’esecutivo populista accetterebbe di varare queste riforme”, scrive Krämer. Come fare? L’economista suggerisce anche il successivo passo politico: “Il Presidente della Repubblica dovrebbe indire una nuova rapida elezione che appoggi un governo moderato, che accetti le riforme richiesta dall’UE, creando così le condizioni perché la BCE intervenga”. Un remake dell’avvicendamento Berlusconi-Monti, in sintesi. Ma vista la popolarità del Governo in carica, difficilmente Mattarella potrà seguire questo schema, si rammarica Krämer. E quindi? “Affinché i mercati esercitino la loro disciplina, la Bce si deve attenere alle regole”, e stare ferma fino a quando l’Italia, sotto lo schiaffo dei mercati, non accetti le riforme “chieste” da Bruxelles.

L’opinione espressa con modi rudi da Krämer su Handlesblatt è l’equivalente di quella apparsa qualche ora prima sul Financial Times, a firma del collega David Folkerts-Landau, capo-economista di Deutsche Bank, al quale va forse riconosciuto lo zelo profuso nel far passare l’austerità richiesta da Bruxelles come la base per un “grande accordo”. Folkerts-Landau inizia il suo intervento riconoscendo ampi meriti a Roma per la sua “parsimonia” nella programmazione di bilancio degli anni passati: l’Italia dall’ingresso nell’Eurozona “ha registrato un avanzo primario di bilancio quasi ogni anno. In confronto, tutti gli altri paesi della zona euro, ad eccezione della Germania, hanno accumulato disavanzi primari anno dopo anno”. Il problema, secondo l’economista di DB, è la spesa sugli interessi del debito pubblico accumulato prima dell’ingresso nell’euro e ogni soluzione passa dalla sua riduzione. Ecco, in pratica la soluzione prospettata da Folkerts-Landau: coinvolgere il Meccanismo europeo di Stabilità finanziando una parte del debito italiano, così da permettere all’Italia di ripagarne gli interessi solo quando la sua economia sarà tornata a crescere: “La bozza di questo grande accordo è la seguente: l’Italia deve accettare che miglioramenti duraturi nella crescita non saranno raggiunti senza le riforme strutturali”. Ecco che tornano, quindi, le riforme “chieste” dall’Europa. La declinazione del concetto da parte dei due capo-economisti è diversa, l’effetto invece è lo stesso.

Nel giorno in cui Berlino fa i conti con la prima frenata della “locomotiva” economica dal 2015 e un report della Bundesbank mette in guardia sulla “vulnerabilità del sistema finanziario tedesco”, anche il suo presidente Jens Weidmann lancia un messaggio al Governatore della Bce Mario Draghi, con un evidente – sebbene non esplicito – riferimento all’Italia. Weidmann ha auspicato che la normalizzazione della politica monetaria non sia ritardata inutilmente per ragioni fiscali, ammettendo comunque che occorrerà molto tempo prima che si torni a livelli normali: “Non dovremmo perdere tempo sulla lunga strada verso la normalità monetaria” e “non dovremmo prendere alla leggera i rischi e gli effetti collaterali di una politica monetaria estremamente accomodante”. Per Berlino e non solo il tempo del bazooka di Draghi è finito e non è il caso di tergiversare oltre, ribadendo che dalla prossima estate si penserà a un “rialzo” dei tassi. Per l’Eurozona ora non è il momento di attenuare il rigore fiscale e nazioni fortemente indebitate “come l’Italia” dovrebbero ridurre il carico del debito”.

Tra le tante premure per la situazione italiana non poteva mancare quella di Angela Merkel. Nel suo discorso alla plenaria di Strasburgo, la Cancelliera l’ha sottolineata “con enfasi” che “l’Italia è un paese fondatore”. E quindi, “ha deciso insieme a tutti gli altri le regole che oggi sono all’origine della nostra base giuridica”, ha detto Merkel. Chiedendo quindi l’intervento della Commissione Europea: “Ora la Commissione ha un compito importante da svolgere, è importante che si giunga a una soluzione e la mia speranza è che lo si faccia nel dialogo con le autorità italiane”.

Se non bastasse, a soffiare sul fuoco ci ha poi pensato un editoriale di Handelsblatt, principale quotidiano finanziario della Germania: “La lettera di Roma è uno schiaffo in faccia agli altri partner dell’Unione Europea”. Quelle che arrivano da Berlino, invece, sono carezze.

Fonte: huffingtonpost.it (qui)