Federalismo, Politica, Riforme

2014, Quando Beppe Grillo faceva il leghista: “Ci vogliono le macroregioni”. E’ ora di riaprire il dibattito!

Era il 7 marzo 2014, in un post sul suo blog il garante dei 5 stelle sembra invocare un federalismo molto estremo.

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“E se domani” l’Italia si dividesse, “alla fine di questa storia, iniziata nel 1861, funestata dalla partecipazione a due guerre mondiali e a guerre coloniali di ogni tipo, dalla Libia all’Etiopia?”. Così, sul suo blog, Beppe Grillo esprime la sua previsione, definendo l’Italia “un’arlecchinata di popoli, di lingue, di tradizioni che non ha più alcuna ragione di stare insieme”.

Grillo: "E se l'Italia si dividesse?"

“Quella iniziata nel 1861” – ha scritto Grillo – “è una storia brutale, la cui memoria non ci porta a gonfiare il petto, ma ad abbassare la testa. Percorsa da atti terroristici inauditi per una democrazia assistiti premurosamente dai servizi deviati (?) dello Stato. Quale Stato? La parola “Stato” di fronte alla quale ci si alzava in piedi e si salutava la bandiera è diventata un ignobile raccoglitore di interessi privati gestito dalle maitresse dei partiti”.

“E se domani – si legge ancora – quello che ci ostiniamo a chiamare Italia e che neppure più alle partite della Nazionale ci unisce in un sogno, in una speranza, in una qualunque maledetta cosa che ci spinga a condividere questo territorio che si allunga nel Mediterraneo, ci apparisse per quello che è diventata, un’arlecchinata di popoli, di lingue, di tradizioni che non ha più alcuna ragione di stare insieme? La Bosnia è appena al di là del mare Adriatico. Gli echi della sua guerra civile non si sono ancora spenti. E se domani i Veneti, i Friulani, i Triestini, i Siciliani, i Sardi, i Lombardi non sentissero più alcuna necessità di rimanere all’interno di un incubo dove la democrazia è scomparsa, un signore di novant’anni decide le sorti della Nazione e un imbarazzante venditore di pentole si atteggia a presidente del Consiglio, massacrata di tasse, di burocrazia che ti spinge a fuggire all’estero o a suicidarti, senza sovranità monetaria, territoriale, fiscale, con le imprese che muoiono come mosche”.

“E se domani, invece di emigrare all’estero come hanno fatto i giovani laureati e diplomati a centinaia di migliaia in questi anni o di ‘delocalizzare’ le imprese a migliaia, qualcuno si stancasse e dicesse ‘Basta!’ con questa Italia, al Sud come al Nord? Ci sarebbe un effetto domino. Il castello di carte costruito su infinite leggi e istituzioni chiamato Italia scomparirebbe. E’ ormai chiaro che l’Italia non può essere gestita da Roma da partiti autoreferenziali e inconcludenti. Le regioni attuali sono solo fumo negli occhi, poltronifici, uso e abuso di soldi pubblici che sfuggono al controllo del cittadino. Una pura rappresentazione senza significato. Per far funzionare l’Italia è necessario decentralizzare poteri e funzioni a livello di macroregioni, recuperando l’identità di Stati millenari, come la Repubblica di Venezia o il Regno delle due Sicilie. E se domani fosse troppo tardi? Se ci fosse un referendum per l’annessione della Lombardia alla Svizzera, dell’autonomia della Sardegna o del congiungimento della Valle d’Aosta e dell’Alto Adige alla Francia e all’Austria? Ci sarebbe un plebiscito per andarsene. E se domani…”, conclude il post di Grillo.

Ma il domani è arrivato. Oggi le regioni più avanzate hanno chiesto maggiore autonomia. Oggi il tema federalista può tornare seriamente. Esiste una questione meridionale, come un’altrettanta tipica questione settentrionale. Il primo passa dovrebbe essere quello di accettare la dualità del Paese. Accettare che Roma non può più essere il centro dell’universo politico nazionale, che il Paese potrà rimanere insieme la politica romana riconoscerà il policentrisco italiano e agirà di conseguenza.

Altaitalia, Mafia

Al Nord la metà dei finanziamenti mafiosi: un euro riciclato su cinque in Lombardia. Nessun territorio è immune.

Il riciclaggio dei proventi illeciti si concentra al Nord. La potenza dell’impresa mafiosa è sempre più forte. È la traccia della relazione Dia del primo semestre 2018, pubblicata oggi, con un’analisi ancora più dettagliata del solito. Il documento della Direzione investigativa antimafia, presentato in Parlamento dal ministro dell’Interno Matteo Salvini, riconfigura le sfaccettature della criminalità organizzata e dà piena luce alle minacce oggi così come sono: azioni e infiltrazioni nel mercato, nella società, tra le istituzioni. Le tendenze mafiose si consolidano, si sviluppano, si allargano. La forza e il potere dei boss non arretrano nonostante i continui successi di polizia giudiziaria. L’imprenditoria criminale recluta a mani basse forza lavoro giovane soprattutto al Sud: è una nuova questione meridionale.

La mappa delle operazioni finanziarie sospette
Nel primo semestre 2018 gli agenti della Dia, guidata dal generale dell’Arma dei Carabinieri Giuseppe Governale, hanno analizzato 48.658 segnalazioni di operazioni di presunto riciclaggio. Di conseguenza, sono stati esaminati 229.037 soggetti, di cui 156.177 persone fisiche e 72.860 persone giuridiche. La selezione ha prodotto 5.826 segnalazioni, di specifico carattere mafioso o con la presenza dei cosiddetti reati spia come impieghi di denaro, estorsione, usura. I numeri sono imponenti, la geografia ancor più eloquente: quasi la metà del riciclaggio è al Nord (25.963 operazioni, il 46,37% del totale), in Lombardia il 20,87% di tutt’Italia: un euro riciclato su cinque, dunque, circola nelle province lombarde. Al secondo posto la Campania (16,58%) seguita da Lazio (11,33%) ed Emilia Romagna (8,82%).

Fuga dei cervelli nelle imprese mafiose
Gli analisti della Dia – struttura interforze con eccellenze dell’Arma, della Polizia di Stato e della Guardia di Finanza e diretta dipendenza dal prefetto Franco Gabrielli, capo del dipartimento di Pubblica sicurezza– hanno svolto un focus specifico su una tendenza molto preoccupante: l’aumento progressivo delle giovani leve nella criminalità organizzata. Negli ultimi cinque anni non solo si sono registrati casi di mafiosi con un’età tra i 14 e i 18 anni, ma gli appartenenti alle cosche tra i 18 e i 40 anni hanno raggiunto numeri quasi uguali a quelli della fascia tra i 40 e i 65 anni e, in un caso, lo hanno anche superato. Nel 2015, infatti, i denunciati e gli arrestati per 416 bis sono stati 5.437 di cui 2.792 tra i 18 e i 40 anni e 2.654 tra i 45 e i 60. «Una trasformazione della cultura mafiosa – dice la Dia – che investe anche il linguaggio, al passo con i tempi. Non tanto rispetto ai contenuti delle comunicazioni, sempre criptiche, imperative e cariche di violenza, quanto piuttosto per gli strumenti social utilizzati, che consentono di aggregare velocemente gli affiliati al sodalizio e, allo stesso tempo, di rendere più difficoltosa l’intercettazione dei messaggi».

A Roma “Mafia capitale” oggi è ‘ndrangheta
Un altro dossier speciale è stato riservato dalla Dia alla capitale. Cosa Nostra si fonda «su un’azione tesa all’infiltrazione dell’economia e della finanza e al condizionamento della pubblica amministrazione (funzionale soprattutto al controllo dei pubblici appalti), grazie a una forte capacità relazionale» scrivono gli analisti guidati dal generale Governale. Ma la minaccia più insidiosa si annida tra le cosche calabresi: emerge «uno spaccato importante della capacità della ‘ndrangheta di infiltrarsi, dissimulando le proprie tracce, nel territorio romano». Tanto che è «difficile – ammette la Dia – tracciare una mappatura esatta della presenza sul territorio della Capitale». Economia romana sommersa criminale.

Fonte: Il Sole 24 Ore (qui) Articolo di M. Ludovico del 13 febbraio 2019.

Autonomia, Politica

Autonomia differenziata. Per il Governo gialloverde un miraggio in tempi di recessione. Inizierà il processo, ma a piccoli passi aspettando la prossima crescita economica.

Le richieste di autonomia, dopo un’anno e tre mesi dai referendum per l’autonomia di Veneto e Lombardia, a cui si è aggiunta l’Emilia Romagna, cadono in un momento difficile per l’economia. La recessione tecnica e le prospettive non tanto rosee per l’economia globale sono il contesto in cui l’agognata autonomia deve fare i conti. Quasi un revival. Prima il federalismo fiscale, mai nato e seppellito con la crisi del 2011.

Ancora una volta la crisi economica, i vincoli imposti da Bruxelles e l’incapacità di riformare la pubblica amministrazione sono gli ingredienti che fanno solo che prevedere un’avvio dell’autonomia per le regioni, che hanno attivato la procedura prevista dall’art.  116, comma 3 della Cost., da minimo sindacale. Quanto basta per avviare un meccanismo legato ai costi standard, ma anche al ciclo economico, perchè diversamente l’autonomia legislativa consentita attraverso l’autonomia fiscale, potrebbe diventare la pietra tombale delle istanze autonomiste. Istanza che non potrebbero che accentuare le rivendicazioni andando oltre la mera autonomia costituzionalmente prevista.

Di seguito la cronaca sul percorso delle intese per l’autonomia de il Sole 24 ore del 12 febbraio 2019:

Il ministero delle Infrastrutture non ha nessuna intenzione di regionalizzare le concessioni di strade, autostrade e ferrovie. Quello dell’Ambiente ha risposto «non possumus» alla richiesta di affidare alle Regioni le regole sulle bonifiche e soprattutto sulle valutazioni decisive (Via e Vas) quando si tratta di autorizzare un impianto industriale o qualsiasi altro progetto edilizio importante. Il ministero della Salute si tiene stretta la disciplina su ticket e tariffe, come fa quello del Lavoro sugli ammortizzatori sociali perché Di Maio non può perdere il controllo diretto sul reddito di cittadinanza. I Beni culturali non cedono invece le Sovrintendenze, chieste a gran voce da Lombardia e Veneto. Le offerte alternative su musei, patrimonio culturale e biblioteche sono piovute, ma non hanno commosso i governatori. Sulla scuola l’idea dei ruoli regionali per i nuovi insegnanti in Lombardia e Veneto (anticipata sul Quotidiano degli enti locali e della Pa del 29 gennaio) ha trovato un punto d’incontro fra governo e regioni. Ma i sindacati tuonano.

E con tanti punti interrogativi non può arrivare l’ultima parola, o meglio l’ultima cifra, del più importante dei ministeri: quello dell’Economia. Per capire quanto vale la spesa delle funzioni da trasferire bisogna mettere a posto tutte le tessere del mosaico. Definite nel dettaglio le materie da assegnare alle regioni si possono indicare i numeri, che nei primi anni saranno basati sulla spesa storica, cioè sulle uscite che oggi lo Stato in ogni territorio dedica alle attività in via di trasloco alle regioni. Poi bisognerebbe definire i parametri standard per garantire il finanziamento dei «livelli essenziali delle prestazioni», che potrebbero cambiare davvero la geografia della spesa pubblica. Ma sarebbe solo l’ultima tappa di un percorso che ancora prima di cominciare sta incendiando il dibattito fra un Nord che chiede di trattenere più risorse e un Sud che teme la fine della solidarietà finanziaria nazionale. Timori accresciuti dalla richiesta regionale, soprattutto di Lombardia e Veneto, di ancorare gli standard alla «capacità fiscale» dei territori. Ma è difficile che questo criterio possa farsi largo davvero nel testo finale.

I troppi punti aperti che accompagnano il viaggio dell’autonomia differenziata per Lombardia, Veneto ed Emilia Romagnaverso il consiglio dei ministri di venerdì rendono impossibile chiudere il dossier il 15, come da calendario lanciato da Matteo Salvini sotto Natale. Perché molti nodi andranno sciolti direttamente a Palazzo Chigi, dove sarà il premier Conte a dover tracciare la linea su un terreno scivolosissimo per la maggioranza. A complicare il tutto c’è il fatto che accanto alla battaglia politica se n’è giocata una tecnica, per certi versi ancora più dura, che ha opposto i “regionali” ai dirigenti di prima linea dei ministeri, in modo anche trasversale al colore politico di chi li guida. Alla fine con i ministeri targati Lega l’accordo si è trovato. Ma con quelli M5S no. La ministra degli Affari regionali, Erika Stefani, non potrà far altro che portare in consiglio dei ministri tutte le questioni aperte . Per ogni regione, sul tavolo finiranno due testi affiancati, che mettono a confronto le parti concordate con i ministeri e quelle su cui le posizioni restano distanti. Su ogni punto si dovrà decidere in consiglio. E una volta sistemato, il testo potrebbe essere indirizzato alle commissioni Affari costituzionali delle due Camere e alla bicamerale sul federalismo prima delle intese, per far pesare un Parlamento che altrimenti rischia di fare il passacarte degli accordi negoziati fra governo e regioni. Sempre che un accordo alla fine si trovi, perché troppe correzioni potrebbero finire per rivelarsi indigeste per i governatori.

Fonte: Il Sole 24 Ore.

Ecco i documenti:

La bozza d’intesa della Lombardia (qui)

La bozza d’intesa del Veneto (qui)

La bozza d’intesa dell’Emilia Romagna (qui)

Cristiani, Diritti umani, Immigrazione

L’Europa non accoglie i cristiani perseguitati in Siria

Una guerra, quella in Siria, che inizia ad occupare più i libri di storia che le pagine dell’attualità. Oramai i dubbi principali riguardano per la verità lo status delle regioni in mano alle forze filo curde dell’Sdf e la provincia di Idlib. Ma il conflitto sembra perdere intensità sotto il profilo militare, anche se le sue conseguenze in Siria ed in medio oriente sono destinate a produrre importanti effetti ancora per anni. Tra tutte, emerge la situazione dei cristiani: essi nel paese sono sempre di meno e, soprattutto, sempre più vulnerabili.

“I cristiani adesso sono solo il 2%” 

Nei giorni scorsi a lanciare l’allarme è il cardinale Mario Zenari, nunzio apostolico in Siria: “Prima del conflitto, i cristiani in Siria costituiscono il 10% della popolazione e vivono in maniera piuttosto integrata”. Adesso, secondo il rappresentante del Vaticano a Damasco, il numero dei cristiani in Siria rappresenta soltanto il 2% della popolazione. Si rischia, di fatto, la fine della comunità cristiana in uno dei paesi dove i non musulmani hanno potuto vivere in condizioni adeguate ed anzi dove la stessa comunità è tra le principali artefici della nascita del moderno Stato siriano. Il problema non riguarda soltanto le zone occupate dall’Isis dal 2014 al 2017. Lì il califfato pone in essere in quegli anni una feroce persecuzione contro i cristiani, molti dei quali vengono uccisi oppure costretti a rifugiarsi in altre zone della Siria. Ma anche in quelle parti del paese dove l’Isis non mette piede, la situazione non va meglio.

Questo perchè inizia ad esserci una certa diffidenza ed una non indifferente paura nel rimanere in Siria. Aleppo, Homs e Damasco per anni rimangono sotto la concreta minaccia jihadista e con diversi quartieri occupati da miliziani islamisti. In quelle condizioni vivere normalmente per i cristiani è certamente impossibile. Da qui la fuga verso l’estero, Libano su tutti. Ma proprio in relazione al massiccio esodo dei cristiani verso altri paesi, emergono altri dati importanti: l’Europa sembra non volerli accogliere.

L’emblema del caso inglese

Trovare rifugio nel vecchio continente per un cristiano perseguitato in Siria o nel resto del medio oriente, durante gli anni più bui della presenza del califfato sembra impossibile. Il caso diventa politico in Gran Bretagna, dove alcuni dati dimostrano come, quasi paradossalmente, il numero dei cristiani ospitati è esiguo rispetto alla complessità del problema. Ad esempio, nel 2017 il governo di Londra accoglie le domande di asilo da parte di 4.850 siriani. Di questi, solo 11 sono cristiani. La Gran Bretagna è lo stesso paese, per rimanere in tema, che decide di non accogliere Asia Bibi, ossia la donna pachistana accusata di blasfemia e minacciata di morte anche dopo la sua liberazione. Lei adesso dovrebbe andare in Canada, il foreign office di Londra dichiara pericoloso per le proprie sedi diplomatiche e per la sicurezza accogliere la ragazza cristiana. Questo la dice lunga sul clima che si respira sotto questo fronte in Gran Bretagna: per un cristiano, chiedere asilo è più difficile. A Londra come, del resto, anche in altri paesi del vecchio continente.

Quello britannico è un caso emblematico in quanto, proprio pochi giorni fa, il ministro degli esteri Jeremy Hunt lancia una sorta di mea culpa: “Tra tutte le persone perseguitate per la loro fede nel mondo – dichiara il titolare della diplomazia del Regno Unito – l’80% sono cristiani. Il nostro retaggio coloniale ed i nostri sensi di colpa relativi al periodo coloniale hanno impedito al paese di fare abbastanza per proteggere i cristiani”. Un’ammissione ed un passo indietro che confermano politicamente la portata dei numeri sulla Siria sopra elencati. Hunt a dicembre ha già dato incarico al vescovo Philip Mounstephen di guidare una commissione incaricata di fare luce sui casi di persecuzione religiosa nel mondo e, in particolare, sulla situazione dei cristiani.

Per quanto riguarda la Siria, la speranza è che con un conflitto meno intenso e con le principali città tornate sotto il controllo del governo, adesso i tanti cristiani fuggiti possano tornare. Ma è chiaro che l’ammissione di Londra sulla tutela dei cristiani deve suonare, oggi più che mai, come un campanello d’allarme sulla paradossale discriminazione dei cristiani che chiedono rifugio nel vecchio continente.

Fonte: occhidellaguerra.it (qui) Articolo di M. Indelicato dell’8 febbraio 2019.

Austerity, Economia

Negli ultimi 20 anni il mondo va sempre meglio, mentre l’europa va sempre peggio (dal blog di Antonio Socci)

Andiamo sempre peggio, si sente dire al Bar del pensiero luogocomunista. Si ripete: i poveri sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi, e poi violenze, inquinamento, catastrofi, esaurimento delle risorse, fame e malattie, sottosviluppo, inevitabili migrazioni di massa.

“Questa è l’immagine che quasi tutti gli occidentali vedono nei media e si imprimono nella mente. Io la chiamo visione iperdrammatica del mondo, una concezione stressante e ingannevole”. Così scrive Hans Rosling  in “Factfulness” (Rizzoli).

Questo libro, il cui autore è membro dell’Accademia di Svezia e fondatore della sezione svedese di Medici senza frontiere,
elenca una serie impressionante di dati che dimostrano l’esatto contrario. 

Ovvero che il mondo va sempre meglio, l’umanità ha compiuto progressi spettacolari  e ha conseguito un benessere inimmaginabile.

Quindi i media ci danno una rappresentazione totalmente ribaltata  della situazione? La risposta è: sì. Ma c’è un’altra rappresentazione ribaltata  della realtà (e, in questo caso è più difficile trovare i dati veri che ci fanno scoprire la verità): si tratta del tema Europa/Italia

Quando si parla dell’Unione Europea i media vanno in sollucchero. Fin da quando è stata varata – circa 25 anni fa – si predisse che questo esperimento politico (con la moneta unica) ci avrebbe portato nella terra promessa dove scorre latte e miele, ci avrebbe fatto ricchi e ci avrebbe protetto da tutte le intemperie finanziarie e politiche. 

E’ accaduto l’esatto contrario (vedremo i dati) e va sempre peggio, ma la rappresentazione mediatica continua a raccontare la favola della propaganda iniziale. 

C’è un nesso fra i due fenomeni, quello globale (positivo) e quello euro-italiano (negativo)? Certo che c’è. Ma prima vediamo un po’ di numeri.

Sono dati ufficiali della grandi istituzioni internazionali. Ecco qualche esempio. 

BUONE NOTIZIE DAL MONDO

Nel 1800l’85% della popolazione mondiale viveva nella condizione di povertà estrema. Venti anni fa era il 29% e oggi il 9%. Un successo strepitoso (con un balzo eccezionale negli ultimi 20 anni), eppure nessuno se ne rende conto.

Scrive Rosling: “Nel 1800, quando gli svedesi morivano di fame e i bambini britannici lavoravano nelle miniere di carbone, l’aspettativa di vita era di circa 30 anni in tutto il mondo. Il dato era sempre stato questo. Circa metà dei bambini moriva durante l’infanzia. Quasi tutti gli altri perdevano la vita tra i 50 e i 70 anni. Perciò la media si aggirava intorno ai 30”. Oggi nel mondo l’aspettativa di vita media è di 72 anni (da noi sopra gli 80). 

Consideriamo poi “tutte le vittime di inondazioni, terremoti, tempeste, siccità, incendi e temperature estreme, nonché i decessi durante gli sfollamenti e le pandemie che seguono questi episodi”. 

Oggi, spiega Rosling, il numero annuale di decessi dovuti a tali calamità è solo il 25% di quello di un secolo fa, ma siccome la popolazione è aumentata di 5 miliardi da allora, il crollo dei decessi è ancora più clamoroso: abbiamo solo il 6% dei decessi di cent’anni
fa
. Grazie agli enormi progressi che ci permettono di difenderci.

Un dato che esemplifica il miglioramento della qualità della vita: oggi l’80% delle persone ha un qualche accesso all’elettricità

Inoltre si ripete che l’Africa è una bomba a orologeria, che, con il boom demografico, la fame, le malattie e il sottosviluppo porteranno in Europa milioni di migranti. 

Si ignora invece che in questi anni, in cui i paesi europei stentano a far crescere il pil dell’1%, in Africa la crescita è ben superiore e paesi come Ghana, Nigeria, Kenya o Etiopia (come il Bangladesh in Asia) sono cresciuti sopra al 5 %

E ci sono paesi come Tunisia, Algeria, Marocco, Libia ed Egitto che “hanno aspettative di vita superiori alla media mondiale di 72 anni. In altre parole, si trovano dove la Svezia era nel 1970”.

Rosling elenca pure una serie di cose orrende che sono sparite o stanno sparendo dal mondo: dalla schiavitù legale ai paesi con casi di vaiolo, ai morti in incidenti aerei. 

In fortissima diminuzione  la percentuale di persone denutrite (passate dal 28% del 1970 all’11% del 2015), le armi nucleari (da 64 mila del 1986 a 9 mila del 2017), le sostanze nocive per l’ozono (da 1663 del 1970 a 22 del 2016, in migliaia di tonnellate), il lavoro minorile, l’inquinamento  derivante da piombo nella benzina e incidenti con perdite di petrolio.

Invece cresce nel mondo la resa cerearicola per ettaro (da 1.400 KG per ettaro del 1961 a 4 mila del 2014), la superficie terrestre protetta da parchi, l’alfabetizzazione (dal 10% del 1800 all’86% del 2016) per non parlare della ricerca scientifica, della democrazia (e del voto femminile).

Si potrebbero elencare molti altri indici, riportati da Rosling. Ovviamente sono indici di benessere prevalentemente economico, che non escludono l’esistenza di altri problemi umani o fatti molto negativi.

PESSIME NOTIZIE EURO-ITALIANE

Veniamo invece al caso euroitaliano: perché da noi – al contrario del resto del mondo – le cose sono andate indietro 

Bastino due dati: nel 1999 il prodotto interno lordo dell’eurozona era il 22% di quello mondiale. Nel 2017 è ormai al 16%. Una caduta micidiale.

Nel 2000 l’economia USA superava del 13% quella dell’eurozona, nel 2016 questa percentuale era raddoppiata: al 26%.

Anche se i media continuano a raccontare la favola dell’UE felice, la gente comune  si è accorta dell’inganno, paga sulla propria pelle il peggioramento della qualità della vita e comincia a protestare, nelle urne (Italia e Gran Bretagna) o nelle piazze (Francia).

C’è un nesso fra i due fenomeni, quello globale (positivo) e quello (negativo) relativo a Italia/Europa? Sì. Il nesso si chiama globalizzazione. Fino alla caduta del Muro di Berlino si è avuto un progresso globale ordinato e regolato, guidato e trainato dagli Stati Uniti e dall’Europa occidentale.

Dagli anni Novanta si è imposta una globalizzazione selvaggia, con un Mercato globale senza regole e, per esempio, l’ingresso di colpo sulla scena di un gigante come la Cina che, di fatto, fa concorrenza sleale a tutti.

La follia europea è stata quella di legarsi le mani con i Trattati di Maastricht (che hanno al centro il mercato e l’inflazione, anziché il lavoro e la crescita economica) e con una moneta unica che, oltre a impedire le preziose politiche monetarie nazionali, ha regalato alla Germania un marco super-svalutato e a noi una lira sopravvalutata.

Così i tedeschi hanno vampirizzato le altre economie europee, specie quella italiana. Infatti in 18 anni di euro la manifattura italiana è crollata del 16%, quella tedesca è cresciuta del 30%.

Ecco perché nel 1999 – all’ingresso nell’euro – il reddito pro-capite degli italiani era il 96% di quello tedesco, mentre nel 2015 dopo sedici anni di euro il reddito degli italiani è il 76% di quello dei tedeschi. 

Il nostro reddito pro capite è addirittura diminuito  da 34.802 dollari del 1999 a 34.752 del 2017. Negli anni ottanta, un italiano risparmiava in media 1/4 del suo reddito: oggi quasi zero.

L’Italia che, fra 1960 e 1979, vedeva crescere il Pil del 4,8% medio annuo (ed era ancora al 2% fra 1980 e 1999), dal 2000 al 2018 è ferma : la crescita media annua allo 0,2% significa che siamo in coma.

E questo si paga salatamente nella qualità della vita. Significa più disoccupazione e povertà, meno investimenti in infrastrutture, nell’educazione e nella sanitàSignifica blocco del cosiddetto “ascensore sociale”

Significa avere giovani senza un futuro, senza possibilità di fare un progetto di vita e significa anche gravissima denatalità. E’ la via del declino irreversibile.

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Fonte: “Libero”, 10 febbraio 2019, Articolo di Antonio Socci (qui)

Anniversari, Foibe

“Foibe, fascisti e comunisti: vi spiego il Giorno del ricordo”: parla lo storico Raoul Pupo

Intervista al professore dell’Università di Trieste, uno dei massimi esperti sull’argomento, per far luce su alcuni aspetti ancora poco chiari nell’immaginario collettivo.

Il 10 febbraio l’Italia celebra il Giorno del ricordo, giornata istituita per commemorare la memoria di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo degli istriani, dei fiumani e dei dalmati italiani dalle loro terre tra il 1943 e 1945, e della più complessa vicenda del confine orientale.

Con massacro delle foibe si intende l’affossamento in grandi cavità naturali di alcune migliaia di italiani da parte delle forze jugoslave e alcuni partigiani italiani vicini a loro. Con esodo, invece, intendiamo il fenomeno migratorio di circa 300mila italiani di Istria, Fiume e Dalmazia, che lasciarono la loro terra passata in mano di Tito per restare in suolo italiano.

Parla Raoul Pupo, professore di Storia contemporanea all’Università di Trieste e uno dei massimi conoscitori sull’argomento, di fare luce su alcuni aspetti ancora poco chiari nell’immaginario collettivo.

Professore, quali furono le conseguenze del fenomeno foibe e esodo?

Questi eventi messi insieme hanno provocato la scomparsa quasi integrale della componente autoctona bilingue e cultura italiana nei suoi territori di insediamento storico a Zara, Fiume e Istria in generale.

Le foibe in realtà non hanno avuto un ampio effetto, le migliaia di morti hanno provocato gravi ferite della memoria ma non hanno inciso particolarmente sugli equilibri nazionali e di potere della regione. Quello che ha provocato la principale frattura storica dall’epoca della romanizzazione è l’esodo, in quanto ha significato la sparizione di una delle componenti storiche della regione.

Mio nonno, esule, mi parlava spesso di quei “comunisti titini” e mi diceva che ai tempi di Mussolini viveva meglio. Non era il solo esule a pensarla cosi. Dire che gli esuli erano fascisti è soltanto uno stereotipo?

Gli esuli istriani erano saldamente anticomunisti, avevano provato sulla loro pelle cos’era il socialismo reale ed erano scappati via, quindi erano tutto meno che comunisti. Non è vero che fossero tutti fascisti, la maggior parte di loro nel dopoguerra votava democrazia cristiana, soltanto alcuni piccoli gruppi votavano per il movimento sociale.

Quella degli esuli era una realtà popolare conservatrice, e quando qualcuno diceva che ai tempi di Mussolini stava bene vuol dire allora stava meglio rispetto a quello che ha vissuto dopo. Avendo rischiato la vita e vissuto situazioni invivibili a casa loro, il paragone con il passato è tutto a vantaggio dello stesso. Durante il fascismo l’Istria era stata una terra di povertà, dagli anni Venti ci fu una crisi economica dalla quale iniziò ad uscire appena dalla fine degli anni Trenta. Subito prima della guerra ci fu in seguito alla politica autarchica un inizio di ripresa economica e si cominciavano a vedere orizzonti migliori rispetto a una miseria secolare. Poi è arrivata la guerra che per loro ha voluto dire la fine di tutto.

Naturalmente questo riguardò la componente italiana della popolazione. La comunità slovena e croata aveva giudizi diversi, in quanto minoranza oppressa dal regime. La politica del fascismo era volta a distruggere la loro identità e a trasformarli in italiani. Anche dal punto di vista economico e sociale stavano peggio rispetto a prima, sloveni e croati erano per lo più braccianti senza terra o coloni. Nell’ultimo periodo dell’amministrazione asburgica, grazie a un tessuto di cooperative, erano riusciti ad avere un miglioramento del loro stato sociale riuscendo a comprare della terra. Poi il fascismo da una parte distrusse tutto il tessuto redditizio cooperativo che li sosteneva, poiché connotato in senso nazionale, dall’altro impose una fiscalità più grave: il risultato è che molti di loro persero la terra.

Chi furono i colpevoli dei vari eccidi?

Fondamentalmente i quadri del movimento di liberazione jugoslavo, movimento contro i tedeschi occupatori ma anche contro gli italiani. Gli esponenti del movimento erano alle origini figli di esuli istriani sloveni e croati che durante il ventennio avevano dovuto abbandonare quella terra. Arrivati in Istria si collegano con i loro parenti, esponenti del tradizionale nazionalismo croato, e su questa base creano prima il partito comunista croato poi il movimento di liberazione. Sono dei quadri che hanno un forte antagonismo sia sociale che nazionale nei confronti dell’italiano, che viene percepito come fascista, quindi poi quando hanno il potere si lasciano andare ad angherie di tutti i tipi.

La violenza delle foibe scavò un solco di terrore fra la popolazione italiana. Le intimidazioni, bastonature, arresti e sparizioni del dopoguerra rafforzarono il clima di paura. Le ragioni dell’esodo sono però molto più complesse. In sintesi, il collasso della società italiana, dovuto alla duplice rivoluzione, nazionale e sociale, attuata dalle autorità jugoslave. Ciò creò una situazione di invivibilità generalizzata. Di conseguenza, quando – con ritmi diversi nei diversi contesti – le comunità italiane si resero conto che la dominazione jugoslava era divenuta definitiva, scattò il meccanismo dell’esodo.

Perché fu istituito il giorno del ricordo?

Venne istituito per cercare di sanare la ferita aperta nella coscienza degli esuli e dei parenti delle vittime delle foibe. Nonostante la loro integrazione perfettamente riuscita nel tessuto sociale italiano avevano dovuto silenziare le loro origini per ragioni non solo politiche ma antropologiche. Si erano inseriti nell’Italia del boom economico, l’Italia che voleva lasciarsi alle spalle tutto quello che voleva dire guerra, sconfitta, miseria. Non c’era posto per rivangare queste storie terribili.

Gli esuli rimasero zitti, molto spesso non avevano trasmesso queste storie nemmeno ai figli, le loro vicende erano conosciute all’interno dei circuiti speciali dei profughi ma quasi per nulla all’interno della comunità nazionale. Ne continuavano a parlare ossessivamente tra di loro, ma all’esterno era una storia che non interessava a nessuno.

Dopo la fine della guerra fredda c’è dappertutto in Europa una riscoperta di storie che prima erano state messe da parte, fra queste c’è anche la storia del confine orientale. Attraverso un complesso iter parlamentare arriva questa proposta per l’istituzione della giornata del ricordo che viene approvata in parlamento con una maggioranza larghissima, alla camera con pochissimi voti contrari e al senato addirittura senza opposizione.

Non trova che il Giorno del ricordo venga usato per esaltare la patria o l’italianità di certe zone più che per ricordare il dramma di queste persone?

Il Giorno del ricordo viene usato in tanti modi e può venire usato in senso puramente strumentale: è stato usato e continuerà a venire usato da parte di componenti politiche di estrema destra. Già dagli anni Novanta era partita una campagna dall’allora partito di Alleanza Nazionale per l’istituzione di vie e piazze ai “martiri delle foibe”. Era un’operazione politica di matrice neofascista.

Ma il Giorno del ricordo si presta sia per riconciliare la memoria degli esuli e delle vittime delle foibe sia per riscoprire tutta la storia del confine orientale, che è una storia abbastanza complessa, perché oltre le foibe e l’esodo c’è anche tutto quello che è successo prima. Va sempre tenuta presente una cosa: il giorno del ricordo cade il 10 febbraio del 1947, che è la data della firma del trattato di pace che segna la perdita della Venezia Giulia per l’Italia. Quel trattato di pace riguarda la guerra iniziata dall’Italia col fascismo, che è entrata in guerra per sua scelta a fianco della Germania, quindi ha invaso e distrutto la Jugoslavia annettendola parzialmente. L’inizio della catastrofe, quindi, è l’attacco dell’Italia nella Seconda Guerra Mondiale con la responsabilità del fascismo.

Come venne vista al tempo l’istituzione di questa giornata in Slovenia e in Croazia? E come sono percepite foibe ed esodo oggi a Trieste?

Alcune reazioni sono state preoccupate e negative. C’è stata una fase attorno al 2005, dopo le prime giornate del ricordo, in cui da parte italiana c’è stato qualche intervento patriottico sopra le righe, provocando cosi una crisi diplomatica e per converso l’istituzione in Slovenia della festa per il ricongiungimento del litorale sloveno alla madre patria, che era esattamente speculare al giorno del ricordo. In Croazia ci fu una polemica molto dura tra il presidente croato dell’epoca Stipe Mesic e il presidente Napolitano.

Interventi di riconciliazione nell’area tedesca ci furono molto presto, con incontri tra capi di stato e varie cerimonie. Italia, Slovenia e Croazia hanno tardato, e dal ritardo è scoppiata la crisi. Con l’intervento della diplomazia e i massimi vertici si è arrivati nel 2010 ad una riappacificazione. Il presidente della Repubblica italiano, sloveno e croato si incontrarono a Trieste facendo il giro di tutti i luoghi della memoria e fu organizzato un grande concerto in Piazza Unità richiudendo cosi il cerchio.

A Trieste questo argomento è una delle grandi ossessioni, e mentre negli anni Sessanta e Settanta era un argomento di polemica politica, adesso, mettendo da parte alcuni gruppi di esagitati nazionalisti o negazionisti, sulle foibe c’è meno tensione e l’argomento è ricondotto alle sue dimensioni reali. C’è una grande frequenza ai memoriali: molte persone, sopratutto giovani, vengono da tutta Italia alla foiba di Basovizza dove ora c’è un centro di informazione e di divulgazione.

Ci possiamo aspettare novità riguardo a ulteriori studi?

Sulle foibe dal punto di vista interpretativo non sono da attendersi novità, si potrebbe andare avanti dal punto di vista della quantificazione. Entro certi limiti il numero di vittime rimarrà imperfetto per problemi di fonti, però incrociando meglio quelle esistenti si potrebbe arrivare a delle approssimazioni migliori. Di solito quando si parla di infoibati se ne parla in senso simbolico, comprendendo tutti i morti italiani da parte delle forze jugoslave, ma il numero reale delle vittime complessivo è stimato tra 3.000 e 4.000.

Sull’esodo invece c’è ancora molto da dire, in quanto spostamento di una comunità al completo di tutte le sue classi sociali e articolazioni. In anni recentissimi ci sono state delle novità importanti: una collega di Rovigno ha lavorato sulle fonti ex jugoslave finalmente disponibili e quindi è riuscita a vedere i problemi visti dall’ottica del potere, tuttavia ci sono ancora aspetti di storia politica e sociale che meritano di essere approfonditi.

Fonte: tipi.it (qui)